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domenica 5 luglio 2026

Come è stata trasformata la parola “complottista” per colpire chi pensa con la propria testa - Alessandra Ciattini

Da tempo mi occupo di ideologia e in particolare del modo in cui le ideologie sono create, diffuse e propagandate con strumenti sempre più perfezionati rispetto a quelli già alquanto raffinati impiegati dalla Sacra Congregazione "de Propaganda Fide", ossia il famoso è dicastero storico della Curia romana istituito nel 1622 da Papa Gregorio XV come risposta alla Riforma iniziata da Martin Lutero.

Questo organismo oggi è diventato la Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli ed ha come obiettivo organizzare l'attività missionaria cattolica e gestire l'evangelizzazione del mondo. E non solo di quello non cattolico, perché -come sosteneva papa Wojtyla- oggi occorre ricristianizzare l’Europa, che si è lasciata prendere dal materialismo edonistico proprio della precedente fase capitalistica e che in parte ancora resiste.

Come si può notare gli obiettivi di Propaganda fide erano senza dubbio grandiosi e si potrebbe pensare che la complessità del mondo odierno li faccia apparire eccessivi, esagerati. Eppure, non è così, come mostrano gli attuali conflitti e guerre di varia natura che mirano a ripristinare un dominio incontrastato ormai insostenibile. Purtroppo, il realismo non sembra essere un’inclinazione propria delle attuali classi dirigenti.

Che le parole non siano delle mere etichette da appiccicare alle cose, lo avevamo imparato da tempo. Eric Hobsbawm ci aveva insegnato che, per esempio, nelle scienze sociali la parola identità è apparsa negli anni Sessanta e che gradualmente ha sostituito la parola classe per indicare il legame tra un certo gruppo di individui. Come si può capire non si è trattato di un cambiamento superficiale, perché ha messo in discussione uno dei fondamenti sul quale si basavano organismi politici e sindacali, finendo col frantumarli e ponendo al loro posto gruppi che condividono soggettivamente certi atteggiamenti e certe rivendicazioni, in molti casi persino contraddittori con la loro stessa collocazione sociale. Si è trattato di un processo profondo che ha contribuito alla depolicitizzazione delle masse, previsto e auspicato da Z. Bzrezinski sin dal 1968, ossia proprio in un momento storico in cui il sistema capitalistico non sembrava ben accetto a tutti.

Come scrive Valentin Volosinov (Marxismo e Filosofia del linguaggio, Dedalo, Bari 1976), una parola non riflette dei contenuti interiori, essa nasce nell’interazione sociale, che è anche interazione tra classi, ed è usata per esprimere il proprio stato d’animo e la propria opinione, socialmente plasmati, cangiando significato a seconda dei contesti. Pur essendo unica come suono (a parte le diverse pronunce), essa racchiude una molteplicità di significati decifrabili dall’ascoltatore solo all’interno del contesto storico, politico, sociale in cui viene pronunciata.

Questa interessante definizione ci aiuta a ricostruire brevemente, sulla base del bel saggio del giurista Alessio Piccirilli, la storia recente del concetto di complotto, che si è imposto in maniera massiccia, negli ultimi decenni e non per caso, ma per rispondere a certe pericolose circostanze, che potevano dar luogo ad esiti incontrollabili e da alcuni inauspicati.

Come giustamente scrive Piccirilli: “La precisione del lessico giuridico è la prima garanzia di libertà per il cittadino: se i termini sono vaghi, il potere è arbitrario”. In particolare, ciò si è visto recentemente nel richiamo al concetto di diritto internazionale, la cui fondatezza è stata rinnegata o si è ritenuto opportuno di intenderlo in maniera elastica, evidentemente, estendendolo o riducendolo a seconda delle circostanze. Anche la signora Von der Leyen si è espressa in questo senso, prefigurando iniziative che andranno oltre esso.

La tesi sostenuta da Piccirilli e ben argomentata nel suo articolo consiste nella dimostrazione che “l’attuale uso del temine "complottista" (o "teorico della cospirazione") non costituisce il risultato di un'evoluzione organica e spontanea del linguaggio, bensì il prodotto di un'operazione di ingegneria sociale e guerra psicologica (PsyOp), ufficiale, codificata ed esplicitamente finalizzata a neutralizzare il controllo democratico sugli atti di governo”. Come osserva il nostro giurista, fino alla metà degli anni Sessanta il termine "complottismo", ovvero "teoria della cospirazione" non costituiva un insulto, era impiegato in senso neutrale e generico in ambito sociologico e storico. Esso si sarebbe trasformato “in arma di delegittimazione di massa” esattamente nell’aprile del 1967, quando la CIA inviò alle sue stazioni operative Il Dispaccio 1035-960 (https://history-matters.com/archive/jfk/cia/russholmes/104-10406/104-10406-10110/html/104-10406-10110_0002a.htm) con lo scopo di screditare chiunque mettesse in discussione le conclusioni cui giunse la Commissione Warren incaricata di far luce sull’assassinio del Presidente John F. Kennedy, le cui motivazioni e cause non sono state ancora del tutto chiarite.


Risulta evidente che la CIA, non in grado di spiegare il percorso del secondo proiettile, che colpì Kennedy definito magico per la sua improbabile traiettoria, e altri elementi salienti dell’evento, scelse di inscenare un’Operazione psicologica (PsyOp). Infatti, il documento invitava esplicitamente ad impiegare i media per attaccare, ridicolizzare i critici dei documenti ufficiali, presentandoli come individui mossi da motivazioni economiche, posizioni antigovernative o disturbi mentali. Sotto il profilo giuridico, secondo Piccirilli questo evento “segna il passaggio dallo Stato di Diritto allo ‘Stato di Propaganda’, dove la verità processuale viene sostituita da una verità prefabbricata e difesa tramite la gogna sociale”. Esattamente quanto è accaduto quando una serie di intellettuali sono stati definiti filoputiniani dal Corriere della sera, che qualche anno prima aveva anche rivelato i nomi dei componenti della Lobby rossa presente nella Sapienza di Roma, tra cui figurava la scrivente insieme al compianto Vito Francesco Polcaro e al noto Alberto Asor Rosa, anch’egli ormai scomparso.

Sotto il profilo del diritto, sempre secondo Piccirilli il comportamento della più celebre agenzia investigativa rappresenta il primo caso documentato di travisamento del potere informativo (purtroppo ve ne sono molti altri anche se ci limitiamo alle fasi democratiche), che si produce quando un apparato dello Stato interviene sull’opinione pubblica non per informare, ma per presentare come legittima solo la sua versione. Un procedimento analogo alle note produzioni della neolingua imposta ai sudditi nel libro 1984 di George Orwell. Osservazione che comprova la connotazione sociale e politica del lessico.

Dal punto di vista etimologico "congiura" o "cospirazione" derivano dal latino con-spiratio (spirare o respirare insieme), che sta ad indicare un’unione segreta di più persone che s’accordano per conseguire uno scopo comune, per lo più di natura sovversiva, contro lo Stato, le sue istituzioni, o in genere contro chi detiene il potere. Adottando questa impostazione chi contesta la versione ufficiale non è più un cittadino che esercita il dubbio, ma un soggetto affetto da "paranoia" o "irrazionalità".

Nel diritto penale, sostiene Piccirilli, la cospirazione, l’associazione a delinquere o il complotto politico sono azioni concrete, la cui fondatezza deve essere dimostrata mediante “un esercizio logico-investigativo neutro”. Invece, il su nominato dispaccio della CIA trasforma la parola complottista in un “epiteto patologizzante” affibbiato a chi commette un “reato di lesa maestà”, e pertanto è un folle o un nemico dello Stato, oppure entrambe le cose.

Inoltre, fatto paradossale, l’intelligence ha forzato il significato del termine complottismo per occultare un evidente complotto organizzato dagli stessi servizi deviati ai danni del rappresentante eletto da un popolo cosiddetto sovrano. Tale travisamento venne alla luce negli anni ’90 grazie al JFK Records Act, legge federale entrata in vigore il 26 ottobre 1992, la quale stabilì l'obbligo di raccogliere e declassificare tutti i documenti governativi riguardanti all'assassinio del Presidente Kennedy. Un contributo importante a questa scoperta è stato dato dalla ricerca di studiosi come il Professor Lance de Haven-Smith dell'Università della Florida.

Ma la verità era già venuta a galla quando nel 1979, dodici anni dopo il Dispaccio della CIA, venne reso noto il Rapporto finale dell'HSCA (House Select Committee on Assassinations), ossia l'atto conclusivo di un'indagine del Congresso degli Stati Uniti durata due anni, il quale considerò plausibile una "probabile cospirazione", smentendo quanto affermato dalla Commissione Warren.

Il caso più noto di quest’uso deviato del complottismo è quello di Jim Garrison, Procuratore distrettuale di New Orleans, il quale ebbe il coraggio di istruire l'unico processo per cospirazione sull'omicidio Kennedy, argomento del bel film di Oliver Stone. Questi fu ostacolato nelle sue indagini, fu attaccato e ridicolizzato, presentato come un ossessivo e persino come un latente omosessuale, e ciò perché aveva intuito i legami tra i servizi segreti e il mondo della sovversione. I suoi testimoni più importanti furono messi a tacere con minacce o persino con l’assassinio.

Secondo Piccirilli si trattò di un "furto di democrazia", in quanto lo Stato non cercò solo di nascondere un delitto, ma anche di trasformare chi tentò denunciarlo in un "appestato sociale”, punendo così non un reato (indimostrabile), ma chi non ha accettato la versione ufficiale, come nel caso del colonello Jacques Baud e di altri studiosi e giornalisti europei e statunitensi, accusati di essere filorussi e per questo persino sanzionati economicamente e per di più a tempo indeterminato. Questi studiosi hanno semplicemente esposto in maniera convincente e argomentata che la Federazione russa non costituisce una minaccia per il cosiddetto Occidente, con cui in realtà vorrebbe collaborare dal punto di vista economico, politico e culturale a vantaggio della stessa Europa. E d’altra parte chi può negare che il nazifascismo è stato sconfitto in primis dall’Armata rossa e che la cultura russa fa parte integrante della cultura europea? Si potrebbe e affermare che l’uso odierno di complottismo ha sostituito con successo un altro termine in voga sin dagli inizi del Novecento, quanto tutti coloro che si opponevano alle guerre, che per trenta anni hanno devastato l’Europa, erano definiti disfattisti, in quanto avrebbero messo a rischio la Sicurezza nazionale. Facendo riferimento a quest’ultima, è diventato possibile prendere delle misure apparentemente apolitiche e amministrative, non sottoponibili ad una valutazione giuridica, contro le quali pertanto non ci si può appellare né difendersi e che per di più sono a tempo indeterminato.

Secondo Piccirilli, pertanto, il Dispatch 1035-960 della CIA sollecita a presentare i critici delle versioni ufficiali come "mentalmente instabili" e con questa decisione produce un radicale cambiamento nel campo dei diritti politici, ciò che il nostro giurista definisce La metamorfosi del diritto. In virtù di questa trasformazione si passa “dallo Stato di Diritto allo Stato Terapeutico” e l’oppositore è costretto ad abbandonare il ruolo di avversario politico per divenire un infetto da isolare, perché contaminante. La conseguenza di ciò è che il cittadino non si trova più libero di esprimere le sue opinioni se sono critiche, perché teme di essere perseguitato. Piccirilli definisce questa reazione Chilling Effect (Effetto Congelamento).

Data la subordinazione dello Stato italiano agli Usa non c’è da meravigliarci che queste direttive siano state recepite anche nel nostro paese, nel quale si sono attivati strumenti di controllo della disinformazione, delle cosiddette fake news (con il solito anglicismo) come, per esempio, Red Button, il servizio on line offerto dalla Polizia postale attraverso il quale è possibile segnalare da parte di chiunque contenuti che sembrino fake news, o notizie false. Tuttavia, occorre sottolineare che esse contraddicono i nostri principi costituzionali, in particolare l’art. 21, che -come sottolinea Piccirilli- non solo garantisce la libertà di manifestazione del pensiero, ma anche quella di essere informati in maniera adeguata.

A ciò si aggiunge anche la violazione dell'Articolo 3 della Costituzionale, che recita “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale…”, per la semplice ragione che con questi oltraggi artificialmente standardizzati vengono demonizzati quei cittadini che si limitano ad esercitare i loro diritti e che in seguito a questo si trovano ad essere marginalizzati.

Nell’attuale scenario internazionale fortemente conflittuale, in cui i leader europei invocano ogni giorno la guerra contro il minaccioso Orso russo, tali orientamenti politici sono deleteri e non rispettano nemmeno la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU), secondo la quale la verità non deve esser gestita in maniera monopolistica dalla Stato, perché ciò lederebbe la libertà di espressione, caposaldo dei Diritti umani, cui ipocritamente fa appello la Ue.

Dato l’uso che si è fatto di questi strumenti illegittimi, possiamo affermare che si tratta di espedienti appositamente confezionati per occultare scelte politiche non da tutti condivise prese dagli alti vertici dello Stato e dall’Intelligence, che ormai ha un ruolo enorme in tutti i campi e persino in espansione a causa dell’innovazione tecnologica nell’ambito del controllo di massa.

Secondo Piccirilli saremmo di fronte a un "delitto di Stato ai danni dello Stato e dei cittadini", poiché in questo caso le stesse istituzioni pubbliche si avvalgono di mezzi illegittimi per ingannare la popolazione, calpestando il Dovere di lealtà Istituzionale. Purtroppo, questi comportamenti delle istituzioni sono appoggiati da mezzi di comunicazione privati ma filo-governativi, che contribuiscono in maniera sostanziosa al controllo dell’informazione e alla manipolazione della cosiddetta opinione pubblica. Per esempio, abbiamo sperimentato come viene gestito l’esito delle elezioni, sostenendo apertamente un candidato e criminalizzando il suo oppositore; abbiamo anche potuto renderci conto di come vengano alimentate convinzioni infondate - come l’accusa di terrorismo - dalle cui ricadute traggono vantaggio le élite dominanti, che possono così influenzare la politica estera secondo i loro desideri. Centrale è divenuto l’impiego del concetto "Sicurezza Nazionale" per ottenere tali obiettivi e probabilmente per occultare non solo la grave crisi economica del sistema capitalistico, ma anche quella del sistema liberal-democratico, trasformatosi in un mostro autoritario che criminalizza il dissenso.

Come si è già sottolineato, la criminalizzazione, per esempio, da parte dell’Ue è giunta al congelamento dei beni appartenenti ai cosiddetti dissidenti, i quali avrebbero diffuso notizie false o interpretazioni contrarie agli interessi dell’Unione, implementando regolamenti fortemente limitativi della libertà di espressione. Si veda il Regolamento (UE) 2022/350, lo stesso che ha bloccato la diffusione nello spazio europeo dell’informazione proveniente dalla Federazione russa.

Piccirilli avverte che si tratta di una decisione assai pericolosa, perché la disinformazione non costituisce di per sé un reato nel Codice penale e, pertanto, viene punito non in quanto tale, ma sulla base di valutazioni politico-ideologiche e inteso quasi come una sorta di tradimento. Tale comportamento sembrerebbe prefigurare una sorta di sistema di credito sociale fondato su misure amministrative, che addirittura colpiscono la stessa sopravvivenza del “condannato”, senza che nessun giudice si sia espresso sulla natura dell’eventuale reato, sulla necessità di sanzionarlo, sull’esistenza di prove. Inoltre, nei nostri sistemi giuridici non esistono delitti che vengono colpiti da tali gravi misure.

Ovviamente la lettura di queste considerazioni richiama alla mente il tanto vituperato sistema di credito sociale cinese, sui cui caratteri c’è stata molta disinformazione e che non costituirebbe un sistema di controllo dei cittadini. Si tratta piuttosto di un sistema di valutazione credizia non diverso da quelli in vigore in altri paesi, solo che prende in considerazione oltre all’attività finanziaria, le violazioni del diritto e il comportamento poco etico. Tutti fattori oggettivamente definiti e portati alla luce dalle istituzioni pubbliche. Inoltre, esso si articola in quattro rami: uno per i comuni cittadini, uno per le imprese e le altre organizzazioni, uno per i funzionari governativi e uno per i membri del potere giudiziario. Nel civile contesto occidentale, invece, opera una strana commistione tra istituzione pubbliche e private: il colonnello Baud è stato sanzionato dal Consiglio dell'Unione Europea, perché avrebbe diffuso propaganda e disinformazione a favore della Russia impegnata nella guerra contro l’Ucraina (in realtà contro la NATO). In seguito a questa “condanna” le banche hanno bloccato i suoi conti e gli è stato proibito di viaggiare nell'UE.

Qualcosa di analogo era già accaduto in Canada, dove nel 2022 sono stati congelati i conti dei camionisti in sciopero in opposizione alle misure anti Covid e per altre ragioni di malcontento, molti dei quali furono arrestati. Evidentemente il governo non gradiva le loro proteste che creavano gravi problemi alle industrie importatrici ed esportatrici e, pertanto, in questo caso era pronto a violare i diritti dei suoi cittadini.

da qui

domenica 5 novembre 2023

Un “nuovo 11 settembre”: il paradigma della guerra permanente come deterrenza finanziaria - Fabio Vighi


Non sorprende che i media occidentali abbiano etichettato gli attacchi di Hamas del 7 ottobre come un “nuovo 11 settembre”. Naturalmente, si riferiscono al racconto ufficiale dell’11 settembre, indelebilmente impresso nella sua terrificante iconografia (che però tende a escludere la risposta scatenata dagli Stati Uniti in Medio Oriente nei due decenni successivi, una prolungata operazione genocida nota come “guerra globale al terrore”). Ciò che l’etichetta “nuovo 11 settembre” dovrebbe evocare, in realtà, è l’opposto di quanto i mass media lasciano intendere: e cioè che dall’11 settembre 2001 a oggi, le emergenze globali si susseguono senza soluzione di continuità affinché il proverbiale barattolo (il fallimento del sistema economico globale) possa essere calciato un po’ più in là.

Se cerchiamo un indizio rispetto a cosa potrebbe aver scatenato la più recente iterazione della crisi israelo-palestinese, potremmo iniziare dalle parole di Joe Biden dell’11 ottobre: ​​‘Quando il Congresso ritornerà, chiederemo loro di intraprendere azioni urgenti per finanziare le esigenze di sicurezza dei nostri partner strategici.’ Com’era prevedibile, aumentano le commesse per il warfare (inteso come deficit spending per la guerra), che aveva già spiccato il volo con i primi finanziamenti ucraini, funzionando così anche da moltiplicatore del PIL americano. Perché il mercato del debito è il primum movens, l’asse attorno a cui girano le cose di questo mondo, e dev’essere tenuto costantemente lubrificato. Il 19 ottobre, in un discorso dallo Studio Ovale trasmesso in prima serata, Biden ha messo i panni dell’imbonitore televisivo per dichiarare: ‘Hamas e Putin rappresentano minacce diverse, ma hanno questo in comune: entrambi vogliono completamente annientare una democrazia vicina… E continuano a farlo. E il costo e le minacce per l’America e il mondo continuano ad aumentare’. Da qui la richiesta di nuovi miliardi di dollari in pacchetti di emergenza destinati sia all’Ucraina che a Israele (ma anche alla sicurezza delle frontiere con il Messico e altre “crisi internazionali”). È un po’ come se ci stessero vendendo due guerre al prezzo di una – Joe Biden in versione Vanna Marchi.

Ricordiamo che dal marzo 2020 il debito pubblico USA è cresciuto di un sobrio 10 mila miliardi; eppure, considerata la condizione ormai catastrofica dell’obbligazionario, non ce n’è mai abbastanza, al punto che servono nuove crisi geopolitiche, a getto continuo, per innaffiare il sistema di liquidità. Ma nonostante l’innesco del nuovo fronte mediorientale muova miliardi, possiamo star certi che servirà presto qualcosa di ancor più devastante, da utilizzare come grimaldello per aprire i cancelli dello stimolo creditizio vero e proprio, di cui necessita innanzitutto il grande castello di carta ubicato a Wall Street.

Covid, Ucraina, Israele. Nonostante le diverse caratteristiche, in termini sistemici si tratta di emergenze intercambiabili lanciate in orbita con tempismo diabolico. Il comune denominatore della metanarrativa emergenziale, che il Covid ha inaugurato in grande stile, è sempre lo stesso: le crisi globali richiedono finanziamenti, ovvero alluvioni di liquidità che si spera abbiano lo stesso effetto del Quantitative Easing, specie su mercati obbligazionari che, come certifica Bank of America, stanno attraversando il più grande periodo ribassista di tutti i tempi. Per questo, chi dice che “la guerra è la miglior cura per il Covid” coglie nel segno (anche se il contrario potrebbe sempre tornare di moda). Le crisi geopolitiche globali, possibilmente dai tratti apocalittici, sono calamite che attraggono “denaro magico” nell’hic et nunc, nel tentativo, maldestro oltre che criminale, di rinviare il tracollo del sistema finanziario. Anche la sola minaccia di escalation militari o presunte attività terroristiche ha il potere taumaturgico di far sbocciare finanziamenti dal nulla. Occorre davvero comprendere che questi “grandi eventi” sono ormai, in primis, fenomeni di deterrenza finanziaria.

In occidente, stiamo tornando al vecchio manuale della “guerra al terrorismo”, come recentemente dimostrato in Francia e Belgio. Il direttore dell’FBI, Christopher Wray, ha subito emesso un annuncio ufficiale sull’aumento del rischio terrorismo su suolo americano. In realtà, la minaccia del “terrore jihadista” era stata rispolverata ben prima degli attacchi del 7 ottobre. Ad esempio quando, nel maggio 2023, il ministro degli Interni francese Gérald Darmanin si recò in visita ufficiale negli Stati Uniti per chiedere maggiore collaborazione dell’intelligence americana contro il ‘terrorismo islamico’, che, con incredibile lungimiranza, definì (maggio 2023) ‘la principale minaccia in Europa’. Un avvertimento ripetuto quasi testualmente il luglio scorso dalla corrispettiva ministra britannica Suella Braverman, che ‘ha identificato il terrorismo islamico come la principale minaccia interna del Regno Unito’, aggiungendo che ‘gli estremisti potrebbero utilizzare l’intelligenza artificiale per pianificare attacchi terroristici più sofisticati’. Questo è, in sintesi, il motivo per cui l’espansione della guerra dall’Ucraina al Medio Oriente, con il ritorno del grandguignolesco “terrorismo islamico”, era da tempo candidato principale al premio “Prossima Crisi”. Usato sicuro, déjà vu di un déjà vu.

Se adottiamo l’approccio morale, la verità dell’evento può essere riassunta con le parole di Amira Hass, che il 10 ottobre ha scritto su Haaretz: ​​‘In pochi giorni, gli israeliani hanno vissuto ciò che i palestinesi hanno vissuto come routine per decenni, e stanno ancora vivendo – incursioni militari, morte, crudeltà, bambini uccisi, corpi ammucchiati sulla strada, assedio, paura, ansia per i propri cari, prigionia, diventare bersaglio di vendetta, fuoco letale indiscriminato sia su persone coinvolte nei combattimenti (soldati) che chi non è coinvolto (i civili), costante inferiorità, distruzione di edifici, feste o celebrazioni rovinate, debolezza e impotenza di fronte a onnipotenti uomini armati e umiliazioni brucianti.’ In modo simile, ma politicamente più cauto, Slavoj Zizek ha dichiarato che ‘Hamas e gli estremisti israeliani sono due facce della stessa medaglia. La scelta non dev’essere tra una fazione fondamentalista o l’altra; la scelta è tra i fondamentalisti e tutti coloro che credono ancora nella possibilità di una coesistenza pacifica.’ Per quanto condivisibile, la critica moralistica rischia però sempre di scivolare in idealismo di superficie, buono magari per i salotti televisivi ma incapace di mettere a fuoco la differenza elementare tra oppressori e oppressi (o tra dominazione coloniale ed esclusione): la Palestina è da tempo ridotta a enorme campo di concentramento da uno stato colonizzatore che, essenzialmente, agisce come avamposto della politica estera statunitense, e insieme come diretta espressione degli interessi economici di lobby oligarchiche legate in particolare al complesso industrial-militare americano.

Se c’è chi sostiene che il governo di estrema destra di Bibi Netanyahu costituisce un grattacapo per l’amministrazione Biden, sarebbe più coerente osservare che il leader israeliano ha ricevuto il sostegno incondizionato degli Stati Uniti (e di tutti i governi satelliti occidentali). Ovvero armi, dollari, e tanta simpatia, conditi con la solita dose di propaganda. Joe Biden continua a fornire a Netanyahu un ingente e sofisticato supporto militare, più che sufficiente per quella che lo stesso leader israeliano ha da subito definito ‘una lunga guerra’ (in controtendenza con i classici blitz israeliani). Inoltre, com’è noto, gli Stati Uniti hanno posto il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per sospendere le ostilità. La realtà è dunque nei fatti, come efficacemente riassunto da Miranda Cleland: ‘Piuttosto che chiedere un cessate il fuoco immediato, l’amministrazione Biden sta lavorando attivamente per fornire ulteriore copertura alle atrocità israeliane a Gaza.’ Copertura che potrebbe persino aiutare Netanyahu a rinsaldare la propria legittimità politica a dispetto dei tre capi d’accusa che pendono sulla sua testa.

Anziché limitarci a ripetere pedissequamente la filastrocca “ogni estremismo è sbagliato”, dovremmo dunque sottolineare come il genocidio attualmente perpetrato nella striscia di Gaza rappresenti il “cuore di tenebra” del fondamentalismo occidentale. Non dimentichiamo che solo nell’ultimo decennio numerosi attacchi contro i palestinesi avevano già causato migliaia di vittime, la maggior parte civili. Eppure, dovremmo sempre sentirci moralmente obbligati a condannare per primo il terrorismo di Hamas. E la resistenza palestinese ci va bene solo quando decidiamo noi che tipo di resistenza dev’essere; cioè passiva, ovvero per nulla resistente.

Diciamo allora che, rispetto all’eccidio in corso, qualsiasi opinione critica che ponga la pari responsabilità dei due estremismi viene articolata da una posizione di continuità con gli interessi del grande capitale, se non altro perché presuppone, più o meno segretamente, che i gestori di sistema siano in grado di ripristinare un qualche tipo di ordine geopolitico. Ciò che tale prospettiva non prende in considerazione è lo scenario opposto, e cioè che chi muove le leve del potere possa gestire questi eventi per mantenere il controllo su un modello socioeconomico ormai in palese decomposizione. Il difetto della critica moralistica, in altre parole, sta nell’ignorare che emergenze e massacri di massa globali fanno parte dell’inerzia implosiva del capitalismo contemporaneo; anzi, sono gli ingredienti principali di un macabro disegno di distruzione (in)controllata.

Dovrebbe ormai essere chiaro che tanto il capitale quanto i suoi grotteschi rappresentanti non provano che indifferenza rispetto alla quantità di dolore che infliggono all’umanità. In quanto pulsione anonima, il capitale non è che la cieca ripetizione della sua legge di movimento; definizione che qualifica non solo la compulsione interna all’auto-espansione del profitto, ma anche la determinazione esterna delle condizioni di possibilità di tale legge interna, tra cui 1) la fabbricazione/manipolazione di “crisi globali”, da far esplodere quando necessario; e 2) la repressione autoritaria del dissenso, dalla criminalizzazione dei “no-vax” alla repressione delle voci filo-palestinesi. Consciamente o inconsciamente, le élite sono l’espressione antropomorfica di ferrei imperativi sistemici. Sempre più schiacciato da un declino inarrestabile, l’occidente “democratico” rivela ancora una volta il suo vero volto – con l’ausilio della solita eterogenea manovalanza di cheerleader pseudo-intellettuali.

A questo proposito, i cani da guardia della “teoria del complotto,” sempre pronti a ringhiare contro chi non si allinea alla versione ufficiale, ignorano non solo che il complotto è un fatto storico comune a tutte le società, ma soprattutto che il potere della macchina sociale del capitale è ipso facto complottista. Menzogne ​​e propaganda sono parte integrante del modus operandi della globalizzazione capitalista, forma di universalismo tanto fasulla quanto violenta. La stessa modernità può dirsi iscritta a priori in una narrazione sociale oggettivata, “reificata”, programmata per ricreare le proprie condizioni di possibilità, indipendentemente dalle nefandezze necessarie a farlo. Secondo Hegel la storia del mondo è ragione [Vernunft] auto-causata e auto-realizzata[1]. Ebbene, questo processo di auto-causazione, di auto-produzione della storia delle civiltà – che il capitale incarna alla perfezione in quanto “auto-valorizzazione del valore” – non avrebbe luogo senza il governo segreto delle classi dominanti, indipendentemente da quanto controproducenti o deliranti possano poi rivelarsi le loro azioni. Meglio mettersi in testa che oggi l’imperativo dei funzionari del sistema-mondo è puntellare i presupposti finanziario-monetari di un modello socioeconomico in caduta libera. Visto da questa prospettiva critica, il controllo esercitato da singoli soggetti risulta indistinguibile dalla violenza oggettiva di sistema, così come il movimento del capitale è indistinguibile dai suoi pianificatori seriali. Per questo l’attuale guerra alle “teorie del complotto” è paragonabile alla guerra alle “eresie” nell’Europa medievale[2]. La sua principale funzione ideologica è tappare la bocca al pensiero critico, stigmatizzando qualsiasi domanda, dubbio, o convinzione che sia conflittuale rispetto alla narrazione ufficiale.

Il principale difetto degli approcci moralistici nei confronti dell’Ucraina o di Gaza è che perdono di vista la contraddizione chiave del sistema: il fatto che viviamo in un’epoca di emergenze globali compulsive, alle quali, in termini di logica sistemica, non può essere permesso di fermarsi. Dal punto di vista della riproduzione del nostro mondo, guerre e distruzioni difficilmente possono essere evitate, o addirittura messe in pausa. Siamo arrivati al punto per cui la discesa nella barbarie diventa elemento imprescindibile per la permanenza delle attuali relazioni capitalistiche. Il problema vero e urgentissimo da affrontare – sia filosoficamente che politicamente – è come intervenire nell’ineluttabile; come concepire interventi che non rimangano imprigionati nella perversa spirale del collasso in atto.

Sui media alternativi, il parallelo tra il 7 ottobre e l’11 settembre attinge alla loro comune “sindrome di Frankenstein”. Proprio come gli Stati Uniti sono stati colpiti dalla loro creatura da laboratorio allevata dalla CIA, Israele si troverebbe ora ad affrontare il contraccolpo di un “mostro” che i servizi di intelligence di Tel Aviv hanno alimentato per decenni, inizialmente con l’obiettivo di indebolire l’OLP (laica) di Yasser Arafat, e far naufragare la soluzione dei due stati indipendenti (Accordi di Oslo del 1993). Per quanto plausibile, questo parallelo risulta irrilevante se non lo inseriamo nel contesto profondo. La stessa “nebbia di guerra” alimentata dai media nasconde il motivo elementare del conflitto: il massacro è destinato ad espandersi a macchia d’olio in modo tale che lo stesso fenomeno espansivo possa interessare il denaro. Questa connessione tra credito e violenza è diventata il filo conduttore della storia del capitalismo. Negli ultimi anni, la decomposizione della nostra civiltà ha subito una tale accelerazione da mettere in secondo piano tutte le principali contrapposizioni geopolitiche. Oggi le emergenze planetarie devono susseguirsi a ritmo serrato perché i presupposti finanziari e monetari del sistema globalizzato stanno saltando. L’illusione di un’economia drogata di debito verrà dunque mantenuta in vita solo grazie a ulteriori sacrifici di “animali umani” – tanto per citare il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant (peraltro, tutti gli esseri umani sono, in senso stretto, “animali umani” – solo che alcuni sono decisamente più uguali di altri).

Quanto sopra non dovrebbe stupirci. Se la storia della modernità è costellata di macerie, il capitalismo è sempre stato un’“impresa bellica”. I suoi manager funzionali non hanno mai esitato a mandare milioni di esseri umani al macello per soddisfare le esigenze di sistema, insieme alle loro. Abbiamo forse già dimenticato i legami tra le élite finanziarie anglo-americane e la Germania nazista? JP Morgan & Co., Standard Oil, General Motors, Ford, Harrison Brown, Vickers-Armstrong e molti altri giganti del “mondo libero” finanziarono la resistibile ascesa al potere di Hitler e continuarono a investire capitali nella Germania nazista durante tutta la Seconda Guerra Mondiale (anche grazie alla mediazione della Banca dei Regolamenti Internazionali, la “banca centrale delle banche centrali” con sede a Basilea)[3]. Autobahns, bombardieri Stukas, sommergibili U-Boot, veleno Zyklon B, campi di sterminio, ecc. – tutti mostrano le impronte digitali dell’occidente. Questi banchieri, investitori, e amministratori delegati non erano solo mele marce in cerca di facili profitti; c’era molto più metodo nella loro folle brama. Lo stesso devastante metodo nascosto nel Trattato di Versailles che, come profetizzato da Thorstein Veblen già nel 1920[4], non era che un ‘bluff diplomatico’ inteso a fomentare il radicalismo in Germania, risparmiando di proposito i ‘proprietari assenti’ del paese (il suo ‘establishment imperiale’), e dunque contribuendo a ripristinare un ‘regime reazionario’ in vista della ‘continuazione dell’impresa bellica’. Non possiamo cogliere l’essenza della modernità se la scolleghiamo dalla potenza di fuoco del capitale inteso come disordine sociale compulsivo, che oggi – ribadiamo il punto centrale – viene sciorinato senza soluzione di continuità per evitare che emerga il marcio, la bancarotta di sistema.

Il potenziale distruttivo dell’odierno “capitalismo emergenziale” è immenso. L’architettura sociale del sistema produttore di merci – che, come scrisse Walter Benjamin più di un secolo fa, è in realtà un culto religioso, tale appunto da richiedere sacrifici umani – attraversa oggi la sua fase terminale; al punto che solo gli eccidi delle “guerre giuste” possono nascondere il fallimento del suo modus operandi. Le “guerre giuste” dell’occidente “democratico” continuano (a fatica) a ergersi a rappresentanti del Bene contro presunti nemici che, quando reali, l’occidente ha consapevolmente allevato, o prodotto attraverso un’incessante oppressione sistemica. E questi nemici non mancano mai, anche perché l’oppressione non si è mai fermata. Ma è fondamentale rendersi conto che queste guerre funzionano come calamite per la creazione di credito. Vengono cioè attivate ​affinché quantità sempre crescenti (e mai sufficienti) di liquidità elettronica, creata al computer, possano essere immesse nel sistema drogato di debito. È inutile girarci intorno: oggi più che mai i leader politici, le organizzazioni militari, le forze di intelligence e di controspionaggio che coordinano gli eventi bellici sono tutti “prezzati” come merci nel mercato del grande capitale.

Al 18 ottobre 2023, l’importo totale di dollari in circolazione nel mondo intero ammonta a 2.3 mila miliardi, mentre il debito nazionale degli Stati Uniti ha superato i 33 mila miliardi, ed è ampiamente fuori controllo. Anche solo intuitivamente, questo dato dovrebbe dirci che stiamo danzando su una polveriera: una crisi di liquidità che, per essere posticipata, esige un aumento esponenziale del debito, ovvero della causa medesima del problema. Inoltre, quando si aumenta il costo del debito – come la Federal Reserve ha fatto dal marzo 2022 (primo rialzo dei tassi d’interesse) – senza poterlo ripagare, si devono giocoforza trovare motivi (capri espiatori) per creare liquidità sintetica (attraverso la banca centrale quale “prestatrice di ultima istanza”), almeno per coprire il servizio di quel debito. Il paradosso del nostro tempo è che la vita sociale è ostaggio di un sistema di sfruttamento socioeconomico basato su montagne di titoli di debito tossico che possono solo continuare a lievitare, con tutto ciò che ne consegue in termini di caos e distruzione. Come ho discusso nei miei articoli precedenti su La fionda, la crescita dell’economia reale oggi non può più neppure sognarsi di colmare il divario con l’indebitamento strutturale, poiché tale crescita è sempre più schiacciata dalla produttività tecnologica; mentre le entrate fiscali, in questo contesto, non hanno nulla a che vedere con alcuna ipotesi di crescita. Al momento, nessun altro evento al mondo genera più denaro della guerra (incluse le guerre epidemiologiche). Ciò conduce a una macabra conclusione: il rischio finanziario – oggi particolarmente acuto nei mercati obbligazionari – può oggi essere misurato non solo in valute fiat, ma anche in vite umane.

La coreografia da Truman Show in cui ci troviamo a vivere ci nasconde la permanente insolvenza di sistema. Quest’ultima può essere visualizzata come uno tsunami di margin calls che annienterebbe il settore finanziario e l’economia reale in un colpo solo. Per questo motivo l’unica vera domanda che conta oggi è la domanda di misure monetarie di emergenza, vale a dire la creazione (inflazionistica) di masse di denaro elettronico da immettere nell’architettura finanziaria per rinviare un catastrofico congelamento di liquidità il cui potenziale devastante, tuttavia, tali iniezioni monetarie non fanno che peggiorare. Ma queste cose non finiscono nelle prime pagine dei giornali, o nei dibattiti televisivi. Si preferisce attendere il crac per poi dirsi sorpresi che sia successo.

È altrettanto significativo che negli Stati Uniti si registra un numero record sia di senzatetto che di forza lavoro inattiva (che non cerca più lavoro). Dal 2020 gli inattivi ammontano a circa 100 milioni di adulti (contro 161 milioni di occupati o in cerca di lavoro), e sono in crescita del 58% rispetto al 1990. Inoltre, il 36% degli americani non possiede risparmi, e un altro 19% ha meno di 1.000 dollari da parte. Se mettiamo questo quadro desolante sullo sfondo dello spietato orologio del debito americano, il motivo per cui il nostro “sistema di crescita” sta sponsorizzando non solo il “basso consumo energetico” (capitalismo verde), ma anche guerre a getto continuo, dovrebbe esserci chiaro.

Stiamo ora entrando in acque davvero agitate – letteralmente. È probabile che alcune tra le principali rotte marittime siano influenzate dall’espansione del conflitto in Medio Oriente, il che significa che commercio e materie prime (compresa l’energia) sono a rischio di colli di bottiglia – un acceleratore sicuro per la recessione. È altrettanto possibile che presto, vista la pressione che continua a subire, l’Iran minacci di chiudere lo stretto di Hormuz – la principale arteria di transito per il commercio di petrolio e di gas a livello mondiale – innescando un effetto domino in grado di mettere il turbo alla crisi, e spalancare le porte alla (tanto attesa) recessione globale. Come nel caso del Covid, questa situazione costringerebbe le banche centrali a stampare denaro in modalità Lo Turco (dal celebre film con Totò La banda degli onesti), ovviamente usando la guerra come capro espiatorio. Il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga ha già definito l’attuale nuovo conflitto uno “shock economico globale”. Senza cattive notizie, insomma, è probabile che i tassi rimangano higher for longer (secondo la ricetta di Jerome Powell); tuttavia, più a lungo rimarranno alti, più probabile sarà un evento creditizio. A oggi, le perdite “non realizzate” delle banche statunitensi, relative a portafogli obbligazionari conservati fino a scadenza, sono da record storico: 650 miliardi di dollari. Si tratta di obbligazioni detenute nei bilanci delle banche che, sulla base dei tassi di interesse attuali, generano perdite non ancora contabilizzate. Forse questa spada di Damocle ha qualcosa a che fare con ‘i tagli silenziosi di migliaia di dipendenti operati dalle grandi banche’; forse c’è una connessione tra i massicci licenziamenti di Bank of America e le sue monumentali perdite “non realizzate” di 131,6 miliardi di dollari. Ma ciò che conta davvero è che un intero ecosistema finanziario garantito dai titoli del Tesoro USA (Treasury Bills) si trova ora esposto a una mega margin call interplanetaria. E forse tutto ciò ha qualcosa a che fare con il tempismo del “nuovo 11 settembre”.

Gaza, come il Donbass, era una bomba a orologeria pronta a esplodere. Non è forse legittimo chiedersi come mai Israele, uno Stato basato letteralmente sull’intelligence e sulla sicurezza (Mossad e Shin Bet), si sia fatto sorprendere da soldati di Hamas entrati nel suo territorio via terra, mare, e aria (con parapendii motorizzati)? La storia della facile violazione del “sistema di sicurezza senza pari” di Israele suonerà a molti altrettanto assurda di altre “storie ufficiali” che ci sono state raccontate negli ultimi tempi, e in ogni caso dal 22 novembre del 1963. Naturalmente, un simile attacco non deve per forza di cose essere un false flag. Più realisticamente, può essere consentito o facilitato. Ma indipendentemente dalle modalità dell’attacco, rimane la realtà del caos e della destabilizzazione, che se solo ampliamo lo sguardo sul contesto implosivo del nostro mondo non possono non apparire gestiti dall’alto.

Fondamentale per il corretto funzionamento ideologico dello scenario di emergenza è la sconvolgente rappresentazione mediatica dell’orrore. La narrazione ufficiale deve insomma potersi condensare in poche immagini di indicibile ripugnanza, il cui scopo immediato è quello di sgombrare il terreno da qualsiasi dubbio o opposizione circa la liceità di una ritorsione “proporzionata”, come appunto quella di Israele nella striscia di Gaza. Per comprendere l’uso ideologico dell’orrore potremmo ricorrere al concetto kantiano di sublime, sviluppato dal filosofo di Königsberg nella Critica del giudizio alla fine del XVIII secolo: un’esperienza estetica talmente soverchiante da trascendere sia le forme sensibili di riferimento che le nostre capacità intellettuali. Il sublime ci mette di fronte a un livello di disordine tale da rendere vano qualsiasi tentativo di contenerne o organizzarne il senso in termini mentali. Mi pare indiscutibile che i media abbiano sviluppato la capacità perversa di utilizzare il sublime, in termini negativi, come “rappresentazione dell’irrappresentabile”. Che si tratti dei voli di linea dirottati sulle Torri Gemelle, delle efferate azioni dell’Isis, dei camion di Bergamo carichi di bare a inizio “pandemia”, della carneficina di Bucha, o del massacro del kibbutz israeliano “con 40 bambini decapitati”, siamo di fronte a quelli che potremmo chiamare UMO, Unidentified Media Objects. Che siano vere, parzialmente vere o false, la loro missione – tecnicamente facilitata nell’epoca dei deepfakes – è strumentalizzare l’essenza mostruosa e immane del reale che, secondo la celebre definizione di Kant, ‘supera ogni misura dei sensi’[5]. Il potere dell’informe – come appunto la notizia dei 40 bambini israeliani decapitati, lanciata e poi misteriosamente ritirata dalle cronache – non sta tanto nel commuoverci, ma nel costringerci a sospendere il giudizio critico e accettare la versione ufficiale dei fatti. Mi sembra allora legittimo chiudere con una celebre citazione attribuita a Malcolm X: ‘Se non stai attento, i giornali ti faranno odiare le persone che vengono oppresse, e amare le persone che opprimono.’


[1] GWF Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto (Roma: Laterza, 1999), pp. 265-66.

[2] Cfr. D. Coady, ‘Conspiracy Theory as Heresy’, in Educational Philosophy and Theory, 55:7, 2021, pp. 756-759.

[3] A. Lebor, Tower of Basel: The Shadowy History of the Secret Bank that Runs the World (New York: PublicAffairs, 2014).

[4] T. Veblen, ‘Review of John Maynard Keynes, The Economic Consequences of the Peace’, in Political Science Quarterly, 35 (1920), pp. 467-472.

[5] Immanuel Kant, Critica del giudizio, Torino, UTET, 2013, p. 204.

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mercoledì 4 novembre 2020

Chi crede ai rettiliani? - Angelo Paura

La prima volta che ho sentito parlare di rettiliani era il 2003. Le teorie della cospirazione non erano ancora molto diffuse in Italia e a dar loro credito sembrava quasi di appartenere a un’ avanguardia. Questo è ciò che mi raccontò un amico psicologo appassionato di alieni, consigliandomi la lettura di Figli di Matrix di David Icke. Un tipo veramente strano, Icke: ex portiere di una squadra di calcio, giornalista sportivo per la BBC, portavoce del Green Party inglese diventato poi santone della new age e del complottismo internazionale, scrittore prolifico di decine di libri e conferenziere che riempie palazzetti dello sport in tutto il mondo occidentale.

Il libro uscì nel 2001, due anni dopo Matrix, che Icke sostiene essere, come altri film, un veicolo per diffondere messaggi criptati a una élite in grado di decifrarli. Lo sono iVisitors, Essi vivono e altri capolavori del cinema come Eyes Wide Shut, in cui Stanley Kubrick avrebbe cercato di denunciare i riti sanguinari dei rettiliani a cui avrebbe assistito. Icke sostiene che la morte stessa di Kubrick, avvenuta prima che concludesse il film, sarebbe una punizione per aver cercato di rivelare il segreto.

Tornando a Figli di Matrix: ricordo la copertina nera, le catene di numeri verticali verdi fluorescenti, due occhi, quello di un essere umano affiancato a quello di un rettile, e la scritta: “Da migliaia di anni una razza proveniente da un’altra dimensione tiene soggiogata l’umanità… Agendo sotto i nostri occhi”. Tutto questo sembra un’allucinazione che va contro ogni certezza scientifica. Verissimo. Ma in 25 anni (ha scritto il primo libro nel 1991) Icke ha venduto oltre 20 milioni di copie, mentre il suo sito ha più di 4 milioni di utenti unici al mese ed è il portale di esoterismo e complottismo più seguito al mondo.

La descrizione del cosmo proposta da Icke riesce a ricondurre ogni avvenimento – dal satanismo alla massoneria fino alle guerre mondiali – a una stirpe aliena arrivata sulla terra migliaia di anni fa. Ecco le sue parole:

Migliaia di anni fa, le razze rettiliane [dalle costellazioni di Orione, Sirio e Dragone] sono arrivate sul pianeta Terra e si sono incrociate con la razza umana. Non fisicamente, tuttavia, ma attraverso la manipolazione del codice umano, il DNA.

Negli ultimi quindici anni l’Occidente ha conosciuto una crisi economica devastante, una lenta ripresa accompagnata dall’ascesa, un po’ dovunque, di vari tipi di populismo. Nel frattempo le teorie della cospirazione sono diventate sempre più diffuse, diventando un potente motore per creare consenso. Tra i temi più citati ci sono le scie chimiche, le campagne sulla pericolosità dei vaccini, il nuovo ordine mondiale di cui l’Europa sarebbe un emissario, gli Illuminati e ovviamente i rettiliani.

“Non c’è da stupirsi se in una società sempre più scientifica e progredita queste teorie aumentano. Credo che in parte abbia a che fare con il fatto che le persone non sono state educate a sviluppare capacità critiche. Per questo motivo spesso non riescono a separare la verità dalla menzogna”, sostiene in una intervista a Il Tascabile Michael Barkun, professore di scienze e politiche alla Maxwell School of Citizenship and Public Affairs della Syracuse University, nello Stato di New York. Barkun è uno dei massimi esperti mondiali di cospirazioni: nel 2001 ha pubblicato Culture of Conspiracy: Apocalyptic Visions in Contemporary America, uno dei testi più approfonditi sull’argomento.

Nell’edizione rivista nel 2013, Barkun descrive in modo chiaro il passaggio dalle sottoculture di internet spesso legate ai movimenti della destra americana, al mainstream. In questo passaggio oltre alle capacità dei singoli autori (Barkun definisce Icke uno scrittore “brillante e un intelligentissimo promotore di se stesso”), il cospirazionismo si è diffuso velocemente grazie a un uso distorto di internet e dei social media, che non contempla la verifica delle fonti.

Sempre nel 2013 il magazine The Atlantic ha pubblicato un articolo satirico con un test per smascherare i politici rettiliani e, allo stesso tempo, capire se si è parte di questa stirpe senza saperlo. Tra i tratti da prendere in considerazione ci sono i capelli o i peli rossi, gli occhi verdi, ma anche l’interesse per la scienza e lo spazio e la capacità di “mandare in tilt strumenti elettronici”. Lo stesso anno, una ricerca del Public Policy Polling dimostrava come oltre 12 milioni di americani, il 4% della popolazione, credesse che la politica fosse controllata dai rettiliani.

In Italia non è stato fatto un sondaggio di questo genere e con buone probabilità le persone che credono alle teorie di Icke sono una percentuale minore ma simile a quella degli Stati Uniti. Alla fine degli anni ’90, quando il mito rettiliano è nato, in Italia circolava solo all’interno di gruppi molto ristretti, legati soprattutto alla new age. Ma negli ultimi 10 anni le teorie del complotto hanno preso sempre più spazio.

Icke è molto seguito e ogni volta che viene in Italia fa il tutto esaurito. E il gruppo dei nemici del Bilderberg, che credono che l’uomo non sia mai stato sulla Luna e che i vaccini siano pericolosissimi, ha sempre più spazio.

Proprio le teorie del falso sbarco sulla Luna sono da sempre fonte di discussione per i complottisti. Soprattutto dopo che Icke, in una delle sue ultime rivelazioni, ha detto che il satellite della Terra è una costruzione artificiale dei rettiliani, usata, grazie a delle enormi basi nel sottosuolo, per controllare le menti degli esseri umani. Icke ancora una volta dimostra come il suo universo sia molto complesso, quasi la trama di un romanzo in cui ogni tema è concatenato: per esempio le basi sotterranee, sin dagli anni ’50 sono studiatissime dai complottisti.

In Italia diversi seguaci del credo rettiliano mi hanno parlato più volte di Ghedi, la base militare in provincia di Brescia, dove ci sarebbe l’ingresso a un centro alieno nascosto in una montagna. In questo caso l’idea arriva direttamente dalla fantascienza: in Essi Vivono, ad esempio, le basi in cui vivono gli alieni sono sotterranee.

La famiglia reale britannica, i Bush e (ovviamente) i Rothschild
Icke ha le idee molto chiare sui rettiliani. Comprendono l’intera monarchia britannica, la famiglia Bush, i Rothschild (che sarebbero i veri burattinai globali), gli Obama, Henry Kissinger, Bill e Hillary Clinton. Ma allo stesso tempo lo sono anche i massoni, gli Illuminati, la maggior parte degli ebrei e il Papa. La maggior parte sono lucertoloni ibridati con il DNA umano e possono cambiare forma, passando dalle sembianze umane a quelle di rettile alto 2 metri e mezzo, attraverso lo shapeshifting, il mutamento di forma. I rettiliani, inoltre, tendono a incontrarsi per svolgere riti indicibili, in cui fanno sacrifici e bevono sangue umano. Tra i luoghi di questi incontri più citati dall’autore c’è il Bohemian Grove, una proprietà di 1.100 ettari sperduta tra i boschi della California del nord, in cui ogni anno i “potenti del mondo” si incontrano per discutere del nuovo ordine mondiale, bere, partecipare a riti e fare sesso con sconosciuti, sempre secondo i racconti fatti da alcuni complottisti, tra cui Alexander Emerick Jones. Il conduttore radiofonico americano, nonché paladino dell’alt right, si è infiltrato all’interno del bosco con un cameraman, filmado parte del rito principale, la Cremation of Care: un grandissimo falò davanti alla statua di un enorme gufo di legno, simbolo della conoscenza e del gruppo. L’area appartiene al Bohemian Club, fondato nel 1872 come club per giornalisti, artisti e musicisti di cui ha fatto parte Jack London, ma anche George H. W. Bush, Clint Eastwood, l’editore William Randolph Hearst, Herbert Hoover, Henry Kissinger, Richard Nixon, Theodore Roosevelt e Ronald Reagan.

Secondo Barkun tutto questo universo intricato di rimandi e spiegazioni è stato creato da Icke, anche se per costruirlo si è ispirato a diverse teorie precedenti. “Ci sono sicuramente altre persone che hanno parlato di rettiliani con caratteristiche umane prima di Icke. Ho cercato di tracciare l’origine di queste idee e devo dire che si inizia a parlare di rettiliani negli anni ’50. Ma tutte le persone che hanno preceduto Icke hanno avuto un pubblico molto limitato e per questo non hanno avuto una grande influenza”, ha detto Barkun.

Di recente anche il figlio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Yair Netanyahu, ha condiviso un contenuto creato da un troll complottista, in cui si attaccano non solo i rettiliani, ma anche gli ebrei. Un meme spiega che la Terra è controllata dai rettiliani, che a loro volta controllano la lobby ebraica, che gestisce tutta l’umanità: ma l’elemento che ha convinto Netanyahu a condividere il meme su Facebook, è la presenza dell’hedge fund progressista George Soros, posto al vertice della piramide e spesso preso di mira dalla destra e dai principali leader populisti del mondo. Soros e la teoria del complotto giudaico permette di raccontare un ultimo elemento del cosmo di Icke.

I Protocolli dei Savi di Sion
Ogni teoria del complotto, infatti, vuole rifarsi a un documento scritto, a un atto rivelatorio, sospeso tra magia e scienza. E anche Icke lo fa, citando come testo a sostegno della sua visione del mondo un falso storico: i Protocolli dei Savi di Sion. Sono stati scritti in Russia all’inizio del ’900 e descrivono il progetto dell’élite ebraica di conquistare il mondo attraverso ventiquattro azioni, tra cui la diffusione di ideali liberali e il controllo dell’umanità attraverso i media e la finanza. Già nel 1921 un articolo del New York Times mostra come in realtà i protocolli fossero un falso, scritto in Russia già a metà del 1800 per aumentare l’odio nei confronti della borghesia ebraica.

Nonostante la falsità dello scritto e il fatto che sia spesso citato dai movimenti antisemiti in tutto il mondo per motivare il loro odio, Icke ha più volte fatto riferimento al documento come una delle prove del complotto per creare un nuovo ordine mondiale. Ci sono molti tratti comuni tra il complottismo rettiliano e l’alt right americana. Steve Bannon ha prodotto tre documentari, che descrivono il mondo come una eterna lotta tra il bene e il male e nel più recente (Torchbearer) l’ex stratega di Donald Trump propone una nuova guerra globale per ritornare alla purezza. In un articolo del 2010 sulla rivista del Southern Poverty Law Center, Barkun spiega perché storicamente l’alt right è stata un incubatore di teorie del complotto:

Una delle ragioni è che spesso le persone di estrema destra hanno bisogno di una spiegazione per la loro continua mancanza di potere e successo. Un modo è quello di creare una visione politica dominata da una potente e immensa forza del male invisibile che controlla tutto. Secondo queste teorie del complotto, i leader politici che vediamo sono solo delle “persone di facciata” dei veri detentori del potere che operano dietro le quinte e sono quelli che non permettono all’estrema destra di ottenere ciò che vuole.

Nel corso della nostra intervista, Barkun ha più volte ricordato che tuttavia è quasi impossibile riuscire a definire l’appartenenza politica dei milioni di sostenitori del complotto rettiliano, nonostante più volte negli ultimi decenni abbia cercato di tracciarne le caratteristiche. “Non credo di conoscere nessuno in grado di farlo. Quali sono le idee politiche di queste persone? Nessuno è veramente sicuro della loro appartenenza politica, del loro reddito, del loro stato sociale e così via. Non si può dire. Icke ha venduto un buon numero di libri, ha contratti in tutto il mondo per fare conferenze, ma nessuno può dire a chi fa veramente riferimento. Il suo pubblico non è definibile”.

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