Visualizzazione post con etichetta Osservatorio repressione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Osservatorio repressione. Mostra tutti i post

martedì 8 settembre 2026

Gli Stati Uniti dichiarano terrorista Autistici/Inventati: ora nel mirino c’è l’infrastruttura del dissenso

 

Prima ti chiamano terrorista, poi ti cancellano dalla rete - Osservatorio repressione

Il caso Autistici/Inventati mostra il salto di qualità della guerra di Trump contro gli Antifa: nessuna condanna e nessun reato accertato, ma sanzioni capaci di mobilitare banche, provider e intermediari privati. Nel mirino non c’è soltanto chi dissente, ma la possibilità di costruire infrastrutture digitali autonome dal controllo degli Stati e delle Big Tech.

Dal 26 agosto, quando il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti attraverso l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) ha inserito Autistici/Inventati nel sistema delle sanzioni antiterrorismo, la vicenda ha smesso di essere soltanto l’ennesimo capitolo della crociata ideologica dell’amministrazione Trump contro gli “Antifa”. Nel giro di pochi giorni quella decisione ha cominciato a produrre conseguenze concrete. Il 28 agosto il dominio autistici.org è diventato irraggiungibile. Sono poi arrivati problemi con strumenti finanziari e di pagamento. È precisamente questa capacità della designazione americana di propagarsi ben oltre l’atto originario a rendere il caso particolarmente grave: non è necessario chiudere materialmente i server né ottenere da un tribunale europeo la messa al bando del collettivo. È sufficiente trasformarlo in un soggetto economicamente e tecnologicamente rischioso affinché una rete di intermediari cominci a prendere le distanze.

Bisogna partire da un fatto che rischia di perdersi dentro il linguaggio dell’antiterrorismo. Autistici/Inventati non è stato condannato negli Stati Uniti per gli attentati o i sabotaggi richiamati dall’amministrazione americana. Nessun giudice italiano ha stabilito che A/I sia un’organizzazione terroristica. Il collettivo sottolinea che non gli è stato contestato alcun reato né negli Stati Uniti né in Italia e che nessun tribunale ha accertato una sua responsabilità nelle azioni attribuite ad alcuni gruppi che avrebbero utilizzato le sue infrastrutture. La posizione del governo americano è diversa: Washington considera la fornitura di servizi tecnologici e di comunicazione a determinate organizzazioni una forma di sostegno materiale o tecnologico. È precisamente in questa distanza tra responsabilità per un fatto concretamente commesso e responsabilità derivata dall’infrastruttura fornita che si trova il cuore politico della vicenda.

L’inchiesta pubblicata da The Intercept il 28 agosto colloca non a caso l’attacco ad A/I dentro la più ampia offensiva dell’amministrazione Trump contro quello che definisce terrorismo di estrema sinistra. Non si tratta semplicemente di perseguire singole azioni violente, per le quali esistono già leggi, tribunali e strumenti investigativi. La novità consiste nella costruzione di un campo politico sospetto molto più vasto, nel quale la categoria “Antifa” può funzionare come contenitore sufficientemente indeterminato da comprendere gruppi differenti, campagne di protesta, reti militanti e soggetti che mettono loro a disposizione strumenti di comunicazione. A/I diventa particolarmente interessante proprio perché consente di osservare il punto nel quale la repressione passa dalle persone alle infrastrutture che rendono possibile la loro organizzazione.

La questione è tutt’altro che astratta. Autistici/Inventati offre da venticinque anni posta elettronica, hosting, blog e altri strumenti di comunicazione a movimenti, associazioni e singole persone. Non ha mai nascosto il proprio orientamento politico. «Non siamo e mai saremo una struttura neutra», ribadisce il collettivo dopo le sanzioni: A/I è antifascista e anticapitalista e considera la tecnologia uno strumento attraverso cui rendere possibile una comunicazione libera, nella quale la privacy non sia una formula pubblicitaria ma una caratteristica reale dell’infrastruttura. Proprio questa dichiarata collocazione politica viene utilizzata dall’amministrazione americana per costruire una continuità tra il provider, alcuni suoi utenti e le eventuali condotte illegali attribuite a questi ultimi.

È un passaggio estremamente pericoloso perché tende a cancellare distinzioni elementari. Fornire un indirizzo di posta elettronica non significa scrivere i messaggi inviati attraverso quell’indirizzo; ospitare un blog non significa essere l’autore di ogni testo pubblicato; offrire strumenti crittografici non significa conoscere o condividere le attività di chi li utilizza. Nel dossier Il server chiamato “Paranoia”, dedicato alla storia di A/I e alle conseguenze delle sanzioni americane, questa questione emerge con particolare chiarezza: la designazione statunitense tende a confondere fornitore e utente, affinità politica e controllo operativo, tutela della privacy e occultamento di un reato. È precisamente la costruzione di infrastrutture destinate anche ai movimenti radicali a diventare parte dell’accusa.

Qui emerge anche una contraddizione difficilmente aggirabile. Le grandi piattaforme commerciali sono state utilizzate nel corso degli anni da organizzazioni terroristiche, suprematisti bianchi, gruppi criminali, organizzatori di violenze e persino autori di stragi che hanno diffuso attraverso i social immagini delle proprie azioni. Eppure la presenza di quei soggetti su Facebook, Instagram, YouTube o X non ha trasformato automaticamente le società proprietarie delle piattaforme in organizzazioni complici delle attività dei loro utenti. Nel caso di Autistici/Inventati il criterio sembra cambiare: il carattere politicamente orientato dell’infrastruttura e la scelta di offrire servizi a realtà radicali diventano elementi attraverso i quali ricostruire una responsabilità molto più ampia.

La differenza tra A/I e le Big Tech, però, non riguarda soltanto le dimensioni. Riguarda il modello stesso di Internet. Facebook, Instagram, Google e X hanno costruito il proprio potere sulla concentrazione delle infrastrutture e sull’accumulazione dei dati. Possono tollerare anche opinioni radicalmente ostili al sistema economico e politico perché quelle opinioni continuano a circolare dentro ambienti nei quali comportamenti, relazioni, interessi e preferenze diventano informazioni economicamente valorizzabili. Il dissenso non deve necessariamente essere cancellato: può essere profilato, classificato, indirizzato dagli algoritmi e trasformato contemporaneamente in merce e conoscenza sulle persone che lo esprimono.

Autistici/Inventati nasce invece da una concezione opposta della rete. Fin dall’inizio l’obiettivo è stato sottrarre la comunicazione dei movimenti alla dipendenza esclusiva dai provider commerciali, ridurre la raccolta di informazioni identificative, utilizzare crittografia e decentralizzazione, moltiplicare i punti dell’infrastruttura anziché concentrarli. Dopo l’accesso della polizia ai server ospitati da Aruba nel 2004, A/I sviluppò il Piano R*, distribuendo dati e funzioni su macchine collocate in paesi differenti: la perdita o il sequestro di un singolo nodo non avrebbe più dovuto compromettere l’intera rete. La repressione venne incorporata nella progettazione tecnica, trasformando l’esperienza della sorveglianza in un principio di resilienza. L’offensiva statunitense sembra intervenire precisamente sul punto debole di questo modello. Se una rete è stata costruita per sopravvivere al sequestro di un server, invece di sequestrare il server si possono colpire le relazioni economiche e istituzionali che gli permettono di esistere. Il dossier su A/I descrive bene questo passaggio: banche, registrar, data center, fornitori di software e sistemi di pagamento possono diventare altrettanti punti di pressione. L’obiettivo non deve necessariamente essere ottenere le chiavi crittografiche o identificare tutti gli utenti; può essere sufficiente aumentare il costo economico, giuridico e reputazionale di qualsiasi relazione con il soggetto sanzionato.

È qui che le sanzioni mostrano una forma contemporanea di esercizio del potere. Lo Stato definisce il soggetto pericoloso, ma una parte rilevante dell’esecuzione viene trasferita agli intermediari privati. Una banca non ha bisogno di condividere l’analisi politica dell’amministrazione Trump: deve semplicemente chiedersi se mantenere un rapporto con un piccolo collettivo italiano valga il rischio di entrare in conflitto con il sistema finanziario americano. Lo stesso ragionamento può essere fatto da un provider, da un registrar o da una società tecnologica. Nasce così il fenomeno dell’overcompliance: per evitare qualsiasi rischio, le imprese applicano restrizioni persino più estese di quelle strettamente richieste, moltiplicando gli effetti della decisione originaria.

In questo senso la sparizione di autistici.org assume un significato politico che va oltre la vicenda tecnica del dominio. Non significa che Internet sia stata “spenta” da Washington né autorizza ricostruzioni semplicistiche sulla catena delle responsabilità. Mostra però quanto sia vulnerabile anche un’infrastruttura tecnicamente decentralizzata quando deve interagire con un ecosistema globale composto da registri dei domini, sistemi finanziari, società tecnologiche e fornitori sottoposti direttamente o indirettamente all’influenza statunitense. La decentralizzazione dei server può proteggere dalla retata tradizionale; è molto più difficile proteggersi da una forma di isolamento che attraversa contemporaneamente finanza, tecnologia e rapporti commerciali.

Questa dinamica produce inoltre un effetto politico che non richiede la chiusura definitiva di A/I per essere efficace. Una persona può chiedersi se utilizzare un indirizzo del collettivo possa attirare attenzioni indesiderate; un giornalista può diventare più prudente nel contattare determinate fonti; un ricercatore può evitare un archivio; una banca può sottoporre una transazione a controlli aggiuntivi; un piccolo provider può decidere di non ospitare più realtà politicamente controverse. Il dossier parla esplicitamente della possibilità che la designazione produca una propria «sfera di paura»: la repressione funziona così anche attraverso l’incertezza e l’autocensura, senza bisogno di perseguire penalmente ogni singolo appartenente alla comunità interessata.

È questo il punto nel quale la vicenda Autistici/Inventati si salda con la più generale strategia trumpiana contro gli Antifa. Se l’obiettivo fosse esclusivamente reprimere specifici atti violenti, bisognerebbe individuarne gli autori, raccogliere prove e attribuire responsabilità personali. Quando invece il bersaglio si estende a chi offre strumenti di comunicazione, la logica cambia. Non si interviene più soltanto sull’atto illegale, ma sull’ecosistema politico e sociale dentro il quale quell’atto viene collocato. La categoria del terrorismo rischia così di dilatarsi fino a comprendere non soltanto chi compie determinate azioni, ma chi condivide un orientamento politico, chi pubblica determinati materiali e chi rende tecnicamente possibile la comunicazione tra soggetti considerati radicali.

Il precedente dovrebbe quindi interessare molto più degli ambienti anarchici e antifascisti. Il dossier indica esplicitamente il problema per servizi di posta crittografata, VPN, social network federati, archivi comunitari, editori radicali e progetti indipendenti. Se l’affinità politica con alcuni utenti, la protezione della loro privacy e l’hosting di pubblicazioni controverse possono concorrere a trasformare un provider in parte dell’attività attribuita ai suoi utilizzatori, viene messo in discussione un principio fondamentale dell’Internet indipendente: la possibilità di costruire infrastrutture che abbiano un proprio orientamento politico senza essere per questo responsabili penalmente di tutto ciò che transita attraverso di esse.

La questione riguarda dunque anche il rapporto tra democrazia e infrastrutture. La libertà di espressione non consiste soltanto nell’assenza di un poliziotto che impedisca materialmente di parlare. Nel capitalismo digitale la possibilità di prendere parola dipende da server, sistemi di pagamento, domini, motori di ricerca, piattaforme, app store e società private che controllano i principali snodi della comunicazione. Una libertà formalmente riconosciuta può diventare sostanzialmente impraticabile quando chi dovrebbe esercitarla viene escluso dall’infrastruttura necessaria per farlo.

Per questo il caso A/I non può essere ridotto alla difesa corporativa di un piccolo collettivo hacker. Autistici/Inventati rivendica di non essere neutrale, e proprio questo rende la questione ancora più importante. In una società democratica essere antifascisti, anticapitalisti o antimilitaristi deve poter costituire una posizione politica radicale senza trasformarsi per questo in una categoria antiterroristica. Allo stesso modo, costruire tecnologie coerenti con quelle convinzioni — non commerciali, rispettose della privacy, sottratte alla profilazione — non può diventare di per sé la prova di una complicità criminale.

Il punto non è sostenere che qualsiasi attività compiuta attraverso un’infrastruttura indipendente debba essere sottratta alla legge. È esattamente il contrario: se esiste un reato, deve essere individuato, provato e attribuito a chi ne porta la responsabilità, con tutte le garanzie di un procedimento giudiziario. Trasformare invece l’intera infrastruttura in un soggetto terrorista perché alcuni utenti sono accusati di determinate condotte significa sostituire alla responsabilità personale una responsabilità politica per appartenenza, prossimità o affinità. Ed è proprio questo passaggio che rende il caso Autistici/Inventati un precedente da contrastare ben oltre i confini della sua comunità.

La posta in gioco, in definitiva, non è soltanto se A/I riuscirà a conservare i propri domini, i propri strumenti finanziari e la propria capacità tecnica. È se continuerà a esistere uno spazio nel quale sia possibile costruire mezzi di comunicazione indipendenti senza consegnarli alle grandi corporation e senza essere assimilati alle eventuali condotte illegali di chi li utilizza. La guerra di Trump contro gli Antifa sta mostrando che la criminalizzazione del dissenso può procedere anche senza mettere fuori legge formalmente un’idea: può colpirne le reti, renderne costose le relazioni, spaventare gli intermediari e restringere progressivamente le condizioni materiali della sua esistenza. È una forma di repressione meno spettacolare di una retata, ma proprio per questo potenzialmente più profonda.

da qui

 

 

Autistici/Inventati, il collettivo italiano sanzionato da Trump chiude: “Temiamo conseguenze penali e finanziarie per le nostre comunità” – Alessandro Mantovani

 

Dopo 25 anni di attività, A/I è finito nella lista nera antiterrorismo dell'Ofac, l'Office of Foreign Assets Control dell'amministrazione Usa, perché avrebbe fornito “supporto materiale” a persone e gruppi antifascisti, anticapitalisti e radicali già indicati unilateralmente come “terroristi” dagli stessi Stati Uniti

 

Non è una resa, ha l’aria di una ritirata strategica. Il collettivo di attivisti digitali italiani Autistici/Inventati (A/I), che per 25 anni ha offerto servizi internet gratuiti e riservati in mezzo mondo, ha sospeso le sue attività domenica 6 settembre dopo le sanzioni statunitensi che l’hanno colpito il 26 agosto. “Ogni giorno in cui siamo rimaste online a partire dal 26 agosto è stata una vittoria, ma noi dobbiamo fermarci oggi”, si legge in un comunicato. A/I è finito nella lista nera antiterrorismo dell’Ofac, l’Office of Foreign Assets Control dell’amministrazione Usa, perché avrebbe fornito “supporto materiale” a persone e gruppi antifascisti, anticapitalisti e radicali già indicati unilateralmente come “terroristi” dagli stessi Stati Uniti. In particolare il movimento “Antifa” Usa, già sanzionato nel 2025 dall’amministrazione Trump, ma anche Palestine Action e il Pkk curdo e altri, colpiti ai sensi dell’Executive Order 13224, la normativa antiterrorismo che seguì gli attentati dell’11 settembre 2001.

E’ un salto di qualità inquietante, di questo passo chiunque potrà essere colpito perché ha rapporti con chi non piace all’amministrazione Usa, che di fatto o di diritto controlla il sistema bancario di tutto il mondo occidentale. In Italia Banca Etica, con una scelta molto contestata, ha chiuso unilateralmente il conto corrente di A/I. Impossibile accedere a qualche decina di migliaia di euro depositati e quindi anche pagare i fornitori. Nessuna reazione dal governo italiano e dall’Unione europea in difesa di liberi cittadini che non sono accusati di alcun reato nel nostro Paese. Non ci sono concrete possibilità di ricorso giudiziario neppure negli Usa: almeno in parte le accuse sono destinate a rimanere segrete.

Autistici/Inventati nacque nel 2001 accanto al nodo italiano di Indymedia, l’Indipendent media center che in quegli anni al di là e al di qua dell’Atlantico accompagnava le mobilitazioni altermondialiste che subirono la sanguinosa repressione del G8 di Genova. Secondo le informazioni circolate in questi giorni A/I ospitava o gestiva oltre 16 mila caselle e-mail cifrate e protette, circa 10 mila blog molti dei quali sulla piattaforma Noblogs.org, oltre 7 mila siti web e spazi di hosting autogestiti, migliaia di mailing list e newsletter per lo più di collettivi, associazioni e movimenti civili, ma era utilizzato anche da migliaia di privati cittadini che semplicemente non intendono consegnare la propria privacy online ai colossi della rete.

La scelta di chiudere mira innanzitutto a tutelarli: ”Per noi restare umani non è un semplice slogan”, scrive il Collettivo A/I. “Significa che, prima di tutto, sono le utenti, le persone che costruiscono le reti umane a cui ci appoggiamo e le comunità che ci hanno inondato di messaggi e di amore e solidarietà, che devono essere tutelate. Non possiamo accettare – si legge nel comunicato – uno scontro o prestarci a strumentalizzazioni che mettano in pericolo le loro vite, le vite dei loro cari, lasciandole alla mercé di autocrati, fascisti e agenzie che agiscono per vie extra-legali. La concreta possibilità di poter essere la causa di conseguenze penali o finanziarie per qualcuno che ci è vicino, o che anche solo interagisce con noi non ci permette altre scelte. Nessuna di noi ha simpatia per i gesti eroici e men che meno per i martiri, quindi non ne faremo e non ne chiederemo. In questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti, e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità. In un mondo di accuse slegate dai fatti non possiamo che aspettarci un’ulteriore repressione sproporzionata. Questo ci mette di fronte all’impossibilità di mantenere il nostro progetto originario: offrire strumenti sicuri e non mercificati”.

E ancora, scrive A/I: “Sono stati 25 anni bellissimi. Sono stati una ‘bella storia’. Ora mollate il pc, uscite, lottate, abbracciatevi e non perdete il sorriso. Perché noi ci fermiamo. Ma la resistenza e le idee no. Restiamo umani. A brevissimo spiegheremo come salvare il contenuto dei blog, mail, siti e altri suggerimenti di tipo tecnico. Tenete comunque sempre presente che, così come è stato chiuso senza alcun preavviso il dominio autistici.org, nel frattempo potrebbero esserci altri problemi del genere che non siamo in grado di prevedere”.

da qui

 

Gli Stati Uniti dichiarano terrorista Autistici/Inventati: ora nel mirino c’è l’infrastruttura del dissenso

Washington inserisce il collettivo italiano nella lista dei terroristi globali insieme a Palestine Action e Masar Badil. Non viene criminalizzato soltanto chi protesta: diventano bersaglio anche gli strumenti digitali che permettono ai movimenti di comunicare fuori dal controllo delle grandi piattaforme.

 Il governo degli Stati Uniti ha deciso che Autistici/Inventati è un’organizzazione terroristica globale. Non è una provocazione, né l’iperbole di qualche giornale: il 26 agosto il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del Tesoro hanno inserito il collettivo italiano nella lista degli Specially Designated Global Terrorists, applicando l’Executive Order 13224, lo strumento costruito all’indomani dell’11 settembre per colpire economicamente organizzazioni e soggetti accusati di terrorismo.

Con Autistici/Inventati vengono colpiti Palestine Action, già proscritta come organizzazione terroristica nel Regno Unito, e Masar Badil, movimento palestinese transnazionale che Washington considera collegato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Per Autistici/Inventati le conseguenze sono pesantissime: beni e interessi patrimoniali sottoposti alla giurisdizione statunitense vengono bloccati e alle persone statunitensi è generalmente vietato intrattenere transazioni con il collettivo. L’OFAC ha contemporaneamente previsto una licenza temporanea per consentire la cessazione ordinata delle transazioni esistenti.

Ma è soprattutto la motivazione politica del provvedimento a meritare attenzione.

Per Washington, Autistici/Inventati sarebbe parte dell’infrastruttura internazionale del cosiddetto “terrorismo di estrema sinistra”. Il Tesoro americano sostiene che i suoi servizi digitali – posta elettronica cifrata, hosting, chat, videoconferenze, blog e altri strumenti per la comunicazione protetta – siano stati messi a disposizione di organizzazioni e gruppi considerati estremisti o terroristici. Il Dipartimento di Stato arriva a descrivere A/I come un nodo tecnologico utilizzato da reti antifasciste, anarchiche e marxiste per comunicare, organizzarsi e diffondere materiali.

Il salto di qualità è evidente. Non si colpisce soltanto chi viene accusato di avere commesso un determinato atto. Si colpisce chi mette a disposizione l’infrastruttura attraverso cui soggetti politici comunicano.

È una differenza enorme. Autistici/Inventati nasce nel 2001 e da venticinque anni fornisce strumenti di comunicazione indipendente, privacy e autodifesa digitale a movimenti, collettivi, associazioni e singole persone. Il progetto gestisce migliaia di caselle di posta, siti, mailing list e blog e rappresenta una delle esperienze più longeve dell’autogestione digitale italiana. La sua funzione è sempre stata esattamente quella che oggi viene trasformata in elemento d’accusa: consentire a realtà politiche e sociali di sottrarre almeno una parte della propria comunicazione alla sorveglianza commerciale e statale.

Il governo statunitense sostiene che alcuni di questi strumenti siano stati utilizzati anche da gruppi responsabili di sabotaggi e azioni violente. Ma è proprio qui che si apre una questione enorme. Fornire un’infrastruttura di comunicazione significa essere responsabili delle attività di chi la utilizza? E soprattutto: fino a che punto la disponibilità di strumenti cifrati, hosting indipendente e anonimato digitale può essere trasformata in “supporto materiale” al terrorismo?

La risposta fornita dall’amministrazione statunitense è inquietante perché tende a cancellare la distinzione tra infrastruttura e utilizzatore, tra strumento e comportamento, tra possibilità tecnica e responsabilità penale.

È la stessa logica che, applicata coerentemente, potrebbe trasformare qualsiasi servizio di comunicazione in corresponsabile delle attività compiute dai propri utenti. La differenza, evidentemente, sta nella selezione politica del bersaglio. Autistici/Inventati non è una multinazionale tecnologica: è un’infrastruttura autogestita, antifascista, anticapitalista e antimilitarista che rivendica apertamente la propria collocazione politica.

Ed è precisamente questa collocazione a essere messa sotto accusa.

Il linguaggio utilizzato dall’amministrazione americana non lascia molti dubbi. Il segretario al Tesoro Scott Bessent parla esplicitamente di “estremisti di estrema sinistra, loro coperture e loro facilitatori”, mentre la strategia antiterrorismo statunitense del 2026 ha inserito il terrorismo violento di estrema sinistra tra le principali minacce per gli Stati Uniti. Il provvedimento contro A/I si colloca quindi dentro una strategia più vasta: costruire una categoria transnazionale del nemico interno nella quale antifascismo radicale, anticapitalismo, solidarietà palestinese e alcune forme di conflitto sociale possono essere progressivamente ricondotte alla grammatica dell’antiterrorismo.

Non è casuale che nello stesso provvedimento finiscano Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil. Realtà profondamente differenti vengono riunite sotto la stessa categoria politica e sicuritaria. Il denominatore comune non è una struttura organizzativa condivisa, ma l’essere collocate dall’amministrazione statunitense dentro un’area internazionale di opposizione radicale all’ordine politico occidentale e, in particolare per due delle organizzazioni colpite, di sostegno alla causa palestinese.

È un processo che conosciamo bene anche in Europa. Prima si allarga semanticamente la categoria di terrorismo; successivamente si anticipa sempre più la soglia della punibilità; infine si criminalizzano non soltanto gli atti ma le parole, le relazioni, gli strumenti, le infrastrutture che rendono possibile il conflitto politico.

È lo stesso paradigma che abbiamo visto avanzare in Italia con il decreto sicurezza del 2025 e con l’introduzione di fattispecie che spostano l’intervento penale molto prima della commissione di un fatto concreto. È il terreno del “terrorismo della parola”: non serve più necessariamente un’azione, perché diventano penalmente significativi il possesso di un materiale, la diffusione di un contenuto, l’espressione di solidarietà, l’appartenenza a una determinata rete politica.

Con Autistici/Inventati assistiamo a un passaggio ulteriore: il terrorismo dell’infrastruttura.

Non soltanto chi parla, ma chi permette di parlare. Non soltanto chi organizza una protesta, ma chi mette a disposizione gli strumenti attraverso cui quella protesta può organizzarsi. Non soltanto chi pubblica un comunicato, ma l’infrastruttura digitale che lo ospita.

È difficile non cogliere la portata di questo precedente in un’epoca nella quale una parte enorme della comunicazione politica passa attraverso piattaforme controllate da poche multinazionali. La possibilità di disporre di server indipendenti, comunicazioni cifrate e piattaforme non commerciali non è un vezzo tecnologico: costituisce una delle condizioni materiali dell’autonomia dei movimenti sociali.

Colpire quelle infrastrutture significa quindi intervenire direttamente sulle condizioni che rendono possibile l’organizzazione politica indipendente.

Autistici/Inventati ha respinto integralmente le accuse, riaffermando il proprio impegno nel fornire strumenti di autodifesa digitale che consentano ad attivisti, persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. Nella dichiarazione diffusa dopo la notizia, il collettivo sintetizza la questione in poche parole: «L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo».

Ed è precisamente questo il punto.

La questione non consiste nel sostenere che qualsiasi comportamento compiuto da chi utilizza piattaforme militanti sia automaticamente legittimo. La questione è impedire che la responsabilità per singoli comportamenti venga estesa a interi ambienti politici e alle infrastrutture che ne consentono l’esistenza.

Perché il paradigma che sta prendendo forma è perfettamente riconoscibile: dal reato alla persona, dalla persona alla rete, dalla rete all’infrastruttura. È l’antiterrorismo che progressivamente smette di essere uno strumento eccezionale contro fatti eccezionali e diventa una tecnica ordinaria di governo del conflitto.

Per questo quanto accaduto ad Autistici/Inventati non riguarda soltanto un piccolo collettivo italiano di hacker e attivisti digitali. Riguarda la possibilità stessa di costruire spazi autonomi di comunicazione, organizzazione e dissenso. E proprio per questo sarebbe un grave errore considerarlo soltanto un problema loro.


Il comunicato del Collettivo:

Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle del Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso.

Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivist*, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. 

Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra. 

L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità. 

Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri”

da qui

martedì 30 giugno 2026

La vittoria di Prosfygika: dopo una lotta fra la vita e la morte

 

Prosfygika, Aristotelis Chantzis ricoverato dopo 138 giorni di sciopero della fame

da Osservatorio Repressione



Pesa appena 35 chili, non riesce più a stare in piedi e ha difficoltà a parlare. Mentre la sua vita è appesa a un filo, Amnesty International, l’ONU e il Parlamento europeo chiedono di fermare lo sgombero della storica comunità autogestita di Atene.

C’è un uomo che sta morendo nel cuore dell’Europa. Si chiama Aristotelis Chantzis, vive nella comunità autogestita di Prosfygika, ad Atene, e da 138 giorni rifiuta il cibo per impedire che quattrocento persone vengano cacciate dalle loro case. Il 22 giugno è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Georgios Gennimatas dopo aver manifestato gravi sintomi neurologici.

Le sue condizioni sono drammatiche. Pesa appena 35 chilogrammi, ha perso il 44% del proprio peso corporeo, presenta un indice di massa corporea di 13,3, soffre di edemi agli arti inferiori, non riesce più a stare in piedi e ha difficoltà a parlare. Nei giorni precedenti il suo stato di salute era precipitato: episodi di ipotensione, tachicardia, forti vertigini, disturbi del sonno, anomalie elettrocardiografiche che possono provocare aritmie fatali, problemi neurologici e metabolici, ipoglicemia, alterazioni epatiche e sintomi compatibili con la denutrizione estrema.

Il gruppo di medici solidali che lo segue non usa mezzi termini: ogni ventiquattro ore che passano aumentano i rischi cardiovascolari e metabolici e le complicazioni potenzialmente mortali. Eppure Aristotelis non intende interrompere lo sciopero della fame finché le richieste della comunità non saranno accolte. A rendere ancora più inquietante la vicenda è quanto accaduto al suo arrivo in ospedale. Secondo quanto denunciato dalla comunità di Prosfygika, i neurologi di turno avrebbero inizialmente rifiutato di visitarlo, mentre alla polizia sarebbe stato consentito di entrare nel reparto di emergenza. Una situazione definita “inaccettabile” dagli abitanti del quartiere, che si sono immediatamente radunati davanti all’ospedale in segno di solidarietà.

Dietro questo corpo consumato dalla fame c’è una battaglia che riguarda molto più di un singolo quartiere di Atene.

Prosfygika è un complesso di edilizia popolare costruito nel 1933 per ospitare i profughi dell’Asia Minore. Negli ultimi quindici anni, dopo decenni di abbandono da parte dello Stato greco, è diventato una delle più importanti esperienze di autogestione e mutualismo del Mediterraneo. Oggi ospita oltre quattrocento persone: rifugiati, migranti, famiglie a basso reddito, anziani, persone con patologie croniche, donne e più di cinquanta bambini. La comunità ha costruito ventidue strutture sociali autorganizzate dedicate alla distribuzione del cibo, all’assistenza sanitaria, all’infanzia, all’istruzione e al sostegno alle donne. Vi sono una farmacia sociale, spazi educativi, cucine solidali, una biblioteca e persino alloggi per pazienti oncologici e i loro familiari.

Tutto questo rischia di essere cancellato.

Nel giugno 2025 la Regione dell’Attica ha approvato un accordo per la “ristrutturazione” di quattro blocchi abitativi di Prosfygika, inizialmente finanziato con fondi europei e successivamente sostenuto da risorse regionali. Il progetto prevede, però, lo sgombero dell’intera comunità. I residenti denunciano che il piano descrive gli edifici come “vuoti”, cancellando deliberatamente l’esistenza delle centinaia di persone che vi abitano. Nessuna garanzia concreta di rialloggio è stata presentata. Secondo gli abitanti e i giuristi che li sostengono, il progetto viola il diritto all’abitazione, il principio di non discriminazione, il diritto alla dignità e alla tutela della casa. Vengono inoltre contestate numerose irregolarità: dubbi sulla proprietà degli edifici, modifiche al piano originario, problemi nelle procedure di finanziamento e incompatibilità con i vincoli storici e architettonici del complesso, riconosciuto come monumento protetto per il suo valore storico e per l’architettura Bauhaus.

La vicenda ha ormai assunto una dimensione internazionale.

Amnesty International Grecia ha chiesto la sospensione immediata del piano di sgombero. Il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’abitazione adeguata ha aperto un dossier sul caso. Il Consiglio comunale di Atene ha adottato una risoluzione per fermare la procedura di riqualificazione e avviare una consultazione pubblica. Quattro interrogazioni sono state già presentate al Parlamento greco e il Centro per i Diritti Umani dell’Università di Padova ha aperto uno studio formale sulla vicenda. Una delegazione di Prosfygika si è inoltre recata a Bruxelles, ottenendo il sostegno di oltre venti eurodeputati. Nonostante ciò, le autorità regionali hanno finora ignorato tutte le richieste di dialogo e si sono rifiutate persino di discutere la questione nel Consiglio regionale dell’Attica.

Le richieste degli scioperanti sono semplici e precise: revoca immediata del contratto di riqualificazione, garanzia che tutti i residenti possano restare nelle proprie case e riconoscimento del progetto di restauro autogestito elaborato dalla comunità stessa, senza utilizzare denaro pubblico per un’operazione che porterebbe alla sua distruzione.

La lotta di Aristotelis Chantzis e di Prosfygika parla all’intera Europa. Parla di cosa accade quando la rigenerazione urbana diventa sinonimo di espulsione sociale, quando le città vengono trasformate in spazi di rendita e chi costruisce solidarietà e mutualismo viene considerato un ostacolo da rimuovere.

Ma soprattutto pone una domanda politica e morale che non può più essere ignorata: quanta sofferenza e quanta vita umana sono disposte a sacrificare le istituzioni europee e greche per cancellare un’esperienza di autogestione che da anni offre casa, cura e dignità a centinaia di persone?

Mentre Aristotelis Chantzis lotta tra la vita e la morte in un letto d’ospedale, la risposta a questa domanda non può più essere rinviata.

da qui


La vittoria di Prosfygika: dopo una lotta fra la vita e la morte

di Mikis Mavropulos e Comunità di Prosfygika Occupati

Negli ultimi 5 mesi, si è svolta una lotta sovrumana tra la vita e la morte, per difendere Prosfygika di via Alexandra dallo sgombero, dallo spostamento forzato e dallo smantellamento del più grande progetto autogestito di edilizia sociale, solidarietà e pubblica utilità in Grecia e in Europa.

In prima linea δι questa lotta ci sono stati il ​​compagno Aristotelis Chantzis (in sciopero della fame dal 5/2/2026) e la compagna Suzon Doppagne (in sciopero della fame dal 1/5/2026).

È una lotta che si è vinta fin dall’inizio, perché l’unica lotta persa è quella che non è mai stata combattuta. È una battaglia giusta, altruistica e collettiva, non solo per i circa 400 residenti di Prosfygika, ma per l’intera società. Per tutti noi. Per il diritto alla casa, la vita, la dignità, il diritto delle persone di organizzarsi, di auto-organizzarsi, di dare un senso alla propria vita-designare la propria vita in tempi bui.

Il Comune di Atene ha emanato la sua seconda decisione, che da un lato rappresenta una lapide per il piano Hardalia, già fallito sotto ogni aspetto – tecnico, politico, economico – e dall’altro copre in gran parte le nostre giuste ed evidenti rivendicazioni, in base alle proprie possibilità:

1. Ha chiesto alla Regione dell’Attica di sospendere l’attuazione della decisione di riqualificare la Comunità di Prosfygika, ad Atene, e, al contempo, alla Comunità di Prosfygika di interrompere lo sciopero della fame.

2. Ha riconosciuto la Comunità dei Prosfygika, da un lato, come entità autonoma e soggetto sociale collettivo e, dall’altro, come interlocutore alla pari con un ruolo decisivo in qualsiasi futuro sforzo di riabilitazione di Prosfygika.

3. Ha accettato che tutti i residenti di Prosfygika rimarranno nelle loro case e che, anche in caso di lavori di restauro, si trasferiranno all’interno del quartiere, accettando quindi il restauro parziale degli edifici che proponiamo.

Sulla base di quanto sopra, come Comunità, ieri, mercoledì 24 giugno, abbiamo discusso con gli scioperanti della fame Aristo e Suzon e abbiamo deciso collettivamente di sospendere lo sciopero della fame e di continuare la lotta parallela con altri mezzi, fino alla definitiva vittoria.

L’esito positivo della lotta finora e il soddisfacimento della maggior parte delle nostre richieste ci permettono di concludere lo sciopero della fame con successo e quindi di non rischiare di perdere due persone preziose per noi e per l’intera società, ma anche di non gravare con delle morti un movimento e gente che o non ha familiarità con le lotte di sacrificio o considera questa lotta già vinta.

PER PROFYGIKA – PER LA VITA – PER LA DIGNITÀ !

LA LOTTA CONTINUA !

O VINCEREMO O VINCEREMO !

Comunità di Profygika Occupati

Michele Mavropulos

da qui