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sabato 6 settembre 2025

Stati Uniti: arrestati per dissenso! - Elisabetta Grande

 

Quanto nell’era Trump la pura forza bruta si stia dispiegando senza freni contro chiunque si ponga come ostacolo ai piani del governo è parso drammaticamente evidente venerdì 9 maggio, quando gli agenti dell’Immigration and Custom Enforcement (ICE) hanno arrestato il sindaco di Newark, in New Jersey, per aver osato protestare contro l’apertura e l’uso di un centro di detenzione privato per migranti, illegale in base alle regole dello Stato del New Jersey e della città. Insieme ad alcuni rappresentanti al Congresso federale e ad altri esponenti della società civile, il sindaco Ras Baraka era davanti ai cancelli per dimostrare la propria contrarietà all’uso da parte del governo federale della struttura, data di recente in appalto per la gestione dei migranti a una delle più grandi e famigerate società private del mondo della carcerazione, la GEO – un tempo Wackenhut – Corporation. Aperta per contenere e deportare – secondo i piani governativi – 1000 migranti alla volta, il centro è però in contrasto tanto con una legge dello Stato del New Jersey, firmata dal governatore Phil Murphy quattro anni fa (che proibisce l’apertura di centri privati di detenzione per migranti) quanto con i regolamenti cittadini (che prevedono permessi e controlli non rispettati dal centro in questione). La controffensiva federale all’espressione pacifica del più che legittimo dissenso da parte del sindaco è consistita nel suo arresto per violazione di domicilio del centro privato (trespass), nel quale peraltro il sindaco non pare però avesse messo piede. L’obiettivo di un simile uso sconsiderato della forza bruta da parte dell’amministrazione Trump è evidente. Si tratta di reprimere con la paura il dissenso nei confronti dell’operato del Governo, che in questo caso riguarda l’immigrazione, ma che ovviamente potrà nel tempo riguardare qualsiasi altro campo.

L’arresto del sindaco di Newark, fa d’altronde il paio con un altro arresto eccellente, come il primo senza precedenti: quello della giudice di contea di Milwakee (Wiscounsin), Hannan Dugan, colpevole di non aver permesso agli agenti dell’ICE di arrestare un imputato chiamato a dibattimento di fronte a lei. Le regole dell’amministrazione locale impongono, infatti, alla polizia – e per estensione ai giudici – di collaborare con gli agenti federali nell’apprensione del migrante solo se c’è un mandato giudiziario e non soltanto amministrativo, come invece era avvenuto nel caso in questione. L’accusa di fronte al giudiziario federale di ostruzione all’attività dell’ICE e di occultamento di un individuo, nonché il plateale arresto della giudice qualche giorno dopo l’accaduto, sono anche in questo caso gli strumenti di deterrenza usati dall’amministrazione Trump per piegare e terrorizzare chiunque – giudici, amministratori locali o cittadini – abbia in mente di opporsi al disegno di deportare in massa i migranti, legalmente o illegalmente poco importa.

«Più di 77 milioni di Americani hanno dato al presidente il mandato di deportare i criminali migranti illegali» ha detto Kush Desai, portavoce della Casa Bianca, rivendicando il potere politico del presidente di liberarsi da qualsiasi vincolo il sistema giuridico possa imporgli, siano esse leggi ordinarie o costituzionali, locali, statali o federali. «Chi salva l’America, non può violare la legge» aveva peraltro affermato Trump poco dopo la sua elezione e il tema dell’immigrazione si presenta quale ottimo terreno per sondare la reale possibilità di dichiararsi legibus solutus.

È in questo quadro che si inserisce il suo secondo executive order volto a togliere i fondi federali a tutti i comuni che si dichiarino sanctuary city, ossia che si rifiutino di collaborare con il governo federale nell’apprensione dei migranti, emanato quattro giorni dopo che il primo era stato bloccato da un giudice federale e quindi nuovamente bloccato dallo stesso, perché solleva il dubbio che serva «per costringere incostituzionalmente le città e le counties (e altre giurisdizioni analoghe) a cambiare le proprie politiche per conformarsi alla preferenze dell’amministrazione Trump».

Si tratta di un duro scontro fra l’amministrazione federale e i limiti provenienti dalla rule of law, che Trump ha messo pesantemente in atto anche a livello federale. Ne sono esempi lampanti le minacce di impeachment al giudice James E. Boasberg, che aveva osato ordinare all’amministrazione Trump di non far partire e poi riportare indietro 200 Venezuelani inviati senza giusto processo nel famigerato CECOT, prigione salvadoregna nota per i suoi metodi contrari ai diritti fondamentali degli individui; o la presa in giro da parte dell’amministrazione Trump della stessa decisione della Corte Suprema che aveva richiesto che fosse facilitato il ritorno di uno di essi, riconosciutamente inviatovi per errore. «Certo» – hanno detto gli avvocati dell’amministrazione alla giudice del Maryland che chiedeva loro l’ottemperanza di quella pronuncia – «se si presenterà al confine faciliteremo senz’altro il suo rientro!».

Senza giusto processo, nonostante un orientamento costante della Corte Suprema federale che legge la formula del quinto emendamento della Costituzione – secondo cui nessuno può essere privato della libertà, della proprietà e della vita without a due process of law – come applicabile a tutti, non cittadini compresi, sono stati deportati in tanti, perfino dei bimbi cittadini. Gli arresti e le detenzioni in orridi centri di rimpatrio senza giustificazione e spiegazione (se non il ricorso a un oscura legge del 1952 che consentirebbe al Segretario di Stato di espellere chiunque venga considerato pregiudizievole per i rapporti di politica estera del governo) dei tanti studenti che – come Ozturk o Kahlil, in possesso di un regolare visto o addirittura di un permesso di residenza permanente – hanno protestato pacificamente ed espresso indignazione per la carneficina in atto a Gaza, rappresentano un altro atto di forza per reprimere il dissenso e terrorizzare chi osi criticare od opporsi alle politiche di un presidente che in quanto votato dal popolo ritiene per questo di non avere limiti.

In molti si domandano ormai dove sia finito quel sistema americano che si è sempre presentato come paladino delle libertà individuali e del free speech. Ciò tanto più a fronte delle dichiarazioni di Stephen Miller che, al grido di un colpo di stato dei giudici che non lascerebbero fare al presidente e alla sua amministrazione il loro mestiere, minaccia addirittura l’eliminazione dell’habeas corpus, la fondamentale e ancestrale garanzia che nel mondo di common law assicura agli individui il controllo giurisdizionale sulla legittimità della loro detenzione. Così mentre Trump inveisce su X contro chi intende ricondurlo all’interno dei limiti della rule of law («le nostre Corti non mi lasciano fare il lavoro per il quale sono stato eletto»), la sua amministrazione rilancia dichiarandosi libera di deportare i migranti ovunque, anche in Libia, senza previo avviso né esplicita approvazione di un giudice, sia pur dell’immigrazione (parte non del giudiziario ordinario, bensì di quello amministrativo alle dipendenze del dipartimento di giustizia), purché assicurino di non torturali.

E mentre la deportazione all’inferno senza giusto processo pare a Trump il modo migliore per assolvere al suo mandato presidenziale, la più antica democrazia costituzionale del mondo si avvia a subire una virata autoritaria in cui nessuno può più sentirsi al sicuro. «Quando viene tolto a qualcuno il fondamentalissimo diritto della libertà, quella persona ha diritto almeno a un processo minimo; altrimenti, tutti noi rischiamo di essere detenuti — e forse deportati — perché qualcuno nel governo pensa che non dovremmo essere qui» scrive in proposito il giudice Vilardo del distretto federale di New York.

da qui

lunedì 7 febbraio 2022

L’Ucraina, gli Stati Uniti e l’industria bellica - Elisabetta Grande

  

Recentemente Tucker Carlson, popolarissimo conduttore del canale di destra Fox News e fiero sostenitore di Trump, nel dialogare con Mike Turner – il più importante repubblicano all’interno dello House Intelligence Committee, nonché uno dei 15 firmatari della lettera indirizzata a Joe Biden con cui si richiede un’immediata azione a sostegno dell’Ucraina contro la Russia – ha preso una netta posizione contro lo sbandierato necessario intervento militare degli Stati Uniti in Ucraina (https://www.mediaite.com/tv/tucker-carlson-mike-turner-argue-over-ukraine/). Perché mai dovremmo impegnare i nostri ragazzi in un’operazione di difesa di un territorio che la stragrande maggioranza degli americani neppure sa identificare su Google maps? Non ci è bastata la recente vergognosa ritirata dall’Afghanistan? Per quale ragione dovremmo stare dalla parte dell’Ucraina e non della Russia, giacché avere dalla propria parte la Russia significa avere un possibile alleato contro la vera minaccia per gli Stati Uniti, rappresentata dalla Cina?

Si tratta di domande di buon senso, che riflettono una visione della geopolitica appartenente all’“uomo di strada”, lontana da quelle convenienze che muovono una guerra che nulla hanno a che vedere con gli interessi dei popoli. «L’Ucraina è una democrazia. La Russia, invece, è un regime autoritario che sta cercando di imporre il suo volere su una democrazia validamente eletta in Ucraina e noi siamo dalla parte della democrazia», risponde Turner, riesumando la solita vecchia retorica degli Stati Uniti investiti del compito di tutori dell’ordine democratico mondiale, che dall’Afghanistan, alla Libia e all’Iraq ha giustificato le ultime guerre statunitensi rivelatesi palesemente insulse. Carlson lo incalza: «Quindi la lezione impartita dai 20 anni in Afghanistan e dalla tragica, vigliacca e controproducente ritirata da lì è che abbiamo bisogno di più truppe in Ucraina?». Successivamente intervistato circa la ragione per la quale secondo lui i falchi del GOP in Parlamento vogliono la guerra, sosterrà: «Io non credo che siano tutti a libro paga di Raytheon, sono solo in pilota automatico. Sono vittime di idee zombie che non hanno mai saputo rivedere» (https://www.nytimes.com/2022/01/26/us/politics/tucker-carlson-russia-ukraine.html ).

Tucker Carlson non vuole insomma dire ciò che pubblicamente è inopportuno, anche se vi fa espressamente cenno. Sia pure non tutti direttamente a libro paga di Raytheon Technologies o di Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman e General Dynamics – ossia delle poche società che monopolizzano il mercato delle armi e della tecnologia militare per la difesa – la verità è, infatti, proprio che i parlamentari statunitensi non fanno ormai più da tempo gli interessi dei loro elettori, ossia degli uomini e delle donne di strada, ma solo e sempre quelli delle grandi multinazionali, che in un sistema di potere a scatole cinesi ne determinano la riuscita elettorale, di destra o di sinistra che essi siano. Non c’è pertanto Congressperson che risponda davvero alle esigenze dei cittadini statunitensi. Essi rispondono a quelle dei loro big donors, che devono rincorrere senza sosta, soprattutto se deputati nella House of Representatives, dato il ridottissimo scarto temporale della loro possibile rielezione (due anni). Da quando la Corte Suprema, con il famoso caso Citizen United del 2010, ha inoltre stabilito che le persone giuridiche, che si esprimono attraverso il denaro, esercitano il loro free speech attraverso i soldi e hanno quindi il diritto di immetterne illimitatamente nelle campagne elettorali, il peso dei corporate donors è divenuto esagerato. È per questo che la prospettiva dei parlamentari e della gente comune (ossia quella nelle cui scarpe Tucker Carlson si è messo per un momento, anche se a sua volta per tornaconti politici come si dirà) divergono enormemente ed è per questo che, per convincere la seconda della bontà delle loro scellerate decisioni di guerra, i primi devono mettere in piedi retoriche di buonismo internazionale sempre più spinte insieme ad allarmi di aggressioni russe chimiche o addirittura nucleari a Kiev, in modo da persuadere altrimenti recalcitranti uomini e donne di strada che si tratta di una scelta obbligata. Certo dopo le armi di distruzione di massa rivelatesi inesistenti in Iraq, il disastro civile libico seguito all’assassinio di Gheddafi e la mancata esportazione della fantomatica democrazia in Afghanistan, si tratta di un’impresa che potrebbe rivelarsi non facile. Tanto più che non più tardi di cinque mesi fa, a seguito della débacle afgana, il presidente Biden aveva categoricamente dichiarato finita l’era dell’uso del potere militare statunitense per ricostruire gli altri paesi (“to remake other countries”) (https://www.nytimes.com/2021/08/31/us/politics/biden-defends-afghanistan-withdrawal.html).

Gli interessi della potentissima industria bellica chiamano però a raccolta i loro debitori in Parlamento, diretti o indiretti che siano, democratici e repubblicani, ed essi rispondono tendenzialmente compatti. Joe Biden, che finora non è riuscito a fare nulla perché quegli stessi interessi non glielo hanno consentito (si pensi a Joe Manchin che, al servizio dei grandi donors, ha bloccato ogni iniziativa del programma Build Back Better che andasse a favore dei più deboli della società https://www.commondreams.org/news/2022/01/29/manchin-gets-thousands-gop-megadonor-after-tanking-bbb) ne ricava l’immagine di chi porta finalmente avanti una politica condivisa e di successo, che supera le polarizzazioni che la affliggono come mai prima d’ora.

Che questo fosse il destino era d’altronde evidente già nel momento in cui, nel dicembre dello scorso anno, il Congresso votava un budget militare, ad avventura in Afghanistan ormai conclusa, di ben 768.2 miliardi: una cifra assai superiore non solo rispetto all’anno precedente (ammontante a 705.4 miliardi), ma addirittura più alta rispetto ai circa 740 miliardi richiesti dallo stesso Biden. I voti accordati a quello stanziamento la dicono lunga sull’accordo bipartisan circa le future guerre a vantaggio dell’industria bellica: se alla Camera i voti erano stati 363 contro 70, in Senato i favorevoli erano addirittura stati 89 contro 10. Il solito meccanismo della riconoscenza verso i big donors, che come mai prima hanno contribuito nel 2020 alla riuscita di Biden (con i Super PAC’s, ma anche con le cosiddette dark money https://www.nytimes.com/2022/01/29/us/politics/democrats-dark-money-donors.html ), aveva peraltro già da subito portato alla segreteria di Stato, al vertice della National Intelligence e al Pentagono, uomini e donne legati all’industria bellica per via di quel gioco delle revolving door fra Governo e grandi corporation, che consente ai poteri economici di dominare la politica. Si pensi a Tony Blinken, scelto da Biden come segretario di Stato, noto per aver sempre abbracciato la linea interventista più dura possibile in materia di politica estera, dalle invasioni in Afghani­stan e in Iraq all’operazione in Libia, fino alla richiesta di pesanti interventi militari contro la Siria. Uscito dall’amministrazione Obama, forte della sua esperienza governativa, nel 2018 aveva co-fondato una società di consulenza, la WestExec Advisors, che offre i propri servizi alle più importanti società di high tech, aerospaziali e in generale del settore militare privato, fra cui (se­condo un’indagine di The American Prospect) la Winward, socie­tà israeliana di elevata tecnologia di guerra. Dello staff della socie­tà di “informata” consulenza faceva parte anche Avril Haines, nominata da Biden a capo della National Intelligence (prima don­na a ricoprire tale carica) e nota non solo per il suo ruolo nella strategia di guerra con i droni inaugurata da Obama, ma anche per aver coperto le torture dei prigionieri perpetrate durante la presi­denza di George W. Bush (cfr. Jacobin, 23 novembre 2020, bit.ly/3aL7vVM). Anche il primo uomo nero mai nominato a capo del Pentagono, l’ex generale Lloyd Austin, oltre ad avere fortissimi legami col mondo militare da cui si era troppo recentemente congedato, ha ampiamente partecipato al sistema di revolving door fra pubblico e privato. Era stato, infatti, nei consigli di amministrazione delle più disparate società, ma soprattutto in quello della Raytheon Technologies, leader nella costruzione di armamenti per il Penta­gono stesso (nyti.ms/3rr9WDV).

Difficile non vedere il legame che intercorre fra queste nomine, l’aumento del budget per la difesa e l’annuncio di una possibile nuova guerra in Ucraina, che all’industria bellica sta già fruttando molto. Un esempio fra tutti: il recente acquisto di 64 caccia F-35A ad attacco nucleare della Lockheed Martin da parte della Finlandia, membro della UE e attivo partner NATO contro la Russia, al prezzo di 8,4 miliardi di euro che, comprese le infrastrutture, salgono a 10 miliardi, a cui occorrerà aggiungere altri 10 miliardi di euro per il loro mantenimento e ammodernamento (cfr. Manlio Dinucci, https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-manlio_dinucci__la_polveriera_ucraina_e_gli_usa_non_escludono_lazione_nucleare_di_primo_uso/39602_44367/). Non più tardi di una settimana fa il segretario della difesa Lloyd Austin ha messo 8.500 soldati in stato di “massima allerta”, pronti per essere inviati in Europa nel giro di cinque giorni (https://www.nytimes.com/2022/01/24/us/politics/russia-ukraine-us-troops.html?searchResultPosition=39), da mesi però gli Stati Uniti sono attivi nel sostegno della guerra. Hanno già dato a Kiev 2,5 miliardi di dollari, oltre a 88 tonnellate di munizioni nel quadro di un “pacchetto” da 60 milioni di dollari, comprendente anche missili Javelin già schierati contro i russi del Donbass, e a 150 consiglieri militari che ‒ affiancati da quelli di una dozzina di alleati Nato ‒ dirigono di fatto le operazioni, ci raccontava già a dicembre Manlio Dinucci (supra).

Se questo è il quadro, l’unica speranza per evitare un’ennesima guerra, questa volta nel cuore dell’Europa – per quanto possa apparire una bestemmia – sembra da riporre in Donald Trump, il rottamatore. Nel tentativo di riprendersi a breve il Congresso e poi la presidenza, dando seguito al suo portavoce mediatico di Fox news, il presidente più anti istituzionale che gli Stati Uniti abbiano mai avuto si è, infatti, opposto con determinazione a ogni intervento militare statunitense, facendo appello al buon senso della persona della strada che, lontana dalle logiche corrotte e perverse dei parlamentari, segue facilmente il ragionamento di Tucker Carlson (https://www.businessinsider.com/donald-trump-says-ukraine-russia-crisis-is-a-european-problem-2022-1?r=US&IR=T). E che si sia al punto di dover riporre fiducia in Donald Trump per la pace in Europa la dice davvero lunga sul drammatico stato della situazione in cui ci troviamo!

da qui