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martedì 8 settembre 2020

L’impegno a combattere le ingiustizie può essere traumatico – dobbiamo imparare a elaborare il trauma e trarne l’effetto benefico - Kazu Haga

Il trauma può essere definito come la reazione fisica del nostro corpo dopo aver vissuto o assistito a un evento estremamente sgradevole. Il disturbo da stress post-traumatico, o DSPT, è una condizione psicologica causata da un evento spiacevole “al di fuori dell’esperienza umana abituale”.

Una pandemia globale. La conseguente crisi economica. Video di agenti della polizia che uccidono persone nere disarmate. Immagini di militari federali che, armati di fucili d’assalto, affrontano le masse di manifestanti ogni notte. La tragedia climatica globale. L’incessante aumento di persone senza fissa dimora. Trump.

Si può senz’altro sostenere che nessuna di quelle sopraelencate sia inseribile nella gamma di esperienze umane “abituali”. Anche se non siamo stati personalmente colpiti da questi eventi o non conosciamo nessuno che sia stato contagiato dal virus Covid-19 – e magari godiamo di uno stipendio mensile decente, non siamo mai stati attaccati dalla polizia e viviamo in un quartiere agiato – il semplice fatto di assistere a questi episodi tramite i media può causare quello che gli psicologici chiamano trauma indiretto. Lo assorbiamo semplicemente perché l’aria ne è pregna.

Probabilmente, ciascuno di noi ha riscontrato questo trauma nella propria vita quotidiana, nelle relazioni umani e all’interno del contesto familiare. Tra gli innumerevoli sintomi, sono comuni ansia, irascibilità, iper-vigilanza, ritiro sociale, affaticamento, cinismo, mancanza di empatia e irrequietezza.

E negli ultimi mesi, ho assistito personalmente a manifestazioni collettive di questo trauma.

Quando il trauma è innescato, perdiamo lo stimolo ad acquisire nuove informazioni, a essere creativi e considerare l’esistenza di prospettive diverse, o anche pensare al lungo periodo.

Forse esagero, ma sento che nei miei 39 anni di esistenza su questo pianeta, non ho mai vissuto un momento come questo, in cui tutto appare così frammentato e polarizzato, e le situazioni sono così complicate che la società sembra cadere a pezzi. Che sia per i manifestanti sparati e investiti nelle strade, per la brutale violenza che aleggia sulla questione delle mascherine, o per la situazione tragica che caratterizza i sistemi politici nell’ultimo periodo, mi sento immerso nel pieno di un trauma collettivo.

Quando il trauma è innescato, la nostra neuro-corteccia – la parte del cervello che ci consente di ragionare, pensare alle conseguenze di ogni azione, risolvere problemi e acquisire e generare nuove informazioni – viene disattivata. Iniziamo a mettere in uso la parte meno evoluta del nostro encefalo: il sistema limbico (responsabile delle emozioni) e il complesso rettiliano (responsabile degli istinti di sopravvivenza).

Quando il trauma è innescato, anche se le nostre vite non sono in reale pericolo, il nostre cervello lo percepisce. Entra in gioco il nostro istinto di sopravvivenza e perdiamo la capacità di vedere le sfumature… Tutto è bianco o nero. O è una minaccia o non lo è. O è giusto o è sbagliato.

Quando il trauma è innescato, perdiamo lo stimolo ad acquisire nuove informazioni, a essere creativi e considerare l’esistenza di prospettive diverse, o anche pensare al lungo periodo. Se le nostre vite sono in pericolo, non abbiamo tempo da perdere per certe cose. Dobbiamo semplicemente reagire, combattere o scappare, con l’unico obiettivo di rimanere vivi.

Quando il trauma è innescato, tutto ci appare fuori controllo anche se non lo è. Il cervello inonda il corpo di adrenalina e cortisolo, facendo irrigidire i muscoli. Il pericolo sembra nascondersi dietro ogni angolo. E una sorta di iper-vigilanza demolisce la nostra naturale resilienza.

Una visione del mondo monocromatica. Bianco o nero. Nessuna sfumatura.

Lottare per pensare a una strategia a lungo termine. Essere incapaci di captare informazioni diverse da quelle che abbiamo già assorbito.

Ti suona familiare?

Sta succedendo ovunque.

Credo che Trump sia un individuo estremamente traumatizzato che non ha avuto nessuna opportunità per guarire davvero. E dando sfogo a questo trauma, sta risvegliando il trauma interiore di molti dei suoi seguaci e sostenitori.

I movimenti attivisti si impegnano costantemente a contrastare la violenza della polizia e a parlare di traumi storici – spesso, però, in modo impacciato, che riapre la ferita ma non aiuta a guarirla.

Poi, scendono in piazza. E lì il trauma s’incontra con il trauma.

E non è un’interazione produttiva.

Per condurre una produttiva azione nonviolenta è necessario ricorrere a strumenti di regolazione emozionale e imparare come rinascere dalle nostre stesse ferite.

L’azione nonviolenta diretta può essere intensa e allarmante, oltre a poter facilmente innescare una reazione traumatica. Ma è di cruciale importanza per spingere verso un reale cambiamento. La nostra risposta alla violenza e all’ingiustizia deve corrispondere alla escalation derivante dall’azione che mettiamo in pratica. Un’azione contro dei pericoli profondamente degenerati. Niente di meno di un confronto diretto con i sistemi del potere sembra essere più appropriato.

In che modo possiamo intraprendere un’azione in grado di portarci alla guarigione? Come evitare che il trauma si scontri con il trauma, il panico con il panico e la lotta con altra lotta? Come facciamo a costruire dei movimenti che riescano a “chiudere” tatticamente un’autostrada, mentre aprono nuove possibilità di guarigione e trasformazione?

Analisi del trauma

Victor Lee Lewis, avvocato della giustizia razziale e guaritore, dice che ogni attivista ha bisogno di avere qualche competenza nel campo della neuroscienza per comprendere l’impatto di un trauma sul corpo umano. Oltre alla letteratura classica sulle strategie della nonviolenza, che comprende “The Politics of Nonviolent Action” di Gene Sharp o “Rules for Radicals” di Saul Alinsky, dovremmo analizzare i manuali di Resmaa Menakem, come “My Grandmother’s Hands” o anche “The Body Keeps the Score” di Bessel van der Kolk e “The Politics of Trauma” di Staci Haines.

Studiosi come Peter Levine e Brené Brown dovrebbero essere frequentemente citati nei circoli, così come Grace Lee Boggs o Leonard Peltier.

Questa nazione sta sottovalutando l’eventualità di un trauma collettivo. Trauma che, se dovesse manifestarsi in un individuo o in una collettività, presenterà le stesse caratteristiche  e richiederà strategie simili per poter guarire. Se riusciamo a comprendere a fondo le dinamiche del trauma, saremo in grado di gestirlo e di uscirne nel migliore dei modi.

Gestire il “traumatico”

Preparare le comunità all’azione nonviolenta dovrebbe consistere non solo nelle tradizionali metodologie di formazione – tra cui quella sanitaria e legale. Dovrebbe includere anche strumenti di regolazione emozionale nel breve periodo e l’impegno da parte di ciascuno di noi a riconoscere la causa scatenante del malessere e provare a guarire le nostre stesse ferite.

Gandhi ha parlato dell’importanza della “auto-purificazione” come parte fondamentale della preparazione spirituale per un satyagrahi – un guerriero nonviolento. Ai suoi tempi, non esisteva una parola per esprimere la “guarigione dal trauma” ma, quando ci prepariamo ad affrontare eventi potenzialmente traumatici (essere arrestati o aggrediti con gas lacrimogeni, spray al peperoncino…), parte del nostro percorso spirituale ed emozionale dovrebbe concentrarsi sull’acquisizione di consapevolezza circa la quantità di dolore, tristezza e risentimento che coviamo dentro di noi, così da poter scendere in strada con il cuore più leggero.

Sentimenti come l’angoscia e la collera non solo sono naturali, ma è importante celebrarli e incarnarli. E non posso fare a meno di pensare che l’azione diretta – con le grida, i gas lacrimogeni, la natura pubblica e frenetica di questi spazi – non sia il modo più produttivo o sicuro per noi per liberare il dolore non processato e la rabbia.

Invece, abbiamo bisogno di creare più spazi sicuri, gestiti da mediatori professionisti, il cui compito è proprio quello di prendersi cura della nostra sofferenza e irascibilità. Una volta che queste emozioni vengono elaborate, il loro furioso inferno può depositarsi in un pezzo di carbone: energia concentrata e duratura, più semplice da utilizzare in modo sapiente.

Non intendo in alcun modo giudicare lo sfogo di dolore e rabbia nelle piazze. Per le comunità marginalizzate, in modo particolare, ogni caso di ingiustizia si rifà a generazioni di violenza perpetuata dallo stato che l’ha sempre fatta franca.

È semplicemente un invito a pensare di più all’influenza che lo spazio può avere sul rendimento finale di un lavoro. Non tutti gli spazi sono adatti a noi o, almeno, non in ogni momento. L’azione diretta dovrebbe essere uno “spazio” in cui la società viene spinta a guardare in faccia i suoi traumi.

Ovviamente, elaborare un trauma è un processo a lungo termine. Nel frattempo, la formazione nonviolenta dovrebbe enfatizzare l’utilizzo di strumenti di regolazione emozionale, come imparare a riconoscere le cause scatenanti, praticare esercizi di respirazione e titolazione o svolgere attività di gruppo (cantare, per esempio). Queste pratiche possono aiutarci a stimolare la nostra corteccia cerebrale in un momento particolarmente burrascoso.

Zittire vs. accogliere

Infine, dobbiamo essere consapevoli dello scopo delle nostre azioni. Si tratta semplicemente di sopraffare “l’altra parte” e imporle il cambiamento o è l’obiettivo finale a determinare la guarigione sociale, la trasformazione e la liberazione per tutti?

Stiamo cercando di “zittire”, oppure vogliamo riaprire le ferite di questa nazione e disinfettarne le infezioni – la supremazia bianca, il patriarcato, il capitalismo e tutte le altre forme di segregazionismo e dominazione – così che tutti possano veramente guarire?

Se questo è lo scopo, allora dobbiamo essere pienamente consapevoli del tipo di azioni da condurre. Come possiamo bilanciare il potere e l’assertività di cui sentiamo un disperato bisogno negli ultimi tempi, con l’amore e le relazioni umane essenziali per guarire?

Spesso mi capita di pensare al potere delle marce di protesta silenziosa, dei blocchi di meditazione, o dei riti di riconciliazione spirituale, come la Reparations Procession che sta attualmente organizzando le sue passeggiate quotidiane nell’East Bay.

Quando ero a Standing Rock, prima che scendessi in strada per condurre insieme agli altri un’azione diretta, gli anziani mi dissero: «Ricorda, stai partecipando a una cerimonia».

Che livelli di creatività potremmo raggiungere se vedessimo l’azione diretta come una cerimonia o come una strategia per affrontare un trauma e guarire le ferite? Che opportunità potrebbero aprirsi davanti a noi?

Per capirlo, non possiamo restare immobili nel nostro stato di trauma. Il trauma non stimola affatto la creatività. E questo ci porta a un altro paradosso dei nostri giorni… Come possiamo mollare un po’ la presa così da sfruttare al massimo la nostra corteccia cerebrale e riuscire finalmente ad ascoltare il nostro istinto, mentre ci impegniamo ad affrontare le urgenze e a cogliere le opportunità di questo momento?

Credo che il primo passo da fare sia molto semplice. Come disse il Rev. René August, «La lotta per la giustizia è una maratona, non una gara di velocità. La differenza tra una maratona e uno sprint sta nel modo in cui respiri. Impara a respirare».

da qui

martedì 22 maggio 2018

Qualcosa di nuovo a Gaza - Lorenzo Guadagnucci



La scrittrice palestinese Suad Amiry in un’intervista uscita sul manifesto ha evocato finalmente il tema della nonviolenza con riguardo a a quel che sta avvenendo a Gaza e in generale alla lotta in corso da decenni in Palestina. Amiry dice che la Marcia del ritorno e le proteste in corso ai confini della Striscia sono una forma di “resistenza non violenta e popolare. Famiglie, donne, ragazzi preoccupano Israele perché è una resistenza che non può battere”.
Si è detto spesso, negli anni passati, che ai palestinesi è mancato un Gandhi o un  Martin Luther King, e tuttora, a dire il vero, non si intravedono guide politiche di simile spessore, ma soprattutto è mancata quella che Aldo Capitini chiamava persuasione: la convinzione personale, civile e politica della forza della nonviolenza, da scrivere appunto in unica parola, per non confonderla con la semplice assenza di violenza. La nonviolenza di Capitini (e Gandhi e King e molti altri) è una strategia politica di liberazione, è lotta politica in grado di sovvertire l’ordine delle cose verso più libertà, più democrazia, più giustizia sociale. La politica palestinese non ha mai sposato questa visione, per quanto non manchino in Palestina movimenti d’azione nonviolenta.
Le proteste in corso a Gaza sono “popolari e non violente” come dice Amiry, ma non sono ancora, a quel che sembra, parte di un’autentica strategia di lotta nonviolenta. Non c’è ancora un chiaro indirizzo politico collettivo e le stesse azioni di protesta potrebbero avere connotati nonviolenti più limpidi, più evidenti, più coinvolgenti, con le mille forme che l’azione diretta può assumere.
Lo stato di Israele – ha ragione Amiry – è messo in difficoltà dalla protesta popolare e non armata in corso a Gaza: l’esercito preferisce confrontarsi con azioni violente, magari condotte con esplosivi e armi da fuoco, perché è cosciente della propria superiorità militare e perché gli interventi contro le “azioni terroristiche” sono facilmente giustificabili nel discorso pubblico. Nelle settimane scorse a Gaza l’esercito israeliano ha scelto comunque  la via della carneficina, alzando per l’ennesima volta la posta, ma potrebbe aver compiuto un errore esiziale, perché Israele si è esposto al biasimo interno e internazionale.
La reazione delle cancellerie, si dirà, è stata debole, ma intanto c’è stata, e le incerte giustificazioni portate dal governo israeliano (le decine di vittime indicate come terroristi, il pericolo di una violazione dei confini, la responsabilità attribuita ad Hamas di manipolare i propri cittadini) non hanno convinto e non reggeranno a un’eventuale inchiesta internazionale sui massacri. L’opinione pubblica israeliana è stata condotta dal governo Netanyahu lungo un binario sempre più fosco di militarizzazione e isolamento. Quanto potrà reggere, in Israele, tanta tensione?
C’è un’occasione da cogliere. Se a Gaza si riuscirà a sviluppare la protesta popolare in corso verso un’autentica strategia nonviolenta che punti a coinvolgere l’opinione pubblica israeliana e internazionale, la vicenda palestinese potrebbe giungere davvero a un punto di svolta. L’esercito israeliano è in difficoltà e fatica sempre più a sostenere, come è costretto a fare da decenni, d’essere l’esercito “più morale” al mondo: una retorica necessaria a giustificare agli occhi dei suoi stessi soldati la guerra asimmetrica che conduce, con militari di leva ben armati che affrontano civili, ragazzi, persone comuni in un’evidente disparità di forze. Non c’è niente di morale nel massacrare decine di persone disarmate e tutti lo sanno, i governanti israeliani, come i soldati e i cittadini: c’è quindi un varco che si apre, nonostante le roboanti dichiarazioni di ministri e generali.
Israele, nonostante tutto, è ancora una società pluralista e una lotta nonviolenta del popolo palestinese troverebbe appoggi e consensi in un’opinione pubblica che si ricompatta quando esercito e governo possono alzare la bandiera della difesa dei confini e del contrasto al terrorismo. Il passato, in questo senso, pesa molto. Un radicale, convinto ed evidente cambio di rotta nella politica palestinese provocherebbe alla lunga un terremoto nella società e nella politica israeliana.  
Ha ragione Amiry: Israele non può sconfiggere la resistenza popolare disarmata. A Gaza non c’è un Gandhi, ma forse non c’è bisogno di un Gandhi per aprire una stagione nuova e scommettere finalmente, senza riserve, sulla forza rivoluzionaria della nonviolenza. Non è facile, perché una svolta del genere implica grande maturità politica e una forte coesione sociale, mentre a Gaza la rabbia cresce, la vita è impossibile, la situazione sul terreno improba, eppure, se ha ragione Suad Amiry, qualcosa di nuovo è forse già in costruzione.
da qui


ecco l'intervista di Chiara Cruciati a Suad Amiry:


«Se domani Milano, Roma, Napoli venissero messe sotto assedio, come reagireste?». Così Suad Amiry risponde a chi in questi giorni (governi e stampa occidentale) pare incapace di descrivere per quel che è la Grande Marcia del Ritorno di Gaza. Architetto, tra le più note scrittrici palestinesi, era ieri a Firenze per un incontro organizzato dall’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese.
Oggi i palestinesi, nella diaspora e nella Palestina storica, commemorano la Nakba mentre a Gaza è in corso una strage. La Nakba continua, ma continua anche la lotta palestinese per il ritorno.
Israele va ripetendo bugie: il responsabile delle violenze è Hamas. Per cosa esattamente è responsabile? Da tre anni non usa armi. Partiamo da questo: è impensabile mettere due milioni di persone dentro una prigione per 11 anni, impedendogli di studiare, muoversi, curarsi, uscire. La gente è disperata, davvero disperata. Se succedesse a voi? Oggi siamo a 70 anni dalla Nakba, quando siamo stati cacciati dalle nostre terre. La mia famiglia è stata cacciata da Gerusalemme, so che significa essere un profugo che non può tornare a casa. La Nakba continua: confiscano le nostre terre, costruiscono colonie. E ora gli Stati uniti si comportano come cent’anni fa fece la Gran Bretagna: Trump ha promesso Gerusalemme agli israeliani come Balfour promise la Palestina al movimento sionista. Eppure stiamo mettendo in difficoltà Israele: queste manifestazioni sono resistenza non violenta e popolare. Famiglie, donne, ragazzi preoccupano Israele perché è una resistenza che non può battere.
Da generazioni i palestinesi vivono la cacciata dalle proprie terre come un fatto temporaneo. Quanto questo senso di temporaneità, ma allo stesso tempo di precarietà, ha plasmato il popolo palestinese?
Per lungo tempo i palestinesi hanno provato in ogni modo a mantenere viva la speranza, anche con l’accettazione di Israele e della soluzione a due Stati, senza ottenere nulla. In mancanza di una soluzione il sentimento di instabilità, precarietà, preverrà impedendo la formazione di una società normale. L’altro elemento di cui tener conto è quello dell’assenza, un concetto che mi ossessiona: Israele ci considera assenti anche se siamo lì, a pochi chilometri. Assenti significa inesistenti.
Nonostante l’uso israeliano di forza letale senza alcuna giustificazione, la narrazione prevalente è quella della legittima «difesa dei confini». Il reale contesto di deprivazione e di lotta per la libertà dei palestinesi scompaiono. È una novità nel panorama internazionale o una narrativa consolidata a Occidente?
La narrativa israeliana è diventata quella europea e americana. La cultura occidentale ha fatto propria quella visione. Non esiste più una contro-narrativa, ma una mera accettazione delle politiche di Israele.
Nei suoi libri, da «Golda ha dormito qui» all’ultima opera «Damasco», sono centrali i concetti della perdita e della nostalgia, accanto a quello della memoria. Quanto ritrova di quei sentimenti nelle mobilitazioni di queste settimane?

Uno dei limiti che noi palestinesi abbiamo è il non parlare delle perdite personali subite. Non siamo stati capaci di raccontare le storie personali. Allora come oggi. Cosa significa per una famiglia aver perso lunedì un figlio o un marito, non vederlo tornare a casa, non trovarlo più nella sua stanza? Qualche anno fa durante le manifestazioni in Libano per la Nakba, un amico, Munib al-Masri, fu colpito dai proiettili israeliani e rimase paralizzato. Ho seguito la sua storia, cosa ha significato l’aver abbandonato la scuola, aver viaggiato all’estero sperando di tornare in piedi. Noi palestinesi siamo rimasti dei numeri. Nei miei racconti provo a fare questo: raccontare le storie individuali, non solo quella collettiva. Quando scrivo della perdita della mia scuola, del mio quartiere, del mio tinello, racconto cosa vuol dire Nakba per ognuno di noi. E dunque per l’intera società, per tutto il popolo.


domenica 8 aprile 2018

“Pallottole israeliane e indifferenza del mondo non fermeranno la nostra Grande Marcia” - Ahmed Masoud




‘Guardati dalle idi di marzo’. Così recita il fatale avvertimento, ignorato da Giulio Cesare, nell’omonima tragedia di Shakespeare. Se Cesare avesse deciso di fermarsi a rifletterci su, la sua vita e il corso della storia mondiale avrebbero potuto prendere un’altra piega.
Lo stesso messaggio è oggi rivolto allo Stato di Israele, al suo governo di destra e ai suoi sostenitori nell’attuale amministrazione Usa. Guardatevi dalle idi di marzo. Come verranno giudicati dalla Storia coloro che ignorano ciò che è successo ieri alla Grande Marcia per il Ritorno nella Striscia di Gaza? Come ripenseremo a un’importante occasione per la pace, sprecata da politicanti autoindulgenti che hanno deciso di restare fedeli al loro estremismo?
Ieri [venerdì, ndt], l’esercito israeliano ha ammazzato 17 civili palestinesi disarmati e ne ha feriti più di 1.400. Cosa sarebbe successo se, invece di ammazzarci e menomarci, avesse aperto i valichi per permettere alla mia gente di tornare alle loro case? Sembra un’idea folle, ma qualcuno deve pur porre la domanda: “E se…?”
Non solo l’esercito israeliano ha menomato e ucciso palestinesi indifesi che hanno osato esprimere un diritto umano fondamentale, cioè voler tornare a casa nelle città e nei villaggi da cui sono stati espulsi per sette decenni; ora Israele sta anche diffondendo l’idea assurda secondo cui la Grande Marcia del Ritorno, alla quale hanno partecipato migliaia di uomini, donne e bambini, sia stata uno “stratagemma targato Hamas”, e che i palestinesi abbiano utilizzato i propri figli come “scudi umani”.
Oltre ad ammazzarci e mutilarci, Israele sta anche dicendo che noi palestinesi non riusciamo a pensare e agire con la nostra testa. Un’idea del genere non è solo ridicola, ma anche offensiva.
Fermiamoci qui per un attimo e analizziamo la teoria secondo cui un certo tipo di propaganda riuscirebbe a convincere una madre a portare il proprio figlio sulla linea del fuoco. Mentre mettete a letto i vostri figli, mentre leggete loro un paio di storie, o quando vi svegliate e preparate la colazione per i vostri amati piccolini, per favore, prendetevi un momento e pensate a quanto sia profondamente offensiva e oscena questa linea propagandistica israeliana.
Nessuno sforzo propagandistico al mondo, per quanto bieco o ingegnoso, riuscirebbe a far marciare volontariamente migliaia di persone verso il confine della loro prigione a cielo aperto, sapendo benissimo che ci sono centinaia di soldati senza scrupoli che aspettano dall’altra parte, pronti a premere il grilletto in qualsiasi momento.
Solo una cosa può spingere la gente a fare una cosa del genere: la disperazione, la sensazione di non avere niente da perdere. E questo corrisponde esattamente a ciò che è oggi la vita a Gaza, dopo decenni di occupazione e assedio: un vero e proprio inferno.
Eppure, ancora una volta, l’esercito israeliano e i media mondiali hanno scelto di ignorare questo semplice, ineludibile fatto. Perché i giornalisti del New York Times dovrebbero interessarsi delle realtà basilari della vita a Gaza? Del fatto che la fornitura di elettricità, acqua e cibo è scarsa o inesistente? Del fatto che due milioni di persone sono intrappolate in una prigione a cielo aperto? Del fatto che non vedo la mia famiglia da cinque anni perché i valichi sono perennemente chiusi? Del fatto che mia figlia di quattro anni mi chiede di continuo se io abbia dei genitori, perché lei non li ha mai visti? Perché dovrebbe interessare a qualcuno? Per loro noi siamo subumani.
Questo, naturalmente, è tipico dei colonizzatori. Dalla Marcia del Sale di Gandhi, alla Marcia su Washington di Martin Luther King, siamo stati tutti definiti “i barbari ignoranti” che cercano di destabilizzare lo status quo di libertà e democrazia.
Siamo tutti ‘poveri illusi’, spinti da qualche piano malvagio che mette in pericolo le vite di persone innocenti, quelle dall’altra parte del confine imposto da un sistema di segregazione. Ma la storia andrà avanti, e coloro che oggi si schierano contro la libertà della popolazione verranno gettati nel dimenticatoio.
Ieri in Palestina è stata organizzata una marcia pacifica, che fin dall’inizio ha voluto essere pacifica, e non ha coinvolto alcun partito politico o fazione. Questo non ha impedito ai soldati israeliani di falcidiare uomini e bambini a sangue freddo.
Questo atto di omicidio sistematico e deliberato è stato definito da gran parte dei media mondiali come “scontri”, termine che implica due parti alla pari con uguali responsabilità. Questo è il modo più semplice ed economico di demonizzare le persone; e anche un modo per non considerare l’origine della loro tragedia e la realtà della loro sofferenza. La verità è che sono passati 70 anni da quando questa gente è stata resa profuga, quando fu fondato lo Stato di Israele, un regime di apartheid che da decenni tiene segregata la popolazione indigena palestinese, deportando le persone, privandole dei diritti sulle loro case, e soprattutto, denigrando coloro che osano chiedere che siano loro garantiti i diritti fondamentali come a qualsiasi altra persona.
Oggi ci sono 12 milioni di rifugiati palestinesi che vivono fuori dalla terra dei loro antenati, molti in condizioni difficili, disumane, in Cisgiordania, Siria, Libano, Giordania e altre zone del mondo. Stanno osservando attentamente ciò che sta accadendo. Ammirano le risposte audaci e fantasiose di Gaza a decenni di dolore e ingiustizia e, un giorno, potrebbero seguire l’esempio.
Quando verrà quel giorno, nessun esercito di occupazione, non importa quanto potente o spietato, riuscirà a impedire il loro ritorno a casa. Israele, come Cesare, dovrebbe guardarsi dalle idi di marzo
(Traduzione di Elena Bellini)

giovedì 5 aprile 2018

Il massacro di Pasqua a Gaza non è stato affatto un’eccezione nella lunga storia della resistenza palestinese - Neve Gordon



Per decenni i sionisti hanno imputato ai palestinesi la prosecuzione del progetto coloniale di Israele: “Se solo i palestinesi avessero un Mahatma Gandhi,” molti progressisti israeliani hanno esclamato, “allora l’occupazione finirebbe.”
Ma se si volessero realmente trovare dei Mahatma Gandhi palestinesi basterebbe vedere le immagini dei notiziari sui manifestanti di venerdì notte. Palestinesi, stimati in 30.000, si sono uniti nella “Marcia del Ritorno” nonviolenta, che intendeva piazzare alcuni campi a qualche centinaio di metri dalla barriera militarizzata che circonda la Striscia di Gaza. Il loro obiettivo era protestare contro la loro incarcerazione nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, così come contro la massiccia espropriazione della loro terra ancestrale – dopotutto il 70% della popolazione di Gaza è composta da rifugiati del ’48 le cui famiglie sono state proprietarie di terre in quello che è diventato Israele.
Mentre gli abitanti di Gaza marciavano verso la barriera militarizzata, stavo seduto con la mia famiglia, recitando l’Haggadah [testo ebraico che ricorda l’esodo degli ebrei dall’Egitto, ndt.] per la festa di Pesach, che ci dice che “in ogni generazione c’è il dovere di guardare se stessi come se fossimo noi stessi usciti dall’Egitto”. In altre parole, mentre i soldati sparavano proiettili letali contro manifestanti pacifici, ai genitori di quei soldati veniva chiesto di immaginarsi cosa significhi vivere a Gaza e che cosa ci vorrebbe per liberarsi da una simile prigionia. E quando la mia famiglia ha iniziato a cantare “Non devono più faticare in schiavitù, lasciate che il mio popolo se ne vada,” i siti di notizie riferivano che il numero di palestinesi morti aveva raggiunto i 17, mentre parecchie centinaia erano stati feriti.
L’accusa che i palestinesi non hanno adottato metodi di resistenza non violenta e quindi condividono la responsabilità della continua oppressione e espropriazione da parte di Israele non solo nega completamente la notevole asimmetria delle relazioni di potere tra il colonizzatore ed il colonizzato, ma, cosa non meno importante, non prende in considerazione la storia politica e le lotte anticoloniali, non ultima proprio quella palestinese. Inoltre ignora totalmente il fatto che il progetto coloniale di Israele è stato condotto attraverso una violenza ususrante, prolungata e diffusa e che, a differenza di quello che certi mezzi di informazione occidentali propongono, i palestinesi hanno sviluppato una forte e persistente tradizione di resistenza non violenta. Oltretutto, la richiesta di adottare un’ideologia non violenta ignora completamente la storia di altre lotte di liberazione: dall’Algeria al Vietnam, fino ad arrivare al Sud Africa.
Nonviolenza palestinese
La “Marcia del Ritorno” nonviolenta di venerdì e la risposta israeliana non sono affatto un’eccezione nella lunga storia della resistenza palestinese. La marcia è stata organizzata in coincidenza con l’anniversario del “Giorno della Terra”, che commemora quel tragico giorno del 1976 in cui le forze di sicurezza israeliane affrontarono uno sciopero generale e una protesta di massa organizzata dai cittadini palestinesi di Israele, la cui terra era stata confiscata. In quella protesta pacifica sei palestinesi vennero uccisi e altre centinaia feriti dall’esercito israeliano.
In Cisgiordania e nella Striscia di Gaza le cose sono sempre andate molto peggio, dato che ogni forma di resistenza palestinese non violenta è stata un diritto vietato dopo la guerra del 1967. Tenere incontri politici, sventolare bandiere o altri simboli nazionali, pubblicare o distribuire articoli o disegni di carattere politico o persino cantare o ascoltare canzoni nazionaliste – per non parlare dell’organizzazione di scioperi e manifestazioni – sono stati illegali fino al 1993 (ed alcuni lo sono ancora nell’Area C [oltre il 60% dei territori occupati, sotto totale controllo di Israele in base agli accordi di Oslo, ndt.]). Qualunque tentativo di protestare in uno di questi modi è stato inevitabilmente affrontato con la violenza.
Appena tre mesi dopo la Guerra del 1967, i palestinesi lanciarono con successo uno sciopero generale delle scuole in Cisgiordania: i docenti rifiutarono di presentarsi al lavoro, i ragazzini occuparono le strade per protestare contro l’occupazione e molti commercianti non aprirono i propri negozi. In risposta a questi atti di disobbedienza civile Israele mise in atto severe misure poliziesche, dal coprifuoco notturno ad altre restrizioni alla libertà di movimento, fino all’interruzione delle linee telefoniche, all’arresto di dirigenti e a crescenti maltrattamenti nei confronti della popolazione. Questo, in molti modi, diventò il modus operandi di Israele quando dovette affrontare la continua resistenza nonviolenta dei palestinesi.
Eppure sembra che vi sia una generale amnesia sociale riguardo alla reazione di Israele alle tattiche gandhiane. Quando i palestinesi lanciarono uno sciopero del commercio in Cisgiordania, il governo militare chiuse decine di negozi “fino a nuovo ordine”. Quando tentarono di emulare lo sciopero dei trasporti di Martin Luther King, le forze di sicurezza bloccarono completamente le linee dei bus locali. Inoltre durante la Prima Intifada i palestinesi adottarono strategie di disobbedienza civile di massa, compresi scioperi dei negozianti, boicottaggio dei prodotti israeliani, una rivolta fiscale e proteste quotidiane contro le forze di occupazione. Israele rispose con l’imposizione del coprifuoco, la limitazione della libertà di movimento e arresti di massa (per citare solo alcune delle misure violente). Tra il 1987 e il 1994, per esempio, i servizi segreti interrogarono più di 23.000 palestinesi, uno ogni cento abitanti della Cisgiordania e di Gaza. Ora sappiamo che molti di loro vennero torturati.
Quindi il dramma è che questo massacro di Pasqua non fa che unirsi a questa lunga lista della resistenza nonviolenta che è stata storicamente affrontata da Israele con la violenza e la repressione.
“Le sommosse sono il linguaggio di chi non viene ascoltato”
Immaginiamo per un momento cosa significhi vivere in una prigione a cielo aperto, anno dopo anno. Immaginiamo di essere i prigionieri e che il carceriere abbia il potere di decidere quanto cibo possiamo mangiare, quando possiamo avere l’elettricità, quando possiamo ricevere trattamenti sanitari specialistici e se possiamo avere abbastanza acqua da bere. Immaginiamo anche che ogni volta che camminiamo nei pressi della barriera diventiamo bersaglio delle guardie. Quali azioni di resistenza nonviolenta sono effettivamente a nostra disposizione? Andreste pacificamente ad attraversare la barriera? Migliaia di palestinesi l’hanno coraggiosamente fatto e molti hanno pagato con la vita.
Anche se Gaza è, da molti punti di vista, unica, storicamente le popolazioni indigene si sono trovate in situazioni simili. Ciò è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite, quando hanno affermato “la legittimità della lotta dei popoli per la liberazione dalla dominazione coloniale e straniera e dalla sottomissione ad altri con ogni mezzo possibile, compresa la lotta armata.” Lo stesso Gandhi pensava che in certe circostanze la violenza fosse una scelta strategica legittima: “Io credo”, scrisse, “che dove c’è solo la scelta tra la vigliaccheria e la violenza io raccomanderei la violenza…Pertanto io sostengo anche l’addestramento all’uso delle armi per quelli che credono nel metodo della violenza. Preferirei che l’India ricorresse alle armi per difendere il proprio onore piuttosto che diventasse o rimanesse vigliaccamente testimone impotente del proprio disonore.”
Si potrebbe sperare altrimenti – ed io sicuramente lo faccio -, ma nessun progetto coloniale è terminato senza che i colonizzati abbiano fatto ricorso alla violenza contro i loro oppressori. Chiedere o persino domandare con rabbia la liberazione non è mai stato efficace.
Ironicamente questo è anche uno dei messaggi fondamentali della festa della Pasqua ebraica. La storia dell’Esodo racconta come Mosè si rivolse varie volte al faraone, chiedendogli di liberare i figli di Israele dalla schiavitù. Eppure ogni volta il faraone rifiutò. Fu solo dopo che una terribile violenza venne scatenata contro gli egiziani che gli israeliti vennero liberati.
Questa di certo non è una cosa che possiamo mai augurarci, ma quando si guarda la risposta di Israele alla marcia non violenta dei palestinesi, quello che è chiaro è che dobbiamo urgentemente trovare un modo per capovolgere la domanda sionista per evitare futuri bagni di sangue. Piuttosto che chiedere quando i palestinesi produrranno un Mahatma Gandhi, dobbiamo domandarci: quando Israele produrrà un dirigente politico che non sostenga l’oppressione dei palestinesi attraverso l’uso di una violenza omicida? Quando, in altre parole, Israele finalmente si libererà di questa etica da faraone e comprenderà che i palestinesi hanno diritto alla libertà?

Neve Gordon ha conseguito una borsa di studio “Marie Curie” ed è professore di Diritto Internazionale alla Queen Mary University di Londra.
(Traduzione di Amedeo Rossi)
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venerdì 9 ottobre 2015

Anche Gandhi avrebbe capito la violenza dei palestinesi - Gideon Levy

Dopo la propaganda mediatica, l’istigazione alla violenza, la follia, il lavaggio del cervello e il vittimismo degli scorsi giorni, la domanda più semplice riemerge con tutta la sua forza: chi ha ragione?
Nell’arsenale a disposizione d’Israele non rimangono più argomentazioni valide, niente che una persona per bene potrebbe prendere per buono. Anche il mahatma Gandhi comprenderebbe le ragioni dietro a questa esplosione di violenza da parte dei palestinesi. Anche chi rifiuta la violenza, considerandola immorale e inutile, non può fare a meno di capire il perché delle sue periodiche esplosioni. La vera domanda, anzi, è perché la violenza non esploda più di frequente.
Che si tratti di capire chi abbia cominciato o chi sia il colpevole, il dito è puntato, a ragione, solo e soltanto verso Israele. I palestinesi non sono esenti da colpe, ma la principale responsabilità ricade su Israele. Fino a quando Israele non farà qualcosa per alleggerire questa sua responsabilità, non esisteranno le condizioni perché possa avanzare la benché minima richiesta nei confronti dei palestinesi. Tutto il resto non è altro che falsa propaganda.
Come ha scritto recentemente l’attivista palestinese Hanan Ashrawi, i palestinesi sono l’unico popolo sulla terra a cui è chiesto di garantire la sicurezza degli occupanti, mentre Israele è l’unico paese che esige di essere protetto dalle proprie vittime. Come possiamo rispondere?
In un’intervista a Haaretz, il presidente palestinese Abu Mazen ha formulato questa domanda: “Come pensate che reagiscano i palestinesi dopo che l’adolescente Mohammed Abu Khdeir è stato bruciato, che la casa della famiglia Dawabsheh è stata data alle fiamme, dopo le aggressioni da parte dei coloni e il danneggiamento delle loro proprietà sotto gli occhi dei soldati?”. E da che pulpito possiamo rispondere? Ai cent’anni di espropri e ai cinquanta di oppressione possiamo aggiungere gli ultimi anni, segnati dall’inaccettabile arroganza degli israeliani che, una volta ancora, sta esplodendo proprio davanti a noi.
I palestinesi non sono esenti da colpe, ma la principale responsabilità ricade su Israele
Sono stati anni nei quali Israele ha pensato di poter fare i suoi comodi senza mai pagarne il prezzo. Ha pensato che il ministro della difesa potesse vantarsi di conoscere l’identità degli assassini dei Dawabsheh senza arrestarli, tanto i palestinesi si sarebbero trattenuti. Ha pensato che quasi ogni settimana un bambino o un adolescente potessero essere uccisi dai suoi soldati, tanto i palestinesi non avrebbero reagito. Ha pensato che i dirigenti militari e politici potessero coprire dei crimini senza che nessuno fosse incriminato. Ha pensato che le case potessero essere demolite, i pastori cacciati e che i palestinesi lo avrebbero umilmente accettato. Ha pensato che dei coloni delinquenti potessero danneggiare, bruciare e agire come se le proprietà dei palestinesi fossero le loro, tanto questi ultimi avrebbero chinato il capo.
Ha pensato che i soldati israeliani potessero fare irruzione nelle case dei palestinesi ogni notte, terrorizzando, umiliando e arrestando delle persone. Che centinaia di persone potessero essere arrestate senza processo. Che lo Shin Bet, i servizi segreti, potesse ricominciare a torturare con dei metodi ereditata da Satana. Ha pensato che le persone che facevano lo sciopero della fame e i prigionieri rilasciati potessero essere nuovamente arrestati, spesso senza motivo. Che ogni due o tre anni Israele potesse distruggere Gaza, tanto questa si sarebbe arresa e la Cisgiordania sarebbe rimasta tranquilla. Che l’opinione pubblica israeliana avrebbe applaudito tutto questo, acclamandolo nei casi migliori o esigendo altro sangue palestinese in quelli peggiori, con una sete che è difficile comprendere. E i palestinesi, tanto, avrebbero perdonato tutto.
Questa situazione potrebbe andare avanti per molti altri anni: Israele è più forte che mai. L’occidente è indifferente e le permette di agire indisturbata. I palestinesi, nel frattempo, si sono fatti deboli, divisi, isolati e feriti come mai sono stati dai tempi della Nakba.
Questa situazione può andare avanti per molti anni: Israele è più forte che mai e l’occidente è indifferente
Insomma, tutto ciò potrebbe andare avanti perché Israele è in grado di farlo, e la gente vuole che lo faccia. Nessuno cercherà di fermarla, se non l’opinione pubblica internazionale, che Israele respinge bollandola come odio antiebraico.
E non abbiamo detto una parola sull’occupazione stessa e sull’impossibilità di mettervi fine. Siamo stanchi. Non abbiamo detto una parola sull’ingiustizia del 1948, che avrebbe dovuto chiudersi lì e invece è ripresa con forza anche maggiore nel 1967, continuando senza che se ne intraveda la fine. Non abbiamo parlato del diritto internazionale, della giustizia naturale e della morale umana, nessuno dei quali può accettare, in nessun modo, quel che sta succedendo.
Quando si osservano dei giovani che uccidono dei coloni, lanciano bombe incendiarie verso i soldati o scagliano pietre contro gli israeliani, bisogna ricordare che questo è il contesto. Per ignorarlo, occorrono grandi dosi di ottusità, ignoranza, nazionalismo o arroganza, o di una somma di tutte queste cose.
(Traduzione di Federico Ferrone)
Questo articolo è stato pubblicato su Haaretz.