martedì 18 agosto 2026

Data Center, colonialismo dei dati e nuovi estrattivismi - Federica Marrocu

 

La retorica del digitale immateriale è una falsa percezione che maschera un impatto ambientale e sociale distribuito in modo iniquo sul pianeta.
Eric Schmidt, ex CEO di Google ha recentemente sostenuto l’idea di “scommettere sull’IA” piuttosto che limitarne lo sviluppo, aggiungendo che “tanto non raggiungeremo comunque gli obiettivi climatici”.

Tale posizione incarna una visione che appiattisce le responsabilità storiche e nasconde come le emissioni delle multinazionali digitali gravino sulle popolazioni che lottano per le proprie “emissioni di sussistenza”.
L’illusione della dematerializzazione svanisce di fronte alla necessità di un’analisi territoriale basata sulla teoria del colonialismo dei dati, dove la cernita delle informazioni si interseca con lo sfruttamento rapace delle risorse naturali, diventando la nuova frontiera dell’estrazione capitalista.

La teoria del colonialismo dei dati: nuove relazioni di potere

L’espressione colonialismo dei dati designa la raccolta delle informazioni sulla vita sociale come una materia prima per l’accumulazione capitalistica. Se il colonialismo storico si è appropriato di terre e corpi, quello digitale opera attraverso la conversione delle pratiche umane in formati estraibili dalle infrastrutture digitali.

Questo processo (che potremmo chiamare appropriazione epistemica) permette al blocco GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) di trattare la vita quotidiana e i territori come terre vergini da sfruttare. I data center sono infatti il risvolto tangibile del digitale immateriale.
Le terre vengono percepite come spazi vuoti, non abbastanza produttive, pronte per un’appropriazione a beneficio di una nuova classe coloniale digitale.

Un data center è infatti una grande infrastruttura industriale composta da attrezzature informatiche collegate in rete, come i server, computer progettati per lavorare continuativamente, ma anche tutto quello che serve per far funzionare il complesso in modo sicuro. Un data center non è solo un “contenitore” di dati o un insieme di macchine, ma un vero e proprio impianto industriale dell’elaborazione digitale.

Esistono diversi tipi di data center: non sempre sono di grandi dimensioni, ma tutti i data center consumano energia per poter funzionare. Inoltre generano calore. E quindi bisogna raffreddarli.
Come ogni fabbrica, quindi, un data center consuma energia, occupa spazio, richiede infrastrutture e produce scarti, compreso il calore.

Irlanda e data colonization

L’Irlanda rappresenta il laboratorio europeo di questa asimmetria infrastrutturale. Studi recenti attestano che nel 2021 i data center hanno consumato il 14% dell’energia elettrica nazionale, una quota superiore al consumo di tutte le famiglie rurali irlandesi messe insieme. Le stime per il 2031 prevedono che questa voracità raggiungerà il 28% della rete nazionale.

E se da un lato lo Stato lancia campagne di sensibilizzazione come “Reduce Your Use” per spingere i cittadini a tagliare i consumi domestici a causa degli shock tariffari, dall’altro le multinazionali tech bloccano prezzi grazie ad accordi vantaggiosi. A Mayo e Clare Island i residenti ospitano parchi eolici e cavi sottomarini di Meta e Google, ma restano bypassati da queste infrastrutture, privi di connettività affidabile o di benefici energetici diretti: un sistema che trasforma le zone rurali in zone di sacrificio energetico.

Il “giardino sul retro” dell’IA: saccheggio idrico tra Spagna e Sud America

L’espansione dell’IA generativa richiede ingenti volumi d’acqua per il raffreddamento dei server. Un’inchiesta del Pulitzer Center ha denunciato il prosciugamento dei territori nel “giardino sul retro” dei giganti tecnologici.

Il caso Cuarte (Spagna)

A Cuarte, nell’Aragona, Amazon Web Services (AWS) ha stabilito un nodo strategico che minaccia sorgenti storiche vitali per l’agricoltura locale. Nonostante le rassicurazioni iniziali fornite durante gli studi di impatto ambientale, AWS ha ammesso che il consumo idrico reale è superiore del 48% rispetto alle previsioni.

Resistenza e opacità: Il caso Huechuraba

In America Latina, le aziende utilizzano accordi di non divulgazione (NDA) per nascondere l’impatto sulle falde, come accade per Microsoft a Querétaro. In Cile, il conflitto più significativo riguarda Huechuraba (Santiago). Qui, gli abitanti hanno denunciato l’impatto sulla collina circostante, l’unico spazio verde dell’area, minacciata da una linea di 24 torri ad alta tensione. A seguito di verifiche nel registro fondiario, l’inchiesta ha svelato che AWS ha tentato di nascondere la propria identità dietro una catena di nomi societari per eludere la resistenza locale e dissociare il data center dall’impatto devastante delle torri elettriche.

Sardegna e il progetto Digital Vault

Anche la Sardegna è coinvolta in questa mappa estrattiva con il progetto da 1,49 miliardi di euro promosso da Energy Vault nella miniera di Nuraxi Figus, nel Sulcis. La narrazione aziendale promuove l’idea di un raffreddamento “naturale” favorito dalla profondità sotterranea.

I server, comunque, generano calore internamente e la roccia circostante funge da isolante termico, impedendo la dissipazione passiva. Il sistema richiede scambiatori termici a circuito chiuso basati sull’acqua di miniera, sottraendo risorse potenzialmente utili all’agricoltura del Sulcis. Il piano appare dunque come un “rimedio tecnologico” che sembra però ignorare l’equilibrio idrogeologico a favore di un polo estrattivo digitale mascherato da riconversione sostenibile.

Il Sulcis, infatti, non è una superficie industriale neutra o vuota: è un territorio che lo stato italiano ritiene di interesse nazionale per le bonifiche, segnato da decenni di attività minerarie e metallurgiche, da discariche, bacini di fanghi rossi e contaminazioni di suoli e acque sotterranee. In alcune aree di Portovesme sono stati rilevati superamenti estremamente elevati per cadmio, arsenico, piombo e altri contaminanti, mentre le attività agricole hanno già subito limitazioni, perdita di fiducia e difficoltà di accesso a terreni e acque sicure.
È un territorio classificato da anni come tra i più poveri d’Italia, una retorica funzionale a confluire in quella dello sviluppo, della riqualificazione, delle promesse di nuovi posti di lavoro. Tale narrazione trova terreno fertile nello stereotipo dell’arretratezza, presentata come una caratteristiva innata del popolo sardo e mai ricondotta a una critica delle ragioni sistemiche della subalternità dell’Isola.

Ci sono altri esempi di data center creati in contesti simili a quello sardo? Sì, ma con differenze non di poco conto

Un caso europeo è il Lefdal Mine Datacenter, in Norvegia, realizzato in una ex miniera sulla costa del Nordfjord.
Il raffreddamento sfrutta l’acqua fredda prelevata dal fiordo, a circa 8 °C, che alimenta uno scambiatore di calore e un circuito chiuso interno. Il fatto che la struttura si trovi sotto il livello del mare riduce inoltre l’energia necessaria per movimentare l’acqua.

Un aspetto da chiarire è che essere sottoterra e poter sfruttare l’acqua del mare non abbatte del tutto il fabbisogno di risorse per il raffreddamento. E, inoltre, il raffreddamento effettivo dipende soprattutto dalla presenza di una sorgente fredda, oppure da un clima favorevole, cioè che offra aria o acqua fredda in modo da non dover ridurre la temperatura artificialmente.

Si può citare in proposito il caso italiano dell’Intacture, data center sotterraneo realizzato in Val di Non da imprese private, Pubblica Amministrazione, università, tra cui quella di Trento, e centri di ricerca.
Si tratta di un dato non trascurabile, se ragioniamo anche in termini di coinvolgimento della comunità, del pubblico e del settore privato nonché della ricerca in un’ottica di cooperazione, quantomeno formale.

Reti di resistenza

Iniziative come ‘Contested Data Territories’ di Sebastián Lehuedé cercano di connettere le lotte cilene con quelle olandesi e irlandesi, promuovendo una solidarietà transnazionale. L’obiettivo è rivendicare una sovranità che sia al contempo digitale e territoriale, rifiutando la logica delle Big Tech che impone una visione del mondo centralizzata e proprietaria attraverso mappe e algoritmi che negano la natura politica della loro presenza fisica.

E in Sardegna?
Indebolita da spopolamento, crisi sanitaria e varie forme di sfruttamento e di speculazione, la popolazione sarda porta avanti una lotta su più fronti, che, più per ragioni sistemiche che per disinteresse, non sempre si solleva tempestivamente. Ma soprattutto si infrange contro le “ragioni di stato”: l’Energy Vault ha chiesto al governo italiano il riconoscimento di interesse strategico nazionale per l’opera.

La resistenza sarda contro infrastrutture come il Tyrrhenian Link si salda con le preoccupazioni per il colonialismo energetico dei dati e dimostra come gli interessi dello stato collidano con le volontà della popolazione.

Il caso Nuraxi Figus può essere letto come una nuova forma di infrastruttura coloniale interna dal momento che il territorio sardo fornisce energia, spazio, acqua, sottosuolo e lavoro, mentre il controllo dei dati, dei servizi e del valore economico rischia di restare esterno all’isola. Movimenti, comitati, forze autonomiste e indipendentiste descrivono infatti i grandi progetti energetici come una possibile continuazione di precedenti forme di colonizzazione militare, industriale, economica e culturale.

La retorica dello sviluppo

Nel linguaggio dei promotori del progetto, il territorio è inteso unicamente come risorsa, descritto attraverso le funzioni che può svolgere per il progetto.
il territorio colonizzato viene spesso rappresentato come vuoto, arretrato o sottoutilizzato, anche quando è abitato, produttivo – anche se in modo non conforme – e carico di storia.

L’espressione carbon free tende a restringere la sostenibilità a una sola variabile: il carbonio associato all’energia. Restano meno visibili le altre dimensioni: acqua, suolo; biodiversità; paesaggio; salute; lavoro; proprietà; controllo dei dati; giustizia territoriale.

“Strategico”: questa parola rende difficile contestare il progetto senza essere accusati di essere “contro” la crescita e l’innovazione, lo sviluppo e il progresso. È così che la discussione si sposta facilmente da una domanda territoriale: “quali costi e benefici avrà il progetto?” a un mandato della cultura dominante: “volete o non volete lo sviluppo tecnologico?”
Questa contrapposizione è semplificante. Si può sostenere l’innovazione e, allo stesso tempo, chiedere:

  • limiti ambientali;
  • trasparenza;
  • partecipazione e potere decisionale;
  • benefici locali;
  • redistribuzione fiscale.

La retorica dello sviluppo tende a presentare l’occupazione come un effetto automatico dell’investimento. Un’analisi critica deve invece chiedere quale tipo di lavoro viene creato e con quale durata.

La crisi ecologica non è che l’ennesima forma di conflitto di classe, su scala planetaria. I suoi presupposti sono da cercare nei processi di attribuzione di valore, che portano sempre a sacrificare qualcosa o qualcuno affinché il sistema possa funzionare.
Il caso sardo non è che l’ennesimo esempio di intersezione tra capitalismo, colonialismo, oppressioni e moltiplicazione delle disparità.

Sarebbe rivoluzionario svincolarsi da una visione dell’economia che privilegia la produzione rispetto alla riproduzione e alla cura, che attribuisce importanza al valore di scambio piuttosto che ai valori d’uso e, seriamente, parlare di decrescita.

L’idea che sostenibilità e sviluppo possano essere coniugate è contraddittoria perché da una parte presuppone la possibilità di una continua crescita economica e dall’altra vorrebbe fondarsi su criteri di sostenibilità e di benessere sociale ritenuti universali, sebbene né l’idea di sostenibilità, né quella di sviluppo siano intese ovunque allo stesso modo.

da qui

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