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mercoledì 28 gennaio 2026

Minneapolis, ICE arresta i nativi nordamericani Navajo e Oglala Sioux come “clandestini” - Lorenzo Poli

 

Nessuno mette in dubbio che l’immigrazione illegale sia un problema serio, ma lo è ovunque laddove la politica – tra demagogia, razzismo, senso comune reazionario, retorica e propaganda – preferisca gli slogan alle soluzioni. Negli USA, come in praticamente tutti i Paesi occidentali governati dalle destre più becere e violatrici dei diritti umani, il compito di reprimere spetta all’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale che dovrebbe controllare le frontiere.

Si tratta di agenti spesso addestrati più alla violenza che alla legge e ciò non stupisce se poi si avvera l’assurdo: ovvero, durante rastrellamenti anti-immigrazione, arrestare anche cittadini nativi nordamericani Navajo e Sioux Oglala perché sospettati di essere clandestini.

Questo è ciò che è avvenuto venerdì scorso a Minneapolis, durante le proteste anti-Trump.

La comunità degli Oglala Sioux, residente nel Dakota meridionale, denuncia che tre dei quattro membri arrestati dall’Immigration and Customs Enforcement (Ice), la polizia anti-immigrazione, sono stati trasferiti nei centri di detenzione per migranti irregolari.

L’emittente Abc riferisce che alcuni cittadini Navajo hanno dichiarato di essere stati fermati e trattenuti in Arizona e Nuovo Messico dagli agenti dell’Ice, così come accaduto a una donna della comunità Pima-Maricopa in Arizona, la cui deportazione è stata annullata all’ultimo minuto. Nei guai è finita anche l’attrice Elaine Miles – nota in Italia per il ruolo di Florence nella serie dell’Hbo ‘The last of Us’: ai media ha raccontato di essere stata fermata nello Stato di Washington e, una volta dato il documento di identità tribale agli agenti, si è sentita rispondere che sembrava “falso”.

A darne notizia ai media locali è stato il presidente di una delle oltre 500 nazioni tribali riconosciute, Frank Star Comes Out, secondo cui nella memoria inviata dai rappresentanti della comunità al Dipartimento per la sicurezza nazionale (Dhs), è stato ribadito: “I membri delle comunità native sono cittadini degli Stati Uniti e quindi sono categoricamente al di fuori della giurisdizione delle autorità federali per l’Immigrazione”.

Secondo le testate statunitensi, non sono emerse le circostanze dell’arresto ma è stato chiarito che i quattro risultano senza fissa dimora. Uno di loro è già stato rilasciato mentre degli altri tre non si conoscono le condizioni, pertanto nella loro memoria, gli Oglala Sioux esortano il dipartimento a fornire informazioni, oltre che a procedere al rilascio immediato.

 

Martedì il presidente della tribù Oglala Sioux del South Dakota ha chiesto l’immediato rilascio dei membri della tribù trattenuti la scorsa settimana dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement in un accampamento per senzatetto in Minnesota. Tre dei quattro membri della tribù Oglala Sioux arrestati venerdì a Minneapolis sono stati trasferiti in una struttura dell’ICE a Fort Snelling, ha affermato il presidente Frank Star Comes Out in una dichiarazione rilasciata insieme a un promemoria inviato alle autorità federali per l’immigrazione.

Fort Snelling ha una storia travagliata per le popolazioni indigene. Fu il primo avamposto militare della zona e i Dakota vi furono tenuti prigionieri durante la Guerra Dakota del 1862, un conflitto armato tra Stati Uniti e nativi americani, ha affermato Nick Estes, professore associato di Studi Indiani d’America presso l’Università del Minnesota e membro della tribù Sioux Lower Brule.

“Ha una storia anti-indigena davvero nota, in particolare anti-Dakota”, ha detto Estes. “È un po’ come la continuazione del monopolio della violenza dall’avamposto militare alla struttura dell’ICE”.

Non è la prima volta negli ultimi mesi che gli agenti dell’ICE arrestano membri della tribù.

L’anno scorso, i leader eletti della Nazione Navajo hanno dichiarato che i cittadini tribali in Arizona e Nuovo Messico hanno riferito di essere stati fermati e trattenuti dagli agenti dell’ICE. A novembre, un membro della comunità indiana Pima-Maricopa di Salt River in Arizona, che era stata arrestata in Iowa, è stato erroneamente programmato per essere espulso, prima che l’errore venisse scoperto e la donna venisse rilasciata.

Nello stesso mese, Elaine Miles, membro delle tribù confederate della riserva indiana di Umatilla in Oregon e attrice nota per i suoi ruoli in “Un agente segreto” e “The Last of Us”, ha dichiarato di essere stata fermata dagli agenti dell’ICE nello stato di Washington, che le hanno detto che il suo documento d’identità tribale sembrava falso.

“Il memorandum della tribù Oglala Sioux chiarisce che ‘i cittadini tribali non sono stranieri’ e sono ‘categoricamente al di fuori della giurisdizione sull’immigrazione'”, ha affermato Star Comes Out. “I membri tribali iscritti sono cittadini degli Stati Uniti per statuto e cittadini della nazione Oglala Sioux per trattato”. I dettagli sulle circostanze che hanno portato alla loro detenzione non sono chiari.

Nel memorandum inviato al Segretario del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Kristi Noem, Star Comes Out ha affermato che quando la tribù si è rivolta all’agenzia, le sono stati forniti solo i nomi di battesimo degli uomini. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna si è rifiutato di rilasciare ulteriori informazioni a meno che la tribù non “non avesse stipulato un accordo sull’immigrazione con l’ICE”.

Il DHS non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di martedì sera. Star Comes Out ha affermato che la tribù non ha intenzione di stipulare un accordo con l’ICE.

I gruppi per i diritti degli indigeni, così come la Red Lake Band of Chippewa Indians, hanno istituito a Minneapolis degli spazi in cui i cittadini tribali possono richiedere le carte d’identità tribali, nel caso in cui vengano contattati dall’ICE e abbiano bisogno di fornire un documento d’identità.

“Non avrei mai pensato di ritrovarmi con il mio documento d’identità tribale appeso al collo, ma è così”, ha detto Mary LaGarde, direttrice esecutiva del Minneapolis American Indian Center. “Quindi, è importante che abbiano con sé un documento d’identità valido e non farsi prendere dal panico”.

 

Gli arresti sono avvenuti venerdì scorso, mentre a Minneapolis – metropoli del Minnesota che confina a ovest col Dakota del Sud – migliaia di persone manifestavano per le strade contro il governo del presidente Donald Trump, dopo l’uccisione a sangue freddo da parte di un agente federale dell’Ice di Renee Nicole Good, una cittadina statunitense e attivista per i diritti civili. L’agente Johnatan Ross aveva fermato a un posto di blocco il Suv su cui viaggiava la 37enne e madre di tre figli, e avrebbe poi ha aperto il fuoco, uccidendola. Le ragioni dell’aggressione restano da chiarire ma i filmati a disposizione degli inquirenti – quello della bodycam dell’agente e quello realizzato dalla moglie di Good, che era fuori dall’auto – mostrano che gli spari sono partiti mentre il suv ripartiva, senza creare nessun apparente rischio per il poliziotto federale.

Ai cittadini di Minneapolis, l’uccisione di Good ha ricordato l’omicidio nel 2020 dell’afroamericano George Floyd da parte di un agente di polizia, destando un’ondata di critiche e proteste che si sono velocemente estese a tutto il Paese e che stanno continuando, alimentate da nuovi video condivisi sui social che mostrano altri atti di violenza a danno dei cittadini.

Nel mirino delle contestazioni, gli arresti e gli assalti degli agenti dell’Ice nell’ambito della politica anti-migranti del presidente Trump. Potenziata in numeri e mezzi dal suo insediamento, l’Ice è a sua volta accusata da più parti di essere stata trasformata in una “milizia personale” del presidente, incaricata di catturare, attraversi blitz e arresti di massa, non solo migranti irregolari ma anche stranieri regolarmente residenti o cittadini di origine straniera, per essere poi deportati. Le organizzazioni per i diritti umani segnalano arresti anche tra minori, persone anziane o individui che sono stati condannati per reati minori e hanno già pagato il loro debito con la giustizia.

Sioux e Navajo sono fuori da qualsiasi giurisdizione in materia di immigrazione. Non per opinione, ma per diritto, storia e Costituzione. Un concetto che dovrebbe essere scolpito nei manuali di educazione civica, ma che evidentemente non figura nei prontuari operativi dell’ICE, dove il criterio sembra essere uno solo: “Non sei un bianco? Allora ti arresto”.

Per i popoli indigeni questa non è una svista burocratica: è l’ennesimo schiaffo. Dopo secoli di espropri, deportazioni, stermini e settler colonialism ora devono anche dimostrare di avere il diritto di stare sulla loro terra.

Ha scritto Umberto Baldo nel blog TviWeb sulla vicenda:

“Le preoccupazioni sono concrete, soprattutto per le tribù che vivono vicino al confine, come i Tohono O’odham, presenti nel deserto di Sonora da migliaia di anni e abituati a muoversi liberamente su un territorio che esisteva ben prima delle mappe di Washington.
Ma quando il confine diventa una religione e la divisa una licenza di sospetto (e persino di uccidere) anche la storia viene fermata per un controllo documenti.”

Fonti:

https://www.dire.it/14-01-2026/1208677-a-minneapolis-lanti-immigrazione-di-trump-ha-arrestato-anche-dei-sioux-ma-non-siamo-migranti/


da qui

giovedì 20 febbraio 2025

CALL TO ACTION per la PALESTINA. Appello all’Accademia della Crusca

Bisogna assaltare la semantica, la lessicologia, la grammatica!

Se è vero che le parole hanno un significato, ci sono eventi che necessitano di parole per essere descritti e spesso le parole esistenti non bastano.

Le parole trasudano non solo di significati, ma anche di simboli ed immaginari. Dobbiamo utilizzare le parole per occupare i vocabolari e il nostro inconscio collettivo.

L’onomaturgia, la creazione di neologismi, è spesso un fenomeno sentito e percepito collettivamente che nasce da un’esigenza o una predisposizione collettiva nel definire e denominare qualcosa che si insinua nella quotidianità. Questo è il destino di tutte le lingue che non si dicano “lingue morte”.

E’ ormai un imperativo categorico dare un nome che identifichi il primo genocidio mediatico della storia umana che si sta consumando a Gaza. Lo storico Ilan Pappe coniò l’espressione “genocidio incrementale” per descrivere l’ascesa del colonialismo israeliano, ma oggi – alla luce dei rapporti (1)(2) di Amnesty International che testimoniano e descrivono una decennale sistematicità nel fenomeno coloniale israeliano; e alla luce della matrice ideologica che sta dietro il massacro della popolazione gazawi (in ordine cronologico: l’invenzione giuridica della Green Line del 1967, l’ultranazionalismo xenofobo e religioso del Likud, il disconoscimento totale degli Accordi di Oslo del 1993, il Piano Weitman e la deportazione forzata dei gazawi verso Rafah, i progetti attuali di espansione del movimento dei coloni israeliani nella già martoriata Cisgiordania occupata, la volontà odierna di far risorgere l’insediamento coloniale israeliano di GushKatif a Gaza, i recenti annunci israeliani e statunitensi che parlano di Gaza come una nuova “riviera turistica sul Mediterraneo”) – è necessario trovare parole per definire questa immane ecatombe affinchè le generazioni future, sfogliando un qualsiasi libro di storia, possano leggere LA PAROLA e immediatamente associarla al dramma di un popolo che ha dovuto lottare per oltre 100 anni contro il mondo intero.

QUESTE PAROLE SONO
PELECIDA e PELECÌDIO

Su questa idea, innovativa e dirompente, gli scrittori Luca Sciacchitano e Lorenzo Poli e la scrittrice Silvia Nocera (autori di Multimage La casa editrice dei diritti umani) chiamano all’azione attivisti per i diritti umani, per i diritti civili e per la liberazione del popolo palestinese, affinchè si facciano ambasciatori di pace presso l’Accademia della Crusca, così che essa possa riconoscere questi neologismi e renderli patrimonio lessicale della popolazione italiana e di quella mondiale (soggetti quindi ad eventuali traduzioni: “pelecide” in inglese, “pelecìdio” in spagnolo, “pèlecide” in francese etc…).

Per accendere questo originale e potente faro sul dramma palestinese basta recarsi sul sito dell’Accademia della Crusca e compilare il modulo di segnalazione nuove parole all’indirizzo seguente https://accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/parole-nuove/segnala-nuove-parole scrivendo:

– nella casella “Parola”, i termini “pelecida; pelecìdio”
– nella casella “Fonte”, la seguente bibliografia “Luca Sciacchitano, Pelecidio, perché è moralmente giusto criticare Israele, Multimage, Firenze 2025 
https://www.first-web.it/pelecidio1-50.pdf” (ll link in pdf delle prime 50 pagine del libro)
– nella casella “Ulteriori informazioni”, le descrizioni dei due potenziali neologismi

Pelecida:- s. m. e f. e agg. [dall’ebraico “ תשלפ” (Peleshet), Filisteo, palestinese, abitante nella regione sud-ovest della Palestina, comp. di Peleshet «palestinese» e -cida «-cida»] (pl. m. -i, ant. -e). – s. m. e f. 1. Uccisore di palestinesi mosso da motivi etnocentrici e da sentimenti razzisti anti-arabi. 2.estens. Uccisore di palestinesi contrario e avverso ai palestinesi e ai loro diritti sul territorio della Palestina, mosso da motivi etnocentrici, religiosi, razzisti e anti-arabi.

Pelecìdio: s. m. [dall’ebraico “ תשלפ ” (Peleshet), Filisteo, palestinese, abitante nella regione sud-ovest della Palestina, comp. di Peleshet «palestinese» e -cìdio «-cìdio»] (pl. m. -i). – s. m. 1. Uccisione di palestinesi derivante da motivi etno-centrici, religiosi e razzisti 2. estens. Strage, massacro, pulizia etnica o genocidio sistematico di palestinesi mossi da avversione etnocentrica, razzista, religiosa, anti-araba e contraria ai loro diritti sul territorio della Palestina.

 

L’Accademia della Crusca promette di valutare tutte le parole maggiormente segnalate, con conseguente dibattito pubblico che ne potrà scaturire sull’inserirla o meno nel vocabolario. Sarebbe una vittoria non indifferente anche solo aprire un dibattito pubblico sul termine e sul suo significato.

Le parole creano la realtà. Noi che, con cognizione di causa, creiamo le parole. Noi che, con cognizione di causa, creiamo la realtà. Se siamo tanti, se siamo compatti, insieme possiamo!

 

(1) “L’Apartheid israeliano contro i palestinesi” https://www.amnesty.org/en/wp-content/uploads/2022/02/MDE1551412022ENGLISH.pdf

(2) ‘YouFeel Like You Are Subhuman’: Israel’s Genocide Against Palestinians in Gaza
https://www.amnesty.org/en/documents/mde15/8668/2024/en/

da qui

martedì 13 agosto 2024

Venezuela, il manuale di un golpe - Lorenzo Poli

 

Nel luglio 2024, il Woodrow Wilson International Center for Scholars (o Wilson Center) - uno degli United States Presidential Memorial, fondato a Washington DC come parte dello Smithsonian Institution, riconosciuto come uno dei primi dieci più importanti think tank al mondo - ha pubblicato un paper dal titolo “Venezuela Desk – How to stop a coup”, ovvero “come fermare un colpo di Stato in Venezuela”. Un titolo che potrebbe trarre in inganno, in quanto potrebbe far pensare ad un documento che voglia prevenire un colpo di Stato, ma in realtà si tratta del suo opposto: il dossier illustra i piani golpisti di stampo fascista che gli Stati Uniti avevano preparato per le elezioni presidenziali del 28 luglio contro il governo socialista di Nicolas Maduro. A scrivere il dossier è stato Mark Feierstein, già funzionario del Dipartimento di Stato dell’USAID e del National Democratic Institute, nonché elemento chiave nella “sporca guerra” contro la Rivoluzione Sandinista in Nicaragua negli anni Novanta, nel colpo di Stato contro Fernando Lugo in Paraguay e nel creare il noto piano strategico venezuelano per destabilizzare il governo di Nicolás Maduro da quando è entrato in carica nel 2013. In questo paper, Feierstein, presenta in sette pagine una sorta di tabella di marcia per programmare l’ennesima “rivoluzione colorata”, come teorizzata da Gene Sharp, al fine detronizzare Maduro rivelando e dando conferma di questo.

Il documento ammette che il raggruppamento dell’opposizione venezuelana anti-Maduro è una strategia degli Stati Uniti; che Washington ricatta il governo bolivariano con le sanzioni e con il blocco economico; che la sua intenzione è quella di coinvolgere i governi europei, di Colombia e del Brasile per fare pressione prima e dopo le elezioni del 28 luglio e che gli Stati Uniti vogliono penetrare il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE).

Non è un caso che il presidente del CNE, Elvis Amoroso, venga descritto come “un ostacolo” ed è per questo che promuovono azioni che influenzino i funzionari del CNE.

Il dossier parla anche di una ferrea certezza sulla vittoria della destra venezuelana: “L'opposizione venezuelana è sempre più ottimista sul fatto che il suo candidato unitario Edmundo González vincerà il concorso del 28 luglio con un margine così ampio che Maduro non avrà altra scelta che riconoscere l'accesso al regime di Maduro”.

Interessante è sapere che la Edison Research, società di sondaggi dell’opposizione venezuelana che ha dato la destra al 70%, secondo un’inchiesta di Wikileaks è una società di propaganda che, oltre a essere attiva in Venezuela, è presente anche in Ucraina, Georgia e Iraq per conto della CIA e del Dipartimento di Stato USA. Già il capo della campagna elettorale del chavismo, Jorge Rodríguez, aveva denunciato come l’estrema destra venezuelana avesse installato un centro operativo a Miami per ignorare i risultati ufficiali prima delle elezioni, mentre in questi giorni - forte dei suoi sondaggi - l'opposizione di destra ha cercato di mettere a ferro e fuoco il Venezuela. È proprio Feierstein ad affermare che la mossa ideale sia che l’opposizione riceva copie dei registri delle votazioni per fare un rapido conteggio e proclamare il vincitore prima dei risultati del CNE, venendo accompagnati immediatamente da dichiarazioni pubbliche di riconoscimento.

Feierstein già segnalava nel dossier che “qualsiasi ritardo nell'annuncio dei risultati elettorali (…) dovrebbe provocare una cascata di condanne internazionali e di contatti con gli alti dirigenti venezuelani”, cosa per altro avvenuta proprio il giorno dopo delle elezioni a partire dalle dichiarazioni del segretario di Stato USA Antony Blinken, che sottolineava come l’immagine di Lula sarebbe potuta essere particolarmente efficace in questa fase. Washington - si legge nel documento - avrebbe inoltre rilasciato dichiarazioni pubbliche e inviato comunicazioni private al CNE e alle Forze Armate per convincerli di stare dalla loro parte sostenendo il risultato offerto dagli Stati Uniti. Si legge: “(…) Washington potrebbe incoraggiare le iniziative dei comandanti militari della regione che hanno mantenuto legami con gli alti ufficiali venezuelani”.

Il dossier di Feierstein sottolinea anche la difficoltà degli Stati Uniti a influire in quanto “non gestiscono un'ambasciata a Caracas dal 2019 e il regime ha limitato la presenza di osservatori elettorali internazionali revocando l'invito all'Unione Europea”, cosa quest’ultima per altro non vera poiché la presenza di accompagnatori e osservatori internazionali è sempre stata ampia in tutte le elezioni venezuelane.

Il paper rivela inoltre il grande interesse degli Stati Uniti a penetrare nelle Forze Armate Nazionali Bolivariane in modo che i militari si allineino con l’opposizione e ignorino qualsiasi richiesta delle autorità per “mantenere l’ordine legale e la pace nelle strade nel caso in cui l’opposizione ricorra ad azioni violente se i risultati non la favoriscono.”

Nel documento si riconosce che María Corina Machado non ha alcuna credibilità nelle Forze Armate a causa della sua “retorica intransigente” e che Colombia e Brasile potrebbero contribuire a raggiungere questo obiettivo.

Alla fine di questo documento, Feierstein afferma che gli Stati Uniti, per ottenere il potere in Venezuela, al di là del risultato elettorale sarebbero disposti a valutare la possibilità di offrire una trattativa a Nicolás Maduro e all’alto comando politico e militare per lasciare il potere: “(…) il Dipartimento di Stato potrebbe ritirare la ricompensa di 15 milioni di dollari per informazioni che portino all'arresto di Maduro. Più significativamente, il Dipartimento di Giustizia potrebbe ritirare l'incriminazione del leader venezuelano e di altri alti funzionari per presunto traffico di droga.”

Un messaggio che è stato ripetuto spesso nell’ultima settimana dalla destra venezuelana, ma che ha dell’incredibile. Il Venezuela non è e non è mai stato un narco-Stato. Questa è una fake news che gli Usa e la destra venezuelana filo-USA continua a veicolare, venendo smentiti pure dall'ONU. A oggi non esiste la minima prova a sostegno della calunnia secondo cui il Venezuela ha inondato gli Stati Uniti di cocaina negli ultimi anni. Il Venezuela è sempre stato al di fuori dei maggiori circuiti del traffico di cocaina tra la Colombia - il principale paese produttore - e gli USA, il principale consumatore. Basta consultare le due fonti più importanti sul tema, l’ultimo rapporto UNODC sulle droghe, e il documento della DEA, la polizia antidroga americana, datato Dicembre 2019.

Secondo quest’ultimo, il 90% della cocaina introdotta negli USA proviene dalla Colombia, il 6% dal Peru e il resto da origini sconosciute. Potete stare sicuri che se in quel 4% rimanente ci fosse stato anche il profumo del Venezuela, esso non sarebbe passato inosservato. Il rapporto ONU menziona il Messico, il Guatemala e l’Ecuador come le sedi di transito della droga verso gli Stati Uniti, mentre l’assessment della DEA cita i celebri narcos messicani come i maggiori fornitori del mercato USA. Non c’è traccia di Venezuela in alcuna pagina dei due documenti e in nessun altro materiale delle agenzie anticrimine USA degli ultimi 20 anni si fa menzione di fatti che possano - anche indirettamente - ricondurre alle accuse lanciate contro il Presidente del Venezuela e il suo governo.

Feierstein assicura che l’organizzazione del golpe de facto varrebbe la pena per “il ripristino della democrazia in Venezuela e la stabilizzazione del Paese”, ma in realtà riconosce che si tratta di realizzare tre obiettivi di Washington: garantire l’approvvigionamento energetico a basso costo dal Venezuela; ridurre la migrazione venezuelana verso gli Stati Uniti; privare il Venezuela dei chavisti per far diventare gli Stati Uniti un partner chiave in America Latina.

Come riportato nel dossier: “In primo luogo, Brasile e Guatemala sono partner politici ed economici di lunga data, il che conferisce agli Stati Uniti un maggior grado di influenza. Il Venezuela, invece, è un Paese pesantemente sanzionato, sostenuto dagli avversari degli Stati Uniti, Cina, Russia e Iran. Detto questo, coordinandosi con una serie di partner, all'interno e all'esterno del Paese, gli Stati Uniti potrebbero nuovamente svolgere un ruolo importante nella lotta per la democrazia in America Latina.”

Paradossalmente Feierstein, oltre a partire dal presupposto che Maduro vuole manomettere le elezioni, afferma che sebbene sia “un timbro di gomma per il regime”, il CNE “ha la tecnologia e la capacità amministrativa per gestire correttamente un'elezione. Il Consiglio ha anche una lunga storia di professionalità nell'era democratica del Venezuela e la sua leadership potrebbe essere soggetta all'influenza di controparti nella regione, qualora il Consiglio decidesse di ripristinare la propria immagine. Gli Stati Uniti potrebbero contribuire a incoraggiare questo avvicinamento regionale.”

Oltre a pensare come gli USA possano infiltrare i propri uomini nel CNE, Feierstein afferma che il sistema elettorale venezuelano è valido, dimenticandosi però che l’attuale sistema automatizzato a riconteggio manuale è stato introdotto con la Rivoluzione Bolivariana, ovvero con la Quinta Repubblica inaugurata da Hugo Chavez e non è un lascito della Quarta Repubblica. “È il sistema elettorale migliore del mondo tra quelli che abbiamo visionato” - ha detto nel 2012 la Fondazione Carter dopo aver visto e analizzato circa 100 processi elettorali.

Nel documento programmatico si definisce il candidato della destra alle ultime elezioni presidenziali - Edmundo González Urrutia - come “un mite diplomatico in pensione impegnato nella riconciliazione nazionale” nonostante abbia una storia tutt’altro che mite. La giornalista salvadoregna Nidia Diaz ha rivelato dettagli sconosciuti della sua biografia che farebbero rabbrividire un qualsiasi sincero democratico.

All'inizio degli anni Ottanta, infatti, Urrutia era il secondo consigliere dell'ambasciata venezuelana in El Salvador quando c'era la guerra civile. Insieme all'ambasciatore Leopoldo Castillo, noto con il soprannome di El Mata Curas ("L’uccisore di preti"), lavorò all'attuazione locale del “Piano Condor”, che consisteva nell’eliminazione - anche fisica - degli oppositori di sinistra in tutta la regione. Furono l'ambasciatore venezuelano Castillo e il suo consigliere Edmundo Gonzalez i principali agenti della morte in El Salvador.

I documenti della CIA declassificati nel febbraio 2009 citavano Castillo come uno dei responsabili dei servizi di intelligence che hanno coordinato, finanziato l'Operazione Centaurus, un piano dell'esercito salvadoregno e degli “squadroni della morte” dell’ultra destra guidati dal Maggiore D’Abuisson per eliminare fisicamente i membri delle comunità religiose che cercavano una soluzione negoziata del conflitto. Negli anni in cui Castillo e González hanno gestito l’ambasciata, l’esercito salvadoregno e gli squadroni della morte hanno ucciso 13.194 civili, tra cui l'arcivescovo Oscar Arnulfo Romero, quattro suore della Congregazione Maryknoll, i sacerdoti Rafael Palacios, Alirio Macias, Francisco Cosme, Jesús Cáceres e Manuel Reyes. Non più diplomatico, Urrutia ha lavorato ancora come consulente dei servizi segreti quando il 16 novembre 1989 sei gesuiti e due loro collaboratrici furono uccisi da sicari assoldati dall’esercito.

Nonostante ciò, il Segretario di Stato degli Stati Uniti Antony Blinken ha dichiarato il 2 agosto che il governo del suo paese considera Edmundo González Urrutia “presidente eletto del Venezuela” e invita Nicolás Maduro a una transizione pacifica del potere. “Apprezziamo l'appello dell'Unione europea al rispetto dei diritti fondamentali dei venezuelani e la sua richiesta di una verifica indipendente dei risultati, sulla base dei resoconti elettorali che abbiamo presentato e che accreditano la nostra vittoria” - ha scritto Edmundo González Urrutia su X. Il 4 agosto 2024, come da copione previsto da Mark Feierstein, l’Alto Rappresentante dell’Ue Josep Borrell ha affermato che dai resoconti delle missioni internazionali di osservazione emerge “chiaramente” che il voto del 28 luglio “non ha rispettato gli standard internazionali di integrità elettorale”.

Un copione che si è perfettamente ripresentato nello stesso mondo quando il golpista della destra venezuelana Juan Guaidò venne proclamato dagli Stati Uniti “Presidente del Venezuela a interim”, ma che oggi risulta veramente patetico.

In conclusione, questo manuale evidenzia che né i media né le operazioni psicologiche, né i pronunciamenti dei leader regionali, né l’eccessivo interesse delle ultime settimane a imporre sondaggi sono casuali. Il loro vero interesse non è difendere la democrazia o i diritti umani, ma togliere di mezzo tutti coloro che ostacolano il loro piano al fine di prendere il controllo di tutte le risorse naturali dell’America Latina, compreso il petrolio venezuelano, la più grande riserva certificata del mondo.

da qui

mercoledì 6 aprile 2022

Plasmaterapia, De Donno aveva ragione. Studio USA conferma che la terapia funziona - Lorenzo Poli


«La terapia con il plasma costa poco, funziona benissimo, non rende miliardari. E io sono un medico di campagna, non un azionista di Big Pharma» disse nel giugno 2020 in un’intervista al quotidiano La Verità il dottor Giuseppe De Donno, allora primario di Pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova,

Durante il primo lockdown, due ospedali, il Carlo Poma di Mantova e il San Matteo di Pavia, sperimentarono la somministrazione di plasma a malati appena contagiati. Lo studio, iniziato il 17 marzo e concluso l’8 maggio 2020, aveva coinvolto 46 pazienti ricoverati nei due ospedali con difficoltà di respirazione tali da necessitare supporto di ossigeno o intubazione. I medici notarono che, trattandoli con plasma di pazienti guariti, aggiungendolo a colture cellulari, lo sviluppo del virus veniva progressivamente annientato. Un segno che lasciava ben sperare e dimostrava la presenza di anticorpi neutralizzanti.

Quando è cominciata la sperimentazione, sulla base dei dati ministeriali, la mortalità dei pazienti in terapia intensiva era tra il 13 e il 20%. Utilizzando questa tecnica, si leggeva sulla rivista scientifica Haematologica, «la mortalità si è ridotta al 6%. In altre parole, da 1 decesso atteso ogni 6 pazienti, se n’è verificato 1 ogni 16. Contemporaneamente, si è constatato che anche gli altri parametri subivano miglioramenti considerevoli: i valori del distress respiratorio miglioravano entro la prima settimana e i tre parametri fissati per l’infezione diminuivano in maniera altrettanto importante. Il risultato più rilevante è stato quello di una riduzione della mortalità assoluta del 9%».

De Donno, in sostanza, utilizzò la terapia con il plasma iperimmune “convalescente” per trattare i malati di Covid, che guarirono nel 90% dei casi. Si è trattato di un successo che tutto il mondo gli stava riconoscendo, a tal punto da diventare esempio di protocollo per molti Stati europei e americani. Nonostante arrivassero richieste forti dall’estero per l’approvazione di questa cura, l’Italia non ha colto l’opportunità, omettendo il fatto che dopo le prime ricerche cliniche sono partiti centinaia di studi controllati sul plasma.

La paternità del primo studio certificata da una registrazione importante nel mondo occidentale è stata di Mantova e di Pavia e questo ha aperto l’era del “plasma convalescente”. Nonostante le evidenze cliniche fossero state importantissime, la plasmaterapia in funzione anti-Covid ideata da De Donno venne messa all’angolo. Il Ministero ha concesso un’altra sperimentazione all’Ospedale di Pisa. Come disse De Donno, i motivi non sono mai stati scientifici, ma erano da ricercare in altro ambito.

L’Aifa promosse uno studio nazionale denominato Tsunami, con l’obiettivo di «valutare con opportuno rigore metodologico l’efficacia e la sicurezza della terapia». Secondo un comunicato dell’Agenzia del Farmaco dell’8 aprile 2021 «non è stata riscontrata una differenza statisticamente significativa dell’end-point– ovvero della “necessità di ventilazione meccanica invasiva o decesso entro 30 giorni dalla data di randomizzazione1” – tra il gruppo trattato con plasma e quello trattato con terapia standard».

Nel complesso TSUNAMI non ha quindi evidenziato un beneficio del plasma in termini di riduzione del rischio di peggioramento respiratorio o morte nei primi trenta giorni2. Gli esperti aggiunsero che i risultati erano in linea con quelli della «letteratura internazionale, prevalentemente negativa, fatta eccezione per casistiche di pazienti trattati molto precocemente con plasma ad alto titolo».

Nel frattempo la cura al plasma iperimmune veniva attaccata violentemente in TV da molti esperti ed esponenti della comunità scientifica che delegittimavano la terapia di De Donno (da Burioni a Ricciardi), mentre altrettanti esperti non invitati in TV avallavano le ricerche di De Donno e affermavano il contrario.

Eppure la pratica medica e clinica diceva altro; grazie alla plasmaterapia, De Donno è riuscito a salvare tante vite. Essendo convito della validità di questa cura, stava lavorando per un centro ricerca.

Giuseppe De Donno, pioniere della terapia con il plasma iperimmune, fu osteggiato e si ritirò a fare il medico di base, per poi togliersi la vita il 27 luglio del 2021.

Ora uno studio finanziato dal Dipartimento della Difesa americano e dai National Institutes of Health (Nih), l’agenzia governativa che si occupa di ricerca medica, conferma che aveva ragione.

Le principali conclusioni dello studio appena pubblicato su The New England Journal of Medicine (Nejm), tra le riviste mediche più autorevoli al mondo, sono:

·         «Nei partecipanti, pazienti affetti da Covid-19, la maggior parte dei quali non vaccinati, la somministrazione di plasma convalescente entro 9 giorni dall’insorgenza dei sintomi ha ridotto il rischio di progressione della malattia che porta al ricovero in ospedale».

·         I monoclonali «sono costosi da produrre, richiedono tempo per l’approvazione e potrebbero non essere ampiamente disponibili durante le condizioni di picco di Covid-19».

·         Il plasma convalescente Covid-19 «non ha limiti di brevetto ed è relativamente poco costoso da produrre, poiché molti singoli donatori possono fornire più unità»,

Questo ciò che hanno sottolineato i ricercatori, primo fra tutti David J. Sullivan della Bloomberg School of Public Health di Baltimora.

Infatti, per stessa ammissione di De Donno, il plasma iperimmune costava 80 euro a sacca e il rischio di contaminazione è di 1 a 20.000.000, ovvero inesistente.

Nello studio si legge che il plasma convalescente di Covid-19 svolge un ruolo fondamentale nel ridurre l’infiammazione polmonare in risposta all’infezione da Sars-CoV-2, che è il «motivo più comune per l’ospedalizzazione». In ospedale furono registrati tre soli decessi in partecipanti trattati con il plasma di controllo. Gli autori dello studio sottolineano che «il siero o il plasma immunitario sono stati usati in modo sicuro per il trattamento di malattie infettive per più di cento anni» e che risultati contrastanti «potrebbero essere dovuti alla mancanza di moderni progetti di studio, a piccole dimensioni del campione» così pure a una «somministrazione avvenuta troppo tempo dopo l’inizio della malattia».

A tal riguardo sembra che fin da subito il governo italiano abbia avuto l’intenzione di censurare la cura al plasma e abbia usato un doppio standard con la sperimentazione del plasma e con la sperimentazione di farmaci, i quali nella maggior parte dei casi sono stati usati silentemente anche laddove erano presenti gravissimi effetti collaterali. Ciò che sempre più sta emergendo è che le cure del Covid sono state impedite in tutti i modi, anche quando erano possibili.

https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2119657

1[1] la randomizzazione consiste nell’attribuzione casuale di ogni paziente che man mano viene ammesso al gruppo dei casi in trattamento sperimentale oppure al gruppo di controllo (trattamento standard, placebo o altro trattamento di confronto).

2[1] https://www.iss.it/primo-piano/-/asset_publisher/3f4alMwzN1Z7/content/covid-19-studio-tsunami-il-plasma-non-riduce-il-rischio-di-peggioramento-respiratorio-o-morte

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giovedì 6 gennaio 2022

Farmacopea africana e cure anti-Covid. L’Africa potrebbe incrinare Big Pharma - Lorenzo Poli

 


Gli scienziati occidentali aveva previsto che il Covid avrebbe causato una strage in Africa. Nonostante quello che si è paventato nel mainstream occidentale, così non è stato anche grazie ai governi africani che sono riusciti ad applicare efficaci misure anti-contagio. Resta comunque un enigma il mancato tracollo sanitario dell’Africa e, tra le ipotesi che sono state avanzate, c’è un “privilegio immunitario”: la popolazione africana avrebbe sviluppato naturalmente maggiori difese contro il Covid. Non essendo pervenuti i vaccini occidentali e la scarsità delle terapie proposte dall’Occidente, nei laboratori africani molto legati alla farmacopea1 tradizionale, sono stati creati decotti, tisane e farmaci naturali in compresse di origine vegetale che sono stati somministrati a migliaia di pazienti ammalati di coronavirus.

I medici e gli scienziati africani hanno fin da subito fatto la loro parte nella ricerca contro la diffusione del Covid-19 e per la ricerca di cure contro i sintomi. La farmacopea a base di piante, di cui si fida circa l’80% degli africani, si è distinta almeno per la prevenzione primaria: Artemisia herba-alba, Sutherlandia frutescens, Pelargonium sidoides, Catharanthus roseus, l’artiglio del diavolo e quella che noi chiamiamo comunemente “gomma arabica”. Tutti unguenti che da anni aiutano gli africani a proteggersi dalle malattie più svariate.

«Persino all’uscita da un ricovero in ospedale, il paziente riceve sempre una piccola ricetta di farmaci tradizionali per rafforzare la guarigione» disse, durante un’intervista ad Africa Rivista, il dottor Kevin Eric Bolou2, biochimico ivoriano, specializzato in farmacologia delle sostanze naturali. Il team del biochimico è stato l’inventore di una soluzione per le mani e per le superfici, 100% bio e 100% ivoriana, utile nella lotta al coronavirus: “Vedendo le grandi difficoltà nel poter reperire sul mercato ivoriano prodotti disinfettanti, ci siamo messi al lavoro e abbiamo creato questo spray, battezzato Ivoire Nature Cleaner, a base di piante dotate di proprietà già dimostrate contro i germi”. Secondo le stime, più di 10.000 flaconi del prodotto sono stati offerti dall’università alle istituzioni ivoriane per la lotta preventiva al virus.

 

A parlare di queste cure è stata la Dottoressa Rokia Sanogo3, studiosa maliana di farmacopea naturale, docente di Farmacologia a Bamako, promotrice e Presidente dell’Ong Aiuto allo Sviluppo della Medicina Tradizionale4 (Aidemet), professoressa titolare di Farmacognosia del CAMES (Consiglio Africano e Malgascio dell’Insegnamento Superiore) e capo del Dipartimento di Medicina Tradizionale del Ministero della Salute del Mali. Ai microfoni di Africa Rivista ha dichiarato: “Gli studi sono ancora in corso, non posso anticiparne gli esiti, che andranno anzitutto pubblicati su autorevoli riviste e sottoposti al vaglio della comunità scientifica. (…) Posso tuttavia affermare che stanno emergendo indicazioni promettenti che invitano a guardare con maggior interesse alla medicina tradizionale, troppo spessa ignorata e banalizzata”.

La Professoressa Sanogo è Vicepresidente di un comitato di esperti in medicina tradizionale creato a Brazzaville dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per condurre ricerche sugli effetti dei farmaci naturali sperimentati in Africa per combattere il Covid. In mancanza di possibilità dei vaccini occidentali, l’Africa ha puntato molto sulla territorializzazione della prevenzione primaria.

Ad aprile 2021 aveva fatto clamore la promozione del Tambavy CVO, o Covid Organics, una tisana-sciroppo a base di artemisia annua5, prodotta dal Malagasy Institute of Applied Research (Istituto malgascio di ricerche applicate). La presentazione ufficiale era stata fatta dal Presidente del Madagascar Andry Rajoelina, definendolo “un efficace rimedio per prevenire e curare l’infezione da Covid-19”. La bevanda dalle presunte proprietà preventive e persine curative, era stata distribuita gratuitamente alle fasce più deboli della popolazione e alcuni campioni erano stati inviati a Paesi africani come il Ciad, la Guinea Bissau o la Tanzania. Proprio in Tanzania, il Presidente John Magufuli aveva promosso un trattamento tradizionale a base di inalazioni con essenze di limoni e zenzero, un metodo che già veniva usato molto comunemente dalla popolazione per curare l’influenza. Ad ottobre 2021 Rajoelina ha lanciato un nuovo medicamento: una capsula chiamata CVO+, prodotta da Pharmalagasy, ancora a base di artemisia e che si suppone come “cura – per – la malaria, la dengue e il Covid-19”. E ancora, in Camerun, il Presidente Paul Biya aveva deciso di incoraggiare “gli sforzi per sviluppare un trattamento endogeno” ed il cardiologo camerunese Euloge Yiagnigni Mfopou ha sviluppato una medicina tradizionale a base di polvere secca di timo. All’inizio di luglio 2021, le autorità competenti hanno dato il loro benestare alla commercializzazione6 del prodotto che, secondo il ministro camerunese della sanità pubblica, dovrebbe essere un “coadiuvante nel trattamento del Covid-19”.

Sebbene non si abbiano notizie sulla loro reale efficacia nella cura del virus, si va rafforzando l’idea che la medicina tradizionale possa dare un effettivo apporto ai “moderni” servizi sanitari: unire la copertura offerta dagli uomini-medicina e dalle donne-medicina all’assistenza convenzionale significa garantire l’accesso universale alle cure mediche, arricchendo la lista dei farmaci ufficiali con numerose altre risorse provenienti da secoli di uso.

D’altronde, non si può dubitare dell’efficacia dei rimedi naturali anti-Covid, dal momento che non vi è stata alcuna volontà di eseguire seri studi. Le Agenzie del Farmaco continuano a mettere in guardia da queste cure definendole “miracolose” e pericolose per la salute, ma non hanno dati per poterlo accertare. La dottoressa Sanogo ha dichiarato: “Prima di giudicare, la comunità scientifica occidentale dovrebbe condurre studi approfonditi e interrogarsi senza pregiudizi sui rimedi naturali sperimentati in varie parti del continente. (…) Già oggi in tutto il mondo milioni di persone vengono curate per numerose patologie con farmaci di origine naturale.”

D’altronde tanti sono i medicamenti naturali che vengono utilizzati. L’aspirina, che deriva da una sostanza estratta dalle cortecce di salice, viene da sempre usata per le sue proprietà antinfiammatorie. Che dire del chinino, alcaloide naturale ricavato dalla corteccia di una pianta andina conosciuta come cinchona, che ha proprietà anti-piretiche, anti-malariche e analgesiche.

Ci sono decine di farmaci naturali che già oggi sono contemplati nei protocolli di cura consigliati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Come ha affermato Sanogo: “Curiamo con successo decine di malattie gravi con rimedi naturali di cui abbiamo documentato i benefici. La medicina tradizionale e quella convenzionale non sono in antitesi: già ora collaborano e si integrano vicendevolmente. Lo stesso potrebbe accadere con il coronavirus, se solo ci fosse la volontà di fare ricerche serie in questo campo. (…) Ma ci sono immensi interessi economici nella gestione della pandemia, Big Pharma fa profitti record, non c’è volontà di cercare rimedi alternativi. Certo oggi i vaccini sono fondamentali per uscire dalla crisi, come in passato sono stati cruciali per debellare malattie terribili. Ma c’è una certa supponenza nel guardare all’Africa come a un continente malato e incapace di fornire soluzioni ai problemi sanitari. Sapremo vincere la vostra sfiducia e stupirvi. (…) L’Africa potrebbe incrinare – così – il potere di Big Pharma”.

Varie sono state negli anni le iniziative avanzate a livello governativo e intergovernativo per continuare il lavoro di promozione del settore. Nel 2000, i ministri della salute africani hanno adottato, durante la 50esima Sessione del Comitato Regionale dell’OMS per l’Africa, “una risoluzione sulla medicina tradizionale in cui gli Stati membri sono stati invitati a generare prove sulla sicurezza, l’efficacia e la qualità della medicina tradizionale”. Come aveva indicato l’OMS, a questi Paesi era stato chiesto di conformarsi a “standard internazionali, che raccomandano in particolare che il prodotto segua un rigoroso protocollo di ricerca e sia sottoposto a test, oltre che a sperimentazioni cliniche”. Autorizzando la commercializzazione del Corocur e della bevanda Covid-Organics, Camerun e Madagascar non hanno rispettato questo impegno. Ciò non significa, tuttavia, che la farmacopea tradizionale non trovi posto nelle farmacie africane. L’Oms ricorda di “lavorare di concerto con gli istituti di ricerca per selezionare dalla farmacopea tradizionale i prodotti sui quali effettuare indagini al fine di determinarne l’efficacia clinica e la sicurezza nel trattamento del Covid-19”. In tal senso, l’OMS ha sostenuto sperimentazioni cliniche che hanno “portato 14 Paesi a concedere autorizzazioni all’immissione in commercio per 89 prodotti derivati ​​dalla farmacopea tradizionale”: rimedi per la malaria, infezioni legate all’HIV, diabete o ipertensione. Ad oggi, nessun farmaco naturale contro il Covid-19 ha soddisfatto i criteri dell’OMS. Motivazioni economiche, geopolitiche e preservazione dell’interesse multinazionale? Non è dato sapere. Sta di fatto che molti Stati africani stanno lavorando per l’istituzione di uffici nazionali per la medicina tradizionale è il riconoscimento dei loro benefici. Il Sudafrica, per esempio, ha istituito un direttorato apposito e promulgato un atto volto a regolamentare l’esercizio di tali pratiche; o addirittura la Nigeria, già nel 1987 per la valorizzazione del patrimonio locale, ha creato un ente incaricato di sviluppare farmaci da risorse autoctone. Nel 2018, ha ricordato l’Oms, erano 34 gli istituti di ricerca attivi per valutare la sicurezza e l’efficacia dei farmaci tradizionali usati contro la malaria, l’aids, il diabete, l’ipertensione. Il 31 agosto di ogni anno ricorre inoltre l’African Traditional Medicine Day, una giornata internazionale per promuovere il ruolo della medicina tradizionale nei sistemi sanitari.

Non si può più tollerare la violenza epistemica che consiste nella marginalizzazione dei saperi locali e della medicinale tradizionale a favore dei grandi interessi economici e dell’egemonia di unico sapere che ignora la peculiarità dei luoghi. Affermare l’importante ruolo della medicina tradizionale non equivale alla banalizzazione dei vaccini, ma la necessità di valorizzare le conoscenze custodite dai guaritori indigeni. La superficialità con la quale l’Occidente si rivolge al sapere autoctono degli altri popoli è parte di una strategia più ampia all’interno di quella che possiamo definire l’economia di rapina: si sminuiscono i saperi per poi rubarli e farli propri. Un esempio lampante è quello della Vincapercinca rosada, pianta africana con la quale la compagnia farmaceutica Eli Lilly elaborò due farmaci contro il cancro dei testicoli e la leucemia dei bambini guadagnando milioni di dollari senza spartire un centesimo con le popolazioni africane che custodivano i diritti di proprietà intellettuale e le conoscenze riguardo le proprietà della pianta. Inoltre, come ben ribadito dalla Dottoressa Sanogo, non si può ignorare l’importanza dei guaritori all’interno della comunità come mediatori tra i saperi. ci sono dati e studi seri sulla medicina tradizionale? La verità è che non c’è interesse al dialogo da parte delle industrie farmaceutiche.

 

https://www.africarivista.it/medicina-tradizionale-e-moderna-sanita-lunione-fa-la-forza/170377/

https://www.africarivista.it/e-se-lafrica-avesse-la-medicina-giusta-contro-il-covid/193678/

https://www.focus.it/scienza/salute/africa-minore-impatto-covid

 

1 Farmacopea è arte di preparare i farmaci e l’insieme delle varie tecniche di preparazione dei farmaci

2 dottor Bolou lavora presso il Centro nazionale floristico (Cnf) della Costa d’Avorio, un istituto fondato nel 1964 per procedere all’identificazione della flora locale. Il centro, che fa parte dell’Università Felix Houphouet Boigny di Cocody, si occupa anche di censimento e di valorizzazione delle piante medicinali e dei loro principi attivi.

3 Rokia Sanogo è stata inoltre presidente del “Movimento Popolare 22 Marzo” di Mali, tra le fondatrici del circolo intitolato a Thomas Sankara di Messina. Studiosa, scienziata e politica, Sanogo non solo ha fatto la rivoluzione degli anni ’90 in Mali, ma ha anche sempre combattuto contro lo sfrenato imperialismo. Il suo partito è stato all’opposizione del governo di Amadou Toumani Tourè, dal 2007 al 2011, ed è stato determinante per la sua caduta. http://www.aidemet.org/doc/edit_0714_3.pdf

4 Aidemet è una organizzazione non-governativa senza fini di lucro che si occupa di promuovere e salvaguardare le medicine tradizionali africane

5 Artemisia annua – pianta usata da secoli nella medicina tradizionale cinese e nota in particolare per il suo impiego contro la malaria

6 https://www.cameroon-tribune.cm/article.html/41209/fr.html/riposte-contre-le-covid-19-un-traitement-local

 

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