Rubare ai
ricchi per donare ai poveri. Non era esattamente questo che intendeva il
presidente cinese Xi Jinping quando nel 2021 lanciò
l’obiettivo della “prosperità comune” per ridurre le diseguaglianze sociali.
Né è esattamente questo lo scopo della crescente stretta di Pechino sui capitali
esteri. Sommate, tuttavia, le due politiche – se non basteranno ad
alleviare la polarizzazione sociale – quantomeno serviranno a mettere in riga i
“paperoni” cinesi.
A finire nel
mirino dei “Robin Hood” di Pechino sono i trust offshore,
strumenti giuridici e finanziari istituiti in una giurisdizione estera (spesso
a fiscalità agevolata) in cui il disponente (settlor) trasferisce beni a un
fiduciario (trustee) affinché li gestisca a beneficio di terzi. Finora sono
stati spesso utilizzati dalle famiglie benestanti cinesi per
eludere la sorveglianza normativa, evitare la tassazione, o semplicemente
proteggere il proprio patrimonio dalla campagna anticorruzione di
Xi.
Dal 24
luglio, muoversi nel torbido mondo delle strutture fiduciarie è diventato più
difficile: secondo direttive del Ministero delle Finanze, i residenti cinesi
che trasferiscono asset in trust esteri devono pagare un‘imposta sul reddito
delle persone fisiche del 20% sui guadagni generati, indipendentemente
dal fatto che i dividendi siano stati effettivamente
distribuiti o meno. Il quadro normativo concede ai contribuenti 90 giorni per
regolarizzare la propria posizione senza incorrere in ulteriori sanzioni. Ma
non lascia scappatoie ai furbetti: le misure valgono anche per chi acquisisce
la cittadinanza straniera o la residenza permanente all’estero,
continuando a mantenere i principali interessi economici nella Repubblica
popolare.
Per quanto
in linea con le prassi internazionali, nel contesto cinese, le nuove regole
segnano una svolta piuttosto importante. Come spiega al Fattoquotidiano.it l’avvocato Giovanni
Lovisetti, esperto di operazioni di investimento tra Cina e Italia,
mentre “la legislazione cinese da sempre impone la tassazione sul reddito
mondiale dei residenti fiscali cinesi, l’applicazione pratica di queste norme
ai trust offshore è sempre rimasta alquanto incerta. Il nuovo regime elimina
molte ambiguità offrendo un quadro normativo piuttosto
completo”.
Chiarezza
innanzitutto, ma non va sottovalutata nemmeno l’ampiezza della manovra. Come
spiega Lovisetti, infatti, le nuove misure disciplinano “tutte le strutture che
pur non appartenendo tecnicamente alla categoria dei trust mirano comunque a
raggiungere lo stesso risultato economico”. Questo – aggiunge l’esperto –
lascia presagire un “impatto profondo” non solo sugli individui e sulle
famiglie con patrimoni importanti. A risentirne saranno anche “tutte le società
attive nel settore della gestione patrimoniale”, con contraccolpi
ben oltre i confini della Cina continentale. Soprattutto a Hong Kong,
dove i trust offshore rappresentano da tempo uno strumento privilegiato per gli
imprenditori cinesi e i super-ricchi. In gioco ci sono centinaia di miliardi di
dollari provenienti dalla mainland, che per decenni hanno sostenuto
ogni settore – dal lusso all’immobiliare fino
al mercato dei capitali – trasformando l’ex colonia britannica
nel primo centro al mondo per i patrimoni offshore, titolo strappato alla
Svizzera, secondo il 2026 Global Wealth Report del Boston
Consulting Group.
La stretta
sui trust offshore si inserisce nell’ambito di una drastica intensificazione
del controllo sulla fuga di capitali, da due decadi già soggetti a
restrizioni (il limite per il cambio o il trasferimento
all’estero è di 50.000 dollari statunitensi per persona ogni
anno). A giugno, l’Ufficio nazionale di controllo dei conti cinese
ha scoperchiato diversi casi di evasione fiscale e carenze nei
controlli presso autorevoli istituzioni finanziarie statali, compresi 348,36
milioni di dollari in tasse eluse da Bank of China. Funzionari stranieri,
banchieri cinesi, gestori di family office e istituti finanziari hanno
dichiarato al Financial Times di aver ricevuto istruzione di
esaminare gli investimenti esteri dei cittadini più facoltosi per verificare se
i redditi siano stati regolarmente dichiarati. Talvolta gli accertamenti
scavano fino a venticinque anni fa.
Non sono
disponibili stime ufficiali sull’ammontare dei fondi parcheggiati oltre
frontiera da soggetti cinesi. Secondo l‘Institute of International Finance, solo
nel 2025 a superare il confine è stata la cifra record di oltre 800 miliardi di
dollari. In alcune circostanze ai numeri sono associati nomi importanti. Il South
China Morning Post cita nello specifico le operazioni poco trasparenti
condotte dal magnate dell’immobiliare Pan Shiyi e dalla moglie
Zhang Xin. Due anni prima della quotazione in Borsa, nel 2005, la coppia aveva
trasferito le quote del gigante del mattone Soho China in un trust alle
isole Cayman. Più di recente ad attirare l’attenzione dei
regolatori è stata la disputa ereditaria all’interno della famiglia di Zong
Qinghou, il miliardario fondatore del colosso delle bevande Wahaha
Group scomparso nel 2024, durante la quale i tre figli nati fuori dal
matrimonio hanno chiesto il congelamento di un trust offshore del valore di
quasi 2 miliardi di dollari controllato dal loro fratellastro.
L’azione di
Pechino contro gli istituti fiduciari si inserisce in un più ampio
rafforzamento della supervisione sugli investimenti esteri. A
maggio, la Commissione cinese di regolamentazione dei titoli (CSRC)
ha multato tre società di intermediazione, tra cui Tiger Brokers e Futu
Securities International, per aver offerto illegalmente agli investitori
nazionali l’accesso al trading di azioni estere. All’origine dell’inasprimento
normativo ci sono motivazioni politiche ed economiche. Se nei primi anni
Duemila la Cina ha consentito le strutture offshore per attrarre
investitori stranieri verso le nascenti aziende tecnologiche del
paese, oggi le condizioni sono cambiate. C’entra l’ascesa dei mercati
finanziari di Shanghai, Shenzhen e Pechino ma non solo.
Con il
rallentamento della crescita cinese, l’aumento della disoccupazione giovanile
e la stagnazione dei salari, la dirigenza comunista deve
cercare nuove fonti di legittimazione politica. Colpire le
fasce più benestanti sembra una soluzione “populista” per imbrigliare le
disparità sociali in rapido aumento. Lo conferma il coefficiente di Gini,
lievitato da 0,45 nel 1995 a oltre 0,7 nel 2023, stando a una ricerca divulgata
a marzo da Li Shi, preside dell’Istituto per la prosperità e lo
sviluppo comune presso l’Università di Zhejiang. L’analisi
dell’indicatore – che identifica con il valore 1 la massima diseguaglianza –
evidenzia tra le cause un rallentamento della crescita del reddito familiare.
Così, se per realizzare la “prosperità comune”, inizialmente Xi aveva chiesto
il supporto delle big tech, ora il monito è stato esteso dalla cerchia
ristretta di Jack Ma & Co. a tutti i ricchi del paese.
C’è poi una
questione più squisitamente economica. La riforma dei trust arriva in un
momento in cui tanto Pechino quanto le amministrazioni locali sono a corto di
risorse. Il rallentamento della crescita ha portato a una diminuzione del
gettito dell’imposta sul reddito delle società, mentre la
persistente crisi del mercato immobiliare ha reso più
difficile per i governi locali rabboccare le casse con la vendita dei terreni
agli sviluppatori. Una pratica che fino a pochi anni fa rappresentava
ben il 38% delle entrate fiscali totali.
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