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giovedì 24 marzo 2022

Insorgiamo per salvare il Pianeta, Insorgiamo per un’Alternativa di Società

 

 di Vittorio Lovera (Attac Italia)

Sabato 26 Marzo saremo tutti in piazza a Firenze per dare, assieme al collettivo di fabbrica della GKN, promotore assieme ai FFF dell’iniziativa, un segnale forte che cambiare si può, che questo malandato Pianeta può essere ancora salvato ma che non c’è più tempo per filosofeggiare, che occorre collettivamente passare dalle sterili chiacchiere alle azioni concrete, che sta ad ognuno di noi prendersi la responsabilità di salvare un Pianeta segnato da 869 conflitti in corso che coinvolgono oltre 70 Nazioni ( Africa: 31 stati e 291 guerre e guerriglie; Asia: 16 Stati e 194 guerre e guerriglie; Medio Oriente: 7 Stati e 266 guerre e guerriglie; Europa: 9 Stati e 83 guerre e guerriglie; Americhe: 7 Nazioni e 35 conflitti tra cartelli della droga, guerre e guerriglie. Fonte: portale Guerre nel Mondo. Per ulteriori approfondimenti accedere alle infografiche di Armed Conflict Location&Event Data Project –ACLED – ), da una crisi climatica e ambientale sull’orlo di una definitiva irreversibilità, con diseguaglianze economiche e sociali da far rabbrividire solo a citarle, con stravolgimenti del mercato del lavoro non più risolvibili con gli strumenti sindacali classici.

E siamo ancora alle prese con la quarta/quinta/sesta ondata di una sindemia che ha mostrato tutti i limiti e i danni dell’attuale sistema dominante.

Può bastare per alzarci dal divano, dove davanti la TV o pseudo siti internet ci rimbambiamo con migliaia di false veline o astute fake news ??

Vogliamo trasformare questa distruttiva ansia collettiva in un’ondata di reale rinnovamento, in una ventata di sperimentazione di alternativa di società che permetta alle ultime generazioni di immaginarsi un futuro?

Siamo ad un bivio, lo diciamo – come Società della Cura – da almeno due anni, ma le risposte messe in campo dall’attuale establishment vanno in direzione ostinatamente opposta alle necessità della società mondiale.

Viviamo un insostenibile ritorno agli anni Ottanta: alla guerra fredda, al militarismo, all’indifferenza climatica, con un retrogusto di autarchia che è cosa ben diversa da quella rilocalizzazione produttiva e sovranità alimentare che i movimenti sociali raccomandano da anni ai nostri governi. In tutte le sedi delle politiche economiche e commerciali si chiarisce la volontà – a partire da Palazzo Chigi, passando per Bruxelles, fino agli uffici della Wto a Ginevra – di seppellire la lezione della pandemia come campanello d’allarme per il disequilibrio socio-sanitario-ambientale che il modello di sviluppo industrialista-estrattivista che abbiamo scelto ha provocato, mettendo a rischio la sopravvivenza dell’umanità sul pianeta. Mentre si lucidano i muscoli e i moschetti, si innesta l’indietro tutta, e si torna a un’impostazione pre-thatcheriana della produzione – carbonifera, intensiva, inquinante, armata – senza concedersi, da un lato, alcuno spazio per valutare l’impatto multidimensionale di scelte tanto scellerate e delle possibili alternative. E dall’altro lato senza concedere alcuna possibilità a una vera trattativa di pace e a una profonda riprogrammazione post-traumatica dei nostri territori in direzione della rigenerazione delle risorse, della vita.

Serve una nuova classe dirigente, giovane, motivata, preparata che sappia con ostinata determinazione porre le basi per un’inversione di rotta, per un’alternativa di Società che ponga le persone e non i profitti al centro del loro agire.

Serve una Società della Cura. E per ottenerla occorre insorgere.

Insorgere significa tentare di ribaltare i rapporti di forza nei luoghi di lavoro e nella società, perché non esiste altro mezzo per garantirci un futuro migliore se non la lotta qui ed ora. Una lotta che deve ricomporre una miriade di pezzi, che punta a una vera transizione di sistema, contro i combustibili fossili e il nucleare, contro il greenwashing, contro ogni guerra, contro ogni sfruttamento e vessazione.

Saremo in piazza per ribadire il legame indissolubile tra giustizia climatica e sociale, la necessità di liberarci dal sistema basato sulla guerra, sull’estrattivismo, sul debito imposto da oligarchie finanziarie che controllano ogni forma di vita, sulla supremazia del profitto.

Saremo nelle strade di Firenze, complici del collettivo di fabbrica GKN perché sappiamo che la dura battaglia in quello stabilimento può segnare un avanzamento per chiunque abbia una visione del mondo basata su uguaglianza e democrazia, al di fuori di ogni particolarismo.

Convergere significa anche riappropriarci di una capacità collettiva di quelle continue “rivoluzioni dall’alto” che stanno segnando la nostra epoca. Siamo passati da uno stato d’emergenza dettato dalla gestione pandemica, a quello dettato dalla guerra e dai suoi effetti, tanto sul piano energetico che su quello delle derrate alimentari. La guerra in Ucraina è da un lato il frutto dell’espansionismo russo in termini regionali. Dall’altro è il corto circuito tra politiche imperiali che si contendono l’egemonia, ma che sono identiche sotto il profilo economico: si combatte per il controllo delle risorse fossili, e anzi la novità è che le stesse fonti energetiche sono divenute strumenti bellici, oltre che oggetto del contendere. E tutto questo per incrementare potere & ricchezza di poche migliaia di oligopolisti che sfruttano a loro esclusivo vantaggio le risorse del Pianeta gettando miliardi di persone nell’incertezza e nel disagio sociale ed economico.

La guerra è parte integrante di questa “transizione” dettata dall’attuale governance mondiale. Una transizione i cui costi vengono scaricati verso il basso, come dimostra l’aumento del prezzo dei carburanti, delle bollette e del costo della vita in generale.

È una guerra permanente del capitale contro la vita e insorgere significa affermare con forza le nostre priorità e soluzioni: redistribuzione della ricchezza, abbandonare la finanza predatoria e il sistema produttivo fossile, sviluppare comunità energetiche basate sul sistema delle rinnovabili e soprattutto uscire dalla logica del consumismo capitalista.

Insorgiamo contro i prezzi che aumentano: contro i profitti smisurati che le dinamiche dei mercati stanno portando nelle tasche di un pugno di oligopolisti, insorgiamo perché il reddito deve essere garantito incondizionatamente a tutte e tutti, insorgiamo perché ci rifiutiamo di sostenere i costi di una transizione ecologica che ora ci vogliono negare nel nome dell’unità dentro lo sforzo bellico.

Insorgiamo perché siamo contro tutte le guerre, ma perché è giusto e necessario combattere la guerra che i potenti del mondo stanno facendo contro di noi, contro chi subisce sulla propria pelle quelle guerre, contro le loro politiche capitalistiche, al fianco de los de abajo. C’è una guerra che ci sta portando via il futuro, un futuro per il quale, invece, vogliamo lottare.

Questa manifestazione nazionale era già stata fissata – in accordo con GKN e le oltre 500 associazioni che convergono nella Società della Cura – nella partecipata assemblea pubblica al Teatro Ambra di Roma del 31 Ottobre 2021. Così come si era deliberato di lanciare a Roma una tre giorni di Forum delle convergenze dei Movimenti, il 25-26-27 Febbraio a presso il CSO Scup.  Da quella 3 giorni emergono molti degli aspetti e dei valori che rivendicheremo il 26 Marzo a Firenze e che con somma sintesi così vi riepiloghiamo.

Il Forum della convergenza dei Movimenti ha preso netta posizione sul conflitto bellico in corso:

*condannando senza se e senza ma l’aggressione all’Ucraina e chiedendo l’immediato “cessate il fuoco” e il ritiro dell’esercito russo dentro i propri confini;

*chiedendo solidarietà, protezione, assistenza e diritti per il popolo ucraino;

*esprimendo solidarietà al popolo russo che non vuole la guerra, a partire dalle migliaia di pacifiste e pacifisti arrestati;

*dichiarandosi contro la decisione dell’Ue e del governo italiano di inviare armi all’Ucraina, per la neutralità attiva e il disarmo nucleare europeo, per una sicurezza condivisa e lo scioglimento della Nato, le cui mire espansive nell’est europeo hanno contribuito a creare le condizioni per il precipitare della situazione.

 

Il Forum della convergenza ha affermato, con ancora più forza, come la cultura della guerra si superi costruendo un’altra società, non basata sui profitti e sul dominio, ma sul “prendersi cura di” e sul “prendersi cura con”.

In questa direzione le proposte emerse dalle giornate del Forum acquisiscono ancor più forza e ragione.

Il Forum ha considerato alcuni appuntamenti come estremamente significativi per la convergenza dei movimenti:

·         Mobilitazioni contro la guerra, rispetto alle quali si è svolta una prima manifestazione nazionale il 5 marzo;

·         Sciopero transfemminista dell’8 marzo;

·         Climate Global Strike del 25 marzo;

·         Manifestazione Nazionale di Convergenza promossa da Gkn il 26 marzo a Firenze

·         Percorso condiviso verso la Cop27 in Egitto, a partire dal Climate Camp Europeo a Vicenza e dall’esperienza di “Laboratoria ecologista autogestita Berta Caceres” di Roma

Fra tutte le proposte emerse dentro il Forum, alcune campagne hanno attraversato le diverse sessioni e sono state trasversalmente condivise:

·         campagna contro il Ddl Concorrenza e contro l’Autonomia Differenziata – entrambe già attive, considerate fondamentali perché le due norme aprono una nuova stagione di privatizzazioni dei beni comuni e dei servizi pubblici e amplificano la diseguaglianza territoriale (ddl autonomia differenziata) e la diseguaglianza fra le persone dentro uno stesso territorio (ddl concorrenza);

·         campagna per la legge contro le delocalizzazioni – legge proposta dall’esperienza di lotta della Gkn, considerata fondamentale per costruire una diversa politica industriale pubblica, partecipativa, socialmente ed ecologicamente orientata e sottratta alla predazione dei fondi d’investimento finanziari;

·         campagna per un diverso modello energetico e contro il carovita – promossa da diverse reti e soggetti, considerata fondamentale per una radicale inversione di rotta rispetto alla crisi eco-climatica –abbandono del fossile, no al nucleare, si all’energia rinnovabile diffusa e autoprodotta dalle comunità energetiche- e per la lotta contro gli aumenti delle bollette determinati da un modello energetico fondato sul mercato e sulla speculazione finanziaria;

·         campagna per il monitoraggio popolare dell’impatto sui territori dei progetti del Pnnr – da collegare all’interno della Società della Cura a partire dalle reti attive e emergenti sul territorio, contro l’imposizione di opere e impianti inutili e dannose, aggravata dal riorientamento dei fondi non spesi nello spirito di una economia di guerra;

·         campagna per la sovranità alimentare – promossa da diverse reti e soggetti del mondo contadino e del mondo dell’economia trasformativa e solidale, considerata fondamentale per contrastare la torsione della Politica Agricola Comunitaria (PAC) verso gli interessi dell’agrobusiness, attraverso le scelte dell’economia di guerra e l’elaborazione del nuovo Piano Strategico Nazionale;

·         campagna per una scuola pubblica e fuori dal mercato – su questo punto, il Forum ha assunto come propri gli obiettivi delle lotte messe in campo in questi mesi dal movimento delle studentesse e degli studenti;

·         campagna per la difesa, il consolidamento e l’aumento dei Consultori pubblici – promossa da reti femministe  e transfemministe in diverse regioni per l’affermazione del diritto delle donne all’autodeterminazione, in particolare per quanto riguarda la salute riproduttiva e l’applicazione della 194;

·         campagna per la liberalizzazione dei brevetti sui vaccini – campagna europea già in corso, considerata fondamentale per superare l’apartheid sanitario fra paesi ricchi e paesi poveri e per costruire una sanità fuori dagli interessi delle multinazionali di Big Pharma;

·         campagna per una sanità pubblica, territoriale, preventiva e partecipativa – promossa da diverse reti e soggetti, considerata fondamentale per un nuovo concetto di salute individuale, sociale, ambientale e collettiva e per contrastare la privatizzazione del servizio sanitario nazionale;

·         campagna per il reddito universale – promossa diverse reti e soggetti, considerata fondamentale per l’abolizione della precarietà del lavoro e dell’esistenza, per la fine di ogni ricatto sulle condizioni di lavoro e sul conflitto ambiente/lavoro;

·         campagna contro le spese militari – promossa da diverse reti e soggetti, ancor più fondamentale oggi, in pieno conflitto bellico dentro l’Europa e con la corsa globale al riarmo;

·         Campagna Abolish Frontex – promossa da diverse reti e soggetti, è una campagna internazionale per i diritti delle migranti e dei migranti, volta a smantellare il regime europeo dei confini e bloccare i fondi che lo finanziano.

Nel Forum sono emerse molte altre proposte, che, pur non essendo strutturate come campagne, contribuiscono al caleidoscopio dell’alternativa di società.

Lavoro

·         costruzione di una piattaforma sui diritti (reddito universale – salario minimo – riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario- ripristino della scala mobile – socializzazione del lavoro necessario)

Fisco

·         costruzione di una proposta di riforma fiscale alternativa, interamente basata sul principio costituzionale della progressività

Clima

·         costruzione di una campagna sulla tassonomia Ue che definisca obiettivi di reale trasformazione ecologica

·         costruzione di una proposta di legge contro l’obsolescenza programmata dei prodotti

·         rivendicazione dell’azzeramento dei SAD (Sussidi Ambientalmente Dannosi)

·         richiesta della de-intensificazione della produzione agricola e del taglio di almeno il 50% degli allevamenti intensivi

Sanità

·         apertura di vertenze per il controllo dal basso della destinazione dei fondi e della gestione delle case di comunità

Comuni e risorse

·         costruzione di una campagna per promuovere due leggi d’iniziativa popolare, una per la riforma della finanza locale (no al pareggio di bilancio finanziario, si al pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere), la seconda per la socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti;

Beni comuni

·         mappatura degli spazi urbani inutilizzati

·         mappatura ed estensione delle sperimentazioni dell’uso civico collettivo

·         approvazione di una legge nazionale sui beni comuni

Economia trasformativa

·         approvazione di una legge nazionale e di leggi regionali sull’economia solidale

·         mappatura delle esperienze e delle conoscenze

·         avvio delle comunità energetiche

Pace e solidarietà internazionale

·         adesione dell’Italia al Trattato internazionale di non proliferazione nucleare

·         Ice (Iniziativa dei cittadini europei) per il divieto di commercio dei prodotti dei territori occupati

Questo numero del Granello di Sabbia “Si scrive concorrenza, si legge privatizzazioni ” è interamente dedicato alla questione dello stralcio dell’art. 6 del DDL Concorrenza, la prima campagna lanciata dalle realtà aderenti alla Società della Cura e che sarà rafforzata a partire dal prossimo autunno dalle iniziative per la socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti e da quelle per una riforma della Finanza Pubblica Locale.

Vogliamo una Società della Cura che metta al centro la vita e la sua dignità, che sappia essere interdipendente con la natura, che costruisca sul valore d’uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi, sull’eguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni.  Lotteremo tutte e tutti per renderla realtà.

(Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 49 di Marzo-Aprile 2022: “Si scrive concorrenza, si legge privatizzazione“)

da qui

 

sabato 21 novembre 2020

IL MANIFESTO PER LA SOCIETA' DELLA CURA

  

USCIRE DALL'ECONOMIA DEL PROFITTO, COSTRUIRE LA SOCIETA' DELLA CURA

 

Premessa

 

Un virus ha messo in crisi il mondo intero: il Covid 19 si è diffuso in brevissimo tempo in tutto il pianeta, ha indotto all'auto-reclusione metà della popolazione mondiale, ha interrotto attività produttive, commerciali, sociali e culturali, e continua a mietere vittime.

 

Dentro l'emergenza sanitaria e sociale tutt* abbiamo sperimentato la precarietà dell'esistenza, la fragilità e l’interdipendenza della vita umana e sociale. Abbiamo avuto prova di quali siano le attività e i lavori essenziali alla vita e alla comunità. Abbiamo avuto dimostrazione di quanto sia delicata la relazione con la natura e i differenti sistemi ecologici: non siamo i padroni del pianeta e della vita che contiene, siamo parte della vita sulla Terra e da lei dipendiamo.

 

Decenni di politiche di tagli, privatizzazione e aziendalizzazione della sanità, di globalizzazione guidata dal profitto, hanno trasformato un serio problema epidemiologico in una tragedia di massa, dimostrando quanto essenziale ed ampia sia invece la dimensione sociale del diritto alla salute.

 

La pandemia ha messo in evidenza come un sistema basato sul pensiero unico del mercato e sul profitto, su un antropocentrismo predatorio, sulla riduzione di tutto il vivente a merce non sia in grado di garantire protezione ad alcun*.

 

La pandemia è una prova della crisi sistemica in atto, le cui principali evidenze sono determinate dalla drammatica crisi climatica, provocata dal riscaldamento globale, e dalla gigantesca diseguaglianza sociale, che ha raggiunto livelli senza precedenti.

 

L’emergenza climatica è vicina al punto di rottura irreversibile degli equilibri geologici, chimici, fisici e biologici che fanno della Terra un luogo abitabile; la diseguaglianza sociale si è resa ancor più evidente durante la pandemia, mostrando la propensione del sistema economico, sanitario e culturale vigente a selezionare tra vite degne e vite di scarto.

 

Giustizia climatica e giustizia sociale sono due facce della stessa medaglia e richiedono in tempi estremamente brevi una radicale inversione di rotta rispetto all'attuale modello economico e ai suoi impatti sociali, ecologici e climatici. 

 

Niente può essere più come prima, per il semplice motivo che è stato proprio il prima a causare il disastro. 

 

Oggi più che mai, ad un sistema che tutto subordina all'economia del profitto, dobbiamo contrapporre la costruzione di una società della cura, che sia cura di sé, dell'altr*, dell'ambiente, del vivente, della casa comune e delle generazioni che verranno.

 

1. Conversione ecologica della società 

 

L'emergenza climatica è drammaticamente vicina al punto di non ritorno. Il tempo a nostra disposizione si sta esaurendo: il riscaldamento climatico si aggrava, aumentano gli incendi, accelera la scomparsa dei ghiacciai, la morte delle barriere coralline, la sparizione di interi ecosistemi e di specie animali e vegetali, aumentano le inondazioni e i fenomeni meteorologici estremi. 

 

Anche la nostra crescente vulnerabilità alle pandemie ha la sua causa profonda nella distruzione degli ecosistemi naturali, nella progressiva industrializzazione della produzione, in primo luogo di quella agroalimentare, e nella velocità degli spostamenti di capitali, merci e persone. Un modello produttivo basato sulla chimica tossica e sugli allevamenti intensivi ha provocato un verticale aumento della deforestazione e una drastica diminuzione della biodiversità. Tutto questo, sommato a una crescente urbanizzazione, all'estensione delle megalopoli e all’intensificazione dell’inquinamento, ha portato a un cambiamento repentino degli habitat di molte specie animali e vegetali, sovvertendo ecosistemi consolidati, modificandone il funzionamento e permettendo una maggiore contiguità tra le specie selvatiche e domestiche.

 

Una radicale inversione di rotta in tempi estremamente rapidi è assolutamente necessaria e inderogabile.

 

Occorre promuovere la riappropriazione sociale delle riserve ecologiche e della filiera del cibo, sottraendola all'agro-business e alla grande distribuzione, per garantire la sovranità alimentare, ovvero il diritto di tutt* ad alimenti nutritivi e culturalmente adeguati, accessibili, prodotti in forma sostenibile ed ecologica.

 

Occorre avviare una profonda conversione ecologica del sistema tecnologico e industriale, a partire dalla decisione collettiva su “che cosa, come, dove, quanto e per chi” produrre e da un approccio eco-sistemico e circolare ai cicli di lavorazione e alle filiere, dall'estrazione dei materiali alla produzione, dalla valorizzazione ai mercati, al consumo finale.

 

Occorre invertire la rotta nel sistema del commercio internazionale e degli investimenti finanziari, sostituendo l'inviolabilità dei diritti umani, ambientali, economici e sociali all'attuale intoccabilità dei profitti, e rendendo vincolanti tutte le norme di tutela sociale e ambientale per tutte le imprese, a partire da quelle multinazionali, anziché concedere loro di agirle solo volontariamente o come forme di filantropia.

 

Un nuovo paradigma energetico, con l’immediato abbandono dei combustibili fossili, deve fondarsi su energia “pulita, territoriale e democratica” invece che “termica, centralizzata e militarizzata”. Un approccio sano al territorio e alla mobilità deve porre fine al consumo di suolo e alle Grandi e meno grandi Opere inutili e dannose, per permetterci di vivere in comunità, città e sistemi insediativi che siano luoghi di vita degna, socialità e cultura, collegati tra essi in modo sostenibile.

 

Va profondamente ripensata la relazione di potere fra esseri umani e tutte le altre forme di vita sul pianeta: non possiamo assistere allo sterminio di molte specie animali e al brutale sfruttamento di diverse altre, pensando di restare indenni alle conseguenza epidemiologiche, climatiche, ecologiche ed etiche.

 

Occorre una conversione ecologica, una rivoluzione culturale, che ispiri e promuova un cambiamento economico e degli stili di vita.

 

2. Lavoro, reddito e welfare nella società della cura

 

La pandemia ha reso più evidente che nessuna produzione economica è possibile senza garantire la riproduzione biologica e sociale, come il pensiero eco-femminista e la visione cosmogonica dei popoli nativi sostengono da sempre.

 

La riproduzione sociale - intesa come tutte le attività e le istituzioni necessarie per garantire la vita, nella sua piena dignità - significa cura di sé, dell'altr* e dell'ambiente: ed è è attorno a questi nodi che va ripensato l'intero modello economico-sociale.

 

La pandemia ha fatto ancor di più sprofondare nella disperazione le fasce deboli della popolazione, dai migranti ai senza casa, dai disoccupati ai disabili, dalle persone fragili ai non autosufficienti, e ha allargato la condizione di precarietà, con altri milioni di persone che si sono trovate senza alcun reddito.

 

Non può esserci società della cura senza il superamento di tutte le condizioni di precarietà e una ridefinizione dei concetti di benessere sociale, lavoro, reddito e welfare.

 

La conversione ecologica è una lotta per abbandonare al più presto tutte le attività che fanno male alla convivenza degli umani, tra di loro e con la Terra, per promuovere altre attività che prevedono la cura di sé, dell'altr* e di tutto il vivente: la riproduzione della vita nelle condizioni migliori che si possono conseguire. 

 

L'attività lavorativa deve basarsi su un'ampia socializzazione del lavoro necessario, accompagnata da una netta riduzione del tempo individuale a questo dedicato, affinché l'accesso al lavoro sia l'esito di una redistribuzione solidale e non di una feroce competizione fra le persone e i Paesi, dentro un orizzonte che subordini il valore di scambio al valore d'uso e organizzi la produzione in funzione dei bisogni sociali, ambientali e di genere.

 

Se la cura di sé, dell'altr* e dell'ambiente sono gli obiettivi del nuovo patto sociale, il reddito è il dividendo sociale della cooperazione tra le attività di ciascun*, e il diritto al reddito è il riconoscimento della centralità dell'attività di ogni individuo nella costruzione di una società che si occupa di tutt* e non esclude nessun*, eliminando la precarietà, l'esclusione e l'emarginazione dalla vita delle persone.

 

Va pienamente riconosciuto il diritto alla conoscenza, all'istruzione, alla cultura, all'informazione corretta, al sapere, come fattore potente di riduzione della diseguaglianza, di cui la povertà culturale è una causa chiave.

 

Va realizzato un nuovo sistema di welfare universale, decentrato e depatriarcalizzato, basato sul riconoscimento della comunità degli affetti e del mutualismo solidale, sull'autogoverno collettivo dei servizi e sulla cura della casa comune.

 

3. Riappropriazione sociale dei beni comuni e dei servizi pubblici

Nessuna protezione è possibile se non sono garantiti i diritti fondamentali alla vita e alla qualità della stessa. Riconoscere i beni comuni naturali -a partire dall'acqua, bene essenziale alla vita sul pianeta- e i beni comuni sociali, emergenti e ad uso civico come elementi fondanti della vita e della dignità della stessa, della coesione territoriale e di una società ecologicamente e socialmente orientata, richiede la sostituzione del paradigma del pareggio di bilancio finanziario con il pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere.

 

La tutela dei beni comuni, e dei servizi pubblici che ne garantiscono l'accesso e la fruibilità, deve prevedere un'immediata sottrazione degli stessi al mercato, una loro gestione decentrata, comunitaria e partecipativa, nonché risorse adeguate e incomprimibili.  

 

Occorre socializzare la produzione dei beni fondamentali, strategici ai fini dell'interesse generale: dai beni e servizi primari (i prodotti alimentari, l'acqua, l'energia, l'istruzione e la ricerca, la sanità, i servizi sociali, l'edilizia abitativa); a quelli senza l'uso dei quali una parte considerevole delle altre attività economiche non sarebbe possibile (i trasporti, l'energia, le telecomunicazioni, la fibra ottica); alle scelte d'investimento di lungo periodo di carattere scientifico, tecnologico e culturale, in grado di modificare, nel tempo e in maniera significativa, la vita materiale e spirituale della popolazione.

 

4. Centralità dei territori e della democrazia di prossimità 

 

La crescita interamente basata sulla quantità e velocità dei flussi di merci, persone e capitali, sulla centralità dei mercati globali e delle produzioni intensive e sulla conseguente iperconnessione sregolata dei sistemi finanziari, produttivi e sociali, è stata il principale vettore che ha permesso al virus di diffondersi in tutto il pianeta a velocità mai viste prima, viaggiando nei corpi di manager e tecnici specializzati, così come in quelli di lavoratori dei trasporti e della logistica, e di turisti.

 

Ripensare l'organizzazione della società comporta la ri-localizzazione di molte attività produttive a partire dalle comunità territoriali e dalla loro cooperazione associata, che dovranno diventare il fulcro di una nuova economia trasformativa, ecologicamente, socialmente ed eticamente fondata. 

 

Le comunità sono i luoghi dove convivono umani, altri animali, territorio e paesaggio, ciascuna con la propria storia, cultura e identità insopprimibile. La pialla della globalizzazione ha provato a omologare differenze e peculiarità, producendo resistenze  che sono state troppo spesso governate verso una versione chiusa ed escludente del comunitarismo. La sfida, anche culturale, è progettare il futuro come un sistema di comunità aperte, cooperanti, includenti e interdipendenti.

 

Questo comporta anche la ri-territorializzazione delle scelte politiche, con un ruolo essenziale affidato ai Comuni, alle città e alle comunità territoriali, quali luoghi di reale democrazia di prossimità i cui abitanti partecipano fattivamente alle decisioni collettive.

 

Attraverso forme di riappropriazione popolare delle istituzioni di livello nazionale ed internazionale si potrà garantire, tutelare ed affermare l’uguaglianza nei diritti e nelle relazioni fra le diverse aree dei sistemi paese, dei sistemi regionali e continentali e del sistema mondo.

 

5. Pace, cooperazione, accoglienza e solidarietà 

 

La pandemia non ha rispettato nessuna delle molteplici separazioni geografiche e sociali e nessuna delle gerarchie costruite dagli esseri umani: dalle frontiere alle classi sociali, passando dal falso concetto di razza. Ha dimostrato che la vera sicurezza non si costruisce contro, e a scapito degli altri: per sentirsi al sicuro bisogna che tutt* lo siano.

 

Perché questo succeda, occorre che ad ogni popolazione venga riconosciuto il diritto ad un ambiente salubre, all'uguaglianza sociale, all'accesso preservativo alle risorse naturali. 

 

Occorre porre termine ad ogni politica di dominio nelle relazioni fra i popoli, facendo cessare ogni politica coloniale, che si eserciti attraverso il dominio militare e la guerra, i trattati commerciali o di investimento, lo sfruttamento delle persone, del vivente e della casa comune. Non possiamo più accettare che i nostri livelli di consumi si reggano sullo sfruttamento delle risorse di altri Paesi e su rapporti di scambio scandalosamente ineguali, né l'esistenza di alleanze militari che hanno l'obiettivo del controllo e sfruttamento di aree strategiche e delle loro risorse.

 

La società della cura rifiuta l'estrattivismo perché aggredisce i popoli originari, espropria le risorse naturali comuni e moltiplica la devastazione ambientale. Per questo sostiene l'autodeterminazione dei popoli e delle comunità, un commercio equo e solidale, la cooperazione orizzontale e la custodia condivisa e corresponsabile dei beni comuni globali.

 

La guerra contro i migranti è ormai uno degli elementi fondanti del sistema globale attuale. Intere aree del pianeta – mari, deserti, aree di confine – sono diventati giganteschi cimiteri a cielo aperto, luoghi dove si compiono violenze e vessazioni atroci, e dove a milioni di esseri umani viene negato ogni diritto e ogni dignità. 

 

La società della cura smantella fossati e muri e non costruisce fortezze. Rifiuta il dominio e riconosce la cooperazione fra i popoli. Affronta e supera il razzismo istituzionale e il colonialismo economico e culturale, attraverso i quali ancora oggi i poteri dominanti si relazionano alle persone fisiche, ai saperi culturali e alle risorse del pianeta.

 

La società della cura rifiuta ogni forma di fascismo, razzismo, sessismo, discriminazione e costruisce ponti fra le persone e le culture praticando accoglienza, diritti e solidarietà.

 

6. Scienza e tecnologia al servizio della vita e non della guerra

 

La ricerca scientifica e l'innovazione tecnologica sono fondamentali per la costruzione di una società della cura che permetta una vita degna a tutte le persone, ma possono divenire elementi di distruzione se non sono messe al servizio della vita ma del dominio e della guerra. Indirizzi e risultati vanno ricondotti all’emancipazione delle persone e non al controllo sociale autoritario, in direzione della redistribuzione della ricchezza e non dell’accumulazione, verso la pace e la solidarietà e non in direzione della distruzione di vite, società e natura.

 

E’ di particolare gravità che continui la corsa al riarmo atomico e al perfezionamento dei sistemi di puntamento delle armi nucleari, mentre si allentano gli impegni internazionali per il bando al ricorso all’arma più micidiale. I saperi e le risorse di una società non possono essere indirizzati alla costruzione di armi, al mantenimento di eserciti, all'appartenenza ad alleanze basate sul dominio militare, alla partecipazione a missioni militari e a guerre, al respingimento dei migranti, alla costruzione di una realtà manipolabile e falsificabile digitalmente.

 

Il controllo sui Big Data, l’Intelligenza Artificiale e le infrastrutture digitali determineranno la natura delle istituzioni del futuro e le persone devono essere in grado di esercitare una sovranità digitale su tutti gli aspetti sensibili della propria esistenza. Occorre immaginare un futuro digitale democratico in cui i dati siano un’infrastruttura pubblica e un bene comune controllato dalle persone.

 

7. Finanza al servizio della vita e dei diritti

 

La pandemia ha dimostrato che per curare le persone l’Unione europea ha dovuto sospendere patto di stabilità, fiscal compact e parametri di Maastricht. Significa che questi vincoli non solo non sono necessari, ma sono contro la vita, la dignità e la cura delle persone. 

 

La finanziarizzazione dell'economia e la mercificazione della società e della natura sono le cause della profonda diseguaglianza sociale e della drammatica devastazione ambientale.

 

Mettere la finanza al servizio della vita e dei diritti significa riappropriarsi della ricchezza sociale prodotta, cancellando il debito illegittimo e odioso e applicando una fiscalità fortemente progressiva, che vada a prendere le risorse laddove si trovano, nei ceti ricchi della società, nei grandi patrimoni, nei profitti delle grandi imprese.

 

Nessuna trasformazione ecologica e sociale sarà possibile senza fermare l'unica globalizzazione che il modello capitalistico è riuscito a realizzare compiutamente: quella dei movimenti incontrollati di merci e capitali. Un capitale privo di confini che può indirizzarsi senza vincoli dove gli conviene, determinando le scelte di politica economica e sociale degli Stati, costretti a competere tra loro, offrendo agli investitori nazionali e esteri benefici sempre più lesivi dei diritti dei propri cittadini e dell’ambiente.

 

Per questo bisogna socializzare il sistema bancario, trasformandolo in un servizio pubblico per risparmi, credito e investimenti, gestito territorialmente con il coinvolgimento diretto degli utenti organizzati, dei lavoratori delle banche, degli enti locali e dei settori produttivi territoriali.

 

Senza una nuova finanza pubblica e partecipativa, nessuna trasformazione ecologica e sociale del modello economico e produttivo sarà possibile, e le decisioni di lungo termine sulla società rimarranno appannaggio delle lobby finanziarie e delle grandi multinazionali.

 

 

Vogliamo una società che metta al centro la vita e la sua dignità, che  sappia di essere interdipendente con la natura, che costruisca sul 

valore d'uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi, 

sull'uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni.

 

 

Lotteremo tutte e tutti assieme per renderla realtà

 

da qui