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sabato 11 luglio 2026

Il secolo mobile - Gabriele Del Grande

(letto da Francesco Masala)

Ambalavaner Sivanandan (un ricordo qui), bibliotecario, editore di rivista, agitatore, romanziere, saggista, polemista, direttore dell'Institue of Race Relations, un grande intellettuale di origine srilankese, attivo in Gran Bretagna, disse una volta “We are here because you were there”, che è la spiegazione chiara e inequivocabile (purtroppo ignorata) del perché tanti migranti cercano di raggiungere i paesi della fortezza Europa e di tutte le fortezze occidentali.

Qualche anno fa Josep Borrell aveva detto Noi un giardino, il resto del mondo una giungla, sarebbe interessante a spese di chi noi siamo un giardino e a causa di chi, nelle parole di Borrell, il resto del mondo è una giungla.

 

A volte capitano libri che ti spiegano un po’ di cose che non sapevi e che rimettono in riga tanti fatti, noti, ma spesso dimenticati.

Chi leggerà il libro potrà farsi tante domande e troverà tante risposte.

 

La politica migratoria europea cambia a partire da una cinquantina d’anni fa, e si basa su una parola feticcio, che è sicurezza. In nome della sicurezza non si vogliono più accogliere i migranti come donne e uomini liberi, con diritti come quelli dei residenti in Europa. In nome della sicurezza si finanziano i campi di prigionia e di concentramento nei paesi del sud del Mediterraneo. In nome della sicurezza

In nome della sicurezza si lasciano morire i migranti in mare, come politica dichiarata, e poi si finge di piangere lacrime di coccodrillo.

In nome della sicurezza si ostacolano gli arrivi di persone non ariane, che crede in un dio diverso, e si fanno ponti d’oro ai bianchi cristiani, soprattutto badanti

In nome della sicurezza si esclude lo ius soli, per chi è più entusiasta di essere italiano, di quanto lo siano gli italiani di nascita.

In nome della sicurezza si crea un’economia di vigilanti di vari tipi, ai confini, negli uffici, nei cpr, una grande quantità di posti di lavoro inutili, che David Graeber chiamava bullshit jobs, lavori non creativi, lavori che opprimono, lavori dimenticabili.

Il secolo mobile è un libro da non perdere e da consultare spesso.

 

 

 

Ps1: Già il sociologo Renato Curcio almeno a inizio secolo analizzava i rapporti fra migranti, lavoro mal pagato, precarietà, razzismo, insicurezza (quella vera, quella dei migranti) e spiega(va) che avere un ‘esercito di riserva’ di lavoratori migranti permetteva e avrebbe permesso di comprimere i salari di tutti i lavoratori, e così è successo, spesso in Europa, di sicuro in Italia (qui, per esempio)

 

Ps2: se posso fare una critica a Gabriele Del Grande, è che a proposito dell’11 settembre non ha nessun dubbio sulla versione ufficiale, nessun dubbio sul fatto che in Europa, a Londra e Madrid, un palazzo colpito da un aereo non cade, ma a New York sì, e sul fatto che i tre grattacieli caduti erano stati riempiti di esplosivi da prima, anche il terzo grattacielo caduto lo stesso giorno senza nessun contatto con un aereo.

 

Ps 3

scrive Lavinia Marchetti:

In Italia, nel 2026, chi ha votato le leggi che criminalizzano il dissenso di piazza sapeva cosa stava votando. Le trascrizioni parlamentari mostrano che le obiezioni erano state formulate e registrate. Poi il momento del voto aveva azzerato quelle voci, perché votare era il gesto di fedeltà richiesto.
La democrazia produce un paradosso finale in cui il meccanismo formale del consenso, che dovrebbe proteggere il pluralismo, diventa il sigillo che certifica la cancellazione del dubbio. Il gaslighting istituzionale ottiene la propria firma dai soggetti che ne sono oggetto. La ratifica è autentica, e proprio in questa autenticità risiede la trappola. L’inganno è a monte. (qui).

Lo stesso si può dire per le leggi sulla (in)sicurezza, e di protezione delle frontiere, tutti i governanti e parlamentari italiani ed europei quotidianamente praticano la banalità del male, ci vorrebbe una pena per tutti i governanti e parlamentari italiani ed europei che continuano a sostenere le politiche di sicurezza ariane e assassine.

giovedì 26 febbraio 2026

Rogoredo non è un caso isolato

(di Osservatorio Repressione)


Uso della forza, repressione del dissenso e scudo penale: quando la sicurezza diventa ideologia di potere

Mettiamo in fila i fatti. Un ragazzo di ventotto anni, Abdherrahim Mansouri, ucciso a Rogoredo con un colpo alla testa. Una versione immediata: legittima difesa. Un’arma giocattolo. Una minaccia. Uno sparo inevitabile.

Poi le crepe. L’arma senza impronte. La distanza di venti metri. Il colpo laterale. I soccorsi chiamati in ritardo. L’agente che ha sparato indagato per omicidio e altri quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Testimonianze dal quartiere che parlano di taglieggiamenti, pressioni, di un agente che “voleva fargliela pagare”. Lo stesso assistente capo è coinvolto in altre inchieste, compresa una per falso ideologico legata a un arresto controverso tra piccolo spaccio e denaro. E non è irrilevante che, secondo ricostruzioni investigative, alcuni colleghi lo avrebbero descritto come un fanatico, abituato a muoversi sul filo dell’opacità nelle operazioni.

Non sono dettagli. È un quadro.

Nel frattempo, ore di talk show a costruire l’assoluzione preventiva. Sindacalisti di polizia a mimare lo sparo in studio. Il “pusher” contro lo “Stato”. La periferia trasformata in zona grigia dove tutto diventa lecito. La narrazione tossica che precede la perizia. Prima la propaganda, poi – forse – l’indagine.

Ma non si è fermata lì.

La stessa sera, col cadavere ancora caldo, Matteo Salvini aveva tuonato che lui stava col poliziotto, “senza se e senza ma”. Aveva parlato di scandalo per l’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario, mentre – secondo lui – i manifestanti che avevano picchiato un agente a Torino non sarebbero stati incriminati per tentato omicidio. Il solito copione: magistrati troppo severi con le divise, troppo indulgenti con chi protesta.

La Lega ha addirittura lanciato una raccolta firme al grido di “io sto col poliziotto”. E Riccardo De Corato, di Fratelli d’Italia, già vicesindaco di Milano, ha parlato di «accanimento nei confronti degli uomini in divisa davvero ingiustificato e inaccettabile».

Non un invito alla prudenza. Non un richiamo al rispetto dell’indagine. Non una parola sulla necessità di chiarire i fatti. Solo una linea politica: l’assoluzione preventiva.

Oggi quel racconto non regge più. E proprio per questo diventa evidente la posta in gioco.

Con lo scudo penale già introdotto dalla legge Sicurezza 2026 — che elimina l’iscrizione automatica nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione come la legittima difesa — Rogoredo veniva raccontata come la prova vivente della “necessità” di blindare preventivamente chi usa la forza. La morte di un giovane migrante diventava argomento politico. Un fatto di cronaca trasformato in leva normativa.

Il meccanismo è chiaro: ridurre il controllo giudiziario immediato sull’uso delle armi, rafforzare la presunzione di liceità per chi spara, spostare il baricentro dell’accertamento verso una discrezionalità che rischia di trasformarsi in filtro.

Se oggi emergono contraddizioni, è perché un’indagine è partita. Ma il segnale politico resta: la forza va protetta prima di essere verificata.

Nel frattempo, nelle stesse settimane, si moltiplicano le denunce contro chi manifesta per Gaza. A Genova, a Bologna, in altre città. Il nuovo reato di blocco stradale applicato contro chi si siede per terra. La resistenza non violenta trasformata in reato penale. Centinaia di attivisti trascinati dentro procedimenti giudiziari per aver espresso solidarietà internazionale.

Non sono episodi scollegati. Sono tasselli dello stesso progetto.

Da una parte si amplia l’ombrello di protezione attorno al potere armato. Dall’altra si restringe lo spazio del dissenso. È un doppio movimento coerente: più impunità per chi esercita la forza, più repressione per chi la contesta.

Rogoredo, in questo senso, è una cartina di tornasole. Se la versione iniziale fosse stata accettata senza fratture, oggi staremmo discutendo di altro. Le crepe emerse dimostrano che il controllo democratico non è un fastidio burocratico: è l’argine che separa l’errore dall’abuso, la legittima difesa dall’arbitrio.

E mentre si parla di sicurezza, altrove emergono chat in cui si rivendica di aver “brutalizzato un testimone”, si scrive «Datemi pure del fascista, non mi interessa», si evocano slogan come «Zecche appese a piazzale Loreto». Non folklore. Non eccessi verbali. Indicatori di un clima in cui il dissenso è nemico e la forza è identità.

C’è poi un’altra verità che fatichiamo ad ammettere. Morti come quella di Mansouri provocano disagio. La reazione più comune è distogliere lo sguardo. È troppo imbarazzante riconoscere che persone pagate per difenderci possano talvolta finire per massacrare i nostri figli, i nostri amici, i nostri vicini di casa. È più comodo rifugiarsi nella formula rassicurante delle “poche mele marce”.

Ma questa retorica non regge più. Primo: il sospetto è che quelle mele non siano poi così poche. Secondo: bisogna chiedersi in quale cultura, in quale aspettativa di impunità, in quale clima politico quelle mele marciscano. Le mele non marciscono nel vuoto. Marciscono in un cesto.

La degenerazione democratica non è un concetto astratto. Nasce nelle stanze del potere ma prende forma concreta nelle strade. Ricade a cascata sui rapporti tra persone. È impossibile pensare che le tensioni di un paese attraversato da disuguaglianze sociali, economiche e razziali non si riflettano anche nelle sue forze dell’ordine. I corpi di polizia assorbono il clima politico, lo metabolizzano, talvolta lo radicalizzano.

Quando un poliziotto picchia un ragazzo fermato per pochi grammi di fumo, quando alza il manganello su un manifestante inerme, quando considera “nemico” chi contesta o chi appartiene a una classe marginale, si crea uno strappo. Ogni volta. La società dei diritti è uno schermo che dovrebbe proteggerci. Ma quello schermo oggi appare lacerato. Dietro non c’è un eccesso isolato: c’è una cultura che normalizza l’idea che alcuni siano più controllabili, più colpibili, più sacrificabili.

Il ricorso continuo alla retorica della sicurezza ha messo in secondo piano ogni discorso serio sulla responsabilizzazione e sulla smilitarizzazione dei corpi di polizia. Si è preferito parlare di “guerra allo spaccio”, “guerra al degrado”, “guerra ai blocchi stradali”, fino a trasformare la gestione dell’ordine pubblico in una logica di conflitto permanente. E in questa logica si sedimenta la distinzione tra classi “pericolose” e classi “protette”.

Le disuguaglianze non vengono contrastate: vengono sorvegliate. I poveri non vengono sostenuti: vengono controllati. I migranti non vengono integrati: vengono schedati. Il dissenso non viene ascoltato: viene criminalizzato. Si colpevolizzano i deboli in nome di una presunta sicurezza richiesta dai cittadini, si smantellano strumenti di tutela sociale, si attaccano misure redistributive come fossero il vero nemico. E intanto si chiede più forza, più armi, più protezione e impunità per chi le impugna.

In questo scenario, Rogoredo non è un incidente. È un sintomo.

Quel clima non nasce per caso. Viene alimentato. Viene legittimato. Talvolta viene persino premiato.

Il punto allora non è solo cosa è accaduto a Mansouri. Il punto è la traiettoria politica che attraversa questi mesi. La sicurezza viene trasformata in ideologia. Il conflitto sociale in ordine pubblico. La solidarietà internazionale in minaccia. L’uso della forza in valore identitario.

E tutto questo mentre le cause reali dell’insicurezza – precarietà, esclusione, marginalità, disuguaglianza – restano intatte o peggiorano.

Più armi non significano più sicurezza. Più repressione non significa più ordine. Significa uno Stato che si irrigidisce, che si protegge, che riduce lo spazio del controllo democratico.

La scelta è davanti a noi: o si rompe questa deriva, o la si subisce.
Perché quando la forza diventa linguaggio quotidiano del potere, la democrazia non arretra lentamente: viene svuotata, pezzo dopo pezzo, fino a restare solo una parola buona per i comunicati stampa. E a quel punto non si discute più di sicurezza, ma di obbedienza.

da qui

giovedì 27 novembre 2025

Perché l’espulsione dell’Imam di Torino per le parole contro il genocidio a Gaza non è un caso isolato - Dalia Ismail


Questo non è sicurezza: è razzializzazione del dissenso. È un avvertimento politico a un’intera comunità: il diritto di parola non vale uguale per tutti

Mohamed Shahin, imam della moschea Omar Ibn Al Khattab di via Saluzzo a Torino, è stato prelevato e trasferito in un Centro di permanenza per il rimpatrio. Il provvedimento arriva settimane dopo le sue parole pronunciate durante una manifestazione pro Palestina del 9 ottobre, quando aveva definito l’attacco del 7 ottobre 2023 come una reazione ad anni di occupazione. Una dichiarazione che rientra nel campo della libertà di espressione politica – piaccia o no – è bastata per trasformarlo nel bersaglio di un’operazione mediatica e istituzionale culminata nella revoca del suo permesso di soggiorno di lungo periodo e in un ordine di espulsione.

Shahin vive in Italia da oltre vent’anni. È egiziano e, in quanto oppositore del regime di Al-Sisi, sarebbe in pericolo reale e immediato se rimandato in Egitto. Nonostante questo, e nonostante abbia presentato una nuova domanda di asilo tramite il modello C3 – che per legge sospende ogni espulsione fino alla decisione della Commissione – la magistratura ha comunque convalidato il rimpatrio, aggirando una procedura che normalmente tutela chi chiede protezione internazionale. Un atto punitivo insomma.

Come ricorda il movimento Torino per Gaza, Shahin paga una sola colpa: essersi esposto pubblicamente, e senza pause, denunciando il genocidio in corso a Gaza e sostenendo la causa palestinese. Una posizione politica e morale trasformata in motivo di espulsione. Un uomo musulmano che prende parola sulla Palestina è trattato come un problema di sicurezza, non come un soggetto avente diritto alla libertà di espressione, garantito a chiunque altro.

E questo caso non è affatto isolato. Negli ultimi due anni è emersa una tendenza sistematica: uomini arabi, musulmani e palestinesi vengono sorvegliati, puniti e criminalizzati in modo sproporzionato rispetto ai fatti contestati. Il trattamento riservato ad Ahmad Salem, 24 anni, ne è un esempio lampante. Arrivato in Italia per chiedere protezione internazionale, è finito nella sezione di alta sicurezza del carcere di Rossano Calabro. Durante la procedura di asilo gli è stato sequestrato il telefono e parti di suoi interventi pubblici – slogan, appelli alla mobilitazione civile per la Palestina, contenuti politici – sono stati etichettati come “terrorismo”. Frammenti decontestualizzati sono bastati per trasformare l’espressione del dissenso palestinese in un reato. Il tutto mentre tre giovani palestinesi – Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh – sono accusati di “terrorismo” sulla base del volere di Israele, con Yaeesh ancora detenuto da oltre un anno. Anche qui emerge lo stesso schema: presunzione di colpevolezza, sovrastima del rischio, accettazione acritica delle narrative israeliane e criminalizzazione automatica del profilo palestinese.

A questo si aggiunge quanto accaduto a Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia. Fermato all’aeroporto di Linate, è stato denunciato per “istigazione alla violenza” e colpito da un foglio di via che gli vieta di entrare a Milano per un anno. Provvedimento già applicato in passato, sempre in correlazione alla sua attività pubblica in solidarietà al popolo palestinese. Hannoun definisce l’operazione “un atto di aggressione”: “Mi dispiace di questo atto di aggressione nei miei confronti, mentre il nostro governo è complice diretto del genocidio a Gaza, dove fornisce armi per sterminare i gazawi. (…) All’uscita dell’aeromobile gli agenti della polizia mi hanno identificato e mi hanno portato in ufficio a Linate per darmi due notifiche. La prima era l’allontanamento dalla città per un anno, l’altra una denuncia per istigazione alla violenza”.

Anche qui si ripete lo stesso schema: l’attivismo palestinese e musulmano viene decontes­tualizzato, punito e represso con l’espulsione fisica dal territorio, con l’isolamento; ogni parola è un potenziale reato, ogni presenza pubblica trattata come un problema di sicurezza nazionale. Non è un caso: è parte di una strategia che colpisce sempre gli stessi corpi, gli stessi accenti, le stesse identità.

Un’ulteriore conferma arriva dal caso dell’imam di Bologna Zulfiqar Khan, allontanato dall’Italia l’anno scorso attraverso un decreto immediato del Ministero dell’Interno basato su una selezione di sermoni, frasi e contenuti religiosi interpretati come indicatori di pericolosità. Un uomo residente in Italia da decenni, privato del permesso di soggiorno ed espulso senza garanzie adeguate e senza un vero processo. Anche qui, un dissenso o un linguaggio religioso che non piace è stato sufficiente per attivare la macchina dell’espulsione.

Mettendo insieme questi casi, emerge una dinamica chiara: quando il soggetto è un uomo musulmano o palestinese che denuncia il genocidio di Gaza o critica la politica occidentale in Medio Oriente, lo Stato interviene con misure eccezionali ed eccessive – fogli di via, espulsioni, revoche del permesso di soggiorno – accuse sproporzionate e criminalizzazione delle opinioni. È una strategia che colpisce sempre le stesse identità, incoraggiata da un clima politico che normalizza l’idea islamofobica del musulmano “pericoloso” e “radicale”.

Questo non è sicurezza: è razzializzazione del dissenso. È islamofobia istituzionale normalizzata. È un avvertimento politico a un’intera comunità: il diritto di parola non vale uguale per tutti. E chi parla contro un genocidio, soprattutto se coinvolto direttamente, rischia, in questo Paese, di essere trattato come se fosse lui il pericolo.

da qui

sabato 22 novembre 2025

Per una diversa idea di sicurezza - Vincenzo Scalia

Qualche decennio addietro, il criminologo marxista statunitense Richard Quinney, affermava che la criminalità paga. Non si riferiva ai possibili vantaggi derivanti dall’intraprendere una carriera criminale. Quinney guardava ai vantaggi che la questione criminale forniva alla società. Un decimo dell’apparato di Stato è costituito da addetti alla sfera giudiziario-penale. A questi vanno sommati gli avvocati, gli imprenditori che costruiscono gli istituti penitenziari e tutto l’indotto del business penitenziario, come lo avrebbe definito più tardi Nils Christie. Allargando il perimetro, il numero di psicologi, psichiatri, esperti a vario titolo, criminologi clinici, accademici, giornalisti, scrittori, membri dell’associazionismo e del volontariato che traggono rendite di posizione dalla criminalità, finisce per formare una schiera consistente. Senza tralasciare la sfera mediatica dell’intrattenimento. A questa schiera, Quinney, non dimenticava di aggiungere i politici, che attorno al binomio di legge e ordine costruiscono le loro carriere politiche.

La questione della sicurezza, così come è stata sviluppata in Italia nell’ultimo trentennio, conferma l’attendibilità dell’assunto formulato da Richard Quinney. Cominciò la Lega, che deve buona parte delle sue fortune all’avere intercettato le rivendicazioni securitarie dei comitati civici sorti, più o meno spontaneamente, nell’ex triangolo industriale alla fine degli anni ottanta. Una ricostruzione simile può essere svolta per i Cinque Stelle, che hanno fatto della parola d’ordine onestà, da declinare in senso giustizialista, il loro cavallo di battaglia. FdI, ovviamente, raccoglie il testimone delle crociate per l’ordine pubblio di cui è sempre stata portatrice la forza politica di cui costituisce la filiazione diretta. Non a caso, l’attuale compagine governativa, fa della sicurezza il proprio collante e il proprio marchio di fabbrica per rinsaldare il consenso dell’elettorato.

Che la sicurezza rappresenti la cifra della destra, non stupisce. Viceversa, sorprende l’ossessione securitaria che ha recentemente conquistato l’opposizione (https://volerelaluna.it/commenti/2025/08/18/sicurezza-gli-ultimi-danni-di-veltroni/), con la segretaria del PD che, da ultimo, convoca in tutta fretta una conferenza nazionale degli amministratori locali per parlare dell’insicurezza delle città. Come se rispondesse all’appello lanciato dalle colonne dei giornali dall’ex sindaco di Roma, e al suo proclama per cui la libertà non esiste senza sicurezza. Lo spettacolo che il cosiddetto centrosinistra mette in scena appare goffo e patetico, nella misura in cui, oltre a tentare di occupare uno spazio già saldamente presidiato dagli altri, denota un preoccupante vuoto progettuale, oltre che una mancanza di consapevolezza.

Affermare che il centrosinistra non ha mai applicato politiche securitarie, costituisce un punto di partenza errato, sia sul piano della riflessione teorica che sotto il profilo delle politiche pubbliche. Le sindacature di Chiamparino a Torino, di Veltroni a Roma, quella di Cofferati a Bologna con la famigerata battaglia sui lavavetri, lo zelo con cui i sindaci di centrosinistra sono corsi ad applicare le zone rosse, sono lì a dimostrarlo. Come lo suffragano, a livello nazionale, il pacchetto sicurezza varato dall’allora Guardasigilli Fassino, i GOM istituiti dal suo predecessore Diliberto, la predisposizione della macchina repressiva che a Genova, in occasione del G8, avrebbe sortito risultati tragici (e che, appunto, venne consegnata a Berlusconi dal precedente Governo di centro-sinistra presieduto da Giuliano Amato). Iniziative tutte accomunate dal maldestro tentativo di dimostrare all’elettorato di essere sufficientemente duri contro il crimine come la destra, suffragate da ricerche sociologiche approssimate, che enfatizzano i dati grezzi. E i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti, come il Governo che ci troviamo in carica e i sui decreti anti-rave, Caivano e sicurezza.

Dove sbaglia la sinistra? Sicuramente, nell’accettare lo scontro aperto in un campo in cui non ha stabilito le regole. Soprattutto, nel rifiuto di elaborare una riflessione propria sulle tematiche della sicurezza, da tradurre in politiche alternative a quelle della destra. Si potrebbe, per esempio, cominciare dall’approfondire il concetto stesso di sicurezza, tutt’altro che passibile di una definizione univoca. Da un lato è vero che in italiano l’univocità è la conseguenza della sinonimia tra quello che gli inglesi distinguono tra safety, in senso sociale, e security, che richiama alla protezione fisica. Dall’altro lato, questa distinzione, non viene svolta per via di una pigrizia intellettuale che risente dei mutati scenari socio-politici successivi alla caduta del Muro di Berlino. L’imporsi del pensiero unico neoliberista, ha comportato il prevalere del significato del termine nel senso della security, oppure, se preferiamo, del cosiddetto diritto alla sicurezza.

Questa impostazione, si regge sul presupposto che la società sia composta da individualità isolate, che condividono la razionalità dell’homo oeconomicus, a cui va garantito un quantum di incolumità necessario a operare sull’arena del mercato per portare a termine interazioni e scambi funzionali alla produzione e, soprattutto nella fase odierna, al consumo. Si disegna così uno spazio uniforme, omogeneo, all’interno del quale le diversità e le difformità vengono inquadrate come pericoli, potenziali ed effettivi, da neutralizzare con interventi che siano il più possibile rigorosi, e che prevedano un dispiegamento massimo delle risorse giudiziario-penali. Il limite di questa impostazione è rappresentato dal rifiuto di accettare l’esistenza di una pluralità di interessi, di valori, progettualità, identità, stili di vita al di fuori di quelle offerte del mercato. Ne consegue, paradossalmente, una contrazione delle singolarità, colonizzate dalla paura, e costrette ad accontentarsi della nicchia del mercato, e ad affidare a un potere sempre più invadente e autoritario le proprie esistenze. Come nota Tamar Pitch ne Il malinteso della vittima, mettere nelle mani di un potere terzo la tutela delle proprie aspettative, produce una condizione di subalternità e gonfia a dismisura le prerogative repressive dello Stato.

Il diritto alla sicurezza avanza a spese di quella che Alessandro Baratta definiva come la sicurezza dei diritti. Un approccio analitico antitetico a quello dominante, in quanto parte dal presupposto che le individualità esistono sempre all’interno di contesti sociali specifici, all’interno dei quali, la fruizione dei diritti civili, politici e sociali, oltre a ridurre le preoccupazioni quotidiane, costruisce una sfera pubblica all’interno della quale agiscono individualità e soggetti collettivi inclusi. Un tessuto sociale economicamente compatto e socialmente coeso attorno a legami plurali, non regolamentato dal mercato, riduce sensibilmente i rischi per le incolumità dei singoli.

Il problema da porsi, riguarda proprio l’assottigliarsi della sicurezza dei diritti. Il passaggio dal fordismo al post-fordismo, col deperimento dei grandi aggregati produttivi, ha finito per produrre disoccupazione di massa, precarietà occupazionale, segmentazioni del tessuto sociale. Le esistenze, per dirle con Zygmunt Bauman, si sono fatte sempre più liquide, e sottoposte alla spinta a competere per l’accesso ai consumi globali. Alla frammentazione sociale si sono sovrapposte la multiculturalità, la pluralità degli stili di vita. Che traiettorie sempre più individualizzate hanno comportato che venissero inquadrate come minacce messe in atto dagli altri, visti come competitors, ovvero concorrenti, più che come potenziali compagni con cui elaborare strategie collettive. È proprio tra le pieghe di questa società anonimizzata, frammentata, segmentata, impaurita, che alligna il securitarismo.

Una sinistra che si definisce tale, che fa propria l’esigenza di rispondere alla necessità di colmare lo scarto tra l’esistente e il possibile, di questa insicurezza si deve senz’altro occupare. Partendo però dalla consapevolezza che non si tratta di una questione individuale, o ascrivibile all’anomalia delle classi pericolose di volta in volta individuate. All’inizio degli anni Novanta, tra amministratori e accademici, questa presa di coscienza era diffusa. L’esperienza di “Città Sicure”, promossa in Emilia-Romagna dal compianto Massimo Pavarini, gli aveva dato forma. Ricerche approfondite sulla vita dei quartieri, sulla percezione della popolazione locale, sul consumo di sostanze, sulla prostituzione, avevano prodotto proposte originali, che andavano dalla polizia di prossimità alla riduzione del danno. Tuttavia, la convinzione che si vincesse al centro, portò a ignorare i suggerimenti di quella esperienza, fino a liquidarla del tutto, sia a livello locale e nazionale. Eppure, gli insegnamenti di “Città Sicure”, sono ancora lì. Le si potrebbero riprendere, e anche integrare con esperienze nuove, come la sicurezza plurale della Regione Umbria di qualche anno fa. Oppure si potrebbe guardare a Granada, in Spagna, dove la polizia municipale, ha istituito un parlamentino in cui rom, donne, LGBTQIA+, sex workers e consumatori di sostanze, in cui si elaborano strategie condivise per la gestione dell’ordine pubblico. Altri esempi, come il sindaco della notte, che negozia tra gli attori della vita notturna, sono lì per essere seguiti.

A partire dalla sicurezza, si potrebbe riprendere il cammino per emanciparsi dalla subalternità dalla destra. Soprattutto, si deve ricominciare a declinare la sicurezza dei diritti. Il crimine non paga. Specialmente a sinistra, dove il mercato non è il benvenuto.

da qui

lunedì 16 giugno 2025

Se non sai il perché, è perché una ragione non esiste. Breve storia delle zone rosse urbane - Marica Fantauzzi

 

Qualche anno fa a Roma, nel parcheggio attiguo a una di quelle strutture denominate dalle amministrazioni pubbliche “residence” ma che tutto possiedono al loro interno fuorché servizi, comodità, spazio e manutenzione, si era fermata a vivere una famiglia di sinti napoletani. La loro epopea aveva avuto inizio molti anni prima, quando erano stati sgomberati da un campo poco fuori il comune di Napoli. Da tempo, ormai, avevano deciso che la loro casa sarebbe diventata l’unica cosa che possedevano, ossia il camper. Da qui, si dicevano, non possono sgomberarci. In parte era vero, in parte no.

All’alba una pattuglia della polizia si accostò accanto al camper con le sirene spiegate. Chiesero i documenti al padre e dopo un rapido controllo trovarono dei vecchi precedenti. Erano passati dieci anni da quando aveva scontato l’ultimo giorno di galera e, nel frattempo, gli erano nati tre figli, aveva iniziato un nuovo lavoro e aveva cambiato città.

Ma aver scontato una pena non bastava a cancellare la sua presunta pericolosità, anzi, in qualche modo ne costituiva una conferma. Fu così che l’uomo ricevette un foglio, che scoprì poi essere un foglio di via obbligatorio, ovvero una misura limitativa della libertà di movimento di natura amministrativa prevista dall’articolo 2 del decreto legislativo 159/2011 (conosciuto come Codice antimafia e delle misure di prevenzione).  Lo strumento agisce preventivamente, nel senso che non occorre aver commesso un reato, basta essere considerato un soggetto pericoloso tanto da impedirgli il ritorno in un determinato luogo fino a un massimo di tre anni.

Mesi dopo ripassai davanti a quel parcheggio, quella famiglia era scomparsa, ma di camper simili ne tornarono a decine. Avevano appena sgomberato altre aree della città e le persone, non sapendo dove andare, si rifugiarono nel luogo più vicino.

Dal 2011 a oggi è stato fatto un utilizzo esplicitamente politico di questo strumento preventivo: non solo persone senza casa, ma anche militanti che protestano davanti alle carceri, attivisti del clima, lavoratori in sciopero sono solo alcune delle categorie colpite. Un provvedimento che ha le sue origini nel fascismo (il confino per gli oppositori politici) e che si è adattato alle maglie larghe di questo stato di diritto, finendo per censurare, controllare e intimidire il dissenso.

Come ha spiegato bene l’avvocato Nicola Canestrini sono misure “basate sul sospetto: prevedere il futuro e sulla base di questo giudizio prognostico stabilire la probabilità, la possibilità che un soggetto sia pericoloso e quindi evitare che commetta dei reati. Un po’ come in Minority Report con Tom Cruise, dove i Precog dicevano quello che succedeva. Ma nella realtà è assai più preoccupante: sono misure che incidono moltissimo sulla libertà delle persone, la libertà di movimento, circolazione, proprietà”.

Evidentemente non era abbastanza. Nel 2017 è stato introdotto un ulteriore strumento giuridico finalizzato a garantire l’ordine pubblico e la sicurezza: il Divieto di accesso a spazi pubblici (Daspo urbano), simile al Daspo sportivo ma adattato ai contesti cittadini.

Considerato meno afflittivo del foglio di via obbligatorio, in quanto pregiudica l’ingresso solo a determinate aree della municipalità e perché la sua violazione non comporta un illecito penale ma una sanzione amministrativa pecuniaria (fino a trecento euro), in realtà evidenzia una preoccupante tendenza: l’amministrativizzazione del diritto penale; che, come spiega Federica Borlizzi riprendendo l’analisi del giurista Luigi Ferrajoli, “nasconde la consapevolezza del legislatore di poter giocare sul nomen iuris delle sanzioni, con delle misure afflittive denominate ‘amministrative’ che, tuttavia, nella sostanza costituiscono delle vere e proprie pene”.

Per quanto ampia e discrezionale l’applicazione di questi strumenti sia, tuttavia, non sono sembrati abbastanza all’attuale ministero dell’Interno che, se possibile, è riuscito nell’impresa di portare alle estreme conseguenze la possibilità di decidere su chi ha il diritto di vivere nelle nostre città. L’istituzione delle cosiddette zone rosse si inserisce in una logica strutturale di gestione urbana che promuove metropoli sempre più disgregate al loro interno, con interi quartieri commissariati e residenti colpevolizzati in base a fasce d’età, classe sociale e background migratorio.

Attivate prima a Bologna e poi a Firenze negli ultimi mesi del 2024, le zone rosse hanno comportato l’allontanamento di centinaia di persone dai Comuni in cui erano solite abitare o semplicemente stare. È la presenza stessa a essere punita, l’esistenza in quanto essere umano che copre con il proprio corpo un segmento di spazio urbano: lo chiarisce bene la circolare del prefetto di Milano del 27 dicembre scorso che, istituendo la zona rossa anche nel capoluogo lombardo, intende “fronteggiare la  presenza di soggetti molesti e aggressivi, dediti alla commissione di reati e non in regola con la normativa in materia di immigrazione, tale da  incidere negativamente sulla percezione di sicurezza dei cittadini e dei turisti che fruiranno di quelle aree”.

L’entusiasmo del ministro Piantedosi rispetto al moltiplicarsi delle zone rosse in Italia (dopo Bologna e Firenze anche Milano, Napoli e Roma) si percepisce dal tono esaltato di queste sue dichiarazioni: “Da quando l’ho emanata ci sono stati seicentomila identificazioni e cinquemila allontanamenti, che hanno portato a numerosi arresti e rimpatri. Sono numeri importanti che testimoniano il valore positivo dell’iniziativa, peraltro molto apprezzata dai cittadini” (Il Messaggero Veneto, 3 giugno).

A chi fa notare al ministro che c’è un rischio ghettizzazione nei territori colpiti dal provvedimento, Piantedosi risponde: “La ghettizzazione avviene quando si verifica l’assenza di iniziative dello Stato. La presenza delle forze di polizia è stata sempre molto ambita sotto ogni latitudine e chi sostiene il contrario lo fa solo per un pregiudizio ideologico che non trova corrispondenza nelle aspirazioni dei cittadini. C’è chi vorrebbe attenuare la presenza dello Stato invece di rafforzarla. Sono le posizioni di chi guarda con ostilità alle forze di polizia. Noi pensiamo esattamente l’opposto. Più polizia c’è sul territorio e meglio è».

Tra le risposte più inquietanti c’è quella che riguarda i tempi. Poiché se le zone rosse sono prorogabili quando le circostanze lo richiedono, di fatto, è ipotizzabile che esse possano durare senza alcun tipo di limitazione: “Si va avanti finché serve”, chiosa il capo del Viminale.

Mentre il governo tira dritto, costruendo tramite decreti e circolari prefettizie città punitive, c’è però chi si oppone e reagisce. Nei giorni scorsi, infatti, è stato presentato presso il Tribunale Amministrativo Regionale di Napoli il ricorso per l’annullamento dell’ordinanza del prefetto che proroga per ulteriori tre mesi il divieto di stazionamento in ampie aree del centro cittadino per soggetti ritenuti “aggressivi, minacciosi o insistentemente molesti”, in base a semplici segnalazioni di polizia. Tra i ricorrenti compaiono associazioni come A Buon Diritto, ASGI, Libridazioni, ma anche cittadini e residenti nelle zone colpite dal provvedimento, rappresentanti istituzionali e spazi sociali.

«Il ricorso – spiega l’avvocata Stella Arena – è stato redatto con la collaborazione di Andrea Eugenio Chiappetta, dottorando di ricerca in diritto costituzionale, rispondendo a un’esigenza venuta dal basso: le realtà che insistono nelle aree della città indicate nell’ordinanza prefettizia, e che in città stabilmente lavorano per dare risposte di inclusione (oltre che culturali e sociali) hanno ritenuto necessario auto-convocarsi e rispondere legalmente a quella che ritengono una limitazione dei diritti costituzionalmente garantiti. Il provvedimento impugnato fonda l’adozione di misure limitative delle libertà fondamentali sulla base di meri indizi o segnalazioni, senza la necessità di un accertamento giudiziario, configurando una presunzione di pericolosità che è giuridicamente inammissibile».

L’udienza del ricorso è fissata per il 17 giugno, data in cui il Tar potrebbe quindi annullare un’ordinanza che è lesiva dei principi fondamentali di un ordinamento democratico. Come spiega la rete No alle zone rosse di Napoli, infatti, questo dispositivo può riguardare chiunque – da piazza Garibaldi a via Mezzocannone, da piazza Bellini a molte altre aree ancora – venga ritenuto un ostacolo all’accessibilità e alla fruizione delle stesse, sia colto in stato di manifesta ubriachezza o a compiere atti contrari alla pubblica decenza; pratichi accattonaggio; sia stato segnalato per reati  in materia di stupefacenti, contro la persona, predatori, invasioni di terreni o edifici, porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere. La rete, che comprende anche molti spazi liberati che provano a resistere e difendere chi abita la città, attende. Nel frattempo, si è mobilitata affinché più cittadini possibili sappiano che cosa significa passeggiare all’interno di una zona rossa. 

Se vieni allontanato e non sai il perché, è molto probabile che la ragione non esista.

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mercoledì 15 gennaio 2025

Davide Grasso, Lorenzo Guadagnucci e Fabio Anselmo scrivono sull'omicidio di Ramy Elgaml e sullo Scudo penale agli agenti

Le notizie su Ramy sono sempre relegate a fine tg. Ma non è cronaca: è politica di primo piano - Davide Grasso

Ieri studenti e polizia si sono scontrati a Torino per i fatti emersi in relazione alla morte di Ramy Elgaml. Oggi è iniziato il coro dello scandalo e delle condanne. C’è da stupirsi, al contrario, che di fronte alle circostanze che emergono sulla morte del giovane milanese non stia accadendo molto di più. È evidente che in Italia non siamo abituati alla rabbia sociale molto più amara che eventi del genere possono provocare.

La risposta alla comunicazione radio che annuncia la fatale caduta dello scooter – “Bene!” – mi ha fatto ricordare la frase “uno a zero per noi” pronunciata da una poliziotta quando è stato ucciso Carlo Giuliani a Genova.

Diverse personalità politiche dichiarano che le proteste di Torino, o altre che verranno, assumono forme “inaudite” e “intollerabili” perché hanno fatto bersaglio di oggetti gli edifici che ospitano le attività delle forze dell’ordine o gli agenti che le difendevano. Intollerabile è invece che le notizie riguardanti Ramy continuino ad essere relegate a uno scampolo di minuti a fine telegiornale, come se si trattasse di cronaca quando questa è politica, e di primissimo piano.

Le redazioni, inoltre, non lesinano commenti didascalici e ridondanti agli audio dei militari, dove si sottolinea che le frasi degli inseguitori erano ora “reazioni istintive”, ora erano proferite “senza sapere quanto grave fosse l’incidente”. Una forma di deferenza verso i carabinieri, o forse un timore mal riposto nell’esercitare una critica aperta e libera alle forze dell’ordine – ciò che ci è invece perfettamente consentito dalle leggi e garanzie per cui hanno lottato le generazioni passate.

Il problema è profondo. Ogni notte ha luogo un numero elevato di inseguimenti, pedinamenti, fermi, controlli e arresti. Della maggior parte di questi noi non conosciamo nulla. Il loro racconto è affidato alla redazione dei verbali degli agenti stessi e la stessa magistratura deve basarsi su queste sole fonti. In casi eccezionali un inseguimento aggressivo, un interrogatorio muscolare o l’uso di un’arma d’ordinanza finiscono male. Allora i riflettori si accendono: ma senza sottolineare che quella potrebbe essere la goccia del vaso immenso che ha fatto traboccare.

Un abuso emerge perché qualcuno muore, perché c’era una telecamera o perché chi ne era vittima era un cittadino in grado di rivolgersi alla stampa o pagarsi un avvocato. Molti di coloro che incontrano le forze dell’ordine non possiedono tuttavia le garanzie della cittadinanza, altri non conoscono la legge e quindi i limiti delle pretese che possono avanzare gli agenti di pubblica sicurezza nei confronti di un cittadino; altri infine sono intimoriti da una narrazione pubblica che riproduce il mito della polizia in prima linea per la difesa dei più deboli, avvalorata prevalentemente, oltre che da comizi politici, da milioni di euro spesi in soap opera che raccontano di innamorati e amanti col distintivo. L’amore è una cosa bella, ma in questo caso noi dobbiamo moltiplicare l’abuso che emerge nel caso eccezionale per tutte quelle volte in cui l’assenza di prove, la distruzione eventuale delle testimonianze e la presunzione di impunità comunicativa e istituzionale induce individui in divisa a tenere comportamenti pericolosi, violenti o criminali.

Per questo le manifestazioni pubbliche e di piazza contro gli abusi e gli omicidi compiuti da carabinieri e polizia, lungi dall’essere un problema, sono fondamentali: esse hanno lo stesso significato storico di quelle contro i femminicidi e le violenze di genere, e possono cambiare la nostra società grazie a una presa di coscienza generale che l’Italia ha rimandato da troppo tempo. La mobilitazione di piazza, inoltre, non è qualcosa che si possa contrapporre alla ricerca della giustizia nelle sedi legali. Le due cose sono complementari ed entrambe irrinunciabili. La sfida processuale è irta di ostacoli quando gli indagati o gli imputati sono coloro che redigono i verbali, maneggiano le prove, forse commettono dei delitti e hanno stretti o stabili rapporti di collaborazione con alcuni magistrati. Tuttavia, come hanno dimostrato le battaglie per Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, è nella procedura penale che emerge almeno in parte il dettaglio microscopico, e per questo tanto più istruttivo, delle pratiche di violenza e omertà.

Non è la magistratura, tuttavia, a dover trarre le debite conclusioni sociologiche, storiche e politiche da fatti di sangue di questo genere. Questo compito è della società tutta, a partire da chi abita le città e i quartieri dove queste e altre prevaricazioni – ad opera della polizia o di chiunque altro – avvengono. I giornalisti e gli intellettuali dovrebbero invece dedicare più attenzione a queste tematiche e avere più coraggio, comprendendo che la morte in tali circostanze di un giovane milanese di seconda generazione deve occupare il centro della comunicazione pubblica e del dibattito in Italia. Forse non è stato messo a fuoco cosa attende la società futura se forti ed estese mobilitazioni, sociali e culturali, non iniziano a risolvere questo problema, qui e ora.

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La morte di Ramy Elgaml e quel festival della menzogna che ricorda tanto Genova 2001 - Lorenzo Guadagnucci

Commenti sprezzanti verso la vita degli altri, verbali distorti, testimonianze inquinate. Dal video dell’inseguimento a Milano nella notte tra il 23 e il 24 novembre 2024 emergono scenari inquietanti. In attesa che la Procura faccia chiarezza, ci sono però delle domande alle quali il vertice dei carabinieri e il ministro dell’Interno dovrebbero già rispondere. Per non recitare la stessa ignominiosa parte di 24 anni fa

“Chiudilo, chiudilo, chiudilo che cade. No, merda, non è caduto”. Possiamo partire da qui, da questa frase detta da un carabiniere durante l’assurdo inseguimento nelle vie di Milano, per qualche breve considerazione su quanto avvenuto nella notte tra il 23 e il 24 novembre 2024.

Il fatto è noto: uno scooter, con due giovani a bordo, non si ferma all’alt dei carabinieri per un controllo e due volanti si mettono all’inseguimento; è una corsa a tutta velocità nella notte, pericolosissima soprattutto per gli occupanti dello scooter e per eventuali passanti; dura ben otto chilometri, a un certo punto anche lungo una strada imboccata contromano.

Fino all’epilogo: lo scooter che svolta a sinistra, l’auto dei carabinieri così vicina che forse lo sperona, lo schianto dei due mezzi contro un palo del semaforo e la morte immediata del passeggero dello scooter, Ramy Elgaml, mentre il conducente, ferito gravemente, riuscirà a cavarsela dopo aver trascorso un periodo in ospedale in stato di coma.

C’è un’indagine in corso con sei carabinieri e il conducente dello scooter indagati per vari reati (omicidio stradale, falso, depistaggio, favoreggiamento personale a vario titolo per i carabinieri; omicidio stradale, resistenza a pubblico ufficiale per il giovane) e toccherà ai periti chiarire alcuni fatti: per esempio, se la gazzella dei carabinieri abbia speronato la moto nella curva fatale, o se in precedenza vi siano stati altri contatti fra i due mezzi e di che tipo (fortuiti o volontari?). E se davvero al testimone sfiorato dallo schianto, che aveva ripreso la scena col suo telefonino, sia stato immediatamente imposto, come ha dichiarato, di cancellare il video.

Qualcosa intanto però possiamo dire, a cominciare dalle frasi registrate quella notte. Oltre al “chiudilo che cade” e al “no, merda, non è caduto”, ci sono anche un “vaffanculo, non è caduto” e un “bene” alla fine della storia, quando arriva la notizia che i due ragazzi “sono caduti” (ma, va detto, senza nulla specificare sulle conseguenze per i due giovani).

Sono frasi che vengono giustificate con l’adrenalina e la concitazione del momento, ma che fanno pensare a scenari inquietanti, vista anche la dinamica del fatto: un inseguimento assurdo, rischiosissimo, a prima vista sproporzionato.

Sono frasi che fanno venire in mente un’altra nota registrazione, di 24 anni fa: il dialogo tra un’agente della questura e una volante di polizia il 21 luglio 2001, durante il G8 di Genova. A un certo punto si parla di quel che sta avvenendo in piazza, delle “zecche” -cioè i manifestanti- che stanno impegnando le forze dell’ordine, e l’operatrice, commentando i fatti, se ne esce con un eloquente “intanto, uno a zero per noi, yeah”, riferito all’uccisione in piazza Alimonda di Carlo Giuliani, colpito il giorno prima alla tempia da una pallottola sparata da un carabiniere e subito dopo calpestato dal “Defender” dell’Arma. “Che simpatica”, replica il poliziotto all’altro capo del telefono. 

In attesa che la Procura chiarisca i fatti e chieda, se necessario, di processare i responsabili di eventuali abusi e reati, ci sono delle domande alle quali il vertice dei carabinieri e il ministro dell’Interno dovrebbero rispondere.

Hanno chiesto conto di quelle frasi? Si sono domandati, come noi, se per caso i carabinieri quella notte abbiano perso il senso della misura? Si sono chiesti se sia ben chiaro, a chi lavora nelle forze dell’ordine, che le vite degli altri, qualunque sia il loro profilo, -“sono dei delinquenti, dei rapinatori, se la sono cercata”, è stato detto a posteriori dei due ragazzi sullo scooter, quasi a giustificare l’esito letale- sono vite da tutelare, non da mettere a rischio?

Hanno compreso quanto sia grave la denuncia del testimone sulla cancellazione del video dal telefonino? Sono domande che hanno una cornice: si ricordano, carabinieri e ministro, come andò al G8 di Genova? Sicuramente sì, ma, per sicurezza, possiamo rammentarglielo noi.

A Genova non ci furono solo violenze ingiustificate, torture di massa e un omicidio, fu anche una fiera del falso negli atti pubblici: falso il verbale dell’arresto di massa alla scuola Diaz, falsi innumerevoli verbali di singoli arresti eseguiti per strada, falsi i verbali del carcere delle torture a Bolzaneto.

Fu il festival della menzogna, della tortura e del disprezzo per i diritti e anche per la dignità dei cittadini. Fu il punto più basso per la credibilità delle nostre forze dell’ordine e non si è più risaliti, per la precisa ragione che i vertici delle nostre polizie fecero muro, non chiesero scusa, non indagarono le ragioni profonde di condotte così gravi. E non fecero autocritica. 

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Scudo penale agli agenti: col grimaldello della sicurezza, il governo smantella la separazione dei poteri - Fabio Anselmo

La ‘sicurezza’ è il grimaldello che il governo sta usando per smantellare il principio costituzionale di separazione dei poteri. La propaganda costituisce per la sua azione mezzo e scopo insieme. Con la propaganda si può creare il caos e nel caos tutto si può accettare, anche gli imbarazzanti strafalcioni della comunicazione istituzionale così come la si può leggere sui media odierni.

Dopo gli attacchi ai magistrati dell’immigrazione, gli interventi a gamba tesa (istituzionale) a danno dei pm del processo di Palermo, le intimidazioni esplicite a quel tribunale materializzate da violente prese di posizione da parte di esponenti del governo, dimentichi delle proprie responsabilità, ora si sbandierano, sul cadavere di Ramy Elgaml, norme tanto fantasiose quanto eversive in danno del nostro Paese, tutte dichiaratamente ostili alle indagini per fatti analoghi a quello di Ramy, oggi, di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, ieri.

Stiamo parlando di questo e di niente altro di diverso. In caso di sospetti abusi, gli agenti non vanno iscritti nel registro degli indagati se non in caso di prove ‘evidenti’. Nella maggioranza delle vicende giudiziarie si raggiunge l’evidenza della prova solo ad esito dell’indagine, quasi mai subito. Si tratta di un concetto che esprime un ossimoro giuridico.

Due semplici osservazioni:
– scudo penale per difenderli dalla legge penale che loro stessi sono chiamati a far rispettare e che gli stessi pm non possono certo derogare. Ma gli agenti sì?
– essere indagato come atto dovuto è una garanzia per colui che è sottoposto ad indagini per un fatto che può essere un reato. Gli consente di partecipare ad accertamenti anche tecnici che potranno essere determinanti per fare chiarezza sugli accadimenti oggetto di investigazione. Si chiama diritto di difesa. Perchè impedirlo agli agenti diversamente da tutti gli altri cittadini? Perché se la verità sulla quale si farà luce sarà scomoda per l’agente allora non si potranno utilizzare le prove raccolte contro di lui perchè non ha potuto difendersi. Impunità.

L’ex magistrato Roberto Settembre dice oggi che in uno Stato democratico le forze dell’ordine hanno il monopolio dell’uso della forza “ma questo dato di fatto – continua – ha alla base un presupposto essenziale: la responsabilità.”

Leggo i proclami governativi che si susseguono in queste ore approfittando del clamore provocato a seguito della morte di Ramy. Qualcuno parla di dare la competenza per l’avvio della prima fase dell’istruttoria di questo tipo di procedimenti al ministro dell’Interno (sic!). Al limite, in seconda battuta ma non si capisce bene, alle ‘procure delle corti d’appello’ perché sarebbero ‘più morbide’. Spero che i cronisti non abbiano ben compreso.

A prescindere dall’abnormità di un sistema di tal fatta sotto ogni punto di vista, quello Costituzionale in primis, credo sia sempre opportuno cercare di avere una prospettiva concreta di messa a terra di queste idee profuse in libertà e sotto l’entusiasmo avanti l’indubbia efficienza della propria propaganda sulla opinione comune.

Ve l’immaginate voi cosa sarebbe accaduto dopo la morte di Stefano Cucchi? Allora si espresse con tutta la forza e il vigore possibili non il ministro dell’Interno ma quello della Difesa, Ignazio La Russa, che giurò sull’estraneità dei fatti per i Carabinieri coinvolti nel suo arresto. Fummo costretti, infatti, a partecipare a sei anni di processi sbagliati che vedevano imputati gli agenti della penitenziaria e testimoni di accusa i carabinieri. Il resto è storia nota.

Per Ramy si è subito espresso colui che si ritiene ministro dell’Interno in pectore, Salvini. I carabinieri si sono comportati correttamente. Amen.

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lunedì 6 gennaio 2025

Cyber security e l’Italia 2025 violata di nascosto - Valerio Sale

  

Le metodologie di attacco usate dai ‘criminal hacker’ sono sempre più innovative e si affiancano a password scarsamente protette che contribuiscono a complicare il panorama delle minacce. Nel 2024 il Data Breach Investigations Report del 2024 ha segnato un triste record: dei 30.458 incidenti di sicurezza reali analizzati, 10.626 sono stati confermati come violazioni di dati. Anche in Italia dove però, l’attacco e il furto, prima che essere combattuto, viene nascosto

 

Come i bambini, nascondi un guaio ‘sperando di farla franca’

La notizia è passata in sordina sui principali canali d’informazione, ma il tema è tra i più sensibili. Il 27 dicembre scorso con un post su BreachForums , un sito che opera in incognito nel Darkweb, un hacker ha annunciato di aver colpito ‘Infocert Spa’, una delle maggiori realtà italiane ed europee nel settore della certificazione digitale, tra cui il Sistema pubblico Spid e l’app IO, con una presenza in Europa e America Latina attraverso 19 sedi operative.

Italia colpita, tanto e male

In questo caso l’obbiettivo dell’attacco è stata l’Italia. Sono state trafugate circa 5,5 milioni di registrazioni di utenti , 1,1 milioni di numeri di telefono e 2,5 milioni di indirizzi email. Gli autori, per provare l’autenticità sul possesso di tali dati, hanno pubblicato nel dark web un campione dei dati sottratti, in formato CSV e con 24 righe dei dati in loro possesso (nomi, indirizzi, mail, numeri di telefono). I dati sarebbero in vendita a un prezzo di partenza di 1500 dollari, secondo quanto riporta Cyber Security 360.

5 milioni di noi colpiti, ed ora il ricatto

‘Infocert Spa’ ha reso pubblica la notizia con un primo comunicato sul proprio sito ufficiale, così come da obbligo imposto dal regolamento della legge sulla privacy ( il Gdpr). A seguito delle indagini effettuate la società ha ufficializzato lo scorso 30. Dicembre del 2024 sepolto, una seconda nota in cui si dichiara che «I dati [rubati] interessati sono limitati a quelli necessari per evadere le richieste di assistenza inviate dai clienti mediante il sistema di ticketing».

Sistema di ‘ticketing’

Il sitema di ticketing è lo strumento utilizzato per tenere traccia delle richieste di servizio richiesto dai clienti al fornitore ( guasti, informazioni, etc.). In pratica nella nota viene confermato che “la sicurezza dei dati SPID, PEC e Firma Digitale, restano pienamente garantite” sottolineando che “sono in corso analisi tecniche approfondite”. Loro ci dicono e noi presto verificheremo nei fatti. I possibili guoai ne ce ne potrebbero venire.

SPID, PEC e Firma Digitale

Lo SPID, acronimo di Sistema Pubblico dell’Identità Digitale, è lo strumento che certifica l’identità digitale e permette di accedere a tutti i servizi della pubblica amministrazione (INPS, Agenzia delle Entrate ecc..) utilizzando un’unica credenziale di accesso.
La PEC (o Posta Elettronica Certificata) permette di inviare via mail messaggi con valore legale equivalente a quello di una raccomandata con ricevuta di ritornoLa PEC attesta la data e l’orario di spedizione, attesta quindi l’invio e la ricezione del messaggio e garantisce la certezza del contenuto, ossia assicura che il contenuto e gli allegati non siano modificati.
FIRMA DIGITALE. La firma digitale è l’equivalente di una firma autografa apposta su un documento cartaceo. Permette di firmare in modo completamente digitale documenti a valore legale. Garantisce l’autenticità della firma ossia l’identità del sottoscrittore, l’integrità del documento, ossia l’inalterabilità di quanto firmato e il non ripudio da parte del sottoscrittore che non può disconoscere il documento.

L’inquietante silenzio dei telegiornali

Le comunicazioni rassicuranti dell’azienda e l’inquietante silenzio dei telegiornali non impediscono però a noi, osservatori e fruitori di questi servizi, di aver ben chiaro che tutti i dati sottratti , anche i più innocenti, come le conversazioni con l’operatore e il motivo di contatto assistenza, sono estremamente utili per i criminali, per attacchi futuri mirati, che con questa mole di dettagli, hanno più possibilità di andare a segno.

Fragilità del sistema e veri e propri attentati

Se quindi abbiamo chiaro quali sono i nostri rischi e sopratttuto quali sono le fragilità del sistema che oramai regola le nostre attività quotidiane, assai meno accessibili sono le informazioni sulla natura e l’identità di questi attacchi, ma che sarebbe meglio chiamare attentati perché destabilizzanti di un’intera società. Chi c’è quindi dietro al computer che può annichilire i servizi di sicurezzaq del sistema informatico di uno Stato?

Un ragazzino davanti a un pc con il cappuccio della felpa in testa? Bande di predoni organizzate per ottenere riscatti? Ladri di dati che li rivendono a (solo) 1500 dollari? Oppure reparti informatici di eserciti regolari che combattono una guerra ibrida? Di certo, tre anni di guerra ci hanno insegnato che conflitti e tecnologia sono connessi.

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