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martedì 9 agosto 2022

Esiste il desiderio per qualcosa che vada oltre il capitalismo? - Mark Fisher

 

Un estratto da Desiderio Postcapitalista: la trascrizione delle ultime lezioni di Mark Fisher.

 

Lezione 1. [Conferenza introduttiva all’ultimo corso che Mark Fisher tenne alla Goldsmiths University di Londra prima della morte. N. d. R.]. Cos’è il postcapitalismo? 7 novembre 2016.

MARK FISHER: Passeremo rapidamente in rassegna la struttura del corso, così come lo immagino in questo momento. Potete intervenire per modificarla e cambiarle forma – questo corso è un esperimento, che comincia adesso…

Ok. Bene, per iniziare volevo parlare dell’ispirazione negativa del corso. La mia intenzione originaria era quella di farvi vedere tre filmati, ma temo che dovrò parlarvene perché per qualche motivo a me ignoto non si riesce a far funzionare il sonoro…

Fisher mostra lo spot lanciato dalla Apple in occasione del Super Bowl 1984: si vede una giovane donna in colorati abiti sportivi, inseguita da addetti alla sicurezza in tenuta antisommossa, nell’atto di scagliare una grossa mazza contro uno schermo gigante, di fronte al quale siede un esercito di uomini grigi privi di espressione; la scena ricorda gli annunci del Grande Fratello in 1984 di George Orwell. Alla fine del filmato, una voce e una scritta annunciano: “Il 24 gennaio Apple Computer presenta Macintosh. E capirete perché il 1984 non somiglierà a 1984“.


Questo era il primo. Qualcuno lo riconosce? Qualcuno di voi l’ha già visto? (Mormorio generale). Esatto. Sta nel film su Steve Jobs, giusto? Qualcuno di voi l’aveva già visto?… Sì? Dove l’avete visto?

STUDENTE 1: Be’, io il film non l’ho visto…

MF: Ah, non hai visto il film su Steve Jobs…

STUDENTE 1: Ma mi pare che qualcuno l’abbia postato su Facebook, credo. Non conosco il contesto: so soltanto che è uno spot Apple per il Super Bowl.

MF: Esatto, vale di sicuro la pena di rivederlo più tardi con il sonoro… Come dicevo, in questo momento non riesco a far funzionare l’audio… Ma la semplice immagine basta a raccontare la storia. Spesso, in termini polemici, dico che “questo è il film più influente degli ultimi trentacinque anni”. È stato realizzato da… Chi mi sa dire il nome del regista?

STUDENTE 2: Ridley Scott.

MF: Sì, è diretto da Ridley Scott, e si vede, giusto? Si nota dallo stile che è molto simile ai film che aveva realizzato poco prima. Scott aveva ridefinito lo stile della fantascienza di Hollywood con Alien e Blade Runner, usciti rispettivamente nel 1979 e nel 1982 mi pare, perciò lo spot è di due anni dopo. È davvero il miglior film che ha realizzato dall’epoca, a mio giudizio. Probabilmente il suo unico film rilevante da allora.

Questo spot, non scherzo, ha disseminato tropi che oggi sono ormai parte integrante del nostro immaginario: l’idea dei sistemi di controllo burocratici che operano dall’alto, contrapposti al dinamismo di mentalità interconnesse.

E la cosa astuta, credo, o perlomeno significativa… tutta la pubblicità può essere considerata una forma di dreamwork… Il dreamwork, come diceva Freud, implica la combinazione, la compressione, la condensazione di idee diverse. Lo spot, se osservate le immagini, non fa altro che condensare tutto l’immaginario della guerra fredda – che nessuno di voi è abbastanza vecchio per ricordare davvero, se non sul piano storico – l’immaginario della guerra fredda associato in particolar modo all’Unione Sovietica: un immaginario negativo legato a un’idea di tetraggine, di sottomissione burocratica dell’individuo. Se osservate il video, vedete che gli automi grigi si trascinano sottomessi agli ordini impartiti dall’alto dal mezzobusto, in un chiaro riferimento a 1984 di Orwell. (Gli eredi di Orwell non furono molto contenti dello spot, ma questa è un’altra storia, e per il momento la accantoniamo). Il filmato però combina un immaginario a lungo identificato con il blocco sovietico con l’immaginario associato a grandi aziende come ibm, che all’epoca dominava il mondo dei computer.

Possiamo immaginare un postcapitalismo? È possibile conservare parte delle infrastrutture libidinali e tecnologiche del capitale e muovere al di là di esso?

Apple qui si presenta nel ruolo dell’ultima arrivata, del colore che si insinua in un mondo grigio, cupo e burocratico. Apple è nuova. Fatto interessante, è una donna. È il colore che irrompe in un mondo grigio di monoliti burocratici dove, nel dreamwork pubblicitario, ibm è equiparata all’Unione Sovietica. Vediamo il nuovo mondo che sta per liberarsi da un regime poliziesco noioso, livido, cupo, monolitico. Ed è esattamente ciò che poi è successo! In un certo senso, il filmato è stato profetico. Più che profetico: potremmo dire iperstizionale. Ha contribuito a far succedere esattamente ciò che descriveva. [Iperstizione è un termine coniato a fine anni Novanta, quando Fisher faceva parte della Cybernetic Culture Research Unit dell’Università di Warwick. Nel suo significato più semplice la parola iperstizione fa riferimento a un processo attraverso cui le finzioni si avverano. La CCRU la definisce così: “Elemento della cultura che si fa reale, per mezzo di dosi di fiction che aprono a potenziali viaggi nel tempo. L’iperstizione agisce come un intensificatore di corrispondenze, dando origine a una chiamata agli Antichi”].

Dal mio punto di vista, la cosa interessante è la capacità dello spot di indicare che esiste un problema di desiderio sul piano del capitale. L’immaginario legato alla guerra fredda lascia intendere che non esista davvero un desiderio… O meglio, che esiste soltanto il desiderio del capitalismo. Il mondo comunista, così come la IBM e il mondo delle imprese capitaliste allora dominanti, è noioso e tetro, ed è un’obiezione a tutto questo! Il nuovo mondo capitalista sarà totalmente diverso. Il nuovo mondo capitalista parla di desiderio, cosa che nel mondo comunista non succede mai.

Ecco in parte spiegato il mio interesse per quel video. Metterò il mio Powerpoint sul VLE in modo che più tardi possiate guardarlo con il sonoro. Purtroppo questi problemi sono inevitabili… in pratica contraddicono subito il messaggio degli spot, e cioè che Apple e Microsoft sarebbero state efficienti e prive di intoppi. Siamo qui da cinque minuti e già sappiamo che non è vero… (Risate). Quindi non vedo nessuna ragione per cui il sonoro non debba funzionare, ma continuo a non sentire nulla…

continua qui

mercoledì 23 settembre 2020

I peccatucci dei giganti digitali - Silvia Ribeiro


Il 29 luglio del 2020 quattro delle cinque maggiori società tecnologiche del pianeta, Google, Amazon, Facebook e Apple (GAFA), hanno dovuto presentarsi a un’audizione pubblica davanti al Congresso degli Stati Uniti, accusate di pratiche monopolistiche nei confronti di concorrenti più piccoli, consumatori e utenti. Si tratta di un aspetto chiave degli impatti negativi di queste gigantesche piattaforme digitali, ma è solo uno di quelli che caratterizzano il loro potere economico, politico e sociale senza precedenti.

Il mercato complessivo di queste quattro società ammonta attualmente a più di 5.000 miliardi di dollari. Insieme a Microsoft (GAFAM), sono tra le prime 10 società che detengono il maggior valore di capitalizzazione del mercato nel mondo e nella storia del capitalismo. Apple, Alphabet, Microsoft e Amazon, insieme alle compagnie petrolifere Petrochina e Saudi Aramco, sono le uniche sei società che hanno superato i 1.000 miliardi di dollari di valore di mercato (Trillion dollar companies, in inglese). Facebook segue con un valore di 633 miliardi di dollari, simile a quello delle piattaforme digitali cinesi Alibaba e Tencent.

Nel corso dell’audizione, che è durata più di cinque ore, ai rappresentanti di Google, Amazon, Facebook e Apple è stata presentata una lunga lista di domande, raccolte dalla commissione antitrust, coordinata da David Cicilline, dopo un anno di indagini e più di un milione di documenti. Jeff Bezos, fondatore di Amazon; Marc Zuckerberg, fondatore di Facebook (entrambi tra gli otto uomini più ricchi del pianeta); gli amministratori delegati di Apple (Tim Cook), e di Alphabet, società proprietaria di Google (Sundar Pichair), hanno difeso le loro imprese di fronte a un mucchio di prove che difficilmente hanno potuto contestare.

I casi presentati erano noti, ma non per questo meno gravi. Ad esempio, è stato dimostrato sulla base di e-mail che Facebook ha acquistato i suoi concorrenti Instagram e WhatsApp perché li percepiva come una minaccia al proprio controllo degli utenti, una motivazione analoga a quella che indotto Alphabet (Google) ad acquistare YouTube. È emerso che Google ruba dati a società più piccole, ad esempio le recensioni di Yelp sui ristoranti, e di fronte alle rimostranze di quest’ultima ha minacciato di escluderla dal motore di ricerca. Google controlla il 90 per cento delle ricerche online. Le accuse contro Apple ruotavano intorno all’impossibilità per i suoi clienti di utilizzare applicazioni di altri sviluppatori.

Amazon dal 2019 supera nelle vendite al dettaglio Walmart, il più grande supermercato del pianeta. Con la pandemia i suoi profitti sono cresciuti in maniera esponenziale, facendo di Bezos l’uomo più ricco del mondo, con un patrimonio personale di 181 miliardi di dollari [sembra che ora abbia superato i 200 miliardi – ndt]. Il controllo di Amazon sui suoi fornitori è brutale, con il potere di far fallire chi non può o non vuole attenersi alle sue condizioni. È inoltre risultato chiaro che copia, produce con il proprio marchio e vende a prezzi più bassi (inizialmente) i prodotti più redditizi di altre aziende, facendole morire.

Si è parlato inoltre della manipolazione dei dati e dell’informazione con i suoi impatti politici e discriminatori, ma rimanendo ben al di sotto della vera dimensione del fenomeno. Un aspetto particolare di questa audizione è stato l’alto livello di preparazione della commissione antitrust, che ha fatto vacillare i dirigenti. Due anni fa, Zuckerberg ha dovuto presentarsi a rispondere al Congresso della fuga (o vendita) di dati di oltre 80 milioni di utenti di Facebook alla società Cambridge Analytica, il che ha permesso alla società e ai suoi dirigenti di influire in maniera decisiva, con modalità sia aperte che subliminali, sull’elezione di Trump e di altri personaggi, come Bolsonaro in Brasile. In quell’occasione, Zuckerberg ha mantenuto il controllo del dibattito di fronte a membri del Congresso che a malapena capivano la questione, e l’ha fatta franca con una multa di 5 miliardi di dollari, che non è una cifra da poco, ma che è stata molto inferiore ai profitti realizzati e al rialzo immediato del valore delle sue azioni non appena la sentenza è stata emessa.

Colpisce il fatto che non abbiano citato Microsoft e il suo fondatore Bill Gates, che insieme a GAFA controlla più della metà del mercato globale delle piattaforme digitali. Il motivo è probabilmente che 22 anni fa Microsoft è stata convocata a un’audizione analoga per rispondere del suo monopolio nel mercato del software, un processo che ha influito sulla struttura della compagnia e ha cambiato alcuni piani, come lo sviluppo della telefonia. Nonostante questo, Microsoft e il suo attuale potere nel campo dei cloud, dell’intelligenza artificiale e della gestione di volumi massici di dati (Big Data) svolgono un ruolo fondamentale nel controllo delle scelte economiche e politiche, insieme agli altri quattro mostri della digitalizzazione.

Il tema del controllo monopolistico dei mercati è determinante, ma è soltanto uno degli aspetti cruciali di queste nuove forme di accumulazione capitalistica a partire dai dati sulla vita di tutte e di tutti, che stanno alla base del cosiddetto capitalismo della sorveglianza, una questione che dobbiamo comprendere e che dobbiamo affrontare organizzandoci collettivamente. Non si tratta soltanto di tecnologie digitali, ma del fatto che la digitalizzazione è entrata in tutti gli ambiti della vita produttiva e sociale. Un contributo interessante a questo dibattito ci viene offerto dalla rivista Internet Ciudadana.

Fonte: “Gigantes digitales, al banquillo”, in La Jornada, 01/08/2020
Traduzione a cura di Camminardomandando

da qui

venerdì 4 novembre 2016

Apple – Sfruttamento in cambio di profitti - Aditya Chakrabortty

(The Guardian, Regno Unito, traduzione a cura di Internazionale)

Gli operai cinesi che fabbricano l’iPhone fanno turni massacranti e ricevono salari bassi. Ma la Apple non vuole usare i suoi soldi per migliorare la condizione dei lavoratori
Molto presto leggeremo i primi necrologi del libero scambio, della globalizzazione e della società aperta. Quando si chiederanno perché alcuni paesi ricchi si sono fatti sedurre da politici come Donald Trump e Nigel Farage, i giornalisti dovranno dedicare un ampio capitolo alla Apple, dal momento che la più ricca azienda del mondo è un manuale vivente di come le promesse fatte dopo la caduta del muro di Berlino siano diventate una barzelletta.
Qualunque siano le meraviglie incluse nel nuovo iPhone 7, questo telefono allargherà il fossato tra i super ricchi e tutti gli altri, priverà i paesi di entrate scali legittime e allo stesso tempo opprimerà lavoratori cinesi e sottrarrà agli statunitensi posti di lavoro pagati bene. Arrogante verso i suoi detrattori e i governi, piena di soldi nono- stante sia chiaramente a corto di idee, la Apple è il simbolo elegante di un sistema economico in preda agli eccessi.
Non era previsto che pensassimo niente di tutto questo della Apple. A settembre, presentando il nuovo iPhone, il responsabile del marketing dell’azienda californiana, Phil Schiller, spiegava perché questo modello non ha una presa per gli auricolari: “La risposta è tutta in una parola: coraggio. Il coraggio di andare avanti, di fare qualcosa di nuovo e che ci migliora tutti”. Una simile idiozia da ghetti californiani è stata applaudita da una folla di settemila persone e blandamente presa in giro dalla stampa, ma serve anche a nascondere alcuni degli aspetti meno accettabili della produzione dell’iPhone, in particolare le condizioni in cui questo telefono viene fabbricato.
Se avete un iPhone, sappiate che è stato assemblato dai lavoratori di una di queste tre aziende in Cina: la Foxconn, la Wistron e la Pegatron. La più grande e nota delle tre, la Foxconn, è salita agli onori delle cronache internazionali nel 2010, quando 18 dipendenti cercarono di uccidersi. In quell’occasione morirono almeno 14 operai.
La risposta dell’azienda fu installare delle reti per fermare le persone che cercavano di uccidersi gettandosi nel vuoto. Quell’anno il personale della fabbrica della Foxconn a Longhua produsse 137mila iPhone al giorno, circa novanta al minuto.
Una di questi aspiranti suicidi, Tian Yu, una ragazza che all’epoca aveva 17 anni, si lanciò dal quarto piano del dormitorio di uno stabilimento e finì paralizzata dalla vita in giù. In seguito descrisse le sue con- dizioni di lavoro a dei ricercatori universitari. La sua è una testimonianza notevole: era sostanzialmente una gallina da batteria umana che lavorava dodici ore al giorno per sei giorni alla settimana, alternava i turni diurni a quelli notturni e dormiva in una stanza-dormitorio con altre sette persone.
Dopo gli scandali del 2010 la Apple ha promesso di migliorare le condizioni dei suoi lavoratori in Cina. Da allora ha pubblicato svariati opuscoli patinati in cui illustra gli impegni presi nei loro confronti. Eppure non ci sono prove che l’azienda californiana abbia restituito un solo centesimo dei suoi enormi profitti per garantire un miglior trattamento delle persone che fabbricano i suoi prodotti negli stabilimenti che lavorano per lei.
Nel corso dell’ultimo anno l’ong statunitense China labor watch ha pubblicato una serie d’indagini sulla Pegatron, un’altra azienda che assembla l’iPhone. Un ricercatore dell’ong si è fatto assumere alla catena di montaggio e così ha potuto parlare con decine di dipendenti della Pegatron e analizzare centinaia di buste paga. In questo modo ha scoperto che il personale continua a lavorare dodici ore al giorno per sei giorni alla settimana, e almeno un’ora e mezza alla settimana non è pagata. I lavoratori sono inoltre costretti a fare gli straordinari e ricevono una formazione per la sicurezza decisamente inferiore a quella prevista dalle leggi locali.
Nella catena di montaggio il ricercatore doveva installare una scheda madre dell’iPhone ogni 3,75 secondi e restava in piedi per l’intero turno di dieci ore e mezza. Questo è il ritmo di lavoro che si è costretti a sostenere nelle aziende appaltatrici della Apple per guadagnare un salario decente. Nell’ultimo anno le autorità di Shanghai hanno alzato il salario minimo. La Pegatron ha risposto tagliando i suoi contributi per servizi come l’assicurazione sanitaria, in modo che il costo del lavoro restasse invariato.
Quando le è stato chiesto di rispondere a tutte queste accuse, l’azienda ha di uso un comunicato in cui sostiene di “lavorare duro per fare sì che ogni struttura della Pegatron fornisca un ambiente di lavoro sano. Le insinuazioni che sostengono il contrario sono semplicemente false. Abbiamo preso misure concrete per fare in modo che i di- pendenti non lavorino più di sessanta ore alla settimana e sei giorni su sette”.
Nel 2015 un’ong per i diritti umani danese, la Danwatch, ha fornito prove schiaccianti di studenti trattati come lavoratori forzati alla Wistron, un’altra delle principali ditte appaltatrici della Apple. Alcuni ragazzi iscritti a corsi di contabilità e gestione aziendale sono stati spediti per mesi in una catena di montaggio dell’azienda. Si tratta di una grave violazione della convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro. I ricercatori della Danwatch hanno dimostrato che migliaia di studenti svolgevano le stesse mansioni e con gli stessi duri orari di lavoro degli adulti, ma a un salario più basso. I ragazzi hanno rivelato all’ong che stavano lavorando contro la loro volontà. “Siamo tutti depressi”, ha detto una ragazza di 19 anni. “Ma non abbiamo avuto scelta, perché la scuola ci ha detto che se avessimo rifiutato non ci saremmo diplomati”. Nonostante le richieste di commentare le accuse, la Wistron non ha risposto.
L’inchiesta non riguardava una fabbrica di iPhone, ma la Apple ha confermato che la Wistron e la Pegatron erano due dei suoi principali assemblatori cinesi. L’azienda californiana non ha voluto prendere una posizione u ciale sulla vicenda, ma il suo addetto stampa mi ha parlato delle ispezioni disposte presso gli impianti dei fornitori. In realtà, per motivi d’opportunità, questi controlli sono quasi sempre super ciali.
Basta guardare al rapporto sulla Foxconn che la Apple ha commissionato nel 2012, dopo i tentativi di suicidio. La Foxconn è il principale datore di lavoro privato cinese, con circa quattrocentomila dipendenti nella sola fabbrica di Longhua. Eppure il rapporto per la Apple, complementare a un’inchiesta già portata avanti dalla Fair labor association, ammette di aver osservato solo tre di queste fabbriche, ognuna per tre giorni. Jenny Chan, una delle principali esperte di abusi sul lavoro in Cina e coautrice del libro di prossima uscita Dying for an iPhone (Morire per un iPhone), la definisce “un’ispezione- paracadute, un modo di fare sì che gli affari vadano avanti come prima”. Un modo molto redditizio, a quanto pare. Mentre chi assembla iPhone per la Pegatron ha visto la sua paga scendere ad appena 1,60 dollari l’ora, la Apple è rimasta l’azienda statunitense che fa più profitti, con 47 miliardi di dollari guadagnati nel 2015.
La filantropia di Cook
Cosa significa tutto questo? Con 231 miliardi di dollari la Apple ha delle riserve di liquidità maggiori di quelle del governo statunitense, ma non ne spende neanche una minima parte per migliorare la condizione di chi effivamente le permette di guadagnare quei soldi. Inoltre la Apple continuerà a non produrre gli iPhone negli Stati Uniti, cosa che le permetterebbe di creare posti di lavoro e continuare comunque a vendere lo smartphone più redditizio del mondo. L’azienda invece accumulerà profitti maggiori, che andranno a chi possiede le sue azioni. Come il capo dell’azienda, Tim Cook, la cui scorta di azioni Apple vale 785 milioni di dollari. Gli amici di Cook parlano della sua filantropia, ma se è vero che è felice di spendere denaro per alcuni progetti mirati, si rifiuta di pagare tasse per 13 miliardi di euro nell’Unione europea, annunciando allo stesso tempo che non riporterà i miliardi della Apple negli Stati Uniti “ finché non ci saranno condizioni eque”. Quest’oligarca tecnologico pensa di sapere meglio di trecento milioni di statunitensi quale tassazione il loro governo regolarmente eletto dovrebbe applicare.
Quando gli storici si chiederanno perché è morta la globalizzazione, scopriranno che buona parte della risposta va cercata in aziende come la Apple. Costretti a scegliere tra un modello economico che ha premiato smisuratamente pochi e un populismo che offre promesse smodate a molti, tra Cook da una parte e Farage dall’altra, gli elettori hanno scelto quello che almeno non parlava continuamente di “coraggio”.
da qui

domenica 14 agosto 2016

voi siete in una cella




quando accendo il computer, con Windows 10 appare un'immagine che mi inquieta.
dopo che ho letto l'intervista di Richard Stallman (da qui), ho capito che ci stanno dicendo: "voi siete in una cella".
è troppo tardi per imparare a usare Linux?

qualche idea su come iniziare?

venerdì 20 novembre 2015

Xu Lizhi, operaio-poeta, ha vissuto solo 24 anni

Il 30 settembre 2014, a soli 24 anni, Xu Lizhi si è suicidato. Oltre a lavorare in fabbrica, Lizhi era un regolare collaboratore della rivista interna alla Foxconn di Shenzhen. Scriveva saggi, poesie e recensioni. I suoi versi, semplici e cupi, hanno trovato un pubblico più ampio solo dopo la sua morte. Sono stati i suoi colleghi a raccoglierli e a farli pubblicare sul quotidiano di Shenzhen, una metropoli della Cina meridionale da 15 milioni di abitanti. Le sue sono “parole che possono essere lette solo con il cuore dei lavoratori migranti”.
Shenzhen è la città simbolo del miracolo economico cinese. Trent’anni fa era solo un paese di pescatori di fronte alla colonia britannica di Hong Kong. Oggi è una delle città più ricche della Cina. Il pil procapite nel 2013 era di 12mila euro, con una crescita che si stima intorno al 13 per cento all’anno. L’età media non raggiunge i 29 anni e il 95 per cento della popolazione fa parte dell’esercito dei migranti che si trasferisce in città in cerca di un futuro migliore. Sono ambiziosi e non sopportano l’idea di tornare a casa a seguito di un fallimento. Ma, come ha scritto Xi Lizhi, “una volta che entri in fabbrica, l’unica scelta che ti rimane è la sottomissione”.
Lui lavorava, già da quattro anni. Sempre in Foxconn, rifornitore Apple taiwanese tristemente famoso dal 2010 quando una serie di suicidi la portò sulle cronache dei giornali di tutto il mondo. Come molti a vent’anni aveva lasciato il paese natale per andare a lavorare nella grande città. Lizhi lavorava e scriveva poesie. La sua è una storia finita male: l’alienazione del lavoro in fabbrica, problemi con la ragazza, un animo sensibile. Un’esponente della generazione anni ’90, i figli del miracolo economico, quelli nati dopo le manifestazioni di piazza Tiananmen.
Sono i figli del controllo sulle nascite. Migranti di famiglia contadina che non sanno cosa significhi coltivare un campo. I genitori gli hanno pagato la retta scolastica fino a quando non sono stati bocciati e il loro percorso di studi si è interrotto. Così si sono ritrovati nei padiglioni di una fabbrica di una città sconosciuta. Oggi sono la componente principale della forza lavoro cinese.
Usciti dal rigido controllo del sistema scolastico, pensavano che il lavoro li avrebbe resi liberi. Ma la realtà li ha subito riportati con i piedi per terra. “Uno spazio di una decina di metri quadrati, angusto e umido. La luce del sole non entra neanche un giorno all’anno. Qui mangio, dormo, cago e penso. Tossisco, ho mal di testa, invecchio. Mi ammalo, ma non muoio”. Il resto è catena di montaggio, anche 12 ore al giorno nei picchi di produzione.
Il tempo libero si riduce a birre, sigarette, messaggi, giochi online e internet. Sognano altro, magari di aprire un negozio, magari di fare affari online. Lizhi aveva provato a farsi assumere nella biblioteca della fabbrica. E poi in qualche libreria della città. Non c’era riuscito. Così un giorno ha deciso di farla finita.
(parte di un articolo del blog di Cecilia Attanasio Ghezzi, qui)

Conflitto
Dicono che sono un ragazzo di poche parole.
Non lo nego.
In verità
che io parli o meno,
con questa società
sono in conflitto.
(7 giugno 2013)
Traduzione di Fortuna Balzano

Mi assopisco così, in piedi
I fogli che mi stanno davanti leggermente ingialliscono
Con una penna vi incido neri ineguali.
Sono solo parole di lavoro
reparto, catena di montaggio, macchinario, tesserino, straordinario, stipendio….
Mi hanno addomesticato ben bene.
Non so urlare, non so ribellarmi,
Non so denunciare, non so biasimarmi,
Sopporto lo strenuo, in silenzio.
Quando è iniziata
bramavo solo quella grigia busta paga il 10 del mese
perché mi procurava una tarda consolazione.
Per questo ho dovuto levigarmi gli angoli, levigare le mie parole
rifiutare permessi, malattie, ferie
rifiutare ritardi, ritiri.
Me ne sto fisso alla catena di montaggio, come ferro, le mani come fossero ali
Quanti giorni, quante notti
mi assopisco così, in piedi.
(20 agosto 2011)
Traduzione di Giovanna Ricchezza

Una vite è caduta al suolo
Una vite è caduta al suolo
in questa notte di lavoro fuori orario
è precipitata in verticale, tintinnando leggermente.
Non attirerà l’attenzione di nessuno,
proprio come quando qui davanti
in una notte identica a questa
qualcuno cadde a suolo.
(9 gennaio 2014)
Traduzione di Antonio Covino

Ho ingoiato una luna fatta di ferro
Certi la chiamano chiodo
Ho ingoiato scarichi industriali,
certificati di disoccupazione
I giovani ingobbiti sui macchinari
muoiono prima del tempo
Ho ingoiato ritmi disumani
e destituzione
Ho ingoiato passaggi pedonali,
una vita ricoperta di ruggine
Non posso ingoiare più
Tutto quello che ho ingerito
mi spilla fuori dalla gola
E così srotolo la terra
dei miei antenati
In una poesia senza grazia.
Xu Lizhi , I Swallowed A Moon Made Of Iron (traduzione di Claudia Durastanti)


QUI le poesie di Xu Lizhi (1990-2014)