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domenica 26 maggio 2024

Continua l’esecuzione al rallentatore di Julian Assange - Chris Hedges


La sentenza dell'Alta Corte di Londra che permette a Julian Assange di appellarsi all'ordine di estradizione lo lascia languire in condizioni di salute precarie in un carcere di massima sicurezza. Questo è il punto.

La decisione dell’Alta Corte di Londra di concedere a Julian Assange il diritto di appellarsi all’ordine di estradizione verso gli Stati Uniti potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro. Non significa che Julian sfuggirà all’estradizione. Non significa che la corte abbia stabilito, come dovrebbe, che si tratta di un giornalista il cui unico “crimine” era stato quello di fornire al pubblico le prove dei crimini di guerra e delle menzogne del governo statunitense. Non significa che sarà rilasciato dalla prigione di massima sicurezza HMS Belmarsh dove, come ha detto Nils Melzer, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, dopo aver visitato Julian, viene sottoposto ad una “esecuzione al rallentatore”.

Ciò non significa che il giornalismo sia meno a rischio. I direttori e gli editori di cinque media internazionali – New York Times, Guardian, Le Monde, El Pais e DER SPIEGEL – che avevano pubblicato articoli basati sui documenti diffusi da WikiLeaks, hanno chiesto che le accuse degli Stati Uniti vengano ritirate e che Julian venga rilasciato. Nessuno di questi dirigenti dei media è stato accusato di spionaggio. Questo non elimina la ridicola manovra del governo statunitense per estradare un cittadino australiano, la cui società editrice non aveva la sede negli Stati Uniti, e accusarlo in base alla legge [statunitense] sullo spionaggio. Continua la lunga farsa dickensiana che si fa beffe dei più elementari concetti di giusto processo.

La sentenza si basa sul fatto che il governo degli Stati Uniti non ha offerto sufficienti garanzie che a Julian, nel caso finisse sotto processo negli USA, verrebbero garantite le stesse tutele del Primo Emendamento concesse ad un cittadino statunitense. Il processo di appello è un ulteriore ostacolo legale nella persecuzione di un giornalista che non solo dovrebbe essere libero, ma anche celebrato e onorato come il più coraggioso della nostra generazione.

Sì, può presentare appello. Ma questo significa un altro anno, forse più, in condizioni carcerarie difficili, mentre la sua salute fisica e psicologica si deteriora. Ha trascorso più di cinque anni nella prigione di Belmarsh senza accuse dirette a suo carico. Aveva trascorso sette anni nell’ambasciata ecuadoriana perché i governi del Regno Unito e della Svezia si erano rifiutati di garantire che non sarebbe stato estradato negli Stati Uniti, anche se aveva accettato di tornare in Svezia per contribuire ad un’indagine preliminare che, alla fine, era stata abbandonata.

Il linciaggio giudiziario di Julian non ha mai riguardato la giustizia. Ricordiamo la pletora di irregolarità legali, tra cui la registrazione dei suoi incontri con gli avvocati fatte dalla società di sicurezza spagnola UC Global nei locali dell’ambasciata ecuadoriana per conto della CIA, registrazione che, da sola, avrebbe dovuto vedere il caso buttato fuori dal tribunale perché effettuata in palese violazione del privilegio avvocato-cliente.

Gli Stati Uniti hanno accusato Julian di 17 reati ai sensi della legge sullo spionaggio e di uso improprio di computer, per una presunta cospirazione volta a impossessarsi e poi pubblicare informazioni sulla difesa nazionale. Se verrà giudicato colpevole di tutte queste accuse negli Stati Uniti, rischia 175 anni di carcere.

La richiesta di estradizione si basa sulla pubblicazione nel 2010 da parte di WikiLeaks dei registri di guerra relativi all’Iraq e all’Afghanistan – centinaia di migliaia di documenti classificati, fatti trapelare da Chelsea Manning, all’epoca analista dell’intelligence dell’esercito, che avevano rivelato numerosi crimini di guerra degli Stati Uniti, tra cui le immagini video dell’uccisione di due giornalisti della Reuters e di altri 10 civili disarmati nel video Collateral Murder, la tortura di routine dei prigionieri iracheni, l’insabbiamento di migliaia di morti civili e l’uccisione di quasi 700 civili che si erano avvicinati troppo ai posti di blocco statunitensi.

A febbraio, gli avvocati di Julian avevano presentato nove richieste distinte per un eventuale appello.

L’udienza di due giorni a marzo, alla quale avevo partecipato, era stata l’ultima possibilità per Julian di appellarsi contro la decisione di estradizione presa nel 2022 da Priti Patel, allora Segretario di Stato per gli Affari Interni britannico, e contro molte delle sentenze della giudice distrettuale Baraitser del 2021.

A marzo, i due giudici dell’Alta Corte, Dame Victoria Sharp e Justice Jeremy Johnsonavevano respinto la maggior parte delle argomentazioni del ricorso di Julian. Tra queste, come sostenuto dai suoi avvocati, il trattato di estradizione tra Regno Unito e Stati Uniti, che impedisce l’estradizione per reati politici; il fatto che la richiesta di estradizione era stata presentata allo scopo di perseguirlo per le sue opinioni politiche; che l’estradizione equivaleva a un’applicazione retroattiva della legge (perché non era prevedibile che una legge sullo spionaggio vecchia di un secolo sarebbe stata usata contro un editore straniero) e, infine, che non avrebbe ricevuto un processo equo nel Distretto orientale della Virginia. I giudici si erano anche rifiutati di ascoltare le nuove prove, secondo cui la CIA avrebbe complottato per rapire e assassinare Julian, concludendo – in modo perverso ed errato – che la CIA aveva preso in considerazione queste opzioni solo perché riteneva che Julian stesse progettando di fuggire in Russia.

Ma, lunedi scorso, i due giudici hanno stabilito che è “discutibile” che un tribunale statunitense non conceda a Julian la protezione del Primo Emendamento, violando i suoi diritti alla libertà di parola sanciti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

A marzo i giudici avevano chiesto agli Stati Uniti di fornire garanzie scritte che Julian sarebbe stato protetto dal Primo Emendamento e che sarebbe stato esentato da un verdetto che comportasse la pena capitale. Gli Stati Uniti avevano assicurato la corte che Julian non sarebbe stato sottoposto alla pena di morte, cosa che gli avvocati di Julian avevano, alla fine, accettato. Ma il Dipartimento di Giustizia non era stato in grado di fornire la garanzia che Julian avrebbe potuto presentare una difesa in base al Primo Emendamento in un tribunale statunitense. Una decisione del genere viene presa da un tribunale federale statunitense, avevano spiegato gli avvocati.

Il sostituto procuratore statunitense Gordon Kromberg, che sta perseguendo Julian, aveva sostenuto che, nei tribunali degli Stati Uniti, i diritti del Primo Emendamento sono garantiti solo ai cittadini statunitensi. Kromberg aveva dichiarato che quanto pubblicato da Julian “non era di interesse pubblico” e che gli Stati Uniti non stavano chiedendo la sua estradizione per motivi politici.

La libertà di parola è una questione fondamentale. Se a Julian verranno riconosciuti i diritti del Primo Emendamento in un tribunale statunitense, sarà molto difficile per gli Stati Uniti costruire un caso penale contro di lui, dal momento che altre organizzazioni giornalistiche, tra cui il New York Times e il Guardian, avevano pubblicato il materiale da lui diffuso.

La richiesta di estradizione si basa sull’affermazione che Julian non è un giornalista e non è protetto dal Primo Emendamento.

Gli avvocati di Julian e quelli che rappresentano il governo degli Stati Uniti hanno tempo fino al 24 maggio per presentare una bozza di ordinanza, che determinerà la data dell’appello.

Julian ha commesso il più grande peccato agli occhi dell’impero: l’ha smascherato come un’impresa criminale. Ha documentato le sue menzogne, le violazioni dei diritti umani, le uccisioni di civili innocenti, la corruzione dilagante e i crimini di guerra. Repubblicano o Democratico, Conservatore o Laburista, Trump o Biden, non importa. Chi gestisce l’impero usa lo stesso sporco manuale.

Negli Stati Uniti la pubblicazione di documenti riservati non è un reato, ma, se Julian verrà estradato e condannato, lo diventerà.

Julian gode di una salute fisica e psicologica precaria. Il suo deterioramento fisico e psicologico gli ha provocato un piccolo ictus, allucinazioni e depressione. Assume farmaci antidepressivi e l’antipsicotico Quetiapina. È stato osservato camminare nella sua cella fino a crollare, darsi pugni in faccia e sbattere la testa contro il muro. Ha trascorso settimane nell’ala medica di Belmarsh, soprannominata “ala infernale”. Le autorità carcerarie hanno trovato “metà di una lama di rasoio” nascosta nei suoi calzini. Ha chiamato più volte la linea diretta per i suicidi gestita dai Samaritani perché pensava di uccidersi “centinaia di volte al giorno”.

Questi carnefici al rallentatore non hanno ancora completato il loro lavoro. Toussaint L’Ouverture, che aveva guidato il movimento per l’indipendenza di Haiti, l’unica rivolta di schiavi riuscita nella storia dell’umanità, era stato distrutto fisicamente nello stesso modo. Era stato rinchiuso dai francesi in una cella non riscaldata e angusta e lasciato morire di stanchezza, malnutrizione, apoplessia, polmonite e, probabilmente, tubercolosi.

Il prolungamento della detenzione, che l’accoglimento di questo ricorso perpetua, è il punto. I 12 anni di detenzione di Julian – sette nell’ambasciata ecuadoriana a Londra e oltre cinque nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh – sono stati accompagnati dalla mancanza di luce solare e di esercizio fisico, oltre che da minacce incessanti, pressioni, isolamento prolungato, ansia e stress costante. L’obiettivo è distruggerlo.

Dobbiamo liberare Julian. Dobbiamo tenerlo lontano dalle mani del governo americano. Visto tutto quello che ha fatto per noi, gli dobbiamo una lotta senza quartiere.

Se non c’è libertà di parola per Julian, non ci sarà libertà di parola per noi.

da qui

domenica 19 maggio 2024

Il Giorno X per Julian Assange, più volte rinviato, arriva il 20 maggio - Vincenzo Vita

 

“SOS! SOS! SOS!  Lanciamo l’allarme per il 20 maggio, data della nuova udienza per Julian Assange.” Così ha postato su Instagram Stella Assange, moglie del giornalista ed editore australiano, chiedendo ai suoi sostenitori nel mondo di raggiungerla davanti all’Alta Corte britannica a Londra la mattina del 20, oppure di manifestare ognuno nella propria città.  Le autorità britanniche devono capire, ha spiegato la quarantenne avvocata sudafricana, che il mondo li sta guardando mentre decidono se accogliere o meno l’appello di Assange contro la sua estradizione negli Stati Uniti dove rischia fino a 175 anni di carcere.  La decisione doveva avvenire il 21 febbraio, il primo fatidico “Giorno X”, ma, a causa della richiesta della Corte di acquisire ulteriori documenti, è stata rinviata al 26 marzo e adesso al 20 maggio.  Questa volta sembra quella buona.

A Napoli ci sarà un presidio la vigilia, domenica 19 maggio dalle 10.30 alle 13.30, in piazza Dante.  Mentre un attivista spiegherà ai passanti la posta in gioco a Londra – non soltanto la libertà di Julian ma la libertà di stampa e di espressione per i giornalisti e per i comuni cittadini in tutto il mondo – un altro attivista, indossando la maschera di Assange, rimarrà seduto in una cella disegnata col gesso sul pavimento, grande (anzi, piccola: 3m x 2m) quanto quella londinese in cui il fondatore di WikiLeaks si trova imprigionato da oltre cinque anni, pur senza condanna.

Anche a Roma ci sarà un presidio la vigilia (19/5), dalle ore 17 alle ore 19, davanti al Pantheon in piazza della Rotonda.  E anche qui verrà allestita una cella 3m x 2m: ma, in questo caso, si tratterà di una gigante tela dell’artista Chiara Bettella raffigurante Julian, dapprima imprigionato e poi liberato; i passanti potranno apporre le loro firme sulla tela.  Poi, il giorno dopo (lunedì, 20/5), dalle 15 alle 16.30, Free Assange Italia e Free Assange Roma terranno una conferenza stampa presso la Federazione Nazionale della Stampa Italia, nella sua sede di via delle Botteghe Oscure 54 (primo piano), per poter commentare a caldo il verdetto.  Vincenzo Vita, garante dell’Articolo 21, modererà. Un Livestream sul canale youtube.com/@StellaAssange consentirà ai giornalisti presenti in Sala di sentire in tempo reale anche le reazioni di Stella Assange, all’uscita dal tribunale.

Diversi altri presidi in Italia sono stati annunciati per il 19 maggio, allo scopo di richiamare l’attenzione del pubblico italiano sull’importante udienza londinese: a Bologna in piazza del Nettuno dalle 16.30 alle 19, organizzato dal Gruppo Assange Bologna; a Genova in Largo Pertini, dalle 17 alle 19; a Padova dalle 17 alle 19, in Piazzetta della Garzeria; a Catania dalle 17.30 alle 19.30 alla Prefettura di via Etnea; a Torino dalle 17 alle 19 in piazza Castello. A Bari, invece, il presidio si terrà il 18 maggio, ore 18.30, in Via Sparano (angolo libreria Laterza).  Questi ultimi cinque presidi sono promossi da Free Assange Italia.  Altri presidi ancora, ad esempio a Ferrara, sono in via di definizione.

A Milano, per il 20 maggio, il Comitato per la Liberazione di Julian Assange – Italia aveva previsto l’installazione, nel Parco Sempione, della statua Anything to Say di Davide Dormino, un monumento che raffigura Julian Assange accanto ad Edward Snowden e Chelsea Manning. Ma all’ultimo momento il Comune ha negato l’uso del suolo pubblico.  Gli attivisti milanesi stanno lavorando a soluzioni alternative che appariranno su https://linktr.ee/assangeitalia .

Tornando all’SOS di soccorso lanciato da Stella Assange in questi giorni, la sua supplica di restare vigili durante l’udienza londinese trova una giustificazione obiettiva nel poderoso documento rilasciato da Amnesty International lo scorso 3 maggio, intitolato: “Gli impedimenti all’accesso all’udienza di Julian Assange gettano un’ombra sulla trasparenza della giustizia britannica.”  L’ONG, impegnata nella difesa dei diritti umani, ha rilevato infatti una serie di abusi avvenuti nelle udienze precedenti, augurando che non si ripeteranno questa volta.  

“Amnesty International è profondamente amareggiata,” recita l’introduzione del documento, “a causa dei notevoli ostacoli che il suo team e altri osservatori hanno incontrato nel tentativo di monitorare le udienze nei tribunali del Regno Unito nel caso di Julian Assange. Tali impedimenti comprendono ostacoli all’accesso ai posti in aula o in tribunale; l’esclusione dalla visione dei procedimenti online tramite livestream; difficoltà tecniche con la qualità dell’audio durante l’intero procedimento; istruzioni confuse e contraddittorie da parte dell’amministrazione giudiziaria; personale di sicurezza ostile e aule di giustizia di dimensioni insufficienti per un caso di tale rilevanza internazionale.” Il documento poi sottolinea “l’incapacità assoluta” delle autorità britanniche “di riconoscere il ruolo vitale che svolgono gli osservatori giudiziari” nei processi. 

Amnesty conclude chiedendo all’amministrazione giudiziaria del Regno Unito di “garantire che gli osservatori abbiano accesso di persona o online ai procedimenti dell’Alta Corte il prossimo 20 maggio” e di “agevolare gli osservatori delle ONG e gli altri esperti, in linea con la norma internazionale emergente che riconosce il ruolo vitale di tali osservatori nell’interesse di una giustizia aperta.”


Ma quali sono i punti che i giudici Victoria Sharp e Jeremy Johnson devono dirimere il 20 maggio?  

Essenzialmente, per entrambi i magistrati, Assange potrà essere estradato negli Stati Uniti senza pregiudizio per i suoi diritti umani a condizione che il governo statunitense fornisca due garanzie: 

(1.)  che Assange non rischierà una condanna alla pena capitale – e il Dipartimento di Giustizia USA potrà facilmente asserire che una pena massima di 175 anni non è la pena di morte e nemmeno, tecnicamente parlando, un ergastolo; 

(2.) che Assange potrà avvalersi di tutti i diritti processuali di cui godono i cittadini oltre atlantico, ivi compreso il ricorso al Primo Emendamento della Costituzione statunitense. E qui casca l’asino.

Infatti, questo emendamento, che tutela la libertà di espressione, è proprio quello invocato dalla Corte Suprema statunitense nel 1971 per assolvere un imputato (l’editore del New York Times) che, come Assange, aveva rivelato sulla stampa – per tutelare il diritto di sapere del pubblico – documenti governativi segretati.  Ora il Dipartimento di Giustizia USA sta cercando di aggirare quella decisione della Corte Suprema incriminando Assange nei termini dell’Espionage Act del 1917 che, equiparandolo ad una spia e non ad un giornalista, non gli consente di invocare il primo emendamento per giustificare una fuga di notizie, anche se tale fuga sarebbe nell’interesse comune.

Tutto si gioca, dunque, sull’applicabilità o meno del Primo Emendamento.  Se gli Stati Uniti forniscono “rassicurazioni” che Assange potrà comunque invocare quella tutela, nonostante i divieti dell’Espionage Act e nonostante il fatto che egli non sia cittadino statunitense, non ci sarà violazione dei suoi diritti umani, la richiesta di fare appello avanzata dagli avvocati di Julian sarà rigettata e il governo britannico avrà la facoltà di estradare Julian seduta stante.  Gli Stati Uniti hanno avuto fino al 16 aprile per fornire alla Corte le loro rassicurazioni e hanno rispettato i termini.

Se invece le rassicurazioni fornite alla Corte vengono considerate insufficienti – e Stella Assange, che ha potuto leggerle, le ha definite del tutto evasive (“weasel words”) – la corte ha la facoltà di respingerle e contestualmente di accogliere la richiesta di Julian di riaprire il suo caso. Ciò comporterebbe la sospensione della richiesta di estradizione.  Da un lato, sarebbe una vittoria, perché Julian sarebbe (momentaneamente) salvato dalle grinfie della giustizia a stelle e strisce; dall’altro, però, egli rimarrebbe incarcerato in un minuscolo buco nero per non si sa quanto tempo ancora.  A quel punto, gli attivisti che il 18, 19 e 20 maggio si riuniranno nelle principali piazze del mondo, dovrebbero cominciare a chiedere per Assange la detenzione domiciliare. Ciò gli permetterebbe almeno di uscire dall’isolamento carcerario totale e di riunirsi con la sua famiglia in attesa che il nuovo processo d’appello si concluda.

da qui

sabato 13 aprile 2024

Ancora su Julian Assange, sì ancora e ancora, fino alla libertà - Alberto Bradanini


1. Seguendo un copione creato a tavolino per ingannare la mente di chi si abbevera ai telegiornali della sera, gli Stati Uniti continuano a tirare il guinzaglio legato al collo del cagnolino d’oltremanica. Quel cagnolino era un tempo l’Impero britannico’, oggi solo un maggiordomo che esegue gli ordini dell’Impero Atlantico: tenere Julian Assange in prigione fino alla morte.

Per la più grande democrazia al mondo – da esportare, se del caso, a suon di bombe e che ormai solo i politici europei (e italiani) credono sia tale – il rischio più esecrabile è costituito dall’emergere della verità. Avendo coltivato l’impudenza di esporre al mondo i crimini commessi da americani e britannici in Iraq e Afganistan, esercitando la professione di giornalista, egli deve morire!

Quel bel tomo di H. Kissinger affermò un giorno che occorreva far rinsavire il popolo cileno che aveva osato votare per Allende, con le buone o con le cattive maniere. In analogia, secondo l’avariata narrativa a guida Usa, democrazia e verità sono valori da difendere solo se non interferiscono con le loro impudicizie e quelle dei loro compagni di merenda. Dietro tale narrativa si celano individui spietati, affetti da gravi patologie e per i quali ricchezze e potere non sono mai abbastanza. Coloro che stanno spingendo il mondo nel baratro della distruzione sono gli stessi che prosperano con il sostegno di politici/burocrati, giornalisti e accademici, tutti ben remunerati con carriere e prebende. Fintantoché i popoli resteranno in silenzio, i potenti potranno dormire sonni tranquilli.

Julian Assange deve scontare la sua pena percorrendo un binario interminabile, condannato a invecchiare e morire in prigione, possibilmente sul suolo britannico, per non imbarazzare un Impero mortifero e in declino. Solo un miracolo potrà salvarlo. A loro volta, i carnefici fanno affidamento sulla propensione alla noia e all’oblio di una società che magari s’indigna, ma poi dimentica, perché frastornata da propaganda e altre aggressioni, guerre e tensioni di ogni genere.

Non dimenticare è invece il dovere di ogni cittadino del mondo, poiché il reato commesso da Julian – un reato raro come la pietra filosofale e vissuto come un privilegio – è stato quello di fare giornalismo, anzi buon giornalismo. La libertà di stampa è del resto più rilevante di quella di parola (individuale), poiché quest’ultima può essere soppressa più facilmente.

2. Il 25 marzo 2024, il tribunale di Londra, in un’ennesima umiliazione del diritto, ha stabilito che Assange può opporsi all’estradizione negli Stati Uniti solo se questi ultimi non saranno in grado di produrre tre ordini di garanzie: a) che non gli sia negato il diritto alla libertà di parola (a riprova che i giudici corrotti di un paese asservito considerano i cittadini degli imbecilli); b) che egli non sia discriminato sulla base della nazionalità, non essendo cittadino statunitense (una seconda indecenza, poiché all’impero non interessa certo il colore del passaporto); c) che nel sistema penale degli Stati Uniti egli non sia condannato alla pena capitale (come se non vi fossero altre forme di punizione persino peggiori: Guantanamo docet). Londra ha smesso da tempo di essere una terra dove si applica il diritto, ora ha abbandonato anche la decenza.

I media dominanti definiscono tale decisione una notizia meravigliosa o almeno una tregua, mentre, come spiega Jonathan Cook[1], l’obiettivo resta quello di tenerlo rinchiuso all’infinito: il resto è un cumulo di turpitudini. ‘Assange è prigioniero di una farsa legale senza fine, continua a marcire in una cella di Belmarsh, … e l’obiettivo, aggiunge Cook, è sempre quello di prendere tempo, farlo sparire dalla vista del pubblico, diffamarlo, distruggere la piattaforma online che ha rivelato i crimini commessi da americani e britannici.

Il messaggio imperiale è chiaro: questo è il destino che attende coloro che oseranno seguire l’esempio di Assange, magari rivelando al mondo quello che proprio in questo momento quegli stessi apparati stanno facendo, come al solito di nascosto. L’auspicio che prendiamo la libertà di esprimere con ogni vena del cuore e dell’intelletto è che un giorno tutti costoro siano giudicati non solo davanti al tribunale della storia e della loro coscienza, ma anche in un’aula di tribunale: tutti, esecutori e mandanti!

Con una sentenza ipocrita quanto mai, dunque, le cosiddette istituzioni del Regno Unito (meglio sarebbe chiamarle destituzioni) vogliono far sparire il fondatore di Wikileaks, eseguendo gli ordini ricevuti. Sono cinque anni che Assange giace in una prigione disumana, dove sconta un crimine che non ha commesso. La democrazia britannica chiama giustizia un sistema che imprigiona un individuo su ordine di un paese di cui non è cittadino, con accuse per crimini inventati, comunque non commessi sul territorio degli Stati Uniti, sulla base di una legge americana sullo spionaggio, approvata un secolo fa! Nulla è più atrocemente tragico di tutto ciò.

Sono cinque anni che ogni giorno Julian Assange viene suppliziato, come documentato – tra i tanti – dall’ex rappresentante delle Nazioni Unite sulla tortura, lo svizzero Nils Melzer (il web è ricco di informazioni al riguardo). Il 1° marzo scorso, Irene Khan, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di espressione ha dichiarato[2] che l’eventuale estradizione negli Stati Uniti e incriminazione del fondatore di WikiLeaks avrebbe enormi implicazioni per la libertà di espressione nel mondo intero: ‘raccogliere, riferire e diffondere notizie, anche quando concernono la cosiddetta sicurezza nazionale, è un interesse pubblico, costituisce legittimo esercizio di giornalismo e non certo un crimine’.

Invece di perseguire coloro che hanno commesso le atrocità rivelate e che sono tuttora liberi di continuare a uccidere, i giudici della democratica Britannia, perseguitano colui che tali crimini ha rivelato. Quei giudici affermano persino, con un candore da clerici medievali, che la richiesta di estradizione americana non sarebbe basata su considerazioni politiche. La CIA – è vero – intendeva assassinare Assange (quando egli viveva all’interno dell’Ambasciata ecuadoriana, dal 2012 al 2019), ma quel tempo è passato, ora non ha più questa intenzione. Che vergogna!

3. Quanto alle elezioni americane di novembre, sappiamo già che esse cambieranno solo le faccia di pietra degli intrattenitori serali. Le loro ricchezze non saranno certo in pericolo, così come la corruzione etica e materiale che le ha prodotte. Il partito della guerra resterà al potere, una fazione si scoprirà meno antirussa o più anticinese, entrambe saranno tuttavia sia l’una che l’altra, espressione di bulimia imperiale immorale e minacciosa per la sopravvivenza del genere umano. L’ipertrofia americanista con cui il pianeta ha a che fare è di natura politica, economica e militare, ma anche filosofica, fondata sul perverso convincimento che quella nazione rappresenti una civiltà superiore a qualunque altra. Del resto, per convincersene basta gettare uno sguardo sulle periferie di San Francisco o di Los Angeles. Per somigliare a quelle periferie il mondo dovrebbe diventare saggio e piegarsi all’ordine basato sulle regole celebrato da individui grotteschi e già catalogati negli annali della disumanità. E i nomi degli ultimi iscritti meritevoli di tale riconoscimento, per le menzogne, le distruzioni e i bombardamenti che hanno compiuto o consentito, sono ben noti: J. Biden, A. Blinken, J. Sullivan, V. Nuland, L. Austin, W. Burns e tanti altri sconosciuti (e diversi ancora vi entreranno a novembre). E i nostalgici del passato farebbero bene a prendere coscienza che l’America di un tempo non è oggi che un cumulo di impulsi primitivi, che ha sotterrato l’essenza della civiltà d’origine, quella greco-romana, che poneva al centro la nozione del limite nell’esercizio del potere e nell’accumulo di ricchezze.

La tecnica dell’impero, poi, è quella dello strangolamento al rallentatore e la vediamo all’opera in Palestina, dove Israele riceve armi e denaro per bombardare e uccidere di stenti i poveri palestinesi, dando a intendere che si sta studiando una qualche soluzione. La medesima tecnica che opera in Ucraina, dove il sangue e la distruzione di quel paese (non certo di quello che l’ha concepita) sono il prezzo richiesto dal perseguimento dell’obiettivo di dissanguare la Russia. La stessa tecnica, infine, che vediamo all’opera contro Assange, una luce a lento spegnimento, nell’attesa di un processo destinato a perdersi nella nebbia. Anche qui, i mandanti sono gli stessi.

Non potendosi più concedersi il lusso di un’invasione, come in Iraq o in Vietnam, l’impero ripiega su minacce, sanzioni, blocchi e conflitti per interposta nazione. Massacrare direttamente popoli e individui che danno fastidio è una pessima pubblicità, meglio siano altri a farlo, mentre una spudorata propaganda confonde cittadini distratti o sprovveduti, incolpando i nemici senza alcuna prova e spesso contro ogni logica.

Il disgusto delle coscienze sane cresce ogni giorno nel mondo, ma non riesce a fare la differenza, perché democrazia è divenuta una parola vuota. Eppure, attenzione egregi signori, siete solo lo 0,1%, una frazione infinitesima degli abitanti della terra, e prima o poi verrete sconfitti: nell’attesa, che la vergogna vi sommerga per l’offesa che recate a Julian Assange, sublime eroe della libertà!


[1] https://www.jonathan-cook.net/blog/2024-03-26/assange-reprieve-lie/

[2] https://www.ohchr.org/en/press-releases/2024/03/ukus-time-end-prosecution-julian-assange-un-expert-says

da qui

lunedì 8 aprile 2024

Julian Assange: continua la tortura

LA CROCIFISSIONE DI JULIAN ASSANGE - Chris Hedges

I tribunali britannici trascinano da cinque anni il processo-farsa di Julian Assange. Continua ad essergli negato il giusto processo mentre la sua salute fisica e mentale si deteriora. Questo è ciò che vogliono.


I procuratori che rappresentano gli Stati Uniti, per volontà o per incompetenza, si erano rifiutati – nell’udienza di due giorni a cui avevo assistito a Londra in febbraio – di assicurare che a Julian Assange sarebbero stati garantiti i diritti del Primo Emendamento e che gli sarebbe stata risparmiata la pena di morte se fosse stato estradato negli Stati Uniti.

L’incapacità di fornire queste garanzie ha praticamente garantito che l’Alta Corte – come ha fatto martedì – avrebbe permesso agli avvocati di Julian di chiedere un appello. È stato fatto per prendere tempo, in modo che Julian non venisse estradato fino a dopo le elezioni presidenziali americane? È stata una tattica dilatoria per trovare un accordo di patteggiamento? Gli avvocati di Julian e i procuratori statunitensi stanno discutendo questa possibilità? È stato un lavoro legale poco accurato? O è tutto per tenere Julian rinchiuso in un carcere di massima sicurezza fino a quando non crollerà mentalmente e fisicamente?

Se Julian verrà estradato, sarà processato per la presunta violazione di 17 punti della legge sullo spionaggio del 1917, con una possibile condanna a 170 anni, oltre ad un’altra accusa di “cospirazione per commettere intrusioni informatiche” che prevede altri cinque anni.

La corte permetterà a Julian di appellarsi su questioni tecniche minori: i suoi diritti fondamentali di libertà di parola dovranno essere rispettati, non potrà essere discriminato sulla base della sua nazionalità e non potrà essere condannato alla pena di morte.

Nessuna nuova udienza permetterà ai suoi avvocati di concentrarsi sui crimini di guerra e sulla corruzione denunciati da WikiLeaks. Nessuna nuova udienza consentirà a Julian di organizzare una difesa di interesse pubblico. Nessuna nuova udienza discuterà la persecuzione politica di un editore che non ha commesso alcun reato.

La Corte, chiedendo agli Stati Uniti di garantire a Julian i diritti del Primo Emendamento nei tribunali statunitensi e l’esenzione dalla pena di morte, ha offerto agli Stati Uniti una facile via d’uscita: date le garanzie, l’appello sarà respinto.

È difficile capire come gli Stati Uniti possano respingere la sentenza della commissione di due giudici, composta da Dame Victoria Sharp e dal giudice Jeremy Johnson, che martedì ha emesso una sentenza di 66 pagine accompagnata da un’ordinanza di tre pagine e da un comunicato stampa di quattro pagine.

L’udienza di febbraio è stata l’ultima occasione per Julian di chiedere un appello contro la decisione di estradizione presa nel 2022 dall’allora ministro degli Interni britannico, Priti Patel, e contro molte delle sentenze del 2021 della giudice distrettuale Vanessa Baraitser .

Se a Julian verrà negato l’appello, potrà chiedere una sospensione d’emergenza dell’esecuzione alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) in base all’articolo 39, che viene concesso in “circostanze eccezionali” e “solo quando vi è un rischio imminente di danno irreparabile”. Ma è possibile che il tribunale britannico ordini l’estradizione immediata di Julian prima di un’istruzione ai sensi dell’articolo 39, o che decida di ignorare una richiesta della Corte europea dei diritti dell’uomo per consentire a Julian di essere ascoltato in quella sede.

Julian è impegnato in una battaglia legale da 15 anni. Era iniziata nel 2010, quando WikiLeaks aveva pubblicato i file militari classificati delle guerre in Iraq e Afghanistan, tra cui un filmato che mostrava un elicottero statunitense che mitragliava dei civili, tra cui due giornalisti della Reuters, a Baghdad.

Julian si era rifugiato nell’Ambasciata dell’Ecuador a Londra per sette anni, temendo l’estradizione negli Stati Uniti. Era stato arrestato nell’aprile 2019 dalla Metropolitan Police, che aveva avuto il permesso dall’Ambasciata di entrare e sequestrarlo. È detenuto da quasi cinque anni nella HM Prison di Belmarsh, un carcere di massima sicurezza nel sud-est di Londra.

Il caso contro Julian ha messo in ridicolo il sistema giudiziario britannico e il diritto internazionale. Durante la permanenza in ambasciata, la società di sicurezza spagnola UC Global aveva trasmesso alla CIA le registrazioni video degli incontri tra Julian e i suoi avvocati, violando il segreto professionale.

Il governo ecuadoriano – guidato da Lenin Moreno – ha violato il diritto internazionale revocando lo status di asilo a Julian e permettendo alla polizia di entrare nell’ambasciata e caricare Julian in un furgone. I tribunali hanno negato a Julian lo status di giornalista ed editore legittimo. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno ignorato l’articolo 4 del Trattato di estradizione che vieta l’estradizione per reati politici. Il testimone chiave per gli Stati Uniti, Sigurdur Thordarson – un truffatore e pedofilo condannato – ha ammesso di aver fabbricato le accuse contro Julian in cambio di denaro.

Julian, cittadino australiano, è accusato in base alla legge sullo spionaggio degli Stati Uniti, anche se non ha fatto spionaggio e non si trovava negli Stati Uniti quando gli erano stati inviati i documenti trapelati. I tribunali britannici stanno valutando l’estradizione, nonostante il piano della CIA di rapire e assassinare Julian, piano che prevedeva una possibile sparatoria per le strade di Londra, con il coinvolgimento della Metropolitan Police londinese.

Julian è stato tenuto in isolamento in un carcere di massima sicurezza senza processo, anche se il suo unico vero reato è aver violato le condizioni di libertà su cauzione dopo aver ottenuto asilo all’Ambasciata dell’Ecuador. Questo dovrebbe comportare solo una multa.

Infine, Julian non aveva fatto trapelare alcun documento, a differenza di Daniel Ellsberg. Aveva pubblicato i documenti resi pubblici dalla whistleblower dell’esercito americano Chelsea Manning.

Tre delle nove motivazioni legali sono state accettate dai giudici come potenziali cause di appello. Le altri sei sono state respinte. Il collegio di due giudici ha anche respinto la richiesta degli avvocati di Julian di presentare nuove prove.

Il team legale di Julian ha chiesto alla corte di allegare al caso il rapporto di Yahoo! News che aveva rivelato, dopo la pubblicazione dei documenti noti come Vault 7, che l’allora direttore della CIA Mike Pompeo aveva preso in considerazione la possibilità di assassinare Julian. Gli avvocati di Julian speravano anche di far accettare una dichiarazione di Joshua Dratel, un avvocato statunitense, secondo cui l’uso da parte di Pompeo dei termini “servizio di intelligence ostile non statale” e “nemico combattente” erano frasi progettate per dare copertura legale ad un assassinio. La terza prova che gli avvocati di Julian speravano di presentare era la dichiarazione di un testimone spagnolo nel procedimento penale in corso in Spagna contro UC Global.

La CIA è il motore dell’estradizione di Julian. Il Vault 7 ha rivelato gli strumenti di hacking che permettono alla CIA di accedere ai nostri telefoni, computer e televisori, trasformandoli – anche quando sono spenti – in dispositivi di monitoraggio e di registrazione. La richiesta di estradizione non include accuse basate sulla divulgazione dei file Vault 7, ma l’incriminazione da parte degli Stati Uniti è successiva alla divulgazione dei file Vault 7.

I giudici Sharp e Johnson hanno liquidato il resoconto di Yahoo! News come “un’altra recita di opinioni da parte di giornalisti su questioni che sono state prese in considerazione dal giudice”. Hanno respinto l’argomentazione della difesa secondo cui l’estradizione di Julian violerebbe la Sezione 81 della Legge sull’estradizione del Regno Unito del 2003, che proibisce le estradizioni nei casi in cui gli individui sono perseguiti per le loro opinioni politiche. I giudici hanno anche respinto le argomentazioni degli avvocati di Julian, secondo cui l’estradizione violerebbe le tutele previste dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo – rispettivamente il diritto alla vita, il divieto di trattamenti inumani e degradanti, il diritto ad un libero processo e la protezione contro le punizioni al di fuori della legge.

Gli Stati Uniti hanno basato le loro argomentazioni in gran parte sulle dichiarazioni giurate del procuratore Gordon D. Kromberg. Kromberg, assistente del procuratore degli Stati Uniti nel distretto orientale della Virginia, ha dichiarato che Julian, in quanto cittadino straniero, “non ha diritto alle protezioni del Primo Emendamento, almeno per quanto riguarda le informazioni sulla difesa nazionale”.

Ben Watson, avvocato del Re, che ha rappresentato il governo del Regno Unito durante l’udienza di due giorni a febbraio, ha ammesso che, se Julian venisse giudicato colpevole ai sensi dell’Espionage Act, potrebbe essere condannato alla pena di morte.

Gli Stati Uniti e il Segretario di Stato britannico sono stati invitati dai giudici ad offrire alla corte britannica garanzie su questi tre punti entro il 16 aprile.

In mancanza di tali garanzie, l’appello procederà.

Se le garanzie verranno fornite, gli avvocati di entrambe le parti avranno tempo fino al 30 aprile per presentare nuove osservazioni scritte alla corte. A quel punto, la corte si riunirà nuovamente il 20 maggio per decidere se l’appello potrà andare avanti.

Gli obiettivi di questo incubo dickensiano rimangono invariati. Cancellare Julian dalla coscienza pubblica. Demonizzarlo. Criminalizzare coloro che denunciano i crimini del governo. Usare la crocifissione al rallentatore di Julian per avvertire i giornalisti che, indipendentemente dalla loro nazionalità e dal luogo in cui vivono, possono essere rapiti ed estradati negli Stati Uniti. Trascinare il linciaggio giudiziario per anni finché Julian, già in condizioni fisiche e mentali precarie, non si disintegrerà.

Questa sentenza, come tutte le sentenze di questo caso, non ha nulla a che fare con la giustizia. È una vendetta.

Link: https://chrishedges.substack.com/p/the-crucifixion-of-julian-assange-314

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Il caso Assange al bivio: cosa succederà ora? - Patrick Boylan

 

Sembra un gesto sadico diretto contro Julian Assange, il giornalista ed editore australiano che gli Stati Uniti vogliono processare per aver rivelato documenti

 

Prima l’Alta Corte britannica gli dà ragione per quanto riguarda tre delle nove obiezioni da lui sollevate contro la pretesa statunitense di estradarlo dal Regno Unito. Ma, poi, la Corte concede ai suoi avversari, gli avvocati londinesi ingaggiati dagli Stati Uniti, 21 giorni di tempo per invalidare quelle tre obiezioni, fornendo alla Corte le necessarie rassicurazioni. In pratica, con una mano si dà e con l’altra si toglie.

Specificamente, gli USA dovranno rassicurare i giudici su questi aspetti:

·         che Assange, cittadino australiano, avrà un giusto processo al pari di un cittadino statunitense (Julian aveva sollevato l’obiezione di una possibile disparità di trattamento basata sulla diversa cittadinanza).

·         che Assange avrà la possibilità di appellarsi al Primo Emendamento della Costituzione USA, che garantisce la libertà di parola (Julian non è cittadino statunitense; inoltre, verrà processato con l’Espionage Act che limita quella libertà).

·         che Assange non correrà il rischio di una sentenza di pena di morte (Julian aveva prospettato questa pericolosa possibilità in quanto è proibita da tutte le Convenzioni sull’estradizione).

Se gli USA forniranno queste tre rassicurazioni entro il 16 aprile – e nessuno dubita che lo faranno – e se, nell’udienza già fissata per il 20 maggio, la Corte le giudicherà attendibili, le tre obiezioni sollevate da Assange verranno respinte e il co-fondatore di WikiLeaks potrà essere estradato negli Stati Uniti immediatamente.

Quali sono le probabilità che le rassicurazioni statunitensi verranno considerate attendibili e quindi accettate?

Se giudichiamo dai casi analoghi recedenti, la loro accettazione sembra davvero scontata. Nel gennaio del 2021, infatti, in occasione del processo di primo grado intentato da Julian per invalidare la pretesa di estradizione statunitense, l’allora giudice Baraitser ha effettivamente rigettato quella pretesa a causa delle tremende condizioni di detenzione nelle prigioni di massima sicurezza oltre-atlantiche, così severe da far rischiare fortemente di portare un soggetto autistico come Julian al suicidio. Contrariata, la controparte statunitense ha quindi fornito alla Corte una rassicurazione che, qualora Assange fosse estradato e condannato, egli godrebbe di condizioni di detenzione tollerabili. Nel mese di dicembre 2021 l’Alta Corte ha accolto questa rassicurazione fornita dal Department of Justice e ha approvato l’estradizione di Julian.

In che cosa è consistita la rassicurazione fornita?

È consistita nella promessa di non incarcerare Julian in una prigione oltre-atlantica di massima sicurezza (che sono anche prigioni di massima durezza)… a meno che, detenuto in una carcere normale, Assange non abbia avuto qualche comportamento giudicato “ostile” dalle autorità penitenziarie, a loro insindacabile parere. In pratica, si tratta di una cosiddetta “rassicurazione” che dà praticamente carta bianca alle autorità penitenziarie. Eppure è stata accettata dall’Alta Corte britannica.
Ecco perché c’è motivo di temere che le rassicurazioni che forniranno gli USA all’Alta Corte entro il 16 aprile verranno accettate tutte quante, nonostante le poche garanzie reali che offriranno. E che, pertanto, la Corte ordinerà definitivamente, senza pensarci ulteriormente, la tanta temuta estradizione di Julian negli Stati Uniti.

Ma non è detto che vada così. I due giudici che dovranno pronunciarsi – Dame Victoria Sharp e Jeremy Johnson – hanno saputo opporsi in passato ad una richiesta di estradizione. L’anno scorso, per esempio, Sharp e Johnson si sono pronunciati contro l’estradizione negli Stati Uniti di un cittadino britannico accusato di frode in criptovalute, sostenendo che “era possibile perseguirlo nel Regno Unito”. Se Sharp e Johnson respingeranno le rassicurazioni fornite dal Department of Justice, sarà sicuramente una vittoria e potremo tirare un sospiro di sollievo.

Il caso di Julian si riaprirà e altri giudici saranno chiamati a ratificare definitivamente la legittimità delle obiezioni sollevate da Julian, seppellendo la richiesta di estradizione e spianando la strada alla sua liberazione. Ma rimane il fatto che, mentre la Corte delibera, Julian dovrà affrontare mesi (se non anni) di attesa nella sua minuscola cella di isolamento nel carcere di Belmarsh. Dopo cinque anni di queste condizioni, già la salute fisica e mentale di Julian è diventata sempre più precaria, al punto che egli non ha avuto le forze per assistere alle udienze del 20 e 21 febbraio, nemmeno per via telematica. Qualche mese fa, tossiva così forte che si è spezzato una vertebra. Nella sua Lettera al re Carlo, Julian rende con tinte fosche lo squallore di Belmarsh, talmente deprimente che porta al suicidio. È assolutamente insensato e ingiusto che Julian venga detenuto in queste condizioni tremende meramente a titolo di custodia cautelare.

Per il Gruppo di lavoro ONU sulla detenzione arbitraria, si tratta, infatti, di un chiaro abuso. Anche perché esiste l’istituto degli arresti domiciliari, che garantiscono contro i pericoli di fuga o di reiterazione e tuttavia consentono condizioni di vita assai più umane. Perché non viene applicato in questo caso?

È vero che Julian si è sottratto ai domiciliari in passato, quando si è rifugiato nell’ambasciata ecuadoriana per evitare, appunto, l’estradizione. Ma si tratta di più di cinque anni fa e dopo cinque anni, nella legislazione di molti paesi come l’Italia, si possono chiedere di nuovo i domiciliari pur essendovisi sottratti in passato.

Ecco dunque una iniziativa che gli attivisti pro-Assange potrebbero intraprendere nel caso di una riapertura del processo di Julian. Dopo essersi consultati con la sua famiglia e con i suoi avvocati, potrebbero lanciare una campagna per chiedere alle autorità britanniche di trasformare la detenzione di Julian a Belmarsh in un periodo di arresti domiciliari – con la moglie Stella e con i due figli – in una villa idonea per la durata del processo. In fondo, le autorità britanniche hanno concesso gli arresti domiciliari al sanguinario dittatore cileno Augusto Pinochet mentre decidevano in merito alla sua estradizione in Spagna – peraltro, domiciliari signorili in una villa di lusso con tanto di servitù. Sarebbe più giusto che, a godere di questo trattamento di favore, fosse chi, come Julian Assange, ha rivelato le uccisioni di massa – per prevenirne altre in futuro – piuttosto che chi, come Pinochet, le ha commesse.

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sabato 6 gennaio 2024

Una visita a Julian Assange nella prigione di Belmarsh - Charles Glass

 

(a cura dei Comitati per la Liberazione di Assange)

Il co-fondatore del sito Wikileaks teme che la sua stessa detenzione, la persecuzione del governo statunitense e il blocco ai finanziamenti del sito abbiano di fatto spaventato i potenziali informatori (whistleblower).

A Belmarsh, prigione di Sua Maestà, sono le 14.30 di mercoledì 13 dicembre quando Julian Assange entra nell’area visitatori. Nel gruppo di 23 detenuti, Julian si distingue per la sua altezza – 188 centimetri – e per i lunghi capelli bianchi e la barba curata. Stringe gli occhi, cercando un volto familiare nella folla di mogli, sorelle, figli e padri degli altri detenuti.

Lo sto aspettando, secondo quanto mi era stato detto, alla zona D-3 della sala, che sembra un campo da basket.  È una delle circa 40 zone, tutte consistenti in un tavolino circondato da tre sedie imbottite, due blu e una rossa, avvitate al pavimento.

Ci scorgiamo, ci avviciniamo e ci abbracciamo. È la prima volta da sei anni che me lo rivedo davanti. Mi scappa detto: “Sei pallido”. Con quel suo sorriso malizioso che ho visto in tanti incontri nel passato, Julian mi dice scherzando: “Già. Lo chiamano pallore da galeotto”.

Non ha praticamente più conosciuto l’aria aperta da quando si è rifugiato nell’angusta ambasciata ecuadoriana di Londra nel giugno 2012 – salvo per quel minuto mentre la polizia lo trascinava in un furgone penitenziario.

Prima del 2019, le porte-finestre dell’ambasciata almeno lasciavano intravedere il cielo. Invece nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, nel sud-est di Londra, sua dimora dall’11 aprile 2019, Julian non vede mai il sole. I secondini lo tengono confinato in una cella per 23 ore su 24. La sua unica “ora di ricreazione” si svolge tra quattro mura, sotto sorveglianza.  Si capisce dunque il perché di quel pallore da moribondo.

Ero arrivato in treno e poi in autobus un’ora e mezza prima dell’appuntamento, per le formalità di registrazione e per i controlli di sicurezza.

Tutto inizia nel Centro Visitatori, un edificio al piano terra a sinistra del carcere.  Si tratta di una sala desolante in stile anni Cinquanta come quelle raffigurate da Edward Hopper: tavoli da quattro soldi, sedie scheggiate, luci fioche e banchi di armadietti di vetro.

Una donna sorridente, che sembrava avere almeno i miei 72 anni, mi ha detto che ero in anticipo e mi ha suggerito di prendere un caffè. L’ho ordinato a un omino che presiedeva un rudimentale angolo cucina: ha semplicemente versato dell’acqua bollente in una tazza dove aveva messo un po’ di caffè solubile.

Venti minuti dopo, all’una e un quarto, la porta di un ufficio adiacente si è aperta per consentire ai visitatori di fare la fila per ottenere i lasciapassare.

Quando è arrivato il mio turno, ho dato il mio nome a una delle tre donne in divisa dietro un bancone rialzato. Ha guardato il suo computer e poi ha chiesto: “È qui per il Signor Assange?”  È stata gentile, quasi amichevole, mentre registrava le impronte dei miei indici e mi diceva di guardare una telecamera aerea che mi fotografava.

Ho fatto vedere i tre libri rilegati che volevo regalare a Julian: il mio “Soldiers Don’t Go Mad”, il nuovo romanzo di Sebastian Faulks, “Seventh Son”, e “Pegasus: La storia del software spia più pericoloso del mondo”, di Laurent Richard e Sandrine Rigaud. La donna gentile mi ha ordinato di consegnarli alla donna tarchiata seduta alla sua destra. Questa ha esaminato il mio libro, la storia di un ospedale psichiatrico per ufficiali colpiti da shock durante la Prima Guerra Mondiale. Guardando poi il frontespizio, dove avevo messo la mia firma per Assange, ha sentenziato: “E’ proibito consegnarglielo.”  “Ma perché?”, ho chiesto, facendo la domanda che non si deve mai fare in una prigione. “Perché non si può scrivere nulla su un libro destinato ai detenuti.” Ho risposto che era semplicemente la mia firma su un libro scritto da me, non un codice segreto. Niente da fare. Questa era la regola. Mi ha ordinato di aspettare in sala mensa mentre verificava se era permesso dare gli altri due libri.

Bevendo il Nescafé tiepido, ho letto i giornali. E’ arrivata altra gente, per lo più donne che si sono unite alla coda. Alcune avevano con loro bambini piccoli o neonati.

Una era con suo figlio, un ragazzo sorridente di circa 12 anni. Un’altra somigliava a Diana Dors, la vamp del cinema britannico, le cui forme voluttuose e il cui rossetto rosso ciliegia avrebbero fatto desiderare a qualsiasi detenuto i piaceri dell’intimità. Poi c’era una donna anziana che sembrava dell’Asia del sud e che zoppicava appoggiandosi a un bastone da passeggio. Un’altra ancora aveva i capelli coperti da un hijab. C’erano anche alcuni uomini, perlopiù anziani e forse in visita ai loro figli. La maggior parte di loro dava l’impressione di essere già stata qui.

Al banco di registrazione, la donna tarchiata mi ha detto che Assange non poteva ricevere alcun libro. Il motivo? Doveva togliere i libri in eccesso dalla sua cella prima di aggiungerne di nuovi. Sbagliando ancora una volta, chiedo: “Perché?” Con la faccia seriosa, risponde: “Pericolo di incendio”. Mi viene in mente una frase di “Il Maestro e Margherita” di Mikhail Bulgakov, ma non oso dirla: “I manoscritti non bruciano”.

Ho depositato i libri e tutto ciò che avevo in un armadietto: telefono, penna, quaderno, giornali. Tenevo in tasca 25 sterline in contanti – il limite consentito –  per comprare gli snack all’interno della prigione. La donna gentile mi ha dato un lasciapassare cartaceo e un cartellino da portare al collo: “H[is]. M[ajesty’s]. Prison Belmarsh-Social Visitor 2199”.  Insieme al mio gruppo, ho attraversato il cortile fino all’ingresso per i visitatori proprio dentro la prigione. Poi un’altra serie di controlli e perquisizioni e la verifica delle impronte digitali, l’esame ai raggi X e l’ispezione di un bel golden retriever che sa fiutare le droghe. Infine, siamo entrati nella sala per attendere i detenuti.

Julian e io ci sediamo, faccia a faccia, io sulla sedia rossa, lui su una di quelle blu. Sopra di noi, globi di vetro nascondono le telecamere che registrano le interazioni tra i detenuti e i loro ospiti.

Non sapendo come iniziare la conversazione, gli chiedo se vuole qualcosa dal bar. Chiede due cioccolate calde, un panino al formaggio e sottaceti e una barretta Snickers. Lo invito a venire con me e a fare le sue scelte. “Non è permesso”, dice. Vado da solo a mettermi in fila allo stand gestito dai volontari dei Samaritani di Bexley e Dartford. Quando arriva il mio turno, faccio l’ordinazione. I panini sono finiti, dice l’omino, ma il resto è cibo spazzatura: patatine, barrette di cioccolato, cole, muffin dolci. Torno da Julian, che ha cambiato posto. La sedia rossa è per i detenuti, quella blu per i visitatori e una guardia gli ha ordinato di prendere il posto giusto. Metto sul tavolo il vassoio con le cioccolate calde, le Snickers, alcuni muffin e il mio caffè solubile.

Chiedo perché fosse disponibile solo cibo poco salutare. Sorride e mi dice che dovrei vedere cosa mangiano lì dentro con un budget di €2.30 per detenuto al giorno. Al giorno? Già: una farinata [porridge] per colazione, zuppa leggera per pranzo e poco altro per cena.  [Vedi la “Lettera al re Carlo” di Julian, in cui descrive gli orrori di Belmarsh, in questo bel video: https://www.youtube.com/watch?v=nOgN6-nr5uc ].

Julian aveva pensato che stare in prigione significasse pasti comuni su lunghe tavolate, come nei film. Nella pratica, invece, i secondini di Belmarsh ficcano il cibo dentro le celle e lasciano che i detenuti mangino da soli.

È difficile in questo modo fare amicizia con gli altri. Julian Assange è lì dentro da più tempo di qualsiasi altro detenuto, a parte un anziano che ha scontato sette anni contro i quattro e mezzo di Julian. Mi dice che ogni tanto ci sono dei suicidi, tra cui uno la notte precedente.

Poi mi scuso per non aver potuto dargli dei libri, spiegando che mi avevano detto che aveva superato il limite. Sorride di nuovo. Nei primi mesi gli hanno permesso una dozzina di libri. In seguito, fino a 15. Lui ha insistito per averne di più. “Quanti ne hai adesso?” “Duecentotrentadue”, dice maliziosamente. È il mio turno di sorridere.

Gli chiedo se ha ancora la radiolina che aveva faticato a ottenere il primo anno. Ce l’ha, ma non funziona più a causa di una spina difettosa. Il regolamento consente a ogni detenuto di avere una radiolina acquistata nei negozi del carcere, ma poi le autorità hanno sostenuto che non c’era più disponibilità di apparecchi radio per lui. Quando l’ho saputo, gli ho mandato una radiolina.  Mi è stata restituita. Poi gli ho inviato un libro su come costruire una radio. Anche quello mi è stato restituito. Sono passati vari mesi e ho contattato uno dei più noti ex ostaggi britannici di Hezbollah per chiedergli un consiglio.  Infatti, l’ascolto del BBC World Service sulla radiolina che i suoi rapitori gli avevano dato gli ha permesso di non impazzire. E allora, dietro mia sollecitazione, Julian ha scritto al governatore della prigione dicendo che sarebbe stata una cattiva pubblicità per la prigione se fosse uscita la notizia che Belmarsh negava ad Assange un privilegio che Hezbollah concedeva ai suoi ostaggi. La prigione ha dato a Julian la sua radio.

“Vuoi il mio aiuto per convincere le autorità a riparare o sostituire la spina rotta?” “No grazie,” mi ha risposto. “Mi creerebbe solo problemi inutili.”.

Ma come fa a tenersi completamente aggiornato, lui che è così appassionato delle notizie del mondo? Risposta: il carcere gli permette di leggere le rassegne stampa; inoltre, gli amici gli scrivono. Con l’invasione dell’Ucraina e di Gaza, dico, ci dovrebbero essere tante occasioni, per gli informatori (whistleblower) del mondo, di inviare documenti a WikiLeaks, no? Julian esprime il suo rammarico per il fatto che WikiLeaks non sia più in grado di denunciare i crimini di guerra e la corruzione come in passato. La sua incarcerazione, la persecuzione del governo statunitense e le restrizioni poste ai finanziamenti di WikiLeaks non hanno fatto altro che allontanare i potenziali informatori. Esprime la paura che gli altri media non riescano a colmare il vuoto.

Belmarsh non gli offre programmi di istruzione o attività sociali, come suonare in un’orchestra, fare sport o partecipare alla redazione di un giornale carcerario, che sono normali in molte altre prigioni. Il regime è punitivo, anche se i circa 700 abitanti di Belmarsh sono lì soltanto in custodia cautelare, cioè in attesa di giudizio o di appello. Ma si tratta di detenuti di categoria A, quelli che “rappresentano la minaccia più grave per il pubblico, la polizia o la sicurezza nazionale”: persone accusate di terrorismo, omicidio o violenza sessuale.

Parliamo di Natale, che è un giorno come un altro a Belmarsh: niente tacchino, niente canti, niente regali. La prigione è chiusa ai visitatori il giorno di Natale e quello successivo; infatti, il carcere ha informato la moglie, Stella Moris, che lei e i loro due figli piccoli, Gabriel e Max, non possono vedere Julian la vigilia di Natale.  Invece può partecipare alla Messa cattolica celebrata dal cappellano polacco, che è diventato un amico.

L’ora di visita sta per finire. Ci alziamo e ci abbracciamo. Lo guardo, incapace di dirgli addio. Ci abbracciamo di nuovo, senza parole.

I visitatori si dirigono verso l’uscita, mentre i prigionieri rimangono seduti. Io sono libero di uscire, ma lui deve tornare in cella. A parte le visite occasionali, le sue giornate sono tutte uguali: lo spazio ristretto, la solitudine, i libri, i ricordi, la speranza che avrà successo l’appello dei suoi avvocati contro l’estradizione e il carcere a vita negli Stati Uniti.

Mentre varco le porte automatiche verso il mondo esterno, mi vengono in mente le ultime parole di “Un giorno nella vita di Ivan Denisovich” di Aleksandr Solzhenitsyn, tradotte dal mio compianto amico e agente letterario Gillon Aitken: “La sua condanna è stata di tremilaseicentocinquantatré giorni, dalla mattina di ogni giorno fino allo spegnimento delle luci. I tre giorni in più erano dovuti agli anni bisestili”.

NOTE

I lettori che desiderano scrivere a Julian Assange possono farlo tramite lettere indirizzate a Mr. Julian Assange, Prisoner #A9379AY, HMP Belmarsh, Western Way, London SE28, United Kingdom. [Indicazioni su come deve essere la lettera si trovano su questo sito: https://writejulian.com/ .]  Le donazioni al suo fondo di difesa possono essere inviate a https://www.gofundme.com/f/julian-assange-amp-wikileaks-public-defense-fund/donate

 

(Traduzione dall’inglese di Patrick Boylan, autorizzata dall’autore)

 

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