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sabato 27 giugno 2026

Denazificare II – Sandra Russo

Quando l'Operazione Speciale in Ucraina iniziò nel 2022, Putin dichiarò che uno degli obiettivi era "denazificare" l'Ucraina. La parola scandalizzò. Era inaspettata. Quella caratterizzazione suonava ancora esagerata ed improvvisa. Putin continua a non gradire gli europei, che hanno una cattiva percezione storica della Russia. Georgy Zukov, maresciallo nella battaglia di Stalingrado, l'aveva avanzata: "Abbiamo liberato l'Europa dal fascismo, ma non ci perdoneranno mai." Ecco perché, a causa di quella vecchia tirannia, ci fu gioia e risentimento quando Cechov fu bandito, non era un grande sostenitore di Putin (Checov morì molto prima), ma catturò l'anima russa che l'Europa non può sopportare. Quella cosa sanguinosa, ancestrale, che non attraversa la brutalità ma la profondità. Un enorme paese ancorato alla fede. Religioso, esistenziale, politico.

Nel primo decennio del secolo scorso, Lou Andreas Salomé viaggiò attraverso la Siberia con suo marito, il signor Andreas, e il suo amante, Reiner Maria Rilke. Andavano a incontrare Tolstoj. Lei era un'aristocratica russa che fin da giovane visse in Germania come studentessa, e la sua famiglia sarebbe stata espulsa dalla Rivoluzione a venire. E scrive nella sua autobiografia che in quel lungo viaggio capì che nell'intensa fede dei contadini russi, nella loro ostinazione di fronte al clima, nel loro stoicismo, nella loro gioia, il colpo di frusta rivoluzionario che aveva portato alla fine del mondo in cui era nata era latente.

Oggi l'Europa considera ancora Putin un tiranno. Ma si lascia abbindolare da Trump, che è un fascista. Che usa algoritmi per far cadere il suo missile Tomahawk con precisione su una scuola femminile. È l'Europa che sta diventando nazista. Sta iniziando a vedere il vero volto di Israele, ma non fa nulla e si rifiuta di vedere il volto del suo squilibrato partner transatlantico.

Chi avrebbe mai pensato che, nel suo declino, nella sua agonizzante caduta, l'Occidente avrebbe indossato un'ultima maschera, e che questa sarebbe stata quella nazista?

 

La mappa politica dell'America Latina sta andando in quella direzione. Non è un caso che la scorsa settimana l'UE abbia approvato il proprio ICE per deportare gli immigrati, e che questa settimana in Colombia ci siano state elezioni palesemente truccate che hanno proclamato vincitori un fascista, un fan di Milei, un avvocato dei narcotrafficanti, un tizio che sostiene che il cervello delle donne sia troppo debole per ricoprire cariche pubbliche. C'è già un intero cast di personaggi con i baffetti. Milei, Kast, Bukele, Paz, Noboa, De la Espriella, costituiscono il realismo sadico di un suprematismo autoctono che si articola con i nazisti, i quali a loro volta sono superiori, ovviamente, a quest'ultimo Occidente.

Per quanto riguarda questo Paese (l’Argentina), questa settimana la ripugnante maggioranza ha giocato la sua parte anche al Congresso. Nessuno degli enormi danni che Milei ha causato e continua a causare dal dicembre 2023 sarebbe stato possibile senza il sostegno dei sostenitori di Macri, dei radicali e dei peronisti traditori. Lo hanno accompagnato in tutto. Milei è l'inferno alimentato da tutto il purgatorio.

Questa settimana hanno ceduto il nostro territorio, la nostra sovranità e la nostra indipendenza. Letteralmente. È questa intera banda di mascalzoni, gangster e ladri, insieme a giudici, pubblici ministeri e ai media mainstream, che sta gestendo, in modo caotico ma inarrestabile, la macchina della nostra distruzione.

Questa è la vera divisione che dovrebbe essere inevitabile se fossimo sani di mente.

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domenica 16 novembre 2025

Come Milei ha aperto le porte al saccheggio dell'Argentina - Giuseppe Masala


Con il "provvidenziale" aiuto americano si risolve, per ora, la crisi del Peso argentino. Una crisi valutaria ingiustificata sulla base dei fondamentali del paese che però consegna la politica del paese nelle mani dei "salvatori" di Washington. Una situazione che per molti versi ricorda quanto accadde in Italia durante il governo Amato del 1992.

Mentre tutti gli osservatori delle vicende di politica internazionale analizzano ciò che sta avvenendo negli infuocati quadranti del Medio Oriente, dell'Europa e ora dei Caraibi passa sotto traccia ciò che sta avvenendo nella parte più meridionale del continente sudamericano, nell'Argentina, retta dal presidente ultraliberista e pasdaran filo yankee, Milei.

A causa di un crollo del valore del peso argentino che si sta verificando a partire da questa primavera, il tesoro USA ha deciso di sostenere la divisa argentina acquistandone una quantità equivalente a 20 miliardi di dollari. Una mossa che sostiene il corso del peso nel Forex.

Va aggiunto che appena ad Aprile di quest'anno il Fondo Monetario Internazionale ha erogato un finanziamento di 20 miliardi di dollari a Buenos Aires, sempre con la finalità di sostenerne la moneta.

Ma per quale motivo le monete si svalutano e conseguentemente sono causa di fiammate inflattive dovute al fatto che le importazioni sono effettuate con una moneta svalutata rispetto a quella che è lo standard dei commerci internazionali, ovvero sia, il dollaro americano?

Le monete generalmente si svalutano proprio a causa proprio di un disordine nei conti nazionali, ovvero di squilibri prolungati nei commerci con l'estero (e dunque un passivo nella bilancia commerciale) che generano a loro volta un passivo nel saldo delle partite correnti e in definitiva una posizione finanziaria netta passiva.  Ma è realmente questa la situazione argentina?

Nonostante il proliferare di giornalisti investigativi nessuno sembra essersi preso la briga di andare a controllare su fonti qualificate (a partire dalle istituzioni internazionali quali la Banca Mondiale e l'FMI) quali siano le condizioni dei conti nazionali del paese sudamericano. Questo forse a causa del pregiudizio legato a questo paese, che nell'immaginario collettivo, lo vede perennemente in grave crisi economica e bisognoso di aiuto.

Eppure se andiamo a verificare sul sito della Banca Mondiale lo storico del Saldo delle Partite Correnti scopriamo che nel 2024 è in attivo per oltre 5 miliardi di dollari e, nel corso degli ultimi dieci anni, è stato mediamente in equilibrio.

Conseguentemente anche la posizione finanziaria netta (o “net international investment position” in gergo anglosassone) risulta in attivo, sebbene nell'ultimo anno questo attivo sia calato fino a meno di 40 miliardi di dollari. Probabilmente proprio a causa delle risorse provenienti dagli Stati Uniti e dal FMI che, ovviamente, vanno contabilizzate tra le liabilities. Ma il fatto rimane, l'Argentina è al momento un “creditore netto verso il resto del mondo” in virtù del suo NIIP positivo. E dunque rimane l'arcano: se i fondamentali del paese sono in equilibrio per quale motivo la divisa argentina, il Peso, si è svalutata in maniera così pesante?

Quando i fondamentali di un paese sono sostanzialmente in equilibrio,  il crollo della moneta è spiegabile sono con potenti manovre speculative (che possono essere ottenute anche a basso costo con strumenti finanziari adeguati quali i futures) che hanno ovviamente scopi reconditi. In questo caso neanche tanto reconditi a mio avviso. 

In sostanza, l'equilibrio dei conti nazionali argentini certificato peraltro dalle istituzioni finanziarie internazionali come l'FMI e la Banca Mondiale, lascia sospettare che ci sia dietro una manovra speculativa tendente a creare artificialmente disordine finanziario innescato proprio dalla violenta svalutazione delle monete che, naturalmente, manda in passivo la bilancia commerciale e erode il saldo positivo delle partite correnti. A quel punto, con lo tzunami finanziario artificialmente creato ecco che arriva la salvezza al passo di carica di qualche settimo cavalleggeri particolarmente interessato: in questo caso il Fondo Monetario Internazionale (direttamente controllato dagli USA) e l'esecutivo americano in prima persona, addirittura.

Lo scopo di questa salvezza, che non è null'altro, che una messa in scena ha una sola finalità: quella di creare dei creditori che possano diventare i domini della politica argentina condizionandone le scelte di politica estera, interna e ovviamente anche nelle politiche economiche. Chi siano i domini è facile da intuire; gli Stati Uniti d'America, che condizioneranno la politica argentina dei prossimi anni.  E' chiaro, e va detto apertamente, gli USA non avrebbero mai potuto architettare un piano di questo genere senza l'accordo sottobanco dell'esecutivo argentino, non a caso guidato dal filo americano, anarcocapitalista e  trumpiano Javier Milei.

Una strategia, per molti versi simile a quella degli inizi degli anni 90 in Italia. L'Italia che aveva i fondamentali sostanzialmente in equilibrio vide attaccare dalla finanza internazionale a partire da George Soros, la Lira, che si svalutò violentemente generando una sorta di emergenza nazionale che diede il via alla stagione delle privatizzazioni (a buon mercato per gli amici) e dei tagli draconiani ai diritti sociali e al welfare. Peraltro, da notare, il governo Amato all'epoca mandò in default l'EFIM, la finanziaria dell'industria manifatturiera di Stato. Una scelta scellerata che oltre a consentire laute libagioni agli amici che si spartirono la polpa delle tante aziende, consentì un'ulteriore violentissimo attacco alla Lira da parte degli investitori internazionali, questa volta giustificato dal default di una holding statale che vedeva di fatto lo Stato italiano responsabile dell'insolvenza. Una mossa politica quella del governo Amato scellerata qualora fosse stata fatta in buona fede e traditrice qualora fosse stata fatta in malafede perchè consentì agli assedianti di scavalcare le mura della città assediata, l'Italia.

Come si può capire un file rouge lega l'Italia di allora all'Argentina di Milei: la volontà da parte dei governanti di trovare un dominus che imponga scelte politiche per gli anni a venire e che faccia ingoiare al popolino la pillola amara. Peccato che, allora in Italia e ora in Argentina, quella pillola non sarebbe stata necessaria se si fosse governato con oculatezza e non con il chiaro intento di incaprettare il proprio popolo.

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mercoledì 7 febbraio 2024

Ci chiamano terroristi perché difendiamo la vita - Raúl Zibechi

C’è un fiume che nasce dallo scioglimento dei ghiacciai del versante argentino della cordigliera andina, lo arricchiscono le acque di altri venti fiumi e torrenti che alimentano un’arteria azzurra, meravigliosa e importante, per oltre 800 chilometri. E poi c’è il progetto di aprire una nuova miniera di piombo, molto vicino alla sua sorgente, che lo avvelenerà. Il fiume si chiama Chubut, che nella lingua amerindia tehuelche-chupat significa “trasparente”, e dà il nome all’intera provincia del sud dell’Argentina, grande poco meno di quattro quinti dell’Italia. Nell’intervista di Raúl Zibechi con Mauro Millan si racconta perché gli indigeni mapuche hanno organizzato un grande incontro itinerante dalla sorgente fino alla foce di quel fiume, nell’oceano Atlantico. Chiamano trawn quel viaggio della parola, in cui discuteranno a lungo e prenderanno decisioni in modo collettivo, senza bisogno di votare, su come resistere a una minaccia che è molto più di un attentato ambientale. È un’aggressione alla vita. Alla gente che vive lungo il fiume ma anche al fiume stesso, agli alberi, alle pietre che, nella cosmovisione non antropocentrica dei Mapuche, sono un dono vivo della natura e un soggetto dei diritti. È l’estrattivismo, un modello bellico di società cui corrisponde un regime politico, uno Stato, un’ideologia, un tipo di relazioni sociali e, naturalmente, anche un sistema economico. Nel Chubut ha consegnato buona parte delle straordinarie terre situate lungo il corso del fiume in mano agli Emirati Arabi Uniti, al Qatar, a Israele, alla Benetton… “con la complicità di tutti i governi argentini, statali e locali, in violazione degli accordi e della Costituzione stessa”, che prevederebbe una certa protezione della Patagonia. Tutto questo racconta Mauro, lonko – ruolo tradizionale della cultura politica dei Mapuche che si è chiamati ad assumere in modo per noi assai poco convenzionale – di una delle comunità più combattive di quel territorio. Un territorio che loro, da secoli, chiamano Wallmapu, la terra di un popolo che della terra è: mapu è la terra e che sono le donne e gli uomini che la abitano. Noi di Comune lo ricordiamo bene, Mauro, quando vent’anni fa – insieme ai coniugi Curiñanco – venne a Roma, nella nostra redazione del settimanale Carta, a raccontarci di come avevano rifiutato – scandalizzando il sindaco Veltroni, il premio Nobel Perez Esquivel e Gianni Minà che avevano promosso un incontro “pacificatore” molto “riservato” – l’offerta indecente della Benetton. Per questo, vent’anni dopo, siamo certi che il tentativo di avvelenare alla sorgente quel fiume che rappresenta la vita – un autentico atto di violenza terroristica, per restituire al mittente i termini mediatici di quel conflitto – non avrà vita facile

 “Camminare e difendere la vita” è lo slogan essenziale del Trawn Itinerante che percorrerà il fiume Chubut, dalla sorgente andina fino alla foce nell’Oceano Atlantico tra il primo e il 10 febbraio. Il popolo mapuche-tehuelce della Patagonia, Wall Mapu nella lingua indigena, sottolinea che la sua storia è intimamente legata al fiume che oggi è minacciato dalla contaminazione prodotta dalle imprese minerarie e dalle grandi multinazionali che si stanno appropriando di aree sempre più estese nella regione. “Esistiamo come società e come società diverse, a seconda dei legami e delle alleanze che stabiliamo con le sue acque”, si legge nel testo che invita al trawn.

Per comprendere le ragioni della convocazione e le caratteristiche di questo grande forum chimato trawn, al quale parteciperanno in primo luogo coloro che vivono sulle sponde del fiume, siano essi mapuche o contadini, abbiamo parlato a lungo con il lonko Mauro Millán. Lo avevamo conosciuto mesi fa nel suo lof (1) Pillán Mahuiza, nel cuore della cordigliera andina, dove le acque del fiume sfociano già nel Pacifico. Ci siamo incontrati di nuovo a Bariloche, nello scorso gennaio, e adesso abbiamo chiesto a Mauro di raccontarci meglio la sua visione del mondo e la sua spiritualità, ma anche le ragioni della necessità di resistere al capitalismo predatorio e i percorsi dell’autonomia mapuche.

Lui si presenta così: “Sono un lonko mapuche. Si tratta di un ruolo che non si sceglie volontariamente. Nel mondo mapuche noi diciamo che ci si ammala da lonko, oppure da machi (ruolo più spirituale in genere affidato alle donne, ndt). È lo spirito di un antenato che ti chiede di alzarti così, di diventarlo. È la forma con cui storicamente il popolo mapuche mette in piedi le sue autorità ancestrali. Ho deciso di accogliere questa richiesta dei miei antenati e adesso sono un lonko della comunità Pillán Mahuiza. Il lonko è qualcuno che orienta la comunità in termini politici e spirituali, filosofici e ideologici. Nel corso della vita si continua a imparare e bisogna essere molto permeabili, nella cultura del proprio popolo, per avere la capacità di essere un punto di riferimento per le generazioni future”.

Come sta vivendo il tuo popolo l’insediamento del governo di estrema destra di Milei?

Quello che sto cercando di capire adesso, un po’ come se si trattasse di leggere nel futuro, è quanto tempo impiegherà il bieco progetto che questo governo di Milei, un governo di estrema destra, razzista e suprematista, a privatizzare i territori di questo Paese chiamato Argentina e, in particolare della Patagonia, la terra che noi chiamiamo Puelmapu. Però va detto subito che questa situazione di vulnerabilità in materia di diritti, dal punto di vista giuridico e nella criminalizzazione permanente del popolo mapuche, non è certo nuova, così come non lo sono gli assassinii di giovani fratelli mapuche.

Anche la perpetua presenza di alcuni funzionari delle istituzioni, come Patricia Bullrich (2), è chiaramente in linea con il racconto della storia di questo Paese. I Bullrich, i Pueyrredón, sono la vera casta che è nella genesi dell’Argentina. Loro sono diventati milionari con questo Stato, così come lo stanno diventando adesso i nuovi ricchi, e hanno insinuato nella testa della gente l’idea che il principale male di questo Paese sono i poveri e gli indigeni.

Il peronismo dei molti governi “progressisti” precedenti ha favorito questa situazione e ha creato le condizioni perché il terribile scenario attuale si presentasse. Non dobbiamo dimenticare cosa hanno significato quegli anni per i Mapuche, e soprattutto per quelli di noi che hanno costruito, proprio a partire dal cuore del popolo mapuche-tehuelche, un progetto di vita autonoma fuori dallo Stato. Per noi, per esempio, si è trattato di essere discriminati nella vita politica perché non appartenevamo ad un partito. La repressione del governo che ha preceduto Milei, quello di centrosinistra di Alberto Fernández, ha creato per esempio il Comando Unificato Patagonico, così come il kirchnerismo progressista aveva mantenuto la legge liberticida antiterrorismo. È stato tutto questo a creare le condizioni per la crescita improvvisa e devastante di personaggi come Milei.

Perché proponete il Trawn Itinerante? Di cosa si tratta?

Un trawn è una sorta di parlamento, così lo chiamavano i cronisti che arrivarono in Patagonia, intorno al 1500, cioè in un territorio popolato e controllato da popolazioni indigene, tra le quali c’erano i Mapuche. I cronisti rimasero sorpresi di come migliaia di indigeni discutevano a lungo, fino a raggiungere degli accordi, e consideravano quegli incontri come sessioni di un parlamento. Tutte le strategie commerciali ed economiche, così come la resistenza e la guerra, venivano discusse collettivamente nel trawn e gli incontri erano anche itineranti, perché molti lonko provenivano da altre comunità. Per costruire un pensiero unificante bisognava andare avanti per parecchio tempo.

È quello che proveremo a rifare anche oggi con l’intenzione di difendere un fiume che è una delle arterie principali della provincia del Chubut e di Puelmapu (3). Il fiume nasce dallo scioglimento dei ghiacciai della cordigliera andina ed è alimentato da più di 20 fiumi e torrenti che alimentano l’arteria fluviale per oltre 800 chilometri. La storia del mio popolo si è sviluppata come prodotto di questa bontà della natura. Oggi è in pericolo perché le sorgenti sono state privatizzate e gran parte del corso del fiume Chubut è in mano agli Emirati Arabi Uniti, al Qatar, a Israele, alla Benetton, con la complicità di tutti i governi argentini statali e locali in violazione degli accordi e della Costituzione stessa, che prevede una certa protezione della Patagonia.

Per questo siamo partiti con questa grande carovana, per collegare dodici o tredici comunità mapuche che ospiteranno le altre che arriveranno, oltre alla gente dei paesi e delle città. Viaggeremo dalle sorgenti alla foce, connettendoci e discutendo su come continuare a resistere ed a essere custodi di queste acque. La prima linea di difesa del fiume sono naturalmente le persone che vivono lungo le sue sponde.

Oltre ai governi, a chi stanno resistendo quelle comunità?

La difesa delle acque implica anche l’identificazione del nemico principale, ovvero l’industria mineraria, alla quale resistono da tempo anche molti paesi e città, anzi l’hanno respinta in maniera massiccia. La provincia del Rio Negro, dove nasce il fiume Chubut, ha abrogato le leggi che proteggevano l’ambiente e le acque a favore di queste compagnie minerarie. Il governo Milei ora distruggerà le protezioni fatte per i ghiacciai, le acque e il territorio stesso. A pochi chilometri dalla sorgente del fiume intendono aprire una miniera di piombo.

Il popolo mapuche ha una moltitudine di espressioni ma noi abbiamo consolidato soprattutto una scelta che ci caratterizza come popolo, ovvero difendere la natura e il territorio. Questa difesa ha un quadro di pensiero e filosofico e ha un’espressione politica che è antagonista al capitalismo estrattivista. I governi, quello precedente e quello attuale, hanno favorito i processi di investimenti esteri e di distruzione delle risorse del territorio che per noi sono vita.

Quali difficoltà e avanzamenti state riscontrando in quanto gruppi autonomi?

C’è un lascito che abbiamo ricevuto dal nostro popolo: la capacità di sostenere un principio di società orizzontale che sia regolato a partire dalle autorità e dagli anziani, ma anche dai giovani e dai bambini, in perfetto equilibrio e armonia affinché la società abbia la possibilità di prosperare. Questa è l’eredità dei nostri antenati. Gli spagnoli non riuscirono a sconfiggere il popolo mapuche perché non aveva un dio sole, un re o un monarca mentre loro adottavano strategie militari basate sulla guerra alle società piramidali come quelle europee. Le sconfitte degli spagnoli hanno permesso al popolo mapuche di vivere in libertà per più di 300 anni.

Questo è un lascito che possiamo trasferire anche ai nostri tempi nonostante la complessità di muoversi come gruppi autonomi più orizzontali. Qui nel Chubut abbiamo mantenuto la forma del trawn e del parlamento senza “cabine di regia” per coloro che hanno il potere e senza direzioni politiche centralizzate. Siamo comunità autonome che si riuniscono quando la situazione lo richiede. A volte l’articolazione su distanze grandi come quelle della Patagonia è molto difficile. I fratelli che vengono da Ngulumapu (Cile) ci dicono: “Essere mapuche in Patagonia è molto difficile”. Abbiamo infatti auto-finanziato questo trawn con non poche difficoltà.

Ti dice qualcosa la recente celebrazione del 30° anniversario della sollevazione zapatista?

Lo zapatismo mi ha ispirato. Ero molto giovane quando c’è stato il levantamiento e sono sempre stato molto attento a ciò che accade nel mondo zapatista. Lo sono ancora.

Alla fine di gennaio un enorme incendio ha devastato una parte del Parco Nazionale Los Alerces, nella provincia patagonica del Chubut. Il governatore della Provincia, Ignacio Torres, ha pubblicamente e scandalosamente accusato del terricidio Moira Millan, sorella gemella di Mauro e molto nota, anche a livello anche internazionale, come figura di spicco della resistenza indigena e del femminismo tra i Mapuche in Argentina. L’accusa serve a sostenere la militarizzazione e l’immagine mediatica del nemico interno “terrorista”, ma è quantomai paradossale perché quelle pratiche sono tradizionalmente portate avanti dal capitale immobiliare, che brucia le foreste e poi impone le sue iniziative di speculazione fondiaria.

 

Per concludere, vorrei che mi dicessi ancora qualcosa sulla spiritualità mapuche

È bene che si sappia che esistono società come la nostra che non sono né monoteiste né politeiste. Sono società che hanno interagito intensamente con la natura, che hanno saputo decodificare il messaggio della natura così come lo facevano i nostri antenati. Loro decodificarono il modo di comunicare con ciascuno degli elementi della natura, ed è così che è nata la nostra lingua. Noi siamo parte di questo infinito mondo dello spirito. La natura non interviene nella moralità umana, ci dà cibo e acqua ma esige piena reciprocità ed è per questo che dobbiamo difenderla e onorarla, ma anche perché è la nostra Mapu (terra natale) e lì ci sono i nostri antenati.

Ecco perché combattiamo contro la predazione, contro le mega-opere estrattive e le dighe, contro l’estrattivismo. Questo sistema così perverso ci ha stigmatizzato come terroristi, perché lottiamo in difesa della vita.


Note

1. Nella nostra lingua, il Lof è una comunità, una delle basi dell’organizzazione sociale del popolo mapuche, ma anche in questo caso il concetto di comunità differisce radicalmente da quello cui siamo abituati in Occidente. Ed è curioso, e allo stesso tempo poetico, che fosse proprio l’idea di comunità una delle prime che abbiamo dovuto reimparare. Perché è in questo concetto tanto familiare e imprescindibile nel mondo Occidentale contemporaneo, base di tante rivendicazioni sociali e culturali nate all’insegna della lotta al sistema capitalistico, che il popolo mapuche riconosce una delle prime grandi differenze. È diverso dal concetto occidentale di comunità come gruppo di esseri umani che condividono alcuni elementi, come un luogo geografico, una lingua, dei costumi e dei valori.

mapuche riconoscono come membri del Lof tutti gli esseri che abitano il territorio. Anche quelli che secondo la nostra visione occidentale del cosmo cataloghiamo come inanimati, come privi di vita: dai fiumi alle cascate, dai boschi alle montagne, dagli animali alle pietre, annullando così la visione antropocentrica che separa l’essere umano, sempre superiore e sempre perfetto, dagli elementi che in Occidente chiamiamo natura. Quelli che vediamo come una serie di elementi, a noi estranei, a cui non riconosciamo il diritto all’esistenza senza la mediazione umana (tratto da www.tbqvoices.com/anche-le-pietre)

2. Attuale Ministro degli Interni, appartiene ad una famiglia che partecipò alla “Conquista del Deserto” (1878-1885) quando gli indigeni Pampa, Ranquel, Mapuche e Tehuelche furono espropriati dei loro territori.

3. Territorio mapuche ad est delle Ande, cioè nell’attuale Argentina.

Versione originale in lingua castigliana: Desinformémonos

Traduzione per Comune-info: marco calabria

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lunedì 20 novembre 2023

I popoli sbagliano – Sandra Russo

 

La dolorosa maggioranza che ha votato per Milei e lo ha eletto presidente non sa per cosa ha votato. E' la prima volta al mondo che un presidente anarco-capitalista vince e che vince con i suoi discorsi incrociati: lo farò/non lo farò. Le nostre vene si gelano: il nostro paese sarà un laboratorio fascista in cui si celebreranno la crudeltà e la stupidità e si perseguiteranno i quadri politici popolari.

Da quando è scoppiata la pandemia, parte della nostra salute mentale individuale e collettiva è stata alterata. Non solo la nostra, ma quella del mondo. Hanno iniziato dicendo che la terra era piatta e ci siamo ritrovati con un presidente che romperà le relazioni con la Cina e il Brasile, che farà abortire i grandi progetti che potrebbero dare a questo paese una possibilità di crescita senza precedenti, che privatizzerà di nuovo i fondi pensione (di nuovo!), che smantellerà l'Anses (Administración Nacional de la Seguridad Social, come l’Inps) e il PAMI (Instituto Nacional de Servicios Sociales para Jubilados y Pensionados). E che libererà i genocidari, e rivendicherà il terrorismo di stato.

Niente di tutto questo sarebbe accaduto se fosse esistito il giornalismo. In quattro anni, l'unico che li ha messi a disagio è stato Sergio Massa nel dibattito. Nel 2017 e nel 2018 ha avuto più visibilità di qualsiasi altro economista. Non gli hanno mai fatto spiegare nessuna delle sue misure.

E avremmo potuto evitare questa catastrofe anche se Alberto Fernández non avesse giocato da solo, isolato dai suoi alleati, e senza aver onorato il suo impegno elettorale con gli ultimi. I danni sono stati enormi.

Questo paese è a pezzi. Hanno rotto la continuità della memoria storica. Hanno infranto la morale della maggioranza della società, che dice di detestare la corruzione e vota per un tizio che ha venduto le candidature. Mi permetto questa desolazione stasera, come tutti dobbiamo concederci quell'abisso in cui stiamo guardando, perché in Milei e nei suoi seguaci vediamo violenti e brutali.

Ma domani, come in altri momenti, come sempre, inizierà il compito di asciugare le lacrime e costruire una società civile resistente agli abusi e ai totalitarismi. Le persone commettono errori. Oggi l'Argentina, e lo dico senza esitazione ma con immenso dolore, ha commesso un errore.

Saluti ai neutrali.

 

 

Los pueblos se equivocan - Sandra Russo

 

La dolorosa mayoría que votó por Milei y lo hizo presidente, no sabe qué votó. Es la primera vez en el mundo que gana un presidente anarcocapitalista y que gana con discursos propios cruzados: voy a hacer/no voy a hacer. Se nos hielan las venas: nuestro país será un laboratorio fascista en el que la crueldad y la estupidez serán celebradas, y perseguidos los cuadros políticos populares.

Desde la pandemia algo de nuestra salud mental individual y colectiva se alteró. No solo la nuestra, la del mundo. Empezaron diciendo que la tierra era plana y terminamos con un presidente que va a romper relaciones con China y Brasil, que abortará los grandes proyectos que podían darle una chance de crecimiento inédito a este país, va a privatizar otra vez (¡Otra vez!) los fondos previsionales, que va a desarmar la Anses y el PAMI. Y que liberará a los genocidas y reivindicará en terrorismo de Estado.

Nada de esto hubiera ocurrido si existiera el periodismo. En cuatro años, el único que los incomodó fue Sergio Massa en el debate. Tuvo más pantalla que ningún otro economista en 2017 y 2018. Nunca le hicieron explicar ninguna de sus medidas.

Y también hubiésemos podido evitar esta catástrofe si Alberto Fernández no hubiera jugado solo, aislado de sus aliados, y sin haber honrado su compromiso electoral con los últimos. El daño fue enorme.

Este país está roto. Rompieron la continuidad de la memoria histórica. Rompieron la moral de la mayoría de la sociedad, que dice detestar la corrupción y vota a un tipo que vendía las candidaturas.

Esta desolación me la permito esta noche, como todos debemos permitirnos ese abismo al que nos asomamos, porque en Milei y en sus seguidores vemos violentos y brutos. Pero mañana mismo, como otras veces, como siempre, empezará la tarea de secarnos las lágrimas y de construir una sociedad civil resistente a los abusos y el totalitarismo. Los pueblos se equivocan. Hoy la Argentina, y lo digo sin prurito pero con inmensa pena, se equivocó.

Saludos a los neutrales

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mercoledì 6 settembre 2023

Che tempi!

el candidato presidencial argentino Javier Milei llegó a decir que “el Papa es el representante del maligno en la Tierra” y que “la justicia social es una mierda”.

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mercoledì 9 agosto 2023

ricordo di Raúl Noro

 

Raúl Noro lascia a noi la sua poesia e la sua intelligenza sociale

Dopo una lunga malattia, silenziosamente, Raúl Noro ci ha lasciato.

Compagno di una vita di Milagro Sala, siloista umanista della prima ora, cofondatore dell’Associazione Tupac Amaru, giornalista, scrittore, poeta, Raúl  è stato uno degli artefici e ideatori di quel miracolo sociale che ha contraddistinto la poverissima provincia argentina di Jujuy e che si è concretizzato nel quartiere di Alto Comedero, prima che la furia del Governatore Gerardo Morales riuscisse a distruggere quasi tutto.

Grazie anche a Raúl  Pressenza ha potuto raccontare la storia straordinaria di un riscatto sociale, la costruzione di un quartiere modello con belle case, scuole, ospedali, campi sportivi e, infine quello che ha fatto arrabbiare i ricchi locali: piscine per i poveri. Lo ha raccontato anche tramite il documentario “Tupac Amaru: Qualcosa sta Cambiando” di Federico Palumbo e Magalí Buj.

Quando Milagro Sala è stata accusata ingiustamente delle peggiori nefandezze, la Tupac è stata attaccata e smantellata da un potere giudiziario controllato dal Governatore di Jujuy, Raúl  stesso incriminato abbiamo costituito in Italia e molti paesi del mondo il Comitato per la Liberazione di Milagro Sala e anche lì i consigli di Raul sono stati preziosi.

Il contributo di ideazione di quella concreta dimostrazione che il cambiamento sociale è possibile e che si basa sulla nonviolenza, sulla collaborazione, sull’intelligenza, sul lavoro d’insieme, sulla solidarietà resterà molto oltre quello che Raúl  stesso pensava e traccerà il cammino di futuri tentativi nella stessa direzione umanizzante. Grazie Raúl  per questo prezioso contributo !!

La redazione di Pressenza Italia, il Comitato per la Liberazione di Milagro Sala.

PS: un commovente ricordo di Mariano Quiroga della redazione argentina è disponibile in spagnolo qui

da qui

 

 

Raúl Noro: se fue el más bueno de los nuestros - Mariano Quiroga

Dejó de latir el corazón de Raúl Noro. Maltratado, perseguido, infundiado hasta en su propio lecho de muerte.

No tenían ni idea con quién se metieron. No tenían ni idea de la integridad y amor del que era capaz Raúl. De lo amado y respetado que era, es y seguirá siendo por millones de personas. Sí, porque Raúl pertenece a comunidades multitudinarias, además de milenarias.

Si buscaban impedir que su ejemplo trascienda y sea replicado, consiguieron lo contrario, inmortalizaron a alguien que desde su humildad y perseverancia será un ícono de la lucha inclaudicable. Para Jujuy, para Argentina, para el humanismo y para el mundo.

Ahora que la bondad se emparenta con la tibieza, con la blandura y hasta con aires bobalicones, quiero decirles que la bondad de Raúl era una bondad justiciera, perenne, irrenunciable y valiente. Su cuerpo no habrá podido más, pero sus acciones lo sostienen en este tiempo y en este espacio por mucho, mucho tiempo.

Periodista y poeta, pero sobre todo militante del amor y el humanismo, de la justicia social, entregado en cuerpo y alma durante décadas a esas pasiones, fortaleciendo, irradiando, multiplicando.

No seré yo quien nombre a sus verdugos, sus nombres no merecen acompañar esta despedida. Hago público el agradecimiento de haberlo conocido, de haber compartido momentos lúcidos y amorosos a su lado, de conocer a sus hijos, a la madre de sus hijos y a Milagro, su última compañera.

Agradezco sus esfuerzos, su trabajo, sus logros y fracasos, le agradezco por haber sido faro para quienes venimos detrás también queriendo un mundo mejor.

No hace tanto, siempre rebelde, escribió estos versos que me conmueven y lo describen a la perfección.

No sé qué me anda pasando

pero quiero aprender a bailar chacareras

hacer reír a mis amigos

alivianar el sustento familiar

traicionarme cada vez menos

y luchar

para que el pueblo tenga aquello que en verdad necesita.

 

(También quiero aprender un oficio manual

como Esteban y Marta)

Y agradecer, agradecer…

 

Al final

el hombre es el suave registro de un sentido

tres o cuatro palabras amables

una imagen

un horizonte abierto

y la resolución-impredecible- de una intención sagrada

que trasciende

al espacio y al tiempo.

 

Chau, Raúl, jikisinkama, ¡hasta siempre! ¡Jallalla!

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lunedì 31 luglio 2023

Femministe con la lotta di Jujuy

 

Non è esattamente un fatto di routine che più di cento femministe che vivono in Spagna trovino il modo, il tempo e la determinazione necessari per lanciare un appello affinché non siano lasciate sole – di fronte a una repressione tanto spietata da evocare i fantasmi degli anni dei desaparecidos -, altre donne, appartenenti a uno di quelli che in Europa chiamiamo “popoli originari”. Uno di quelli più lontani dai riflettori mediatici di questa e di quasi ogni altra parte del mondo. Possiamo sbagliare, ne saremmo lieti, ma temiamo non siano molti quelli che, perfino in Sudamerica, saprebbero indicare su una cartina geografica la provincia nord-argentina di Jujuy. Alcune firme di quelle femministe – giornaliste, docenti universitarie, batteriste antirazziste, libraie saldatrici, attiviste trans, bi-sessuali antispeciste, bambine di sei anni, poetesse, cantanti, avvocate, studentesse e un lungo eccetera -, sono invece ben note alle lettrici e ai lettori di Comune. Abbiamo tradotto più volte gli articoli di Nuria AlabaoSarah BabikerJune Fernández e, naturalmente, Carolina Meloni González, che – venuta al mondo proprio in un carcere della dittatura militare argentina – sull’appartenenza e il senso della libertà di movimento tra due terre, di qua e di là dall’Atlantico, ha scritto un libro imperdibile: Transterradas. A muovere quella passione, ha certo contribuito anche Rita Segato, nome assai noto ai femminismi del mondo intero, creatrice, tra molte altre cose, del concetto di pedagogia della crudeltà, che ha molto a che vedere con quel che sta accadendo da un mese a questa parte a Jujuy. Nel rilevare la potenza di una resistenza di cui sono protagoniste molte donne, strettamente connessa a genealogie e comunalità ancora poco erose dai dispositivi culturali e dalle ingegnerie sociali dello Stato, e dunque piuttosto refrattarie al potere della colonialità, Rita, molto legata a quel territorio, ne ha scritto magistralmente sulla rivista Anfibia proprio in occasione della rivolta di queste settimane. Una rivolta che nasce dalla resistenza a una legge abietta che criminalizza la protesta e consegna la terra, e tutto quel che c’è di comune, al saccheggio estrattivista del fiorente mercato minerario, del litio in particolare. C’è però un’ultima cosa che ci preme sottolineare, prima di invitare tutte e tutti a sottoscrivere l’appello. In questo momento, a Jujuy, dopo la repressione sanguinosa nelle strade, è in pieno corso quella della legalità. Vengono arrestati gli avvocati con l’accusa di “sedizione” e la caccia al “terrorista”, casa per casa, è talmente violenta che ha spinto l’Università Nazionale di Jujuy ad aprire le sue porte per offrire “asilo” a chi viene perseguitato, visto che la forza pubblica non può entrare nelle università nazionali senza “l’ordine rigoroso di un giudice”. Ecco, quel che ci preme dire: perfino noi, che all’América Latina, soprattutto grazie a Raúl Zibechi, dedichiamo molta attenzione, abbiamo pensato che la resistenza di Jujuy, trascorso un mese, non si potesse che ritrarre, secondo il classico andamento carsico dei movimenti, fino alla prossima esplosione. Certo, le nostre esigue e fragilissime energie non ci consentono di rincorrere la guerra in Ucraina, quella contro i migranti, la Francia, la Palestina e il mondo intero, ma forse, prima o poi – qualora l’essenziale sostegno di chi ci legge ce lo consentisse – dovremmo provare a inventarci un modo diverso di relazionarci ai calendari e alle geografie, come direbbero nelle montagne del sud-est messicano. Un modo per non lasciare sole e soli coloro che lottano anche per noi dall’altra parte del mondo. Non sarà affatto facile, ma nel nostro piccolo, proveremo almeno a pensarci su.


Che cada la riforma, dice il cartello della donna di Jujuy rimasta a fronteggiare la repressione di strada a Jujuy nella foto tratta da colombia informa. Adesso la repressione sta invece entrando nelle case

Oltre un centinaio di donne femministe, giornaliste e attiviste che vivono in Spagna hanno firmato una dichiarazione per inviare la loro “solidarietà alle comunità originarie di Jujuy (provincia argentina del nordovest, ndt), alle insegnanti, alle infermiere, alle giovani, alle studentesse e a tutto il popolo di Jujuy, che è in lotta contro il saccheggio del litio e contro una riforma anti-diritti”.

È trascorso già più di un mese dall’inizio di questa enorme lotta nella provincia di Jujuy, nel nord del Paese, in cui le donne dei popoli originari e le insegnanti sono in prima linea nelle mobilitazioni e nei picchetti che bloccano una decine di strade importanti.

“In questi giorni abbiamo visto con emozione le donne delle comunità originarie de la Puna, de la Quebradadelle yungas e delle valli sbarrare le strade della provincia del nord dell’Argentina. Sono donne coraggiose, che difendono i loro territori. Abbiamo visto le insegnanti, anche loro lottando in prima linea, in difesa dell’educazione pubblica, per i salari e contro la precarietà, in una provincia ricca con donne che lavorano povere. Rifiutano una riforma costituzionale autoritaria, votata sia dall’UCR che dal PJ (le due maggiori forze politiche della Provincia, dove governa il radicale liberale Gerardo Morales, che nutre grandi ambizioni per il futuro, che dell’Argentina stessa, dove invece governa il peronismo “progressista”, ndt), che riduce i diritti, criminalizza la protesta e approfondisce la consegna delle risorse naturali e delle terre comunitarie alle multinazionali imperialiste”, afferma l’appello.

Tra le prime firme ci sono quelle di giornaliste e scrittrici come Nuria Alabao, Olga Rodríguez, Josefina L. Martínez, Irene Zugasti, June Fernández, Andrea Momoitio, Susana Albarrán Méndez; docenti come Carolina Meloni o Jule Goikoetxea; avvocate antirazziste come Pastori Filigrana e Adilia de las Mercedes, attiviste del popolo romanì come Silvia Agüero Fernández, Sandra Carmona; portavoci di organizzazioni politiche e sociali, come Lucía Nistal della CRT, Teresa Rodríguez di Adelante Andalucía, Cynthia Lub di Pan y Rosas, Lorena Cabrerizo di Anticapitalistas, Natalia Leney di Contracorriente; attiviste trans come Edurne Haine, Raffaella Corrales e Farah Azcona Cubas; tra molte altre.

 

Nell’appello si denunciano la repressione che si è scatenata sui manifestanti, nonché le detenzioni di massa ordinate dal governatore Gerardo Morales.

Ripudiamo una repressione che ci ha fatto ricordare i metodi della dittatura: conle camionette a caccia di manifestanti, con perquisizioni illegali nelle case. Ci sono state, tra le altre cose, decine di donne detenute e un ragazzo di 16 anni colpito da proiettli di gomma che ha perso un occhio”.

 

Chi ha firmato l’appello ricorda anche che le imprese multinazionali, insieme ai governi europei, stanno cercando di imporre nuovi progetti di espropriazione e saccheggio imperialista. Il nord dell’Argentina, la Bolivia e il Cile formano quello che è noto come il “triangolo del litio”, e le multinazionali e i governi competono per accaparrarsi il business estrattivista. Però le comunità resistono, accompagnate da donne che lavorano e giovani, perché lì è in gioco la loro vita.

 

Da qui mandiamo tutto il nostro sostegno alla vostra lotta. E ripudiamo i governi dell’Europa del capitale, che cercano di stabilire nuove nicchie neocoloniali in America Latina e nel mondo intero, per saccheggiare quelli che sono i beni comuni sociali e naturali.

No al saccheggio del litio! Condono di tutti i debiti nelle mani del FMI e di altre organizzazioni finanziarie internazionali! Abbasso la riforma, viva le lotte per i diritti e i salari! Lunga vita alla lotta delle comunità originarie, delle lavoratrici e del popolo di Jujuy!”

Per aggiungere la tua firma alla dichiarazione, compila questo modulo.

Le prime firme

Carolina Meloni – Docente di Filosofia Unizar (Saragozza); Josefina L. Martínez – Giornalista, storica, Pan y Rosas; Nuria Alabao – Giornalista, femminismi in CTXT e altri media; Pastora Filigrana García – Avvocata del lavoro, femminista antirazzista e per i diritti del popolo gitano; Olga Rodríguez Francisco- Giornalista e scrittrice; Cynthia Luz Burgueño – Storica ed educatrice, Pan y Rosas; Jule Goikoetxea- Docente di Scienze Politiche all’Università dei Paesi Baschi; Edurne HL – Transfemminista – La Haine; Irene Zugasti, politologa e giornalista; Lucía Nistal – Ricercatrice in Teoria letteraria presso UAM, portavoce di CRT, Madrid; Teresa Rodríguez- Portavoce di Adelante Andalucía, Anticapitaliste; Lorena Cabrerizo -Anti-capitaliste; Karen Patricia Rodríguez Urquia – Femminista antirazzista, residente a Madrid; Verónica Landa, operatrice educativa, Pan y Rosas, Barcellona; Natalia Esteban Leney, Rappresentante degli studenti nel consiglio della Facoltà di Scienze Politiche e Sociologia, UCM per Contracorriente/Pan y Rosas; Ainhoa ​​​​Jiménez, Rappresentante degli studenti al Consiglio e al Senato (UAM) per Contracorriente/Pan y Rosas; Mariona Tasquer, studentessa liceale e militante di Contracorrent; Clara Mallo, giornalista, Izquierda Diario; Asor Warda – Artista multidisciplinare colombiana; Lidia López Miguel – Giornalista ed editrice delle edizioni Kaótica Libros e Lastura; Ana Belén Orantes – Educatrice sociale ed editrice presso le edizioni Kaótica Libros e Lastura; Marta de la Aldea – Giornalista e scrittrice; Rommy Arce Legua- Attivista e bibliotecaria; Nieves Álvarez Martín – Scrittrice, artista e componente del Team Europe (Commissione Europea); Isabel Miguel – Professoressa, poetessa e traduttrice; Raffaella Corrales – Attivista trans e candidata al Congresso dei Deputati per Guadalajara; Ángeles Ramírez- Professoressa di Antropologia presso l’Università Autonoma di Madrid, Anticapitalista; María Lobo – Movimento femminista attivista 8M Madrid, Anticapitalistas; Lorena Ruiz-Huerta García de Viedma, avvocata e attivista per i diritti umani; Lorena Garrón – Consigliera del Consiglio Comunale di Cadice Adelante Andalucía, Anticapitalistas; Montserrat Villar González – traduttrice, scrittrice e insegnante ELE all’Università di Vigo; Laura Castro Roldán – attivista “gorde” e studentessa di dottorato nel programma di sociologia e antropologia presso l’UCM; Juana Marín Madrid – poeta; Daniel Casado de Luis – Studente UAM; Adilia de las Mercedes. Avvocata e giurista. Associazione delle donne guatemalteche; Farah Azcona Cubas, attivista transfemminista; Mario Espinoza Pino – Ricercatore presso l’UGR, scrittore e attivista; Sonia Herrera Sánchez – Docente universitaria (UOC, UAB) e critico audiovisivo; Sergio de Castro Sánchez, Professore di Filosofia. Componente del blog El Rumor de las Multitudes (El Salto); Susana Albarrán Méndez, comunicatrice sociale; Nélida Molina Morgado, portavoce di Trawunche Madrid (Coordinamento di sostegno al popolo mapuche); June Fernández, giornalista femminista (Pikara Magazine); Andrea Momoitio, giornalista femminista (Pikara Magazine); Mª Ángeles Fernández, giornalista femminista (Pikara Magazine); Teresa Villaverde, giornalista femminista (Pikara Magazine); Cristina Lizarraga, cantante e attivista bisessuale; Silvia Agüero Fernández, attivista gitana; Sandra Carmona, attivista per i diritti del collettivo LGBTIQ e per i diritti del popolo gitano; María Arobes, Centro Sociale Librería La Pantera Rossa e blog El Rumor de las Multitudes di El Salto Diario; Eva Ramírez, batterista femminista-antirazzista, residente a EH; Alcira Padin Torres, partecipante alla libreria transfemminista e antirazzista Synusia di Barcellona; Julia Pardo García, attivista transfemminista, bisessuale e anti-specista e programmatrice culturale; Ana Gómez-Salas, avvocata antirazzista; Alberto Azcárate (giornalista, El Salto); Mafe Moscoso (docente, ricercatrice, scrittrice); Olvido Andújar (insegnante, ricercatore e scrittore); Miquel Angel Martinez e Martinez. Professore di Filosofia in un Istituto Secondario e di Bachilerato; Membro del blog El Rumor de las Multitudes (El Salto); Úrsula Santa Cruz Castillo, psicologa, ricercatrice, docente universitario. Componente dell’Associazione Sembrar; Claudia Delso, ricercatrice e manager culturale; Lola Matmala. Giornalista; Marianella Ferrero, collettiva MIRERA; Almudena Cabezas González, Professoressa di Geografia Politica, UCM; Gabriela Brochner, Professoressa di Relazioni Internazionali, UEM; Sarah Babiker – Giornalista; Salma Amazian – Ricercatrice e militante decoloniale contro il razzismo e l’islamofobia; Matida (6 anni), pronipote di Diaguita, sorella di sangue e anima dei figli di Jujuy, la puna, le valli di Calchaquíes; Helios F. Garcés – Scrittore e militante antirazzista; Alvaro Briales – Professore di Sociologia, Università Complutense di Madrid; Fondazione dei beni comuni; Marisa Pérez Colina, militante e traduttrice; Vivi Alfonsín, scrittrice e attivista antirazzista; Cooperativa La Caníbal SCCL; Marta Palazzo Avendano, professoressa di filosofia, Università di Alcalá; Julia Millán Bermejo – Libraia e saldatrice; Organizzazione ConBIvenze: II Conferenza Giornate di Stato autogestite sulla Bisessualità; Elisa Coll, comunicatrice e scrittrice; Lucia Serra. Psicologa, psicoanalista, attivista; Luis Pizarro Carrasco, storico, Università di Barcellona.


Fonte e versione originale: El Salto

Traduzione per Comune-info: marco calabria

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mercoledì 26 aprile 2023

La militarizzazione dei beni comuni - Raúl Zibechi

 

Alcuni fatti molto recenti che si sono verificati nel continente latinoamericano rappresentano un giro di vite nella militarizzazione dei beni comuni, per via legale o di fatto, ad opera dei governi e delle loro forze armate o di gruppi armati irregolari che agiscono liberamente quando gli Stati lo consentono.

La scorsa settimana si è appreso che il governo argentino, attraverso lo Stato Maggiore delle Forze Armate, ha annunciato otto piani di intervento militare che prevedono la militarizzazione di aree con risorse naturali e spazi sovrani, come Vaca Muerta[1] (il più grande giacimento di idrocarburi dell’Argentina) l’Atlantico del Sud e le zone di estrazione del litio. In questo modo, sostiene l’agenzia di stampa Tierra Viva che ha diffuso la notizia, il governo impiega risorse militari per proteggere l’attività svolta dalle multinazionali.

Questa è solo l’ultima di una lunga serie di militarizzazioni, che vanno da quelle messe in atto dai governi del Messico e del Venezuela a quelle adottate dai governi del Perù e del Cile. Questi ultimi si sono recentemente contraddistinti per la violenza indiscriminata contro la popolazione aymara e quechua del Sud peruviano (Dina Boluarte) e per il massiccio coinvolgimento delle forze armate nella difesa delle imprese forestali di fronte al popolo mapuche (Gabriel Boric).

Il governo brasiliano di Jair Bolsonaro aveva consegnato il controllo dell’Amazzonia alle forze armate, che la proteggono fin dai tempi della dittatura militare (1964-1985), ma ora il governo di Lula da Silva sembra deciso a rinnovare la licenza ambientale all’impianto idroelettrico di Belo Monte, una gigantesca diga in territorio amazzonico che ha causato una grave crisi umanitaria e ambientale in una delle regioni più ricche di biodiversità della più grande foresta pluviale del pianeta.

Secondo Silvia Adoue, insegnante presso la scuola Florestan Fernandes del Movimento Sem Terra, Lula ha deciso, dopo un incontro con le forze armate, di destinare il Fondo per l’Amazzonia all’aumento della presenza della Polizia federale e della Polizia stradale nazionale in territorio amazzonico; ha deciso inoltre che i crediti di carbonio siano investiti nella sorveglianza della regione da parte delle forze armate, le quali verrebbero meglio equipaggiate per svolgere questi compiti.

Non si fa menzione della possibilità di ridurre l’estrazione di minerali dall’Amazzonia. Adoue conclude, in una sua comunicazione personale, che l’avidità risvegliata nella società nel suo insieme dalla domanda di minerali per l’industria 4.0 crea un nuovo individualismo estrattivista che contamina tutte le relazioni.

La militarizzazione delle risorse naturali (beni comuni per la vita dei popoli, secondo noi) per favorire il loro sfruttamento da parte delle multinazionali è diventata una caratteristica strategica del capitalismo neoliberista in questa fase di estrema violenza.

La responsabile del Comando Sud degli Stati Uniti, generale Laura Richardson, ha sottolineato l’importanza dei beni comuni latinoamericani per il suo paese e ha posto l’accento sul Triangolo del litio (Argentina, Cile e Bolivia), sull’oro del Venezuela e sul petrolio in Guyana; ha ricordato inoltre che il 31% dell’acqua dolce mondiale si trova nella regione. Per tutti questi motivi, ha concluso, gli Stati Uniti hanno molto da fare in questa regione.

Nella loro competizione con la Cina, gli Stati Uniti devono subordinare ancora di più il loro ‘cortile di casa’, in modo analogo a ciò che avviene con l’Europa, sebbene con caratteristiche diverse. Come fornitori storici di materie prime, dobbiamo continuare a muoverci in questa direzione subordinando la sovranità delle nazioni alle esigenze dell’impero. Di che impero si tratti, è necessario chiarirlo.

Se la militarizzazione ha un carattere strutturale, ciò significa che, per i popoli indigeni e i settori popolari, nelle aree in cui opera l’alleanza tra militari e multinazionali i diritti e la legalità costituzionale vengono menoDi conseguenza, appellarsi a quei diritti ha senso solo in termini di propaganda, per mostrare che le regole definite dal sistema non vengono osservate. Ma sarebbe molto irresponsabile costruire strategie sulla base di diritti che non saranno rispettati.

Per questo dobbiamo rispondere all’interrogativo su come difendere i beni comuni dalla guerra contro i popoli e contro la vita. Si tratta in realtà di uno dei compiti più complessi che ci attendono, perché non ci sono precedenti, dal momento che la svolta militarista del capitalismo e il sequestro degli Stati da parte del capitale finanziario hanno modificato le regole del gioco.

I popoli riuniti nel CNI (Congresso Nazionale Indigeno) e nell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) hanno messo in atto la resistenza civile pacifica, che ha enormi costi di logoramento per le comunità e una grande virtù: è volontà dei popoli non entrare in una guerra che può solo giovare al capitale.

Nel corso di questo mese il CNI effettuerà una lunga carovana attraverso vari Stati del sud, che si concluderà con un incontro internazionale a San Cristóbal de las Casas, con lo slogan: Il Sud resiste! Affiancare la carovana è uno dei compiti necessari per passare dall’indignazione di fronte a tanta rapina all’azione collettiva per la difesa della Madre Terra e dei popoli che la abitano.

Fonte: “Extractivismo rima con militarismo”, in La Jornada

Traduzione a cura di Camminardomandando.


[1] Sull’estrattivismo a Vaca Muerta si veda in comune-info.net: “Vaca Muerta, la frontiera estrattiva”.

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