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mercoledì 8 luglio 2026

Diritti del lavoro sotto attacco: l’avanzata globale della repressione antisindacale - Giorgio Trucchi

 

Il nuovo Indice Globale dei Diritti della CSI fotografa un peggioramento diffuso: scioperi vietati, sindacalisti arrestati, proteste represse e riforme neoliberiste che smantellano tutele e contrattazione. Dalle Americhe all’Europa, il lavoro torna nel mirino di governi autoritari e ultraconservatori.

 

L’aumento di cinque punti percentuali delle violazioni alla libertà d’espressione e di riunione, di sei punti dei casi di aggressione violenta e di tre punti degli attacchi alle libertà civili, in particolare fermi ed arresti, contro lavoratori, lavoratrici e sindacalisti è quanto denuncia la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI – ITUC) nel suo Indice Globale dei Diritti 2026.

Pubblicato per la prima volta nel 2014, il rapporto annuale della CSI analizza la situazione dei diritti sindacali e del lavoro in 151 nazioni. Tre sono le tendenze emerse nell’analisi dello scorso anno: la persecuzione di dirigenti sindacali, l’uso di sistemi di vigilanza per controllare il personale e tracciare le attività sindacali e la mancata consultazione dei rappresentanti dei lavoratori nei processi di riforma delle legislazioni sul lavoro.

Europa ed Americhe hanno registrato la loro peggiore media di punteggio per nazione dalla prima pubblicazione dell’Indice Globale dei Diritti. Nel caso delle Americhe è passata da 3,68 a 3,72 rispetto allo scorso anno, dove la categoria 5+ indica che i diritti non sono garantiti a causa della “distruzione dello stato di diritto”, 5 che i diritti non sono garantiti, 4 che ci sono violazioni sistematiche dei diritti, 3 che tali violazioni sono abituali, 2 che le violazioni sono ripetute e 1 che sono sporadiche.

Asia Occidentale e Africa Settentrionale si confermano in cima alla lista nera assoluta delle regioni con la peggiore media di punteggio per nazione (4,68), seguiti da Asia Orientale (4,08) e Africa (3,91). In netto deterioramento e prossima alla categoria di “violazione abituale dei diritti” l’Europa, con un punteggio di 2,80.

I dieci Paesi in cui lavoratori, lavoratrici e sindacalisti soffrono maggiormente la violazione dei propri diritti sono Argentina, Bielorussia, Ecuador, Egitto, eSwatini (Swaziland), Myanmar, Nigeria, Panama, Tunisia e Turchia. Il turbocapitalismo di Javier Milei e José Raúl Mulino fanno entrare per la prima volta l’Argentina e Panama nella lista nera. Osservati speciali per l’aumento delle violazioni rispetto all’anno precedente Filippine, Guinea-Bissau, Israele, Liberia, Moldavia, USA e Zimbabwe.

Le principali violazioni colpiscono il diritto di sciopero, che non viene garantito nell’87% delle nazioni osservate, il diritto alla negoziazione collettiva (80%), alla libertà di associazione e organizzazione (75%), all’accesso alla giustizia (72%). Per quanto riguarda la libertà d’espressione e di assemblea, il rapporto evidenzia chiare violazioni nella metà delle nazioni, un dato che è raddoppiato nell’ultimo anno, mentre nel 32% di esse sono state segnalate aggressioni e atti di violenza contro lavoratori organizzati, includendo l’omicidio in almeno quattro Paesi, tra cui Colombia e Messico. Fermi e arresti di lavoratori, lavoratrici e sindacalisti vengono denunciati nelle metà (75) delle nazioni osservate. 

In generale, la condotta antisindacale e repressiva e le inadempienze e violazioni delle leggi che regolano il lavoro sono cresciute globalmente rispetto all’anno precedente, con particolare intensità nei Paesi in cui governano forze politiche ultraconservatrici e autoritarie, che promuovono modelli basati sulla radicalizzazione delle dottrine di libero mercato, con relativa riduzione dello Stato, deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro, aumento dell’esternalizzazione (outsourcing), smantellamento delle tutele e il progressivo calo di rappresentanza e potere contrattuale delle organizzazioni dei lavoratori. Tutti fenomeni che favoriscono la precarietà, l’informalità e lo sfruttamento della manodopera, specialmente quella migrante, ridotta in condizioni di semischiavitù. Segnalata anche la complicità con la criminalità organizzata e la politica corrotta.  

“C’è un’avanzata preoccupante delle destre sia in America Latina che nel mondo e ciò implica un inasprimento del modello neoliberista, con una maggiore privatizzazione dei servizi pubblici ed esternalizzazione del lavoro, licenziamenti di massa, precarizzazione e flessibilizzazione dei posti di lavoro, che conducono inevitabilmente a una limitazione crescente dell’agire sindacale”, spiega a Pagine Esteri, Fernando Espinales, presidente dello storico sindacato honduregno Stibys.

Nel mirino in questi giorni in Honduras c’è il servizio elettrico nazionale, che il governo ultraconservatore del pupillo di Trump, Nasry Asfura, sta cercando di privatizzare dividendo in tre parti l’azienda pubblica ENEE. Una manovra che segue l’approvazione di una legge che introduce e regola il “lavoro a tempo parziale”, una riedizione peggiorata della famigerata legge sull’impiego a ore, abrogata nel 2022 sotto l’impulso del governo di Xiomara Castro.

“Soprattutto nel settore pubblico hanno già licenziato migliaia di persone e decapitato i vertici dei principali sindacati, mentre la promozione di terziarizzazione, appalti e subappalti nel settore privato ha l’obiettivo di distruggere o indebolire il più possibile qualsiasi forma di rappresentanza dei lavoratori”, avverte Espinales.  

Nelle Americhe, oltre ai già citati casi di Argentina, Ecuador e Panama, troviamo anche Colombia, Guatemala e Honduras tra le nazioni in cui i diritti non sono garantiti, mentre Costa Rica, El Salvador, Perù e Stati Uniti d’America si posizionano solo un gradino più in basso, tra quelle in cui la violazione dei diritti è sistematica.

In Argentina, che nell’Indice Globale dei Diritti della CSI crolla dalla categoria 3 alla 5 in soli due anni, la riforma del lavoro promossa contro venti e maree da Javier Milei ha vulnerato pesantemente i diritti individuali e collettivi di lavoratori e lavoratrici, ma anche di pensionati e studenti. Estensione della giornata lavorativa e dei periodi di prova, facilitazione dei licenziamenti, limitazioni nel pagamento degli straordinari, dei diritti di fine rapporto e del diritto di sciopero, con la conseguente diminuzione del potere contrattuale dei sindacati. La protesta nelle piazze contro le riforme e la crisi economica e sociale è stata più volte repressa con decine di feriti e centinaia di arresti. “Dal su arrivo alla presidenza nel 2023, il presidente Milei, di estrema destra, si è messo alla testa di un programma radicalmente antisindacale, minando i diritti fondamentali dei lavoratori, le libertà civili e l’attività sindacale”, segnala il documento.

A Panama le proteste contro la legge 462, imposta dal presidente Mulino e che eleva l’età pensionabile, privatizza servizi essenziali e trasferisce fondi statali alle banche private, sono state sistematicamente represse ed è stato dichiarato lo stato d’emergenza in alcune regioni. Parallelamente sono iniziate una serie di rappresaglie contro il movimento sindacale e i lavoratori pubblici, specialmente il settore educativo, che protestavano anche contro il rilancio dell’attività estrattiva e il protocollo firmato tra Panama e Stati Uniti per favorire una maggiore presenza militare nordamericana nel Paese. Un’ondata di licenziamenti ha investito il personale docente. 

Più di 5 mila lavoratori delle piantagioni di banane della brasiliana Chiquita Brands (Cutrale-Safra), in maggioranza appartenenti all’etnia Ngäbe-Buglé, sono stati licenziati in tronco per avere partecipato a uno sciopero nella zona di Bocas del Toro. I principali dirigenti del sindacato bananero Sitraibana sono stati arrestati. Anche lo storico e combattivo sindacato della costruzione Suntracs ha subito una persecuzione feroce. I suoi dirigenti sono stati prima accusati di riciclaggio di denaro e poi colpiti da mandato di cattura, obbligandoli all’esilio. Al sindacato sono stati bloccati i conti correnti bancari e limitato l’accesso ai depositi delle quote sindacali e sono fioccate minacce di scioglimento forzato. Più di 700 tesserati sono stati arrestati o multati e più di 80 sono ancora in carcere. 

“Fin dall’inizio, Mulino ha detto chiaramente che avrebbe governato per favorire l’impresa privata ed è quello che sta facendo. I sindacati e le organizzazioni sociali sono invece ostacoli e nemici da combattere e annientare. Infatti ha represso le proteste e perseguitato organizzazioni e dirigenti con carcere e licenziamenti”, spiega a Pagine Esteri, Ismael Marín, dirigente sindacale del settore bevande (Sticp-Fuclat).

È così tanto il potere concesso agli imprenditori, assicura Marín, che si sentono in diritto di decidere se rispettare o meno i contratti collettivi e individuali, la legislazione sul lavoro, le convenzioni che Panama ha firmato a livello internazionale.

“L’unico modo per sopravvivere a questo miserabile governo, diretto dall’oligarchia con il consenso di Washington, e alla sua condotta antisindacale, è non abbassando la testa”.

Non diversa la situazione in Ecuador dove l’ultraliberista Daniel Noboa, membro di una delle famiglie più ricche e potenti del Paese, ha promosso una riforma del Codice del lavoro che flessibilizza le condizioni e i contratti, precarizza il mercato, prolunga l’orario di lavoro, impone nuovi requisiti per la registrazione dei dirigenti e l’iscrizione delle organizzazioni sindacali, modifica i requisiti per la firma e i rinnovi contrattuali e attiva meccanismi per una loro “revisione d’ufficio”.

Il rapporto della CSI segnala inoltre la promulgazione di una legge che consente la sorveglianza senza mandato, nonché l’intercettazione delle comunicazioni e la raccolta di dati privati, tipificando “le minacce” in modo sufficientemente ampio da criminalizzare le proteste sociali e l’attività sindacale. La nuova legge impone inoltre alle più di 13 mila organizzazioni sociali, tra cui i sindacati, di divulgare informazioni personali sui propri membri, pena lo scioglimento.

“Stiamo assistendo a un’erosione globale dei principi democratici, finanziata dai ricchi e portata avanti da leader politici autoritari e di estrema destra. Praticamente un colpo di stato dei multimilionari contro la democrazia. Le rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici, che dovrebbero costituire la base della democrazia, sono zittite e si constata una maggiore concentrazione di ricchezza e di potere in mano a un pugno di persone”, sintetizza il rapporto della CSI.  

Per l’organizzazione sindacale internazionale “le libertà e i diritti di cui le persone dipendono per mantenere standard di vita dignitose e condizioni di lavoro eque, sono sotto attacco da parte di una piccola minoranza focalizzata sull’accumulo di ricchezza e potere. Numerosi miliardari in tutto il mondo stanno colludendo con leader politici, spesso di destra o di estrema destra, per consolidare il potere e eliminare diritti”. 

Nel mirino ci sono i sindacati in quanto i lavoratori e le lavoratrici che rappresentano sono la base dei sistemi democratici e ciò che stanno difendendo sono i pilastri fondamentali della democrazia, della prosperità e della libertà. “Le tattiche variano, ma lo scopo di chi tira le fila è lo stesso: consolidare il potere e mettere a tacere la voce dei lavoratori. “In questo senso – conclude la CSI – la solidarietà diventa l’unico modo che può guidare i lavoratori a superare questo colpo di stato contro la democrazia per garantire un futuro benefico a tutti e non solo per pochi potenti”.

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giovedì 2 luglio 2026

La finanziarizzazione del Sindacato - Alessandro Volpi


Dal primo luglio entra in vigore la normativa sui fondi pensione. Per gli assunti, nel settore privato, da quella data scatta il silenzio assenso per cui, se entro 60 giorni non viene manifestata una chiara volontà in senso contrario, i contributi finiranno nel fondo pensione della categoria.

Se ci sono più fondi, andranno a quella che ha maggiori iscritti e se non ci sono fondi andranno al Fondo Cometa, che riguarda i lavoratori metalmeccanici.

A rendere l'adesione ai fondi privati ancora più incentivata concorre una riduzione del carico fiscale, che si manifesta in termini di deducibilità fino a 5300 euro e in termini di aliquota più bassa sulle plusvalenze, fissata al 20 invece che al 26%. Vale la pena ricordare che questo beneficio significa per lo Stato una minore entrata di circa 6 miliardi di euro l'anno, che vanno a beneficio di meno del 40% dei lavoratori e delle lavoratrici del settore privato.

Naturalmente il minor gettito lo pagano tutti gli altri.

Ma a colpire è un altro dato.

Chi gestisce i fondi, a cominciare dallo stesso Fondo Cometa dei lavoratori metalmeccanici? Il fondo ha un suo Consiglio di amministrazione e un collegio sindacale che sono composti per il 50% da rappresentanti dei sindacati e per il 50% da rappresentanti dei datori di lavoro.

Tale Consiglio però, come è ovvio, non gestisce l'enorme disponibilità finanziaria - stiamo parlando di 13-14 miliardi di euro - che proviene dai contributi, ma la affida ai grandi gestori internazionali che decidono dove impiegare questi stessi contributi.

Il principale gestore è BlackRock che usa come "depositario" e garante State Street Bank in una filiera dove gran parte di quel risparmio finisce nelle società di cui BlackRock è azionista, naturalmente rigorosamente domiciliate in terra Usa e, spesso, con sede in Delaware.

Ma la finanziarizzazione non finisce qui perché dal 31 ottobre entrerà in vigore la piena "portabilità" dei fondi negoziali di categoria che potranno essere affidati dal singolo lavoratore ad una banca o a una assicurazione, mutandone la natura da fondi chiusi in veri fondi aperti dove il peso dei grandi gestori, come BlackRock, sarà ancora maggiore.

L'impatto finanziario di tale modifica sarà così forte che il 29 maggio i sindacati e le associazioni datoriali hanno firmato un "avviso comune" per limitare gli effetti di un simile accelerazione, ma si tratta di un avviso, appunto, che certo potrà poco contro la norma di legge dove è prevista la portabilità piena.

La finanza "de Sinistra".

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giovedì 25 giugno 2026

La resa di CGIL, CISL e UIL: ecco come il nuovo accordo quadro svende i salari e apre alle gabbie leghiste - Emiliano Gentili e Federico Giusti

 

Il 17 Giugno scorso, le organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL hanno trasmesso alle associazioni datoriali una proposta di accordo quadro. «Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto».[^1]

Non è casuale che questo testo arrivi proprio mentre iniziano a farsi sentire i primi effetti dell’economia di guerra e della sostituzione dei lavoratori con l’Intelligenza Artificiale. A nostro avviso, infatti, i sindacati confederali puntano a ritagliarsi un ruolo nella gestione di questi processi,[^2] nel tentativo di arginare una serie di leggi che punta a marginalizzare e neutralizzare la contrattazione, dopo alcuni decenni di effettivo arretramento della rappresentanza.

I confederali, dunque, lottano per tenere in vita il vecchio modello concertativo di relazioni industriali, seppur con sfumature diverse: la CISL mostra un'aperta sudditanza al Governo; la UIL mantiene una posizione apparentemente critica ma spesso volutamente interlocutoria; la CGIL si barrica in una difesa a oltranza del passato, pur avendone subito finora solo gli effetti negativi a causa della delegittimazione operata da esecutivi e associazioni datoriali.

I pilastri dell’accordo sono tre: l’introduzione della tecnologia nei processi produttivi, la perdita del potere d’acquisto dei salari (accelerata dalle tensioni internazionali) e la rappresentanza sindacale.

I. La tecnologia nel lavoro

I sindacati propongono il rafforzamento dei processi partecipativi per cogestire con le aziende l’ingresso delle nuove tecnologie: «La digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica stanno trasformando rapidamente e profondamente il nostro mondo. [...] L’accordo quadro deve valorizzare il ruolo e l’estensione della contrattazione collettiva anche quale sede privilegiata di regolazione e sviluppo degli strumenti partecipativi».

Il testo prevede che tale sinergia si articoli attraverso «esperienze di partecipazione organizzativa, gestionale, economica e consultiva». Il riferimento esplicito è alla Legge sulla partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa,[^3] un provvedimento che però disciplina queste dinamiche lasciando all'azienda la facoltà di scegliere i lavoratori da includere nei CdA, bypassando completamente le sigle sindacali.[^4] La proposta dei confederali è quindi quella di assorbire queste forme di partecipazione direttamente dentro gli istituti della contrattazione per blindare il proprio ruolo. In questo, l'accordo ricalca in parte la proposta originaria della CISL, uno dei pilastri da cui è scaturita la legge del Governo.

In tutto ciò, il grande assente resta un equo e sostanziale indennizzo (in termini salariali, orari o di welfare) per gli aumenti di produttività generati dalla tecnologia, una dinamica che investe ormai quasi tutta la forza-lavoro italiana.[^5] Siamo di fronte a una grave contraddizione: non si possono proporre forme di co-gestione senza stabilire adeguati rapporti di forza tra lavoratori e aziende, rapporti che in ambito lavorativo si articolano prevalentemente su base economica.

II. Il potere d’acquisto

L’accordo introduce il riconoscimento del Trattamento Economico Complessivo (TEC) all’interno del CCNL per standardizzare la stesura dei contratti. Si tratta di una buona proposta, mirata a semplificare la comparazione e a verificare l’equivalenza contrattuale, superando l'attuale prassi in cui i CCNL indicano solo il Trattamento Economico Minimo (TEM), lasciando che quello complessivo vada ricavato sommando le varie voci (scatti, tredicesima, premi).

Tuttavia, il valore del TEM, secondo il testo, andrebbe aggiornato «avendo a riferimento l’indice IPCA-NEI come calcolato dall’ISTAT». Significa che i sindacati accettano, ancora una volta, che il calcolo dell'inflazione escluda i beni energetici importati, proprio quelli che pesano di più sulle tasche dei lavoratori. Del resto, CGIL, CISL e UIL stanno firmando tutti i rinnovi del pubblico impiego legandoli a questo indice: fino a quando rimarrà in vigore l'IPCA, salvaguardare il potere d'acquisto rimarrà un'utopia.

Inoltre, l'accordo prevede che «i contratti avranno durata triennale o quadriennale». In un periodo di alta inflazione, non sarebbe preferibile tornare a un aggiornamento biennale della parte economica? Al momento i contratti quadriennali sono una rarità e non è auspicabile che aumentino.

Infine, la difesa del salario viene delegata in buona parte alla contrattazione decentrata, da estendere «per dare risposte in relazione alle caratteristiche e alle specificità dell’azienda o del territorio». Oltre alla nostra contrarietà a questo modello,[^6] salta all'occhio il riferimento al «territorio»: il sospetto è che si tratti di un’apertura mascherata alle gabbie salariali proposte dalla Lega, cercando un compromesso col Governo basato sull'ampliamento della quota retributiva legata alle specificità locali.

III. La rappresentanza e la sicurezza

Anche la proposta di elezioni RSU «nelle realtà di minori dimensioni», se legata alla contrattazione decentrata, rischia di prestare il fianco al progetto leghista delle gabbie salariali, nonostante sia positiva la previsione di meccanismi che permettano l'elezione delle RSU anche su iniziativa diretta dei lavoratori.

Si richiede poi una maggiore regolazione aziendale: i confederali propongono una procedura legalmente vincolante per la comunicazione delle deleghe di iscrizione, arginando il fenomeno delle trattenute sullo stipendio che restano nelle casse aziendali, e nuove modalità condivise di deposito dei contratti per favorire la trasparenza negli appalti.

Nota dolente sulla salute e sicurezza sul lavoro: CGIL, CISL e UIL si limitano a rivendicare l'aumento del numero dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS). Nella realtà sindacale è evidente che queste figure, prive di poteri coercitivi fattuali, non hanno reali prerogative: possono fare proposte e chiedere atti, ma si scontrano con ostacoli burocratici e forti pressioni datoriali non appena provano a far emergere gli infortuni. I confederali non sembrano interessati a dare agli RLS un effettivo potere contrattuale e di blocco su salute e organizzazione aziendale, preferendo mantenerli ancorati a un ruolo puramente istituzionale e, di fatto, inefficace.

Note

[^1]: G. Cremaschi, Perché il patto tra Cgil, Cisl e Uil peggiorerà le condizioni di lavoratrici e lavoratori, 19 Giugno 2026, Il Fatto Quotidiano.

[^2]: Forse per questo evitano di produrre un'analisi critica delle innovazioni, rinunciando a contrastarne l’utilizzo che ne viene fatto nel mondo del lavoro. E vogliamo ricordare che siamo davanti a un processo diverso da quello già conosciuto negli anni Ottanta del secolo scorso con l’automazione delle linee produttive e la sostituzione degli operai con i robot: stavolta, l’IA colpirà anche posti di lavoro non esecutivi.

[^3]: E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili dell’impresa, 25 Giugno 2025, Cub.it.

[^4]: Notiamo come la Legge non sia ancora stata applicata, se non dall’amministrazione comunale di Rieti. Questa, di centro-destra, ha ben pensato di escludere la partecipazione economica dalle forme di partecipazione previste. Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Legge partecipazione lavoratori, primo test a Rieti, 11 Maggio 2026, Diogene Notizie.

[^5]: In realtà un accenno alla questione viene fatto, laddove i confederali scrivono che «in ragione dei processi di transformação tecnologica, di innovazione organizzativa e professionale, degli andamenti specifici di settore potrà modificare il valore del Trattamento Economico Minimo». Tuttavia non si tratta di una formulazione vincolante per le imprese.

[^6]: Il trionfo della contrattazione di secondo livello ha favorito la nascita del sistema delle deroghe contrattuali e, più in generale, l’accrescimento della produttività in cambio di pochi spiccioli – segnando a suo tempo anche la vittoria di un sistema contrattuale che crea situazioni di crescente disparità e un generale contenimento dei salari.

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mercoledì 22 aprile 2026

TRA GUERRE E GOSSIP AVANZA L’ATTACCO AL LAVORO - Loris Campetti

 

Il governo italiano prepara una nuova picconata contro i diritti dei lavoratori attraverso lo sdoganamento di contratti pirata sottoscritti con sindacati di comodo

Da un lato la strage a Beirut e il fuoco degli “amici” israeliani sui soldati italiani dell’UNIFIL e sulla carovana di aiuti umanitari del Vaticano nel paese dei cedri, dall’altro lato l’infiammarsi del gossip sugli amori proibiti dei ministri della Repubblica. Non c’è tempo per occuparsi della strage dei lavoratori (quasi 300 ammazzati nei primi tre mesi dell’anno) e dei loro diritti. Persino le forze di opposizione sono troppo impegnate nell’inseguire ora i fili che legano il governo, Meloni in testa, alle mafie e ora le scappatelle sentimentali del ministro degli interni e assorbite dalla (giusta) denuncia della miserabile politica estera di Palazzo Chigi. Così non riescono a tenere d’occhio l’attacco reazionario di Giorgia Meloni, della ministra Calderone e del sottosegretario Durigon a chi vive del proprio lavoro e paga le tasse che tengono in piedi questo sbrindellato paese. Ma si sbagliava di brutto chi pensava che il governo sarebbe sceso a più miti consigli dopo la sberla ricevuta al referendum sulla magistratura, a cui si sommano le figuracce mondiali regalate dall’amata coppia Trump-Netanyahu al trio Meloni-Crosetto-Tajani. Giorgia Meloni va avanti come un treno, non solo con le sue sciagurate alleanze internazionali (come dimenticare la sua proposta di dare il Nobel per la pace a Trump?) ma anche rosicchiando fondi alla sanità per tentare di tamponare con un pannicello caldo l’esplosione dei prezzi dei carburanti e regolando i conti con i sindacati e i lavoratori.

Salari ancora più bassi, più precarietà e meno sicurezza

Dopo aver impedito il dibattito sulla proposta delle opposizioni di introdurre finalmente per legge il salario minimo, come chiede anche l’Unione europea, dopo aver cancellato il reddito di cittadinanza, una nuova picconata contro i diritti dei lavoratori è in preparazione con il provvedimento governativo del 1° Maggio. Su proposta del sottosegretario al lavoro, il leghista Claudio Durigon, il governo intende sdoganare i contratti pirata siglati dai padroni pubblici e privati con i sindacatini di destra e corporativi che non rappresentano quasi nessuno ma verrebbero equiparati (il termine esatto è “equivalenza”) alle organizzazioni più rappresentative, CGIL CISL e UIL. Un modo per ridurre ulteriormente salari già da fame, aumentare la precarietà, ridurre la sicurezza. Poco conta per Meloni che la magistratura abbia dato ragione ai confederali bocciando molti dei contratti pirata firmati con sindacati di comodo, in particolare nelle telecomunicazioni dalla Cisal e nella vigilanza dall’Ugl. Perché è risaputo che i magistrati “remano contro il governo”. Dice Durigon che il provvedimento è finalizzato a combattere “il monopolio di Confindustria, CGIL, CISL e UIL”. Dunque va dato valore erga omnes ai contratti pirata e mano libera ai padroni a fare carne di porco dei diritti dei lavoratori e delle loro reali rappresentanze sindacali. Altro che legge sulla rappresentanza che da sempre chiede la CGIL.

Sotto attacco persino la filo-governativa CISL

Sul lavoro e sulla rappresentanza siamo all’ennesima resa dei conti e il nemico per Giorgia Meloni non è più soltanto la CGIL alla testa dei conflitti sociali e delle mobilitazioni contro la guerra. Adesso la vendetta si scatena persino contro il più governativo dei tre sindacati confederali, la CISL. Come compenso per la collaborazione attiva del sindacato cattolico nei confronti del governo, l’ex segretario generale della CISL Luigi Sbarra era stato addirittura investito della carica di sottosegretario per il Sud. Poi è successa una cosa che ha rotto l’incantesimo: la CISL, a dire delle forze di destra, non si è impegnata abbastanza a sostenere il sì al referendum e in più, nel grande feudo assegnato a Sbarra, il Mezzogiorno, i no allo stravolgimento della Costituzione hanno stravinto ovunque. La vendetta è immediata. Alle Poste, gigante dell’economia pubblica con 27 miliardi di valore in Borsa, 13 di fatturato e 120 mila dipendenti, la CISL è il sindacato dominante (66%) e cosa ti fa il ministero dell’economia, azionista di controllo? Mette in consiglio d’amministrazione come suo referente il segretario generale dell’UGL (che in Poste ha il 4,7% dei consensi), Salvatore Muscarella. L’UGL, già CISNAL che era il sindacato dell’MSI, è la lunga mano del governo ed è più fedele della CISL che non si è piegata a sufficienza. Per strafare, una seconda cadrega nel cda viene destinata a Francesco Scacchi, storico avvocato dell’UGL e collaboratore di Durigon. Si scatena l’ira funesta di Daniela Fumarola, l’attuale segretaria CISL succeduta a Sbarra, che si sente oltraggiata, tradita dopo tutto quel che aveva fatto per il governo. Uno schiaffo che non si aspettava, uno schiaffo che fa male. Uno schiaffo che dovrebbe insegnare qualcosa a chi è pronto a genuflettersi di fronte ai nuovi poteri autoritari: le nuove destre, a Roma come a Washington non hanno amici o alleati da rispettare ma soltanto servi da usare alla bisogna, da buttare a mare quando non servono più come si deve. C’è sempre un servo più servo pronto per prendere il posto di quello in uscita.

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lunedì 21 luglio 2025

Spagna: Sei attiviste condannate a tre anni di carcere, insorgono i sindacati - Marco Santopadre

I sindacalisti – note come “le sei della Suiza” – si sono consegnati spontaneamente alle autorità carcerarie locali dopo che mercoledì gli è stato notificato l’ordine di carcerazione emesso dal tribunale che le ha condannate per “minacce gravi” e “ostruzione alla giustizia” al termine di un processo durato otto anni.

Dopo aver perso tutti i ricorsi, gli imputati avevano presentato nelle settimane scorse un appello al Tribunale Europeo dei Diritti Umani, mentre l’amministrazione regionale delle Asturie – formata dai socialisti e da alcuni partiti di sinistra – si è pronunciata a favore dell’indulto chiesto a gran voce da 22 organizzazioni sindacali, comprese quelle maggiormente rappresentative.

Ma il tribunale competente ha comunque ordinato l’arresto. Già all’inizio di giugno il titolare della prima corte della sezione penale di Gijon, Lino Rubio Mayo, aveva deciso di non sospendere la condanna come da richiesta della difesa e di decine di organizzazioni sindacali, sociali e politiche, perché gli imputati non avrebbero mostrato rimorso.

I fatti al centro della vicenda risalgono all’inizio del 2017, quando una lavoratrice della Pasticceria “La Suiza” di Gijon chiese supporto giuridico al sindacato CNT (Confederación Nacional del Trabajo) dopo aver denunciato le pessime condizioni di lavoro alle quali veniva da tempo sottoposta da parte del proprietario. All’epoca alla lavoratrice, incinta, venivano imposte mansioni che mettevano a rischio la gravidanza, come trasportare sacchi di farina pesanti decine di kg. Al sindacato la giovane raccontò poi anche di numerosi approcci sessuali molesti da parte del proprietario (un’accusa che però il tribunale locale decise però di archiviare). Dopo un litigio con il compagno della lavoratrice – che subito dopo decise di licenziarsi – il proprietario lo denunciò per “danneggiamenti”.

Il sindacato che rappresentava la dipendente, presente all’interno del posto di lavoro, chiese quindi al proprietario di versare degli arretrati, un risarcimento per la lavoratrice e il ritiro della denuncia nei confronti del compagno.

Di fronte al rifiuto da parte della proprietà di versare il dovuto all’ex dipendente e per denunciare le molestie sessuali e il mobbing alla quale era stata sottoposta la lavoratrice, la CNT decise di organizzare delle iniziative di informazione e l’indizione di uno sciopero. Nel corso di quest’ultimo, gli attivisti sindacali organizzarono un picchetto davanti all’ingresso dell’impianto di lavorazione. Il proprietario denunciò i sei attivisti sindacali ottenendo il sostegno del tribunale che nel 2021 emise la condanna a tre anni e mezzo di reclusione oltre che al pagamento di consistenti multe, confermati poi nei successivi gradi di giudizio.

A favore dei sei processati negli ultimi anni si sono tenute manifestazioni di diverso tipo in tutto il paese. Lo scorso 29 giugno più di ottomila persone, arrivate dalle Asturie ma anche dalle regioni limitrofe, hanno protestato contro le condanne a Gijon, al grido di “Fare sindacalismo non è reato”.

I promotori della manifestazione hanno denunciato l’assurdità della condanna. Il giudice Lino Rubio Mayo ha infatti considerato “minacce gravi” la mobilitazione sindacale contro il proprietario dell’attività economica, condannando gli imputati a due anni di carcere, ma ha aggiunto un altro anno e mezzo di reclusione considerando il tentativo di arrivare ad un accordo da parte della CNT – obiettivo naturale e legittimo di ogni conflitto sindacale – una forma di “ostruzione alla giustizia”. Per questo le varie mobilitazioni organizzate finora hanno bollato la decisione del tribunale come “un attacco intollerabile alle libertà sindacali e democratiche” e “un precedente gravissimo che apre la strada alla repressione nei confronti delle legittime proteste della classe lavoratrice”.

Il magistrato in questione è lo stesso che nel 2005 condannò i sindacalisti Cándido e Morala, attivisti della Corrente Sindacale di Sinistra, una vicenda che ispirò lo straordinario film “Los lunes al sol” diretto da Fernando León de Aranoa.

Secondo Rubio Mayo, la campagna della CNT obbligò il proprietario a vendere l’attività. In realtà è noto che la proprietà aveva messo in vendita “La Suiza” già un anno prima dell’inizio del conflitto con l’organizzazione sindacale.

Le condannate sono una veterinaria, un’artista, un’assistente sociale, una lavoratrice dei trasporti e un’impiegata nella ristorazione, mentre l’unico uomo è un docente.

A loro favore si sono tenute ieri sera nuove mobilitazioni in tutta la Spagna e altre sono state indette per oggi, mentre anche alcuni membri del governo spagnolo hanno reso nota l’intenzione di associarsi alla richiesta di indulto.

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domenica 16 marzo 2025

L’illusione di una polizia democratica in Italia - Luigi Mastrodonato

 

Quando nel 2015 Orlando Botti si è messo in viaggio per Ferrara erano passati dieci anni esatti dalla morte di Federico Aldrovandi. Botti, che vive a Imperia e oggi ha 77 anni, voleva essere presente nella città emiliana per il decimo anniversario di quel 17 settembre 2005, giorno in cui Aldrovandi, che aveva 18 anni, era stato brutalmente ucciso da alcuni agenti di polizia durante un controllo in strada. Botti aveva preso a cuore la storia fin da subito, instaurando un rapporto di amicizia con i genitori di Aldrovandi.

Botti ha lavorato nella polizia dal 1966 al 1996, arrivando a ricoprire la posizione di ispettore capo. Negli anni settanta aveva cominciato a incontrarsi di nascosto con alcuni colleghi, tra cui degli ex partigiani, per immaginare una polizia diversa: sindacalizzata, smilitarizzata e democratica, in cui non ci fosse spazio per i metodi brutali e violenti. Le loro battaglie nel corso degli anni sono andate perse, ma Botti e pochi altri hanno continuato a denunciare i malfunzionamenti del sistema. Prima da poliziotti, poi da pensionati.

“Quando è stato ucciso Aldrovandi molti agenti e funzionari di polizia hanno sostenuto i colleghi indagati e poi condannati. Ci sono stati anche presidi in loro solidarietà”, racconta al telefono Botti. “Lo stesso succede ogni volta che emergono nuove storie di abusi compiuti da chi indossa la divisa, è una difesa di tipo corporativo. È la dimostrazione che le battaglie del nostro movimento sono andate perse”.

Il movimento dei carbonari

All’inizio degli anni settanta la fiducia degli italiani nelle forze di polizia era ai minimi storici. Dopo la caduta del fascismo c’era stata una parziale epurazione dei vertici dell’istituzione, ma quasi subito le persone rimosse erano tornate al loro posto. La polizia era caratterizzata da autoritarismo e violenza. Nel 1950 alcuni agenti avevano sparato contro un gruppo di operai in sciopero alle Fonderie riunite di Modena, uccidendone sei. Dieci anni dopo, nel luglio 1960, era successo di nuovo a Reggio Emilia, con cinque morti. Con le proteste studentesche e operaie della fine degli anni sessanta la repressione della polizia si fece ancora più pesante. L’Italia, tra l’altro, era l’unica democrazia occidentale ad avere forze di sicurezza – cioè polizia, carabinieri e guardia di finanza – interamente militari.

Negli anni settanta però cambiò qualcosa. Alcuni agenti, che si autodefinivano “carbonari”, cominciarono a riunirsi clandestinamente per discutere del futuro della polizia. Volevano cambiare la loro condizione precaria fatta, tra le altre cose, di stipendi bassi, straordinari non pagati e obbligo di celibato fino a una certa età. Chiedevano la smilitarizzazione della polizia, in modo che la gestione della pubblica sicurezza passasse sotto l’ordinamento civile. E chiedevano un processo di democratizzazione per superare la violenza e l’autoritarismo che caratterizzavano la polizia.

 “Eravamo illegali, ci incontravamo in fondo al molo di Imperia per controllare se arrivava qualcuno”, ricorda Botti. “Quando abbiamo cominciato avevamo ben impressi nella mente gli operai uccisi a Reggio Emilia e le altre vicende simili. Osservavamo questi fatti e volevamo fare in modo che non succedessero più. Volevamo democratizzare la polizia per evitare violenze sugli arrestati e mettere la parola fine alla forza bruta con cui si garantiva l’ordine pubblico”. Inizialmente questi agenti carbonari formavano gruppi piccoli. Poi si trasformarono in un movimento vero e proprio, che venne allo scoperto. Decisivo fu il giornale Ordine pubblico, diretto dal fotografo, giornalista ed ex partigiano Franco Fedeli. “La rivista cominciò a parlare dei problemi della polizia in modo radicale e fortemente critico, al di fuori dei canoni istituzionali”, spiega Michele Di Giorgio, ricercatore all’università di Bari e autore del saggio Il braccio armato del potere (Nottetempo 2024). “Ordine pubblico diventò un centro di coordinamento per l’attività dei poliziotti carbonari, aiutandoli a organizzare le riunioni, favorendo la mobilità delle persone e delle idee, e facilitando il dialogo con la politica”.

Furono soprattutto il Partito comunista italiano (Pci) e quello socialista ad ascoltare i poliziotti carbonari. Nelle elezioni regionali del giugno 1975 il Pci fu il partito più votato in una caserma del reparto celere di Milano, e lo stesso successe in altri seggi in cui votavano solo agenti di polizia.

Repressione e riforma

I carbonari sognavano una rivoluzione democratica della polizia. Ma la loro battaglia fu piena di ostacoli. Se da una parte ottennero il sostegno pubblico di persone come il giurista Stefano Rodotà, dall’altra dovettero far fronte all’ostracismo di altri, tra cui il giornalista Indro Montanelli. Furono ostacolati anche dal governo e dai vertici della polizia stessa. “Una serie di provvedimenti punitivi colpirono i poliziotti democratici, sia nella fase clandestina sia in quella pubblica. All’interno della polizia si scatenò la caccia a chi sosteneva la causa riformista”, ricorda Di Giorgio.

Mario Bruno Piras ha 75 anni e ha lavorato nella polizia fino al 2002. Negli anni settanta fu un carbonaro a Nuoro, in Sardegna, e per questo rischiò più volte di perdere il lavoro. Fu denunciato al tribunale militare, fu trasferito due volte e sottoposto a una perizia psichiatrica, da cui ne uscì senza conseguenze solo perché anche il medico militare che lo visitò era un carbonaro. “Eravamo convinti di poter avere una polizia democratica al servizio dei cittadini ed eravamo disposti a tutto per raggiungere questo obiettivo”, ricorda oggi Piras. “Rischiavamo perizie psichiatriche, trasferimenti e altre misure punitive, ma ogni manifestazione, ogni incontro, ci incoraggiava a non fermarci”.

Anche Franco Fedeli subì questi attacchi e anche lui non si fece intimidire. Nel 1976 su pressione del governo fu licenziato dall’editore di Ordine pubblico. Questo rischiò di segnare la fine del movimento, ma nel giro di qualche settimana Fedeli fondò un’altra rivista, Nuova polizia e riforma dello stato, attraverso cui continuò la battaglia riformista.

Nell’aprile 1981, dopo più di dieci anni di lotte, con cortei, scioperi e occupazioni, fu approvata la legge di riforma. La polizia passò sotto l’ordinamento civile, e sulla carta doveva essere più vicina ai cittadini.

La nuova legge insisteva sul rispetto della costituzione e dei princìpi democratici. Fu infine consentita la creazione di sindacati di polizia – così nacque il Sindacato italiano unitario lavoratori polizia (Siulp) – e furono ammesse le donne. Doveva essere la vittoria dei carbonari, ma ci volle poco tempo per capire che non era così. Alla guida del Siulp cominciarono ad alternarsi dirigenti che non avevano avuto un ruolo nel movimento dei carbonari e nacquero altri sindacati dichiaratamente ostili al movimento, come il Sap.

Nel 1982 furono rivelate le torture subite dagli indagati per il sequestro Dozier, il generale statunitense rapito dalle Brigate rosse, e commesse da agenti di polizia. Nonostante la riforma, i problemi della polizia erano ancora lì, uguali a prima. Anche le intimidazioni, le punizioni e l’emarginazione subite dai poliziotti che denunciarono le torture, cioè Riccardo Ambrosini, Gianni Trifirò e Augusto Fabbri, apparvero come un tradimento degli ideali della riforma.

“Dopo l’approvazione della riforma della polizia c’è stato un disinteresse totale sulla sua applicazione”, sottolinea Di Giorgio. “Quella legge doveva essere l’inizio di un percorso di riforma generale, ma di fatto resta una riforma disattesa. Il grosso dei problemi è rimasto e in assenza di una spinta sindacale e dell’apporto del movimento dei carbonari è venuta meno tutta la parte ideale”.

C’è una data che secondo gli ex carbonari segna la morte definitiva della riforma della polizia, o quanto meno dei suoi ideali. Il G8 di Genova del 2001 e quello che il vicequestore Michelangelo Fournier definì una “macelleria messicana”: la scuola Diaz, le torture alla caserma di Bolzaneto, l’omicidio di Carlo Giuliani, i depistaggi e le assoluzioni di vertici e sindacati che ne seguirono.

Quando nella notte del 21 luglio 2001 dalla scuola Diaz di Genova partirono le ambulanze con decine di manifestanti e giornalisti feriti, Roberto Sgalla, il portavoce della polizia che poi ha fatto carriera fino a dirigere la scuola superiore di polizia, si presentò davanti all’edificio e disse che le ferite dei ragazzi e delle ragazze risalivano agli scontri dei giorni precedenti, e che nella scuola c’erano i black bloc. Una versione poi smentita dalle testimonianze e dalle prove. “Che a dire questo fosse il portavoce della polizia non c’era forse da stupirsi, peccato che quelle parole furono pronunciate da quello che fino a poco tempo prima era stato il segretario generale del Siulp, il sindacato nato dal nostro movimento”, sottolinea Botti. “Il G8 ha limitato e offeso tutti i nostri sforzi di fare pulizia”.

Negli anni successivi alla riforma qualcuno cercò di tenere vivi gli ideali riformatori degli anni settanta. Sicuramente Franco Fedeli, che continuò la sua attività giornalistica. Ma anche alcuni ex poliziotti. Tra loro Mario Bruno Piras, che continuò a subire ripercussioni per posizioni ritenute scomode. Nel 2000 fu fermato per traffico di droga, ma poi è stato rilasciato. “Per il mio tentativo di cambiare le forze dell’ordine, per le mie lotte sempre più solitarie condotte anche dopo la riforma del 1981, ho vissuto sulla mia pelle il modus operandi che ho sempre denunciato”, ricorda. “Io ho creduto in una polizia democratica, ma durante il fermo che ho subìto, e ancor di più dopo il G8, ho capito che la battaglia era persa”.

Dopo il G8 di Genova nuove storie di violenze hanno coinvolto la polizia e le altre forze dell’ordine. Dall’uccisione di Federico Aldrovandi a Ferrara, nel 2005, a quella di Stefano Cucchi a Roma, nel 2009; passando per vicende più recenti come le violenze nella caserma Levante di Piacenza e nella questura di Verona, o le morti di Ramy Elgaml a Milano e di Moussa Diarra a Verona.

Di abusi e violenze si è parlato in modo sempre più frequente anche per le carceri, come nel caso di Santa Maria Capua Vetere nel 2020. Vicende che ogni volta hanno messo in moto una serie di depistaggi e assoluzioni da parte dei sindacati e dei vertici istituzionali. Mentre le persone condannate o indagate hanno poi fatto carriera o sono rimaste ai propri posti, come è successo per Genova.

La riforma del 1981 e le idee alla sua base non sono state tradite solo in questo modo. A partire dagli anni duemila il reclutamento degli agenti di polizia è stato fatto sempre meno attraverso i concorsi e sempre più con l’assunzione di ex militari. Con la cosiddetta riforma Madia del 2015 è stato poi rimilitarizzato il corpo forestale, che fino a quel momento era civile. “Il primo pilastro della riforma era la smilitarizzazione, così da toglierci dal giogo del codice penale militare. Eppure negli ultimi anni c’è stato un processo di rimilitarizzazione strisciante”, denuncia Botti. “Oggi per un controllo in strada ci si imbatte in agenti che fino a qualche anno prima erano in missione in Afghanistan. Persone che hanno una mentalità militare, addestrati per affrontare nemici, non cittadini”.

Cosa rimane della lotta

Nel 1995 Franco Fedeli aveva deciso di lasciare il giornale Nuova polizia a causa di dissidi con l’editore. In un momento in cui gli ideali degli anni settanta erano già quasi del tutto svaniti, la scelta di Fedeli suonava come un’ulteriore rottura. Nonostante l’età e due anni prima della sua morte, Fedeli decise però di fondare un’altra rivista, Polizia e democrazia. Oggi questa rivista esiste ancora, esce ogni due mesi e cerca di tenere vivo il dibattito su temi come la smilitarizzazione e la democratizzazione delle forze di polizia.

“Siamo rimasti gli ultimi a cercare di portare avanti quella memoria, grazie anche ad articoli sull’epoca dei carbonari e le istanze riformiste in polizia”, racconta Michele Turazza, coordinatore della redazione. “Cerchiamo di parlare dei temi relativi alla sicurezza con un occhio critico, coinvolgendo nella scrittura anche docenti universitari e ricercatori, com’era nello spirito di Fedeli”. L’ultima grande battaglia portata avanti dalla rivista è stata contro la rimilitarizzazione del corpo forestale. “Invece di vedere smilitarizzata anche la guardia di finanza, che era una delle battaglie degli anni settanta, abbiamo assistito alla rimilitarizzazione del corpo forestale, voluta dal governo di Matteo Renzi”, dice Turazza.

Negli ultimi anni su Polizia e democrazia hanno trovato spazio questioni come i rischi dell’uso del taser (arma in grado di paralizzare una persona con forti scariche elettriche) l’importanza dei codici identificativi per gli agenti, il problema degli abusi di potere in carcere e i vari decreti sicurezza. La diffusione di Polizia e democrazia oggi però è molto più limitata di un tempo. E anche il pubblico è cambiato. Gli abbonati sono soprattutto avvocati, accademici, semplici cittadini, mentre la circolazione negli ambienti di polizia si è ridotta drasticamente. Un segno di come queste battaglie non facciano più presa tra gli agenti.

Tra chi cerca di tenere vivi gli ideali del movimento dei carbonari c’è anche la sezione Maurizio Giglio dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi), nata nel 2023 e composta solo da agenti di polizia.

“Il termine poliziotto antifascista per noi non è un ossimoro ed è importante rivendicarlo”, spiega il presidente, Vittorio Berti. “L’eredità antifascista la ritroviamo nella costituzione e dal nostro punto di vista concetti come democrazia, asilo, accoglienza e libertà di dissenso devono mantenere un ruolo centrale nel paese”. Oggi la sezione, che ha preso posizione a favore dei codici identificativi per gli agenti, conta una settantina di iscritti, molti provenienti da esperienze nel sindacato di sinistra Silp-Cgil. Negli ultimi anni sono nate altre esperienze democratiche. Dal 2005 l’associazione Polis aperta, animata da un gruppo di persone lgbt+ che lavorano nelle forze di polizia e in quelle armate, organizza corsi di formazione, incontri e convegni per promuovere una cultura inclusiva all’interno di queste istituzioni. Nel 2010 il dipartimento della pubblica sicurezza ha istituito l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad), un gruppo interforze per prevenire, contrastare e offrire supporto alle persone vittime di crimini d’odio. Oggi questa realtà esiste ancora, ma è sempre meno attiva.

“Non esiste più niente di portata paragonabile alle istanze e agli ideali degli anni settanta. È rimasta solo qualche iniziativa isolata intorno ai sindacati più progressisti”, sottolinea lo studioso Di Giorgio. “C’è una certa paura a esporsi e anche per chi fa ricerca è difficile riuscire ad aprire un dialogo con le forze di polizia perché i protocolli e i meccanismi di controllo sul personale sono molto rigidi. Manca soprattutto il clima sociale e politico che c’era all’epoca. Se oggi il centrosinistra ragiona sulle politiche di sicurezza come le destre o in modo poco diverso, su quale partito, sindacato o associazione potrebbero contare le persone appartenenti alle forze dell’ordine nel momento in cui dovessero decidere di esporsi?”.

Il 26 febbraio 2025 il Siulp, il sindacato nato nel 1981 dalle lotte dei poliziotti democratici carbonari, ha organizzato un convegno a Torino. Sul volantino dell’evento si attaccavano il politicamente corretto, gli immigrati e l’Europa che ha accusato le forze dell’ordine italiane di profilazione razziale.

Tra i relatori c’erano l’eurodeputato della Lega Roberto Vannacci e Marco Rizzo, coordinatore nazionale di Democrazia sovrana popolare. “Ecco che fine hanno fatto le nostre lotte”, dice l’ex carbonaro Orlando Botti. “Il nostro tentativo di fare una rivoluzione culturale è stato sconfitto. E se questo è il presente, il futuro della polizia non potrà che essere peggiore”.

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mercoledì 29 gennaio 2025

Montblanc, il lusso del Daspo sindacale - Marco Sommariva

 

La ricchezza aumenta, ma chi ti salta fuori? Il rompicoglioni di sempre. Il sindacalista.

A ottobre dell’anno scorso ho letto sul quotidiano Avvenire  della protesta di un gruppo di lavoratori di Campi Bisenzio, dipendenti di due ditte cinesi che realizzavano borse per l’azienda tedesca Montblanc: immigrati di origine asiatica – quasi tutti pachistani e afghani – chiedevano di poter continuare a fare il loro mestiere in condizioni dignitose. La mobilitazione s’è spostata dai capannoni industriali alle vie del centro di Firenze, dove ha sede la boutique che, accanto alle storiche penne, vende borse e altri oggetti di pelletteria. Nel frattempo, altri presidi erano stati organizzati davanti ai negozi di Milano, in galleria Vittorio Emanuele, e a quelli di Napoli, Roma, Bologna e Verona.

In quell’occasione, il sindacato Sudd Cobas aveva denunciato “la vergogna di operai pagati tre euro l’ora per turni di dodici ore al giorno che producono borse da 1.700 euro” e chiesto alla Regione Toscana di convocare al tavolo il gruppo Richemont, proprietario del marchio Montblanc, in merito alla vicenda del taglio e successivo azzeramento delle commesse alle ditte cinesi: scelta non dettata da motivazioni di carattere produttivo, ma da una ritorsione rispetto alla mobilitazione sindacale avviata nel 2023 per chiedere salari e orari equi.

Riguardo la spinosa situazione creatasi, il gruppo svizzero Richemont – uno dei giganti del lusso mondiale specializzato in gioielli, orologi e accessori di moda con un fatturato di oltre 20 miliardi di euro e un utile operativo di quasi cinque miliardi nel 2024 – parrebbe aver rilasciato, all’epoca, la sola dichiarazione che l’interruzione del rapporto con le due ditte è il risultato del loro mancato rispetto del codice etico del Gruppo.

Il 21 gennaio scorso, il quotidiano La Nazione – titolando l’articolo Montblanc chiede il ’daspo sindacale’  – è tornato sull’argomento per informare che, per tutelare “la propria reputazione”, il brand del lusso ha richiesto al Tribunale di Firenze (Sezione Civile) di emettere nei confronti del Sudd Cobas un divieto a manifestare nel raggio di cinquecento metri dalla boutique di via Tornabuoni, nel salotto buono di Firenze, pena sanzioni da cinquemila euro.

Da una parte, Montblanc accusa il sindacato e alcuni suoi appartenenti d’aver “ripetutamente formulato, e continuano a formulare, accuse false e diffamatorie nei confronti dell’azienda in merito a presunte condotte scorrette nei confronti dei dipendenti di un ex fornitore”; dall’altra, i Sudd Cobas accusano Montblanc d’aver “deciso di scrivere una delle pagine più indegne della storia delle politiche antisindacali di questo paese”.

Ho provato a parlare di questa vicenda con amici e colleghi, ma nessuno era a conoscenza dell’episodio e, per il sottoscritto, già questo è un interessante argomento su cui riflettere.

Informati a grandi linee dell’accaduto, ho raccolto diversi commenti.

C’è chi mi ha detto che è tutto inutile, che la protesta di questi lavoratori non servirà a nulla, ma non mi hanno convinto: ero e resto d’accordo con quanto scritto da Stig Dagerman nel suo libro La politica dell’impossibile: “[…] è necessario ribellarsi, attaccare questo ordine nonostante la tragica consapevolezza […] che ogni difesa e ogni attacco non possono essere altro che simbolici. E tuttavia devono essere tentati, se non altro per non morire di vergogna”.

Ecco, intanto s’inizi a non morire di vergogna, prima di morir di fame.

C’è chi ha detto che i sindacalisti che si stanno esponendo rischiano grosso e su questo, invece, son d’accordo: “Conosco l’ambiente dell’industria, perché l’ho visto, sono entrato nelle fabbriche, nelle officine; ho visto i padroni seduti al tavolo delle trattative o nel proprio ufficio, mi hanno indicato le loro case, mi hanno mostrato le loro proprietà, ho visto le loro auto davanti alla fabbrichetta, e sono entrato nei loro negozi; […] uno l’ho guardato da vicino, vicinissimo, quando ha tentato di investirmi” – scriveva Paco Ignacio Taibo II nella sua raccolta di racconti intitolata E doña Eustolia brandì il coltello per le cipolle.

C’è anche chi ha detto il contrario, ossia che i sindacalisti sono quelli che rischiano meno di tutti perché, a breve, verranno sicuramente avvicinati da “qualcuno” e convinti a passare dall’altra parte della barricata, e questa purtroppo non è una novità: “[…] ti buttano addosso merda a palate, e poi ti dicono, vieni con noi, qui c’è un buon posto, farai i soldi in fretta… ma quello che vogliono da te è che diventi obbediente come un cane, e che tutto quello che hai imparato come sindacalista lo usi per controllare i lavoratori” – ancora Taibo II.

C’è anche chi ha detto a chiare lettere che i sindacalisti sono solo dei rompicoglioni, un po’ come scriveva il buon Valerio Evangelisti nel suo bel romanzo One Big Union: “Siamo usciti dalla crisi della fine degli anni Novanta. Stiamo entrando in un periodo di prosperità. C’è lavoro, si produce, la ricchezza aumenta. I poveri non sono più per strada a fare lavori inutili, disposti da sindaci e governatori troppo buoni. E chi ti salta fuori? Il rompicoglioni di sempre. Il sindacalista, il socialista, l’anarchico”.

In One Big Union, il protagonista – un giovane meccanico americano, religioso, affezionato alla famiglia, con pregiudizi razziali e un patriottismo che sconfina nel nazionalismo – s’infiltra nei sindacati col fine di combattere gli scioperi e riportare la disciplina fra i lavoratori, per conto di agenzie investigative come la Pinkerton e la Burns (da cui nascerà l’FBI) – agenzie pagate da industriali e grandi proprietari. Attraverso le sue vicissitudini, si seguono i grandi scioperi dei ferrovieri di fine Ottocento sino all’epopea, nei primi vent’anni del Novecento, dell’Industrial Workers of the World, l’organizzazione che cercò di unificare gli operai precari e non specializzati di tutte le etnie, usando armi inedite quali i volantini multilingue, la canzone e il fumetto.

Ma torniamo agli operai precari di tutte le etnie dei giorni nostri.

Fra le varie reazioni, c’è stato anche chi ha sostenuto che il sindacato continua ad avere troppo potere, e così mi è venuto in mente 1985, l’interessante romanzo di Anthony Burgess basato sull’opera di George Orwell, 1984, da cui trae spunto per il titolo. È un libro dove, in un futuro dominato dai sindacati e oramai completa­mente allo sfascio, il protagonista decide di non sottostare alla disciplina collettiva e così, dopo aver ascoltato le ultime parole della moglie bruciata viva in un ospedale durante uno sciopero dei pompieri – «Non permettere che vadano impuniti» –, inizia la sua lotta solitaria, ca­parbia e disperata, in nome della libertà di scelta tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto, tra la volontà e la convenienza.

Ascolto tutti, son fatto così.

Ascolto tutti, ragiono sull’elucubrazioni altrui e poi vedo cosa m’è rimasto in mano.

Stavolta resto con la sensazione che, tempo fa, per non danneggiare la propria immagine, una ditta come la Montblanc non si sarebbe avventurata in una querelle di questo genere e che se, invece, oggi succede è perché s’è pensato che, al contrario, l’immagine non solo non verrà danneggiata ma, chissà, magari ne trarrà addirittura qualche giovamento, un beneficio. Ma, ripeto, è solo una mia personalissima sensazione, frutto anche dei commenti da me raccolti, poco o nulla in sintonia coi lavoratori pachistani e afghani.

Purtroppo, è tutto qui quanto m’è rimasto in mano.

Se penso alle marce e alle battaglie ferocissime ascoltate, viste e vissute per decenni, per la conquista di diritti sociali e civili…

Meno male che i Miei non son più qui a veder tutto ‘sto sfacelo.

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venerdì 17 maggio 2024

Movimento “Lottiamo Insieme”: l’inerzia delle Istituzioni dinanzi allo strapotere di Poste Italiane (e delle grandi aziende)

 

Quando la legge non è uguale per tutti… perché denaro, potere e amicizie rendono taluni più uguali degli altri!

 

Al Capo dello Stato, Presidente Sergio Mattarella,

Precarietà vuol dire vivere in uno stato di costante incertezza economico sociale che abbraccia e cambia ogni aspetto dell’esistenza quotidiana, generando emozioni negative quali rabbia, angoscia, disperazione. Appare evidente come tale disagio possa compromettere la possibilità di progettare un futuro. Ma significa anche maggiori profitti per le imprese, perché un lavoratore precario è un lavoratore fragile e ricattabile, propenso a rinunciare all’esercizio dei propri diritti nel timore di non essere riconfermato alla scadenza del contratto.

Il principale datore di lavoro in Italia, Poste Italiane, dichiara di promuovere uno «sviluppo sostenibile orientato al benessere dei dipendenti», però ogni anno assume migliaia di giovani precari usa e getta da destinare alle attività di smistamento e consegna della posta. Sono i cosiddetti CTD, coloro che vengono assunti con contratti a tempo determinato, costretti solitamente a spostarsi di centinaia di chilometri da dove risiedono e a farsi carico di spese di locazione non indifferenti, anche solo per brevi periodi. L’occasione di entrare a far parte della grande azienda, prospettata attraverso un’incessante campagna di propaganda, presto si riduce a fugace, e per di più illusoria, esperienza lavorativa. Può durare, infatti, sino a un massimo di dodici mesi.

Successivamente, la possibilità di conquistare l’ambito posto fisso ruota intorno a una procedura di stabilizzazione che si avvale di graduatoria. Formulata in base al numero di giorni di servizio prestati e aggiornata escludendo l’applicazione del diritto di precedenza. Così da favorire l’instaurarsi di logiche clientelari! Circa diecimila persone sono attualmente presenti in questa sorta di limbo senza speranza. La maggior parte si è vista scavalcare da colleghi che hanno avuto la “fortuna” di raggiungere il fatidico traguardo dei 365 giorni di durata contrattuale.

Poste Italiane ha assunto ben 90 mila lavoratori a tempo determinato dal 2017 a oggi. Provvedendo a stabilizzare a malapena 12.500 risorse nel medesimo periodo. Molte delle quali attraverso forme occupazionali flessibili, che si traducono in salari bassi e situazioni di vita difficili. Basti pensare all’ampio ricorso al part time, soprattutto tra le lavoratrici femminili: non è una libera scelta, bensì il risultato di condizioni di lavoro sfavorevoli risultanti da un metodo di sviluppo orientato alla massimizzazione del profitto. Sono tantissimi, ma restano invisibili i precari delle Poste in quanto è necessario maturare almeno sei mesi di servizio per inseguire il sogno del posto fisso e, dunque, accedere alla graduatoria.

Come avrete intuito, nel gioco dell’oca della precarietà griffato Poste il traguardo è precluso a molti. La probabilità di ottenere il doppio sei che garantirebbe l’integrazione a tempo indeterminato varia per ciascuna persona. A differenza delle dure condizioni di lavoro simili ovunque. Orari estenuanti, scarsa sicurezza, straordinari non pagati, sono gli elementi ricorrenti nelle storie raccontate dai giovani precari di Poste Italiane. Si trovano, in sostanza, costretti a lavorare sotto il ricatto della mancata riconferma qualora non completassero le consegne previste. Per tale motivo, nella prassi accettano di prestare più ore di lavoro rispetto a quanto stabilito senza ricevere alcun compenso aggiuntivo. Cioè, a titolo gratuito e in nero!

Il risultato è quello di accendere una guerra tra poveri in cui va avanti chi più sopporta e resiste. Poste Italiane non gioca a dadi con i precari. Nel ricorrere al lavoro temporaneo persegue il conseguimento di un ingiusto vantaggio. Pur rispettando la proporzione tra lavoratori stabili e a termine relativa all’intero organico, quest’ultimi sono concentrati sulle figure di addetti allo smistamento e portalettere. In modo da disporre di una quota enorme di flessibilità nella gestione del servizio postale. L’azienda dovrebbe assumere stabilmente laddove necessario. Invece, continua ad approfittare di una normativa a maglie larghe sui contratti a termine, utilizzabili entro l’anno senza dover chiarire quali siano le ragioni che ne legittimano la sottoscrizione.

Negli ultimi tempi le lavoratrici e i lavoratori precari di Poste Italiane hanno dato vita a un vero e proprio movimento di protesta, «Lottiamo Insieme», per dare voce e speranza all’esasperazione di una moltitudine di donne e uomini, soprattutto giovani, prigionieri nel limbo dell’incertezza. Il «metodo Poste» alimenta precariato e produce sfruttamento, in maniera non dissimile da quanto accade nei sistemi di caporalato. È fondamentale, quindi, intraprendere un deciso cambio di rotta che può avvenire in un’unica direzione: promuovendo l’occupazione stabile e dignitosa, preferibilmente attingendo alle risorse selezionate, formate e utilizzate già in precedenza. Ciò in senso conforme allo spirito della nostra Costituzione.

Nel complice silenzio “sindacale”, Lottiamo Insieme invita pubblicamente le Istituzioni e Poste Italiane a fare scelte consapevoli e rispondenti all’esigenza di garantire piena ed effettiva tutela dei diritti dei lavoratori. Augurandosi che la situazione appena descritta possa costituire un’occasione per riaffermare la centralità della dignità del lavoro, a beneficio di tutti i cittadini. Il caso, tenuto accuratamente lontano dai riflettori, di recente è approdato in Parlamento. Con discrezione e senza clamore. In fin dei conti, questa volta è lo Stato a violare le sue stesse leggi!

Roma, 4 aprile 2024

Carmine Pascale

Andrea Fasano

Movimento Lottiamo Insieme

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