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giovedì 15 ottobre 2026

Medici palestinesi detenuti in Israele, prendiamoci cura di chi non ha smesso di curare

 

di Ettore Mazzanti, presidente di Medici Senza Frontiere

Dopo aver visto suo figlio morire davanti ai suoi occhi, il dottor Hussam Abu Safiya lo ha seppellito nel cortile dell’ospedale, in un cimitero improvvisato. Poi è tornato al lavoro. Era l’ottobre del 2024: l’ospedale Kamal Adwan era circondato dalle forze israeliane e sotto bombardamento, ed erano troppe le persone da curare. Si rifiutò di abbandonare la struttura. Due mesi dopo, le forze israeliane lo presero di nuovo d’assalto: il Kamal Adwan era l’ultimo ospedale operativo nella zona settentrionale della striscia di Gaza. Hussam Abu Safiya fu arrestato. Ormai è detenuto da oltre 18 mesi senza alcuna accusa, la sua faccia è irriconoscibile: 40 i chili che ha perso, secondo la sua avvocata. Continua a subire un prolungato isolamento, una grave perdita di peso e patologie preesistenti non curate: lo permette la legge israeliana sui “combattenti illegali”, che consente la detenzione a tempo indeterminato.

Tra le altre storie che ci sono giunte da Gaza, c’è quella del dottor Mazen Al-Rantisi, che veniva chiamato “il medico dei poveri”. Fu arrestato nel giugno 2026 durante un’irruzione nella sua abitazione avvenuta prima dell’alba. Ai loro volti, si aggiunge quello del collega di lunga data di Medici Senza Frontiere, il dottor Mohammed Hassan Ali Obeid, un rispettato chirurgo ortopedico palestinese di 43 anni, padre di tre figli, detenuto in Israele ai sensi della legge sui combattenti illegali da oltre 600 giorni senza alcuna accusa. Purtroppo non sono soli: più di 80 operatori sanitari rimangono in custodia israeliana, tra cui almeno 14 medici di Gaza detenuti senza alcuna accusa, insieme a medici della Cisgiordania arrestati di recente.

La pratica israeliana di detenere arbitrariamente, torturare e maltrattare il personale medico palestinese in Israele fa parte del suo tentativo deliberato e sistematico di smantellare la capacità dei palestinesi di fornire assistenza sanitaria. È evidente dalla distruzione da parte di Israele del sistema sanitario di Gaza, nonché dal deliberato indebolimento dell’assistenza sanitaria in Cisgiordania attraverso pressioni finanziarie, ostacoli, carenza di personale e restrizioni alla circolazione. Le morti dei civili palestinesi sono un effetto collaterale.

Lo scorso anno l’Assemblea medica mondiale, confederazione di 117 associazioni mediche nazionali, ha adottato una risoluzione in cui si esortava il governo israeliano a porre fine agli attacchi contro gli ospedali, a facilitare l’accesso agli aiuti umanitari e a rilasciare gli operatori sanitari palestinesi detenuti arbitrariamente. Ora, Medici Senza Frontiere chiede che da parte di ogni ordine dei medici e paramedici ci sia l’impegno a sostenerla esplicitamente e a usare la propria influenza per esercitare pressioni sui governi affinché agiscano.

A un anno di distanza, quelle stesse persone detenute illegalmente rimangono in carcere senza alcuna accusa; privati di ogni contatto con le famiglie e privi dell’assistenza, di protezione e della dignità di cui hanno urgente bisogno, mentre l’attenzione e la pressione internazionali sono state di fatto sospese dietro l’illusione di un cessate il fuoco.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha registrato dal 7 ottobre 2023 oltre 790 attacchi contro strutture sanitarie che hanno colpito 125 strutture sanitarie, tra cui 34 ospedali. Circa il 90% delle infrastrutture sanitarie di Gaza è stato distrutto o danneggiato; due esperte delle Nazioni Unite hanno affermato nell’agosto 2025 che la distruzione sistematica del sistema sanitario equivale a un “medicidio”. Per contrastare questa nuova epidemia di disumanità, che si sta diffondendo in modo subdolo e costante, sono necessarie tutte le risorse mediche e umane a nostra disposizione.

Abu Safiya, quando tornò dai suoi pazienti, fece una scelta semplice e terribile: continuare a fare il medico, anche quando tutto intorno a lui rendeva quasi impossibile curare. Oggi è lui ad avere bisogno di cure, protezione e giustizia. L’atto di cura è un compito universale. Curiamoci di Hussam Abu Safiya. Curiamoci di Mazen Al-Rantisi. Curiamoci di Mohammed Hassan Ali Obeid. Curiamoci di chi, nonostante tutto, non ha mai smesso di curare.

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lunedì 27 luglio 2026

Io sto con Margherita

 

Sindacato Intercategoriale Cobas

I boss del San Raffaele si sentono offesi.

Commentando il  provvedimento disciplinare del 24 giugno a carico della compagna Margherita, portavoce della RSA del San Raffaele ci eravamo dichiarati “tutti diffidati” perché si intestava proprio nei termini di diffida l'avvio della procedura disciplinare.

Per i boss del  San Raffaele la denuncia dei fatti e dei misfatti nella gestione dell'ospedale e un'onda che ha lasciato il segno.

La linea aziendale criticata  come lontana  anni luce dalla sua missione assistenziali, propria di una istituzione che rimanda a santità, (povero San Raffaele, anche lui diffidato?)   palesa  solo criteri affaristici e una disinvolta corsa a mettere le mani su quote di potere e di denaro.

Con la lesa maestà,  al buon nome e al prestigio violato non certamente dai compagni,  viene addebitata alla compagna e a tutta  la RSU la colpa gravissima di aver detto cose che sono poi state ampiamente ribadite da tutti i media. Fatti  eclatanti ed evidenti a tutti.

 

Nella favola danese “il re è nudo” il bambino non malato di ipocrita piaggeria dice quello che vede. Come nella favola tutti sanno e vedono ma pochi hanno il coraggio di dire e raccontare, non episodicamente come fa certa stampa che si avventa sullo scandalismo, ma lo scempio quotidiano della sanità una volta pubblica e universale.

Margherita, come il bambino di Andersen  ha semplicemente  raccontato una pura verità che tanta paura incute a chi puro non è.


La portata del licenziamento sorprende ed è un vero e proprio salto nel processo di disciplinamento che avviene non a caso proprio a partire dai luoghi di lavoro perché qui si gioca il mantenimento della disciplina che si vuole da caserma.

Quando il non allineamento, la disubbidienza  è espressa direttamente dai lavoratori la repressione è rigorosa ed inevitabile. I novelli Torquemada, però, devono pagare un costo  salatissimo perché con questo fare da inquisitori gettano via l'ultimo orpello che riveste il vero volta di questa democrazia ad uso e abuso del capitale.

Aumenta la repressione ma aumenta anche la sfiducia nelle istituzioni. Si cantano inni al Diritto e alla Costituzione “più bella del mondo” e alle tante forme di libertà formali.

Solo formali, nient'altro che formali e viene svelato il vero ruolo delle forme e delle istituzioni che sono solo travestimenti di una medesima dittatura quella del capitale che opera a livello economico, politico, organizzativo, ideologico e militare.

Se l'obbiettivo da conseguire è il profitto questi non risparmiano  nessuna sacca di socialità e umanità.

Questo  incredibile licenziamento al pari degli interventi delle forze dell'ordine che invadono il ruolo del personale sanitario e determinano  la  tragica fine di Abderrahim Fakir  a Bologna, i delitti le ingiustizie e i morti anonimi sul lavoro  segnano con cadenza quotidiana il  mosaico della democrazia che altri non è se non una “trappola e un inganno per i poveri e gli sfruttati”.

Cara margherita hanno colpito te e si preparano a colpire tutti noi. Siamo con te e ti vogliamo bene. Ma nulla è vano e questa tua vicenda ci aiuta a combattere il pregiudizio democratico e rafforza in noi  la convinzione che l'unica democrazie possibile e quella di classe.

Lunedì 27 luglio ore 11.00 conferenza pubblica in Spianata San Raffaele Via Olgettina MI



Licenziata per aver denunciato la malasanità: sindacalista si incatena davanti all’ospedale San Raffaele

 

Al presidio erano presenti oltre 100 persone e rappresentanti politici. La richiesta della manifestazione è il reintegro di Margherita Napolitano, coordinatrice della Rsu, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e storica delegata Cub

“Giù le mani da Margherita”. È lo slogan del presidio che si è svolto questa mattina all’ospedale San Raffaele di Milano. La richiesta della manifestazione è il reintegro di Margherita Napolitano, coordinatrice della Rsu, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e storica delegata Cub, licenziata con effetto immediato dalla direzione del personale dell’ospedale.

Napoletano sarebbe stata congedata dopo aver organizzato scioperi e proteste e per aver denunciato pubblicamente le carenze di personale, i turni insostenibili oltre che il ricorso a cooperative per la somministrazione di infermieri. La sindacalista aveva anche portato la trasmissione Report nell’ospedale milanese per denunciare l’utilizzo di infermieri di scarsa qualità professionale. Oggi Napoletano ha organizzato l’avvio di uno sciopero della fame e di un presidio permanente con incatenamento. “La vera motivazione è che diamo fastidio come sindacato” ha dichiarato. “Abbiamo denunciato la malasanità nella gestione degli ultimi mesi e speravamo che si risolvesse con il cambio dell’amministratore unico, invece non vediamo una vera discontinuità”. Al presidio, organizzato da Usi Sanità, Cub Sanità Provinciale Milano e Cub Sanità San Raffaele, hanno partecipato oltre 100 persone. Tra questi anche i rappresentanti di Rifondazione Comunista, Sardine, Movimento 5 Stelle, Cgil e Cobas. Inoltre è stata avviata una raccolta firme per il reintegro della sindacalista e in Parlamento è stata depositata un’interrogazione del M5s sulla vicenda da parte della deputata Stefania Ascari.

La sindacalistica reputa assurde le contestazioni disciplinari alla base del suo licenziamento: “Dall’azienda ho ricevuto solo la lettera di congedo e poi mi hanno immediatamente disattivato il badge, non potevo neanche uscire dal parcheggio“. Per questo: “Ci incateniamo e facciamo uno sciopero della fame. Sarà a oltranza, anche di notte staremo qui, fino al reintegro immediato”. Il San Raffaele aveva motivato così il licenziamento: “Le sue condotte integrano un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali e una violazione dei suoi doveri di diligenza e fedeltà, di gravità tale da ledere in modo irreparabile il vincolo fiduciario che costituisce il presupposto essenziale del rapporto di lavoro”.

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LICENZIAMENTO DI MARGHERITA NAPOLETANO dall’ospedale san Raffaele di Milano : PIENA SOLIDARIETA’ - Vito Totire

Non si tratta solo di un – comunque iniquo – atto padronale che colpisce una singola persona ma di una strategia che nega il diritto alla salute pubblica

Intanto è congruo parlare di “tentativo di licenziamento”; infatti il datore di lavoro con questo grave atto di ostilità apre una questione che non si potrà certo chiudere in maniera sommaria. Il fatto è grave in quanto tale (per quel che riguarda la singola

lavoratrice) ma apre una voragine su una piaga cronica che è all’origine delle condizioni di rischio e di costrittività lavorative che pregiudicano da un lato la speranza di salute e di vita dei lavoratori e, nel caso della sanità, anche la speranza di salute e di vita di tutte le persone assistite.

In questo momento stiamo assistendo ad una incredibile PROPAGANDA di datori di lavoro e di istituzioni sul tema della segnalazione e registrazione dei cosiddetti near miss; si usa la lingua inglese come una volta si usava il “latinorum” per cercare di

confondere le idee alla plebe. Una certa retorica sui «near miss» (i quasi incidenti) garantisce che la procedura deve essere no blame; di nuovo niente spazio alla logica del “parla come ti ha fatto mammeta” … ma andiamo avanti. Il concetto «no blame» sarebbe che il lavoratore è incoraggiato a segnalare i “quasi incidenti” e che non deve avere timore di ritorsioni per averlo fatto: alla faccia…

Pochi mesi prima (rispetto all’estensione della pratica relativa alla segnalazione dei «quasi incidenti») era stata recepita la procedura wrist bowling (arridaie con l’inglese!) che significa nei fatti: i lavoratori vivono nel terrore delle ritorsioni e allora occorre consentire che possano fare segnalazioni anonime per varie questioni o episodi riguardanti anche questioni di salute e sicurezza;

LA STORIA E’ BEN NOTA: NEGLI ULTIMI DECENNI OGNI PERSONA (Rls cioè Responsabile della Sicurezza, o no) CHE ABBIA MESSO IN LUCE LA PRESENZA DI RISCHI EVITABILI NEGLI AMBIENTI DI LAVORO E’ STATA QUASI SISTEMATICAMENTE OGGETTO DI REPRESSIONE E AZIONI AVVERSATIVE DA PARTE DEL PADRONE.

NOI COME «RETE NAZIONALE LAVORO SICURO» ABBIAMO DETTO FIN DAL GIORNO DELLA NASCITA DELLA RETE (26.5.2022 a Modena) che occorre arrivare il giorno prima e non il giorno dopo!

La vera prevenzione consiste nell’individuare e bonificare i fattori di rischio per la salute e la vita dei lavoratori e delle lavoratrici PRIMA che se ne manifestino gli effetti.

Ed è quello che ha fatto Margherita Napolitano. Per cui oggi si tenta di licenziarla con un messaggio molto chiaro: il padrone non riconosce nessun ruolo ai lavoratori e alle lavoratrici, dichiara una sorta si principio di “autodichia” e considera atto di lesa maestà ogni iniziativa che si propone di essere parte attiva nel percorso che tende a garantire salute e sicurezza.

Per questi motivi – premesso che ovviamente Margherita Napolitano è a pieno titolo “una dei nostri” – il tentativo in atto è un attacco a tutte/i lavoratori/lavoratrici e alla loro volontà di fermare omicidi sul lavoro e malattie professionali grazie ad una forte pratica di «non delega».

QUANDO CHI LAVORA (PER VULNERABILITA’, DISORGANIZZAZIONE, PRECARIETA’, CONDIZIONI DI ISOLAMENTO) HA DELEGATO AL PADRONE O A RAPPRESENTANTI PRESUNTI ED AUTODICHIARATI DEI

LAVORATORI, LA VALUTAZIONE DEL RISCHIO … CIO’ E’ SEMPRE STATO FORIERO DI STRAGI OPERAIE E DI LUTTI.

Dunque chi cerca di licenziare Margherita Napoletano attacca in maniera iniqua una lavoratrice che ha esercitato i suoi diritti/doveri ma attacca anche tutto il movimento dei lavoratori che rivendica e pratica un nuovo protagonismo sul terreno della salute e della sicurezza.

Il comparto della sanità sta andando a rotoli per quello che riguarda la sabità pubblica e ormai è sempre più terra di conquista per il profitto privato con il corollario di gravi rischi, distress, burn out… (**) fino all’esodo di massa di lavoratori e lavoratrici che non sopportano più condizioni di lavoro simil-schiavistiche.

Chi tenta di licenziare Margherita Napoletano vuole fare della sanità pubblica un deserto senza nessun futuro per il diritto alla salute collettiva .

La circostanza necessita la costituzione di un COMITATO NAZIONALE A SOSTEGNO DI MARGHERITA.

(*) Vito Totire è il portavoce della Rete nazionale Lavoro Sicuro

(**) anche distress e burn out sono termini inglesi ma il loro uso è dovuto alla preminenza dell’inglese nel linguaggio medico-scientifico. [NDR]

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sabato 28 giugno 2025

L'elettricità terapeutica in Sardegna (e non solo) - Alessandro Montisci

 

In questo mese di giugno due notizie si sono diffuse quasi contemporaneamente. La prima riguarda la delibera del neo commissario dell’Asl di Oristano che indice una selezione  interna per il conferimento di un incarico professionale di altissima professionalità per uno  specialista nella terapia elettroconvulsivante -TEC (ovvero Elettroshock) per il Servizio  Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’ospedale “S. Martino”. La seconda è la dichiarazione di  una dirigente psichiatra dell’Asl 8 di Cagliari che annuncia entusiasticamente a mezzo  stampa e TV la possibilità di una nuova terapia: «La stimolazione transcranica» per  combattere la ludopatia e soprattutto il GAP (Gioco d’Azzardo Patologico). Per adesso la  relativa apparecchiatura (Stimolatore Magnetico Transcranico) è disponibile solo a Cagliari, Oristano e Sassari ma presto lo sarà anche a Nuoro, Olbia, Ogliastra, Medio Campidano e  Sulcis Iglesiente. Si tratta di una terapia non invasiva e non farmacologica che utilizza il  campo magnetico per stimolare o inibire specifiche aree cerebrali. 

Le due notizie sono accomunate dall’uso “terapeutico” dell’elettricità, spacciando per  nuovo e moderno un approccio che, francamente, credevamo definitivamente relegato tra  le cattive pratiche del passato. In realtà esse denotano la persistenza della vecchia cultura  di stampo manicomiale che considera la malattia mentale alla stregua di un accidente “naturale” che colpisce quello “sventurato” paziente che così resta di esclusiva competenza  dello specialista psichiatra. Tale cultura attraversa oggi un felice periodo di revival in un Paese dove tutti gli spazi democratici, faticosamente conquistati ed erroneamente considerati acquisiti per sempre, si stanno vertiginosamente restringendo: vedi la recente approvazione del decreto sicurezza e la proposta del senatore Zaffini (FdI) in discussione al Senato e capace di affossare la legge 180 faticosamente difesa per quasi 50 anni. 

Così senza un’apparente reazione assistiamo al ritorno di pratiche che annullano la soggettività della persona e le profonde contraddizioni che segnano la sua storia personale, familiare e soprattutto il livello politico-sociale (vogliamo parlare delle connivenze dello Stato nel favorire e lucrare sul gioco d’azzardo?). 

Prevale la tendenza di nascondere dietro un tecnicismo “scientifico” tutti gli effetti di una società sempre più ingiusta con disuguaglianze crescenti e una povertà materiale e culturale che, soprattutto in Sardegna, non si era mai vista. 

E’ ora di reagire a tutti i livelli: scientifico, culturale, accademico, sociale e politico tanto più che stiamo repentinamente scivolando in un’economia di guerra. 

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lunedì 18 novembre 2024

Il punto di non ritorno su medici e infermieri - Nicoletta Dentico


La carenza di personale è il segno più grave del collasso della sanità pubblica. I mancati investimenti tradiscono il diritto alla salute. La rubrica di Nicoletta Dentico

Tratto da Altreconomia 275 — Novembre 2024

Nonostante derivi dall’ambiente manageriale, il termine “risorse umane” evidenzia il valore intrinseco del personale, per le sue competenze e professionalità. Questa accezione risulta di particolare rilevanza quando parliamo di servizio sanitario, un settore in cui i livelli professionali elevati sono necessariamente diffusi e le capacità relazionali fondamentali. L’attività svolta da medici e infermieri, e da altre tipologie di personale della salute pubblica, è la chiave di volta di un servizio dedicato alla persona, una voce non comprimibile di spesa a fronte del mantenimento di qualità e accessibilità.

Quando la Fondazione Gimbe racconta il collasso della sanità pubblica italiana -come ha fatto di recente con la presentazione del settimo Rapporto sul Servizio sanitario nazionale (Ssn)-, proiettando “una tenuta prossima al punto di non ritorno” e contando “quasi 4,5 milioni di persone che nel 2023 hanno rinunciato alle cure”, racconta gli effetti sistemici e non congiunturali di una strategia di contenimento della spesa sanitaria che in Italia è stata largamente attuata con la riduzione del personale (i famosi tetti di spesa introdotti nel 2004 dal secondo Governo Berlusconi, e poi riconfermati).

A differenza della produzione di oggetti, quella di servizi -specialmente in ambito sanitario- ha come perno la scelta di puntare sugli investimenti nelle risorse umane, sia sotto il profilo qualitativo -con la formazione continua, la valorizzazione di competenze ed esperienze- sia quantitativo, con la programmazione degli accessi all’università e la capacità di attrarre e trattenere le professionalità all’interno del sistema sanitario pubblico. Non fare questa scelta significa tradire il diritto alla salute, i principi costituzionali di universalismo, equità e uguaglianza, fondamentali per uno Stato responsabile e per un compiuto sviluppo della società.

Dopo la pandemia da Covid-19, non fare questa scelta significa tradire la popolazione italiana tout court. Soprattutto perché si registra nel Paese un accanito incremento delle fasce socioeconomiche più deboli, un aumento dei bisogni assistenziali dovuto alle modifiche della struttura familiare e all’invecchiamento della popolazione (nel 2050 il 34,9% degli italiani avrà più di 65 anni, a fronte della drastica riduzione di quelli in età lavorativa al 53,4%), per non parlare di quanti vivono nel Mezzogiorno e nelle aree interne, sempre più disagiate.

È del 55% la percentuale di medici italiani con oltre 55 anni di età. La media dei Paesi Ocse è del 33%, mentre è del 9,2 quella del numero di infermieri per mille abitanti. L’Italia ne ha solo 6,2. Si stima che il personale infermieristico dovrebbe essere incrementato di circa 350mila unità (Crea 2023).

Queste tendenze pongono sfide sanitarie decisive: il consumo di farmaci, il ricorso a visite mediche, i ricoveri ospedalieri e le patologie per le quali non esistono ancora strumenti di prevenzione e di terapia risolutivi -la demenza, il Parkinson, l’Alzheimer- sono tutti fenomeni correlati all’età. E che dire poi della salute mentale che dopo la pandemia da Covid-19, lo abbiamo già raccontato, colpisce con effetti diretti anche le giovani generazioni? Un altro fattore, dopo il 2020, ci impone di incrementare le risorse umane in ambito sanitario: le emergenze epidemiche, ricorrenti prima e dopo Covid-19 (basti pensare al vaiolo delle scimmie, alla influenza aviaria, alla “pandemia silente” della resistenza antimicrobica), legate a doppio filo al rapporto malato dell’umanità con la natura che la circonda.

Ogni Paese deve essere enormemente grato al proprio personale sanitario e assistenziale: “Questo non è mai stato più evidente che al culmine della pandemia da Covid-19, quando i professionisti sanitari si sono schierati come principale difesa […] spesso a grande rischio personale, mettendo a repentaglio la propria vita” (Organizzazione mondiale della sanità, 2022). Sosteniamo le loro battaglie, invece di attaccarli in corsia.

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mercoledì 24 aprile 2024

povera sanità pubblica

 

In aumento i cittadini che rinunciano a visite mediche ed esami

Nel 2023 sono stati 4,5 milioni, pari al 7,6% della popolazione, erano il 7% nel 2022. I motivi: problemi economici, liste d’attesa e difficoltà di accesso

Sono stati circa 4,5 milioni nel 2023 i cittadini che hanno dovuto rinunciare a visite mediche o accertamenti diagnostici per problemi economici, di lista di attesa o difficoltà di accesso, il 7,6% della popolazione, in aumento rispetto al 7,0% del 2022 e al 6,3% del 2019, probabilmente per recupero delle prestazioni sanitarie differite per il Covid-19 e difficoltà a riorganizzare efficacemente l’assistenza sanitaria. 
 E’ quanto si legge nel Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) dell’Istat, presentato oggi.

Secondo i dati c’è un raddoppio della quota di chi ha rinunciato per problemi di lista di attesa (da 2,8% nel 2019 a 4,5% nel 2023), stabile la rinuncia per motivi economici (da 4,3% nel 2019 a 4,2% nel 2023), ma comunque in aumento rispetto al 2022: +1,3 punti percentuali in un solo anno.     Torna inoltre ai livelli pre-Covid l’emigrazione ospedaliera extra-regione: nel 2022 l’8,3% dei ricoveri in regime ordinario per acuti. Basilicata, Calabria, Campania e Puglia sono le regioni con maggiori flussi in uscita non compensati da flussi in entrata; in Sicilia e Sardegna, sebbene l’indice di emigrazione ospedaliera sia contenuto, è molto superiore all’indice di immigrazione ospedaliera.     Risulta in continuo aumento la quota di anziani assistiti in Assistenza domiciliare integrata (Adi), dal 2,9% nel 2019 al 3,3% nel 2022, ma resta una forte variabilità territoriale: dal 3,8% nel Nord-est al 2,6% al Sud.  Se si considera anche l’assistenza residenziale, rimane il Nord-est l’area con la maggiore presa in carico di anziani fragili (6,2% nel 2021) e il Sud con quella più bassa (2,8% nel 2021). Dal rapporto emerge anche che è in crescita in Italia la speranza di vita: al 31 dicembre scorso “è pari a 83,1 anni, in aumento rispetto al 2022 (82,3)”, un dato con cui si “recupera quasi del tutto il livello del 2019 (83,2 anni)”. In particolare, “gli uomini con 81,1 anni di vita media attesa tornano allo stesso livello del 2019, mentre per le donne (85,2 anni) mancano ancora 0,2 anni (85,4 nel 2019)”.

“La speranza di vita in buona salute nel 2023 è pari a 59,2 anni e si riduce rispetto ai 60,1 anni del 2022″, si precisa nel testo, e “tale riduzione ha riportato l’indicatore quasi al livello del 2019 (58,6 anni), ridimensionando l’incremento anomalo verificatosi tra il 2020 e il 2022 dovuto alla componente soggettiva, per effetto della più diffusa percezione di condizioni di buona salute in tempi di pandemia”, indica l’Istituto di statistica. Nel 2021, va avanti il dossier, nella Penisola “il tasso di mortalità per tumori della popolazione adulta di 20-64 anni è pari a 7,8 per 10.000 residenti e si è ridotto rispetto a quanto osservato nel 2020 (8,0 per 10.000 residenti)”. Tuttavia, “si osservano disuguaglianze socioeconomiche anche per la mortalità per tumori della popolazione adulta, con uno svantaggio che aumenta al diminuire del livello di istruzione”, e “sono più marcate nei maschi, dove gli individui meno istruiti hanno una mortalità 2,1 volte maggiore dei più istruiti, nelle femmine tale rapporto scende a 1,4”.

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L’autonomia differenziata porterà alla fine del Servizio Sanitario Nazionale

Convegno a Bologna: “AutoNOmia Differenziata, quali rischi per il SSN?”. Migliore: “In sanità l’autonomia regionale è già una realtà, la riforma deve essere un’opportunità per individuare i correttivi per una maggiore equità”

“Se passa l’autonomia differenziata sarà la fine del servizio sanitario nazionale“. Con queste parole Pierino Di Silverio, Segretario nazionale Anaao Assomed, ha rappresentato al numeroso pubblico che ha partecipato al Convegno di Bologna dal titolo “Autonomia differenziata. Quali rischi per il Servizio Sanitario Nazionale?” le preoccupazioni dell’intera categoria di medici e dirigenti sanitari.

“Il servizio sanitario nazionale – ha affermato Stefano Bonaccini, Presidente dell’Emilia Romagna nel suo intervento di saluto – non è mai stato a rischio come oggi. Il Governo lo sta smantellando e il risultato è che sono esplose le assicurazioni private, medici e infermieri, a causa di salari troppo bassi e di turni massacranti, emigrano verso il privato o cambiano lavoro. Presto potrà curarsi solo chi ne avrà le possibilità economiche.
Serve una grande mobilitazione, perché ormai siamo di fronte a un’emergenza nazionale. Dobbiamo batterci per riaffermare che il diritto alla salute deve essere garantito a chiunque, ad un povero esattamente come ad un ricco”.

“L’autonomia differenziata in campo sanitario rappresenta una sfida per le Regioni, ma una sfida che può portare con sé grandi benefici: per quanto mi riguarda, dunque, ritengo sia necessario proseguire nel percorso intrapreso – ha dichiarato il presidente di Regione Liguria Giovanni Toti nel messaggio inviato all’Anaao Assomed. In primo luogo, autonomia significa assunzione di responsabilità da parte di chi amministra un territorio, senza la possibilità di “distribuire” gli effetti delle scelte fatte e di ciò che non va sul governo centrale ma con la necessità di rispondere in prima persona alle critiche e alle richieste dei cittadini. In secondo luogo, perché permetterà di adattare i servizi forniti alle esigenze specifiche del territorio, tenendo conto delle caratteristiche uniche di ogni area del Paese e con la possibilità di avere un costante dialogo con i cittadini, anche attraverso la digitalizzazione. Insomma l’autonomia consentirà di essere più competitivi ed efficienti”.

Preoccupazione per il rischio di un servizio sanitario frammentato e disuguale è stata espressa dagli esperti intervenuti.

Per Francesco Pallante, Professore Associato di Economia Politica, l’Autonomia differenziata, così come proposta, non risponde all’attuale crisi del diritto alla salute e rischia di acuire le disuguaglianze tra le diverse regioni. Risolvere l’attuale crisi del diritto alla salute a beneficio delle sole regioni più dinamiche è una prospettiva che si colloca al di fuori dal quadro costituzionale e ha suggerito l’esigenza di tornare alla Costituzione, a partire dal pieno rispetto dei principi di uguaglianza e di unità.

Sull’identificazione e finanziamento dei Leps si è concentrato l’intervento di Francesco Porcelli
 Associato di Economia Politica – Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” e membro del Comitato scientifico per la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni, il cui percorso, iniziato a maggio del 2023, dovrebbe portare a una normativa organica in tema di LEP. L’attività di ricerca ha cercato di rispondere a domande cruciali come: Cosa si intende per LEP? Quali sono i potenziali LEP che si possono rinvenire nella normativa vigente nelle materie che interessano i diritti sociali e civili? Quali sono i passaggi che consentono di tramutare i LEP in fabbisogno di spesa, sviluppando modelli di perequazione che ne consentono il finanziamento rispettando gli equilibri di finanza pubblica? Anche se le risposte non sono ancora complete e univoche, la definizione organica dei LEP, indipendentemente dall’attuazione dell’autonomia differenziata, è un’operazione di grande portata, in quanto attua una parte della Costituzione che pone le basi per la riduzione dei divari territoriali.

Le preoccupazioni si basano su dati concreti per Enrico Coscioni, Presidente di Agenas, che sottolinea l’importanza di un dibattito attento e responsabile, che ponga al centro la salute dei cittadini e l’equità del SSN: “Alla luce dei dati sulla spesa sanitaria, sulla carenza di personale e sulle disomogeneità regionali, è fondamentale interrogarsi se il SSN sia pronto per questa nuova fase. Il dibattito sull’autonomia differenziata deve essere condotto con attenzione e senso di responsabilità, ponendo al centro la tutela della salute dei cittadini e la garanzia di un SSN equo ed efficiente.” E ricorda alcuni dati sul confronto impietoso sulla spesa sanitaria pubblica e privata rispetto a Germania e Francia: nel 2022 la spesa sanitaria pubblica italiana è pari a circa 131 miliardi rispetto ai 423 della Germania e ai 271 della Francia, mentre l’incidenza della spesa sanitaria pubblica in rapporto al Pil è stata pari al 6,8%, inferiore di ben 4,1 punti a quella tedesca (10,9%), di 3,5 punti a quella francese (10,3%), e inferiore di mezzo punto anche a quella spagnola (7,3%).

Anna Lisa Mandorino Segretaria Generale di Cittadinanzattiva ha evidenziato i rischi di una frammentazione nell’accesso alle cure sanitarie, con cittadini di serie A e di serie B a seconda della regione di residenza, richiamando l’urgente necessità di stabilire i Livelli Essenziali di Prestazioni (LEP) come standard minimi garantiti a tutti i cittadini. “Se facessimo l’ipotesi, estrema ma possibile, che tutte le Regioni chiedessero per sé forme di regionalismo asimmetrico così articolate, l’Italia, come Stato unitario, semplicemente non esisterebbe più e lo si sarebbe deciso senza alcun tipo di partecipazione popolare”.

I rischi di un sistema sanitario frammentato sono stati evidenziati da Giovanni Trianni di Medicina Democratica Emilia Romagna. Teme un “marasma istituzionale” con gravi conseguenze per la sanità pubblica. “Siamo a dieci giorni dalla discussione del ddl di autonomia differenziata e Medicina Democratica propone azioni concrete quali una stagione di scioperi generali, preparazione a referendum abrogativi eventualmente possibili, la preparazione di ricorsi alla Corte Costituzionale, una campagna di sensibilizzazione verso i cittadini e cittadine di non votare candidati e candidate, alle prossime elezioni europee/amministrative che sostengono la autonomia differenziata”.

“Il convegno – ha concluso Pierino Di Silverio – ha messo in luce le profonde criticità dell’Autonomia Differenziata per il SSN. Le voci degli esperti e delle associazioni chiedono un dibattito pubblico aperto e costruttivo sul futuro della sanità in Italia, con l’obiettivo di tutelare il diritto alla salute per tutti i cittadini”. “È fondamentale che il dibattito sull’Autonomia Differenziata si svolga in modo aperto e trasparente, coinvolgendo tutti gli stakeholder interessati, al fine di trovare soluzioni che tutelino il diritto alla salute e garantiscano un SSN di qualità per tutti i cittadini”.

“In sanità sperimentiamo l’autonomia regionale da quasi venticinque anni. La modifica del Titolo V del 2001 ha creato di fatto 21 sistemi sanitari. La riforma può e deve essere dunque un’opportunità per garantire maggiore equità e stabilità al sistema sulla base dell’esperienza che abbiamo maturato”. Questa la posizione che il presidente della Fiaso, Giovanni Migliore, porterà come contributo nel convegno “AutoNomia differenziata: quali rischi per il SSN?” organizzato da Anaao a Bologna. 

“La tutela della salute è un bene costituzionalmente garantito – spiega Migliore – e lo Stato, attraverso i Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), definisce le prestazioni e i servizi che il SSN deve offrire sul territorio a tutti i cittadini. Nel 2022 sette regioni, di cui cinque al Sud, non hanno raggiunto la sufficienza rispetto all’erogazione dei Lea. E’ necessario quindi intervenire con strumenti nuovi, lì dove ormai ci sono difficoltà consolidate nel tempo, per ridurre le disuguaglianze di accesso ai servizi sanitari”. 

I LEA, negli anni tra il 2020 e il 2023, sono stati finanziati per l’87,3% dall’imposizione fiscale diretta ed indiretta, per l’1,6% dai ricavi e dalle entrate proprie delle Aziende sanitarie, per l’8,5% dalla partecipazione delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome e per il 2,6% dalla voce relativa al Fondo sanitario nazionale.

L’imposizione fiscale, quindi, costituisce la parte preponderante delle fonti che finanziano il Fondo sanitario nazionale: la componente diretta, rappresentata dalle risorse derivanti dall’Irap e dall’addizionale Irpef, incide per il 26,2% (Irap 18,1% e addizionale Irpef 8,1%), la componente indiretta (Iva e accise) per il 61,1%. 

“Il riparto delle disponibilità finanziarie per il Servizio sanitario nazionale – continua Migliore – avviene sulla base di criteri che sono cambiati più volte nel corso degli anni, per adeguare le risposte alle criticità che emergevano via via nella assegnazione delle risorse. Ci sono dunque i margini, anche attraverso il Fondo di garanzia dello Stato, per assicurare a tutte le regioni la copertura dei livelli essenziali delle prestazioni, magari anche aumentando le risorse stanziate per il Fondo sanitario nazionale, storicamente sotto finanziato rispetto alla media dei paesi europei più avanzati”.   

“Ma non basta – conclude Migliore – serve avere il coraggio di cambiare le regole ed è necessario uno sforzo straordinario di sistema, per dare ai cittadini risposte adeguate ed in tempi congrui ai loro bisogni. Fino ad oggi, nonostante tutte le difficoltà, grazie alla capacità di innovazione delle aziende, con un sistema che abbiamo definito frugale siamo riusciti a garantire uno stato di salute della popolazione buono ed una aspettativa di vita tra le più elevate nei paesi occidentali. Adesso è necessario fare di più. E noi non ci sottraiamo dalla discussione, anzi, abbiamo anche chiesto alla politica di ridefinire la figura del direttore generale, per valorizzare ancora di più competenza ed esperienza, indispensabili per gestire bene le risorse affidate alle aziende sanitarie”.

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Dalla sanità pubblica alla sanità del lusso - Ilaria Marciano

A differenza di altri Paesi europei, in Italia si disinveste sulla sanità. Mancanza di disponibilità e ripetuti tagli nel settore spingono sempre più italiani a spostarsi dal Mezzogiorno verso nord per farsi curare. La riforma dell’autonomia differenziata rischia di rendere l’accesso alle cure, più che un diritto, un privilegio.

C’è un diritto, quello alla salute, che sempre meno cittadini possono dare per scontato: le lunghe liste d’attesa, la mancanza di disponibilità nelle strutture pubbliche, i costi nel settore privato che diventano sempre meno accessibili hanno reso ormai la sanità italiana un lusso.

Il Servizio sanitario nazionale, infatti, è al centro di un profondo divario tra il Nord e il Sud del Paese, un divario che nel corso degli anni, secondo il rapporto Svimez 2024, si è ampliato significativamente. E le cifre parlano chiaro: mentre le risorse pro capite investite nel SSN sono diminuite del 2% tra il 2010 e il 2019, altri Paesi europei hanno visto un incremento significativo. Come la Spagna, che nello stesso periodo ha registrato un +9%, o il Regno Unito (27%), ma anche Francia (+32%) e Germania (+38%). Solo la pandemia da Covid-19 ha portato un’incerta inversione di tendenza, con un aumento della percentuale di PIL investita nella sanità in tutti i Paesi. Gli effetti di questa mancanza di investimenti e ripetuti tagli nel settore sanitario, dunque, hanno dato vita a disuguaglianze sempre più marcate tra il Nord e il Sud Italia: secondo il rapporto, infatti, le regioni meridionali mostrano livelli di spesa per abitante inferiori alla media nazionale di 2140 euro. In particolare, la spesa corrente più contenuta si registra in Calabria (1748 euro), seguita da Campania, Basilicata e Puglia. Per quanto riguarda gli investimenti, i valori più bassi emergono in Campania (18 euro), Lazio (24 euro) e Calabria (27 euro), rispetto alla media nazionale di 41 euro. Oltre ai dati finanziari, il fattore sociale aggiunge un ulteriore strato di disuguaglianza: su 1,6 milioni di famiglie italiane che vivono in povertà sanitaria, 700mila di queste vivono nel Mezzogiorno: in particolare, le famiglie considerate in povertà sanitaria sono l’8% al Sud, il 5,9% al Nord-Ovest, il 5% al Centro e il 4% al Nord-Est. Le conseguenze di questo divario, naturalmente, non sono solo statistiche, e producono degli effetti concreti che si traducono in una costante migrazione di pazienti dal Sud al Centro-Nord del Paese, soprattutto per le patologie più gravi. Per esempio, nel 2022, su un totale di 629 mila migranti sanitari, il 44% proveniva da una regione del Mezzogiorno; per le patologie oncologiche, oltre 12.400 pazienti meridionali si sono dovuti spostare per ricevere cure al Centro o al Nord.

I dati del rapporto Svimez, dunque, restituiscono l’immagine di un Paese diviso a metà nell’accesso alle cure ed evidenziano un quadro preoccupante del sistema sanitario italiano. E adesso il rischio, se verrà approvata la riforma dell’autonomia differenziata – passata a fine gennaio al Senato e ora in attesa di essere discussa alla Camera – è che questo divario si acuisca, rendendo l’accesso alle cure, più che un diritto, un privilegio.

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L’allarme di Cartabellotta: salviamo la Sanità pubblica dal disastro dell’autonomia 

Si scrive «autonomia differenziata» ma si legge «frattura del Paese», sicuramente in sanità. Ecco perché, con l’avvio della discussione parlamentare del ddl Calderoli, è cruciale ribadire che la tutela della salute deve essere espunta dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie. Perché in caso contrario si finirebbe per legittimare normativamente il divario tra Nord e Sud, violando il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto alla tutela della salute. Ed esistono almeno sei buone ragioni per farlo.

Primo. Il Servizio sanitario nazionale attraversa una gravissima crisi di sostenibilità e il sotto-finanziamento costringe anche le Regioni virtuose del Nord a tagliare i servizi e/o ad aumentare le imposte per scampare al piano di rientro. E guardando alla crescita economica del Paese, all’impatto atteso del nuovo Patto di Stabilità e all’assenza di misure concrete per ridurre evasione fiscale e debito pubblico, non ci sono risorse né per rilanciare il finanziamento pubblico della sanità, né tantomeno per colmare le diseguaglianze regionali. Inoltre, con l’autonomia differenziata le Regioni potranno trattenere il gettito fiscale, che non sarebbe più redistribuito su base nazionale, impoverendo ulteriormente il Mezzogiorno.

Secondo. Il Comitato istituito per definire i livelli essenziali delle prestazioni (Lep) ha ritenuto che non sia necessario assolvere tale compito in materia di salute, perché esistono già i livelli essenziali di assistenza (Lea). Una pericolosa scorciatoia, visto che il ddl Calderoli rimane molto vago sul finanziamento oltreché sulla garanzia dei Lep secondo quanto previsto dalla Carta costituzionale. Ed è evidente che senza definire, finanziare e garantire in maniera uniforme i Lep in tutto il territorio nazionale è impossibile ridurre le diseguaglianze regionali.

Terzo. In sanità il gap tra Nord e Sud è sempre più ampio, al punto da configurare una vera e propria «frattura strutturale», come dimostrano sia i dati sugli adempimenti ai Lea sia quelli sulla mobilità sanitaria. Il monitoraggio 2021 dei Lea documenta infatti che delle 14 Regioni adempienti solo 3 sono del Sud (Abruzzo, Puglia e Basilicata) e tutte a fondo classifica: alla maggior parte dei residenti al Sud non sono dunque garantiti nemmeno i Lea. E queste diseguaglianze alimentano il fenomeno della mobilità sanitaria: nel 2021 4,25 miliardi scorrono prevalentemente dalle Regioni meridionali verso Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi per le maggiori autonomie e che complessivamente raccolgono il 93,3% dei saldi attivi. Di conseguenza, l’attuazione di maggiori autonomie in sanità nelle Regioni con le migliori performance sanitarie e maggior capacità di attrazione inevitabilmente amplificherà le diseguaglianze già esistenti.

Quarto. Le maggiori autonomie già richieste da Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto ne potenzieranno le performance sanitarie e, al tempo stesso, indeboliranno ulteriormente quelle delle Regioni del Sud, incluse quelle a statuto speciale. In tal senso risulta ai limiti del grottesco la posizione dei presidenti delle Regioni meridionali governate dal centrodestra, favorevoli all’autonomia differenziata. Una posizione autolesionistica che dimostra come gli accordi di coalizione partitica prevalgano sulla salute delle persone. Alcuni esempi: la maggiore autonomia in termini di contrattazione del personale provocherà una fuga dei professionisti sanitari verso le Regioni più ricche, in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose, impoverendo ulteriormente quelle del Sud; così come l’autonomia nella determinazione del numero di borse di studio per scuole di specializzazione e medici di medicina generale determinerà una dotazione asimmetrica di specialisti e medici di famiglia. Ancora, le maggiori autonomie sul sistema tariffario, di rimborso, remunerazione e compartecipazione rischiano di rendere i sistemi sanitari regionali delle entità con regole proprie, sganciate anche da un monitoraggio nazionale, agevolando anche l’avanzata del privato.

Quinto. Nonostante gli entusiastici proclami sui vantaggi delle maggiori autonomie anche per le Regioni del Sud, in sanità è certo che non ne esistono affatto per una ragione molto semplice. Essendo tutte, Basilicata a parte, in piano di rientro o addirittura commissariate (Calabria e Molise), non si trovano nelle condizioni di poter avanzare la richiesta, visto che i piani di rientro di fatto «paralizzano» dal punto di vista organizzativo i sistemi sanitari regionali.

Sesto. Il Pnrr, sottoscritto dall’Italia e per il quale abbiamo indebitato le future generazioni, persegue il riequilibrio territoriale e il rilancio del Sud come priorità trasversale a tutte le missioni. Ovvero, l’intero impianto normativo del ddl Calderoli contrasta il fine ultimo del Pnrr, che dovrebbe costituire un’occasione per il rilanciare il Mezzogiorno, accompagnando il processo di convergenza tra Sud e Centro-Nord quale obiettivo di crescita economica, come più volte ribadito nelle raccomandazioni della Commissione europea.

Ecco perché è fondamentale espungere la tutela della salute dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie. Se così non fosse, saremmo di fronte a una legittimazione normativa della «frattura strutturale» Nord-Sud che comprometterebbe l’uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto costituzionale alla tutela della salute, rendendo le Regioni meridionali sempre più «clienti» dei servizi prodotti dalle Regioni del Nord e assestando il colpo di grazia al Servizio sanitario nazionale. Un disastro sanitario, economico e sociale senza precedenti, che viene oscurato dallo «scambio di favori» tra i fautori dell’autonomia differenziata e quelli del presidenzialismo.

https://infosannio.com/2024/01/18/lallarme-di-cartabellotta-salviamo-la-sanita-pubblica-dal-disastro-dellautonomia/


venerdì 19 aprile 2024

il cancro della sanità

 

I vincitori di 7 concorsi del Policlinico di Milano “indovinati” tre mesi prima - Andrea Sparaciari

 

Una fonte anonima ha inviato cinque Pec con i nomi dei candidati vincenti delle mobilità indette dal Policlinico di Milano. E li ha azzeccati tutti.

 

Sette. Sono i nomi dei vincitori di altrettante procedure di mobilità attivate dai vertici dell’ospedale Policlinico di Milano – diretto da Matteo Stocco – contenuti in cinque Pec inviate tra il 4 febbraio e il 17 marzo alla casella della consigliera regionale Pd, Carmela Rozza. E oggi, a selezioni concluse, possiamo dire che tutti i pronostici sono stati azzeccati. Una coincidenza, anzi, sette coincidenze? Sicuramente.

Non solo, la misteriosa fonte ha anche “indovinato” che la delegata sindacale Cgil, ora distaccata a Roma, Mimma Sternativo, avrebbe prevalso su oltre 50 concorrenti nell’aggiudicarsi il ricco contratto 15 septis per la posizione di Dirigente delle professioni Sanitarie. Altra coincidenza. A colpire poi è che a vincere tutte e sette le mobilità siano stati dipendenti provenienti da un unico ospedale, la Asst Santi Paolo e Carlo, cioè l’ospedale diretto fino a dicembre scorso proprio dal dottor Stocco. Ennesima coincidenza. Altro fattore che rende (quasi) incredibile il filotto dei pronostici, il fatto che i nomi e il numero di quanti avevano aderito alla mobilità erano segreti. Cioè, la fonte non poteva sapere se i nomi che stava indicando si fossero iscritti o meno alle selezioni.


LE PROCEDURE DI MOBILITÀ DEL POLICLINICO DI MILANO

Prima di raccontare la storia nei dettagli, però, bisogna spiegare che la procedura di mobilità non è un concorso: essa viene attivata quando una struttura pubblica necessita di una determinata figura professionale e lancia la ricerca tra il personale di altre strutture. Gli interessati rispondono e passano attraverso un colloquio con una commissione nominata dal Direttore generale. Il candidato giudicato più idoneo, viene preso.

Ora la storia: il 4 febbraio 2024 la fonte scrive alla Rozza: “Vi segnaliamo una serie di bandi i cui i nominativi (dei vincitori, ndr) sono già decisi ancora prima dell’espletamento delle procedure. Di seguito trovate le procedure deliberate e i soggetti che le vinceranno”. Una lista completa: “ingegnere per le attività della Sc: vincitore Luigi Messina; collaboratore tecnico professionale: Silvia Baroni; dirigente delle professioni sanitarie: Vincenzo de Martino; infermiere: Giovanni D’Ingeo; dirigente delle professioni sanitarie: Mimma Sternativo”.

Il 23 febbraio, seconda Pec per segnalare la vittoria di Stella Lione (dirigente amministrativa). E, siccome la fonte è precisa, nella Pec del 13 marzo rettifica un nome contenuto nella rima missiva, perché il dipendente indicato come vincitore del posto da tecnico di laboratorio, era stato impossibilitato a partecipare. Così scrive che vincerà Angelo Martemucci. Il 19 marzo altra Pec: dietro Martemucci si classificherà Ludovica Pandolfo. L’ultimo “vaticino” arriva il 17 marzo: Stefano Mentassi vincerà l’incarico di assistente amministrativo, mentre Laura Nocera quello da tecnico di radiologia medica. La prima selezione è partita il 6 febbraio, l’ultima si è chiusa il 26 marzo. Azzeccati sette su sette. Interrogati da La Notizia, i vertici del Policlinico riferiscono che: “Tutti i provvedimenti sono rispettosi delle norme e dei regolamenti in vigore”.


IL PRECEDENTE AI SANTI PAOLO E CARLO

Un sistema fotocopia era stato raccontato a novembre 2021 in un esposto depositato alla Procura di Milano dal sindacato Usb, nel quale si segnalava “un complesso sistema di elusione e violazione della normativa in materia di assunzione di figure dirigenziali e di vertice mediante incarichi costruiti ad personam presso l’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano”. Il documento partiva da un’attenta istruttoria sugli incarichi conferiti dall‘ex dg Stocco.

L’esposto, finito sul tavolo della Pm Cristina Roveda, puntava il dito sulle procedure adottate dall’ASST ai fini dell’assegnazione di incarichi di vertice in favore di alcuni uomini di fiducia e di alcuni delegati sindacali eletti nella RSU dell’azienda.

Segnalazioni nel tempo sono state fatte anche a Regione Lombardia e al suo organo di controllo, Orac. Invano: nessuna risposta sulle vicende della ASST dei Santi è mai arrivata Regione Lombardia, nonostante i molti rilievi di Orac. Silenzio, soprattutto da parte dell’assessore Guido Bertolaso, nonostante nella chiacchierata ASST dei Santi a luglio 2023 sia stata anche assunta la figlia dello stesso dell’Assessore.


TRA I “MIRACOLATI” DEL POLICLINICO, UN’INFORNATA DI SINDACALISTI

Tra i vincitori previsti dalla fonte anonima, due nomi spiccano in particolare: quello di Vincenzo de Martino e della sindacalista della Cgil, Mimma Sternativo. De Martino, infermiere, laurea all’Università di Tirana, ex dirigente del sindacato dei sanitari FIALS, è considerato un fedelissimo del dg Matteo Stocco, tanto che era arrivato ai Santi Paolo e Carlo grazie a un bando di mobilità molto simile a quelli attivati di recente al Policlinico. In realtà il suo approdo ai Santi non è stato facilissimo, visto il certificato penale non proprio immacolato… Tanto che il bando col quale è entrato è stato modificato in corso d’opera.

In ogni caso, De Martino viene assunto come semplice infermiere; diventava poi dirigente a tempo determinato per 36 mesi (nomina criticata dall’autorità di controllo regionale Orac) e quindi a tempo indeterminato, grazie a una “stabilizzazione per l’emergenza covid”. Prprio sulla sua “carriera”, la consigliera Carmela Rozza ha presentato nel tempo più di un’interrogazione.


IL CONTRATTO D’ORO

Dal sindacato FIALS arriva anche Mimma Sternativo (oggi però passata alla FP-Cgil), fresca vincitrice di un bando ex 15 septies al quale ha partecipato una cinquantina di concorrenti. Si tratta di una tipologia contrattuale particolare per la Pubblica amministrazione, visto che prevede una chiamata diretta. Si usa, o si dovrebbe usare solo per assumere figure professionali di altissima specializzazione, carenti sul mercato. Invece Stocco l’ha attivata per reclutare un semplice dirigente delle professioni sanitarie, nonostante per quel tipo di dirigenti sia in vigore al Policlinico una specifica graduatoria risalente a novembre 2023. Il Policlinico l’ha invece confermata, nonostante una potenziale incompatibilità: Sternativo è oggi una dirigente CGIL FP in distacco a Roma. Nel 2022 era stata eletta delegata RSU al Policlinico per la FIALS. Ora si troverà a gestire il personale, senza il previsto biennio di “raffreddamento”. Un contratto quindi che potrebbe essere annullato.

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Tagliati 32.500 posti letto negli ospedali dal 2020 al 2022

Dal 2020 al 2022 negli ospedali italiani sono stati tagliati 32.500 posti letto e fra il 2019 e il 2022 oltre 11.000 medici hanno lasciato le strutture pubbliche. Diminuiscono anche i nosocomi: in 10 anni ne sono stati chiusi 95 (9%). E le risorse sono sempre meno: nel 2024, il finanziamento del Fondo sanitario è aumentato in termini assoluti rispetto al 2021 ma è diminuito rispetto al Pil ed è eroso dall’inflazione. I dati sono presentati dalle 75 Società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari (FoSSC), che chiedono al governo una “grande riforma strutturale e misure urgenti per salvare il Ssn. A rischio le cure per tutti”.

TAGLIATI 32.500 POSTI LETTO NEGLI OSPEDALI DAL 2020 AL 2022. OLTRE 11.000 MEDICI HANNO LASCIATO LE STRUTTURE PUBBLICHE FRA IL 2019 E 2022

In appena due anni, durante l’emergenza Covid, rileva il coordinatore del Fossc (Forum delle Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri ed Universitari Italiani) Francesco Cognetti, il numero dei posti letto “è diminuito, e ne sono stati tagliati 32.508: nel 2020 erano 257.977, ridotti a 225.469 nel 2022. Si stima che, negli ospedali italiani, manchino almeno 100mila posti letto di degenza ordinaria e 12mila di terapia intensiva”. Ed ancora: “l’età media dei medici è sempre più elevata, con ben il 56% che ha più di 55 anni rispetto al 14% della Gran Bretagna, ed entro il 2025, andranno in pensione 29.000 camici bianchi e 21mila infermieri, senza un sufficiente inserimento di nuovi professionisti, e sempre più giovani, formati a spese dello Stato (circa 150mila euro ognuno) vanno all’estero, dove ricevono stipendi anche tre volte superiori”.

IN 10 ANNI SONO STATI CHIUSI IL 9% DEI NOSOCOMI

Diminuisce anche il numero dei nosocomi: in 10 anni ne sono stati chiusi il 9%. Nel 2012 erano 1.091, nel 2022 sono calati fino a 996, con una riduzione più consistente per quelli pubblici (67 in meno, da 578 a 511). Non solo. Nel 2024, afferma, “il finanziamento del Fondo sanitario nazionale è aumentato in termini assoluti rispetto al 2021, ma è diminuito rispetto al Pil, e queste risorse sono state in larga parte utilizzate per aumenti contrattuali irrisori del personale, che non sono in grado di contenere l’esodo dei medici”.

I LIVELLI LEA NON SONO RISPETTATI IN 12 REGIONI SU 21

Oggi in conferenza stampa a Roma, nella sede della rappresentanza in Italia del Parlamento e della Commissione Europea, la Fossc denuncia la situazione critica del Ssn: “E’ indispensabile il potenziamento degli ospedali”, è la richiesta delle società scientifiche. Cognetti sottolinea inoltre che “i Livelli essenziali di assistenza Lea, cioè le cure considerate fondamentali, non sono rispettati in 12 Regioni su 21. E si tratta – precisa – dei Lea attualmente in vigore che risalgono addirittura al Dpcm 29 novembre 2001, aggiornati con il Dpcm 12 gennaio 2017, ma mai attuati”.

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