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lunedì 14 settembre 2026

LA SINISTRA “BRAMINICA” CHE ABBAIA ALLA LUNA - Salvatore Minolfi


La sinistra “braminica” (come ironicamente la definì Piketty in un brillante saggio del 2018) continua a non capire. Una settimana fa si eccitava perché, nella grande disfida di Cernobbio, Mario Monti avrebbe “asfaltato” Roberto Vannacci. Non le passava, neanche per un istante, per l’anticamera del cervello, che erano state proprio le politiche del primo (e di chi gli era succeduto) a generare l’humus in cui oggi prospera il secondo (il cui turno è giunto, in successione, dopo quello di Salvini e di Meloni). 

Nessuna comprensione dialettica del reale: solo l’eccitazione infantile per l’eterno scontro tra le forze del bene e quelle male. Ma si sa: meglio Heinrich Brüning che Adolf Hitler (anche se il primo spianò la strada al secondo con le sue cieche politiche deflattive, sostenute fino all’ultimo anche da Rudolf Hilferding e dalla socialdemocrazia tedesca).

Poi è arrivata la batosta sassone. E anche qui, la sinistra braminica ha cercato di concentrarsi (con gli argomenti più fantasiosi e anacronistici) sul singolo “albero”, per evitare di dover parlare della “foresta”. Ed è così che la sberla sassone si trasforma nell’esito infausto di una storia assai ‘locale’ (messaggio rassicurante), i cui caratteri peculiari (idiografici, si sarebbe detto un tempo) avrebbero la precedenza su quelli di carattere sistemico, che nessun vuol vedere e con i quali nessuno vuole fare i conti. 

Il bias cognitivo ci permette così di inquadrare la “tragedia” tedesca in un contesto più remoto e più lontano da noi e di scansare ogni analisi di un presente a dir poco imbarazzante.

No, non sto dicendo che la sinistra braminica fa così perché non vuol vedere, nel voto in Sassonia, la crisi della socialdemocrazia, il suo ideale eterno, astorico, atemporale. 

Sto dicendo che il voto sassone concede un’ultima possibilità (anche ai più duri di comprendonio) per capire che la sconfitta della socialdemocrazia (la fine della sua parabola storico-politica) si è consumata più di trent’anni fa. Il voto in Sassonia è come la scia luminosa di quelle stelle cadenti, che testimoniano di un evento veramente rilevante, avvenuto però molto ma molto tempo prima. 

Il guaio è che la sinistra braminica si è persa un’intera fase storica ed anche oggi continua a comportarsi come quell’esercito francese che – si rammaricava Marc Bloch ne “L’Étrange Défaite “ – stava sempre una guerra “indietro”.

La sinistra braminica ha un problema con la comprensione del proprio tempo storico. 

Nelle sue coordinate mentali, populismo e nazionalismo hanno smesso di essere categorie analitiche utili alla comprensione di fenomeni storico-sociali, per diventare pure etichette morali che urtano i “nostri valori”, la nostra coscienza “postmoderna” e “norm oriented”.

In questo approccio, il nazionalismo – trattato come un amalgama indistinto – viene interpretato come un mero “residuo arcaico” o come il semplice risultato della pura “manipolazione retorica”.  

E già solo questo ci rende incapaci di distinguere tra il nazionalismo che riemerge nelle società declinanti (introverso, difensivo, anti-globalista, centrato sulla protezione della comunità nazionale contro élite cosmopolite, immigrati, istituzioni sovranazionali) e quello che si afferma nelle società emergenti  (espansivo, ottimista, orientato a costruire sempre nuove connessioni, rivolto verso il riconoscimento esterno e la revisione dello status). 

Ora è il caso di smetterla di guardare un albero alla volta. La foresta esiste. E urge fare un bilancio. 

In Italia Meloni regna indisturbata ormai da quattro anni. La classe dirigente britannica è alla frutta (e forse anche il paese intero). Quella francese è appesa a un tenue filo, che prima o poi si spezzerà. Ed ora viene allo scoperto la gravità e la profondità della crisi tedesca: la fine di un modello che ha accumulato i suoi successi contribuendo agli squilibri globali (vent’anni fa i surplus tedeschi erano superiori a quelli cinesi), imponendo la deflazione salariale all’intera area euro e alimentando quella che alcuni definirono la “mezzogiornificazione” (il termine lo inventò Paul Krugman) delle aree della ex-DDR. Più in generale, da circa quindici anni l’economia tedesca era desincronizzata dai ritmi di crescita di quella europea: d’altra parte non puoi considerare veramente come un tuo mercato un’area che devasti sistematicamente con le politiche deflattive.

Nel contesto di un crollo generale degli equilibri mondiali, la crisi europea è appena al suo esordio. 

Il peggio deve ancora venire. Il fallimento non è di questo o quel paese. Ad essere fallito è l’intero progetto continentale. 

D’altra parte, se il delirante obiettivo di costruire l’homo europaeus attraverso la moneta unica (non avrai altro Dio!) non fosse già fallito, Bruxelles non si sarebbe convertita all’idea di una guerra permanente con la Russia, come ultimo tentativo di costruire un cemento comune tra 27 paesi che passano il loro tempo a farsi una spietata concorrenza fiscale. 

Qualcuno, nella foga della polemica, questo “segreto di Pulcinella” se l’è pure lasciato scappare: prima Mario Monti, giusto due anni fa (Assolombarda, 8 settembre 2024); poi recentemente Nathalie Tocci (sulle pagine di “The Economist”).

Nella più elementare delle dinamiche sociologiche, quando tutto è fallito, la sola evocazione di un nemico esterno può ridarti identità “in negativo”: tanto più se ha i caratteri grotteschi (l’eterno “trinariciuto”) che, con inquietante uniformità e serialità, una sempre più piccola, piccola, piccola (poiché culturalmente sempre più miserabile) borghesia europea – nel suo imbarazzante ‘orientalismo’ – evoca come responsabile di ogni disavventura (nel mentre protegge con tenacia e perseveranza il grande genocida che regna a Tel Aviv). 

Il mondo crolla e la sinistra braminica abbaia alla luna.

Il risultato sociale di questo ripiegamento involutivo è il declino politico-cognitivo delle classi dirigenti e la loro incapacità di affrontare i problemi reali. 

Saltando (per carità d’Europa) sul fatto che le nullità che stanno crollando una ad una si sono autoproclamate “coalizione dei volenterosi”, minacciando di trascinare in guerra proprio quegli elettori che a stento le sopportano, rimaniamo sul terreno delle questioni “interne”:

• riflessioni sulla parabola venticinquennale dell’economia europea: zero;

• riflessioni sulla polarizzazione sistemica dei redditi e dei patrimoni: zero;

• riflessioni sulla sistematica precarizzazione dei mercati del lavoro: zero;

• riflessioni sul declino sociale e sulla spirale del declassamento: zero;

• riflessioni sul declino dei sistemi educativi: zero;

• riflessioni sul degrado dei sistemi sanitari: zero;

• riflessioni sul declino della partecipazione politica: doppio zero (perchè poi, se la gente va a votare…).

Otto anni fa, Thomas Piketty – autore del memorabile volume “Il capitale nel XXI secolo” (2014)  – si chiedeva come fosse mai possibile che l’aumento vertiginoso della disuguaglianza dagli anni Ottanta in poi non avesse prodotto una corrispondente radicalizzazione della domanda politica di redistribuzione, ma fosse coinciso, invece, con l’indebolimento del voto di classe e con l’ascesa dei conflitti identitari, migratori e “populisti”. In breve: come spiegare la fine della socialdemocrazia europea e il suo totale annichilimento all’interno del sistema neoliberista. 

Da questa domanda nacque un interessante saggio storico-politologico, cui non fece seguito alcuna discussione pubblica. 

La sinistra braminica – preoccupata unicamente dei rendimenti del proprio “capitale educativo”, ha sistematicamente imposto un’agenda politico-culturale che ci ha condotti, anno dopo anno, a giungere intellettualmente e politicamente impreparati dinanzi a quella che potrebbe diventare una delle crisi più serie della storia europea.

da qui

venerdì 21 agosto 2026

Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro - Pasquale Liguori


Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio

Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale. Lo stupore per le dimensioni del Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma in fretta, come ogni meraviglia turistica. Quello che resta, e che continua a lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da conquistare.

Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi, dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre parti, sembra complicarsi anno dopo anno. E, tuttavia, il punto decisivo cade oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea di una direzione collettiva dello sviluppo.

Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed elettronica. Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.

Questo non significa fabbricare una Cina immaginaria, priva di tensioni e conflitti. Il punto sta altrove. Una società può essere attraversata da contraddizioni enormi e conservare insieme la capacità politica di intervenire su di esse. È forse questa la prima cosa che il viaggio rende difficile dimenticare, soprattutto per chi proviene da una parte del mondo educata a trattare i problemi strutturali come fenomeni meteorologici, eventi da subire, gestiti negli effetti con la correzione di qualche coefficiente, invocando la crescita e la benevolenza dei mercati.

Durante il viaggio avevo con me La Cina spiegata all’Occidente di Pino Arlacchi, scelto senza intenzione di farne una guida e senza cercare nel Paese reale la conferma meccanica di una tesi. È accaduto qualcosa di più serio, perché quelle pagine hanno allargato le domande che il viaggio poneva da sé, dando profondità storica a impressioni altrimenti destinate a restare in superficie e rendendo sempre più difficile liquidare come episodico ciò che continuava a ripresentarsi davanti agli occhi.

Arlacchi ha funzionato da vero compagno di viaggio, capace di amplificare l’esperienza senza diventarne il centro. Mentre attraversavo una Cina violentemente contemporanea, il libro riportava lo sguardo indietro di secoli e mostrava quanto poco si comprenda questo Paese facendolo cominciare nel 1949, oppure nel 1978 con Deng Xiaoping. A Xi’an la profondità storica diventa quasi fisica, perché l’Esercito di Terracotta si sottrae allo statuto di reperto monumentale di una civiltà scomparsa, così come la Città Proibita rifiuta di ridursi al residuo museale di un ordine cancellato. In entrambi i casi si avverte una continuità inquieta, dove le rotture gigantesche della storia, rivoluzione compresa, rielaborano gli strati precedenti invece di azzerarli.

L’appassionata insistenza di Arlacchi sul lungo filo della costituzione materiale cinese, sul ruolo dello Stato e sulla tradizione amministrativa, sulla selezione delle classi dirigenti e sul valore attribuito alla competenza, rischierebbe di irrigidirsi in un’essenza immobile dell’“essere Cina” qualora venisse presa come chiave unica. Resta però difficile negare che la Cina contemporanea nasca da una combinazione singolare tra questa lunga durata, la cesura rivoluzionaria del Novecento e la straordinaria sperimentazione istituzionale ed economica degli ultimi decenni.

Forse è proprio la capacità di tenere insieme ciò che il nostro pensiero separa con ostinazione a rendere la Cina tanto difficile da interpretare in Occidente. Confucio e Mao convivono con uno Stato fortissimo e un’economia di mercato, la continuità millenaria procede insieme alla trasformazione tecnologica più rapida del pianeta, la centralizzazione politica si accompagna a una sperimentazione locale di frontiera. Il lessico occidentale pretende ogni volta di costringere il fenomeno dentro un’alternativa: socialismo o capitalismo, mercato o pianificazione, democrazia liberale o dittatura. La Cina, invece, elude il bivio. Sicché, quando un oggetto storico resiste alle nostre categorie, preferiamo sospettare dell’oggetto piuttosto che interrogarci sui pregiudizi e sulla natura delle categorie.

Così la formula “socialismo con caratteristiche cinesi” viene trattata come un espediente propagandistico. Mercato, impresa privata e grandi ricchezze sembrano autorizzare un verdetto già scritto, capitalismo, e il potere saldamente in mano al Partito Comunista aggiorna la sentenza in capitalismo autoritario. Si tratta di una definizione comoda soprattutto perché permette di risparmiare l’analisi.

La domanda seria riguarda invece il posto che il mercato occupa dentro la formazione sociale cinese, il rapporto tra capitale privato e potere politico, il controllo del credito e delle grandi infrastrutture, della terra, dell’energia, delle reti strategiche e della direzione complessiva dell’investimento. A questo punto il problema si fa tagliente, perché smette di ruotare attorno alla semplice presenza del mercato e tocca il nodo essenziale: chi comanda chi.

Shenzhen offre l’illustrazione più istruttiva dell’intero viaggio. A uno sguardo distratto sembra la prova definitiva del successo capitalistico cinese, metropoli vertiginosa cresciuta nel segno della tecnologia, dell’impresa e del consumo. Basta spostare di poco la domanda perché l’immagine cambi natura. Da quale decisione politica è nata Shenzhen? Quale intreccio tra Stato, territorio, credito, ricerca, manifattura e capitale ha consentito di costruire una città di quella scala in pochi decenni? All’improvviso quella che sembrava una vittoria spontanea del mercato si rivela come una delle più gigantesche operazioni di pianificazione e di politica industriale della storia contemporanea.

L’interesse del caso cinese sta esattamente nella capacità di impiegare strumenti diversi subordinandoli a una strategia più ampia. Il mercato viene usato e orientato, privato di quella sovranità politica che il neoliberismo occidentale ha elevato a dogma. Da noi lo Stato si presenta ogni mattina davanti al tribunale dei mercati, mentre in Cina è il mercato a operare dentro una cornice che lo Stato rivendica ancora il potere di modificare.

Dopo decenni in cui ci è stato somministrato che privatizzare significava modernizzare, che la pianificazione apparteneva al museo delle ideologie e che la proprietà pubblica era per natura inefficiente, trovarsi davanti a una società capace di usare massicciamente il mercato senza consegnargli il comando produce un cortocircuito inevitabile. Il cortocircuito si aggrava osservando che proprio questa società ha costruito in poco più di quarant’anni infrastrutture, filiere tecnologiche e progetti urbani che alle nostre latitudini richiederebbero ere geologiche.

Viaggiando, questa densità politica dello spazio torna di continuo, mentre nelle città europee si percepisce sempre più raramente. La trasformazione conserva lo statuto di azione possibile e le città vengono ampliate, riforestate, connesse, ripensate in rapporto ai prossimi decenni da chi evidentemente immagina di abitarli.

E così la questione cinese smette di riguardare soltanto la Cina. Riguarda noi, il trasferimento di una parte enorme del potere reale dalla decisione politica al complesso privato tecnico-militare-finanziario-industriale, il paradosso di sistemi che si dicono democrazie mentre riducono la libertà alla scelta periodica di chi amministrerà un quadro di compatibilità dichiarato intoccabile.

Da qui la povertà della rappresentazione occidentale della Cina. L’informazione dominante raramente sembra interessata a comprendere la specificità di quella formazione sociale e lavora piuttosto a ricondurre ogni fenomeno alla conferma di un verdetto pronunciato in anticipo, funzionando da megafono ideologico dell’ordine che l’ha prodotta, fatto di deregolamentazione, finanziarizzazione e mercato elevato a principio superiore di razionalità sociale. Una Cina compresa nella sua complessità risulterebbe assai più disturbante di una Cina demonizzata, perché costringerebbe a domandarsi se l’evoluzione occidentale degli ultimi decenni sia davvero l’unica forma possibile della modernità. Molto più economico spiegare ogni risultato cinese con la parola “autoritarismo”, come se una parola bastasse a produrre una ferrovia, una politica industriale, una rivoluzione energetica o una metropoli.

A dare forma teorica a queste domande ha contribuito la teoria della “tripla rivoluzione” proposta dai marxisti cinesi Cheng Enfu e Yang Jun, secondo i quali la storia della Repubblica Popolare rifiuta di lasciarsi leggere come una rivoluzione originaria seguita da una lunga normalizzazione e infine da una restaurazione capitalistica. Propongono una continuità più inquieta e più fertile, dalla rivoluzione per la conquista del potere alla rivoluzione della riforma, fino alla rivoluzione della nuova fase storica, dove la trasformazione delle forme economiche e istituzionali coincide con la ridefinizione storica dell’orizzonte socialista piuttosto che con il suo abbandono.

La tesi obbliga a una verifica costante dei rapporti di proprietà, delle condizioni del lavoro, dell’autonomia o subordinazione del capitale, del potere reale delle istituzioni pubbliche, e resta comunque immensamente più feconda della formula pigra del “capitalismo di Stato”, perché rimette in movimento ciò che il pensiero occidentale ha già archiviato. La domanda decisiva riguarda la possibilità che una rivoluzione continui dopo la presa del potere, cambiando gli strumenti della propria politica economica senza dissolversi, usando il mercato senza riconoscergli sovranità, attraversando compromessi, ritirate e accelerazioni pur continuando a concepirsi come trasformazione di lunga durata. Sono esattamente le domande che la sinistra occidentale ha smesso di porsi nel momento in cui ha smesso di immaginare concretamente la trasformazione.

Il caso italiano, osservato dalla scala cinese, assume tratti quasi caricaturali. Arlacchi ha notato con una certa perfidia che buona parte della nostra classe politica, sottoposta ai criteri di selezione vigenti in Cina, faticherebbe ad amministrare qualche centro urbano minore. La valutazione mi pare persino indulgente, perché il problema italiano precede ormai la competenza: la capacità di governare trasformazioni complesse è stata sostituita dal teatrino social, dal posizionamento quotidiano, dal talk show e dal sondaggetto. Il risultato sta sotto gli occhi di tutti, con un Paese che invecchia, servizi pubblici impoveriti, ricerca e università trattate come costi superflui, salari stagnanti da trent’anni, giovani spinti all’estero e un dibattito pubblico infinitamente più occupato da ridicole polemiche che dalla domanda su cosa possa diventare l’Italia fra venti o trent’anni. Osservata dalla scala cinese, questa irrilevanza diventa quasi fisica.

Ancora più impressionante è il contrasto con la direzione dello spazio euroamericano. Di fronte all’ascesa di una potenza economica, tecnologica e politica che marginalizza la centralità occidentale, la risposta prevalente evita accuratamente di aprire una nuova stagione di investimenti sociali, scientifici e industriali e preferisce barriere, dazi, sanzioni, militarizzazione, riarmo. Per decenni ci hanno spiegato che le risorse per sanità, welfare e istruzione andavano razionalizzate fino alla scarsità e, davanti alla succulenta possibilità di business per i signori della guerra, i limiti di bilancio diventano improvvisamente elastici.

Siamo alla furia regressiva. Un Occidente che ha edificato nel sangue la propria grandezza, presentandola poi come forma definitiva della modernità politica, reagisce alla perdita di centralità irrigidendo le proprie strutture, alza barriere dopo avere predicato il libero mercato, impone arbitrariamente dazi mentre accusa gli altri di violare la concorrenza, investe nel riarmo dopo avere smantellato per decenni la capacità sociale dello Stato, proclama diritti universali mentre convive con la distruzione di intere popolazioni.

Niente di tutto questo santifica la Cina. Serve piuttosto a vedere quale mondo continua a progettare il futuro e quale si limita a difendere, per giunta in pessimo modo, il proprio privilegio passato. Una società che, dentro contraddizioni e conflitti aperti, continua a progettare infrastrutture, transizione energetica, città e sviluppo produttivo su orizzonti generazionali si confronta con società che hanno sostituito il progetto del futuro con la difesa sempre più aggressiva di un primato ereditato.

Resta la sensazione di avere incontrato dal vivo un Paese che tratta la storia come un campo ancora aperto e riconosce alla politica una facoltà che noi abbiamo dimenticato, quella di decidere una direzione e di organizzare il tempo lungo. Arlacchi non mi ha consegnato la spiegazione della Cina: ha fatto qualcosa di più utile, impedendo che ciò che vedevo restasse semplice stupore, costringendo ogni impressione a misurarsi con la lunga durata e demolendo la pretesa che l’Occidente possieda già tutte le categorie necessarie per giudicare quanto accade altrove.

Guardare davvero la Cina significherebbe sospendere almeno per un momento l’abitudine di giudicare il mondo dal centro di un Occidente che chiama universali le proprie categorie mentre perde la capacità di trasformarsi. Vorrebbe dire ammettere che il mercato non costituisce una legge naturale, che la pianificazione può appartenere al futuro, che lo Stato può essere qualcosa di diverso dall’amministratore della redditività privata e che la modernizzazione rifiuta di coincidere con l’occidentalizzazione. Soprattutto imporrebbe di accettare la possibilità che il nostro sistema culturale e mediatico lavora a rimuovere: mentre discutevamo se la storia fosse finita, uno dei suoi centri più antichi tornava a orientarne il movimento.

da qui

domenica 18 gennaio 2026

Il futuro della Palestina oltre la demagogia - Guido Viale

Demonizzare, prendere le distanze, o anche solo disertare le manifestazioni e le iniziative per la Palestina che si svolgono da mesi (e anni) in tutto il mondo, pur non avendo nessuna intenzione di sostenere il genocidio messo in atto da Israele perché, tra decine, centinaia e migliaia di striscioni e cartelli ce n’è uno che inneggia al 7 ottobre è come guardare il dito (orribile) e non vedere la luna (bellissima).

È noto che, quali ne siano i promotori, l’adesione di massa a queste manifestazioni è il frutto di molteplici reti informali che non sono organizzazioni, non hanno “servizi d’ordine”, ma soprattutto non hanno “autorità” in grado di decidere chi ha diritto di sfilare e chi no. Il senso vero di queste mobilitazioni sta tutto nel numero e nella giovanissima età dei partecipanti, e nel loro spirito al tempo stesso disperato, per quel che succede, e gioioso, per il fatto di esserci: nel rovesciamento di quella cappa di conformismo complice che caratterizza il “mondo politico” nei cinque continenti.

Ma che ne è di quel “Dal fiume al mare. Palestina libera!” gridato (in inglese) da tutti, che è lo slogan di Hamas? Non è solo “lo slogan di Hamas”; è lo slogan di tutte e di tutti i partecipanti a quelle mobilitazioni, a cui ciascuno dà un senso differente. Ma forse che tra quel fiume e quel mare c’è qualche parte del territorio in cui la Palestina, cioè i palestinesi, non debbano o non possano voler essere liberi? Certo c’è chi interpreta quello slogan come la soppressione di Israele, anche se ben pochi pensano che se in un domani, per non si sa quali circostanze, le sorti del conflitto si invertissero, ciò debba comportare la cacciata o l’eliminazione di tutti gli ebrei insediati in Israele, come oggi le destre sioniste messianiche invocano apertamente discriminazione, sottomissione, cacciata e sterminio di tutti i palestinesi che si trovano tra il fiume e il mare. Ma per i più, per coloro che riempiono le mobilitazioni e le altre iniziative per la Palestina che si moltiplicano in tutto il mondo, dal fiume al mare dovrà essere un territorio in cui ci sia posto per tutte e per tutti: ebrei, musulmani, cristiani, drusi, laici; autoctoni e immigrati. Tutti e tutte messe in grado di godere degli stessi diritti. Perché nelle mobilitazioni per la Palestina, ma anche in molte di quelle che vedono come protagoniste le nuove generazioni in tante parti del mondo, c’è molto di più della sola solidarietà e di una prospettiva di pace che riscatti la condizione di chi oggi è oppresso nel più crudele, cinico e ipocrita dei modi. C’è una aspettativa e un’aspirazione a rovesciare lo stato di cose presente.

Ma, tornando al fiume e al mare, il problema è “come?”. Si aprono divergenze che non riguardano solo la Palestina di domani, ma in qualche modo il futuro di tutto il mondo di oggi. Perciò questa vicenda attrae l’attenzione generale, anche se in altre regioni massacri, esecuzioni, distruzioni, fame e sterminî sono, se possibile, persino più estesi o spietati di quelli messi in atto da Israele. Allora? “Due popoli e due Stati”? Non ci crede più nessuno: quello che dovrebbe esse lo Stato di Palestina è completamente devastato nella striscia di Gaza e divorato da insediamenti e “avamposti” di coloni israeliani in Cisgiordania. Diviso in zone non contigue, privo di una propria economia, messo continuamente in forse dalla prepotenza di Israele, non ha alcuna chance di esistere se non come appendice del suo potente antagonista. D’altronde, nei piani di pace, la “striscia” è destinata a diventare una proprietà privata altrui, riaprendo le porte alla colonizzazione israeliana sotto forma di investimenti immobiliari, mentre la Cisgiordania resterà comunque un’area di occupazione dove i palestinesi avranno sempre meno possibilità di vivere in pace.

Un unico Stato, allora? Ormai lo prospettano tutti coloro che si rifiutano di usare “due popoli, due Stati” come specchietto per le allodole e alibi per evitare di confrontarsi con la realtà. Ma quale Stato? Per alcuni non c’è alterativa all’annessione a Israele di tutta la Palestina. Non lo dicono apertamente, ma non prospettano alcun possibile esito diverso. Per altri, invece – e lo dicono apertamente già nei titoli dei loro libri, come Il suicidio di Israele, o La fine di Israele – sarà il genocidio in corso e il modo in cui si è innestato nella guerra che Israele conduce contro la Palestina dalla sua nascita, o dal 1967, a decretarne la fine: non quella della comunità ebraica ormai insediata da tre o più generazioni su quella terra, ma quella del suo Stato, insidiato dal contrasto incontenibile tra messianici e laici; per aprire la strada a una nuova entità statale di cui non si sa, o non si sa ancora, enunciare né nome né connotati. Anche lo storico Ilan Pappé (in La fine di Israele citato), tra quelli che si spingono di più in questa direzione, non arriva a confrontarsi con i due problemi principali – non che siano gli unici! – di questa prospettiva; che non è solo la convivenza e la tolleranza tra due comunità nemiche.

Il primo è il “diritto al ritorno”: non quello che apre le porte di Israele a chiunque dimostri o dichiari di essere ebreo, e con cui i governi di quello Stato hanno popolato il suo territorio per decenni, bensì quello che la risoluzione 194 dell’Onu riconosce ai profughi palestinesi della Nakba del ’47, ‘48 e ’49 e anni seguenti che si trovano nei campi, sia in Palestina che all’estero, soprattutto in Libano, Siria, Giordania ed Egitto. Allora erano quasi un milione; oggi sono cinque volte tanto. Pappé ritiene che “tra il fiume e il mare” ci sia posto per tutti, tanto più che molti ebrei se ne stanno andando o lasceranno Israele nei prossimi anni. Ma come risolvere il problema della restituzione di beni, case, terreni e interi villaggi nel frattempo occupati da generazioni di cittadini ebrei di Israele? E quello delle relative compensazioni? È evidente che non potrà esserci una soluzione univoca, centralizzata e meno che mai immediata. Dovrà essere un processo graduale, decentrato e negoziato caso per caso – cosa che non può essere fatta se non da comunità il più possibile autonome – sotto una sorveglianza ferrea di qualche entità “terza”. Un’entità che abbia il controllo della forza. Questo richiede non solo il disarmo di Hamas, ma anche lo smantellamento dell’esercito israeliano (uno dei più potenti del mondo!) e del suo arsenale, compreso quello nucleare; un potere che nessun israeliano e nessun palestinese potrà mai accettare che venga messo in mano a un governo e a uno Stato maggiore di ufficiali civili e militari “misti”.

Pappé adombra, senza misurarsi fino in fondo con le sue implicazioni, l’ipotesi che la soluzione possibile di questo garbuglio stia nel superamento o nella dissoluzione, innanzitutto in terra di Palestina, ma non solo, dello “Stato vestfaliano” (un territorio, un popolo, un potere statuale, e anche una religione o una cultura, che coincidono), sostituito da una libera associazione e convivenza di comunità autonome in grado di negoziare i reciproci rapporti: come era, almeno in parte, la coesistenza di comunità etniche e religiose differenti sotto l’impero ottomano, sottoposte al suo dominio e controllo ma capaci di convivere e di contaminarsi reciprocamente, prima che le potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale le smembrassero per costituirle in Stati (coloniali) separati e divisi da confini disegnati a tavolino: la vera origine del caos che da allora caratterizza il Medio Oriente. Una prospettiva già in parte delineata e realizzata dalla Confederazione democratica del Rojava, ma che, proprio per le difficoltà e le problematiche della sua realizzazione esplora la strada che dovrà essere percorsa per superare gli attuali assetti politici, ma soprattutto quelli sociali, economici e culturali, anche in tutto il resto del mondo.

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venerdì 4 luglio 2025

Il futuro che ci aspetta: mezzo mondo come Gaza - Guido Viale

 

Come sarà il mondo di domani? Gran parte di esso, oltre la metà, sarà come è adesso Gaza e come era stata, ormai quasi un secolo fa e oltre, gran parte della comunità ebraica europea. Si sta avverando la tremenda profezia di Primo Levi: è successo, può succedere ancora.

Intere popolazioni, giudicate superflue o dannose, si ritroveranno rinchiuse entro confini invalicabili, senza poter andare altrove perché nessuno le vuole, condannate allo sterminio con bombardamenti, cacce all’uomo, o per fame, sete, malattie non curate, accampate in territori lunari perché tutto quello che avevano deve essere distrutto per comprometterne la sopravvivenza. Gaza – come ha rilevato Ida Dominijanni (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/06/04/gaza-laboratorio-del-nostro-futuro/) – è un esperimento per abituare i popoli a convivere con lo sterminio altrui e ad accettarlo come inevitabile; proprio come i governi dell’Unione Europea e degli Stati Uniti stanno abituando anno dopo anno i loro cittadini – noi – a convivere e ad abituarsi allo stillicidio di rastrellamenti, deportazioni, annegamenti, morti, torture, violenze di ogni genere inflitte alle “genti in cammino” (people on the move) che cercano di abbandonare le loro terre di origine perché lì la vita è diventata impossibile, ma che nessun altro Paese accetta, se non per il tempo necessario a spremere dai loro corpi, dalle loro famiglie, dalle loro vite, tutto quello di cui è ancora possibile appropriarsi.

Fantapolitica? No, semplice previsione di quello che non vogliono farci vedere i nostri governanti, i media che li assecondano, gli accademici e gli intellettuali che chiudono gli occhi. Entro la fine del secolo – ne abbiamo già consumato un quarto – più di metà della Terra sarà inabitabile: qualunque provvedimento venga preso oggi, i ghiacci delle calotte polari e dei ghiacciai continueranno a sciogliersi, il livello del mare a crescere e gran parte delle terre costiere, con il loro entroterra, verranno sommerse. I fiumi cesseranno di scorrere regolarmente, alternando piene devastanti a periodi di siccità, i raccolti continueranno a soffrirne, le foreste a bruciare senza acqua per spegnerle, le epidemie a imperversare. Crisi climatica e ambientale e migrazioni sono strettamente connesse: più si faranno sentire gli effetti della prima, destinati a crescere, più il numero dei profughi ambientali aumenterà in modo esponenziale. Ad accrescerne gli effetti concorrono poi le guerre a cui i governi di tutto il mondo stanno destinando i fondi che hanno negato e continuano a negare alla “transizione” (in realtà, alla conversione ecologica, che non è solo un processo tecnico ed economico, ma anche e soprattutto culturale, sociale, morale e democratico e che per questo viene osteggiata con sempre maggior ipocrisia).

Gaia Vince (Il secolo nomade, Bollati Boringhieri, 2023) e Parag Khanna (Il movimento del mondo, Fazi, 2023), due studiosi che hanno cercato di guardare il futuro, concordano nel delineare un panorama come questo, ma loro sono ottimisti. Vince immagina che metà della popolazione mondiale, in fuga dalle terre di origine, troverà ospitalità nelle aree subartiche del pianeta, rese fertili e praticabili dal riscaldamento globale; le migrazioni giovano sia a chi le fa che a chi le accoglie, sostiene. Inoltre, tra un secolo la geo-ingegneria potrà restituire poco per volta vivibilità al pianeta devastato. Khanna, altrettanto fiducioso nei benefici della tecnologia, sostiene che essa – grazie soprattutto ad aria condizionata, colture idroponiche, desalinatori, energie rinnovabili e molto denaro – creerà isole vivibili anche in aree desertiche, enclave aperte alle persone dotate di professionalità e spirito di iniziativa, provenienti da tutte le parti del mondo. Per tutti gli altri, quelli non qualificati, la recuperata vivibilità delle aree subartiche offrirà comunque l’opportunità di una vita da schiavi. Nessuno dei due prende però in considerazione che l’alternativa possa essere invece uno scenario “alla Gaza”.

Ma questo è. Come pensiamo che possano sopravvivere in territori devastati dalla catastrofe climatica e ambientale le popolazioni che li abitano oggi? Dove pensiamo che possano trasferirsi, senza essere respinti, tutti coloro che “a casa loro” non potranno più vivere? O addirittura che una casa loro non l’avranno più, perché sommersa dalle acque, o bruciata dalla siccità o dagli incendi? E come pensiamo che reagiranno i governi dei Paesi – “sviluppati” o no che siano – nei quali cercheranno rifugio quelle popolazioni tutte intere, se già ora, di fronte all’arrivo alla spicciolata delle avanguardie di quelle genti in cammino, i governi degli Stati forti mettono in atto politiche di respingimento basate sempre più sugli strumenti e le modalità della guerra? La vera guerra a cui ci stanno preparando. Se proiettate su uno scenario di lungo periodo – quello in cui, diceva Keynes, siamo tutti morti – le misure per respingere i migranti adottate oggi dai governi appaiono sì ciniche e spietate, ma anche risibili e inadeguate. Ma in realtà fungono da scuola per addestrare tutti noi ad accettare come normali quelle politiche di sterminio: esattamente come ci succede per Gaza.

Ovviamente tutto questo ha delle ripercussioni anche sugli Stati che “si difendono dall’invasione” dei profughi: militarizzazione, sospensione o abolizione di diritti e welfare, violazione delle convenzioni, razzismo di Stato e fascismo. Gli Stati Uniti di Trump stanno aprendo la strada a tutti gli altri Stati, retti da tempo da governanti che aspettavano solo di dovergli “baciare il culo”. D’altronde la strada è quella anche senza Trump.

Di fronte a prospettive del genere, purtroppo evidenti, l’inerzia nei confronti della crisi climatica e ambientale mostrata dai nostri governanti – tutti proiettati a combatterne le conseguenze e non le cause – ma anche quella dei popoli, cioè di noi tutti, sembra paradossale. Ma si spiega con il senso di impotenza che tutti – governi e forze politiche comprese – avvertono anche se cercano in tutti i modi di non prenderne atto. È la dismisura tra le dimensioni di questi processi e la capacità di agire di una popolazione atomizzata, senza riferimenti culturali, sociali e politici condivisi, se non quelli “di piccola e piccolissima taglia”: le mille associazioni e comitati a cui molti di noi partecipano senza trovare alcun riscontro nel mondo della politica.

Potremmo però indirizzarle meglio, quelle pratiche, per costruire le ridotte da cui affrontare il futuro feroce che incombe: rendere il più possibile resilienti e vivibili i territori che abitiamo, mostrare che l’accoglienza – anche su scala ridotta – può tradursi in benefici per tutti, far conoscere e valorizzare le esperienze positive, battersi in tutti i modi per il disarmo. Troppo poco? E che altro, per ora?

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domenica 11 maggio 2025

Il medioevo prossimo venturo - Giorgio Agamben

 


Un passo del libro di Sergio Bettini su L’arte alla fine del mondo antico descrive un mondo che è difficile non riconoscere come simile a quello che stiamo vivendo. «Le funzioni politiche sono assunte da una burocrazia di stato; questo si accentua e si isola (precorrendo le corti bizantine e medievali), mentre le masse si fanno astensioniste (germe dell’anonimato popolare del Medioevo); tuttavia entro lo stato si formano nuovi nuclei sociali intorno alle diverse forme di attività (germe delle corporazioni medievali) e i latifondi, divenuti autarchici, preludono all’organizzazione di taluni grandi monasteri e dello stesso stato feudale».
Se la concentrazione delle funzioni politiche nelle mani di una burocrazia statale, l’isolamento di questa dalla base popolare e l’astensionismo crescente delle masse si attagliano perfettamente alla nostra situazione storica, è sufficiente aggiornare i termini delle righe successive per riconoscere anche qui qualcosa di familiare. Ai grandi latifondi evocati da Bettini corrispondono oggi gruppi economici e sociali che agiscono in modo sempre più autarchico, perseguendo una logica del tutto svincolata dagli interessi della collettività e ai nuclei sociali che si formano dentro lo stato corrispondono non solo le lobbies che operano all’interno delle burocrazie statali, ma anche l’incorporazione nelle funzioni governamentali di intere categorie professionali, come in anni recenti è avvenuto per i medici .
Il libro di Bettini è del 1948. Nel 1971 usciva il libro di Roberto Vacca Il medioevo prossimo venturo, in cui l’autore prevedeva un’evoluzione catastrofica dei paesi più avanzati, che non sarebbero stati più in grado di risolvere i problemi legati alla produzione e distribuzione dell’energia, ai trasporti, all’approvvigionamento di acqua, allo smaltimento dei rifiuti e al trattamento dell’informazione. Se Vacca poteva scrivere che gli annunci di catastrofe imminenti erano in quegli anni così numerosi da aver prodotto a una vera e propria letteratura «rovinografica», oggi le previsioni apocalittiche, in particolare quelle legate al clima, si sono almeno raddoppiate.
Anche se i disastri – come quelli prodotti all’energia nucleare – sono, se non probabili, certamente possibili – la degradazione dei sistemi in cui viviamo è pensabile senza che questa assuma necessariamente la forma di una catastrofe. Lo sfacelo politico, economico e spirituale dei paesi europei è, ad esempio, oggi evidente anche se essi continueranno per qualche tempo a sopravvivere. Come pensare allora l’avvento di un nuovo medioevo? In che modo l’astensionismo politico che vediamo intorno a noi potrà trasformarsi in un «anonimato popolare» capace di inventare nuove e anonime forme di espressione e di vita? E in che modo l’isolamento delle burocrazie statali e il diffondersi di potentati autarchici potrà preludere all’apparizione di fenomeni simili ai grandi monasteri, in cui l’esodo dalla società esistente produce nuove forme di comunità? È certo che questo potrà avvenire solo se un numero inizialmente esiguo, ma crescente di individui saprà leggere nelle forme politiche che si dissolvono il presagio di nuove o più antiche forme di vita.

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mercoledì 31 gennaio 2024

Pepe Escobar - Le 5 variabili che definiranno il nostro futuro

Alla fine degli anni Trenta, con la seconda guerra mondiale in corso e pochi mesi prima del suo assassinio, Leon Trotsky aveva già una visione di ciò che avrebbe fatto il futuro Impero del Caos…

 [Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

 

"Per la Germania si trattava di 'organizzare l'Europa'. Gli Stati Uniti devono 'organizzare' il mondo. La storia sta mettendo l'umanità di fronte all'eruzione vulcanica dell'imperialismo americano... Con un pretesto o un altro, gli Stati Uniti interverranno nel tremendo scontro per mantenere il loro dominio mondiale."

Sappiamo tutti cosa è successo dopo. Ora ci troviamo sotto un nuovo vulcano che nemmeno Trotsky avrebbe potuto identificare: un declino degli Stati Uniti di fronte alla "minaccia" Russia-Cina. E ancora una volta l'intero pianeta è interessato da importanti mosse nello scacchiere geopolitico.

I neocons straussiani a capo della politica estera degli Stati Uniti non potrebbero mai accettare che la Russia e la Cina aprano la strada a un mondo multipolare. Per ora abbiamo l'espansionismo perpetuo della NATO come strategia per debilitare la Russia… e Taiwan come strategia per debilitare la Cina.

Eppure, negli ultimi due anni, la feroce guerra per procura in Ucraina ha solo accelerato la transizione verso un ordine mondiale multipolare, guidato dall'Eurasia.

Con l'aiuto indispensabile del Prof. Michael Hudson, riassumiamo brevemente le 5 variabili chiave che stanno condizionando l'attuale transizione.

 

I perdenti non dettano le condizioni

 

  1. Lo stallo: Questa è la nuova, ossessiva narrazione statunitense sull'Ucraina – sotto steroidi. Di fronte all'imminente, cosmica umiliazione della NATO sul campo di battaglia, la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno dovuto – letteralmente –  improvvisare.

 

Mosca, però, on si scompone. Il Cremlino ha fissato le condizioni molto tempo fa: resa totale e niente Ucraina come parte della NATO. "Negoziare", dal punto di vista della Russia, significa accettare queste condizioni.

E se le potenze decise a Washington optano per mettere il turbo all'armamento di Kiev, o per scatenare "le più atroci provocazioni per cambiare il corso degli eventi", come ha affermato questa settimana il capo dell'SVR, Sergey Naryshkin, bene.

La strada da percorrere sarà sanguinosa. Nel caso in cui i soliti sospetti mettano da parte il popolare Zaluzhny e installino Budanov a capo delle Forze Armate dell'Ucraina, l'AFU sarà sotto il totale controllo della CIA – e non dei generali della NATO, come avviene tuttora.

Questo potrebbe impedire un colpo di stato militare contro il fantoccio in felpa sudata di Kiev. Ma le cose si faranno molto più brutte. L'Ucraina passerà alla Guerriglia Totale, con due soli obiettivi: attaccare i civili russi e le infrastrutture civili. Mosca, ovviamente, è pienamente consapevole dei pericoli.

Nel frattempo, i ciancioni iperattivi a diverse latitudini suggeriscono che la NATO potrebbe addirittura prepararsi a una spartizione dell'Ucraina. Qualunque sia la forma che potrebbe assumere, non sono i perdenti a dettare le condizioni: È la Russia che lo fa.

 

Per quanto riguarda i politici dell'UE, è prevedibile che siano in preda al panico più totale, convinti che, dopo aver fatto piazza pulita dell'Ucraina, la Russia diventerà ancora di più una "minaccia" per l'Europa. Fesserie. Non solo Mosca se ne frega di quello che "pensa" l'Europa; l'ultima cosa che la Russia vuole o di cui ha bisogno è annettere isterismi baltici o dell'Europa orientale. Inoltre, persino Jens Stoltenberg ha ammesso che "la NATO non vede alcuna minaccia da parte della Russia verso nessuno dei suoi territori".

  1. BRICS: Dall'inizio del 2024, questo è il Quadro Generale: la presidenza russa dei BRICS+, che si traduce in un acceleratore di particelle verso il multipolarismo. Il partenariato strategico Russia-Cina aumenterà la produzione effettiva, in diversi settori, mentre l'Europa sprofonderà nella depressione, scatenata dalla Tempesta Perfetta delle sanzioni contro la Russia e della deindustrializzazione tedesca. E non è mica finita qui, perché Washington sta ordinando anche a Bruxelles di sanzionare la Cina su tutti i fronti.


Come afferma il Prof. Michael Hudson, siamo nel bel mezzo della "spaccatura del mondo e della svolta verso la Cina, la Russia, l'Iran, i BRICS", uniti nel "tentativo di invertire, annullare e far retrocedere l'intera espansione coloniale che si è verificata negli ultimi cinque secoli."

Oppure, come ha definito il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, questo processo dei BRICS che si lasciano alle spalle i prepotenti occidentali, il cambiamento dell'ordine mondiale è come "una rissa in un parco giochi – che l'Occidente sta perdendo".

 

Bye-Bye, Soft Power

 

  1. L'Imperatore Solitario: Lo "stallo" – cioè la perdita di una guerra – è direttamente collegato al suo compenso: l'Impero che schiaccia e rimpicciolisce un'Europa vassalla. Ma anche se si esercita un controllo quasi totale su tutti questi vassalli relativamente ricchi, si perde definitivamente il Sud Globale: se non tutti i loro leader, certamente la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica. La ciliegina sulla torta tossica consiste nel sostenere un genocidio seguito dall'intero pianeta in tempo reale. Bye-bye, soft power.

 

  1. De-dollarizzazione: In tutto il Sud Globale hanno fatto i conti: se l'Impero e i suoi vassalli dell'UE possono rubare oltre 300 miliardi di dollari di riserve estere russe – a una potenza nucleare/militare di prim'ordine – possono farlo a chiunque, e lo faranno.

 

Il motivo principale per cui l'Arabia Saudita, ora membro dei BRICS 10, è così mite sul genocidio a Gaza è che le sue ingenti riserve di dollari sono ostaggio dell'Egemone.

 

Eppure la carovana che si allontana dal dollaro USA continuerà a crescere nel 2024: ciò dipenderà dalle cruciali deliberazioni incrociate all'interno dell'Unione Economica Eurasiatica (UEEA) e dei BRICS 10.

  1. Giardino e giungla: Ciò che Putin e Xi hanno essenzialmente detto al Sud Globale – compreso il mondo arabo ricco di energia – è abbastanza semplice. Se volete migliorare il commercio e la crescita economica, a chi vi rivolgete?

 

Torniamo così alla sindrome "del giardino e della giungla", coniata per la prima volta dall'orientalista della Gran Bretagna imperiale Rudyard Kipling. Sia il concetto britannico di "fardello dell'uomo bianco" che quello americano di "Destino manifesto" derivano dalla metafora "del giardino e della giungla".

Il NATOstan, e mica tutto, dovrebbe essere il giardino. Il Sud Globale è la giungla. Ancora Michael Hudson: allo stato attuale, la giungla sta crescendo, ma il giardino non sta crescendo "perché la sua filosofia non è l'industrializzazione. La sua filosofia è quella di fare rendite di monopolio, cioè rendite che si fanno nel sonno senza produrre valore. Si ha solo il privilegio di avere il diritto di incassare denaro su una tecnologia di monopolio che si possiede".

La differenza oggi, rispetto ai decenni passati del "pranzo gratis" imperiale, è "un immenso spostamento del progresso tecnologico", dal Nord America e dagli Stati Uniti verso la Cina, la Russia e alcuni nodi selezionati dell'Asia.

 

Guerre Eterne. E Nessun Piano B..

Se combiniamo tutte queste varianti – lo stallo, i BRICS, l'Imperatore Solitario, de-dollarizzazione, giardino e giungla – alla ricerca dello scenario più probabile, è facile vedere che l'unica "via d'uscita" per un Impero messo all'angolo è, che altro, il modus operandi predefinito: Guerre Eterne.

E questo ci porta all'attuale portaerei americana in Asia occidentale, totalmente fuori controllo ma sempre sostenuta dall'Egemone, che punta a una guerra su più fronti contro l'intero Asse della Resistenza: Palestina, Hezbollah, Siria, milizie irachene, Ansarullah nello Yemen e Iran.

In un certo senso siamo tornati all'immediato post-11 settembre, quando ciò che i neocon volevano veramente non era l'Afghanistan, ma l'invasione dell'Iraq: non solo per controllare il petrolio (cosa che alla fine non è avvenuta) ma, secondo l'analisi di Michael Hudson, "per creare essenzialmente la legione straniera dell'America sotto forma di ISIS e al– Qaeda in Iraq". Ora, "l'America ha due eserciti che usa per combattere nel Vicino Oriente, la legione straniera ISIS/al-Qaeda (legione straniera di lingua araba) e gli israeliani."

L'intuizione di Hudson sull'ISIS e Israele come eserciti paralleli è impagabile: entrambi combattono l'Asse della Resistenza, e mai (corsivo mio) si combattono tra loro. Il piano neocon straussiano, per quanto squallido, è essenzialmente una variante della "lotta all'ultimo ucraino": "combattere fino all'ultimo israeliano" sulla via del Santo Graal, che è: bombardare, bombardare, bombardare l'Iran (copyright John McCain) e provocare un cambio di regime.

Così come il "piano" non ha funzionato in Iraq o in Ucraina, non funzionerà contro l'Asse della Resistenza.

Ciò che Putin, Xi e Raisi hanno spiegato al Sud Globale – in modo sia esplicito sia piuttosto sottile – è che ci troviamo proprio nel punto cruciale di una guerra di civiltà.

Michael Hudson ha fatto molto per ridurre in termini pratici questa lotta epica. Ci stiamo dirigendo verso quello che ho descritto io come techno-feudalesimo – che è il formato AI del turbo-neoliberismo a caccia di rendite? O ci stiamo dirigendo verso qualcosa di simile alle origini del capitalismo industriale?

Michael Hudson definisce un orizzonte di buon auspicio come "aumentare gli standard di vita invece di imporre l'austerità finanziaria del FMI sul blocco del dollaro": ideare un sistema che Big Finance, Big Bank, Big Pharma e quello che Ray McGovern ha memorabilmente coniato come il MICIMATT (complesso militare-industriale-congressuale-intelligence-mediatico-universitario-tank tank) non possano controllare. Alea Jacta Est.

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sabato 9 dicembre 2023

La fonte occulta del potere - Alberto Bradanini

 

Più si getta uno sguardo critico nelle intercapedini del potere, più si diviene consapevoli del dominio di una narrazione esterna sia alla logica che all’esperienza dell’essere umano. Più si penetra nella cupezza di tali labirinti, più si comprende che l’obiettivo di tale narrazione è la (de-)formazione della coscienza umana. Sono pochi a vantare un’esperienza personale degli eventi riverberati dalla Macchina della Propaganda. La rappresentazione del mondo e la coscienza dell’io sono percorsi fabbricati al di fuori di noi. Essi invadono la nostra mente dopo aver valicato filtri, pregiudizi, cliché cognitivi e distorsioni, lasciando sul cammino l’essenziale.

Solo la consapevolezza di tale tragedia gnoseologica consente di dischiudere qualche varco alla comprensione delle torsioni che il potere esercita su una popolazione devastata dall’alienazione.

Gli esseri umani si dimenano in una prateria di conoscenze approssimate e fantasie metafisiche su riflessi di realtà, polvere di stelle vaganti nello spazio, di cui non conosciamo che qualche bagliore. Persino chi siede in sala comando agisce sulla scorta di scarsa intelligenza del mondo, sebbene ciò non gli impedisca di applicarsi con spietata coerenza nel perseguimento di potere e ricchezze.

Per chi dirige l’orchestra è sufficiente scegliere di volta in volta l’ermeneutica megafonica più consona alla tutela dei propri privilegi, il resto è un gioco da ragazzi. Attraverso la presa sui meccanismi di persuasione, occulta o palese a seconda dei casi, la coscienza di un popolo viene modellata e posta al servizio altrui. Cosicché individui potenti, cinici e privi di umana empatia si servono di tale corredo per acquisire onori, denaro, sesso, obbedienza.

Il potere non risiede in chi dispone di denaro, soldati o armamenti (tutto ciò è di risulta), ma nel controllo della narrazione. Questa modella coscienza e azione della popolazione, rendendo cruciale la presa sui nastri cursori attraverso cui l’oligarchia fabbrica la classe di servizio: quella politica, mediatica e accademica. La finta dialettica tra correnti del Partito Unificato – prodotto di una medesima selezione – è una costruzione cosmetica. La principale attività di tali correnti è l’organizzazione dello svago televisivo o cartaceo, mentre le decisioni sono nelle mani di un inaccessibile Pilota Automatico, attraverso algoritmi che finanziano l’oggettività degli accademici, deformano o fabbricano informazioni, imprigionano giornalisti insubordinati.

Sotto la superficie, tuttavia, anche i manipolatori restano confusi, assediati da instabilità mentale e fantasmi distruttivi. Sebbene vivano una vita privilegiata rispetto al popolo dominato, combattono anch’essi contro l’ineluttabilità della loro infelice esistenza. La fonte della sofferenza, infatti, si colloca nella struttura di una società distopica, prigioniera del cupo binomio assolutismo della mercificazione e ontologia dell’immutabilità. Il primo postulato mira a rendere la persona umana una mera commodity negoziabile sul mercato, il secondo a sopprimere la tensione verso l’etica della natura e del soddisfacimento dei bisogni essenziali dell’uomo. Anche la classe dominante, dunque, resta schiava di cupe patologie, immersa in un’allucinazione di realtà, nella presunzione di conoscere gli interstizi profondi della specie umana. L’ossessione di sopprimere la libertà di prendere coscienza – con qualche eccezione che non fa differenza – mira a impedire che la resistenza giunga a massa critica, a costo della sopravvivenza del pianeta, distruzione dell’ambiente di vita o annientamento nucleare.

L’essere umano resta comunque padrone del proprio destino, può scavare dentro di sé, prendere coscienza e giungere alla radice dell’abisso devalorizzato nel quale la società viene relegata. Percorrere il sentiero della consapevolezza consente di cogliere l’insostenibilità ontologica di tale scenario, di coltivare la speranza di una graduale riemersione, di tornare liberi dal dominio della voce narrante, avviandosi verso la guarigione e la libertà.

Non sappiamo se la nostra specie riuscirà a svegliarsi dal sonno della ragione, liberandosi dalle logiche manipolatorie che ne sono la fonte. Tale obiettivo resta però alla sua portata e chiunque può contribuirvi.

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lunedì 6 novembre 2023

Cosa ha visto John Maynard Keynes? - Paolo Giuliodori

“Se fossi oggi al potere cercherei subito di dotare le nostre principali città di tutto ciò che è connesso all’arte e alla civiltà al più alto livello raggiungibile da ciascun cittadino.”1

Qualcuno potrebbe ipotizzare che queste parole furono pronunciate da un grande critico d’arte o da un filosofo o magari da un poeta, invece queste parole uscirono dalla bocca di John Maynard Keynes nel 1933 , uno dei più grandi economisti della storia. Keynes probabilmente le pronunciò intendendo smentire, da un punto di vista molto economico, la vulgata popolare del “con la cultura non si mangia”. Le sue parole hanno certamente una sfumatura di “scava la buca e riempi la buca, l’importante è che si crei occupazione”. Keynes era infatti un fervido sostenitore delle politiche di pieno impiego di uomini, risorse e mezzi. Quindi la frase citata sopra rientra benissimo in questa ottica, ma non solo questo. Dal mio punto di vista sento che queste parole racchiudano anche una aspirazione umana alla bellezza ed alla verità. Anche in un grande economista, tutto grafici e modelli predittivi, si apre uno squarcio di poesia, forse uno dei primi squarci di un nuovo tipo di economia.

Qual è l’obiettivo dell’economia? Produrre beni in modo efficiente? Far girare soldi (ormai questa sembra essere prerogativa della finanza predatoria)? Azzerare la disoccupazione? Redistribuire la ricchezza? Qual è il fine dell’economia? E direi anche: qual è il fine dell’uomo?

La storia continua. Keynes in un’altra conferenza del 1931 affermò:

“Mano a mano che i mutamenti tecnologici rendono possibile una data produzione di beni di ogni sorta con una quantità decrescente di sforzi umani, ancora, noi dovremmo aumentare per sempre il livello di benessere economico. […] se ogni cosa procedesse liscia in una società ben governata, ci condurrebbe, nello spazio di alcune generazioni, all’abolizione completa della necessità economica.”2

Keynes sembra vedere un “mondo migliore”, sembra credere realmente che lo sviluppo tecnologico possa portare ad un miglioramento reale delle condizioni di vita di tutti. Con il senno del poi, questa ultima citazione appare molto ingenua, abbiamo visto come i giganteschi passi avanti della tecnica abbiano portato per lo più ad uno sfruttamento ancora più intensivo di risorse e manodopera, ad un controllo sociale ancora più capillare e pervasivo ed ad un allargamento impressionante della forbice sociale. Le 8 persone più ricche del mondo possiedono tanto quanto 3,6 miliardi di poveri, ossia 8 persone possiedono tanto quanto la metà della popolazione mondiale.

Cosa è andato storto? La risposta che mi sono dato (probabilmente non esaustiva) è contenuta nel modello occidentale del turbocapitalismo dove l’importante è “fare soldi”. Che tu sia un semplice operaio o un dirigente di un qualsiasi fondo di investimento, devi fare soldi, con i soldi sarai felice. Da ciò ne consegue la schizofrenica necessità di produrre ad ogni costo (umano, sociale ed ambientale), con buona pace del benessere collettivo. E quindi come raddrizzare la via? La soluzione non è certamente il consumismo sfrenato, che poggia le sue basi su una insoddisfazione abissale dell’uomo comune. Per questo, parafrasando Gandhi, una rivoluzione può avvenire solo osservando e cambiando noi stessi perché la vera felicità non è nell’oggetto ma nel soggetto. Keynes più o meno consapevolmente lo aveva intuito. Tra le righe dei suoi interventi tecnici traspare umanità, una umanità fatta di solidarietà, di comprensione e di compassione verso gli altri uomini.

Mai come oggi mi appare chiaro che il sistema economico mondiale non sia “umano” e vada completamente ripensato, ma per farlo dobbiamo prima ripensare a come e cosa pensiamo. Cosa vogliamo veramente nel profondo di noi stessi?

1. “Autosufficienza nazionale”, University College (Dublino), luglio 1933;

2. “Una analisi economica della disoccupazione”, Harris Foundation (Chicago), giugno 1931.


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sabato 13 maggio 2023

Verso la sesta estinzione (suicidio) di massa? - Fabio Ercolani

È inutile e dannoso girarci intorno. Mentre il governo italiano si impegna su questioni al limite del demenziale (sostituzioni etniche, proibizione delle parole straniere, difesa dell’identità nazionale, cavilli rispetto all’antifascismo etc.), la nostra umanità si trova di fronte al più grande rischio per la sua incolumità da quando essa esiste. La quinta estinzione di massa, cioè l’ultima fino ad oggi, risale a oltre cinquanta milioni di anni fa, quando, sembra a causa della collisione con un asteroide, il nostro pianeta visse un’era glaciale che condusse alla sparizione dei dinosauri, in quel momento la specie dominante.

Il nostro presente è quello in cui siamo di fronte a una possibile sesta estinzione di massa, come la chiamava un paio di decenni fa il biologo statunitense Edward Wilson. Sì, l’homo sapiens – la specie più evoluta comparsa su questo pianeta – rischia di estinguersi. Ma non per una disgrazia esterna, bensì per suicidio. La specie più evoluta e ottusa al tempo stesso.

Non è solo una questione ambientale – un’umanità la cui produzione massiva e sfrenata sta creando le condizioni per la distruzione dell’ecosistema in cui è possibile la vita umana – su cui gli scienziati ci dicono esserci tutti i segnali per temere il disastro. Ma è anche, e forse soprattutto, una questione di intelligenza. Quella facoltà che distingue l’uomo da tutte le altre specie e che, già dai tempi di Platone, era considerato lo strumento principale con cui l’uomo stesso poteva costruire un futuro di sviluppo e benessere. Tutto questo a patto che l’essere umano seguisse una sola regola fondamentale: la misura. Andare oltre questa misura significava abbandonarsi alla tracotanza, delitto capace di aprire le porte al peggio.

Oggi siamo a quella tracotanza, a quell’eccesso di superbia che può condurre l’umanità all’autodistruzione. Essa ha un nome specifico: intelligenza artificiale. Si badi bene: non una specie di mostro comparso da una scena fantascientifica o comunque extra-umana, come a volte sembrano descriverla alcuni intellettuali (per esempio Harari), o anche i nostri media quando – è il caso di questi giorni – danno la notizia che Geoffrey Hinton (padre della tecnologia da cui è nata l’IA autogenerativa) si è dimesso da Google per denunciare i pericoli insiti in un’intelligenza in grado di soppiantare quella umana.

Occorre essere molto chiari su tre questioni nodali, infatti. La prima: questa tecnologia è un prodotto dell’uomo, che però sta sviluppando in maniera direttamente proporzionale alla diminuzione e all’impoverimento dell’intelligenza umana (si vedano i dati sconfortanti sull’aumento dell’analfabetismo funzionale e sulla degradazione del quoziente intellettivo medio della popolazione). La seconda: se è vero che questa tecnologia può distruggere l’umano, asservendo e poi incorporando l’intelletto dell’uomo, sostituendosi agli umani in moltissime attività lavorative e, perfino, superando le capacità umane nella produzione di contenuti creativi, culturali e artistici, è anche vero che dobbiamo all’Intelligenza artificiale per esempio la velocità con cui si sono elaborati dei vaccini di nuova generazione contro il Covid, così come grazie alla stessa stanno per essere prodotti dei vaccini contro alcune delle forme tumorali più gravi.

Terza questione: ad oggi questa tecnologia è in mano o a soggetti esclusivamente privati (e quindi votati esclusivamente al profitto) nel mondo occidentale, oppure a stati autoritari come nel caso della Cina. Le prime tre società al mondo che lavorano sull’Intelligenza artificiale sono cinesi, si occupano di riconoscimento facciale e in genere di monitorazione dell’umano e vendono i loro prodotti a governi autoritari (compreso quello cinese), che li usano per tenere sotto controllo le rispettive popolazioni e limitare al massimo le libertà individuali.

Non c’è dubbio che siamo di fronte a un cambiamento epocale. Non è più soltanto dal sistema di produzione economico che possiamo comprendere il nostro tempo, ma oggi è la tecnologia a dirci che direzioni stiamo prendendo. A noi uomini, se vogliamo sopravvivere, spetta il compito di governare e limitare gli sviluppi tecnologici affinché siano funzionali all’umano e non distruttivi. L’alternativa è che a governarli e orientarli siano soggetti votati esclusivamente al profitto o al potere politico, quindi incuranti del bene generale.

Il grande dubbio, semmai, è come pensare di fare tutto ciò, per esempio in un paese come l’Italia, in cui il 15% della popolazione pensa che la Terra sia piatta, il 17% che l’Olocausto non ci sia stato, il 18% che i rettiliani siano tra noi, il 29% che lo sbarco sulla Luna non sia avvenuto stato e il 32% che l’attentato contro le Torri gemelle sia stato organizzato dagli Usa (fonte: SWG).

I più intelligenti e competenti dovrebbero essere coloro che ci governano, ma considerando i notevoli problemi che manifestano anche loro con l’intelligenza biologica non c’è molto di che sperare rispetto alla loro capacità di governare quella artificiale.

 

* Filosofo, Università di Urbino "Carlo Bo"

 

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