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martedì 27 gennaio 2026

“A cosa serve la strage di Sant’Anna se la nostra memoria è solo vittimista e si ignorano i morti degli altri?”

(intervista a Lorenzo Guadagnucci di Elisabetta Ambrosi, su ilfattoquotidiano.it)


 “A che servono Sant’Anna di Stazzema, Monte Sole, Civitella in Val di Chiana, le Fosse Ardeatine, a che servono i musei, le scuole e i parchi della pace, le cerimonie, le celebrazioni, i discorsi istituzionali? Ci siamo abituati a frequentare i luoghi sacri della Seconda Guerra Mondiale con il sentimento di chi ha subito un sopruso. La nostra memoria è autoreferenziale, vittimista, si piangono i propri morti ma si ignorano quelli degli altri”. È un duro atto di accusa quello che – in occasione della Giornata della Memoria – Lorenzo Guadagnucci, giornalista, lancia nel suo libro Un’altra memoria – Guerre, stragi, muri e genocidi producono assuefazione. Un paradigma fallito da ricostruire (Altreconomia editore). “La Giornata della Memoria – afferma – va radicalmente ripensata. Tra l’altro nasconde una falla enorme, perché si è detto e si continua a dire che conoscere i fatti, andare ad Auschwitz, fanno sì che quegli eventi non accadano mai più. Ma questo non è vero: perché non accadano più cose del genere ci vuole azione politica, ci vuole una consapevolezza che oggi non c’è”. Parole che assumono ulteriore significato se pronunciate da un nipote di una vittima della strage di Sant’Anna di Stazzema (la nonna Elena fu trucidata dai nazisti a 43 anni) e figlio di un superstite di quell’eccidio del 1944 (il padre Alberto si salvò).

Guadagnucci, lei critica una memoria divenuta autoreferenziale e addomesticata.
I luoghi della memoria che abbiamo sviluppato hanno questa caratteristica di essere legati sostanzialmente alla Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo selezionato tutte le situazioni nella quale come popolazione italiana ci siamo sentiti vittime di enormi soprusi: che sono vere e ci sono state, però abbiamo messo dall’altra parte gli episodi in cui siamo stati carnefici. Mi riferisco a cose avvenute nello stesso periodo, penso alle stragi compiute dagli italiani precedenti all’8 settembre, le stragi fatte in Jugoslavia, in Albania, in Grecia, in Montenegro. Abbiamo costruito una memoria vittimistica, che comporta una distorsione dello sguardo che ci impedisce di cogliere appieno reali dinamiche della violenza e della sopraffazione, che riguardano anche noi.

Lei sostiene che chi officia le cerimonie ufficiali della memoria potrebbe non essere realmente l’erede diretto di quella tradizione, l’interprete di quel lascito. In che senso?
Ci si colloca in una tradizione, quella dell’antifascismo, di chi ha costruito il dopoguerra con quelle che io chiamo le istituzioni del pacifismo, l’Onu, le Corti internazionali, il diritto internazionale, la Dichiarazione dei diritti umani: ma collocandoci in questa tradizione non ci sente obbligati a rispettarla, a metterla in pratica, nella concretezza delle cose, delle scelte politiche.

Per lei una memoria senza azione è quasi un tradimento. Critica un antifascismo debole che non produce azione politica.
Io vedo un parallelismo tra le politiche della memoria e come viene interpretato l’antifascismo, per questo parlo di un antifascismo debole, una auto-collocazione che ha una funzione da un lato identitaria, dall’altro però anche consolatoria e confermativa. Si dice: io appartengo a questa storia, ma non c’è niente nell’oggi che concretizzi questa ha auto-collocazione; l’antifascismo è una cosa molto più importante di così, è un movimento di rottura, rivoluzionario, è quella parte della storia politica di una minoranza del nostro paese che ha saputo pensare al futuro nel momento di buio totale e che ha dato le premesse per la costruzione di quello che abbiamo poi messo in piedi: le democrazie, le istituzioni del pacifismo e le Costituzioni. Oggi c’è chi interpreta l’antifascismo semplicemente come una appartenenza, un’etichetta, qualcosa che serve a quietare gli animi di chi simpatizza per la tua parte.

Veniamo a Gaza. Lei attacca la rappresentazione distorta dei morti. E sostiene che ci può essere un parallelismo tra Gaza e la Shoah.
Questo libro nasce proprio dalla considerazione su quello che è accaduto e che sta ancora avvenendo nella Striscia di Gaza, un devastante genocidio in diretta. Il libro nasce da una impossibilità: io sono familiarmente segnato dalla strage, ma provo disagio nel ricordare la strage di ottant’anni fa mentre il mio paese, che nasceva su una retorica della memoria dell’antifascismo, permetteva e collaborava in qualche modo al genocidio in corso. Credo che questo sia un punto di rottura radicale che deve rimettere in discussione tutte le politiche della memoria, perché oggi tutta quella retorica non funziona più, non è più credibile, non ha più la possibilità di essere percepita come una cosa reale.

Lei quindi pensa che si possa usare il termine genocidio nel caso di Gaza?
Credo che sia obbligatorio parlarne, non è una possibilità o qualcosa che sia discutibile: tutta l’elaborazione che abbiamo fatto sulla Shoah va in questa direzione, quella della prevenzione di altri genocidi, la stessa nozione di genocidio nasce per prevenire i genocidi. Quindi è paradossale e assurdo che si pensi di non poter usare questa parola per quello che è accaduto in Palestina e a Gaza; l’altra cosa che voglio far notare è il paradosso per cui in questo Giornata della Memoria se il primo ministro di Israele, un paese che ha costruito buona parte della propria identità sulla memoria della Shoah, volesse andare ad Auschwitz dovrebbe essere arrestato; siamo veramente di fronte a un momento di cambiamento, dove dobbiamo ripensare tutto.

La memoria, le scrive, deve diventare politica, va politicizzata. Serve un antifascismo forte e serve un paradigma nuovo della memoria utile verso tutte le persecuzioni.
Penso che la memoria sia fondamentale, perché è un motore dell’azione, è qualcosa che può dare un retroterra storico, culturale e politico a chiunque abbia una tensione verso il cambiamento; credo che avvicinarsi ai luoghi della memoria e quindi entrarci dentro, conoscerla a fondo abbia una funzione autenticamente rivoluzionaria. Ma quello che il dialogo fra vivi e morti trasmette è il rifiuto radicale della guerra in quanto tale, non c’è una via di mezzo. Chi introduce delle aggettivazioni della guerra, guerra difensiva, democratica, sbaglia, anzi commette una eresia. Tutte le guerre sono guerre contro i civili, sono guerre contro una persona umana.

da qui

 

mercoledì 15 febbraio 2023

Quando la memoria diventa retorica - Lorenzo Guadagnucci

 

Liliana Segre ha osservato con amarezza che la memoria della Shoah sta svanendo, che non fa presa nella società; la senatrice a vita teme addirittura che sarà presto appena una riga nei libri di storia. Possibile, ma paradossale, in tempi che sovrabbondano di “celebrazioni” e occasioni per “fare memoria”. Gli stessi vertici politici dello Stato, dal presidente della Repubblica in giù, in questi giorni si sono fatti sentire con moniti solenni e alte affermazioni; lo sforzo delle tv pubbliche e private, con film e approfondimenti, non è affatto mancato, e così quello della stampa quotidiana e poi basta entrare in una libreria per notare quanto la produzione editoriale sia costante attorno ai temi cardine della storia del ‘900: dalla Shoah ai totalitarismi alla lotta di resistenza.

Dunque, qual è il problema? Perché la memoria, nonostante tutto ciò, sembra in decadenza? Perché i princìpi fondativi delle democrazie europee, quindi un preciso progetto di civilizzazione – per aggiungere un elemento al discorso di Liliana Segre – sono così in declino nella coscienza e nella cultura degli italiani e degli altri europei?

Il punto è probabilmente la credibilità. Le tragedie del ‘900, ma anche le straordinarie lotte sociali e popolari di quel secolo, sono da considerare un monito e un esempio, perciò è importante conoscerle, studiarle, farle proprie. La memoria serve a questo: a rendere ciascuno di noi un cittadino più consapevole e la collettività cosciente degli errori ma anche delle grandezze del passato. Il calendario civile, con le varie feste e celebrazioni riconosciute, è uno strumento di questa presa di coscienza, purché – ecco lo snodo fatale – non si tratti di omaggi formali, affermazioni occasionali, momenti di conoscenza da mettere subito in archivio senza conseguenza alcuna.

Le politiche della memoria sono sottoposte per loro natura a un rischio incombente: la ritualizzazione, l’uso strumentale, la banalizzazione. Se le retoriche della memoria – i discorsi che si fanno il 27 gennaio, il 25 aprile, il 2 giugno e così via – si distaccano troppo dalla realtà, se chi se ne fa interprete non dimostra “sul campo”, ogni giorno, attraverso le proprie scelte, la sua adesione autentica a quei valori e quei principii, ecco che la retorica suona falsa, asettica, superata. É quel che sta accadendo, e non da oggi, sotto i nostri occhi. I traumi, gli orrori ma anche le glorie – come l’antifascismo e la resistenza – della prima metà del ‘900 hanno portato a ciò che di più prezioso abbiamo: le costituzioni democratiche, la nuova impalcatura delle relazioni internazionali, un sistema codificato di tutela dei diritti umani fondamentali. Siamo usciti dalla seconda guerra mondiale stabilendo finalmente e senza esitazioni che tutte le vite valgono – un principio che era stato sepolto dalle politiche razziste e eugenetiche di fascismo e nazismo –, approvando una solenne Dichiarazione dei diritti umani e costruendo un sistema di trattati ed enti sovanazionali – in testa l’Onu – con il preciso scopo di contenere le tentazioni infernali dei nazionalismi e di prevenire i conflitti armati, dopo due guerre mondiali che avevano trasformato il suolo europeo in un immenso cimitero all’aperto e disseminato il sottosuolo di innumerevoli fosse comuni.

Ma oggi, ahinoi, succede che si ricordi la Shoah, che si celebrino la resistenza, i valori costituzionali e le stesse regole del diritto internazionale, mentre pratichiamo l’opposto. È questo il punto. L’Europa nata per combattere i nazionalismi e quindi abolire i confini è oggi una fortezza circondata da fitte reti di affilatissimi fili spinati e non sa più parlare la lingua della cooperazione e della pacificazione; il diritto internazionale, la diplomazia, il castello di enti e trattati concepiti per evitare i conflitti armati sono stati accantonati e screditati uno dopo l’altro e oggi siamo sottoposti a una ventata bellicista che alimenta, anziché sedare, la guerra in corso sul suolo europeo, nell’infelice terra ucraina, sottoposta lungo tutto il ‘900 a ferite forse senza pari in Europa; il principio cardine che ispira le nostre costituzioni e che deriva direttamente dalla sconvolgente esperienza della Shoah – “tutte le vite contano” – non vive più nella quotidianità dello spazio pubblico, è anzi platealmente calpestato nel mare Mediterraneo, ai confini terrestri dell’Unione, nei campi di concentramento in Libia, Turchia e altri paesi finanziati con le imposte dei cittadini europei; gli stessi valori della resistenza e dell’antifascismo – l’aspirazione all’uguaglianza, alla giustizia sociale – sono tramontati nell’ideologia e nella pratica delle maggiori forze politiche democratiche.

Ciò che nel discorso pubblico ufficiale è definito memoria, dunque, suona quasi sempre falso; chi parla di antifascismo, di diritti umani, di aspirazione alla pace – ministri, capi di stato, ma anche molti “esperti” e intellettuali – non risulta credibile, perché pare non credere a ciò che afferma, visto che non agisce in modo conseguente. Un’Europa fedele ai suoi princìpi oggi dovrebbe lottare per fermare i conflitti in corso con gli strumenti della diplomazia e dell’interposizione; dovrebbe salvare, accogliere, tutelare e non respingere o lasciare annegare i profughi che si spingono fino ai suoi confini; dovrebbe contrastare i nazionalismi invece di alimentarli. Per essere creduti, occorre essere credibili. Non è il caso delle attuali classi dirigenti europee, sempre più simili ai leader “sonnambuli” che spinsero l’Europa fino all’abisso nella prima metà del ‘900. Tocca quindi ad altre persone, ad altre organizzazioni, a chi vive e pratica – oggi controcorrente – i valori più alti scaturiti dalle tragedie e dalle glorie del secolo scorso, tenere alta la fiaccola della memoria e lottare ancora.

da qui

martedì 7 febbraio 2023

a proposito di memoria

Il ricordo sbiadito – Gianni Lixi

Come sempre gli ultimi giorni di gennaio assistiamo ad una grande quantità di manifestazioni che vogliono ricordare la Shoa’. Dovrei essere contento. Dovrei trovare conforto dal fatto che tante persone vogliono ricordare una delle pagine più tristi del genere umano. Eppure no, non solo non trovo conforto ma anzi provo un certo disagio, anzi un vero e proprio fastidio. Ho cercato di interrogarmi, ed ho provato a mettere in fila alcune considerazioni che potessero spiegare questo mio stato d’animo. Una delle prime cose che credo mi abbiano indisposto è il percepire che il coinvolgimento di molte delle persone che ricordavano era un coinvolgimento, nel migliore dei casi formale (e più avanti mi spiegherò). Badate bene la stragrande maggioranza delle iniziative condotte nelle scuole da bravissimi insegnanti non si discute ed è anzi da ammirare. Non è a queste che mi riferisco. Mi riferisco soprattutto a quelle istituzionali.

Ma perché ricordare? Ricordare perché queste cose non abbiano più a ripetersi. Ma che cosa non deve più ripetersi? Non deve più ripetersi la bestializzazione del genere umano per dirla con Primo Levi. La bestializzazione incomincia con la sua deumanizzazione, quindi il ricordo serve a riconoscere se e dove si stanno perpetrando forme di deumanizzazione che spianano la strada alla bestializzazione.  “Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice. L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione…era stata portata a compimento…” ( “Se questo è un uomo”. Primo levi).

La storia purtroppo si ripete ma quasi mai ha gli stessi nomi e cognomi. Questa è la difficoltà, sapere riconoscere i suoi nomi e cognomi. Il popolo ebraico, i rom, gli omossessuali, le persone con disabilità hanno patito la raffinata tecnica nazista della deumanizzazione. Ma ora chi sono gli esseri umani che corrono più di altri il rischio di essere “bestializzati”? Gli ebrei? Sono loro che nel mondo attuale corrono quel rischio? Vediamo.

Come molti ebrei ci insegnano l’appartenenza all’ebraismo è aderire ad una religione. E’ una scelta di fede. Non appartieni ad uno stato. Oggi gli ebrei nel mondo sono 13 milioni circa. Una parte di questi ebrei occupa un’area del pianeta infliggendo atroci sofferenze alla popolazione che quell’area già l’occupava. In quell’area, la Palestina storica, esiste un paese, Israele, che attua nei confronti della popolazione locale politiche discriminatore e deumanizzanti. La stragrande maggioranza dei palestinesi è governata da leggi che non sono scelte da loro ed è per questo che due grosse organizzazioni internazionali HRW ( qui rapporto HRW ) ed Amnesty International ( qui sintesi del rapporto in italiano ), dopo dettagliato e minuzioso studio fornito di numerosissime argomentazioni molto ben documentate hanno dichiarato il regime di Israele un regime di Apartheid ( qui rapporto completo in inglese ) . Nonostante questo è di pochi giorni fa la notizia che in seguito ad una interrogazione sionista al parlamento europeo questo ha stabilito che, in questa istituzione, non si possa usare il termine apartheid perché secondo i criteri della assemblea plenaria dell’IHRA è un termine che sottace l’antisemitismo (qui). Ma che cosa è l’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). E’ una organizzazione formata da 35 paesi. Ogni membro di ciascun paese è un fidato sionista. Prendiamo il nostro rappresentante Luigi Maccotta (ora ambasciatore a Città del Messico ad inizio carriera lavorava all’ambasciata di Tel Aviv). Fa parte di una rivista ebraica online, “Riflessi Menorha” (qui) che seppure critica con le rovinose iniziative di Netanyhau , ha però tra i suoi scopi principali quella di sostenere Israele. Cioè non sostiene solo gli ebrei sostiene uno stato. Nella definizione dell’IHRA di antisemitismo si sostiene che criticare Israele è antisemita. Come potrebbero questi 35 fidati membri che devono curare gli interessi di israele, dire qualcosa di diverso. Se 35 membri sionisti che sostengono Israele si incontrano per aiutarlo il minimo che possono fare e cercare di usare l’antisemitismo per associare gli ebrei agli israeliani in modo che si possa impedire di parlare male degli israeliani sennò puoi essere tacciato di antisemitismo. Non è quindi la definizione dell’IHRA che mi stupisce. Mi stupisce e mi preoccupa che il parlamento europeo scelga questa definizione chiaramente strumentale ed anzi sollevi perplessità sul grosso lavoro fatto da organizzazioni internazionali, riferimento per tanti che si occupano di diritti umani, e segnatamente per il lavoro fatto da Amnesty che ha accertato con prove documentali che Israele applica un regime di Apartheid nei confronti della popolazione palestinese. Mi preoccupa perchè da questo deduco che il parlamento non è imparziale. Sceglie senza se e senza ma Israele. La Special Rapporteur delle Nazioni Unite sui oPt (territori palestinesi occupati) Francesca Albanese ha espresso seria preoccupazione per l’assenza di imparzialità del parlamento europeo (qui ). Non è difficile immaginare che alla base della mancanza di imparzialità ci sia il lavoro della lobby israeliana impegnata non a difendere l’ebraismo ed i suoi insegnamenti di fratellanza ma a difendere Israele e tutte le nefandezze che compie.

In America gli ebrei sono determinanti in ogni elezione presidenziale. I soldi dei cittadini americani vengono utilizzati per fornire armi agli israeliani che così possono continuare ad occupare terre che per il diritto internazionale non sono loro (30 miliardi di dollari in 10 aa solo in spese militari). Ed a parte il diritto internazionale, in tutto il mondo ci sono più di 7 milioni di rifugiati palestinesi cacciati via dalle loro terre non 2000 aa fa ma alcuni decenni fa che ogni giorno ce lo ricordano. Voglio sgombrare il campo da facili critiche. E’ assolutamente vero che esistono soprattutto in America delle frange di popolazione appartenenti all’area dei suprematisti bianchi che inneggiano all’antisemitismo e questo ci deve certamente preoccupare. E’ paradossale però che proprio Israele non se ne preoccupi. Non è un mistero che le più grandi concessioni che Israele ha avuto dall’America le ha avute con l’amministrazione Trump (vedi il riconoscimento di Gerusalemme capitale ecc..). Trump ha tra il suo bacino elettorale proprio i suprematisti bianchi che inneggiano all’antisemitismo. La destra più nera e fascista che ci sia in America. Anche in Italia Salvini e Meloni, in prima linea a “ricordare” , hanno tra il loro bacino elettorale esponenti dichiaratamente antisemiti. L’unica spiegazione che sono riuscito a darmi è che agli israeliani più che gli ebrei interessano gli israeliani e fra destre si intendono molto anche a scapito dell’interesse del popolo ebraico. Sono moltissimi ormai nel mondo gli ebrei che si stanno discostando dal feroce governo di Apartheid israeliano.

Sono quindi gli ebrei quelli che rischiano di più una ghettizzazione e deumanizzazione nel mondo contemporaneo? Come già detto le ideologie di destra, in America ed in Europa inneggiano ancora all’antisemitismo e non bisogna abbassare la guardia. Ma ci sono anche gli ebrei che non sono d’accordo con Israele che sono isolati e ghettizzati in America e nello stesso Israele. Gli ebrei ortodossi che seguono la religione ebraica e che sostengono che nella Torà non c’è nessuno riferimento ad uno stato ebraico, vengono picchiati dai coloni israeliani così come accade ai palestinesi. Le loro manifestazioni in favore dei palestinesi vengono violentemente represse dall’esercito israeliano. Si, questi ebrei vengono trattati così per la loro fede nell’ebraismo e gli israeliani hanno quindi verso questi ebrei un comportamento antisemita. Ma a parte questi ebrei ed i palestinesi sottoposti a trattamenti deumanizzanti a causa dall’Apartheid israeliana, nel mondo ci sono altri gruppi etnici che vengono sempre più ostracizzati. L’ISC (Islamophobic study center) ha redatto nel 2021 un interessante rapporto sull’islamofobia in America (qui ). L’ISPU (Istitution for Social Policy and Understnding) ha elaborato una esauriente guida dal titolo “Countering and Dismantlig Islamophobia” (contrastare e smantellare l’Islamophobia qui) . Con lo stesso titolo c’è in rete un seminario organizzato dall’ISPU e disponibile su you tube (qui). In questi interessantissimi documenti si fa notare come ci sia una stretta relazione tra Islamofobia, Antisemitismo e Razzismo contro le persone nere.

In tutte le iniziative per ricordare la Shoà, da molti anni a questa parte non si cerca di analizzare atteggiamenti o anche scelte politiche che possono essere in qualche maniera legate all’antisemitismo , ma si celebra in maniera formale e distaccata il ricordo dei morti. In qualche occasione lo si utilizza addirittura per poter far sventolare la bandiera di uno stato che sta disumanizzando un intero popolo. Non è questo che intendo io per ricordo. Ed infatti mi è sembrato totalmente inopportuno e fuori luogo accostare, come ha fatto il presidente Mattarella, la guerra in Ucraina alla Shoà. Così si svilisce il termine di “antisemitismo”. Quella è una aggressione di una nazione su un’altra nazione così come molti paesi Europei ed America hanno fatto e continuano a fare con motivazioni molto discutibili, ma che non c’entra niente con l’antisemitismo.

Dobbiamo ricordare, dobbiamo farlo perché la storia si ripete, ma dobbiamo anche saper riconoscere i nuovi nomi ed i nuovi cognomi!

da qui


qui il rapporto della Relatrice speciale delle Nazioni Unite, Francesca Albanese: Diritti umani in Palestina



Porrajmos, il genocidio dimenticato - Francesca de Carolis

Porrajmos. Non tutti, forse, conoscono questa parola. Eppure, è una delle parole del genocidio. Porrajmos, in lingua romanì, che può essere tradotto con “il grande divoramento” oppure “devastazione”, è lo sterminio di sinti, rom e camminanti di cui raramente si parla. Eppure, le stime parlano di un numero che va dalle 300mila alle 500mila vittime. E nonostante le ricerche e gli studi siano andati avanti, questa tragedia collettiva non ha ancora avuto il giusto riconoscimento.

Una data per quelli che noi frettolosamente e senza troppe sottigliezze chiamiamo “gli zingari”, per ricordare il loro dramma, c’è: è il 2 agosto, scelto in base a un accordo internazionale perché il 2 agosto del 1944 molti rom, donne bambini e anziani, furono sterminati a Birkenau. Ma chi lo sa?
Le nostre distrazioni sono tante, e vengono da lontano. Nel processo di Norimberga, ricordano gli storici, in alcune deposizioni qualcuno parlò di sterminio degli “zingari”, ma nessun rom o sinti fu chiamato a testimoniare.
Mentre non c’è stato posto per loro nella legge italiana che istituì il Giorno della Memoria.
Un’assenza che non è casuale. Il nostro pregiudizio è tanto, e l’emarginazione passa anche per la negazione del ricordo.
Certo, non aiuta il fatto che la memoria cui si affidano rom e sinti è prevalentemente orale. Ma voglio suggerire la lettura di un libro che tanto racconta: “Forse sogno di vivere”, testimonianza della terribile esperienza di una bambina rom deportata a 11 anni a Bergen-Belsen, insieme alla madre. La bambina, Ceija Stojka, da quel lager si è salvata, ha poi fatto la venditrice ambulante, a Vienna, e quei giorni tremendi ha continuato a testimoniare non solo con questo libro scritto cinquant’anni dopo, ma anche in tante sue poesie, in dipinti, che sono racconti di vita, che sono racconti di morte. E’ morta proprio sul finire del gennaio di dieci anni fa…
Porrajmos.
Gli studi storici continuano. Oggi sappiamo delle violenze e dei morti nei campi di concentramento europei, soprattutto di Auschwitz, Kulmhof, Bialystok e, ma anche in Italia. A Perdasdefogu (Nuoro), ad Agnone (Campobasso), a Tossicia, ai piedi del Gran Sasso, a Ferramonti (Cosenza), a Poggio Mirteto (Rieti), nel manicomio dell’Aquila, a Gries (Bolzano), come ha ricordato l’associazione Migrantes, che ha sottolineato anche che molti dei rom sopravvissuti “diedero un contributo significativo alla nascita della democrazia nel nostro Paese”. Ma chi lo ricorda? Chi li celebra oggi?
Ritornano le parole di Ceija Stojka: “Auschwitz non è morto, sta solo dormendo”. Monito cui dovremmo dare ascolto.
Non vi sembri troppo, ma il fantasma di Auschwitz (con quell’altra parola del genocidio, Porrajmos) che pure dorme, è lì, dietro tante storie dell’oggi che sono storie di emarginazione e di spregio cui non facciamo più caso. Chi si è accorto delle difficoltà delle famiglie rom “chiuse” nei campi durante la pandemia? Chi ne ha parlato? Ricordo la voce accalorata di Marcello Zuinisi, che aveva impegnato tutta la sua vita nella difesa dei diritti dei rom. Marcello, che ora non c’è più, allo scoppio della pandemia, denunciando il peggioramento delle condizioni che ne seguì per chi viveva nei campi, mi disse: “Possibile che nessuno si occupi della situazione nei campi rom? Dell’isolamento che rischia di portare alla morte per fame e malattie… Nessuno risponde, mentre le famiglie piangono dalla fame…”.
E che dire delle quotidiane forme di “respingimento” dettato dalla nostra idea di decoro, degli sgomberi per lo più forzati che tante famiglie hanno lasciato per strada. Anche se da tempo l’Associazione 21 luglio” (che appunto di diritti dei rom e sinti si occupa), ad esempio, spiega che il superamento dei campi rom è possibile tanto per cominciare “finendola di considerare gli abitanti dei campi rom dei ‘disabili sociali’, bisognosi di interventi rieducativi su base etnica”…
E parlando della difficile vita dei rom, come non pensare alla vicenda di Hasib Omerovic, il 36enne sordomuto che il 25 luglio dello scorso anno è “caduto” dalla finestra della sua casa, nel quartiere romano di Primavalle, durante un intervento della polizia. Che volete, era un disabile, disturbava per strada, era pure un rom… Se ne è parlato davvero solo dopo che l’Associazione 21 luglio, insieme a Riccardo Magi che ha presentato un’interpellanza, ha denunciato l’episodio in Parlamento, ed è partita l’inchiesta che va avanti e oggi si allunga la lista degli indagati, lo svelamento di violenza e depistaggi…
Per la cronaca, Hasib Omerovic è uscito dal coma dopo due mesi, è ancora ricoverato, e solo adesso inizia a muovere autonomamente i primi passi. Mentre la sua famiglia è subito fuggita dalla casa in cui abitava. “Abbiamo paura”, avevano detto…
I momenti più bui della nostra Storia, sono lì, acquattati dietro le violenze, le discriminazioni, le offese che non sempre vogliamo vedere…
Pensando al “Porrajmos”, quella declinazione del genocidio che il Giorno della Memoria sembra dimenticare.

da qui

sabato 21 gennaio 2023

Musei coloniali al chiuso e all’aperto - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Ci sono musei e musei, puoi dirlo per ogni cosa, la premessa è facile ma non lo sono altrettanto le conseguenze. Altrimenti, sarebbe tutto diverso.
Altrimenti, vivremmo noi per primi in un paese diverso.
Tuttavia, per amor di semplicità, potremmo affermare che i musei sono di due soli tipi, a uso e consumo di questa breve storiella.
Per primi vi sono quelli al chiuso, banalmente. E tra essi, nel ramo coloniale – ovvero anti – cito tra tutti la mostra From Local to Global in questi giorni allestita presso la Galleria d’Arte di Scarborough, nella medesima cittadina inglese dello Yorkshire del Nord.
Nella presentazione dell’evento sul sito ufficiale della galleria c’è una fondamentale nota , la quale avverte i visitatori di essere consapevoli che la mostra presenta una collezione di oggetti che contengono immagini e descrizioni dello sfruttamento razziale. Nel resto del messaggio gli organizzatori spiegano che hanno preso questa decisione per aiutare il pubblico a comprendere meglio gli atteggiamenti razzisti britannici quale eredità del passato coloniale.
Abbiamo cercato di avvicinarci a questo materiale con sensibilità, è la conclusione, ma i visitatori potrebbero trovare alcuni elementi scioccanti. Altri, nel Regno Unito come nel resto del mondo, potrebbero invece ritenerli più che normali, aggiungo io. Ma che dico, assolutamente accettabili, più che tollerabili e perfino giusti.
In altre parole, vi sono musei e musei, nonché memorie e memorie, e come decidere di gestirle, affrontarle e imparare da esse.
Quando hanno rinvenuto tali reperti circa dieci anni fa dietro una porta bloccata da tempo, gli organizzatori avrebbero potuto lasciare tutto come stava e ignorare tale imbarazzante scoperta, ma invece la scelta è stata quella di portare in quel polveroso e opportunamente oscurato angolo della comune memoria la luce del ricordo e magari della condanna, qualora la coscienza lo richieda. Per non ripetere in futuro gli stessi errori, potremmo dire ripetendo la solita canzoncina, ma credo che il vero problema non riguardi il domani, bensì tutto ciò che si è continuato a fare indisturbati ieri e l’altro ieri sino a oggi compreso.
Nel dettaglio, la mostra contiene soprattutto oggetti dell’archivio personale del colonnello James Harrison e racconta i modi con i quali il museo stesso e altre istituzioni hanno tratto profitto dal colonialismo.
Vi sono trofei di caccia come zanne d’elefante, oltre a fotografie e annotazioni celebrative di tali presunte imprese nel continente sulla carta nero, ma nei fatti rosso di sangue versato da vittime innocenti di ogni specie, umana o meno.
L’aneddoto che trovo maggiormente orribile riguarda l’idea di Harrison di rapire – usiamo le parole giuste – quattro uomini e due donne di etnia Mbuti per portarli in giro per il paese in una sorta di zoo umano, come l’ha definito la curatrice della mostra, Dorcas Taylor.
Pare che a siffatto abominio abbia assistito e immagino applaudito almeno un milione di persone. Perché, ripeto, tale orrendo spettacolo, un infernale incubo per le vittime sacrificate al ludibrio dei colonialisti, era considerato normale, così come un’infinità di aberrazioni ai danni delle genti ritenute inferiori viene tutt’oggi accettata come ordinaria amministrazione.
Quale ultima tragica postilla a codesto infame circo, una delle donne, di nome Amuriape, pare fosse incinta e nel 1906 diede alla luce una bimba, la quale purtroppo nacque già morta. La madre era stata costretta a esibirsi di fronte a mostri travestiti da spettatori sino a due giorni prima.
Ci sarebbe molto altro da dire sull’importanza di questi musei, ma mi preme portare l’attenzione sull’altro tipo, quello delle mostre a cielo aperto, perché ci riguardano tutti, a prescindere dalle origini. Da queste parti le chiamiamo città, come la capitale in cui vivo, ovvero centri storici di storia scritta forse troppo di fretta, senza prendersi il necessario tempo per scoprire dove conducevano le tracce di sangue lasciate dal proprio ottuso marciare sulla vita altrui; di corsi illustri e lustrati e piazze ornate e celebrate; di strade, targhe e monumenti a incensare il presunto valor militare di chi è partito per conquistare e depredare. E all’occorrenza, torturare e sterminare.
Nel nostro caso a scarseggiare, a mio modesto parere, sono gli aspiranti curatori della mostra, con il difficile compito di portare un po’ di luce oltre la porta sbarrata della nostra comune memoria. Ma prima di tutto occorre buttar giù quest’ultima, altrimenti lo sforzo è vano.
Nel mio piccolo ci sto provando, anche se so di non essere né il primo e tanto meno il solo, ma c’è bisogno di tutto l'aiuto possibile, perché il passato o lo ricordiamo tutti allo stesso modo, altrimenti vivremo in presenti separati e lontani, e saremo condannati a costruire futuri che non potranno fare a meno di scontrarsi l’uno con l’altro...

da qui

lunedì 14 marzo 2022

I crimini degli altri e i nostri: ricordare l’Etiopia - Rocco Artifoni

«La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale» (legge 30 marzo 2004, n. 92). Lo confesso: ogni anno la “celebrazione” del 10 febbraio mi lascia un po’ perplesso. Ovviamente la perplessità non riguarda il ricordo delle vittime delle foibe (circa 8 mila persone) o l’esodo giuliano dalmata (circa 300 mila persone), che ovviamente è doveroso ricordare. Sono infastidito invece da quello che non si ricorda, cioè quello che la memoria non dovrebbe tralasciare: le colpe e i crimini degli italiani. Perché anzitutto dovremmo ricordare il programma dichiarato del fascismo per voce del suo capo Benito Mussolini: «Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. Io credo che si possano più facilmente sacrificare 500mila slavi barbari a 50mila italiani». E non dovremmo dimenticare che gli slavi ci chiamavano “italijanski palikuce” (italiani bruciatetti).

La stessa perplessità mi sovviene quando ricordiamo i caduti italiani della seconda guerra mondiale. Una domanda sorge spontanea: che cosa ci facevamo, noi italiani, in Russia, Jugoslavia, Albania, Grecia, Libia, Somalia, Eritrea, Etiopia ecc.? Prima ancora di ricordare i nostri morti, dovremmo ricordare quelli che abbiamo provocato. Lanza del Vasto, apostolo della nonviolenza, sosteneva che i torti degli altri non ci giustificano. Ogni popolo, ogni nazione dovrebbe fare memoria dei propri errori, dei crimini che ha compiuto, dei morti che ha causato. Noi italiani dovremmo anzitutto chiedere scusa per le stragi e per i lager che abbiamo realizzato in Jugoslavia, per l’aggressione militare nell’Epiro in Grecia, per il colonialismo in Africa, per i gas asfissianti che abbiamo utilizzato in Eritrea ecc.

Proprio la vicenda dell’Etiopia dovrebbe interrogarci come popolo e potrebbe darci lo spunto per cambiare prospettiva. Dovremmo anzitutto imprimere nella consapevolezza e nella coscienza nazionale le parole pronunciate dall’imperatore etiope Hailé Selassié alla Società delle Nazioni il 30 giugno 1936: «È mio dovere informare i governi riuniti a Ginevra, in quanto responsabili della vita di milioni di uomini, donne e bambini, del mortale pericolo che li minaccia descrivendo il destino che ha colpito l’Etiopia. Il Governo italiano non ha fatto la guerra soltanto contro i combattenti: esso ha attaccato soprattutto popolazioni molto lontane dal fronte, al fine di sterminarle e di terrorizzarle. […] Sugli aeroplani vennero installati degli irroratori, che potessero spargere su vasti territori una fine e mortale pioggia. Stormi di nove, quindici, diciotto aeroplani si susseguivano in modo che la nebbia che usciva da essi formasse un lenzuolo continuo. Fu così che, dalla fine di gennaio del 1936, soldati, donne, bambini, armenti, fiumi, laghi e campi furono irrorati di questa mortale pioggia. Al fine di sterminare sistematicamente tutte le creature viventi, per avere la completa sicurezza di avvelenare le acque e i pascoli, il Comando italiano fece passare i suoi aerei più e più volte. Questo fu il principale metodo di guerra. […] A parte il Regno di Dio, non c’è sulla terra nazione che sia superiore alle altre. Se un Governo forte acquista consapevolezza che esso può distruggere impunemente un popolo debole, quest’ultimo ha il diritto in quel momento di appellarsi alla Lega delle Nazioni per ottenere il giudizio in piena libertà. Dio e la storia ricorderanno il vostro giudizio».

E se proprio vogliamo ricordare che cosa hanno fatto gli altri a noi, prima dei torti dovremmo elencare i meriti. Quando l’imperatore dell’Etiopia ritornò dall’esilio in patria, il 20 gennaio 1941, emanò un decreto in cui faceva appello alla popolazione perché, malgrado i numerosi lutti, agisse con rispetto verso i prigionieri italiani: «Io, Hailé Selassié, vi raccomando di accogliere in maniera conveniente e di prendere in custodia tutti gli italiani che si arrenderanno, con o senza armi. Non rinfacciate loro le atrocità che hanno fatto subire al nostro popolo. Mostrate loro che siete dei soldati che possiedono il senso dell’onore e un cuore umano. Vi raccomando particolarmente di rispettare la vita dei bambini, delle donne e dei vecchi. Non saccheggiate i beni altrui anche se appartengono al nemico. Non incendiate le case».

Ecco: si potrebbe inserire la data del 20 gennaio nel Calendario civile italiano, perché la vicenda etiopica ci insegna che la vendetta non è un obbligo e che la memoria storica deve essere considerata e valutata anzitutto dalla parte degli altri. Soltanto in questa prospettiva anche il ricordo dei nostri morti potrebbe assumere un significato meno parziale e più degno.

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mercoledì 9 febbraio 2022

Sardegna - Regione o colonia? – Gianfranco Pintore


Nel 1974 Gianfranco Pintore pubblicò per l’editore Mazzotta “Sardegna-Regione o colonia?”.

È un’inchiesta giornalistica, un saggio, un lavoro partigiano, con gli strumenti dei fatti e delle parole, per (di)mostrare come il Capitale e il Potere, nella loro necessità di uniformare e anonimizzare la realtà, condussero una guerra politica, militare, economica contro la Sardegna interna, e soprattutto contro quel simbolo e nodo di Resistenza che allora era Orgosolo.

Giornalismo esemplare, testimonianza di una lotta senza quartiere, fra oppressi e oppressori. avvincente come la letteratura, una storia di Resistenza, in tempi non lontani in cui “la Rivista dell’Arma dei Carabinieri pubblicava due articoli, uno nel 1967 e uno nel 1969, con soluzioni estreme contro i banditi: “Si adoperino gli stessi mezzi del maresciallo Graziani contro i ribelli in Cirenaica”, e “Vogliamo che nelle battute delle foreste del Supramonte si usino i lanciafiamme. si seguano razionali sistemi di caccia con squadriglie armate di mortai e di armi automatiche, come facevano i Tedeschi negli Appennini contro i partigiani” (https://www.sardiniapost.it/cronaca/quando-scrivevano-buttiamo-il-napalm-sui-sardi/)

Un libro da rileggere, per non dimenticare.

 


 


[…] Nel 1868, il Consiglio comunale di Nuoro, formato da non pochi grossi proprietari, decise di vendere ai privati i terreni di “Sa Serra” e il “comunale”, ancora aperti al pascolo libero. I pastori, nel giro di poco tempo, avrebbero dovuto ritirare le greggi che pascolavano in quei territori. Il “piano di lottizzazione” prevedeva la vendita “a rate”: chi avesse fatto domanda per ottenere in proprietà i terreni, avrebbe potuto pagare subito la metà del prezzo pattuito e l’altra metà, come si direbbe oggi, “in comode rate”. Il 26 aprile, avvenne la violenta rivolta de su connottu. Cominciarono una cinquantina di pastori e contadini poveri a manifestare sotto la sede della sottoprefettura di Nuoro. Gridavano a su connottu, vogliamo che si torni al conosciuto, alle terre in comune.

In poche ore i manifestanti diventarono alcune centinaia in marcia verso il comune. Vi fecero irruzione, si impadronirono delle armi della guarnigione e saccheggiarono; i piani di lottizzazione furono dati alle fiamme insieme ai registri dello stato civile. La sommossa cessò solo quando il sottoprefetto, il capo dei carabinieri e il procuratore del re promisero che a su connottu si sarebbe tornati e che il Consiglio comunale si sarebbe dimesso. I laici, anticlericali ma legati mani e piedi al colonizzatore, che se li era comprati con la terra sottratta ai contadini poveri e ai pastori, accusarono i nuoresi poveri di essersi lasciati strumentalizzare dal vescovo di Nuoro, Salvatore Angelo Demartis, intenzionato solo a screditare le autorità civili.

In effetti, sembra che Demartis abbia avuto una parte di primo piano in sa die ‘e su connottu (il giorno del già noto). Nel momento in cui si sentivano derubati dai “laici” e nel momento in cui il vescovo era, per fatti suoi, contro i “laici”, pastori e contadini poveri hanno saputo sfruttare con molta intelligenza politica questa potente alleanza. Né era la prima volta che i pastori si schieravano contro il re piemontese, trovando alleati persino nei feudatari. […]

– Tratto da “Sardegna: regione o colonia?” – di Gianfranco Pintore (1974).

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sabato 13 febbraio 2021

Contro la perdita della memoria - Umberto Eco

  

Avete visto nella breve presentazione appena proiettata che l’idea di questo incontro è stata ispirata da Encyclomedia – una panoramica cartacea e online della Storia del Mondo Occidentale dal Big Bang ai giorni nostri.

Non sono qui ora per recensire quel lavoro, perché figuro tra i suoi autori e penso che non sarebbe molto elegante analizzare un’opera alla quale ho io stesso collaborato.

Ma l’idea alla base di Encyclomedia si ispira ad una concezione della nostra memoria storica ed è proprio sul concetto di memoria che elaborerò alcune riflessioni che oggi rivestono un interesse primario, anche se Encyclomedia non fosse mai esistita.

Posso soltanto dire che l’idea originaria che ha spinto me e altre persone a imbarcarsi in un’impresa editoriale di questo tipo è stata la considerazione che pochi sanno quanto tempo è trascorso tra Sant’Agostino e San Tommaso, anche se hanno studiato al liceo o all’università che sono entrambi protagonisti della filosofia medievale.

Bene, tra Agostino e Tommaso d’Aquino ci sono otto secoli, che è la stessa distanza temporale che separa Tommaso d’Aquino da noi.

Per rendere il concetto del tempo evidente attraverso una rappresentazione spaziale, all’inizio del nostro lavoro abbiamo concepito una sorta di linea continua che mostra il periodo di tempo presumibile, se non proprio dal Big Bang a noi, almeno dall’estinzione dei dinosauri alla nascita di Gesù Cristo. Questa linea percorre una lunga porzione di spazio (e tempo), mentre, una volta arrivata all’inizio del primo millennio, il tempo tra Cristo e noi occupa solo una lunghezza microscopica della nostra linea, tanto che si è costretti a zoomarla per avere una rappresentazione visiva di quanto accadde negli ultimi duemila anni.

A questo punto ci si può girare verso una data porzione di storia e scoprire, per esempio, che alcuni artisti, pensatori o scienziati sono vissuti nello stesso momento storico, o persino domandare al programma se - per caso - Goethe avrebbe potuto incontrare Napoleone. Il programma può dirci se un evento simile avrebbe potuto essere cronologicamente plausibile e cliccando sui link ipertestuali si può scoprire che quell’incontro accadde realmente.

L’intera operazione è stata ispirata dalla convinzione che, specialmente tra le nuove generazioni, da entrambi i lati dell’Oceano Atlantico, stiamo assistendo a una perdita della memoria storica.

 

LA NECESSITÀ DELLA MEMORIA

I mass media sono principalmente interessati al presente. Accade sempre più spesso che in Italia i giovani (inclusi molti studenti universitari), quando interrogati su fatti che riguardano, diciamo, la Seconda Guerra Mondiale, non sanno come definire personaggi storici come Badoglio, Churchill o Roosevelt – o che pensino (come è realmente accaduto) che Aldo Moro fosse il leader delle Brigate Rosse. Peggio ancora, non sono in grado di raccontare qualcosa di preciso su eventi avvenuti dieci anni prima della loro nascita.

Purtroppo, una tale perdita di memoria si sta verificando anche nel mondo degli eruditi. Se consulto un testo americano pubblicato oggi su un tema specialistico, posso rilevare che la bibliografia non va oltre gli anni Ottanta, cosa che può essere comprensibile per determinate scienze in corso di sviluppo, ad esempio quelle che si occupano del bosone di Higgs, ma che è bizzarra se riguarda le scienze umanistiche. Ricordo di aver visto un libro di filosofia che a un certo punto menzionava una determinata idea di Kant e una nota a piè di pagina riportava “Vedere Brown 1982”: i testi di Kant erano considerati troppo vecchi persino per essere inseriti in nota.

In molti documenti fruibili online manca una data di riferimento, mentre sarebbe importante sapere se sono stati elaborati nel 2009, 2010 o 2012: si è persa qualunque profondità temporale.

Una leggenda dice che alla porta d’ingresso di un celebre dipartimento americano di filosofia era appeso un cartello con scritto “Ingresso vietato agli storici di filosofia”. E ricordo una mia conversazione con un amico filosofo il quale mi aveva domandato: “Perché dovremmo conoscere la logica degli Stoici, se la logica formale ha fatto enormi progressi dai loro tempi ai giorni nostri ed è più efficace studiare un manuale contemporaneo piuttosto che una ricostruzione storica?”. Gli risposi che: 1) se per caso gli Stoici si fossero sbagliati è importante conoscere anche la storia degli errori passati per evitarli e che per comprendere Copernico è fondamentale sapere perché Tolomeo avesse torto, dal momento che Copernico non iniziò da zero, ma iniziò criticando le idee di Tolomeo; 2) Non ignorare la storia della filosofia antica, o di qualunque altra disciplina, può aiutarci a non inventare l’acqua calda (come diciamo in Italia), e ci sono molti studiosi contemporanei che sprecano la propria intelligenza a riscoprire con sforzi vani idee che erano già state espresse in modo molto chiaro da pensatori antichi; 3) il vecchio detto historia magistra vitae (la storia è maestra di vita) è più serio di quanto comunemente si pensi, perché, se Hitler avesse letto qualcosa su Napoleone (o almeno Guerra e Pace di Tolstoj), avrebbe compreso che è piuttosto difficile per un esercito raggiungere Mosca prima dell’arrivo dell’inverno – e se Bush avesse letto racconti storici documentati sui tentativi inglesi e russi di vincere una guerra in Afghanistan nel 19esimo secolo, avrebbe sospettato che quel Paese presenta molte caratteristiche orografiche e sociali che rendono molto difficile sottometterne il territorio.

Questa diffidenza nei confronti della storia era ed è ancora una caratteristica tipica di molti filosofi analitici - e permettetemi di citare una sintesi efficace del problema che ho trovato nel volume Continental Philosophy: A Very Short Introduction (Oxford; New York: Oxford University Press, 2001) di Simon Critchley:

“La filosofia continentale solitamente considera queste condizioni di esperienza possibile come variabili: determinate almeno in parte da fattori come il contesto, lo spazio e il tempo, il linguaggio, la cultura o la storia. La filosofia continentale, quindi, tende verso lo storicismo. Laddove la filosofia analitica tende a trattare la filosofia in termini di problemi separati, che possono essere analizzati separatamente dalle loro origini storiche (come gli scienziati considerano la storia della scienza non necessaria all’indagine scientifica), la filosofia continentale suggerisce tipicamente che un argomento filosofico non può essere separato dalle condizioni testuali e contestuali della sua nascita storica”.

Il problema che entra in gioco è che nessuna civiltà (nel senso antropologico della parola, intesa come sistema di idee scientifiche e artistiche, miti, religioni, valori e abitudini quotidiane) può sussistere e sopravvivere senza una memoria collettiva. Le società hanno sempre fatto affidamento sulla memoria per preservare la loro identità, a partire dal vecchio che, seduto sotto un albero, raccontava storie sullo sfruttamento dei suoi antenati e sul mito fondatore della tribù. E quando un qualche atto di censura spazza via una parte della memoria di una società, questa società attraversa una crisi di identità.

 

ECCESSO DI MEMORIA

Permettetemi ora di considerare il lato opposto del nostro tema: ovvero i danni di un eccesso di memoria.

Ricordare troppo può finire in tragedia. Jorge Luis Borges ci ha raccontato la storia di Funes el Memorioso, e lasciate che io legga alcuni passaggi dal breve racconto di Borges: 

“Arrivo, ora, al punto più difficile del mio racconto; il quale (è bene che il lettore lo sappia fin d’ora) non ha altro tema che questo dialogo di mezzo secolo fa. Non tenterò di riprodurre le sue parole, ormai irrecuperabili. Preferisco riassumere con veracità le molte cose che Ireneo mi disse. […]

Ireneo cominciò con l’enumerare, in latino e in spagnolo, i casi di memoria prodigiosa registrati dalla Naturalis Historia: Ciro, re dei persiani, che sapeva chiamare per nome tutti i soldati del suo esercito; Mitridate Eupatore, che amministrava la giustizia nelle ventidue lingue del suo impero; Simonide, inventore della mnemotecnica; Metrodoro, che professava l’arte di ripetere con fedeltà ciò che aveva ascoltato una sola volta. Con evidente buona fede si meravigliò che simili casi potessero meravigliare. Mi disse che prima di quella sera piovosa in cui il cavallo lo travolse, era stato ciò che sono tutti i cristiani: un cieco, un sordo, uno stordito, uno smemorato. […] Aveva vissuto diciannove anni come un sognatore: guardava senza vedere, ascoltava senza udire, si dimenticava di tutto, di quasi tutto. Cadendo, perdette i sensi; quando li riprese, il presente era quasi intollerabile tanto era ricco e nitido, e così i ricordi più antichi e banali. Poco dopo s’accorse ch’era paralizzato; la cosa appena l’interessò; ragionò (sentì) che l’immobilità era un prezzo minimo; ora la sua percezione e la sua memoria erano infallibili.

Noi, con un’occhiata, percepiamo tre bicchieri di vino su una tavola. Funes, tutti i tralci, i grappoli e gli acini d’una vite. Sapeva le forme delle nubi australi dell’alba del 30 aprile 1882 e poteva confrontarle, nel ricordo, con le venature della copertina d’un libro che aveva visto una sola volta, o con le spume che sollevò un remo, nel Rio Negro, la vigilia della battaglia di Quebracho. Questi ricordi non erano semplici: ogni immagine visiva era legata a sensazioni muscolari, termiche, ecc. Poteva ricostruire tutti i suoi sogni, tutti i suoi dormiveglia. Due o tre volte aveva ricostruito una giornata intera; non aveva mai esitato, ma ogni ricostruzione aveva richiesto un’intera giornata. Mi disse: «Ho più ricordi io da solo di quanti ne avranno avuti tutti gli uomini da che mondo è mondo» E disse anche: «I miei sogni sono come la vostra veglia – E anche, verso l’alba: «La mia memoria, signore, è come un immondezzaio». Un cerchio su una lavagna, un triangolo rettangolo, un rombo, sono forme che noi possiamo intuire pienamente; lo stesso capitava a Ireneo con i crini scarmigliati d’un puledro, con il fuoco cangiante e l’innumerevole cenere, con una mandria di bestiame in una cuchilla, con i tanti volti d’un morto durante una lunga veglia funebre. Non so quante stelle vedeva nel cielo.

[…] Mi disse che nel 1886 aveva scoperto un sistema originale di numerazione e in pochi giorni aveva superato il ventiquattromila. Non l’aveva scritto, perché già il fatto d’averlo pensato una volta sola bastava per non cancellarlo. Il primo stimolo, credo, gli venne dal di- spiacere che per il 33 in numeri arabi ci volessero due segni e due parole, al posto d’una sola parola e d’un solo segno. Applicò subito questo pazzo principio agli altri numeri. Al posto di settemilatredici diceva (per esempio) «Maximo Perez»; al posto di settemilaquattordici,

«La Ferrovia»; altri numeri erano «Luis Melian Lafinur, Olimar, zolfo, i fiori (delle carte), la balena, il gas, la caldaia, Napoleone, Agustin de Vedia». Al posto di cinquecento, diceva «nove». Ogni parola aveva un segno particolare, una specie di marchio; gli ultimi erano molto complicati… Cercai di spiegargli che questa rapsodia di voci sconnesse era precisamente il contrario di un sistema di numerazione […] Funes non mi sentì o non volle sentirmi.

Locke, nel XVII° secolo, propose (e respinse) un linguaggio impossibile in cui ogni singola cosa, ogni pietra, ogni uccello e ogni ramo avesse un nome proprio; Funes aveva pensato, una volta, a un linguaggio analogo, ma l’aveva scartato perché gli sembrava troppo generico, troppo ambiguo. In effetti, Funes non solo ricordava ogni foglia di ogni albero di ogni montagna, ma anche ogni volta che l’aveva percepita o immaginata. Decise di ridurre ciascuno dei suoi giorni passati a un settantamila ricordi, da definire in seguito con cifre. Lo dissuase- ro due considerazioni: la consapevolezza che il compito era interminabile e che era inutile. Pensò che all’ora della sua morte non avrebbe ancora finito di classificare tutti i ricordi della sua infanzia.

I due progetti che ho detto (un vocabolario infinito per la serie naturale dei numeri, un inutile catalogo mentale di tutte le immagini della memoria) sono insensati, ma rivelano una certa balbuziente grandezza. Ci permettono di intravedere o di dedurre il vertiginoso mondo di Funes. Questo, non dimentichiamolo, era quasi incapace di idee generali, platoniche. Non solo aveva difficoltà a comprendere che il simbolo generico cane potesse designare molti disparati individui di varia dimensione e forma diversa; ma lo infastidiva il fatto che il cane delle tre e quattordici (visto di profilo) avesse lo stesso nome del cane delle tre e un quarto (visto di fronte). Il suo proprio volto nello specchio, le sue proprie mani, lo sorprendevano ogni volta. Swift racconta che l’imperatore di Lilliput discerneva il movimento delle lancette d’un orologio; Funes discerneva continuamente il calmo progredire della corruzione, della carie, della fatica. Notava i progressi della morte, dell’umidità. Era il solitario e lucido spetta- tore di un mondo multiforme, istantaneo e quasi intollerabilmente preciso. Babilonia, Londra e New York hanno offuscato con il loro feroce splendore l’immaginazione degli uomini; nessuno, nelle loro torri popolose e nelle loro strade frenetiche, ha mai sentito il calore e la pressione d’una realtà così intangibile come quella che giorno e notte convergeva sull’infelice Ireneo, nel suo povero sobborgo sudamericano. Gli era molto difficile dormire. Dormire è distrarsi dal mondo; Funes, sul letto, nell’ombra, si figurava ogni fessura e ogni rilievo delle case precise che lo circondavano. (Ripeto che il meno importante dei suoi ricordi era più minuzioso e più vivo della nostra percezione d’un piacere o d’un tormento fisico). Verso est, in un lotto di terra lontano, c’erano case nuove, sconosciute. Funes le immaginava nere, compatte, fatte di tenebra omogenea; in quella direzione voltava il capo per dormire.

Era anche solito immaginarsi in fondo al fiume, cullato e annullato dalla corrente.

Aveva imparato senza fatica l’inglese, il francese, il portoghese, il latino. Sospetto, tuttavia, che non fosse molto capace di pensare. Nel mondo brulicante di Funes non c’erano che dettagli, quasi immediati.

Il chiarore sospettoso dell’alba entrò per il patio di terra.

Allora vidi il volto di quella voce che aveva parlato tutta la notte. Ireneo aveva diciannove anni; era nato nel 1868; mi parve monumentale come il bronzo, più antico dell’Egitto, anteriore alle profezie e alle piramidi. Pensai che ciascuna delle mie parole (ciascuno dei miei gesti) sarebbe durato nella sua implacabile memoria; mi gelò il timore di moltiplicare inutili gesti.

Ireneo Funes mori nel 1889, d’una congestione polmonare.”

Perciò, proprio per questa infelice virtù, Funes era un perfetto idiota. Non poteva fare più nulla…

 

Ora, se qualcuno crede che il World Wide Web possa contribuire a rinforzare la nostra memoria degli eventi passati, consideriamo che il World Wide Web è già (o presto sarà) simile al cervello di Funes. Fino ad ora la società ha filtrato le cose per noi, attraverso i libri di testo e le enciclopedie. Con l’arrivo del Web, tutte le possibili conoscenze e informazioni, persino le più inutili, sono lì a nostra disposizione. Quindi la domanda è: chi sta filtrando?

L’estate scorsa stavo lavorando nella mia casa di campagna, senza i trenta mila volumi che ho a Milano, e avevo bisogno di alcuni dati sull’Olocausto. Interpellai il Web e trovai un’incredibile quantità di siti. Conoscendo abbastanza bene la storia contemporanea, fui in grado di eliminare i siti che fornivano solo informazioni superficiali e fui lentamente in grado di selezionare, diciamo, i 10 siti che contenevano informazioni vitali. Cosa accade al profano che per la prima volta cerca sul Web delle informazioni elementari sull’Olocausto? L’incapacità di filtrare comporta l’impossibilità di discriminare. Per me, avere dieci mila siti sullo stesso argomento equivale a non averne nessuno, perché un individuo (specialmente un giovane) non è in grado di selezionare quelli importanti e affidabili, e anche se fosse in grado non avrebbe tempo di esplorarli tutti.

Abbiamo incrementato la nostra capacità di memoria, ma non abbiamo ancora trovato i nuovi parametri di filtraggio.


Quando ci confrontiamo con il Web, non abbiamo a disposizione né una regola per selezionare le informazioni né una regola per dimenticare ciò che è inutile ricordare. Possediamo criteri di selezione solo nella misura in cui siamo preparati intellettualmente ad affrontare il calvario di navigare il Web. Necessitiamo di centri di formazione (la scuola, i libri, le istituzioni scientifiche, alcuni siti web) che ci insegnino come operare la selezione: deve essere inventata una nuova arte della decimazione.

Altrimenti sette miliardi di abitanti di questo pianeta produrranno sette miliardi di diverse procedure di selezione ideologica. Il risultato potrebbe benissimo essere una società composta da identità individuali giustapposte (che mi sembra un segno di progresso), senza la mediazione di gruppi (che mi sembra un pericolo). Non so se una società di questo tipo sarebbe in grado di funzionare correttamente. Persino per inventare qualcosa di nuovo avremmo bisogno di un’enciclopedia condivisa dalla quale iniziare.

Il complesso di Funes ha ossessionato l’umanità fin dall’inizio.

Fin dall’antichità classica, il problema del bisogno di dimenticare emerge parallelamente allo sviluppo di tecniche di memorizzazione attraverso le quali affidare alla memoria la quantità massima di informazioni (specialmente nei secoli in cui l’informazione non era facilmente ottenibile e trasportabile come è diventata, con l’invenzione della stampa prima e dei dispositivi elettronici poi).

 

L’esempio classico di un dispositivo di memoria consiste nel figurarsi un’immagine spaziale complessa (un palazzo, una piazza, una città) in cui ci siano elementi architettonici o statue, molte rappresentanti fatti strani o paurosi, ai quali si possa associare ogni tipo di data, concetto, principio logico, evento e così via, in modo che immaginandosi di visitare il luogo e ricordando queste immagini, si possa ricordare un sistema completo di nozioni.

Ma a volte è stato più difficile ricordare le immagini mnemoniche che le date da recuperare. Nel De oratore (II, 74), per esempio, Cicerone cita il caso di Temistocle, che era stato dotato di una memoria straordinaria. Quando qualcuno gli offrì di insegnargli un’ars memorandi, Temistocle rispose che il suo interlocutore gli avrebbe fatto una grande cortesia se gli avesse insegnato come dimenticare ciò che desiderava dimenticare piuttosto che insegnargli come ricordare, dato che avrebbe preferito essere in grado di dimenticare qualcosa che non voleva ricordare piuttosto che ricordare tutto ciò che aveva sentito o visto: Temistocle provava a fuggire dalla sindrome di Funes.

 

Il problema dell’eccesso di memoria spiega perché uno dei timori dei praticanti dell’arte mnemonica fosse di ricordare così tanto da confondersi e come risultato dimenticare praticamente tutto. Sembra, infatti, che a un certo punto della sua vita Giulio Camillo (che inventò un teatro della memoria assolutamente infattibile) dovette scusarsi per il suo stato confusionale e per i suoi vuoti di memoria, citando come spiegazione l’applicazione protratta e frenetica delle sue tecniche di mnemonica… D’altra parte, nella sua polemica contro la mnemonica, Cornelio Agrippa (nel De vanitate scientiarum) affermava che la mente è resa ottusa da quegli artifici mostruosi e l’essere così sovraccaricata la porta alla pazzia. Da qui, subdolamente parallela alle fortune dell’ars memoriae, deriva la riapparizione di volta in volta del fantasma dell’ars oblivionalis.

 

Perciò nel 1592 un certo Filippo Gesualdo scrisse una Plutosofia, un metodo per l’oblio e, nel suo intento di sviluppare un’arte per dimenticare, suggerì le stesse tecniche di un’arte per ricordare.

Gesualdo suggeriva di immaginare un teatro della memoria in cui di solito venivano collocate diverse immagini associate a qualcosa da ricordare. E poi “durante il giorno con gli occhi chiusi, o di notte nell’oscurità, dovresti vagare con la mente attraverso tutti i posti immaginati, evocando un’oscurità notturna che nasconde tutti i luoghi e, procedendo in questa maniera, e andando indietro molte volte con la mente e non vedendo alcuna immagine, ogni figura presto scomparirà… Proprio come il pittore imbianca i suoi dipinti per cancellarli, così anche noi possiamo cancellare le immagini dei colori dipinti sopra. E questi colori sono bianchi, verdi o neri; immaginando bianche tende a coprire i luoghi, lenzuola verdi o tessuti neri; e tornando su quei luoghi numerose volte con i veli dei colori. E si può anche immaginare i luoghi riempiti con paglia, fieno, legna da ardere, merce, ecc.

La considero una regola eccellente per realizzare nuove figure; perché proprio come un chiodo ne scaccia un altro, così formare nuove immagini e collocarle nei luoghi già immaginati cancella le prime immagini dalla nostra memoria.

O immaginate una grande tempesta di vento, grandine, polvere, edifici e luoghi e templi in rovina, un flusso che lascia tutto in uno stato di confusione. E quando questo pensiero nocivo è proseguito per un po’ ed è stato ripetuto per numerose volte, alla fine andate a passeggiare in quei luoghi con la vostra mente, immaginando un tempo luminoso e calmo e pacifico, e vedrete quei luoghi vuoti e nudi come se fossero creati per la prima volta.

O immaginate un uomo ostile, terribile e temibile (il più crudele e bestiale e aggressivo possibile) che con una truppa di compagni armati entra e passa impetuosamente in quei luoghi e con flagelli, bastoni e altre armi caccia via le sembianze, assalta le persone, manda in frantumi le immagini, mette in fuga da porte e finestre tutti gli animali e le persone animate che abitavano quei luoghi. Fino a che, dopo che il tumulto e la rovina sono passati, guardare quei luoghi con una mente guarita dal terrore, li farà sembrare nudi e vuoti come lo erano prima.”

 

Non sappiamo se qualcuno abbia mai messo in pratica gli artifici che Gesualdo aveva raccomandato, ma siamo autorizzati a sospettare che tutti questi stratagemmi abbiano reso possibile, non tanto dimenticare, quanto ricordare ciò che il praticante voleva dimenticare

– come accade quando gli amanti cercano di cancellare l’immagine della persona che li ha abbandonati, e più la cancellano più vividamente il volto della persona amata si ripropone.

 

Un altro autore che secoli dopo ha messo in guardia contro l’eccesso di memoria è stato Nietzsche nelle sue seconde Considerazioni inattuali, sui vantaggi e gli svantaggi degli studi storici per la vita. Scrisse sulla capacità di percepire le cose astoricamente: “Chi non sa sedersi sulla soglia dell’attimo, dimenticando tutto il passato, chi non sa stare dritto su un punto senza vertigini e paura come una dea della vittoria, non saprà mai che cos’è la felicità e ancora peggio, non farà mai qualcosa che renda felici gli altri. Immaginatevi l’esempio estremo, un uomo che non possedesse affatto la forza di dimenticare, che fosse condannato a vedere ovunque un divenire (e lasciatemi supporre che Borges, quando inventò Funes, stava pensando a queste pagine di Nietzsche). Un tale uomo non crederebbe più al suo proprio essere, non crederebbe più a se stesso, vedrebbe scorrere ogni cosa l’una dall’altra in un movimento di punti e si perderebbe in questa fiumana del divenire […] Un uomo che volesse sentire in tutto e per tutto in modo storico, sarebbe simile a colui che fosse costretto ad astenersi dal sonno, o all’animale che dovesse vivere soltanto del suo ruminare e di un sempre ripetuto ruminare. Dunque, è possibile vivere quasi senza ricordare, anzi vivere felicemente, come mostra l’animale; ma è del tutto impossibile vivere in generale senza dimenticare. O, per spiegare più chiaramente la mia tesi: C’è un grado di insonnia, di ruminazione, del senso storico, che rende la vita un danno e alla fine la distrugge, che si tratti di una persona o di un popolo o di una civiltà”.

 

Una delle cose interessanti di questo testo è che, mentre queste osservazioni sembrano rispondere all’esigenza di sopravvivenza dell’individuo, da parte delle civiltà in generale l’enfasi si sposta sul bisogno di una dimenticanza sistematica. Questo spostamento è di importanza capitale perché, una volta dimostrata l’impossibilità di dimenticare volontariamente ciò che la memoria individuale ha registrato, le civiltà si presentano come sistemi che funzionano, non solo per preservare e trasmettere informazioni utili alla loro sopravvivenza in quanto civiltà, ma anche per cancellare le informazioni giudicate in eccesso.


FILTRAGGIO

Per preservare la propria identità, una civiltà non deve solo comportarsi come un archivio di informazioni, ma anche come un filtro. La storia delle civiltà è una sequenza di abissi nei quali si sono perse tonnellate di informazioni. I Greci erano già incapaci di recuperare le competenze matematiche degli Egizi; il Medioevo ha perso la scienza greca, tutto Platone (eccetto un dialogo) e metà Aristotele. Alcune di queste perdite furono meramente accidentali (è stato un peccato aver perduto, ad esempio, la matematica della Mesopotamia, se c’è mai stata una cosa del genere), alcune furono dovute alla censura, alcune parti della conoscenza perduta furono in qualche modo riscoperte più tardi, ma in generale la funzione di una memoria sociale e culturale è di agire da filtro, non di preservare tutto.

Sarebbe folle che un libro si storia romana riportasse ciò che accadde a Calpurnia, la moglie di Cesare, dopo la morte di suo marito. Che tra l’altro non fu una cospirazione maschilista, perché la storia ha invece registrato ciò che accadde a Clara Schuman dopo la morte di Robert, dal momento che Clara durante la vedovanza era ancora famosa come pianista e, per di più, c’erano molte voci su una relazione con Brahms – così che la sua vita appartiene agli eventi che una civiltà giudica importante ricordare.

La mia vita non è stata e certamente non sarà abbastanza lunga per darmi l’opportunità di scoprire la struttura del Sistema Solare, la tavola di Mendeleev, il teorema di Pitagora, la storia inglese e la grammatica e per decidere se Darwin aveva ragione e Lamarck torto. Ecco perché ho bisogno di istituzioni che filtrino le informazioni importanti al posto mio, così che il nucleo delle mie informazioni sul Sistema Solare sia più o meno simile (non uguale per dimensione) al vostro. Per raggiungere un tale obiettivo, è necessario un certo gregarismo culturale. Ecco perché accettiamo il filtro fornito dalla memoria collettiva, dalla storia e dalla tradizione.

Filtrare non significa cancellare. È un dato di fatto che di frequente le società non ci faccia- no dimenticare ciò che sappiamo o sapevamo, ma ci impediscono di scoprire ciò che non sappiamo ancora. Perciò accade che una civiltà possa operare diversi tipi di cancellazione che può spaziare dalla censura (la cancellazione di manoscritti, i falò di libri, la damnatio memoriae, la falsificazione di fonti documentarie, il negazionismo) fino alla dimenticanza causata da vergogna, inerzia, e rimorso.

 

LATENZA

Come reagire a perdite di memoria ed eccessi di cancellazione? Come decidere quando è necessario un filtraggio e quando dovremmo recuperare quanto illecitamente eliminato?

Se leggiamo la Poetica di Aristotele troviamo la menzione di molte tragedie che non sono sopravvissute fino ai giorni nostri. Non sappiamo perché queste tragedie siano andate perdute, così come i nomi dei loro autori. Un’ipotesi naive è che Sofocle, Eschilo ed Euripide siano sopravvissuti perché erano i migliori. I migliori secondo quale criterio? Per quali ragioni imperscrutabili sono stati selezionati per entrare nel canone? Forse furono censurate tragedie meravigliose, forse qualche autorità ateniese corrotta ordinò che Sofocle fosse eseguito più frequentemente di qualche sfortunato collega?

Non so se queste tragedie perdute possano essere ritrovate da qualche parte, come accadde con le pergamene del Mar Morto. Ma so che vi sono individui specializzati (come gli storici e gli archeologi) che sono in grado di riportare alla luce molti dati cancellati. In questi casi, la memoria collettiva recupera questi dati e li restaura nella nostra enciclopedia condivisa. A volte, al contrario, una civiltà decide che questi dati possono essere utili per ricerche specifiche ma che sono irrilevanti per la gente comune e li abbandona in qualche ‘riserva indiana’, ovvero nelle enciclopedie specialistiche.

In questo modo una civiltà matura decide di relegare alcune informazioni in uno stato di latenza. L’informazione in eccesso, quindi, è o è stata congelata in modo che quando si riveli necessaria gli esperti possano metterla in un microonde e riesumarla, ad esempio per decifrare un antico documento di recente scoperta.

Questi luoghi di latenza sono rappresentati dal modello di una biblioteca o di un archivio come gli indispensabili contenitori di una saggezza che può ancora essere rivisitata anche se non era stata riesumata per secoli.

Fino ad oggi nessuna enciclopedia e nessuna biblioteca tiene traccia di tutti i soldati che presero parte alla battaglia di Waterloo (e immaginate che tragedia sarebbe obbligare i giovani studenti a ricordare a memoria questi nomi come sono obbligati a ricordare la data della battaglia di Waterloo e i nomi di Wellington o Cambronne)… Supponiamo ora che uno studioso riesca a mettere le mani su archivi ancora sconosciuti e trovi la lista di tutte le persone che hanno combattuto a Waterloo. Non so quanto utile possa essere avere tutti quei nomi, ma potremmo sempre trasformare questi dati in un’enciclopedia iperspecializzata. Perciò possiamo dimenticare facilmente questi nomi e allo stesso tempo essere certi che, se ne abbiamo bisogno, li possiamo trovare in qualche archivio latente.

A quale enciclopedia appartengono i testi delle tragedie perdute menzionate da Aristotele? Fino ad ora un’enciclopedia letteraria specializzata può semplicemente registrare il fatto che di questi testi conosciamo solo i titoli. Cosa succederebbe se questi testi non venissero mai recuperati? Poiché vi sono buone ragioni di credere che un tempo siano realmente esistiti (supponendo che Aristotele non fosse un maledetto bugiardo), continueremo a pensare che essi abbiamo potuto appartenere a una sorta di Enciclopedia Massima, anche se vi appartengono solo virtualmente in modo ottativo.

Perciò l’Enciclopedia Massima, se solo il termine ci lascia pensare a qualcosa cujus nihil majus cogitari possit, qualcosa di cui non possiamo immaginare nulla di più grande, come il Dio di Anselmo di Canterbury, è una struttura virtualmente a fisarmonica, che può ogni giorno essere allungata ad infinitum. E questo non è di poco incoraggiamento per il progres- so della conoscenza.

Schiacciati tra una memoria debole e il suo massimo eccesso nel labirinto di un’enciclopedia solo virtualmente massima, che cosa potremmo suggerire ai nostri figli che non sanno ne- anche che cosa accadde solo pochi decenni fa?

L’unica soluzione per arricchire la nostra memoria è leggere. Leggere non solo arricchisce la nostra memoria, ma ci allunga anche un po’ la vita.

Pensate ad un giorno o ad una settimana in cui avete vissuto molti, molti eventi, tutti emozionanti (indipendentemente che fossero gioiosi o stressanti). Ricorderete queste ore o giorni come ricchi di esperienze e avrete l’impressione di aver avuto una vita piena. Al contrario, se avete passato ore o giorni nei quali non è accaduto nulla di rilevante, questi giorni privi di eventi significativi scompariranno dalla vostra memoria. Avrete l’impressione di non aver vissuto affatto durante quel periodo di tempo.

Penso che questa sia una delle ragioni per le quali gli uomini hanno speso molta energia per recuperare le cose del passato. Se, insieme ai nostri ricordi personali, conserviamo anche il ricordo del giorno in cui Giulio Cesare fu assassinato, o della battaglia di Waterloo, e persino del giorno immaginario in cui morirono Romeo e Giulietta, e se ricordiamo, come un ricordo personale, il viaggio su Hispaniola con Jim, il dottor Livesey, il capitano Smollett, Lord Trelawney e Long John Silver – alla fine della nostra esistenza dovremmo avere l’impressione di aver vissuto molto, non solo decenni, ma persino secoli.

Nel mio ultimo istante di vita ricorderò non solo ciò che è accaduto a me, ma anche l’estinzione dei dinosauri, la battaglia di Poitier, l’istante in cui Madame Curie ha scoperto il radio, e il momento magico in cui Dante vide la rosa mistica… tutti questi ricordi saranno parte della mia esistenza.

 

Come lettore ho vissuto una vita così lunga che non posso ricordare tutto in un singolo momento e spero che avrò abbastanza tempo per ricordarla a puntate.

In un mondo in cui si è tentati di dimenticare o ignorare troppo, la riconquista del nostro passato collettivo dovrebbe essere tra i primi progetti per il nostro futuro.


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