"Vogliamo vivere, ci piace stare al mondo,
vorremmo continuare a starci il più a lungo e il meglio possibile, e tutto
sommato non abbiamo voglia di fare male ad altre persone come noi. Ecco, questa
è l'elementarità della condizione umana".
In questo
video
che Riccardo Orioles ha inserito ieri su Youtube, viene tracciata a
zig-zar, fra ricordi e riflessioni veloci, la sua visione del mondo.
Già giornalista dei Siciliani e caporedattore del settimanale
"Avvenimenti", si esprime nel video in un flusso di coscienza
ininterrotto, legato da un filo conduttore: la scelta di vivere per uno scopo,
spesso da ricercare mentre si vive. E' un flusso di pensieri che attraversa la
sua vita e quella di tanti altri. La sua voce, a tratti malinconica ma mai
priva di speranza, costruisce una conversazione con i suoi amici di lunga data.
E si
chiede ad un certo punto: "Stiamo facendo qualcosa di utile o stiamo semplicemente
perdendo tempo? Come facciamo a saperlo?"
È il dubbio che attraversa chi, come lui, ha dedicato la vita al
giornalismo d'inchiesta, a quel "mestiere" che dà il titolo al suo
programma.
"Naturalmente
- aggiunge - siamo impegnati per cercare di mantenere le cose civili".
Il suo pensiero va alle persone che, in diverse parti d'Italia e del mondo,
portano avanti questo impegno, spesso senza conoscersi tra loro. "È un
meccanismo buffo e divertente," osserva, "queste connessioni casuali
tra persone distanti che si ritrovano a collaborare su iniziative legate alla
storia dei Siciliani e all'impegno civile."
Orioles parla del "nostro giornale", un "modestissimo
foglio di quattro paginette" che cerca di mantenere viva la memoria e di
collegare queste persone sparse. Un piccolo faro nella tempesta dei tempi, in
un'epoca in cui "i re sono diventati più cattivi e gli imperi adesso sono
molto più aggressivi". Un'epoca in cui ritornano mentalità fasciste che
rimettono in discussione tabù fondamentali, come il rispetto della vita dei
bambini.
Il pensiero corre a Pippo Fava, il giornalista ucciso dalla mafia nel 1984,
e alle sue lezioni di "buon giornalismo" a Catania e Palermo. Orioles
ricorda la definizione che Fava dava della mafia: "Una cosa che fa parte
della nostra società, del nostro mondo, delle banche, del Parlamento, del
governo." Una visione lucida di un sistema di potere che va ben oltre la criminalità
organizzata.
Eppure, nonostante tutto, nelle parole di Orioles c'è spazio per una
speranza testarda: "Possiamo essere ottimisti perché non si è fermato
assolutamente né si fermerà questo meccanismo fondamentale di noi esseri
umani". La speranza che le piccole azioni di oggi, i tentativi di vivere
"coraggiosamente cercando di fare qualcosa di utile, di non fare male a
nessuno e in qualche modo di sopravvivere," porteranno frutti che i
"nipotini tra una quarantina d'anni" potranno raccogliere.
"Vogliamo vivere, ci piace stare al mondo, vorremmo continuare a
starci il più a lungo e il meglio possibile, e tutto sommato non abbiamo voglia
di fare male ad altre persone come noi," conclude Orioles. "Ecco,
questa qui è l'elementarità della condizione umana".
Una verità semplice per chi non ha mai smesso di credere nel valore della
memoria, della connessione umana e dell'impegno civile.
Riccardo Orioles, nato a Milazzo nel
1949, ha iniziato a scrivere come giornalista negli anni Settanta collaborando
con piccoli giornali locali e partecipando alle prime esperienze delle radio
libere. Nel 1982, insieme a Pippo Fava, ha fondato "I Siciliani", un
mensile edito a Catania. Il giornale, unico nel panorama cittadino dell’epoca,
denunciava apertamente le attività illecite di Cosa Nostra. Il giornale
affrontava temi come mafia, massoneria e politica, con l’obiettivo dichiarato
di condurre inchieste rigorose e portare alla luce ciò che per anni era rimasto
nell’ombra. A poco più di un anno dalla nascita del giornale, nel gennaio 1984,
Pippo Fava fu assassinato dalla mafia.
A
parlare del ponte argomenti se ne trovano, da una parte, dall'altra. Quanto
legittimi gli uni, tanto gli altri, con taluni che paiono di buon senso ed
altri che invece s'inabissano con la ragione nelle profondità del mare di
Scilla e Cariddi. Ma a parlare degli uni per stoltezza manifesta, o degli altri
come cosa di buon senso, senza dire quali siano e per quali propendo, francamente
mi venne a noia. Che a me preme assai, invece, puntare indice d'attenzione su
altro aspetto assai meno frequentato e che riguarda un dato preciso: se l'isola
è attaccata con tale legaccio cementante al continente, essa non è più tale, al
massimo si fece isola al guinzaglio, meglio, escrescenza ectoplasmica di
continente, derubricata a promontorio, non ci si riconosce più in quella come
fu da che l'uomo vi abitò. Certo, “là dove domina l’elemento insulare è
impossibile salvarsi. Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. Una teoria
dell’isola è segnata da questa certezza. Un’isola può sempre sparire. Entità
talattica, essa si sorregge sui flutti, sull’instabile. Per ogni isola vale la
metafora della nave: vi incombe il naufragio”. (Manlio Sgalambro) E se questo è
vero, quell'incombenza immanente del naufragio appartiene all'isola, pure a chi
vi nacque. Ne rappresenta sempre l'archetipo illustrativo, incontrovertibile,
esattamente come dato anagrafico con tanto di firma del sindaco. Negarsi detto
dato, ancorché a tratti ed a taluno poco avvezzo ad i-solitudini possa apparire
luttuoso, è come piombarsi in dimensione da smemorato, privarsi d'un io
irripetibile, divenire altra cosa che pare piuttosto io indistinto. Questo mi
dice l'argomentazione sghemba e desueta sul legaccio continentale. Me lo dice
pure che quando vado via io stesso dall'isola, a valigie non ancora pronte, già
mi struggo, prima ancora, anzi, a pensiero solo di farle.
Aveva
voglia Nisticò di classificare i siciliani in siciliani di scoglio e di mare,
gli uni abbarbicati al substrato come cozza, dattero, riccio spinoso, incuranti
della natura claustrofobica dell’appartenenza. Gli altri, con la valigia in
mano, fermi non ci stanno, e appena la prima brezza lo consente, prendono il
largo a vele gonfie. Ma tutti si portano dentro la stessa insularità, che è
condanna di viaggio e nostalgia struggente per il porto di partenza. Solo che
ai primi arriva subito, ci soffrono di più, basta che si mettano poco fuori
l’uscio di casa, si vadano a sbrigare un documento nel capoluogo. I secondi, al
più, con la lacerazione del distacco si sono abituati a convivere. Ma tanto
tornano, prima o poi vedi se tornano e non passa minuto che con la testa non si
organizzano per farlo. Mi pare che questo desiderio di ritorno sia proprio il
risultato della paura atavica che l’isola non la ritrovi più, che qualcuno,
mentre ti allontani giusto un attimo, se la possa portare via. Forse lo tsunami
o li turchi, anche se – ed è evento inconfutabile -, qualunque cosa arriva, dopo
un primo attimo di sgomento, gli si apre la porta di casa e, passati al più
cinque minuti, ti scordi che è arrivata allora allora, ti pare che sia lì da
sempre, ci fai l’abitudine, la lasci accanto a te. Tuttavia, per consapevolezza
di tale innata abiezione d'accoglienza, poiché non si sa mai ed a scanso di
equivoci, metti in giro strane voci, che lì ci sono i Lestrigoni, i Lotofagi,
forse Circe, che giù per lì Scilla e Cariddi hanno un brutto carattere, quei
sassi, isole essi stessi, li lanciano Ciclopi a basso tasso di socievolezza, le
figlie di Kokalos avvelenano gli ospiti. È come mentire a se stessi,
innanzitutto, che si finisce per crederci più noi che gli altri. Gli altri se
ne accorgono della natura mendace della difesa e, consapevoli e avversi alle
i-solitudini con quel vezzo di farsi porto sicuro, ibride per oscure
provenienze, preferiscono tendere guinzagli, meglio se a robusta campata.
L'isolano, invece, se per ragioni di modernità se ne deve andare solo per
qualche giorno, che ne so, a Poggibonsi, San Giovanni in Persiceto o a Cormano,
saluta parenti e amici, fazzoletto in mano, si sente mancare il terreno sotto i
piedi, s'avvede d'allontanamento da porto sicuro come stesse andando a sfidare
cannibali nel Borneo. Posto che nel Borneo di cannibali ce ne siano, che quella
pure è isola con tanto di isolani che potrebbero averlo fatto credere, sempre a
scanso d'equivoco, per timore di visita di continentale.
Ad
ogni buon conto, uno che nasce su un’isola sta già viaggiando. Perché il mare,
tutto intorno, fermo non ci sta, e si muove di correnti e flutti, in definitiva
viaggia conto terzi. Non merita citare chissà chi per comprendere che il
viaggio è una precisa connotazione antropologica, e pure se ha talune accezioni
di ingegneria nautica, non è solo uno spostamento da e per. Alla fine “basta
aprire la finestra e si ha tutto il mare per sé. Gratis. Quando non si ha
niente, avere il mare – il mediterraneo – è molto. Come un tozzo di pane per
chi ha fame”. (Jean Claude Izzo)
Pure
per questo nell’insularità è connaturata la pigrizia più atavica, quella
persino trascendente che si fa connotazione definitiva ed archetipo
illustrativo di genti. E del resto che ti agiti a fare se sei proprio dentro il
gorgo più gorgo, il tutto che si muove permanentemente? Fatica sprecata. Per
altri quella è ignavia, pigrizia, in realtà è saggia contemplazione del mondo
che non sta fermo, dunque perché inseguirlo nell’apoteosi dell’operatività? Il
mare vortica così tanto che ti fa dono ora del primato di paradiso terrestre,
ora d’inferno in terra, né fu creato per compiacere chi vi si trova in mezzo,
circondato senza scampo; inutile cercare di opporvisi. Se serve qualcosa,
servissero tre secoli e più, prima o poi un’onda bislacca te la schiaffa
davanti, spiaggiata a pancia rivolta al sole. Né si tratta d’un fiume che
scorre in quell'unico verso, cosicché sai già cosa t’arriva a valle se conosci
il monte. Il turbinio è pluridirezionale, dipende dalle stagioni, talora
dall’umore nero della burrasca e talaltra dall'accondiscendenza d’un venticello
virato a bonaccia. Sfidare quel tutto che si muove per provare a spostarsi in
altra direzione è atto temerario. In tutto quel bailamme agitato meglio star
fermi giacché, prima o poi, da qualche parte arrivi, e se non arrivi – quella data
parte, intendo – presto o tardi, t’arriva lei. Ma l’isola, quella, da dentro
non te la togli nemmeno se ti metti a pizzo di montagna. Non c’è niente da
fare, t’entra in valigia, col sale e tutto il resto. Salvo che qualcuno, da
qualche altra parte, non voglia mettergli il guinzaglio, per guidarla come gli
pare, a dispetto del mare. Se non bastasse c'è all'orizzonte progetto di
museruola.
Ma che fine
hanno fatto i partiti? E dov’è finita la questione morale, che una volta faceva
da spartiacque tra la buona e la cattiva politica? Viene da chiederselo
leggendo quel che trapela dalle delle inchieste giudiziarie su corruzione e
voto di scambio che a distanza di un paio di settimane hanno travolto prima
alcuni esponenti del comune di Bari e poi il piccolo municipio di Tremestieri
Etneo, alle porte di Catania.
Trasformismi a tutto inganno
A Bari le
indagini raccontano le storie di esponenti di partiti di destra eletti con i
voti delle cosche locali e passati a sostenere il Pd e la giunta Emiliano. In
Sicilia al centro dell’indagine c’è il potente Luca Sammartino, numero due
della Regione Sicilia, leghista con un passato a sinistra, tanto da aver fatto
a suo tempo campagna elettorale per una bandiera dell’antimafia,
l’inconsapevole candidata del Partito Democratico Caterina Chinnici, figlia del
giudice fatto uccidere da Totò Riina nel 1983.
Lo storico clan Santapaola
Le cronache
raccontano che Sammartino, passato dal Pd alle Lega, era il deus ex machina
delle vicende di Tremestieri Etneo. In questo paesino, controllato dallo
storico clan Santapaola-Ercolano, un sindaco eletto con una lista civica di
destra faceva favori di una certa consistenza al leader dell’opposizione di
sinistra per procurarsi il suo silenzio sugli affari sporchi del Comune.
La mitologia andreottiana
Ce ne
abbastanza per mettersi le mani nei capelli. Una volta per chi si occupava di
certe cose orientarsi era molto più semplice: salvo rare e motivate eccezioni,
la mafia votava Democrazia Cristiana, e per essere più precisi la corrente
facente capo a Giulio Andreotti. Gli andreottiani siciliani, ma anche in parte
calabresi, campani e pugliesi, erano esseri mitologici: metà politici e metà
mafiosi, monopolizzatori di consenso elettorale e distributori di favori in
serie alle cosche locali; le quali, a loro volta, erano convintamente filo
atlantiche e votavano Democrazia Cristiana non solo per interesse, ma anche per
tenere a bada il pericolo comunista, come un’appendice con coppola e lupara
della organizzazione Gladio, con la quale non a caso esistevano punti di
contatto.
Comunisti d’antan
Dal canto
loro i comunisti erano, salvo qualche eccezione, schierati convintamente contro
la mafia, come dimostra il lungo elenco si sindacalisti ed esponenti di quel
partito eliminati per il loro impegno. Tra i principali partiti c’erano fossati
ideologici profondi come burroni, e il passaggio dall’uno all’altro era una
eventualità rara. Un democristiano che avesse provato a chiedere la tessera del
Pci avrebbe dovuto subire un’accurata analisi del sangue, e viceversa.
Crollo delle idealità
Questo mondo
è crollato insieme alle ideologie e al muro di Berlino. Oggi i partiti sono
taxi, dai quali si sale e si scende a convenienza, e persino la mafia ha
abbattuto il vecchio steccato ideologico: stando alle carte dell’inchiesta di
Bari, un politico di Forza Italia poteva trasferire i voti del clan di
riferimento al partito democratico senza che nessuno si allarmasse o almeno si
ponesse qualche domanda.
Antimafia come passione
L’antimafia,
intesa come passione, militanza, scelta di vita, è un residuo del passato. A
sostenerne l’onere, insieme a pochi professori e studenti sparsi qua e là, sono
ormai soltanto gli investigatori e i magistrati particolarmente motivati. Non a
caso il Governo studia il modo di limitare l’autonomia di questi ultimi dal
potere politico.
– C’è un
filo nero – come quello scoperto per la strage di Bologna – che lega la strage
di Capaci alla destra terroristica di Avanguardia Nazionale e
in particolare al suo fondatore Stefano Delle Chiaie? Gli
inquirenti di Caltanissetta indagano ormai da tempo e scavando nella
storia delle indagini sull’attentato che inghiottì la vita e il lavoro di Giovanni
Falcone hanno ricostruito come forse già nell’autunno del 1992 potesse
essere almeno esplorata la pista nera. Nell’ordinanza di custodia cautelare
– che ha portato oggi all’arresto dell’ex deputato missino ed ex legale di
Delle Chiaie Stefano Menicacci – oltre 370 pagine delle 536 complessive,
firmate dal giudice per le indagini preliminari Santi Bologna, sono dedicate
alla millimetrica ricostruzione della informativa Cavallo (5 ottobre 1992) in
cui un allora capitano dei carabinieri aveva raccolto le dichiarazioni di una
donna, Maria Romeo, legata al pentito Alberto Lo Cicero, che
collocava il numero uno di Avanguardia nazionale, in Sicilia a caccia di
esplosivo prima che l’autostrada tra l’aeroporto di Punta Raisi e Palermo
diventasse un cratere. “Un mero spunto investigativo – scrive il giudice – che
non fu debitamente approfondito né nel 1992, né nel 2006-2007, ma solo a partire
dall’invio dell’atto di impulso della Dna del 11 novembre 2021”. Molti i motivi
del mancato focus: su tutti i difficili rapporti e dialogo tra le procure di
Palermo, Caltanissetta (competente a indagare) e l’allora neonata Procura
nazionale antimafia e l’attendibilità ritenuta labile da alcuni pm della donna,
la morte dello Lo Cicero.
Il
depistaggio – Ma è
proprio indagando che gli inquirenti hanno scoperto come Menicacci cercasse
spasmodicamente di collocare fuori dalla Sicilia il suo ex assistito.
Si tratta di uno dei personaggi più controversi della storia
dell’Italia recente e il cui nome è stato accostato alle grandi stragi
degli anni Settanta, come piazza Fontana o Bologna, e a omicidi eccellenti,
come quello del giudice romano Vittorio Occorsio, ma i processi lo hanno sempre
visto assolto per “non aver commesso il fatto” o per “insufficienza di prove”.
Per far comprendere il calibro di Delle Chiaie (morto nel 2019) agli atti
dell’inchiesta viene ricordato come dopo l’arresto e l’estradizione dal Venezuela
portato “nell’aula della Corte di Assise di Bologna per
rispondere della strage del 2 agosto, al suo apparire gli imputati Cavallini e
Fachini, Fioravanti e la Mambro si alzarono rispettosamente in piedi…”. Gli ex
Nar sono stati condannati all’ergastolo in due diversi processi per il massacro
della stazione come lo è stato un altro componente di Avanguardia nazionale,
Paolo Bellini. Quello stesso che Menicacci cita in una conversazione con Domenico
Romeo: “Dopo tutti sti anni ancora a rompere i coglioni … e questo è tutto
il processo Bellini, vedi!?”. Ma quest’ultimo dovrà affrontare l’appello dopo
la condanna al fine pena mai, mentre Delle Chiaie all’epoca fu prosciolto per
Bologna. E probabilmente non si potrà accertare una presunta partecipazione al
progetto stragista mafioso. In Sicilia era ufficialmente per la campagna
elettorale della neonata Lega Nazionale Popolare.
Come spiega
il procuratore di Caltanissetta Salvo De Luca: “L’indagine che ha
portato agli arresti domiciliari dell’avvocato Stefano Menicacci e di Domenico
Romeo nasce nell’ambito delle nuove inchieste sulle stragi del ’92. In quel
contesto intercettiamo una conversazione tra loro e la moglie
di Stefano Delle Chiaie durante la quale Menicacci invitava i suoi
interlocutori a negare che Delle Chiaie si fosse trovato in Sicilia nel periodo
precedente all’attentato. Addirittura a Romeo era stato dettato una sorta di
decalogo a cui attenersi nel corso delle sommarie informazioni rese ai pm”. Il
Romeo in questione è Domenico, fratello della donna che ascoltata anche
recentemente aveva parlato al capitano Cavallo di Delle Chiaie, del rapporto
con il fratello e dell’avvocato Menicacci. Riascoltata in questa ultima
indagine le sue dichiarazioni non sono state ritenute attendibili. Eppure Menicacci
in allerta per le nuove indagini sui rapporti tra Cosa nostra
e destra eversiva, “che si riteneva in qualche modo una partita chiusa”, ha
cercato di depistare le indagini “cercando e riuscendo ad inquinare la
deposizione di Domenico Romeo e Maria Carola Casale (moglie di Delle
Chiaie), testimoni a conoscenza di specifiche circostanze in ordine ai rapporti
non solo” tra lui e Delle Chiaie “ma anche in ordine a possibili frequentazioni
siciliane dello stesso”.
Le
intercettazioni – Cruciale
per comprendere l’interesse di Mencacci a far sparire il suo ex cliente dalla
Sicilia nei mesi precedenti la strage una intercettazione del 24 maggio 2022,
successiva alla messa in onda di un servizio di Report in occasione
dell’anniversario della strage del 23 maggio 1992. L’avvocato parte subito
all’attacco: “Tu ti stai a mette nei guai! … Dici delle cose palesemente false
che… Adesso questi cercano di far credere che Delle Chiaie Avanguardia
Nazionale siano stati coinvolti con la mafia … e con i servizi segreti per la strage
di Capaci!”, Romeo tenta di rispondere ma il legale rincara la dose facendo
riferimento alle dichiarazioni della sorella. La lunga conversazione riguarda
anche un racconto di Maria Romeo a Report con al centro Lo Cicero e un incontro
con Paolo Borsellino, poco prima che il magistrato morisse con la
sua scorta in via D’Amelio. Menicacci mostra all’incredulo interlocutore le
immagini: “Eccolo Delle Chiaie, Vedi! Ti vogliono incastrare!! Se ti incastrano
a te ti danno l’ergastolo!”. Menicacci quindi intima Romeo a smentire e
cambiare la versione: “Di’ semplicemente che ti sei confuso con
(incomprensibile), sei tornato in Sicilia per affari tuoi e che tu l’hai
portato fino a Ragusa…” . Interrogato dagli inquirenti Romeo, in accordo con
Mencacci, aveva anche negato di conoscere il capo della P2, Licio Gelli.
Anche con la compagna di Delle Chiaie Menicacci interviene e il 30 maggio 2022
e la loro conversazione viene intercettata. La donna ricordando dice : “… e
lui in Sicilia c’è stato solo un anno, per tre giorni se non sbaglio … ehh …“,
e l’avvocato: “in che periodo, questo è importante! in che periodo?” e lei: “Se
non sbaglio era estate, sì se non sbaglio era estate, però adesso …”, e
Menicacci: “Dove è stato quei tre giorni? eh … vatti a ricordare, non me lo
ricordo Ste … non me lo ricordo perché erano proprio gli inizi … che dopo non
mi sembra che fosse il 92, ma il 93”. Menicacci però non pare sollevato: “No,
questa storia dei tre giorni in Sicilia, non la tirare fuori” e la donna: “No,
no, assolutamente no! … no, non, non ci penso proprio”.
Riflette il
gip: “Una precisazione deve essere subito compiuta: la circostanza relativa
alla presenza del Delle Chiaie in Sicilia per tre giorni su cui il Menicacci la
invita a serbare il silenzio con gli inquirenti, sembrerebbe, quindi, diversa
da quella inerente la accertata presenza a Ragusa di Delle Chiaie insieme a
Romeo, sia per gli anni indicati dalla Casale (1992-93) sia per l’assenza del
Romeo in quest’ultima occasione. Si può dunque concludere che si tratti
di due diversi periodi di permanenza del Delle Chiaie in Sicilia“. Due i
punti certi quindi fino a questo punto la presenza per due volte in Sicilia di
Delle Chiaie e la volontà di Menicacci di annichilirle dalla storia
giudiziaria.
Il movente – Ma perché evitare che gli
inquirenti possano provare una presenza di Delle Chiaie che sarebbe solo il
punto di partenza di una indagine sugli ipotizzati legami tra Cosa nostra e
destra eversiva con sullo sfondo la presenza di servizi segreti deviati? Per il
giudice la vicinanza a Delle Chiaie avrebbe portato Menicacci a “essere
utilizzato per ‘attualizzare’ l’interesse investigativo sulla sua persona,
essendo egli già stato indagato (tra gli altri insieme ai defunti Licio Gelli e
Stefano Delle Chiaie) per concorso esterno in associazione mafiosa nel
procedimento meglio noto come “Sistemi Criminali”. “In altri termini,
dall’agire di Menicacci, più che l’intento di agevolare cosa nostra coprendo le
cointeressenze – allo stato, non dimostrate – con la destra eversiva
nella pianificazione delle stragi (ipotesi che l’indagato parlando
con Adriano Tigher definisce una “volgare menzogna”), sembra
trasparire solo il suo personale interesse a non vedersi nuovamente oggetto di
indagine”.
Il passato
che ritorna? – L’inchiesta
Sistemi criminali risale alla fine degli anni ’90. Secondo i pm di Palermo i
boss di Cosa nostra fra il 1991 ed il ’93, con l’appoggio della massoneria
deviata e dell’estrema destra, avevano progettato un golpe e volevano
“dividere” il meridione dal resto d’Italia. Un’ipotesi che era contenuta nella
richiesta di archiviazione presentata al gip nel 2001. I magistrati
sottolineavano nel provvedimento che erano scaduti i termini delle indagini
senza che fossero emerse ”prove certe” nei confronti dei 14 indagati: il capo
della P2 Licio Gelli (per cui per i giudici di Bologna
c’è la prova eclatante che contribuì all’attentato del 2 agosto 1980, ndr), Stefano Menicacci, Stefano Delle
Chiaie, Rosario Cattafi, Filippo Battaglia, Toto’ Riina, Giuseppe e
Filippo Graviano, Nitto Santapaola, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Giovanni Di Stefano,
Paolo Romeo e Giuseppe Mandalari. Secondo la tesi della Procura, Cosa nostra
”voleva farsi Stato”, e avrebbe tentato di abbracciare ”un golpe separatista”.
I capimafia,
Riina, Provenzano, Madonia e Santapaola avrebbero deciso nel ’91 una ”strategia
della tensione” (omicidio di Salvo Lima, stragi di Capaci e via D’Amelio, gli
attentati a Roma, Firenze e Milano), che sarebbe poi stata affiancata da un
piano, proposto da Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie e Stefano
Menicacci, che prevedeva ”un nuovo progetto politico”: la creazione
di un movimento meridionalista e la nascita delle Leghe meridionali. Il
progetto, però, alla fine del ’93 si interruppe: secondo i pm la mafia cambiò
gli appoggi politici e ”furono dirottate tutte le risorse – scrivevano i magistrati
– nel sostegno di una nuova formazione politica nazionale apparsa sulla scena”.
Il provvedimento, firmato dall’allora procuratore aggiunto Roberto Scarpinato,
dai sostituti Nico Gozzo e Antonio Ingroia e vistato dall’allora procuratore
Piero Grasso e dall’allora aggiunto Guido Lo Forte, e trasmesso alle procure di
Caltanissetta e Firenze e alla Direzione nazionale antimafia, faceva
riferimento anche ad un mandante occulto, su cui erano state
avviate indagini, per gli omicidi di Salvo Lima e del giudice Giovanni Falcone.
Ma questa storia è stata archiviata e questa di Caltanissetta sembra solo
all’inizio.
L’Italia *era* una repubblica democratica.
Tutti i cittadini *avevano* pari dignità sociale ed *erano^ eguali
davanti alla legge, senza distinzione di sesso e di razza…
La repubblica di Palermo
Una volta c’erano parecchie cose che ti davano diritto
a una bella scarica di legnate se eri giovane e avevi l’aria sbarazzina, ma fra
queste non c’era la complicità con Falcone. A Palermo invece, il 23 maggio 2023
(segnati la data, la chiedono agli esami), gli studenti sono stati picchiati
perché volevano mettere un fiore a Falcone. “Concorso esterno in associazione
antimafiosa”. Da quel giorno la repubblica, che già prima non stava tanto bene,
è diventata ufficialmente una res privata e la costituzione, che ogni tanto si
cercava sempre di abolire, non è stata abolita più ma semplicemente ignorata.
* * *
Tutta questa faccenda è stata un gran regalo per la
mafia, che ormai non è più una mafietta ma un Potere Mafioso. Se a toglierti
davanti i rompipalle ci pensa il Signor Prefetto e anzi direttamente il
Governo, hai molto più tempo di prima per le cose serie. “Ma scusa, non lo
facevano anche prima?”. Sì, ma prima lo dovevano fare di nascosto: ora invece è
ufficiale, ed è un bel risparmio. Ma noi, che facciamo?
* * *
Beh, possiamo fare una bella manifestazione di
protesta alla prossima occasione, per esempio – fra un mese e mezzo – per
Borsellino. Contenti?
Oppure, organizziamoci da subito per colpire mafiosi e
soci nel loro punto debole: il portafogli. Levargli i soldi di tasca, col
metodo La Torre. Referendum, legge, scioperi, autunno caldo per gli oligarchi
mafiosi.
Si può? Parliamone, e ti raccontiamo come abbiamo fatto
tutte le altre volte.
*
________________________________________
La repubblica di Catania
A Catania la mafia è arrivata tardi ma è arrivata
subito in alto e si impadronita profondamente dei gangli vitali della città. Il
potere qui, è solo secondariamente politico, ed è politico in quanto proiezione
del potere socio-economico, che Giuseppe Fava, molti anni fa, metteva
lucidamente al centro del potere mafioso.
Il potere mafioso – nell’economia, nell’informazione,
nei rapporti sociali, infine anche nella politica, a Catania costituisce la
grande rimozione; se ne parla pochissimo, e quel poco male.
Poco ne parla anche la “sinistra” e le elezioni che
potrebbe perdere onorevolmente, per ragioni politiche e culturali, le perde
invece catastroficamente e senza onore. Riesce a costituire liste puerili, di
brava gente (non tutta) aliena da ogni scontro reale, senza un programma che
parli della Cataniavera e non di Stoccolma.
* * *
Con tutto ciò, e nonostante l’indubbia decadenza,
Catania è ancora all’ avanguardia della politica, disgraziatamente. La sua ri
mozione del potere mafioso, e dunque la resa senza combattere ad esso, è stata
infatti un modello per la classe politica nazionale.
L’Italia, unico paese occidentale in cui la mafia sia
andata a più riprese al governo, ignora così totalmente il problema,
criminalità, che è un’altra cosa.
Ma sono passati molti anni dalle denunce di Fava, e
poi di dalla Chiesa, di D’Urso, di Scidà e di altri ancora; la mafia ha avuto
tutto il tempo e l’agio di farsi potere, come prima si prevedeva e ora si
constata.
I “Siciliani” sono stati fra quelli che l’hanno
contrastato e lo contrastano tuttora. Siamo stati un “partito” di giovani, e
con orgoglio lo rivendichiamo. Pensiamo che i ragazzi di ora, coi loro tempi e
con le loro forze, riusciranno ad esserne all’altezza.
di Domenico Stimolo ( per Lettera Memoria e Libertà)
Nella storia siciliana degli ultimi centotrenta anni, l’arco di tempo che va dall’ultimo decennio dell’ottocento al luglio 1960, è stato caratterizzato da lotte tenaci ed epiche messe in opera dalle classi subalterne, alla ricerca del riscatto sociale, da parte degli umili, degli sfruttati di sempre. Molti eventi, drammatici e tragici, furono contraddistinti da plurimi assassinii e stragi, realizzate da un’articolazione di poteri: ceti dominanti, mafia (loro braccio armato), dalle strutture militari rappresentanti lo Stato. Si continuò, con virulenza, fino agli accadimenti drammatici che riguardarono parecchie città del luglio 1960.
L’eccidio che si consumò nella giornata del 21 maggio 1921 alle porte di Modica, passata alla cronica come l’eccidio di “ Passo Gatta” , rappresenta uno degli eventi più insanguinati ed efferati. Sei gli uccisi: Vincenzo Carulli, Rosario Liuzzo, Raffaele Ferrisi, Agostino Civello, Carmelo Pollara, Carmelo Vacirca, diversi i feriti gravi
Bisognerebbe ricostruire in maniera avveduta il contesto sociale e politico in atto in Sicilia (e in Italia) dalla fine della prima guerra mondiale, per comprendere il senso delle lotte contadine, la ribellione degli sfruttati e degli umili (proprio nel significato impresso da Giovanni Verga nel suo verismo), la resistenza allo squadrismo fascista.
Però, per sinteticità di scrittura e per il significato di verità delle parole, lo “stato dell’arte” fu descritto mirabilmente nel dicembre 1955, poiché nulla era cambiato – trentaquattro anni dopo -, dal sommo poeta Ignazio Buttitta nel “ Lamento per Turiddu Carnevali “.
Così, nel percorso dei versi dedicati al sindacalista ucciso dalla mafia a Sciara il 16 maggio 1955 , descrive, con parole crude e schiette, più forti di un trattato storico – sociologico, la drammatica situazione in essere:……. “ Arricugghiu li poveri, amurusu, li dorminterra, li facci a tridenti“……..”I poveri radunò con tanto amore, i dorminterra, le facce a tridente, i mangiapoco con il fiato chiuso: il tribunale dei penitenti; di questa carne fece lega e polso e arma per combattere i potenti di quel paese esiliato e scuro dove la storia aveva trovato un muro”.
Questo era il contesto che caratterizzava la Sicilia alla fine del primo grande massacro mondiale, e nello specifico la provincia di Ragusa contrassegnata da una struttura socio-economica essenzialissime basata sulla coltivazione della terra.
Una condizione, da sempre immutata, fin dagli “albori della civiltà”, quando la stragrande maggioranza della popolazione cercava di sopravvivere in povertà perenne lavorando, sfruttata, nelle terre, da memoria antica perennemente in mano dei latifondisti, padri padroni dell’isola, in alleanza stretta con i poteri della nobiltà parassita e, poi, con il braccio armato della mafia, e , quindi, in successione, prima con i fascisti, e poi con il potere politico-affaristico-mafioso.
In quella fase storica, nei primi anni del novecento, specie nelle grandi aree urbane isolane, Catania e Palermo in particolare, già crescevano importanti nuclei industriali e considerevole attività di artigianato avanzato. A Palermo un rilevante nucleo di metallurgiche, a Catania siti articolati dell’industria e importanti strutture produttive operanti nella lavorazione e trasformazione dello zolfo. Le aree interne della Sicilia continuava intenso lo sfruttamento, anche in età infantile, dei lavoratori delle miniere per l’estrazione di questa importante materia prima, con grande peso nell’esportazione. I grandi movimenti di lotta dei lavoratori avevano già fatto nascere le Camere del Lavoro: a Palermo nel settembre del 1901, fondata da Rosario Garibaldi Bosco – uno delle guida principali nell’isola del Movimento dei Fasci siciliani, represso in maniera violenta e sanguinario dai governanti monarchici tra il dicembre 1893 e il gennaio 1894 che provocarono quasi cento uccisi -, a Catania il 19 luglio 1903, presidente Giuseppe De Felice Giuffrida – tra i più importanti organizzatori dei Fasci Siciliani, il sindaco catanese più famoso dall’unità d’Italia -; raccontano le cronache che all’inaugurazione della Camera del Lavoro sita nel palazzo dei Chierici , nella centralissima piazza Duomo erano presenti ventimila lavoratori. Nel 1919 a rilevantissimo supporto della Camera del lavoro di Catania venne dal nord, inviata dal partito socialista, la sindacalista socialista rivoluzionaria Maria Giudice, con funzioni di intervento in tutta l’area regionale. Poche settimane addietro a Catania si è svolto un importante convegno in sua memoria .
Già, dalla fine dell’ottocento, a seguito della repressione dei Fasci siciliani, dalla Sicilia si era determinato un rilevantissimo processo di emigrazione. In meno di trent’anni, fino alla presa violenta del potere da parte della dittatura fascista, in centinaia di migliaia fuggirono dalla Sicilia ( uomini, donne e bambini), dalla fame e dalle sofferenze quotidiane. In quella fase la “terra promessa” era l’America, del nord e del sud.
Dalla fine della prima guerra mondiale, in particolare dal 1919 al 1921, la Sicilia fu caratterizzata da un’imponente movimento di lotta dei lavoratori delle principali strutture produttive: contadini, industria, minatori …… Grandi eventi di occupazione delle terre da parte dei contadini affamati, scioperi pressanti di grande rilievo nei tessuti industriali isolani e nelle miniere. Quella fase fu chiamata il “biennio rosso” siciliano, utilizzando la stessa terminologia che in maniera originaria appellava i grandi movimenti di scioperi e rivendicazioni che contemporaneamente si svolgevano nelle fabbriche del nord Italia.
Il partito socialista ( in diversi casi affiancato dal partito popolare e dalle organizzazioni sociali loro connesse ) e l’organizzazione sindacale delle Camere del Lavoro della Cgil, guidando le lotte, si consolidarono in tutte le provincie siciliane, accrescendo in maniera molto importante la presenza e l’iscrizione, diventando punto di riferimento prioritario dei lavoratori dei diseredati in genere, nelle campagne e nelle città, per le terre, lottando e scioperando per l’aumento dei salari e la definizione dei nuovi contratti di lavoro. Importanti, in quel periodo, i risultati elettorali furono acquisiti dal partito socialista.
A Palermo il 14 ottobre 1920 fu ucciso dalla mafia Giovanni Orcel segretario dei metalmeccanici della Fiom ( già firte e ben radicata). In particolare nelle campagne il potere latifondista reagì con grande violenza, supportato dalla mafia, dai nazionalisti, dai fascisti che ormai si stavano organizzando in Sicilia; anche i militari ( delle varie strutture) si schierarono, “operando sul campo” …..non certo a favore di coloro che richiedevano pane, giustizia e libertà. Parecchi sindacalisti e capo lega vennero uccisi.
Un biennio contraddistinto da continue violenze, assassinii ed eccidi nei riguardi dei contadini e dei lavoratori, con molte decine di morti, gli eventi più tragici a : Riesi, Gela, Randazzo, Centuripe, Comiso.
Nel ragusano intense furono le lotte di rivendicazioni, anche contro il carovita che colpiva duro i proletari. Oltre a Ragusa il movimento si sviluppo nei principali centri cittadini: Vittoria, Modica, Comiso, Pozzallo….
Il partito socialista che era strutturato in maniera molto importante nelle elezioni comunali del 1920 ottenne risultati di grande rilievo conquistando la maggioranza in otto dei tredici comuni interessati al voto: Ragusa superiore, Acate, Comiso, Ispica, Modica, Pozzallo, Scicli, Vittoria; i socialriformisti conquistarono Ragusa inferiore, Giarratana e Monterosso. La recente capacità di mobilitazione dei ceti sfruttati e poveri aveva dato un risultato inaspettato assolutamente eccezionale, di segno diverso ai risultati delle elezioni politiche dell’anno precedente, ove il militante più in vista del partito socialista Vincenzo Vacirca era stato eletto in un collegio dell’Emilia, a Bologna.
La risposta padronale, dei proprietari latifondisti e terrieri, dei nazionalisti e dei fascisti che iniziavano a organizzarsi militarmente nell’area del ragusano / e del siracusano collegato, venne fuori presto, forte e brutale, in maniera nuova e inaspettata. L’uso della violenza spietata divenne il collante “ideologico” di queste bande e dei loro promotori, da praticare, singolarmente contro socialisti e sindacalisti o in maniera tragicamente appariscente e plurale contro le strutture politiche e sindacali, dei movimenti dei lavoratori, e i luoghi amministrativi che erano stati conquistati con le democratiche elezioni.
Il 1921 (come ampiamente avvenne in Italia) fu un anno contraddistinto da atti di violenza squadristica gravissimi nel ragusano e, in Sicilia. Innumerevoli furono gli eventi di aggressioni e assassinii – nel corso dell’anno precedente molti atti di violenza erano stati consumati in diverse località contro i lavoratori, il partito socialista, il sindacato e le amministrazioni di sinistra, il 15 marzo fu occupato il municipio di Vittoria – ; 7 aprile a Scicli furono saccheggiate e incendiate la Lega contadina e la chiesa metodista; 9-10 aprile a Ragusa, in piazza S. Giovanni, i fascisti attaccarono a colpi di pistola una manifestazione socialista con la partecipazione dell’on. Vacirca: tre gli uccisi, Rosario Occhipinti, Carmelo Vitale, Rosario Guerrieri, oltre 50 feriti, dopo gli squadristi assalirono e incendiarono la Camera del Lavoro, le sedi delle leghe dei contadini e degli operai, la sezione socialista; Modica, 18-19 aprile occupazione e distruzione della Camera del Lavoro, costretti alle dimissioni gli amministratori socialisti, assalita l’abitazione dell’on. Vacirca, bandito dalla città dai fascisti; in caso diverso sarebbe stato ucciso. Nella prima parte dell’anno in parecchi comuni amministrati dal partito socialista i Municipi furono presi d’assalto dalle bande squadristiche, a : Comiso, Modica, Pozzallo, Scicli, Ragusa, Vittoria, costringendo con la violenza alle dimissioni gli amministratori cittadini.
Il dato è che con il 1921 nell’area del ragusano i fascisti si organizzarono in maniera strutturale, aprendo sezioni, incrementando squadristi, iscritti e le disponibilità finanziarie concesse da coloro che si sentivano “disturbati” dalle rivendicazioni dei lavoratori. Nell’aprile del 1921 veniva inaugurata la sezione a Ragusa superiore.
Il 15 maggio 1921 si svolsero le elezioni politiche nazionali per l’elezione della Camera dei deputati, il partito socialista con oltre il 24% dei voti fu al primo posto ( il Pci, nato il 21 gennaio dello nstesso anno aveva avuto il 4,61%). Un risultato positivo c’era stato anche nel ragusano, e l’elezione dell’on. Vacirca.
Fu in questo quadro che a Modica il 29 maggio si svolse l’eccidio in contrada “ Passo Gatta”.
Quella mattina un corteo di lavoratori, oltre 1500 i partecipanti che si erano radunati nella detta contrada, alla periferia della città, per protestare contro le reiterate violenze che nel corso delle ultime settimane erano state condotte contro le organizzazioni sindacali, sociali e politiche della sinistra Il corteo aveva iniziato il suo percorso muovendo verso la via Roma. Varie fonti evidenziano che in quell’area stazionava un forte presidio di carabinieri e soldati. Improvvisamente, in quella strada, quando i manifestanti erano arrivati “ a tiro”, da alcuni edifici circostanti ( strutture urbane basse, come si usava in quegli anni) – dove si erano collocati gli squadristi fascisti – si iniziò a sparare forsennatamente contro i lavoratori. Una strage preparata in maniera preventiva. Molti, decine e decine, i feriti. In alcune cronache viene riportate che successivamente tre feriti colpiti dalle fucilate fasciste perirono, portando, quindi, a nove gli uccisi, , – lavoratori , socialisti e anarchici- A terra, assassinati, rimasero “i dorminterra, le facce a tridente, i mangiapoco con il fiato chiuso”…..
La violenza fascista, supportata in particolare dai grandi proprietari terrieri, continuo’, mese dopo mese, nel ragusano e in tutte le provincie siciliane, uccidendo decine di persone, molti i feriti. Tra i tanti brutali episodi si evidenzia, poiché era presente, Maria Giudice, l’evento tragico di Lentini ( Sr) del 10 luglio 1922 ( il paese era amministrato dai socialisti, dato che nelle elezioni amministrative dell’autunno 1920 avevano ottenuto 24 seggi comunali su 30). La sindacalista socialista dopo avere svolto un appassionato intervento venne arrestata. Nacquero furibondi scontri con le forze di polizia e un nutrito gruppo di fascisti-nazionalisti, che durarono tutta la notte: quattro gli uccisi, 50 i feriti.
Poi, nell’ottobre del 1922, il colpo di stato fascista ( sostenuto dalla monarchia regnante) con la cosiddetta “ marcia su Roma”. Il buio e le distruzioni della varie guerre fasciste calarono sull’Italia. La Libertà fu riconquistata ventitré anni dopo con la Lotta di Liberazione.
Nel caldo torrido dell’estate siciliana,
a 1,5 chilometri dai lustrini, dagli yacht, dalla città sovraeccitata da una
favola gonfia e passeggera, esiste la realtà. Una realtà che in troppi non guardano
mai e men che meno adesso, che tutte le energie sono rivolte ai sogni, alle
polemiche, ai dibattiti, alle banali seduzioni dei soldi e della fama. A 1,5
chilometri dal cuore della città “di aria e di luce”, c’è il grigio di un
asfalto dove si stende una vita dimenticata e ingabbiata da un surreale e
inaccettabile paradosso.
Steso sulla strada bollente e assolata,
sotto il muso di una macchina, con un cartone, che i volontari della Ronda
della Solidarietà di Siracusa hanno infilato nella fessura del cofano, a far da
tettoia, c’è Josef. Un uomo slovacco, rannicchiato tra l’auto e una stampella azzurra e
con un sacco di plastica bianca nelle vicinanze. Josef è un senza tetto,
clochard, barbone, chiamatelo come volete. Vive per strada insieme ad altri.
Sta male, consumato dal suo mal di vivere che lo ha portato tra gli ultimi, ai
margini. Tra quei margini per fortuna ci sono cittadini che si muovono per
garantire dignità, cibo, aiuto, cure a chi come Josef è rimasto solo. C’è
Marcello e ci sono le donne e gli uomini della Ronda della Solidarietà. Grazie
a loro, Josef oggi è uscito dal paradosso della morte e del silenzio.
La storia è incredibile e assurda e non
potrà che finire in procura per ottenere giustizia e accertare responsabilità
gravissime. La scorsa settimana, Josef e altri due uomini della strada
sono stati ricoverati in ospedale. Per Josef è stato disposto un TSO,
trattamento sanitario obbligatorio. Andava curato, necessariamente. Il Comune
lo dispone, l’uomo viene affidato alla struttura sanitaria insieme agli altri
due, con l’impegno di trovare una struttura per ospitarli subito dopo i giorni
di ricovero. I tre risultano positivi al Covid e quindi vengono portati
nell’apposito reparto. I volontari seguono la vicenda informandosi
costantemente. A un certo punto, nello scorso fine settimana, arriva la notizia
che uno di loro è morto. Ed è Josef.
Si pensa al riconoscimento, ma la bara è
sigillata per via delle misure anti-Covid. Quindi, in quella cella frigo c’è
Josef. Punto. La Ronda della Solidarietà allora si
muove per organizzare un funerale, una piccola cerimonia per salutare con
dignità quest’uomo. Avrebbe dovuto svolgersi questa mattina. E invece
no. Perché qualcuno dell’associazione, domenica vede Josef in giro e avvisa gli
altri. Stamane lo trovano in via Elorina, altezza Onda Blu. È al sole,
sofferente, non si alza, è sdraiato sull’asfalto. Così lo trovo anche io quando
mi chiamano per raccontarmi questa assurda storia e mostrarmi cosa accade. Poi
lo vedo sedersi, con la postura curva, la faccia rivolta in basso, ogni tanto
mi guarda smarrito quando pronuncio parole di indignazione per questa vicenda.
Josef è vivo e in quella cella
frigorifera c’è qualcun altro che non si sa chi sia. Uno dei tanti, uno di
loro, forse uno dei due che con lui era stato ricoverato. Il polacco o il tunisino,
chissà. Già, perché nemmeno loro, a quanto pare, sono in ospedale, ossia dove
avrebbero dovuto essere. Sono in giro, o forse uno è morto e l’altro in giro. E
che importa il nome, sono esseri umani soli e senza nomi, sono scarti, cosa
cambia che sia Josef il morto o un altro. Basta che si tolgano dai piedi, no?
Gli uomini della Ronda della Solidarietà
sono lì, hanno chiamato il 118, che si è rifiutato di portarlo in ospedale,
perché Josef non vuole andarci. “È maggiorenne, capace di intendere e di volere”.
Già, ogni tanto, per qualche minuto, forse sì, ma è malato e ha avuto un TSO.
Nulla. Non si può. Il 112 dice che devono occuparsene i vigili urbani, che a
loro volta non possono portarlo da nessuna parte perché è positivo al Covid.
Insomma, morale della favola: nessuno lo sposta da lì, dove il sole e le mosche
lo stanno sfinendo. Ci pensa la Ronda a farlo. Affitta una moto ape, lo fanno
salire sul cassone, indossando mascherine e guanti, a loro rischio. Lo portano
a Ortigia, in un posto all’ombra. A due passi da un set in cui si sta
raccontando la favola, tra Van con i vetri oscurati, telecamere, set.
Josef cammina a stento, a gattoni, non
si alza in piedi. Sta male, ma stanotte rimane per strada, la sua strada,
positivo al covid, malato, sofferente. Le autorità competenti, in questo caso
il Comune, stanno cercando di capire come fare, mentre l’Asp… non si sa. Forse
sta cercando di trovare una spiegazione al fatto che ci sono un morto non
identificato e due persone positive in giro, dimesse da non si sa chi.
Martedì Josef farà un tampone, se
dovesse risultare negativo sarà sistemato in una struttura dal Comune. Se fosse
positivo, beh, allora dovrebbe essere curato e preso in carico dalle strutture
sanitarie. Di certo, non dovrebbe essere lasciato per strada. Non doveva
accadere nemmeno questa mattina. Non dovrebbe accadere mai in un mondo civile,
in una città piccola e con pochi casi, nel 2022. Non dovrebbe accadere e
qualora accadesse per un corto circuito gravissimo, chi ha la responsabilità,
chi riveste il ruolo di massima autorità sanitaria, dovrebbe intervenire con
immediatezza e decisione. Magari interrompendo per un attimo la narrazione
della favola e tornando a ricordarsi che esiste la realtà. Molto meno glamour,
molto meno sorridente, molto più dura e triste.
Oggi ho provato un dolore enorme e dire
che ne ho viste tante di situazioni pesanti nella mia professione di
giornalista in tanti anni. Ma quell’essere umano abbandonato come un
sacco di immondizia in mezzo alla strada, mi ha strappato il cuore e i
nervi. Mi auguro che domani, chi di dovere, risolva questa situazione e
rimargini la ferita alla dignità di quest’uomo. E magari ci faccia sapere dove
sono finiti gli altri due e chi è il morto che giace solitario e sconosciuto in
una cella dell’ospedale.
AGGIORNAMENTO DEL 12 LUGLIO
La storia di Josef continua a essere la
fotografia di un meccanismo sociale che non funziona. Ieri sera Josef era a
Ortigia, nel luogo in cui dei volontari lo avevano accompagnato con una motoape
noleggiata. Un luogo dove poteva stare al riparo dal sole durante il giorno. È
stato rifocillato e seguito. Intanto, ieri pomeriggio, dopo un costante
confronto, è stato deciso che questa mattina, il Comune, che ha coinvolto anche
la Croce Rossa, avrebbe provveduto insieme all’Asp a effettuare il tampone a
Josef. Qualora fosse stato negativo, l’uomo sarebbe stato subito trasferito in
una casa di accoglienza del Comune. Altrimenti, sarebbe stato preso in carico
dall’Asp. Almeno, questo è quello che mi ha detto per telefono l’assessora
Carbone. Solo che Josef, in quel luogo in cui era stato lasciato ieri, questa
mattina non c’era più. Irreperibile.
Lo hanno cercato tutta la mattinata,
così come lo ha cercato durante il giorno anche la Ronda della Solidarietà.
Nulla. Sparito. Nel frattempo ho saputo che a quanto pare il clochard slovacco
non avrebbe ricevuto in ospedale il TSO disposto dal Comune. Perché? Non si sa.
E ho saputo anche che l’uomo, a dire dell’Asp, sarebbe risultato negativo e si
sarebbe allontanato volontariamente. E perché, considerate le sue condizioni di
salute e la sua chiara incapacità di intendere e di volere, nessuno lo ha
fermato? Non si sa.
Questa storia è tutta surreale e
misteriosa sul piano delle dinamiche e delle responsabilità.
Intanto anche per uno degli altri due
senza dimora che erano stati ricoverati con lui è stata disposta l’accoglienza
in una casa del Comune. Al momento sarebbe ricoverato però in un reparto Covid,
pare sia stato trasferito in quello di Noto. Il terzo uomo, invece, polacco,
dovrebbe essere colui che è deceduto e che si trova nella cella frigo
dell’ospedale. Dovrebbe essere sua la salma che era stata scambiata per quella
di Josef. Ma su questo solo supposizioni, perché non viene ammesso il
riconoscimento del corpo, in quanto la morte sarebbe giunta con in corso
l’infezione da Covid.
In serata, poco fa, arriva un’altra
notizia: Josef sarebbe nuovamente ricoverato in ospedale. Pare che ieri a
mezzanotte qualcuno, magari vedendolo mal ridotto, ha chiamato il 118, che
questa volta lo ha preso in carico e portato nel nosocomio siracusano.
Ovviamente tutto questo ha bisogno di
conferme e forse è ora che l’Asp, sollecitata a quanto so dall’assessora,
fornisca notizie chiare e certe e faccia luce una volta per tutte su questa
storia, dicendoci dove si trova Josef, dove si trova l’altro senza tetto
ricoverato, e soprattutto accerti l’identità di quel morto senza nome. Il
condizionale, infatti, non si coniuga con i diritti e la dignità delle persone.
Adesso che sappiamo, che abbiamo
compreso quale cortocircuito disumano abbia prodotto questa assurda vicenda,
abbiamo bisogno di certezza, trasparenza e spiegazioni, sperando inoltre che la
Procura acquisisca gli atti e verifichi come sono andate le cose e perché.
Perché storie così non possono passare in silenzio. Domani, vivremo un’altra
puntata di questo dramma. Speriamo che sia quella che ci conduca alla
conoscenza accertata dell’attuale condizione di Josef e degli altri due esseri
umani coinvolti in questa storia assurda e triste. [MP]