mercoledì 30 giugno 2021

Il diritto alla conoscenza. I Whistleblowers. I casi Ellsberg, Assange, Snowden

 

Stato e algoritmi ci proteggeranno - Alexandra Laignel-Lavastine

 

Uno Stato-care che ci proteggerà da tutto

Abbiamo calcolato adeguatamente i pericoli politici indotti da questo precedente (il modo con cui lo Stato in Francia ha risposto alla pandemia, ndr), al cospetto, stavolta, dell’emergere di un eventuale bio-potere? Non si capisce infatti perché la premessa secondo la quale la vita è il supremo valore, non ci condurrebbe passo passo a sacrificare durevolmente (e non più provvisoriamente) certe libertà sull’altare di uno Stato sanitario che ci curerà da tutto.

Del resto, la prima legge votata nella primavera del 2020 è stata la legge Avia, introdotta per combattere in Internet l’incitamento all’odio, misura di salute pubblica poi lasciata al “discernimento” e alla discrezione dei gestori delle piattaforme, da cui il suo carattere a giusto titolo controverso. A seguire, e sullo sfondo delle manifestazioni contro la violenza della polizia, la “comunità degli sviluppatori”, altra istanza misteriosa, faceva grottescamente sapere che intendeva “bannare” dalla Rete certe espressioni (come “lista nera”), troppo… “razzializzate”, dunque razziste per il palato di tale comunità. Tra Stato care, vampate messianiche (proteggere i viventi), masse terrorizzate e sviluppatori virtuosi trasformatisi in purificatori lessicali allo scopo di vegliare al perfetto igiene del linguaggio, il nostro avvenire tecnologico è in buone mani.

Per renderci conto dei pericoli, ci si rivolga ancora una volta alla lezione dei dissidenti. Eretici isolati, appestati, perseguitati, trincerati nelle loro città parallele o gettati in prigione nell’indifferenza generale, sapevano molto bene con quale velocità la paura e la supremazia del viscerale possono impadronirsi di masse (comuniste o democratiche) animate soprattutto dalla passione per la sicurezza, l’auto-conservazione e il benessere. Nell’Europa dell’Est, meglio istruita dalle catastrofi del XX° secolo, i dissidenti avevano compreso che è sempre in questa passione che le “isterie collettive”, passate al setaccio dall’ungherese Istvan Bibo, maestro nell’analisi dei populismi, hanno trovato il loro più fertile terreno1Se la vita è tutto, la paura e con essa la reattività, l’incapacità di fare un passo indietro e l’impulso irriflesso, trionfano fatalmente. Da tali derive possono sottrarsi solo gli animi che decidono di prendersi “cura” di sé, nel senso indicato da Potočka, ovvero quello di una resistenza al divorante imperialismo della vita e dei suoi diktat. Ma Bibo, nel programma dell’incultura tecnocratica trionfante e comunicante, non deve comparire più de La Barbarie di Michel Henry. Pertanto, in virtù di quali miracolose salvaguardie lo sviluppo di un partito dell’ordine sanitario, l’espansione di un neo-igienismo e l’istituzione di una sorveglianza generalizzata sarebbero da escludere?

Dopotutto, la fragilità della salute umana rappresenta un’urgenza perpetua suscettibile di fornire allo Stato l’alibi permanente per un infinito stato d’eccezione. Bisognerà giusto accettare come evidenze il tracciamento virtuale e le diaboliche telecamere di sorveglianza a riconoscimento facciale venute dalla Cina e già sperimentate, qui e là, in Francia. A nome della pace civile o del bene comune, ovviamente. E ammettere, come abbiamo fatto durante la pandemia, che il bio-potere esercitato sulla vita dei corpi e delle popolazioni, possa insinuarsi fin nell’intimità. Non sarà poi così difficile.

[…]

Affidare la nostra salvezza terrestre a degli algoritmi

Non c’è solo la questione delle “mani in cui cade la tecnologia” o del grado di consenso, più o meno informato, della popolazione. Affidare le nostre vite e la nostra salvezza terrestre alle cure dell’Intelligenza artificiale significherà esporsi a una più grande minaccia antropologica, finora meno sottolineata. Come non pensare agli effetti corrosivi degli algoritmi, a lungo termine, su libertà e responsabilità, due pilastri del mondo democratico in quanto facoltà propriamente umane? Lasciandoci assistere in tutto e per tutto da intelligenze artificiali, non rischiamo niente di meno che il deperimento progressivo del senso di responsabilità e il cedimento di ogni aspirazione alla libertà.

Dando priorità ai criteri di prevenzione, precauzione e benessere, probabilmente non ne ricaveremo che i vantaggi propri della “massimizzazione” del bene collettivo. Il nostro sistema sanitario potrebbe così appoggiarsi ad algoritmi disponibili su cellulari e applicazioni, come nei paesi asiatici. E dal momento che in molti ambiti si riveleranno più performanti dei nostri dottori, non ci sarà motivo per privarsene a lungo. Con questo sistema integrato, si avrà allo stesso tempo prevenzione (l’applicazione si farà carico di ricordarci che dobbiamo sottoporci a esami clinici o check-up), la sintesi dell’insieme dei nostri risultati e analisi, ma anche una capacità diagnostica e di prognosi mai raggiunta nella storia della medicina. Questo dispositivo, associato alle biotecnologie, avrebbe vantaggi immensi. E una volta su una così buona strada, perché non ispirarsi anche al “credito sociale” in vigore in Cina, dove tre miliardi di umani si vedono attribuire un punteggio positivo o negativo in funzione del loro comportamento individuale, giudicato più o meno virtuoso dallo Stato, anche sul piano sanitario. Almeno, sapremo con chi avremo a che fare. Quando incroceremo un non-virtuoso, la nostra applicazione ci avviserà: «Stop-cattivo».

Ne va dell’esercizio della libertà e del senso di responsabilità, come due organi che a forza di oziare, finirebbero per indebolirsi, rattrappirsi e poi morire. Lo si vede già con il senso di orientamento. Ogni giorno, miliardi di umani si affidano ormai a delle applicazioni per orientarsi nello spazio. Ora, l’uso smodato dei dispositivi di navigazione è sul punto di generare un’umanità differente; tale abitudine ha già iniziato a modificare i nostri circuiti cerebrali, precisamente quelli dove hanno origine i sogni e che pilotano il senso d’orientamento. Quanto al potere devastante di Internet sull’intelligenza dei digital natives, ogni giorno abbiamo motivo di dispiacercene.

Molti di questi giovani procedono ormai in un mondo appiattito dove la cronologia, la geografia e gli indicatori storici scompaiono. La narrazione non si svolge più, si pilucca e si disperde, portando con sé la coscienza di essere depositaria di un’eredità da trasmettere. Perché sovraccaricarsi di conoscenze, quando si rendono immediatamente disponibili grazie a un dispositivo portatile? Il cervello delega e, a poco a poco, si svuota. La sensibilità prende allora il sopravvento sul raziocinio, a cui conseguono l’incapacità di elaborare un pensiero riflessivo e di padroneggiare la parola, intolleranza, manicheismo, ignoranza dei contesti e delle sfumature. In questa desolazione, presto non resteranno altro che tre ideali insormontabili: il culto delle minoranze, la causa animalista e la salvaguardia del pianeta. Una perdita di punti di riferimento che non rischia di proteggerci dal crollo politico incombente.

Al di là, e nell’ottica di quello che Zygmunt Bauman chiama modernità liquida, dove tutto ciò che ci precede dev’essere idealmente liquidato per sgomberare la strada a ogni commercio e offrirsi all’immediatezza dei nostri desideri, non sapremo più cosa farcene delle biblioteche (inutili e ingombranti), di solidi sistemi cognitivi (invalidanti), della memoria (avvilente), degli impegni durevoli e dei legami di lealtà fra umani (incompatibili con l’impero del management). Il privilegio accordato alla leggerezza, allo zapping, alla flessibilità, all’usa-e-getta, al volatile e al revocabile, li renderà handicap o fardelli di cui bisogna sbarazzarci. Se a questa liquidazione si aggiunge la tirannia del benessere, non è più chiaro in nome di cosa la pratica della responsabilità e della libertà – al cuore di tutte le grandi utopie politiche emancipatrici – potrebbe non uscire “influenzata” dall’epidemia.

Mobilitarsi per lottare contro un virus, quando si presenta, sì. Ma farne il nostro solo e unico orizzonte e pensare di poter salvaguardare la nostra dignità senza accettare di correre il benché minimo rischio è aberrante. È forse cosi difficile agire con calma, sangue freddo, responsabilità e fermo impegno, non trascurando la salute, ma preservando l’economia, che è vita essa stessa, e senza rinunciare alle nostre libertà? Come se fosse fuori dalla portata della nostra sensibilità post-tragica capire che solo la disponibilità a mettere un poco in gioco la propria vita per preservarne il senso può conferire a una società democratica la sua colonna vertebrale, la sua “sacralità”, la sua comunità, e la garanzia ultima che i suoi valori terranno perché verranno difesi. Senza questa disponibilità, che presuppone che la vita “bruta” non possa essere eretta affatto a bene supremo, il collettivo si svuota, quantomeno se si ammette che solo ciò per cui saremmo pronti a sacrificare qualcosa, riveste un carattere veramente sacro ai nostri occhi di Moderni laici.

Il criterio sconvolto che ci ha fatto da stella polare nei giorni del coronavirus è agli antipodi di questo atteggiamento mentale. E come scrive Olivier Rey ne L’Idôlatrie de la vie (Gallimard), «quando non si può più sacrificare la vita, non resta che tenersela». Niente di eroico o di glorioso in questo. Ci saremo comunque raccontati molte menzogne durante questa pandemia, la banalità della vita non essendo altro che una vita di servitù, esattamente quella a cui ci espone il fatto di erigere la vita biologica a bene supremo, e di situarne il sacro nella conservazione piuttosto che nel superamento. Una folle caduta su scala storica. E allora no, la scelta di vita sotto il Covid non costituisce necessariamente la notizia migliore di questo inizio secolo.

 

1 Istvan Bibo, Misère des petits États de l’Est, Paris, Albin Michel, 2000.

                                                                                                              

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martedì 29 giugno 2021

Un reddito di base e un’eredità per tutti - Thomas Piketty

 

La crisi del covid-19 ci obbliga a ripensare gli strumenti della ridistribuzione e della solidarietà. Un po’ ovunque fioriscono proposte: reddito di base, lavoro garantito, un’eredità per tutti. Diciamolo subito: queste proposte sono complementari e non alternative. A lungo termine dovranno essere applicate tutte, per gradi e in quest’ordine. Cominciamo dal reddito di base. Oggi questa misura è insufficiente, soprattutto nel sud del mondo, dove in assenza di un salario minimo le persone non possono rispettare il lockdown. In India durante le elezioni del 2019 i partiti d’opposizione avevano proposto d’introdurre un reddito di base, ma i nazionalisti-conservatori al potere a Delhi continuano a rimandare.

In Europa esistono molte forme di reddito minimo, ma con inadeguatezze di vario tipo. In particolare è urgente renderlo accessibile anche ai cittadini più giovani e agli studenti (come succede già da tempo in Danimarca) e soprattutto alle persone senza domicilio o senza conto in banca, che spesso devono affrontare un percorso a ostacoli insormontabile.

Inoltre non dobbiamo sottovalutare l’importanza delle discussioni sulle valute digitali delle banche centrali, che idealmente dovrebbero portare alla creazione di un servizio bancario pubblico e gratuito, agli antipodi dei sistemi sognati dai privati (Bitcoin, Facebook, le banche). Tra l’altro è fondamentale estendere il reddito di base a tutti i lavoratori a basso salario, con un sistema di versamenti automatici in busta paga e sui conti bancari, senza che le persone coinvolte debbano farne richiesta, e collegati al sistema di tassazione progressiva.

Il reddito di base è uno strumento essenziale ma insufficiente. Il suo importo, in particolare, è sempre limitato: generalmente è compreso tra la metà e i tre quarti del salario minimo dei lavoratori a tempo pieno. Questo significa che, fin dalla sua concezione, può essere solo uno strumento parziale di lotta alle disuguaglianze. Per questo è preferibile parlare di reddito di base e non di reddito universale (un concetto che promette più di quanto possa garantire).

Quando si studiano le disuguaglianze, l’elemento più sorprendente è il persistere della concentrazione della proprietà

Uno strumento più ambizioso, che potrebbe essere istituito a complemento del reddito di base, è il sistema di garanzia dell’impiego proposto nel quadro delle discussioni sul new deal verde. L’idea è di proporre a tutte le persone un impiego a tempo pieno, con un salario minimo decente (15 dollari all’ora negli Stati Uniti). Il finanziamento sarebbe garantito dallo stato e i posti di lavoro nel settore pubblico e nelle associazioni (comuni, amministrazioni locali, enti senza scopo di lucro) sarebbero proposti dalle agenzie pubbliche per l’impiego. Un simile sistema potrebbe contribuire al processo di demercificazione e di ridefinizione collettiva dei bisogni, in particolare in materia di servizi alla persona e di transizione energetica. Permetterebbe anche di rimettere al lavoro i disoccupati durante le recessioni a costi limitati.

L’ultima misura che potrebbe completare questo insieme, accanto al reddito di base, alla garanzia dell’impiego e ai diritti derivanti da uno stato sociale esteso (istruzione e sanità gratuite, pensioni e sussidi di disoccupazione, diritti sindacali), è garantire un’eredità a ogni cittadino.

Quando si studiano le disuguaglianze, l’elemento più sorprendente è il persistere della concentrazione della proprietà. Il 50 per cento più povero della popolazione mondiale non ha praticamente mai avuto niente: oggi in Francia possiede il 5 per cento del patrimonio totale, mentre il 55 per cento è nelle mani del 10 per cento più ricco dei francesi. L’idea secondo la quale basta aspettare che la ricchezza si diffonda non ha senso: se fosse vero, sarebbe successo già da tempo.

La soluzione più semplice è una ridistribuzone delle eredità che permetta alla popolazione nel suo insieme di ricevere una somma minima. Per dare un’idea, questa eredità potrebbe essere di 12omila euro (ovvero il 60 per cento del patrimonio medio di ogni adulto). Versata a tutti i cittadini di 25 anni, sarebbe finanziata da un misto di tassazione progressiva sui patrimoni e sulle successioni. Chi oggi non eredita niente avrebbe 120mila euro, mentre chi eredita un milione di euro ne avrebbe 600mila. Siamo ancora lontani da una situazione di pari opportunità, un principio spesso difeso a livello teorico, ma che le classi privilegiate vedono come la peste.

L’obiettivo dell’eredità universale è aumentare il potere di contrattazione di chi non ha niente, permettendogli di rifiutare alcuni lavori, di avere una casa e di fare progetti. Questa libertà spaventa i ricchi e i datori di lavoro perché renderebbe i loro dipendenti meno arrendevoli, ma fa felici tutti gli altri. Ci stiamo riaffacciando sul mondo dopo essere stati a lungo in isolamento. Un motivo in più per rimetterci a pensare e a sperare.

 

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul numero 1411 di Internazionale.

 

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Il terrore nel cuore della notte - Jonathan Cook

I video sono ovunque su Youtube. Soldati israeliani mascherati assaltano la casa di una famiglia palestinese nel cuore della notte. I genitori, vestiti con indumenti da notte, sono improvvisamente circondati da uomini pesantemente armati con il passamontagna.

I bambini piccoli sono costretti a svegliarsi. Con un misto di confusione e paura, sono costretti a rispondere alle domande poste loro in un arabo stentato da questi sconosciuti senza volto e armati. Vengono allineati in una stanza mentre i soldati li fotografano con in mano la carta d’identità. E poi, proprio come sono arrivati, gli uomini mascherati scompaiono nella notte.

Non ci sono domande oltre all’identificazione delle persone in casa. Nessuno viene “arrestato”. Non c’è uno scopo ovvio; solo il senso di sicurezza di una famiglia distrutto per sempre.

Per la maggior parte delle persone che guardano questi video sconvolgenti, tali scene sembrano un incubo orwelliano. E di sicuro Israele ha dato a questa procedura un nome orwelliano: “Intel Mapping” (“Mappatura delle Informazioni”).

La scorsa settimana, su pressione dei tribunali, l’esercito israeliano ha annunciato di aver posto fine alla pratica della “mappatura”, a meno che, e questa sarà una scappatoia facilmente sfruttabile, non vi siano “circostanze eccezionali”.

Dato che le famiglie le cui case, intimità e dignità vengono violate non sono sospettate di alcun reato, è difficile immaginare quali “circostanze eccezionali” potrebbero mai giustificare queste incursioni umilianti e terrificanti.

Intrusi mascherati

Nell’annunciare la sua decisione, l’esercito israeliano ha affermato che nell’era digitale c’erano altri strumenti che poteva usare per ottenere informazioni sui palestinesi, oltre a invadere casualmente le loro case con le armi spianate nel cuore della notte. Un comunicato ha aggiunto che si tratta di un gesto umanitario volto a “mitigare lo sconvolgimento della vita quotidiana dei cittadini”.

Tranne, naturalmente, che i palestinesi non sono “cittadini” israeliani; sono soggetti senza diritti che vivono sotto una belligerante occupazione militare. E non si tratta di “disagi”, i palestinesi non stanno affrontando un ritardo imprevisto del treno, ma una forma di punizione collettiva, e quindi un crimine di guerra.

Come osserva un rapporto di tre organizzazioni israeliane per i diritti umani pubblicato lo scorso novembre, “è altamente dubbio che qualsiasi caso di mappatura possa essere considerata legale ai sensi del diritto internazionale”. Tuttavia, queste invasioni domestiche sono all’ordine del giorno. Sono parte integrante della politica dell’esercito israeliano di sorveglianza, controllo e persecuzione dei palestinesi.

Secondo i dati raccolti dalle Nazioni Unite, l’esercito israeliano ha effettuato circa 6.400 “operazioni di ricerca o di arresto” solo nel 2017 e nel 2018, ciascuna operazione potenzialmente comprendente più di una casa. Una ricerca di Yesh Din, un gruppo israeliano per i diritti umani, mostra che la stragrande maggioranza di tali operazioni inizia tra mezzanotte e le cinque del mattino.

In un quarto dei casi i soldati sfondano la porta per entrare e in un terzo dei casi un familiare viene aggredito fisicamente. Due terzi delle famiglie hanno subito queste invasioni più di una volta.

Le operazioni di “Intel Mapping” sono state particolarmente difficili da giustificare per l’esercito su qualsiasi tipo di motivo di sicurezza. Ciò ha portato all’inizio di quest’anno a un esame non gradito da parte della Corte Suprema israeliana, che ha dato tempo all’esercito fino ad agosto per divulgare la formulazione del suo protocollo di “mappatura”La cancellazione della pratica da parte dell’esercito la scorsa settimana significa che la logica per traumatizzare migliaia di famiglie palestinesi per molti anni continuerà a essere un segreto.

Crimini di guerra abituali

La realtà è che la “mappatura” non ha mai riguardato la costruzione di un’immagine più accurata della società palestinese. Ha molti altri scopi, molto più sinistri.

In termini pratici, viene utilizzato per addestrare giovani soldati israeliani, familiarizzandoli con le tecniche di invasione delle case palestinesi e di intimidazione dei palestinesi, il tutto in un ambiente sicuro per i soldati. L’esercito sa che i genitori palestinesi si occuperanno principalmente di proteggere i propri figli dalla terrificante presenza di intrusi armati in quello che dovrebbe essere lo spazio più sicuro della famiglia.

In una testimonianza di Breaking the Silence, un’organizzazione di ex soldati israeliani che rivelano il loro passato nell’esercito, un soldato ha osservato: “Raramente c’è una motivazione operativa per questo. Spesso, la motivazione è pratica, il che significa che per la prima volta abbiamo uno strumento di violazione per forzare porte aperte; nessuno ha un programma, quindi decidiamo di irrompere in una casa in qualsiasi momento.”

Ma ci sono altri scopi, anche più oscuri, dietro queste incursioni casuali di “mappatura”. Fanno parte del processo graduale attraverso il quale l’esercito forma i suoi giovani soldati ad una vita di costanti crimini di guerra. Abbatte il loro senso della moralità e ogni residuo di compassione dopo anni di esposizione nel sistema scolastico israeliano al razzismo anti-palestinese.

Terrorizzare i palestinesi, anche i bambini, diventa rapidamente parte della monotona routine dei “doveri” militari.

Guerra psicologica

Ma soprattutto, le irruzioni nelle abitazioni traumatizzano i palestinesi con modalità studiate per consolidare l’occupazione e renderla permanente. Sono una forma di guerra psicologica, una campagna di terrore, contro le famiglie e le comunità in cui vivono. Rafforzano il messaggio che l’esercito israeliano è ovunque, controllando i più piccoli dettagli della vita dei palestinesi.

I soldati prendono a cuore queste indicazioni. Uno ha detto di aver capito che lo scopo di nascondere il volto “era quello di essere più intimidatorio, più spaventoso, e quindi forse trovare meno resistenza”.

L’attività di “mappatura” è progettata per far credere ai palestinesi che qualsiasi tipo di opposizione all’occupazione è inutile o controproducente. Le invasioni domestiche lasciano cicatrici permanenti, poiché le donne spesso descrivono di sentirsi violate e di perdere un senso di orgoglio nella loro casa, mentre gli uomini soffrono del trauma associato all’incapacità di proteggere mogli e figli. I bambini soffrono di ansia e disturbi del sonno e fanno fatica a scuola.

C’è un ulteriore obiettivo in queste operazioni di “mappatura” quando gli insediamenti ebraici sono stati costruiti vicino alle famiglie palestinesi prese di mira. Le invasioni domestiche avvengono regolarmente per queste famiglie, servendo come forma di pressione per incoraggiarle ad abbandonare le loro case in modo che i coloni possano occuparle.

Un sondaggio delle Nazioni Unite del 2019 su un’area di Hebron ambita dai coloni ha rilevato che in un periodo di tre anni, il 75% delle case palestinesi nel quartiere era stato “mappato”. Un residente la cui casa è stata perquisita più di 20 volte ha detto ai ricercatori di Yesh Din: “Penso che le irruzioni dei soldati siano solo un deterrente, per cacciarci di casa”.

Spiare i palestinesi

Persino alcuni ex soldati capiscono che le motivazioni della raccolta di informazioni per queste invasioni sono fasulle. Molti hanno detto ai gruppi per i diritti umani che le informazioni presumibilmente ottenute da queste operazioni non sono mai state utilizzate in seguito. Nessuno è stato in grado di indicare una banca dati in cui venivano archiviate le informazioni.

Anche se le operazioni di mappatura riguardavano principalmente la raccolta di informazioni, l’esercito ha mezzi molto più efficaci per spiare e controllare la popolazione palestinese nei territori occupati della Cisgiordania e di Gerusalemme Est.

Il lavoro dell’Unità 8200, una delle tante squadre dell’esercito per raccolta di informazioni, include l’ascolto delle comunicazioni palestinesi per trovare segreti che possono essere usati per ricattare ed estorcere ai palestinesi la collaborazione con le autorità di occupazione.

Una cosiddetta unità informatica nel Ministero della Giustizia israeliano ha il compito di spiare Internet e le comunicazioni sui social media dei palestinesi. E Israele ha infinite altre fonti di informazione sui palestinesi: collaboratori, il registro della popolazione palestinese che controlla, documenti di identità biometrici, tecnologia di riconoscimento facciale, interrogatori ai posti di blocco, uso di droni e sequestro di palestinesi per interrogatori.

Complicità dei tribunali

Ancora più importante, l’esercito sa che può continuare come prima con queste invasioni domestiche usando altri pretesti. Comprenderà le operazioni di “mappatura” all’interno di tipologie ancora più violente di incursioni notturne, come la ricerca di armi, gli interrogatori di bambini sul lancio di pietre o gli arresti.

Purtroppo, i tribunali israeliani hanno sempre mostrato la volontà di colludere con l’esercito proprio in questo tipo di inganni salva-faccia e ciniche manipolazioni del linguaggio. Non c’è motivo di credere che il sistema giuridico israeliano farà qualcosa di concreto per garantire che le invasioni domestiche, sia per “mappatura” che per qualsiasi altro scopo, abbiano fine.

I resoconti dei tribunali israeliani sono stati costantemente pessimi nel proteggere i palestinesi dagli abusi dell’esercito israeliano. Anche quando i tribunali si pronunciano tardivamente contro i protocolli militari che violano palesemente il diritto internazionale, l’esercito trova invariabilmente il modo di indebolire la sentenza, di solito con la complicità del tribunale. Per anni, l’esercito ha continuato a usare i palestinesi come scudi umani, trascinando avanti procedimenti legali riqualificando la pratica come una cosiddetta “procedura di vicinato” o “preavviso”.

Non è difficile immaginare che “l’intel mapping” possa ricevere un simile rifacimento linguistico usando un nuovo gergo. E c’è un motivo in più per essere scettici: Più di 20 anni fa, l’Alta Corte israeliana ha vietato la tortura dei detenuti palestinesi, eppure, è continuata quasi senza sosta perché la Corte ha creato una scappatoia per i casi definiti come “bombe ad orologeria”, quando cioè gli interrogatori presumibilmente devono affrontare una corsa contro il tempo, a causa di un pericolo imminente, per estorcere informazioni “necessarie” per salvare vite umane.

La realtà è che quando Israele tratta la sua occupazione come permanente, allora preservare l’infrastruttura dell’occupazione, per sorveglianza, controllo, intimidazione e umiliazione, diventa una necessità assoluta. Quando l’occupante cerca inoltre di cacciare i palestinesi per sostituirli con la propria popolazione di coloni, il marciume è ancora più profondo. Uomini, donne e bambini palestinesi sono ridotti a nient’altro che pedine da spazzare via da una scacchiera.

Per questo motivo, le invasioni domestiche, il terrore delle famiglie nel cuore della notte da parte di soldati mascherati, continueranno, qualunque sia l’eufemismo usato per giustificarli.

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Jonathan Cook è un giornalista britannico che vive a Nazareth dal 2001, in passato ha vinto il Premio Speciale Martha Gellhorn per il giornalismo.

La versione originale di Middle East Eye

Traduzione in italiano di Beniamino Rocchetto per Invictapalestina.org

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Pandemia e femminismo - Sara Gandini

Molte decisioni durante la pandemia sono state prese sulla base del concetto di stupidità collettiva. Sull’idea del popolo bue, della gente analfabeta funzionale, degli italiani incoscienti… si sono prese decisioni insensate: sono state imposte dall’alto decisioni che se lasciate ai singoli, dando fiducia al prossimo, in realtà avrebbero avuto la stessa efficacia e avrebbero aiutato a responsabilizzare.

Se ci fosse stata più fiducia nei cittadini tutta una serie di misure dal sapore paternalistico ce le saremmo risparmiateMa sia per i politici che per il nostro ego la retorica che porta a sentirsi illuminati e superiori agli altri funziona. E così si dà addosso ai medici, che sarebbero incompetenti e non sanno curare, agli insegnanti che non hanno voglia di lavorare, ai giovani incoscienti ed egoisti, ai genitori che ubbidiscono e non si ribellano, alle mamme che hanno paura di tutto, agli scienziati sempre in tv che dicono tutto e il contrario di tutto, ai giornalisti che pur di vendere la notizia utilizzano un linguaggio scandalistico lontano dalla realtà… Finisco con questa ultima affermazione perché riguarda anche me. Io per prima l’ho scritto perché ammetto di considerare i giornalisti i massimi responsabili del clima terribile generato in Italia con la pandemia. Ma in realtà anche loro ubbidiscono alle leggi del mercato, al simbolico del denaro e del potere.

Lasciatemi quindi dire che non solo queste generalizzazioni non funzionano ma non aiutano nemmeno a pensare. Rendono la situazione immodificabile in modo che il senso di impotenza cresce, funzionale a chi prende le decisioni e a chi sta davvero al potere. Infatti non tutti i giornalisti stanno a questo gioco come non tutti gli scienziati sono rapiti dal loro narcisismo e non si prendono la responsabilità di quello che affermano. Io penso che bisogna fare molta attenzione a chi si prende di mira e bisogna farlo radicando la riflessione partendo da sé… Bisogna lavorare negli interstizifacendo leva sulle relazioni con persone che puntano sull’indipendenza simbolica, che non rinunciano a dire la loro verità con il rischio di ritrovarsi sole, ma che al tempo stesso non rinunciano a scambiare con chi la pensa diversamente, con chi ha un linguaggio e competenze differenti, in un conflitto che non diventa contrapposizione e schieramento, banalizzazione con identificazione del nemico di turno, ma che implica accettare di fare spazio per la verità dell’altro, quando si vede onestà intellettuale.

Questo cerco nella mia vita, da una vita. L’ho imparato dal femminismo e cerco di metterlo in pratica nei progetti nati con la pandemia. Questa per me è l’unica strada interessante proprio perché molto ambiziosa, l’unica a mio parere efficace, lontana dalle dinamiche di potere e dalle ideologie, ma radicata alle idealità e non disposta a svenderle. Lontana da verità assolute e opportunismo ma ancorata ai dubbi. Questo è quello cerco di mettere in pratica con il collettivo che sta nascendo attorno alla pagina della “Goccia”.

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lunedì 28 giugno 2021

Nizar Banat non parlerà più

 


Dissidente ucciso durante un raid della polizia dell’Anp nella sua casa

 

Nizar Banat, noto critico del presidente Abu Mazen e candidato alle presidenziali sospese dall’Autorità nazionale palestinese, è morto stamattina dopo un violento arresto. La famiglia denuncia: è stato brutalmente picchiato. Attivisti e partiti politici chiedono un’indagine indipendente

 

"Nizar Banat è stato assassinato”. Questa è l’accusa che da questa mattina gira sui social e tra tanti palestinesi della diaspora e dei Territori Occupati: l’attivista palestinese, duro critico dell’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen, ha perso la vita stamattina nella sua casa di Dura, vicino Hebron, durante un raid delle forze di sicurezza dell’Anp.

La sua salute “è derivata durante l’arresto”, il commento laconico del governatore di Hebron Jibreen al-Bakri, una dichiarazione che non dice nulla e che la famiglia di Banat rigetta: è stato picchiato, dicono, dai poliziotti venuti per arrestarlo. Una detenzione che non è isolata: non solo Banat era stato arrestato più di una volta nella sua vita, ma sono diversi i casi di critici e oppositori della linea di Abu Mazen, ma anche semplici utenti dei social, finiti in manette in Cisgiordania nell’ultimo periodo.

Secondo quanto riportato da Middle East EyeMuhannad Karajah di Lawyers for Justice aveva ricevuto una telefonata di Banat ieri, durante la quale l’attivista aveva raccontato di essere stato oggetto di minacce da parte dei servizi di intelligence palestinesi. Un mese fa inoltre uomini armati avevano sparato 60 volte contro la sua casa di Dura, mentre la famiglia era all’interno.

A condurre l’arresto, stanotte alle 3.30, sarebbero stati ben 25 membri della Preventive Security and General Intelligence, che hanno buttato giù la porta con un ordigno, svegliato Banat con spray urticante in faccia – racconta il cugino – e picchiato con dei bastoni di legno. E’ stato poi spogliato e portato via su un veicolo militare.

Subito la famiglia ha preso contatti con le varie sedi dei servizi segreti a Hebron per sapere dove fosse stato portato, senza successo. Solo un’ora e mezzo dopo hanno saputo della sua morte su WhatsApp, senza ricevere comunicazioni ufficiali. Banat è stato dichiarato morto all’ospedale governativo di Alia, ma il suo corpo lì non è stato trovato, facendo sospettare che sia morto in una caserma dei servizi.

“Quello che è successo è un omicidio”, ha commentato Karajah, mentre crescono le richieste di un’inchiesta indipendente – dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ad Hamas fino alle organizzazioni per i diritti umani – che individui i responsabili della sua morte. E crescono le critiche dure verso l’Autorità, considerata un governo sempre più repressivo delle voci critiche e incapace di confrontarsi con gli oppositori.

La cancellazione delle elezioni presidenziali e legislative previste per maggio e luglio 2021 è ritenuta da molti la prova della deriva. Lo stesso Banat era candidato alle parlamentari con la lista Freedom and Dignity e, dopo il rinvio del voto a data da destinarsi, era stato tra i firmatari di un appello diretto alla Corte europea dei diritti umani in cui si chiedeva la fine dei finanziamenti all’Anp.

L’omicidio di Banat giunge in un periodo di grave crisi per Fatah, il partito di Abu Mazen, e per l’Anp. Il presidente non ha saputo gestire l’escalation di questi mesi, a partire dal movimento popolare di protesta nato intorno ai minacciati sgomberi di famiglie palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est; è quasi scomparso durante l’offensiva militare israeliana contro la Striscia di Gaza; e insiste a mantenere una carica senza più alcuna legittimità, vista l’assenza di elezioni dal 2006. Una debolezza che danneggia il movimento palestinese di base e di cui stanno approfittando soprattutto le forze islamiste, a partire da Hamas, che sta incrementando i consensi in ogni angolo della Palestina storica.

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Rabbia dopo l’uccisione in custodia di Nizar Banat: «Basta ANP» - Chiara Cruciati

 

L’attivista palestinese, noto critico dell’Autorità Nazionale Palestinese, è stato arrestato e picchiato a morte dalla polizia di Ramallah, denuncia la famiglia. In migliaia in piazza a Ramallah marciano sul palazzo presidenziale: «Il popolo vuole la caduta del regime»

 

La doppia reazione alla morte di Nizar Banat è arrivata ieri da Ramallah, dagli uffici governativi e dalla piazza: da una parte il portavoce dei servizi di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), il generale Talal Dweikat, ha annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta; dall’altra migliaia di palestinesi hanno marciato verso la Muqata, il palazzo presidenziale, per protestare contro quello che non temono di definire un omicidio di Stato. Sono stati fermati dai lacrimogeni.

«Il popolo vuole la caduta del regime», hanno gridato, ispirati dagli slogan che dal 2011 hanno attraversato le rivolte nel mondo arabo. A scatenare una rabbia che ormai non cova più sotto la cenere è stata la morte, all’alba di ieri, del 44enne Nizar Banat.

Ex di Fatah, attivista, candidato alle parlamentari con la lista Freedom and Dignity (previste per lo scorso maggio ma cancellate dal presidente Abu Mazen), noto critico della leadership dell’ANP, Banat si è visto piombare nella sua casa di Dura a Hebron 25 poliziotti alle 3:30 del mattino. Hanno buttato giù la porta con un ordigno, raccontano i familiari, lo hanno picchiato con dei bastoni, spogliato e portato via.

Poco dopo è stato dichiarato morto dall’ospedale Alia di Hebron. Ma lì il suo corpo non c’era. Ammazzato di botte, accusa la famiglia, in una caserma dei servizi segreti. Banat era da tempo nel mirino dell’Autorità: arrestato diverse volte, aveva denunciato di aver ricevuto minacce negli ultimi tempi. E un mese fa, 60 colpi di arma da fuoco avevano colpito la sua casa. Immediata la reazione degli altri partiti politici palestinesi, dal marxista PFLP ad Hamas, che chiedono un’inchiesta indipendente.

Per tanti palestinesi è solo l’ultimo esempio della deriva autoritaria dell’ANP, incapace di una strategia nazionale di liberazione dall’occupazione israeliana e concentrata solo sul mantenimento di un potere effimero e pericoloso.

https://ilmanifesto.it/rabbia-dopo-luccisione-in-custodia-di-nizar-banat-basta-anp/

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Nizar Banat, una morte pesante come una montagna che chiede a tutti responsabilità! - Luisa Morgantini

 

Un dolore ed una ferita profonda per tutto il popolo palestinese, l’assassinio da parte delle Forze di Sicurezza Palestinesi, di Nizar Banat, militante e attivista indomito per la libertà del Villaggio di Dura. Un dolore ed una ferita profonda per tutti noi e per me che conoscevo Nizar da molti anni: sono stata ospite della sua famiglia, nel suo villaggio ed abbiamo varie volte manifestato insieme a Hebron nella campagna Open Shuhada Street. AssoPacePalestina porge alla famiglia di Nizar e ai palestinesi tutti le più sentite condoglianze, con l’impegno di continuare ad esigere con Nizar il rinnovamento, la trasparenza, la democrazia e la partecipazione popolare per liberarsi dall’occupazione, dalla colonizzazione e dall’apartheid israeliana.                                            

Ci auguriamo che la sollevazione popolare e l’indignazione contro questo crimine possa portare ad un cambiamento dei metodi usati dalle Forze di Sicurezza Preventive e del Mukhabarat Palestinese: non è possibile che per un “reato d’opinione” si faccia incursione nelle case nelle prime ore del mattino, si facciano saltare porte con ordigni, si terrorizzi la famiglia e si uccida di botte una persona. Certo succede anche in Italia che si muoia durante gli interrogatori o gli arresti fatti dalla polizia; quest’anno in Italia, ricorderemo i 20 anni dal massacro di Genova compiuto dalla nostra polizia contro inermi manifestanti.             

Ci auguriamo che l’ANP, il Presidente, il primo Ministro e il Capo del General Intelligence Service (GIS) si assumano la responsabilità di questo tragico evento, cessando ogni tipo di intimidazione e repressione verso chi esprime critiche alla leadership palestinese o manifesta pacificamente subendo gli attacchi e gli arresti, non solo dei servizi di sicurezza in divisa, ma anche da individui in abiti civili. Per onore della franchezza, dobbiamo dire che ci stupisce che Hamas si faccia paladino della libertà nella Cisgiordania, visto che a Gaza dove ha preso il potere, pratica la pena di morte ed in questi anni ha ucciso e incarcerato molti militanti e attivisti.

Fratelli che uccidono fratelli.

Ci auguriamo, ed abbiamo la speranza, che il popolo palestinese sappia trovare l’unità, non perdendosi in reciproci discrediti o accuse, non cercando in Fatah il facile capro espiatorio ma mettendo in discussione tutta la rappresentanza dei partiti e, perché no, anche dei movimenti, ed invece di delegare la ricerca dell’unità solo alle vecchie rappresentanze formi una commissione di riconciliazione che possa trovare una mediazione e una soluzione alle divisioni cosi profonde che indeboliscono tutti i palestinesi, nei territori occupati, in Israele e nella diaspora. Confidiamo anche in nuove elezioni nelle quali la popolazione palestinese possa liberamente scegliere le proprie rappresentanze capaci di essere il rinnovamento necessario per la costruzione di un paese che sappia riconciliarsi e raggiungere la libertà.

Noi di AssoPacePalestina ci sentiamo responsabili, in quanto italiani ed europei, della iniquità della politica del nostro governo e dell’Unione Europea, che permette a Israele di essere totalmente impunita per le violazioni continue dei diritti del popolo palestinese.                                                         

Per questo, continueremo, insieme a tutti quelli che hanno amore per un mondo giusto ed umano ad agire per la libertà e l’autodeterminazione del popolo palestinese.

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Silenzio sul Kurdistan irakeno - Linda Bergamo

In questo momento, a Erbil, nel Kurdistan iracheno, ci dovrebbe essere una delegazione internazionale per la pace e la libertà costituita da 150 persone, uomini e donne provenienti da 14/15 diversi paesi europei. L’idea della delegazione era soprattutto di mettere sotto gli occhi dei governi europei una nuova testimonianza diretta sull’orrore della campagna militare che la Turchia di Erdogan sta portando avanti nel Kurdistan iracheno.

Lo scopo dichiarato di questa guerra, mai raccontata abbastanza nei paesi alleati del regime di Erdogan (la Ue lo finanzia perché continui ad impedire l’esodo di chi fugge verso l’Europa e per la comune partecipazione alla Nato), è sempre lo stesso: annientare il PKK, il partito dei lavoratori curdo, che peraltro resta nella lista nera del Consiglio Europeo ed è ancora ritenuto un’«organizzazione a scopo terroristico». Tra bombardamenti e pressioni militari, nella “Regione del Kurdistan”, il nome ufficiale dell’entità federale autonoma dell’Irak, la Turchia si avvale della stretta collaborazione del partito maggioritario di Mas’ud Barzani, il Kurdistan Democratic Party (KDP). Il KDP, che governa a Erbil, si è unito in una coalizione con il Patriotic Union of Kurdistan (PUK), in maggioranza a Suleimani, controllato dal clan della famiglia Talabani che, con il clan dei Barzani, si è sempre conteso e/o spartito il controllo del territorio. Insieme ad altri partiti più piccoli, collaborano con il governo e formano oggi una forza unita di sostegno all’invasione turca, contro gli stessi curdi.

La delegazione della solidarietà internazionale doveva contare 150 persone tra universitari, persone impegnate in politica, attivist* etc. Ma la gran parte dei partecipanti non ha potuto raggiungere il Kurdistan iracheno. Ad almeno 27 persone è stato impedito di partire da Düsseldorf, in Germania. Anche a due catalani è stato impedito il decollo. Cinque italiani sono stati fermati negli aeroporti di Istambul e Doha e rispediti con la forza in Italia. Federico Venturini è stato costretto a tornare in Italia da Erbil (qui si può leggere la sua intervista concessa al rientro in Italia). Altri sono stati espulsi una volta arrivati in Irak, su ordine del Governo regionale del Kurdistan. Quale sia il fondamento giuridico delle espulsioni non è chiaro. Tra le motivazioni, il fatto che «sembrano essere politicamente orientati», oppure che in passato, come attivist*, avevano sostenuto delegazioni che si erano unite alla lotta armata al fianco del popolo curdo.

«Nell’ultimo anno, le autorità della regione del Kurdistan iracheno hanno condotto un’incessante repressione nei confronti di giornalisti, attivisti e manifestanti che esercitano il loro diritto alla libertà di espressione, in particolare tramite arresti arbitrari e sparizioni forzate» [1] scrive Amnesty International. Le repressioni alla libertà d’espressione fanno seguito alle proteste di massa per chiedere migliori servizi pubblici e impegno del governo nella lotta alla corruzione. Quello del clan corrotto dei Barzani è un governo che non accetta critiche.

Il risultato di questo sabotaggio è dunque che a Erbil invece di 150 ora ci sono solo 30 internazionalist*. Il 16 giugno il KDP ha fatto naturalmente di tutto per impedire lo svolgersi della conferenza di pace, l’evento principale organizzato dalla delegazione internazionale. La conferenza era stata prevista davanti alla sede delle Nazioni Unite di Erbil. È stata tenuta comunque in un hotel circondato da militari, di lì non si poteva uscire. Due tentativi di protesta pacifica sono stati repressi: un sit-in davanti all’hotel con canti e slogan contro l’invasione turca e poi, una volta costretti i manifestanti a rientrare, un momento conviviale con danze nella hall dell’hotel.

Il governo regionale del Kurdistan iracheno si è dichiarato contrario alla presenza della delegazione e non ha tardato a dimostrarlo. Ha impedito agli internazionalist* di entrare in contatto con molte ONG e altri attori locali, intimidendoli e spingendoli ad annullare gli appuntamenti già fissati. L’esercito ha inoltre impedito il raggiungimento dei villaggi del nord, evacuati in seguito ai bombardamenti turchi. Le dichiarazioni del governo accusano il PKK di servirsi della presenza degli stranieri europei per destabilizzare la regione. Nessuna solidarietà al popolo curdo è permessa, neanche da parte dei curdi stessi. L’esercito turco interviene nel nord, il KPD di Barzani dal sud. C’è una, piccola, resistenza in atto: 180 peshmerga (combattenti curdo-iracheni) hanno rifiutato di combattere contro il PKK, deponendo le armi e denunciando la politica del KDP che vuole dividere il popolo curdo. C’è però un malcontento crescente tra la popolazione del Basur (cioè del Sud della regione del Kurdistan, che è nel Nord dell’Irak), sull’incapacità dei partiti curdi di far fronte comune contro l’invasione turca.

Impedire l’arrivo della delegazione permette di evitare testimonianze “occidentali” sui crimini di guerra turchi: bombardamenti al fosforo bianco, raccolti e foreste distrutti, attivazione di cellule jihadiste sotto il controllo di Erdogan per esercitare una pressione costante sulle popolazioni curde, le forze di autodifesa del PKK, le YPG e le YPJ. La narrazione “ufficiale” classifica queste tre organizzazioni come “terroristiche”, ma è necessario ricordare che sono le uniche forze che si battono contro il modello imperialista ed estremista islamico turco, contro Daesh (o Isis) e il suo possibile ritorno nella regione. Viene completamente rimossa la resistenza curda a Kobane, a Raqqa, a Ifran e la vittoria contro Daesh a suo tempo, quando serviva gente disposta a farsi ammazzare per fermare l’avanzata dell’Isis, tanto elogiata in tutto il mondo occidentale. La narrazione “ufficiale” viene invece mantenuta anche al Consiglio Europeo, senza dubbio per non infastidire la Turchia.

L’invasione e la violenza dell’esercito turco infrangono le legislazioni internazionali. Le violazioni dei diritti umani sono flagranti. Evidente è la volontà di Erdogan di annientare l’esperienza rivoluzionaria del nord del Kurdistan iracheno, tanto quanto quella del Rojava. Erdogan viene ricevuto al vertice NATO. Come se niente fosse. L’ipocrisia e la posizione conciliante dei governi europei diventa sempre più inaccettabile.

Il 13 giugno la security aeroportuale del Governo Regionale curdo ha arrestato tre rappresentanti dell’amministrazione autonoma del Nord-Est della Siria. Erano venuti all’aeroporto di Erbil per accogliere un gruppo di 12 persone della Delegazione Internazionale, poi deportato direttamente. I tre rappresentanti sono spariti. Da allora di loro non si hanno più notizie. La preoccupazione per le loro sorti è enorme.
Il servizio di sicurezza interna e intelligence del governo regionale kurdo, chiamato Asayish, è conosciuto a livello internazionale per le pratiche inumane, le violazioni dei diritti umani, il mancato rispetto della legge e la pratica della tortura. L’Asaysh, così come altre forze di sicurezza e intelligence, è responsabile di arresti per ragioni politiche che possono durare anni.

A Sulemania, intanto, le manifestazioni continuano.

Il 17 giugno Deniz Poyaraz, militante del partito democratico filo-kurdo HDP, è stata uccisa a Izmir per mano di un esponente di un gruppo paramilitare al servizio della coalizione del governo turco AKP-MHP. Manifestazioni per ricordarla e denunciare la sua morte si sono svolte in tante città curde e europee.


Deniz Poyaraz, uccisa nell’assalto a una sede dell’HDP il partito legale filo-curdo in Turchia

Il 19 giugno un drone turco ha ucciso altre due persone e ne ha ferita una terza, attaccando il villaggio di Galala, non lontano da Sulemania.

Il 21 giugno le forze di sicurezza del governo hanno impedito alla delegazione internazionale, e a decine di altre persone, di raggiungere Qandil, una zona controllata dal PKK. In seguito a una protesta spontanea, pacifica, dei civili presenti, il servizio di sicurezza ha sparato sulla folla. Un manifestante è stato ferito.

Il 23 giugno, infine, 6 rappresentanti tedeschi della delegazione sono stati arrestati all’aeroporto Düsseldorf, di ritorno da Erbil.
Questo, così come altri arresti di membri della delegazione per la pace di ritorno in Europa, non può lasciarci indifferenti. Arrestando i suoi cittadini per aver partecipato a una manifestazione di pace, la Germania e gli altri paesi dell’Unione Europea dimostrano ancora una volta, al di là della retorica delle dichiarazioni, di voler sostenere nei fatti la Turchia proprio nelle sue mai celate ambizioni di guerra senza fine al popolo curdo.

Definire coloro che partecipano ad azioni pacifiche di solidarietà internazionale “terroristi”, pericolosi perché “politicamente orientati”, vuol dire che l’Europa mette in discussione la libertà di espressione e di pensiero che invece a parole solennemente rivendica, tra risoluzioni dell’ONU e promozione della democrazia, della good governance in tutti gli altri Stati economicamente meno influenti. La Turchia, che partecipa al vertice NATO e ha il secondo esercito dei paesi che vi aderiscono, è un alleato “irrinunciabile”. Che commetta ogni giorno crimini di guerra contro i curdi, finanzi cellule di Daesh, promuova un discorso infarcito di fanatismo islamico, utilizzi armi chimiche, imprigioni in modo sistematico gli oppositori politici, impedisca ai curdi di Turchia di parlare la loro lingua e utilizzi la tortura importa poco o niente. Mica si può essere perfetti.

La nota di Amnesty International

[1https://www.amnesty.org/fr/latest/news/2021/06/kurdistan-region-of-iraq-arbitrary-arrests-and-enforced-disappearance-of-activists-and-journalists/

Questo articolo è uscito anche su Progetto Melting Pot

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Assange, sempre in pericolo

 



Quando il silenzio diventa un omicidio - Vincenzo Vita

Caso Assange. Siamo di fronte, dunque, ad un caso amaro in sé, viste le precarie condizioni di salute di Assange, e per sé. Sembra, infatti, la prova tecnica di un nuovo regime nell’informazione Lo scorso venerdì si è tenuto, presso il senato della Repubblica, un convegno sul diritto alla conoscenza. Promosso dalla biblioteca del senato medesimo diretta da Gianni Marilotti insieme all’associazione intitolata allo scomparso giornalista di inchiesta Mimmo Càndito (fu presidente dei Reporter senza frontiere dal 1999), il dibattito si è giustamente incentrato sulla tragica vicenda di Julian Assange. Il giornalista di origine australiana è il fondatore dell’agenzia WikiLeaks, oggi detenuto nel carcere speciale inglese di Belmarsh con il rischio solo rinviato dell’estradizione negli Stati uniti. L’iniziativa ha rotto un po’ il velo di silenzio attorno ad una vicenda dai contorni pericolosi ed emblematici. Grazie all’impegno di Marinella Venegoni, la compagna di Càndito, di Gian Giacomo Migone con l’Indice libri del mese, della federazione della stampa con Giuseppe Giulietti, della fondazione Basso e dell’omologa intitolata a Paolo Murialdi, nonché di Critica liberale il sipario si è strappato. Tuttavia, come hanno sottolineato gli interventi di chi (Raffaele Fiengo, Enzo Marzo, Nello Rossi) ha condotto per anni lotte incisive per la libertà di informazione e la trasparenza degli apparati, c’è moltissimo da fare. Fondamentale la documentata comunicazione di Stefania Maurizi de il Fatto Quotidiano, cui si deve in Italia il mantenimento la luce accesa su di una vicenda abnorme. Come sono risultati inquietanti gli interventi del padre del whistleblower John Shipton (con una sobria drammaticità, antitetica rispetto all’imbarazzante televisione del dolore di tanti talk) e dell’avvocato australiano dell’imputato Greg Barnes. Già, l’imputazione. Si tratta di un reato previsto dall’Espionage Act statunitense del 1917, in base al quale la pena prevista in caso di accoglimento dell’estradizione, visto che gli Stati uniti non demordono arriva a 175 anni di carcere. Siamo di fronte, dunque, ad un caso amaro in sé, viste le precarie condizioni di salute di Assange, e per sé. Sembra, infatti, la prova tecnica di un nuovo regime nell’informazione. Qual è la questione, in sintesi? Mentre coloro che hanno promosso guerre sanguinose e terribili in Iraq o in Afghanistan o hanno controllato migliaia di cablogrammi e di telefonate con la National Security Agency (NSA) girano per il mondo con conferenze ben retribuite, l’eroe civile capace di illuminare la verità rischia di morire in prigione. Eppure, ora le cancellerie quasi si vergognano delle guerre di conquista volte ad esportare per così dire la democrazia. Visto che dall’Iraq distrutto è nato il terrore dell’Isis o di Al Qaida e che dal clamoroso insuccesso afghano ne hanno tratto vantaggio i talebani. Per non citare lo scandalo di Guantanamo, che è tuttora un buco nero del e nel mondo globale. Di tutto ciò non si sarebbe saputo pressoché nulla senza il coraggio di WikiLeaks supportato dalle fonti Edward Snowden ex tecnico della Central Intelligence Agency (CIA) in crisi di coscienza, e Chelsea Manning, il militare che ruppe il muro dell’omertà e ha tentato per tre volte di suicidarsi. Shakespeare ne avrebbe tratto uno dei suoi capolavori, essendovi in tali storie il racconto senza false retoriche del lato oscuro potere. Quest’ultimo si fonda sulla pratica (violenta) del segreto, perché la verità può essere eversiva. Ciò accade soprattutto quando vi sono misfatti di stato, azioni belliche contrarie ad ogni legge internazionale. Assange è sottoposto nella fortezza in cui è rinchiuso ad una vera e propria tortura, della stessa forma da lui denunciata con una controinformazione preziosa. Ha ricordato Migone, come aveva fatto del resto in vista delle elezioni americane Furio Colombo, che siamo al cospetto di un precedente insidioso. Non così accadde quando Daniel Ellsberg, il whistleblower dei Pentagon Papers (1967), disvelò le porcherie della guerra del Vietnam. Allora non si ebbero condanne, in virtù del principio fondamentale della libertà di informazione garantito dal primo emendamento della costituzione di Washington. Tant’è che il New York Times e il Post pubblicarono paginate e non vi fu censura, malgrado le pressioni del segretario della difesa McNamara. Basti, poi, leggere il duro documento stilato dallo Special Rapporteur on Torture delle Nazioni unite, Nils Melzer. Dove si stigmatizza pure il comportamento della Svezia, dove la drammaturgia cominciò, con accuse strumentali rivelatesi infondate. Perché il sipario si apra davvero, serve un atto formale, così come è accaduto in Gran Bretagna e in Australia su spinta di parlamentari di parti diverse. Una mozione delle camere rivolta al presidente del consiglio Draghi, affinché ponga il problema di Assange all’unione europea e a Joe Biden, è urgente e necessaria.

© 2021 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

 

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RICONOSCERE LO STATUS DI RIFUGIATO A JULIAN ASSANGE

Abbiamo presentato una mozione che sarà discussa e votata in Aula la prossima settimana per impegnare il governo a intraprendere ogni utile iniziativa finalizzata a garantire la protezione e l'incolumità di Julian Assange da parte delle autorità britanniche e a scongiurarne l'estradizione.

Ad Assange bisogna riconoscere lo status di rifugiato politico e la protezione internazionale, in virtù delle riconosciute e accettate disposizioni internazionali sul diritto d'asilo.

L'Alternativa c'è

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Questo il testo della mozione:

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MOZIONE

La Camera,

premesso che:

il 28 marzo 2021 Stella Morris, moglie di Julian Assange, ha riportato la notizia di una lettera personale da parte di Papa Francesco recapitata al marito, incarcerato nel Regno unito dal 2019, per il tramite del prete del penitenziario;

Julian Assange, cittadino australiano, è al centro di un caso diplomatico e giuridico che dura ormai da undici lunghissimi anni;

giornalista, attivista e programmatore informatico, nel 2006 Assange ha fondato il sito wikileaks.org

(WikiLeaks) con l’obiettivo di offrire uno spazio libero ai whistleblower disposti a pubblicare documenti sensibili e compromettenti, in forma anonima e senza la possibilità di essere rintracciati;

il sito, negli anni, è stato curato da molti giornalisti, attivisti e scienziati riscuotendo sempre maggiore attenzione nell’opinione pubblica, rivelando segreti e scandali, relativi, tra gli altri, a guerre, loschi affari commerciali, episodi di corruzione e di evasione fiscale;

le rivelazioni di WikiLeaks hanno contribuito ad aumentare la consapevolezza di larghi strati della pubblica opinione mondiale rispetto a governi, uomini di potere, reti di relazioni ed eventi, ben oltre la narrazione ufficiale;

nel 2010 Assange è assurto ad ampia notorietà internazionale per aver rivelato tramite WikiLeaks documenti classificati statunitensi, ricevuti dalla ex militare Chelsea Manning, riguardanti diversi crimini di guerra;

nell’ottobre del 2010, pochi mesi prima delle accuse avviate contro Julian Assange in Svezia, WikiLeaks pubblicò video e documenti diplomatici relativi alle guerre in Afghanistan e in Iraq. Fu una delle più grandi fughe di notizie della storia che documentarono abusi delle forze americane, compresa l’uccisione di decine di civili, compresi due giornalisti della Reuters, da parte di un elicottero da guerra statunitense Apache a Baghdad nel 2007;

WikiLeaks, attraverso il così denominato “Cablegate”, diffuse più di 300 mila documenti riservati dell’esercito statunitense che rivelarono gravi inadempienze della autorità nel perseguire abusi, torture, violenze perpetrate durante le guerre in Afghanistan e Iraq;

durante le primarie presidenziali del Partito Democratico statunitense del 2016, WikiLeaks pubblicò delle e-mail inviate e ricevute dalla candidata Hillary Clinton dal suo server di e-mail privato quando era Segretario di stato dimostrando, tra l'altro, il coinvolgimento dell'Arabia Saudita e del Qatar in varie azioni di supporto alla formazione dello Stato Islamico in Siria e in Iraq (ISIS) e ponendo concreti dubbi sul coinvolgimento statunitense in esse;

per le sue rivelazioni Julian Assange ha ricevuto svariati encomi da privati e personalità pubbliche, onorificenze (tra cui il Premio Sam Adams, la "Gold medal for Peace with Justice" da Sydney Peace Foundation e il "Martha Gellhorn Prize for Journalism"), ed è stato ripetutamente proposto per il Premio Nobel per la pace per la sua attività di informazione e trasparenza;

nel 2012, per sfuggire all’arresto da parte della polizia britannica, Julian Assange trovò asilo presso l’ambasciata dell’Ecuador, il cui governo gli avrebbe riconosciuto in quello stesso anno lo status di rifugiato politico e il diritto d’asilo;

l’11 aprile 2019, la polizia britannica ha arrestato Julian Assange all’interno dell’ambasciata dell’Ecuador a Londa, con il consenso delle autorità ecuadoriane dopo che, in seguito al cambio di governo, le stesse gli avevano revocato lo status di rifugiato;

nella serata del 11 aprile, Julian Assange è stato condotto dinanzi alla Westminster Magistrates' Court, dove sembrerebbe sia stato riconosciuto colpevole ipso facto d'aver violato nel 2012 i termini della cauzione: ovvero quando aveva deciso di rifugiarsi nell'ambasciata ecuadoriana e di non comparire di fronte a un giudice britannico che lo aveva convocato per conto della magistratura svedese nell'ambito di una controversa inchiesta per presunto stupro e molestie avviate contro di lui a Stoccolma, accuse poi archiviate;

oggi quindi Julian Assange risulta essere detenuto nel Regno unito per aver violato le condizioni di una libertà vigilata imposte sulla base di un mandato poi revocato, ma la motivazione reale della sua detenzione parrebbe risiedere nella richiesta di estradizione da parte degli Stati uniti;

le autorità di Washington asseriscono infatti che Julian Assange e WikiLeaks avrebbero messo a repentaglio la sicurezza nazionale degli Stati uniti. Con questa stessa accusa Chelsea Manning, che a WikiLeaks fornì i documenti nel 2010, è stata dapprima condannata a 35 anni di prigione e, successivamente, graziata dal Presidente Obama;

l’estradizione nei confronti di Assange troverebbe una ragione di fondamento in un atto di accusa segretamente depositato ad Alexandria, nello stato del Virginia, che consisterebbe di un solo capo di imputazione, insieme a Chelsea Manning, relativo al reato di pirateria informatica, anche se sembrerebbe che il ministero della giustizia statunitense abbia contestato ad Assange altri reati, tra cui quelli di cospirazione e spionaggio;

dopo quasi undici anni, quello in atto contro Julian Assange assume i contorni di una persecuzione contro la persona e di una ritorsione contro il progetto WikiLeaks, ma rappresenta anche un pericoloso precedente per attivisti, giornalisti e whistleblower negli Stati uniti così come in qualunque altro Stato;

la detenzione di Julian Assange – i cui presupposti erano già stati respinti nel 2015 dal Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria e rivelatasi anche avvenire in condizioni gravosamente severe – nonché le eventualità di estradizione e persecuzione a vita negli USA, hanno suscitato forte protesta e appelli per il rilascio da parte dell'opinione pubblica e di svariate organizzazioni per i diritti umani;

nel novembre 2019 il relatore Onu sulla tortura ha dichiarato che Assange avrebbe dovuto essere rilasciato e la sua estradizione negata, dichiarazione successivamente fatta propria anche dal Consiglio d'Europa, di cui il Regno unito è peraltro Stato membro fondatore;

nel dicembre 2020 lo stesso relatore Onu sulla tortura, oltre a rinnovare l'appello per l'immediata liberazione di Assange, ha chiesto, senza esito, che questi venisse almeno trasferito dal carcere ad un contesto di arresti domiciliari;

il 5 gennaio 2021 la giustizia inglese ha negato l'estradizione di Assange per motivi di natura medica, nello specifico per il bene della sua salute mentale per l’alto rischio di tendenze suicide;

tuttavia, nonostante quanto espresso in precedenza e nonostante le precarie condizioni di salute, Julian Assange risulta ancora detenuto in condizioni gravosamente severe presso la prigione di Belmarsh;

per questa ragione è opportuno esercitare la massima pressione sul Regno unito affinché comprenda la gravità della situazione e garantisca la protezione di Julian Assange, accogliendo quanto richiesto dal relatore Onu sulla tortura e quanto fatto proprio dal Consiglio d’Europa, massima istituzione per lo stato di diritto e per la tutela dei diritti umani di cui il Regno unito è membro fondatore;

finché a Julian Assange non verrà riconosciuta la piena libertà, lo status di rifugiato politico e la protezione internazionale, il rischio che egli possa andare incontro a violazioni dei diritti umani sarà sempre concreto e incombente, oltre a condizioni detentive che violerebbero il divieto assoluto di tortura e di altri maltrattamenti e un processo iniquo che, negli Stati Uniti, potrebbe essere seguito dalla pena di morte, a causa del suo lavoro con WikiLeaks;

impegna il Governo:

ad intraprendere, anche in aderenza alle Convenzioni internazionali e specificatamente alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ogni utile iniziativa finalizzata a garantire la protezione e l’incolumità di Julian Assange da parte delle autorità britanniche e a scongiurarne l’estradizione;

a riconoscere lo status di rifugiato politico e la protezione internazionale a Julian Assange, in virtù delle riconosciute e accettate disposizioni internazionali sul diritto d’asilo.

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