La retorica
del digitale immateriale è una falsa percezione che maschera un impatto
ambientale e sociale distribuito in modo iniquo sul pianeta.
Eric Schmidt, ex CEO di Google ha recentemente sostenuto l’idea di “scommettere
sull’IA” piuttosto che limitarne lo sviluppo, aggiungendo che “tanto non
raggiungeremo comunque gli obiettivi climatici”.
Tale
posizione incarna una visione che appiattisce le responsabilità storiche e
nasconde come le emissioni delle multinazionali digitali gravino sulle
popolazioni che lottano per le proprie “emissioni di sussistenza”.
L’illusione della dematerializzazione svanisce di fronte alla necessità di
un’analisi territoriale basata sulla teoria del colonialismo dei dati, dove la
cernita delle informazioni si interseca con lo sfruttamento rapace delle
risorse naturali, diventando la nuova frontiera dell’estrazione capitalista.
La teoria del colonialismo dei dati: nuove relazioni
di potere
L’espressione
colonialismo dei dati designa la raccolta delle informazioni sulla vita sociale
come una materia prima per l’accumulazione capitalistica. Se il colonialismo
storico si è appropriato di terre e corpi, quello digitale opera attraverso la
conversione delle pratiche umane in formati estraibili dalle infrastrutture
digitali.
Questo
processo (che potremmo chiamare appropriazione epistemica) permette al blocco
GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) di trattare la vita
quotidiana e i territori come terre vergini da
sfruttare. I data center sono infatti il risvolto tangibile del digitale
immateriale.
Le terre vengono percepite come spazi vuoti, non abbastanza produttive, pronte
per un’appropriazione a beneficio di una nuova classe coloniale digitale.
Un data
center è infatti una grande infrastruttura industriale composta da attrezzature
informatiche collegate in rete, come i server, computer progettati per lavorare
continuativamente, ma anche tutto quello che serve per far funzionare il
complesso in modo sicuro. Un data center non è solo un “contenitore” di dati o
un insieme di macchine, ma un vero e proprio impianto industriale
dell’elaborazione digitale.
Esistono diversi tipi di data center: non sempre sono di grandi dimensioni, ma
tutti i data center consumano energia per poter funzionare. Inoltre generano
calore. E quindi bisogna raffreddarli.
Come ogni fabbrica, quindi, un data center consuma energia, occupa spazio,
richiede infrastrutture e produce scarti, compreso il calore.
Irlanda e data colonization
L’Irlanda
rappresenta il laboratorio europeo di questa asimmetria infrastrutturale. Studi
recenti attestano che nel 2021 i data center hanno consumato il 14%
dell’energia elettrica nazionale, una quota superiore al consumo di tutte le
famiglie rurali irlandesi messe insieme. Le stime per il 2031 prevedono che
questa voracità raggiungerà il 28% della rete nazionale.
E se da un
lato lo Stato lancia campagne di sensibilizzazione come “Reduce Your Use” per
spingere i cittadini a tagliare i consumi domestici a causa degli shock
tariffari, dall’altro le multinazionali tech bloccano prezzi grazie ad accordi
vantaggiosi. A Mayo e Clare Island i residenti ospitano parchi eolici e cavi
sottomarini di Meta e Google, ma restano bypassati da queste infrastrutture,
privi di connettività affidabile o di benefici energetici diretti: un sistema
che trasforma le zone rurali in zone di sacrificio energetico.
Il “giardino sul retro” dell’IA: saccheggio idrico tra
Spagna e Sud America
L’espansione
dell’IA generativa richiede ingenti volumi d’acqua per il raffreddamento dei
server. Un’inchiesta del Pulitzer Center ha denunciato il prosciugamento dei
territori nel “giardino sul retro” dei giganti tecnologici.
Il caso Cuarte (Spagna)
A Cuarte,
nell’Aragona, Amazon Web Services (AWS) ha stabilito un nodo strategico che
minaccia sorgenti storiche vitali per l’agricoltura locale. Nonostante le
rassicurazioni iniziali fornite durante gli studi di impatto ambientale, AWS ha
ammesso che il consumo idrico reale è superiore del 48% rispetto alle
previsioni.
Resistenza e opacità: Il caso Huechuraba
In America
Latina, le aziende utilizzano accordi di non divulgazione (NDA) per nascondere
l’impatto sulle falde, come accade per Microsoft a Querétaro. In Cile, il
conflitto più significativo riguarda Huechuraba (Santiago). Qui, gli abitanti
hanno denunciato l’impatto sulla collina circostante, l’unico spazio verde
dell’area, minacciata da una linea di 24 torri ad alta tensione. A seguito di
verifiche nel registro fondiario, l’inchiesta ha svelato che AWS ha tentato di
nascondere la propria identità dietro una catena di nomi societari per eludere
la resistenza locale e dissociare il data center dall’impatto devastante delle
torri elettriche.
Sardegna e il progetto Digital Vault
Anche la
Sardegna è coinvolta in questa mappa estrattiva con il progetto da 1,49
miliardi di euro promosso da Energy Vault nella miniera di Nuraxi Figus, nel
Sulcis. La narrazione aziendale promuove l’idea di un raffreddamento “naturale”
favorito dalla profondità sotterranea.
I server,
comunque, generano calore internamente e la roccia circostante funge da
isolante termico, impedendo la dissipazione passiva. Il sistema richiede
scambiatori termici a circuito chiuso basati sull’acqua di miniera, sottraendo
risorse potenzialmente utili all’agricoltura del Sulcis. Il piano appare dunque
come un “rimedio tecnologico” che sembra però ignorare l’equilibrio
idrogeologico a favore di un polo estrattivo digitale mascherato da
riconversione sostenibile.
Il Sulcis, infatti, non è una superficie industriale neutra o vuota: è un
territorio che lo stato italiano ritiene di interesse nazionale per le
bonifiche, segnato da decenni di attività minerarie e metallurgiche, da
discariche, bacini di fanghi rossi e contaminazioni di suoli e acque
sotterranee. In alcune aree di Portovesme sono stati rilevati superamenti
estremamente elevati per cadmio, arsenico, piombo e altri contaminanti, mentre
le attività agricole hanno già subito limitazioni, perdita di fiducia e
difficoltà di accesso a terreni e acque sicure.
È un territorio classificato da anni come tra i più poveri d’Italia, una
retorica funzionale a confluire in quella dello sviluppo, della
riqualificazione, delle promesse di nuovi posti di lavoro. Tale narrazione
trova terreno fertile nello stereotipo dell’arretratezza, presentata come una
caratteristiva innata del popolo sardo e mai ricondotta a una critica delle
ragioni sistemiche della subalternità dell’Isola.
Ci sono altri esempi di data center creati in contesti simili a quello sardo?
Sì, ma con differenze non di poco conto
Un caso
europeo è il Lefdal Mine Datacenter, in Norvegia, realizzato in una ex miniera
sulla costa del Nordfjord.
Il raffreddamento sfrutta l’acqua fredda prelevata dal fiordo, a circa 8 °C,
che alimenta uno scambiatore di calore e un circuito chiuso interno. Il fatto
che la struttura si trovi sotto il livello del mare riduce inoltre l’energia
necessaria per movimentare l’acqua.
Un aspetto
da chiarire è che essere sottoterra e poter sfruttare l’acqua del mare non
abbatte del tutto il fabbisogno di risorse per il raffreddamento. E, inoltre,
il raffreddamento effettivo dipende soprattutto dalla presenza di una sorgente
fredda, oppure da un clima favorevole, cioè che offra aria o acqua fredda in
modo da non dover ridurre la temperatura artificialmente.
Si può
citare in proposito il caso italiano dell’Intacture, data center sotterraneo
realizzato in Val di Non da imprese private, Pubblica Amministrazione,
università, tra cui quella di Trento, e centri di ricerca.
Si tratta di un dato non trascurabile, se ragioniamo anche in termini di
coinvolgimento della comunità, del pubblico e del settore privato nonché della
ricerca in un’ottica di cooperazione, quantomeno formale.
Reti di resistenza
Iniziative
come ‘Contested Data Territories’ di Sebastián Lehuedé cercano di connettere le
lotte cilene con quelle olandesi e irlandesi, promuovendo una solidarietà
transnazionale. L’obiettivo è rivendicare una sovranità che sia al contempo
digitale e territoriale, rifiutando la logica delle Big Tech che impone una
visione del mondo centralizzata e proprietaria attraverso mappe e algoritmi che
negano la natura politica della loro presenza fisica.
E in Sardegna?
Indebolita da spopolamento, crisi sanitaria e varie forme di sfruttamento e di
speculazione, la popolazione sarda porta avanti una lotta su più fronti, che,
più per ragioni sistemiche che per disinteresse, non sempre si solleva
tempestivamente. Ma soprattutto si infrange contro le “ragioni di stato”:
l’Energy Vault ha chiesto al governo italiano il riconoscimento di interesse
strategico nazionale per l’opera.
La resistenza sarda contro infrastrutture come il Tyrrhenian Link si salda con
le preoccupazioni per il colonialismo energetico dei dati e dimostra come gli
interessi dello stato collidano con le volontà della popolazione.
Il caso Nuraxi Figus può essere letto come una nuova forma di infrastruttura
coloniale interna dal momento che il territorio sardo fornisce energia, spazio,
acqua, sottosuolo e lavoro, mentre il controllo dei dati, dei servizi e del
valore economico rischia di restare esterno all’isola. Movimenti, comitati,
forze autonomiste e indipendentiste descrivono infatti i grandi progetti
energetici come una possibile continuazione di precedenti forme di colonizzazione
militare, industriale, economica e culturale.
La retorica dello sviluppo
Nel
linguaggio dei promotori del progetto, il territorio è inteso unicamente come
risorsa, descritto attraverso le funzioni che può svolgere per il progetto.
il territorio colonizzato viene spesso rappresentato come vuoto, arretrato o
sottoutilizzato, anche quando è abitato, produttivo – anche se in modo non
conforme – e carico di storia.
L’espressione carbon free tende a restringere la sostenibilità a una sola
variabile: il carbonio associato all’energia. Restano meno visibili le altre
dimensioni: acqua, suolo; biodiversità; paesaggio; salute; lavoro; proprietà;
controllo dei dati; giustizia territoriale.
“Strategico”: questa parola rende difficile contestare il progetto senza essere
accusati di essere “contro” la crescita e l’innovazione, lo sviluppo e il
progresso. È così che la discussione si sposta facilmente da una domanda
territoriale: “quali costi e benefici avrà il progetto?” a un mandato della
cultura dominante: “volete o non volete lo sviluppo tecnologico?”
Questa contrapposizione è semplificante. Si può sostenere l’innovazione e, allo
stesso tempo, chiedere:
- limiti ambientali;
- trasparenza;
- partecipazione e potere
decisionale;
- benefici locali;
- redistribuzione fiscale.
La retorica
dello sviluppo tende a presentare l’occupazione come un effetto automatico
dell’investimento. Un’analisi critica deve invece chiedere quale tipo di lavoro
viene creato e con quale durata.
La crisi
ecologica non è che l’ennesima forma di conflitto di classe, su scala
planetaria. I suoi presupposti sono da cercare nei processi di attribuzione di
valore, che portano sempre a sacrificare qualcosa o qualcuno affinché il
sistema possa funzionare.
Il caso sardo non è che l’ennesimo esempio di intersezione tra capitalismo,
colonialismo, oppressioni e moltiplicazione delle disparità.
Sarebbe rivoluzionario svincolarsi da una visione dell’economia che privilegia
la produzione rispetto alla riproduzione e alla cura, che attribuisce
importanza al valore di scambio piuttosto che ai valori d’uso e, seriamente,
parlare di decrescita.
L’idea che sostenibilità e sviluppo possano essere coniugate è contraddittoria
perché da una parte presuppone la possibilità di una continua crescita
economica e dall’altra vorrebbe fondarsi su criteri di sostenibilità e di
benessere sociale ritenuti universali, sebbene né l’idea di sostenibilità, né
quella di sviluppo siano intese ovunque allo stesso modo.
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