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domenica 20 giugno 2021

Ulisse, zapatista - Juan Villoro

“Non sappiamo voi, ma se noi, noi zapatiste e zapatisti, fossimo pigri nel pensare, staremmo in un partito politico istituzionale», scriveva il 4 maggio 2015 il subcomandante Galeano. Le sue parole risuonano di fronte alle insensatezze e alla demagogia delle campagne elettorali del 2021. Campagne che avvengono tra le Tenebre, antiche reginette di bellezza e accoliti del narcotraffico. Tutti i partiti condividono uno stesso sintomo: pensare dà loro la fiacca.

Tra i loro numerosi contributi alla riflessione, gli zapatisti propongono di considerare il tempo in un altro modo. Le grandi idee possono venire dal futuro che si sa anticipare. In “La genealogia del crimine” (vedi qui a pag.278, ndr), Galeano propone di pensare a ritroso, da dietro in avanti; se il destino si presume con sagacia, immaginando dove andranno le cose, si può reagire adeguatamente prima che sia troppo tardi: in previsione del diluvio, Noè costruisce l’arca.

In modo simile, i detective affrontano a un esito per il quale devono scoprire gli antecedenti; a partire dal delitto ricostruiscono quanto accaduto in precedenza. Per spiegare il metodo, Galeano cita una fonte autorevole, Sherlock Holmes: “Sono poche le persone che, se si racconta loro un esito dei fatti, sono capaci di estrarre dal più profondo della propria coscienza i passaggi che hanno portato a quel risultato. A questa capacità mi riferisco quando parlo di ragionare a ritroso; vale a dire analiticamente”.

 

Alcuni mesi fa, questa strategia ha portato alla costruzione di una barca in legno nel Semillero Ramona per anticipare cosa sarebbe successo nel viaggio verso l’Europa. All’imbarcazione mancava solo un dettaglio: il mare intorno. E tuttavia, a partire da quel risultato, si sarebbe dovuto dedurre ciò che sarebbe poi dovuto accadere nell’oceano. Sulla terraferma, la nave prefigurava la navigazione. Era un’aula per imparare tutto ciò che è necessario per sopravvivere alla tempesta degli elementi e alle minacce ancora più gravi, come il vortice distruttivo della storia, che – ha avvertito Walter Benjamin – si suole spesso presentare con il nome ingannevole di “progresso”.

Ragionare a ritroso è un modo di prevedere con cognizione di causa, cioè di dare un significato pedagogico alla speranza. Non è casuale che l@s compañer@s del Chiapas abbiano deciso che gli incontri in cui fioriscono le loro idee si chiamino semilleros (che oggi si preferisce tradurre “semenzai”, ma anche “seminari” ha la stessa derivazione latina, ndt) Ciò che è importante è quel che non si vede ancora ma crescerà grazie a quell’incontro.

Nell’aprile 2015, in “La tormenta, la sentinella e la sindrome della vedetta”, Galeano anticipava quanto accadrà nel maggio 2021. Menzionava la rilevanza del 3 maggio, “il giorno della semina, della fertilità, del raccolto, dal seme. È il giorno della Santa Croce […] il giorno in cui chiedere l’acqua per la semina e un buon raccolto”. In modo emblematico, è stato il giorno scelto per salpare: l’oceano come milpa, campo, per seminari futuri.

“Chi semina vento raccoglie tempesta” , recita la saggezza popolare. A 500 anni dalla caduta di Tenochtitlan, le piantagioni zapatiste si caratterizzano per la varietà dei loro frutti. La scelta dell’equipaggio (quattro donne, due uomini e un altr@) richiama la diversità, così come il nome della barca, La Montaña, che attraversa il mare alludendo a ciò che in mare non c’è. In controtendenza con il pensiero unico e le dispute binarie causate dalla polarizzazione, le zapatiste e gli zapatisti scommettono sulla complessità del molteplice.

Dove stanno andando? Verso un luogo lungamente anticipato in mare. Anche Ulisse, che i greci chiamavano Odisseo, dominava l’arte del ragionamento a ritroso. Non ci si poteva aspettare di meno da un re descritto come il più astuto del Mediterraneo. Durante il suo viaggio movimentato, Ulisse avrebbe potuto conformarsi al suo destino. Perché non si è fermato? Ha respinto le più diverse tentazioni: i fiori di loto allucinogeni, il canto seducente delle sirene, l’elisir di Circe, le profezie di Tiresia, l’immortalità offerta da Calipso sulla sua isola paradisiaca. Il suo destino immutabile era il nóstos, il ritorno a casa.

 

In “Dialettica dell’Illuminismo“, Adorno e Horkheimer descrivono Ulisse come il primo eroe moderno a causa della sua condizione extraterritoriale. È un esule che lotta per tornare a casa. I migranti e le persone costrette a fuggire da dove vivono del nostro tempo conoscono le tribolazioni che Omero aveva immaginato nel VII secolo a.C.

Ulisse si serve di astuti espedienti per superare gli ostacoli, ma la cosa più importante è che allena la sua capacità di ricordare per poterli raccontare. Quando incontra i mangiatori di loto, teme che l’effetto allucinogeno possa cancelare i suoi ricordi. In “Perché leggere i classici“, Italo Calvino segnala che il suo vero timore non consiste nel dimenticare il passato, ma il futuro, la storia che sta vivendo e che dovrà raccontare. Il presente importa nel suo essere completamente ricordato; le sue lezioni sono future; ritornano come un passato carico di significato. Secoli dopo, davanti allo stesso mare, Platone dirà che la conoscenza è una forma della memoria.

Riguardo al testo di Calvino, il poeta comunista Edoardo Sanguineti ha fatto notare che non bisogna dimenticare che Ulisse viaggia tornando indietro; cerca quindi di restaurare qualcosa, cosa che non implica una regressione, ma il compimento di un futuro, vale a dire di una “vera utopia”.

La memoria di Ulisse è una risorsa ribelle: registra il passato in funzione dell’avvenire, viaggia verso un orizzonte sconosciuto che, curiosamente, è un ritorno. Grazie a questo peculiare uso del tempo, dispone della più rara delle utopie, quella possibile. Sul loro insolito telaio, le zapatiste e gli zapatisti disegnano qualcosa che ancora non esiste, un domani che acquisirà logica man mano che si definisca l’ordito, fatto con fili che vengono da molto lontano, dalla tradizione che non dimentica il futuro.

 

L’odissea che hanno intrapreso gli zapatisti conferma il loro modo di guardare il mondo, un modo che accetta i rischi ed è portatore di cambiamento. Cinquecento anni di attesa li hanno trasformati in professionisti della speranza. Non viaggiano con intenzioni di vendetta, ma di apprendimento nella differenza.

Come Ulisse nel vecchio mare, passeranno attraverso le tentazioni delle isole incantate e lasceranno le loro tracce per tornare al punto di partenza.

Le lotte che durano non dimenticano il loro futuro.

 

Fonte originale: Comunizar

Traduzione per Comune-info: marco calabria

 

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domenica 11 ottobre 2020

Le creature di Quino, ribelli e controcorrente - Juan Villoro

“Il mondo esiste per trasformarsi in libro”, scriveva Mallarmé. Quino ha dimostrato che esiste anche per diventare una caricatura. Questo mondo imperfetto è un luogo peggiore adesso che lui non c’è più.

Figlio di immigrati andalusi, Joaquín Salvador Lavado è nato a Mendoza, in Argentina, nel 1932. Furono i suoi genitori a dargli il soprannome che avrebbe definito la sua identità. Nella sua infanzia era timido come Felipe, il più riservato dei suoi personaggi. Non solo era nervoso per l’evidente dramma di dover andare alla lavagna in classe, ma anche per le cose più semplici, come comprare una matita. Girava in tondo più e più volte, prima di entrare in cartoleria a chiedere lo strumento che avrebbe caratterizzato il suo mestiere.

Quino ha cominciato la sua carriera come straordinario esponente dell’umorismo muto. Non c’era bisogno di parole per spiegare i suoi fumetti. In uno di questi, i suonatori di un’orchestra lasciano l’esibizione e ognuno porta con sé una custodia con un violino, un flauto o un violoncello. Alla fine, il più sofferente trascina un pianoforte a coda.

La toccante empatia di questi disegni emerse durante uno dei momenti più convulsi dell’Argentina (tra il 1968 e il 1973 il paese cambiò sei presidenti).

Quino ha inventato una filosofa di sei anni che si oppone radicalmente agli adulti. La sua infanzia è una dissidenza

In quell’ambiente, Mafalda parlò con voce contestataria. Tutto cominciò per caso. Nel 1963, un’azienda di elettrodomestici propose al fumettista di creare una serie di vignette dotate di pubblicità subliminali (il marchio non sarebbe stato citato, ma il logo sarebbe stato su tutti gli elettrodomestici). Quino aveva bisogno di un lavoro e ideò una famiglia tipica, vale a dire disfunzionale. La figlia di due suoi amici si chiamava Mafalda, e a lui il nome piaceva.

I giornali rifiutarono il fumetto, ma nel 1964 Quino ebbe l’opportunità di pubblicarlo senza dover inserire alcuna pubblicità. Così nacque il più grande sforzo di contro-educazione della cultura popolare. Se Rousseau ha dimostrato in Emilio o dell’educazione che l’infanzia non è una preparazione all’età adulta, bensì una fase di piena realizzazione, e J. M. Barrie ha capito che le cose più importanti nella vita di una persona avvengono prima dei 12 anni e che pochi slogan sono seducenti come “non crescerai mai”, Quino ha fatto un ulteriore passo in avanti, inventando una filosofa di sei anni che si oppone radicalmente agli adulti. La sua infanzia è una dissidenza. Umberto Eco ha osservato che Mafalda “ha una sola certezza: non è mai soddisfatta”.

Little Lulu si muove in ambienti dove tutti i personaggi vivono in case vicino al bosco. Charlie Brown vive con bambini e animali in un ambiente privo di adulti. Al contrario, i personaggi di Mafalda appartengono alla classe media e interagiscono con genitori che si sbagliano.

“È vero che Dio si trova dappertutto?”, chiede Mafalda. “Sì”, risponde la madre. “Poveretto”, le risponde lei.

Neanche i mezzi di comunicazione forniscono alcun conforto. È inutile cambiare canale perché “in tutti c’è la televisione”.

Troppo spesso le vignette sono state condannate a essere fugaci. Come il messicano Rius, Quino è però riuscito a far riprodurre il suo lavoro in libri di grande formato, prima presso la casa editrice di Jorge Alvarez e poi nell’impeccabile catalogo delle Ediciones de la Flor, diretto da Daniel Divinsky e Kuki Miller.

Mafalda ama i Beatles e odia la zuppa, non tanto per il suo sapore, ma perché è imposta dagli adulti. I genitori sono pieni di idee assurde e credono che il destino dipenda dal mangiare la zuppa. A volte Mafalda rinuncia a capirli.

Se uno arriva tardi al cinema, non capisce il film; la stessa cosa succede con gli adulti: sono tutti già “iniziati”. Opporsi alla zuppa significa opporsi a una realtà illogica. Quando finalmente finisce il suo piatto, la contro-educatrice dice: “Come ti sto viziando, mamma!”.

Le cose vanno male sul pianeta Terra: “Le è rimasta un po’ di guerra e le dispiace buttarla via”, dice Mafalda. Quando qualcuno dice che “il mondo è un fazzoletto” (nel senso “quanto è piccolo il mondo”), lei ribatte: “Quindi dovremo lamentarci con la lavanderia”.

Quino smise di pubblicare il fumetto quando la ribellione della sua protagonista avrebbe potuto fare di lui un desaparecido, e scelse l’esilio. Continuò a rinnovare l’umorismo nelle vignette pubblicate nei volumi Noi due e Uomini si nasce.

“Per capire un’epoca occorre sapere come rideva la gente”, ha detto giustamente Rafael Barajas El Fisgón. Si può capire la seconda metà del ventesimo secolo grazie all’ironia di Quino, che ha contribuito a far ridere di notizie che non sarebbero mai dovute accadere, e ci ha insegnato che l’infanzia non è l’anticamera della vita adulta bensì la sua necessaria correzione.

 

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato sul sito Etcétera.

 

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venerdì 4 agosto 2017

La grandezza dei libri che sfuggono a ogni definizione - Martín Caparrós


Camminava, pensava sciocchezze, si odiava per averle pensate, continuava a domandarsi, senza trovare una risposta: se, come ha detto qualcuno, la rosa è nelle lettere di rosa e tutto il Nilo nella parola Nilo, dove diavolo è ciò che non ha nome?
Ci sono dei libri, molti libri, che si somigliano – un po’ – e che non riescono ad avere un nome. O forse ne hanno troppi, che è il modo migliore per non averne nessuno. Ci confondono. La vedi che legge A ferro e fuoco, del risorto Manuel Chaves Nogales, ti avvicini e le chiedi cos’è. Lei ti dice che sono storie della guerra civile e allora tu domandi se è un romanzo, se sono dei racconti, e lei confusa ti risponde no, sono storie che sono successe, non so come spiegarti. Quei libri che non hanno un nome.
Quei libri spesso non hanno neanche un posto. Entri in una libreria e chiedi dove trovare Ebano (faccio per dire), il capolavoro del maestro Kapuściński, e il libraio indipendente o dipendente ti chiede se è un romanzo o un saggio storico o un manuale di autoaiuto o cos’altro e tu rispondi, mettiamo, che è un grande reportage. Ah, be’, quelli non li abbiamo: forse al secondo piano, tra i libri di sociologia e le ricette di cucina, ti dice, senza scomporsi troppo. Ha un alibi facile: qualche mese fa, quando il supplemento di El País ha diviso i libri in tredici (tredici) generi - dalla narrativa spagnola alla filosofia, dalla musica alla fantascienza, dalla biografia al romanzo storico – per offrire consigli per la fiera del libro di Madrid, non ha previsto un genere che comprendesse quei libri. Non hanno un posto. Forse perché non hanno un nome.
È vero che quei libri possono essere molto diversi tra loro: che somiglianza potrà mai esserci tra quelli scritti da Gabriel García Márquez, Vasilij Grossman, Svetlana Alexsievič, John Hershey, Rodolfo Walsh, Truman Capote, Joan Didion, Emmanuel Carrère, Cees Nooteboom, Scott Anderson, Juan Villoro e compagnia. Ma non si somigliano così tanto, su questo saremo d’accordo, neanche quei libri che chiamiamo romanzi – sì, romanzi – di García Márquez, Grossman, Santiago Posteguillo, Marguerite Yourcenar, Julio Cortázar, Luis Martín-Santos, Isabel Allende, David Foster Wallace, Tom Wolfe, Jean-Marie Le Clézio o John Le Carré.
Rifugio, laboratorio, promessa
Insomma, quei libri tra loro non sono più diversi di altri, ma non hanno un nome che li accomuni. La cosa più facile, finora, è stata definirli in base a ciò che non sono: non fiction, dicono. È vero, non sono fiction: non lo sono neanche alcuni manuali di storia, certi saggi, qualche trattato di filosofia, diverse raccolte di poesia, la guida del telefono. E poi è un meccanismo un po’ umiliante. Immaginate di chiamarvi Gonzalo González e di essere definiti così: non è una donna, non è un plantigrado, non è australiano ma neanche tutsi, non è nato due anni fa, non lavora in miniera, non sa la matematica, non ha un villino in montagna e così via. Dire che sono perché non sono sembra una buona strategia. Forse, per sapere come chiamare quei libri, sarebbe meglio sapere cosa sono.
Quei libri sono il rifugio del miglior giornalismo: davanti alla rinuncia della maggior parte dei mezzi di informazione, che temono di dover pagare il prezzo di tentativi di una certa portata e di usare il loro spazio per pubblicarli, alcuni dei giornalisti più preparati, più inquieti, trovano in quei libri uno spazio in cui possono davvero fare il loro lavoro.
Quei libri sono il risultato di un preciso patto con il lettore: ti prometto che quello che ti sto raccontando qui non è il prodotto della mia immaginazione. È successo, l’ho saputo, ci ho pensato, l’ho strutturato, lo scrivo.
Quei libri sono un laboratorio: perché creano uno spazio di libertà, senza regole prestabilite, limiti di pagine o editori che dicono di sapere quello che vuole il pubblico, e al loro interno si sperimentano modi diversi di raccontare che poi, a volte, si riversano sui giornali – o nei romanzi.
Quei libri sono fiumi di storia: al loro interno si può narrare la caduta dello scià di Persia o le forme assunte dalla morte atomica, ma anche l’intimità di una famiglia mafiosa, la vita di un grande rivoluzionario, i viaggi dei migranti più maltrattati, come il mondo non mangia abbastanza o le tribolazioni di un ballerino campione di malambo.
Quei libri sono, per noi che li scriviamo, un’ossessione: contro la velocità del giornalismo che ci mette davanti a nuove questioni ogni giorno oppure ogni settimana, scriverli ci obbliga a dedicarci a lungo alla stessa cosa. Sono progetti a lungo termine, con strutture, forme, difficoltà specifiche: una scommessa lunga diversi anni per persone abituate a giocare al lotto del pomeriggio stesso.
Quei libri esulano dal modello economico egemone: non compensano mai l’investimento in tempo e fatica. Il lavoro per crearli supera sempre le ricompense materiali che possono produrre. In cambio offrono una ricompensa simbolica importante, la decorazione di chi come noi non crede alle medaglie – di chi come noi dice di non credere alle medaglie.
Quei libri sono una trincea. In un’epoca in cui le serie televisive raccontano la realtà più e meglio della maggior parte dei romanzi (e li sostituiscono), c’è qualcosa in quei libri – la vicinanza, la profondità, lo stile – che non è ancora stato rimpiazzato da modalità più contemporanee di narrazione. In quei libri la forma libro sussiste e sfida.
Quei libri sono una riserva di dati e di comprensione: prodotto di una lunga fatica, il loro interesse non viene meno il giorno dopo; non condividono con il giornalismo periodico la vocazione da incarto per il pesce (anche se a volte finiscono così).
Quei libri sono una fonte di piacere. A volte sono scritti così bene che si continua a leggerli ad anni di distanza, quando le storie che raccontano o i problemi che trattano non importano più. È la prova più schiacciante del fatto che sono letteratura: buona letteratura.
Eppure continuano a non avere un nome che li indichi come gruppo, come genere. Qualcuno ha ripreso la perifrasi di García Márquez – “racconti che sono verità” – e ha parlato di storie vere. Il nome mi piace, ma non mi vedo entrare in quella libreria e chiedere al libraio (in)dipendente dove sono le storie vere. C’è chi lo chiama giornalismo narrativo, ma è una denominazione che mi mette a disagio, perché non per forza è “giornalismo”: pensiamo, per esempio, a L’anno del pensiero magico, di Joan Didion. C’è chi lo definisce giornalismo letterario, ma mi infastidisce l’uso di letterario come se fosse un aggettivo di qualità: se il giornalismo è buono è letterario, una cosa che nessuno direbbe, per capirsi, della poesia.
C’è chi lo chiama new journalism, ma a loro vorrei ricordare che quell’etichetta nacque verso il 1960: è una novità un po’ superata. Di non fiction abbiamo già parlato; la parola testimonianza non comprende il lavoro dello scrittore, che trasforma quelle (eventuali) testimonianze in una narrazione; grand reportage ha un bel suono in francese, ma in spagnolo risulta pretenzioso come tutti i francesi.
Migliaia di libri hanno bisogno di un nome, di un cognome. Forse sarebbe una buona idea usare queste pagine per cercarlo. Io per adesso, pur con reticenza, in attesa di qualcosa di migliore, voto per lo spagnolo croníca. Dopotutto si tratta di cercare, ancora una volta, di fissare il tempo.
(Traduzione di Francesca Rossetti)

lunedì 29 febbraio 2016

Le arti, le scienze, i popoli originari e i bassifondi del mondo


ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE
MESSICO
Febbraio 2016
Per: Juan Villoro Ruiz:
Fratello:
Sono lieto che il resto della famiglia giurata stia bene, e ti ringraziamo di essere il messaggero per far giungere loro i nostri saluti ed ossequi (anche se sono convinto che cravatte e posaceneri o un mazzo di fiori sarebbero stati un’opzione migliore).
Mentre cercavo di proseguire con queste parole, ho ricordato il tuo testo “Conferencia sobre la lluvia” (editore Almadía, 2013) scritto, credo, per il teatro, e che lessi immaginando, di sicuro malamente, la scenografia, i gesti e i movimenti dell’interprete del monologo che sente l’interpellanza più che mostrare di accoglierla. L’inizio, per esempio, è una sintesi della mia vita: il laconico “Ho perso le carte!” della prima riga, vale un’enciclopedia se lo lego ai calendari e geografie di questo continuo cadere e ricadere che sono stato.
Perché, invariabilmente, in un’epistola, dopo il saluto di apertura perdo le idee (“la tonelada” [la “metrica“, N.d.T.] dicono i compas quando si riferiscono al tono di una canzone). Voglio dire, l’obiettivo concreto della lettera. Vero che l’aver chiaro chi sia il ricevente può aiutare, ma non poche volte il destinatario è un ascolto fratello al quale non si richiede necessariamente una risposta, ma sempre un pensiero, un dubbio, un interrogativo, ma non che paralizzi, ma che motivi altri pensieri, dubbi, domande, eccetera.
Allora, forse come al bibliotecario-conferenziere protagonista dell’opera, vengono fuori parole che non si sono cercate di proposito, ma erano lì, nascoste, aspettando una disattenzione, una crepa nel quotidiano, per assaltare la carta, lo schermo o quel foglio sgualcito che dove-diavolo-l’ho-messo-ah-eccolo-qua!-ma-quando-ho-scritto-questa-idiozia? Le parole allora smettono di essere scudo e barricata, lancia e spada, e diventano, con nostro sommo dispiacere, specchio di fronte al quale ci si rivela e svela.
Certo, il bibliotecario può ricorrere alle sue pareti colme di scaffali, con il loro ordine alfabetico e numerico, con calendari e geografie che disegnano una mappa di tesori letterari; cercare quindi alla “O” di “oblio” e vedere se lì trova quello che ha perso. Ma qua, in questo continuo trasloco, l’idea di una biblioteca, pur se minima e portatile, è una chimera. Credimie, ho accolto con vane speranze i libri elettronici (in una “USB” – o “pendrive” o “memoria esterna” – si potrebbe caricare se non la biblioteca di Borges, almeno una minima: Cervantes, Neruda, Tomás Segovia, Le Carré, Conan Doyle, Miguel Hernández, Shakespeare, Rulfo, Joyce, Malú Huacuja, Eduardo Galeano, Alcira Élida Soust Scaffo, Alighieri, Eluard, León Portilla ed il mago della parola: García Lorca, tra gli altri). Ma niente, se il bibliotecario perde le carte, ed io i dispositivi usb, chissà dove vanno a finire.
Ma non credere, ognuno ha le sue vergognose fantasie. Nelle usb degli e-book normalmente mettevo una miscellanea di autori, pensando che se li avessi persi sarebbero stati insieme e, forse, non so, dopo tutto la letteratura è il genere dell’impossibile che si concretizza in lettere, avrebbero potuto “condividersi” tra loro.
“La letteratura è il luogo in cui piove”, hai fatto dire al conferenziere in disgrazia, obbligato a denudarsi, senza l’abito dei suoi appunti, per mostrarsi come è: vulnerabile.
Quindi immagina una usb con questi o altri artisti della parola. Immagina che inizi a piovere. Immagina quello di cui parlano tra loro mentre cercano di fare in modo che una goccia d’acqua non rovini il codice binario nel quale vivono, ed allora cominciano gli equivoci: 0-1-0-macchia-1-macchia-0-0-macchia-1 o quello che sia, e così parte il “come osa!” e da una parte all’altra volano i “fuck you“, “ti spacco la faccia“, “sono sciocchezze“, “al diavolo“, “siete pazzi“, “vaffanculo“, mentre Alcira diffonde la sua “Poesía en Armas” ciclostilata, cosa che non credo riappacifichi gli animi belligeranti. Insomma, tutte le promettenti aspettative rovinate… dalla pioggia.
Indubbiamente, mutatis mutando, nelle tue lettere è un gatto l’esiguo auditorium del conferenziere, e qua è un gatto-cane con la sua lucina che ugualmente resta sconcertato da quello che scrivo, come se non fossero di per sé sconcertanti un gatto-che-è-cane-che-è-gatto-che-è-cane ed una luce accoccolata nell’ombra.
Sto divagando? Questo è sicuro. Dopo tutto, questa condivisione impossibile dentro una usb che confida che la pioggia non rovini il colloquio, non è altro che una fantasia.
Ma se per il conferenziere è la pioggia, per questa missiva il tema è… la tormenta.
Consentimi dunque di approfittare di queste righe per proseguire il nostro scambio di riflessioni sulla complessa crisi che si avvicina, secondo alcuni, che già c’è, secondo altri.
Qualcuno da quelle parti ha detto che la nostra visione (plasmata ora nella stampa del libro “Il Pensiero Critico di fronte all’Idra Capitalista. Partecipazione della Commissione Sexta dell’EZLN“), è apocalittica e più vicina a Robert Kirkman ed il suo “The Walking Dead” (il fumetto e la serie televisiva ispirata o no, a lui), che a Milton e Rose Friedman ed il loro “Liberi di Scegliere” (il libro e le politiche economiche che trovano lì il loro alibi). Che ci sbagliamo per non essere ortodossi, o che ci sbagliamo per essere troppo ortodossi. Che non succederà niente, che svegliandoci ogni mattina ci sarà sempre il necessario per la colazione, che il cane del vicino continuerà ad abbaiare al camion della spazzatura, che dal rubinetto del bagno continuerà ad uscire acqua e non un rumore d’oltretomba. Che siamo solo uccellacci del malaugurio che, in aggiunta, non abbiamo alcun impatto mediatico o accademico (anche se sempre più spesso sono la stessa cosa).
Infine, che la macchina funziona ed ognuno sta dove deve stare. Le scosse sono sporadiche e sono solo questo, scosse, e che le turbolenze sono passeggere e dovute a qualcuno che si rifiuta di stare dove deve stare. Come si smonta un orologio se un ingranaggio o una molla escono dal loro posto e lo Stato è “l’orologiaio” che elimina il pezzo rotto e lo sostituisce con un altro.
L’Apocalisse (tutto incluso)? Il diluvio universale? L’umanità prigioniera nel treno apparentemente eterno e immortale di Snowpiercer (il film del sudcoreano Bong Joon-ho, intitolato “Rompighiaccio” nel dvd di “produzione alternativa” che mi è arrivato – e che adesso non trovo -) che riproduce al suo interno la stessa disumanità che, volendo risolvere il riscaldamento globale, ha indotto il raffreddamento del pianeta?
Niente di più lontano dal nostro pensiero. Noi, zapatisti, zapatiste, non crediamo che il mondo finirà. Ma pensiamo che quello che conosciamo attualmente collasserà, e che la sua implosione provocherà una miriade di disgrazie umane e naturali.
Se questa implosione sia già in marcia o si stia definendo, della sua durata e termine si può dibattere, argomentare, discutere, affermare o negare. Ma per quando ne sappiamo, non c’è chi osi negarla. Lassù tutti ammettono che la macchina sta cedendo e provano una soluzione dietro l’altra sempre all’interno della logica della macchina. Ma c’è chi vuole rompere con questa logica ed afferma: l’umanità è possibile senza la macchina.
Tuttavia, per quello che siamo, non ci preoccupa tanto la tormenta. Dopo tutto, sono stati secoli di tormenta per i popoli originari e i diseredati del Messico e del mondo, e se c’è una cosa che si impara in basso, è vivere in condizioni avverse. La vita dunque, ed in qualche caso la morte, è una lotta continua, una battaglia scatenata in tutti gli angoli dei calendari e delle geografie. E non parlo qui delle battaglie mondiali, ma di quelle personali.
Come si può evincere da una lettura attenta della nostra parola, il nostro è un messaggio che va oltre la tormenta e le sue sofferenze.
È nostra convinzione che la possibilità di un mondo migliore (non perfetto né finito, lasciamo questo ai dogmi religiosi e politici) sia al di fuori della macchina e la sua possibilità si regge su un tripode. O meglio, nell’interrelazione tra tre colonne che hanno resistito e perseverato, con i loro alti e bassi, le loro piccole vittorie e le loro grandi sconfitte, durante la breve storia del mondo: le arti (eccettuando da queste ultime la letteratura), le scienze ed i popoli originari con i bassifondi dell’umanità.
Forse ti chiedi, un po’ per curiosità e molto per la domanda diretta che ti suscita, perché metto in un comparto esclusivo la letteratura. Permettimi di spiegarlo più avanti.
Noterai che, abbandonando i classici, non ho messo la politica tra le vie di salvazione. Conoscendoci un po’ (anche se non compariamo nemmeno nelle pagine interne dei media, c’è un’abbondante bibliografia dedicata per chi nutre un onesto interesse a conoscere lo zapatismo), è chiaro che ci riferiamo alla politica classica, alla politica “di sopra”.
Juan, fratello, lo so che per questo ci vorrebbe non un’altra lettera, ma una biblioteca, quindi permettimi di lasciare questo punto in sospeso. Non perché sia meno importante o trascendente nella tormenta, bensì perché “ho preso la strada“, come dicono i compas, e se seguo le biforcazioni con le quali mi tenta la parola, corri il rischio che questa lettera non ti arrivi mai, non per la pioggia, ma perché incompiuta.
Ho messo “le arti” perché sono loro (e non la politica) che scavano nel profondo dell’essere umano e riscattano la sua essenza. Come se il mondo continuasse ad essere lo stesso, ma con esse e attraverso di esse riuscissimo a trovare la possibilità umana tra tanti ingranaggi, dadi e molle che stridono rumorosamente. A differenza della politica, l’arte dunque non cerca di riparare o sistemare la macchina. nInvece, fa qualcosa di più sovversivo ed inquietante: mostra la possibilità di un altro mondo.
Ho messo “le scienze” (e mi riferisco qui in particolare alle cosiddette “scienze formali” ed alle “scienze naturali”, considerando che quelle sociali devono ancora definire alcune cose – attenzione: senza che questo implichi una domanda ed esigenza -) perché hanno la possibilità di ricostruire sulla catastrofe che già “opera” in tutto il territorio mondiale. E non parlo di “ricostruire” nel senso di riprendere quanto crollato e rifarlo di nuovo ad immagine e somiglianza della versione precedente la disgrazia. Parlo di “rifare”, cioè, “fare di nuovo”. E le conoscenze scientifiche possono riorientare la disperazione e darle il suo senso reale, cioè, “smettere di sperare”. E chi smette di sperare, potrebbe cominciare ad agire.
La politica, l’economia e la religione dividono, lottizzano. Le scienze e le arti uniscono, gemellano, trasformano le frontiere in ridicoli punti cartografici. Certamente, né le une né le altre sono esenti dalla feroce divisione in classi e devono scegliere: o contribuire al mantenimento e riproduzione della macchina, o contribuire a mostrare la sua necessaria soppressione.
Come se invece di ri-etichettare la macchina, abbellendola o perfezionandola, l’arte e la scienza piantassero, sulla superficie cromata del sistema, un’insegna laconica e definitiva: “CADUCO”, “Scaduto”, “per continuare a vivere, aspettare un altro mondo”.
Immagina (alla tua generazione deve essere rimasto qualcosa di John Lennon, alla mia poco più che sonese huapangos [musiche e balli folk – N.d.T.]), immagina se tutto quello che si spende in politica (per esempio, per le elezioni e per le votazione per la guerra, così antidemocratiche sia le une che le altre – “la politica e l’economia sono la continuazione della guerra con altri mezzi”, avrebbe detto Clausewitz se fosse partito dalla scienza sociale), fosse dedicato alle scienze e alle arti. Se invece di campagne elettorali e militari ci fossero laboratori, centri di ricerca e divulgazione scientifica, concerti, esposizioni, festival, librerie, biblioteche, teatri, cinema, e campi e strade dove regnassero le scienze e le arti, e non le macchine.
Certo, noi, zapatisti, zapatiste, siamo convinti che questo è possibile solo al di fuori della macchina. E che bisogna distruggerla. Non ripararla, non abbellirla, non renderla “più umana”. No, distruggerla. Se qualcosa dei suoi resti serve, che sia come dimostrazione che non bisogna ripetere l’incubo. Come se fosse solo un riferimento al quale si guarda dallo “Specchietto Retrovisore” mentre si lascia indietro la strada.
Ma non dubitiamo che ci sia qualcuno che pensi o creda che sia fattibile dentro di essa, senza alterare il suo funzionamento, cambiando macchinista o redistribuendo la ricchezza dei vagoni più sontuosi (non troppa, non bisogna esagerare) ai vagoni in coda. Ovvio, sempre rimarcando che ognuno sta dove deve stare. Ma il candore, fratello, normalmente è uno degli abiti della perversione.
Ho menzionato i popoli originari e i bassifondi del mondo, perché sono quelli che hanno più opportunità di sopravvivere alla tormenta e gli unici con la capacità di creare “un’altra cosa”. Qualcuno domani deve rispondere alla domanda “C’è qualcuno sulla Terra?”. E qui la parola presenta, non senza civetteria provocatoria, un’altra biforcazione che, per il bene di questa missiva, evito con la mia nota modestia.
Prima ho detto, beffardo e provocatorio, le arti, ad eccezione della letteratura. Bene, perché credo (e questo è personale) che toccherebbe alla letteratura creare i legami tra quei 3 piedi e rendere conto del processo, fortunato o no, della sua interrelazione. Gli tocca essere “Il Testimone”. Sicuramente mi sto sbagliando, oppure in questo gioco di carte ho scoperto il “Jolly” per chiedere “Perché così seri?”.
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Che cosa vogliamo? La chiave per capire il messaggio sotterraneo dello zapatismo sta nei piccoli racconti che appaiono nel libro “Il Pensiero Critico di fronte all’Idra Capitalista“, sulla bambina indigena che si auto definisce “Difesa Zapatista“.
Immaginare quello che, pur necessario ed urgente, sembra impossibile: una donna che cresca senza paura.
Indubbiamente ogni geografia e calendario aggiunge le sue catene: indigena, migrante, lavoratrice, orfana, profuga, illegale, desaparecida, violentata sottilmente o esplicitamente, violata, assassinata, condannata sempre ad aggiungere pesi e condanne alla sua condizione di donna.
Che mondo sarebbe quello partorito da una donna che potesse nascere e crescere senza la paura della violenza, della minaccia, della persecuzione, del disprezzo, dello sfruttamento?
Non sarebbe terribile e meraviglioso quel mondo?
Quindi, se chiedessero a me, ombra spettrale dal naso impertinente, di definire l’obiettivo dello zapatismo, direi: “fare un mondo dove la donna nasca e cresca senza paura”.
Attenzione: non sto dicendo che in quel mondo non ci sarebbero più quelle violenze a minacciarla (soprattutto perché il pianeta si può distruggere molte volte, ma non il peggio della nostra condizione di maschi).
Nono sto nemmeno dicendo che non ci siano più donne senza paura. Che con il loro impegno ribelle abbiano ottenuto questa vittoria nella battaglia quotidiana, e che sappiano di vincere le battaglie. Ma non la guerra. No, fino a che ogni donna in ogni angolo delle geografie e calendari mondiali cresca senza paura.
Parlo della tendenza. Potremmo affermare che la maggioranza delle donne nascono e crescono senza paura? Credo di no, e probabilmente mi sbaglio e sicuramente arriveranno numeri, statistiche e dimostrazioni che mi sbaglio.
Ma nel nostro limitato orizzonte, percepiamo la paura, paura perché piccola, paura perché grande, paura perché magra, paura perché grassa, paura perché bella, paura perché brutta, paura perché incinta, paura perché non incinta, paura perché bambina, paura perché giovane, paura perché matura, paura perché anziana.
Vale la pena impegnare il passo, la vita e la morte per tale chimera?
Noi, zapatisti, zapatiste, diciamo di sì, vale la pena.
E ci mettiamo la vita che, benché sia poca cosa, è tutto quello che abbiamo.
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Sì, hai ragione, non mancherà chi ci taccerà di “ingenui” (nel migliore dei casi, perché in tutte le lingue ci sono sinonimi più crudi). / Questo word processor, un software libero e con codice aperto, mi piace perché ogni volta che voglio scrivere “caso” o “casi“, il correttore mi propone “caos“. Credo che il software libero ne sappia più di me di devastanti tormente/.
Dove eravamo rimasti? Ah! Le parole perse, il loro naufragio in fogli o bites, i popoli originari e i bassifondi dell’umanità trasformati in arca di Noè, le scienze e le arti come isole salvatrici, una bambina senza paura come bussola e porto…
Che cosa? Sì, concordo con te che il risultato di tutto questo sa più di caos che di caso, ma questa è solo una lettera che, come dovrebbe essere per tutte le lettere, si trasforma in un aereoplanino di carta con la minacciosa scritta “Forza Aerea Zapatista” disegnata di lato, e che cerca il suo destinatario. Perché chissà dove sei Juan, fratello giurato. Come dicevano prima le nonne (non so adesso), “fermati ragazzino“, e mettiti la giacca o un abbraccio perché fa freddo e “la questione, lo sai, è la pioggia”.
Dalle montagne del Sudest Messicano.
Subcomandante Insurgente Galeano
Messico, febbraio 2016

Traduzione “Maribel” – Bergamo


domenica 6 settembre 2015

dice Juan Villoro

… Ho letto alcuni suoi articoli dove critica i nuovi media digitali e i social network come agenti di una civiltà dell'equivoco e dell'oblio. Che cosa la preoccupa soprattutto?
"Mi preoccupa la perdita della vita privata. Prima, se volevi, potevi abbronzarti nudo nel tuo terrazzo, oggi se lo fai, grazie a Google Earth, diventi un esibizionista globale. C'è gente che si è suicidata per come è stata messa alla berlina in Facebook o in YouTube. I social network sono strumenti formidabili, ma noi non dominiamo ancora i loro codici".

sabato 8 agosto 2015

La piramide – Juan Villoro

una (o la) storia messicana, ci si mette un po' a entrare dentro, poi (quasi) tutto diventa più chiaro (però solo chi è messicano "capisce" il libro meglio di noi, almeno per ora, penso).
narcotraffico, riciclaggio di soldi sporchi, amicizia, redenzione, omicidi, musica, turismo della paura sono alcune delle (tante) cose che trovate in questo libro, dove non c'è niente da ridere, se non ve ne eravate accorti.
Juan Villoro sa scrivere, merita di essere letto, il Messico è vicino - franz







… “La Piramide” è un romanzo dello scrittore messicano Juan Villoro (gran vía edizioni, traduzione di Maria Cristina Secci) ma è anche il luogo fisico e mentale dove i protagonisti e il lettore vengono rinchiusi per quasi 250 pagine. La Piramide è un hotel piazzato in un luogo devastato del Messico, Kukulcan: una costa assediata da una speculazione edilizia che si è lasciata dietro di sé rovine, immondizie, inquinamento, desolazione…

…questo "thriller tropical distopico", pubblicato lo scorso anno per Anagrama, che è stato finalista al Ròmulo Gallegos di quest'anno. In realtà non so se si possa definire thriller nè tantomeno distopico, ma tropicale sì, e forse, alla fine dei conti, è pure un thriller distopico, anche se in verità non dovrebbe fregare niente a nessuno di come catalogare un bel libro.  

…Juan Villoro è abile nell’intreccio di una storia meno visionaria di quel che potrebbe apparire, ma soprattutto scrive divinamente. Il senso del ritmo, la costruzione delle attese e il gioco degli svelamenti, certi passaggi illuminanti fanno di La Piramide un romanzo eccellente. Il romanzo, senza ombra di dubbio, di un grande scrittore.

…Gli stessi hotel abbandonati sono un affare: servono a riciclare denaro, alla maniera delle Anime morte gogoliane: "Se in Russia potevi incassare per dei servitori morti, qui lo fai per camere vuote. Il denaro del traffico d'armi, della tratta delle bianche, del narcotraffico non può arrivare come se nulla fosse in una banca, deve per forza fare un giro: Kukulcán è perfetta per simulare che i guadagni siano stati generati qui". Il coro dei personaggi che circondano i due protagonisti è disegnato con tratto sicuro: l'ex cubista ora maestra di yoga che addestra a fingere la violenza, il viscido responsabile della sicurezza, l'amministratore gringo che ha perso un figlio e vuole rovinarsi con le corse dei cavalli, i creativi del "colonialismo sostenibile" che pensano di trasformare la Piramide in un centro culturale, il tosto ispettore messicano che la domenica predica rassegnazione dal pulpito di una setta. Nel finale, il romanzo accelera. Mario si rivela malato terminale e, prima di morire teatralmente, vuole che Tony adotti sua figlia, ospitata in un istituto per donne maltrattate. L'ex bassista scopre così che non solo il male, ma anche il bene, sbilenco quanto caparbio, ha le sue reti di "amici degli amici" e gli regala una fuga con addirittura una specie di famiglia, per quanto piena di cicatrici - Danilo Manera

qui e qui due belle interviste con Juan Villoro

domenica 17 maggio 2015

omaggio a Luis Villoro Toranzo e al maestro zapatista Galeano, dal Caracol di Oventic (Chiapas)

Si è svolto sabato 2 maggio nel Caracol di Oventic il tributo a Luis Villoro Toranzo e al maestro zapatista Galeano, atto che ha aperto le giornate del seminario “Il pensiero critico di fronte all’idra capitalista".
Più di mille partecipanti insieme a tremila basi d’appoggio hanno riempito il Caracol per ascoltare i numerosi interventi. Aperto dall’inno messicano l’atto è cominciato con la lettura di uno scritto di Pablo González Casanova, letto dal comandante David. Sono intervenuti poi Adolfo Gilly, che ha ricordato il pensiero di Luis Villoro, Fernanda Navarro, la compagna di Don Luis e Juan Villoro,suo figlio.
Ha poi parlato il Subcomandante Insurgente Galeano.
Prima ha letto l’intervento che aveva preparato il Subcomandante Marcos per il seminario dello scorso 2 maggio 2014 al Cideci e che finora non era stato reso pubblico e che racconta come Luis Villoro Toranzo fosse uno zapatista, "Luis lo zapatista".
Poi ha ricordato con "Maestro Zapatista Galeano: Apuntes de una vida" lo zapatista ucciso alla Realidad nell’attacco paramilitare del maggio 2014, attraverso la lettura di alcune parti del suo diario.
Dopo questi due interventi hanno preso la parola la compañera escucha zapatista Selena e ilcompañero Manolo di Nueva Victoria, villaggio di Galeano che ha portato il contributo de La Realidad, ricordando l’esempio di Galeano e denunciando le responsabilità dei paramilitari e dei vari livelli del governo nell’assasinio del maestro il 2 maggio nell’attacco a La Realidad. I figli di Galeano la compañera Lisbet e il compañero Mariano hanno ricordato la vita, l’esempio, l’insegnamento del loro padre.
Il Subcomandante Insurgente Moisés ha chiuso gli interventi, prima dell’inno zapatista, parlando dell’importanza di organizzarsi con dignità per lottare.

da qui e da qui (completo, in spagnolo)








qui  un'intervista "filosofica" con Luis Villoro (in spagnolo)


sabato 4 aprile 2015

Il libro selvaggio - Juan Villoro

Juan viene parcheggiato per qualche tempo, dopo niente sarà come prima (non è un film dell'orrore).
dopo averlo letto io so che da grande voglio diventare come zio Tito, sicuro.
adatto per ragazzi a due cifre, da 10 a 99 anni, non fatevelo sfuggire - franz






…E' la storia di Juan, un ragazzo di tredici anni che ha sempre vissuto con distacco il suo rapporto con i libri, e che per cause di forza maggiore (i suoi genitori stanno per divorziare) si trova a trascorrere un'intera estate dallo zio Tito. Il giovane però non è troppo entusiasta, lo zio è infatti un tipo strampalato che vive rinchiuso in un palazzo totalmente tappezzato di libri, qualcosa di molto più simile a un labirinto che a una normale casa…

…Lo stile non è particolare e, come la trama, non è di per sé accattivante, ma rileggerei il romanzo di Villoro solo per poter rigustare alcune frasi geniali e meravigliose. Non sarei in grado di sceglierne una sola: ho il libro in mano e continuo a cambiare idea sulla frase perfetta da lasciarvi. 
È un libro che consiglio ai piccoli lettori, ai lettori occasionali e anche a quelli un po’ più grandi in cerca di una lettura leggera e sorprendente.

E' una dichiarazione d'amore ai libri e alla lettura questo splendido romanzo dello scrittore e giornalista messicano Juan Villoro. Il tredicenne Juan, per l'improvvisa separazione dei genitori, è costretto a trascorrere le vacanze dallo stravagante zio Tito, possessore di un'immensa casa-biblioteca, dove si può camminare per ore, dove per non perdersi è necessario avere con sé una campanella e dove si possono vivere avventure entusiasmanti…