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giovedì 22 maggio 2025

Nel carcere minorile di Bologna i ragazzi vivono nella spazzatura: tutto è lercio da fare schifo - Susanna Marietti (Coordinatrice Antigone)

 

Ragazzini che vivono in mezzo alla spazzatura, quasi l’intera giornata chiusi in cella: questo accade nel carcere minorile di Bologna, che ho visitato nelle scorse ore insieme a Giulia Fabini, presidente di Antigone Emilia Romagna.

E non è il solo in queste condizioni. Il sistema della giustizia minorile è allo sbando e la colpa è delle scelte politiche che lo hanno guidato negli ultimi tempi: gli arresti forsennati dovuti al Decreto Caivano del settembre 2023 e il sovraffollamento che ne è conseguito, la cancellazione di ogni progettualità educativa, gli adolescenti in gabbia privati di ogni sostegno e speranza. Il direttore dell’istituto bolognese fa il possibile e tampona le situazioni come può. Che non si cerchi il capro espiatorio in lui, in un educatore, in un qualsiasi operatore penitenziario: non è da loro che dipende questo sfacelo.

Ero stata nel medesimo istituto un anno e mezzo fa e la situazione era completamente diversa. Oggi il direttore, lasciato troppo solo di fronte alla situazione precipitata, non può contare su personale sufficiente neanche a garantire una corretta igiene degli spazi. Quel che abbiamo trovato durante la nostra visita è indegno. Il corridoio, i refettori, le scale: tutto è lercio da fare schifo. Muri sporchi di cibo o di chissà cos’altro, colate di liquidi ripugnanti, bucce di banana, di mandarino, fili elettrici a vista strappati dal muro, involucri di ogni tipo abbandonati da non so quanto tempo che nessuno raccoglie, cicche di sigaretta, uno strato di nera polvere ovunque. Ridotti in questo stato, i refettori non sono più utilizzati per mangiare insieme e anche durante i pasti i ragazzi restano in cella.

Dentro la sezione dei minorenni, ci siamo affacciate a una cella in fondo al corridoio. Ospitava quattro ragazzini stranieri, diciassettenni. Capivano poco, sia le nostre parole che la situazione generale. Nella stanza c’erano quattro brande e una televisione. Niente di più. Non un tavolino, non una sedia. In compenso, montagne di spazzatura. Un cumulo si trovava sulla destra, composto da bioccoli di polvere nera, spessa, lanosa. I ragazzi la raccoglievano con la spazzola di una scopa priva di manico. Carponi, afferrandola con entrambe le mani, concentravano in quel punto il sudicio che a mano a mano si riformava sul pavimento. Non avevano una paletta per raccoglierlo. Semplicemente, lo vedevano crescere giorno dopo giorno. Sulla sinistra c’era un altro cumulo, di diversa natura. Era composto da bottigliette di plastica vuote, incarti di biscotti o di merendine, cartacce. Non avevano un cestino dove buttarle. Le pareti, il pavimento, tutto era vuoto e lurido.

Ho chiesto ai ragazzi perché non pulissero la stanza. Mi hanno risposto che non avevano detersivo, non avevano straccio. I bastoni della scopa sono un bene prezioso: i ragazzi ci costruiscono dei pesi rudimentali, legando ai lati bottiglie di plastica piene d’acqua o cose simili, per fare un po’ di allenamento fisico. Nessuno gli fornisce gli attrezzi. I bastoni finiscono per rompersi e quindi è meglio non lasciarglieli. Ma non era questa la loro priorità. Uno dei ragazzi che parlava un po’ meglio la nostra lingua ci ha spiegato di cosa avessero bisogno. La televisione, unica compagnia delle loro lunghe giornate, era fissa sul canale 29. La programmazione era per loro scarsa e dall’apparecchio non si poteva cambiare canale. I telecomandi sono a pagamento e loro non avevano soldi. Ci hanno ripetuto più volte la parola ‘sussidio’, senza che inizialmente capissimo a cosa volevano riferirsi. Poi abbiamo capito: era stato detto loro di aspettare che arrivassero i sussidi, a volte in carcere accade, piccole somme che sono consegnate ai detenuti bisognosi. Così avrebbero potuto comprarsi un telecomando. Ma questi sussidi non arrivavano e intanto i ragazzi stavano buttati sulle brande, circondati di immondizia, a guardare il solo canale 29.

Pensavo non si potesse incontrare di peggio in un carcere minorile. Ma mi sbagliavo. Dalla parte opposta del corridoio, speculare, nell’angolo estremo visibile solo a chi appositamente sceglieva di recarsi fin lì, abbiamo incontrato la situazione più indecente. Indegna. Drammatica. Della quale come paese dovremmo tutti vergognarci. Un ragazzino, anche lui di 17 anni, con evidenti problemi psichiatrici, chiuso da solo in una cella poco più grande di uno sgabuzzino, ridotta come potrebbe essere una casa abbandonata da un decennio e ormai in rovina. I vetri della finestra erano rotti, l’unico arredo era un letto con materasso, senza lenzuola e con una coperta fetida. Il pavimento era bagnato da pozzanghere di acqua sporca che filtrava fin fuori sul corridoio. Lui era in piedi con le scarpe nell’acqua. C’era spazzatura ovunque, unica compagnia per quel ragazzo (non aveva neanche la tv, neanche un singolo canale, perché l’ultima l’aveva rotta in un gesto di rabbia) che ci chiedeva di poter fare una doccia.

Sporgendosi tra le sbarre si intravedeva il bagno scassato e una turca inondata da rifiuti. Abbiamo chiesto ai ragazzi della cella più vicina se sapessero qualcosa di lui. Ci hanno risposto che non lo incontrano mai, che non esce mai, che solo la notte lo sentono parlare ad alta voce e lamentarsi. Un ragazzino del tutto incompatibile con il carcere, che non dovrebbe trovarsi lì, per il quale è nostro dovere attivare percorsi di presa in carico che possano dargli una prospettiva di vita.

Vi ho raccontato un singolo carcere che ne rappresenta anche altri (per fortuna non tutti). A pochi chilometri da lì, l’indecenza di una sezione minorile aperta all’interno di un carcere per adulti, quello della Dozza. Il sistema della giustizia minorile è al collasso. Un sistema che per decenni era considerato un modello dall’intera Europa è stato distrutto. Là dove prima si spiegava, si insegnavano i valori, si davano gli strumenti per riprendere in mano la propria vita, oggi si è perso ogni senso del nostro ruolo, non si agisce secondo alcuna consapevolezza di cosa ci stiamo a fare in quelle carceri come società. Quando va bene si fa un po’ di scuola, quando va benissimo si fa qualche laboratorio. Per il resto si chiudono le celle e si interrompe ogni dialogo.

I ragazzi, fatti vivere nel degrado più assoluto, crederanno di essere anche loro degradati. Crederanno di non avere più nulla da perdere e di non meritare nulla. Neanche un po’ di detersivo per pulire il pavimento. Crederanno di essere spazzatura, come quella nella quale li facciamo vivere.

da qui

martedì 4 marzo 2025

Le baby gang sono l’ultimo nemico costruito per i consensi: così si manipola la realtà - Susanna Marietti (Coordinatrice Antigone)


Le baby gang e i ragazzini criminali e pericolosi sono oggi l’ultima frontiera del nemico costruito, imposto, sbattuto in faccia. Sarebbero loro – vogliono farci credere – il problema dell’Italia, il problema di noi tutti, il motivo per il quale non dovremmo dormire tranquilli e dovremmo avere paura a uscire per strada.

Il meccanismo è sempre lo stesso: incuranti di ogni statistica, si comincia a raccontare a gran voce quanto pericolosa sia quella certa categoria di persone (sono stati a volte gli immigrati o i tossicodipendenti o addirittura gli organizzatori di rave party). Anche se l’evidenza dice il contrario, anche se i reati sono in calo, anche se non è vero nulla. L’importante è che in tutti noi venga ben rinforzata la paura: è questa emozione a costituire la chiave del trucco. Dopodiché si procede a promettere che verremo protetti da tali pericoli immaginari, liberati dai sentimenti spaventosi che hanno prodotto in noi.

E come accadrà la liberazione? Naturalmente con l’unico strumento che si può promettere a costo zero (e che si sa bene che non serve a niente): carcere su carcere, aumento delle pene, pugno di ferro e tolleranza zero.

Nonostante l’unica ricerca promossa dal Ministero dell’Interno su questo argomento (ottobre 2022) ci spieghi che i fattori che spingono i giovani ad aderire a una gang sono “rapporti problematici con le famiglie, con i pari o con il sistema scolastico, difficoltà relazionali o di inclusione nel tessuto sociale e un contesto di disagio sociale o economico. Influente è anche l’uso dei social network come strumento per rafforzare le identità di gruppo e generare processi di emulazione o autoassolvimento”, investire sull’educazione, sulla prevenzione, sul sostegno è ben più impegnativo e costoso che scrivere un decreto-legge per promettere più galera per i minorenni. E, soprattutto, porta meno consensi sul breve periodo.

I media non aiutano, contribuendo anche loro alla costruzione di allarmi senza riflessione: la stessa ricerca ci racconta come nell’anno 2017 siano stati identificati nella stampa italiana 612 articoli che parlavano di gang giovanili, mentre nei soli quattro mesi iniziali del 2022 essi siano stati 1.909. Eppure nell’anno precedente, il 2021, i servizi sociali della giustizia minorile avevano in carico solamente 186 ragazzi appartenenti a gang, su un totale di oltre 13.500 giovani complessivamente in loro carico.

Qualche giorno fa è stato pubblicato il dossier del Ministero dell’Interno sugli omicidi volontari. Siamo uno dei paesi più sicuri al mondo. Ma questo è bene non raccontarlo: come si potrebbe, infatti, continuare a promettere penalità e prigione? Tra il 2023 e il 2024 gli omicidi volontari in Italia sono passati da 340 a 319. Un numero già basso, se paragonato agli altri paesi europei e del mondo, si è ulteriormente ridotto. All’interno di questa cifra, sono aumentati di 21 unità gli omicidi commessi da minorenni. Qualcosa su cui senz’altro tutti noi come società dobbiamo interrogarci. Ma certamente non come è accaduto nei giorni scorsi. Non sapendo infatti su quale dramma titolare, essendo il dossier sostanzialmente rassicurante, tante testate hanno puntato sul solo dato capace di rinforzare la paura di turno: boom di omicidi tra i minori, aumentano i baby killer. Nessuno dice che nel 2017, ad esempio, il numero è stato di poco superiore a quello del 2024. Dunque un andamento oscillante, come sempre accade a ogni fenomeno sociale, ma comunque contenuto.

Con spettacolare linearità, meno di quarantott’ore dopo altri titoli occupavano le testate: retate tra le baby gang, arrestati 73 giovani in tutta la penisola. Per arrivare a questi arresti, la polizia ha dovuto controllare 13.000 ragazzi e ragazze, con grande dispiegamento di forze. Nel frattempo i ragazzi nelle carceri minorili, dopo il Decreto Caivano sempre di più e sempre più soli, sono mandati al macero. La retorica del pugno di ferro colpisce anche qui: se sono così cattivi, se sono loro la fonte di tutte le nostre angosce, delle nostre insicurezze, delle nostre paure, allora che marciscano in galera, certo non ci impegneremo a cercare di recuperarli e di offrire loro una vita migliore di quella che hanno avuto fin qui.

Noi che nelle carceri minorili ci andiamo in continuazione ben sappiamo che ad abitarle sono troppo spesso ragazzi fragili, con un passato drammatico alle spalle, che avrebbero bisogno di sostegno e attenzione invece di ricevere solamente abbandono e punizione. Tanti sono i minori stranieri non accompagnati (la già citata ricerca ministeriale ci racconta come “nella maggior parte dei casi i membri delle gang sono italiani, mentre gruppi formati in maggioranza da stranieri o senza una nazionalità prevalente sono meno frequenti”).

Capisco bene che i numeri sono più noiosi di “Mare fuori” o del racconto di una maxi retata che avrebbe sgominato chissà quale pericolosa mala giovanile. Ma la conoscenza del dato di realtà ci aiuta a pensare con la nostra testa. E a non farci manipolare da chi ha bisogno della nostra ignoranza.

da qui