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sabato 6 febbraio 2021

Carlo Gubitosa e Byoblu

 

Carlo Gubitosa@gubi@sociale.network

Scemenze a pagamento. Pensate che c'è gente che versa soldi per essere disinformata sulla natura dei social network decentralizzati, dove tu sei libero di fare quello che vuoi sulla tua piattaforma, ma non sul server che ti ospita e che ha tutto il diritto di stabilire la sua policy. (Per questo motivo sociale.network è installato su un server autogestito). Di seguito un thread che spiega la differenza tra quello che dice #byoblu e la realtà.

https://www.byoblu.com/2020/12/10/tg-byoblu24-10-dicembre-2020-edizione-1900/

TG BYOBLU24 | 10 DICEMBRE 2020 | EDIZIONE 19:00

10/12/2020 – Alcune delle notizie del TG: Vi abbiamo raccontato durante una lunga diretta il voto di Camera e Senato sulla riforma del Mes che alla fine è stata…

ByoBlu - Il video blog di Claudio Messora

 

12 dicembre 2020, 08:12 ·  1 · 4 · 4

12 dic 2020


Carlo Gubitosa   @gubi@sociale.network

Prima bufala: "devo tornare a parlare di censura". Nessuno ha impedito a Messora di far funzionare la sua piattaforma appoggiandosi a servizi che tollerano la disinformazione in ambito politico e sanitario. E nessuno può obbligare una azienda a erogare servizi contrari alle sue politiche. Si parla di censura per monetizzare l'indignazione di chi crede che sia oscurata una voce libera, mentre in realtà si sta cercando di negare il diritto alla libera autodeterminazione di un fornitore di servizi.

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12 dic 2020


Carlo Gubitosa   @gubi@sociale.network

Seconda bufala: "Eravamo sbarcati su "Mastodon". Su Mastodon non si "sbarca" come si sbarcherebbe su Facebook o Twitter. Non è un posto che esiste già prima e nel quale tu arrivi come ospite. Mastodon è un SOFTWARE che si installa, si configura e si fa funzionare su un server collegato a internet. Se il server è tuo, le regole le decidi tu, se sei ospite su un server di un'altra persona, le regole le decide lui, e anche se ti metti a piangere gridando alla censura quelle regole non le decidi tu.

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12 dic 2020


Carlo Gubitosa   @gubi@sociale.network

Terza bufala: "Mastodon, un social che non poteva essere bloccato nemmeno da un governo". Mastodon non è un social network, ma è un software, e infatti non è stato bloccato perchè chiudere un nodo della rete non blocca la rete intera fatta di MIGLIAIA di nodi che usano quel software aperto, libero e gratuito, un "universo" di nodi federati, un "FEDIVERSO" dove si è liberi di esprimersi se uno usa quel software sul PROPRIO SERVER, ma non si è liberi di stabilire le regole del server se non è TUO.

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12 dic 2020


Carlo Gubitosa   @gubi@sociale.network

Quarta bufala ""Il servizio di hosting masto.host ha modificato il suo regolamento in maniera dichiarata per escludere Byoblu".

Il regolamento è stato modificato per escludere istanze di Mastodon che fanno disinformazione dannosa, e il gestore di masto.host ha pensato che byoblu fosse una di queste istanze.

Ma non è escluso solo lui, non è una censura mirata. Sono state scritte regole valide per TUTTI. E molti contenuti di byoblu violavano la policy di masto.host già prima dell'aggiornamento.





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12 dic 2020


Carlo Gubitosa   @gubi@sociale.network

Quinta bufala (entriamo nel complottismo). Perché masto.host non ha più voluto ospitare sul suo server i contenuti di social.byoblu.com? "Evidentemente su pressioni di parte del fediverso di Mastodon, che in questo modo palesa se stesso". Per byoblu una rete decentrata da 5mila nodi autogestiti diventa una potente lobby italiana, utile per fomentare l'idea di un "nemico" e incassare solidarietà dipingendo come vittima chi fa disinformazione e come censore chi protesta contro la disinformazione.

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12 dic 2020


Carlo Gubitosa   @gubi@sociale.network

Sesta bufala. "Il fediverso è l'insieme dei server federati utilizzati per la pubblicazione nel web". Falso. il fediverso è un insieme di migliaia di PIATTAFORME federate, utilizzate per SCAMBIARE CONTENUTI col protocollo activitypub. I server sono supporti dove incollare manifesti. Le piattaforme sono manifesti pieni di contenuti. Un supporto ti ha detto che stavi violando le regole sull'affissione nei suoi spazi. Tu urli alla censura mentre puoi attaccare i tuoi discutibili manifesti altrove.

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12 dic 2020


Carlo Gubitosa   @gubi@sociale.network

SETTIMA BUFALA:

"Invece di essere contenti della grande visibilità offerta alcuni gestori di istanze di Mastodon hanno preferito comportarsi come i grandi social network che erano nati per contrastare".

Mettetevi d'accordo: il problema è MASTODON (il software o la comunità di sviluppatori?) oppure i GESTORI DI ISTANZE?

I gestori di istanze, a cominciare da me, hanno tutto il diritto di ribellarsi alla disinformazione antiscientifica, sovranista e nazionalista che inquina il fediverso.



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12 dic 2020


Carlo Gubitosa   @gubi@sociale.network

OTTAVA BUFALA:

I "gestori di istanze" sono cattivi perché "la loro ostilità alimentata da giudizi immotivati ha condotto a questo esito, alla chiusura del nostro social".

L'ostilità dei gestori di istanze mastodon verso la disinformazione è un dovere morale verso la propria comunità di utenti.

Nessuno ha chiuso niente, lo stesso Messora ammette che il suo parco giochi sovranista può riaprire su un altro server.

I giudizi su byoblu sono motivatissimi. Qui i motivi:

https://git.lattuga.net/isolateByoblu/isolateByoblu/wiki/_pages


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12 dic 2020


Carlo Gubitosa   @gubi@sociale.network

NONA BUFALA:

"Questo è quello che sta accadendo dentro Mastodon, che perde una grande opportunità per dimostrare la propria coerenza".

Traduzione: non siamo noi che fomentiamo a scopo di lucro complottismo, pseudoscienza, sovranismo, nazionalismo, hate speech e xenofobia. E' Mastodon che è incoerente.

Mastodon non è una lobby incoerente, ma un software gratuito a codice aperto. La prova della sua libertà è che può essere utilizzato anche da chi ne parla male sputando nel codice in cui mangia.


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12 dic 2020


Carlo Gubitosa   @gubi@sociale.network

DECIMA BUFALA:

"La possibilità di rimanere in contatto con noi esiste: iscrivetevi alla nostra newsletter, e lì potremo offrirvi una alternativa".

Piangono per censure inesistenti, ma in realtà vogliono email per continuare a realizzare con profitto un business model basato sulla disinformazione.

L'alternativa alla finta "censura" acchiappaclick è semplice: coi soldi della questua online pagatevi un vostro server! E Mastodon ve lo offrono gratuitamente i programmatori che avete diffamato.


da qui

giovedì 21 gennaio 2021

Le alternative ai padroni del web - Carlo Gubitosa

 

La chiusura dell’account di Donald Trump su Twitter è stata presentata come una misura estrema per mettere in condizioni di non nuocere un uomo potente che istigava all’odio da una vetrina con 80 milioni di “seguaci”, ma dietro la facciata di un provvedimento etico si nascondono le stesse politiche aziendali che hanno permesso a quella persona di seminare odio per anni senza conseguenze di rilievo mentre la piattaforma monetizzava quell’odio, le interazioni che ne sono derivate e perfino le reazioni di chi credeva di ostacolare il discorso d’odio mentre in realtà stava facendo gli interessi di una piattaforma che monetizza l’indignazione antifascista quanto la propaganda suprematista.

Lo scenario culturale in cui siamo chiamati a misurarci con lo strapotere di piattaforme che raccolgono miliardi di utenti, e hanno bilanci annuali comparabili con la manovra finanziaria di uno Stato europeo di media grandezza, è reso ancora più devastato dalla profonda ignoranza tecnopolitica di una sedicente sinistra che ha sempre demonizzato le tecnologie, descrivendo il “calcolatore elettronico” come uno strumento del capitale, il “tubo catodico” come la greppia del popolo bue e ora usa i social network come tazebao cinese dove mettere in vetrina la propria propaganda e costruire consenso, senza cercare interazioni, creare comunità o costruire relazioni che sono alla base di qualunque iniziativa politica.

Il problema rappresentato dalle piattaforme aziendali a cui abbiamo concesso di accumulare la più grande concentrazione di potere tecnocratico, economico, finanziario, culturale, simbolico, mediatico e politico è un problema ancora irrisolto per la scarsa consapevolezza dell’entità e dei danni causati da questo potere, ma già affrontato sul versante informatico con la produzione di tecnologie libere, funzionalmente equivalenti a quelle messe in campo dai grandi colossi dei social (come si può sperimentare su sociale.network, mastodon.uno o mastodon.bida.im) ma depurate dagli strumenti di controllo che nel “retrobottega” di Facebook, Twitter e Instagram filtrano i contenuti mostrati agli utenti per ottimizzare le interazioni, vendere a caro prezzo annunci pubblicitari, fornire al miglior offerente profilazioni massicce di milioni di individui, come quelle che hanno consentito di spostare quel due per cento di consensi dell’elettorato britannico sufficiente per portare a termine quella colossale operazione di manipolazione tecnologica della democrazia passata alla storia col nome di Brexit, finanziata con massicci investimenti pubblicitari raccolti dagli stessi social che ora si presentano come argine tecnocratico al nazionalismo.

Sul fronte della messaggeria individuale, la comodità di Whatsapp ha spinto molti a minimizzare il problema introdotto cambiando le regole di utilizzo del servizio, con nuove condizioni d’uso che consentiranno la raccolta delle nostre attività, non delle nostre conversazioni criptate, ma delle nostre interazioni al di fuori di queste conversazioni, per indovinare i nostri orientamenti di elettori e consumatori in base alla gente che frequentiamo, ai luoghi in cui ci muoviamo, ai numeri che chiamiamo in voce o in video, e ad altre informazioni “di contorno”, che però diventano il piatto forte quando questi dati sono incrociati con la nostra attività su Facebook e Instagram. Per l’ignoranza di chi non vede un pericolo o la pigrizia di chi non vuole rinunciare a una comodità, in Italia si sono affrettati in tanti a dire che le nuove condizioni d’uso di WhatsApp non sono un problema perché non riguardano chi è protetto dalla GDPR, la normativa europea a tutela della privacy. Ma il fatto che non ci siano pericoli diretti per chi è protetto dall’Europa non consente di dire che è tutto a posto, e ci obbliga a ragionare sui pericoli per gli altri, sui mille modi in cui quei problemi possono rimbalzare su di noi, e sulle alternative che ci consentono di affrancarci dalla condizione di complici di un potere che non ha mai avuto uguali nella storia. Anche se lo scudo del GDPR ci consente di escludere pericoli immediati per la schedatura di massa che verrà fatta altrove aggregando i dati di Whatsapp, Facebook e Instagram, non sarebbe la prima volta che Facebook usa illegalmente i dati che ha in mano, per metterli a disposizione del miglior offerente (come nel caso della Brexit con lo scandalo Cambridge Analytica), e non possiamo chiudere gli occhi di fronte a rischi indiretti ma comunque seri, perché in una società interconnessa anche il populismo fatto con la profilazione di utenti extra-UE ha conseguenze sulla vita di chi vive in Europa.

I pericoli dell’impatto sulle nostre vite esercitato dall’azienda chiamata Facebook (che noi possiamo permetterci di minimizzare perché abbiamo il passaporto “giusto”) sono pericoli diretti, immediati e sicuri per chi vive fuori dall’UE, e avrà le sue attività tracciate da Facebook come condizione obbligatoria per usare Whatsapp, col risultato di trovarsi uno con le corna in testa nel Parlamento del suo Paese, mentre attorno a lui c’è gente che si fa male o ci lascia le penne, e i populisti europei si approfittano del caos generato al di là dell’Atlantico per alzare la testa, solo perché qualcuno ha deciso di usare quei dati di profilazione della vita digitale per capire chi sono quelli più disposti a credere alle bufale suprematiste, proprio come fu fatto a suo tempo per cercare sui social i bersagli delle scemenze del nazionalismo britannico.

Come alternativa allo strapotere di chi ha trasformato in merce gli utenti di servizi gratuiti solo in apparenza, e che paghiamo a caro prezzo nella società, le associazioni PeaceLink.it e Altrinformazione.net hanno realizzato con software libero, gratuito e trasparente la piattaforma www.sociale.network, un ambiente di confronto per pacifisti, anarcolibertari, ecologisti, antimilitaristi, anticlericalisti, antirazzisti, antifascisti e altri “orfani politici” di una sinistra progressista scomparsa dalle istituzioni, che nonostante tutto non rinunciano a sognare un mondo più pulito, solidale e libero. Su sociale.network il discorso d’odio è bandito, la pubblicità pure. Niente contenuti a pagamento, niente controllo da parte di qualche azienda privata, design etico e decentralizzazione! Su questo sito, grazie al software libero Mastodon, i proprietari dei tuoi dati sono gli utenti, che possono muoversi in un “fediverso” di comunità virtuali federate, dove al momento si contano 5000 piattaforme social e quattro milioni di utenti sparsi in tutto mondo. La forza di questo progetto, basato su una “lingua franca” di comunicazione tra piattaforme (il protocollo di comunicazione Activitypub) sta proprio nella distribuzione e decentralizzazione degli utenti, che rimpiazza i blocchi monolotici dei social network commerciali e generalisti con una fitta rete di comunità tematiche dove si promuove la biodiversità culturale e non l’accentramento tecnologico, e si incontrano più facilmente i propri simili per produrre cambiamento a beneficio di tutti, invece di scontrarci tra opposti per produrre polemiche a beneficio di chi le monetizza.

Per dialogare con gente che condivide l’ABC della cultura democratica, civile e antifascista, i princìpi della Costituzione italiana e quelli della dichiarazione universale dei Diritti Umani, c’è gente che si incontra per ragionare dalla D in poi in un ambiente senza manipolazioni occulte, senza azionisti, investitori o gruppi di proprietari a cui dover riferire, liberi di poter gestire in autonomia la convivenza civile nei nuovi spazi di socialità elettronica che hanno alleviato l’isolamento fisico a cui ci ha costretto la pandemia. Sociale.network non è un social commerciale, non ha alcun scopo di lucro, nessuno ti spia, nessuno analizza cosa stai facendo, nessuna fastidiosa registrazione, niente dati personali, niente costi premium, nessuna notifica fastidiosa, niente spam invasivo e niente banner pubblicitari. In questa piccola iniziativa associativa, innestata in un “fediverso” esteso su scala globale, c’è chi prova a costruire l’alternativa al potere aziendale che controlla le nostre vite elettroniche e ha mutilato l’internazionalismo politico europeo.

Non crediamo in chi vorrebbe democratizzare i social network delle multinazionali più ricche del mondo pensando di poter imporre regole dall’alto, inutili quanto quelle che hanno provato a “democratizzare” la televisione padronale. E non ci crediamo perché siamo consapevoli che l’unica alternativa a una trasmissione centralizzata dall’alto è una comunicazione decentrata dal basso. Socialità che si organizza in rete, per ribellarci alle “reti sociali”.

da qui

domenica 29 dicembre 2019

L’irresistibile fascino del nuovismo - Carlo Gubitosa



Nel dibattito politico di questi giorni si è riaffacciato il tema della meritocrazia, un concetto piuttosto vago che nell’immaginario collettivo evoca premi per chi si impegna e sanzioni per chi batte la fiacca, carriera per chi dimostra capacità e licenziamenti per chi non produce risultati.
Questo discorso pubblico, tanto generico quanto condivisibile, è utilizzato da tempo come un cavallo di Troia per cambiamenti strutturali di paradigma nelle relazioni di lavoro: non più categorie di lavoratori che rivendicano condizioni migliori, ma singoli professionisti che competono per emergere grazie al proprio merito, o anche in rapporto alle disgrazie o alle mancanze altrui; non più contratti collettivi di categoria dove la forza della rappresentanza compensa il potere contrattuale del datore di lavoro, ma trattativa individuale in cui ciascuno può illudersi di bilanciare il rapporto asimmetrico tra azienda e lavoratore grazie alle proprie doti individuali.
La meritocrazia nella pubblica amministrazione non è spargere pubblicamente pece e piume sui fannulloni, per i quali ci sono già leggi e sanzioni vigenti (nel 2018 il numero di licenziati nella pubblica amministrazione è aumentato del 62,8% rispetto a 5 anni prima) ma valorizzare, formare e stabilizzare il pubblico impiego eliminando ogni sacca di precariato, anche in chiave di moltiplicatore economico e sostegno alla domanda interna.
Chi vuole il pubblico impego di qualità (dopo aver preso atto dati alla mano che quello italiano non è tra i più scadenti d’Europa, e sia in proporzione che in valori assoluti pesa molto meno sui conti pubblici di quanto accade in Francia e UK) può valorizzare il merito chiedendo contratti di qualità, retribuzione di qualità, ambienti di lavoro di qualità (si pensi al 54% delle scuole senza certificato di agibilità) e soprattutto più qualità nel riconoscimento sociale della funzione pubblica, che nell’immaginario collettivo viene ormai associata a privilegi, imbrogli, furbizie del cartellino e svogliatezza.
A chi continua a ripetere che le categorie di destra e sinistra sono superate, e che in una società moderna bisogna spostarsi sulle coordinate tra il merito e il demerito, possiamo far presente che l’asse politico del 900 e le categorie di filosofia definite da Norberto Bobbio sono valide oggi più che mai, se è vero com’è vero che il conflitto tra capitale industriale nazionale e lavoro contrattualizzato in categorie si è inasprito trasformandosi nel conflitto tra capitale finanziario globale e lavoro precario negoziato individualmente, e che la lotta di classe non è mai finita, ma si è solo trasformata, con la lotta di rivendicazione dei diritti della classe lavoratrice rimpiazzata dalla lotta di compressione dei diritti della classe dominante, come è stato spiegato con dovizia di dettagli da Luciano Gallino.
A chi invita a superare i timori della globalizzazione etichettando come retrogradi quelli che vorrebbero mettere i lavoratori sotto “campane di vetro” possiamo rispondere che c’è bisogno di protezioni dalla globalizzazione, e che le disprezzate campane di vetro si chiamano diritti, conquistati con fatica dai lavoratori nel corso dei secoli, anche a costo della vita.
Chi vede del potenziale di sviluppo nei meccanismi politici, economici e finanziari sovranazionali non può comunque permettersi di minimizzarne i rischi o addirittura di non prendere in considerazione le sfide globali di un’economia sociale che deve riprogettarsi e adattarsi alle nuove tecnologie nell’interesse pubblico, dopo che l’economia finanziaria lo ha già fatto con successo per interessi privati.
Fino a questo momento l’unica globalizzazione perseguita con determinazione è quella dei mercati finanziari e del mercato del lavoro, e chi lavora per globalizzazione dei diritti non sta “costruendo campane di vetro”, ma strutture culturali per tenere assieme un tessuto socioeconomico sempre più sfilacciato nella sua dimensione locale e nazionale, che rischia di diventare irrilevante rispetto alla dimensione globalizzata.
I sindacati, contestati dai lavoratori e dai politici con toni più duri di quelli adottati dai “padroni”, non hanno sempre ragione, fanno degli errori, hanno i loro limiti, ma chi li delegittima genericamente come manifesto programmatico per raccogliere facili consensi – e senza proporre alternative concrete per l’organizzazione e la tutela dei lavoratori – nei fatti sta spingendo la società verso uno scenario molto pericoloso, dove il destino dei lavoratori è affidato individualmente alla “mano invisibile” del “libero” mercato e non al dialogo tra parti sociali.
A chi ripete da destra e da sinistra il mantra ingannevole del “meno tasse per tutti”, dicendo che la redistribuzione non si fa con le tasse, possiamo replicare notando che negli ultimi anni la redistribuzione con le tasse è stata fatta, ma al contrario: a favore dei redditi più alti, con lo spostamento del carico fiscale verso i redditi medio-bassi e verso l’IVA applicata anche a poveri e incapienti, mettendo in un unico “mega scaglione” i redditi a 5 cifre e quelli a 7, con buona pace della progressività fiscale prevista dalla Costituzione, e per la gioia dei dieci paperoni che da soli godono di una ricchezza pari a quella dei tre milioni di italiani più poveri.
Purtroppo in Italia anche le nuove formazioni politiche applicano ai loro ragionamenti vecchie categorie sociali, economiche e culturali, e non basta il richiamo al nuovo per essere innovativi. La vera innovazione nell’offerta politica sarebbe l’introduzione nel dibattito pubblico di misure economiche per chiedere sacrifici in tempo di crisi a chi finora non li ha fatti, e ha visto aumentare costantemente le proprie rendite di posizione, i propri redditi a sei e sette cifre, i propri patrimoni consolidati anche grazie al precariato, alla compressione dei salari, alla perdita di potere d’acquisto.
Una tassa patrimoniale, un sistema di aliquote Irpef e una tassazione sui redditi finanziari rimodulati in chiave fortemente progressiva e redistributiva, come auspicato dalla “Controfinanziaria 2019” di Sbilanciamoci! potrebbero ridurre le sacche di povertà e recuperare risorse per stabilizzare, nobilitare, formare e motivare il pubblico impiego e le sue eccellenze, perché se il merito deve avere un valore, bisogna essere pronti a sostenerne il costo.

venerdì 10 agosto 2018

Il giornalismo non sia al servizio dell’odio e della propaganda


campagna promossa da Giornalisti contro il razzismo


Dieci anni fa  abbiamo lanciato un appello – “I media rispettino il popolo Rom” – e una proposta di autodisciplina del linguaggio – “Mettiamo al bando la parola clandestino” – con il proposito di contribuire a una discussione aperta sul modo di fare informazione in un periodo di campagne politiche sulla sicurezza spesso condotte sul filo dell’emotività e della paura. Da allora molte cose sono cambiate, alcune anche in meglio, ma stanno emergendo nuovi motivi di forte preoccupazione.
Negli ultimi mesi di cronache politiche abbiamo assistito a un’allarmante accelerazione di un processo che da anni indebolisce il diritto dei cittadini a un’informazione onesta, approfondita e indipendente, che serva a migliorare la vita dei cittadini e non a generare paure, odio e tensioni sociali.
In particolare, si registra una diffusa tendenza giornalistica – anche nella stampa cosiddetta indipendente – a riportare acriticamente affermazioni di esponenti politici palesemente menzognere e fuorvianti. Espressioni che utilizzano un lessico costantemente sopra le righe – quando non propriamente rabbioso, violento e istigatore di violenza – per propagandare uno specifico punto di vista e per continuare a rimettere in cima alle priorità italiane una sola questione: lo stigma e il pre-giudizio contro le persone in fuga verso l’Europa.
È evidente, per esempio, l’intento di propaganda politica e non certo di riportare la verità quando i massimi rappresentanti istituzionali parlano ad esempio di naufraghi in crociera, Ong al soldo delle mafie dei barconi, aree di guerra “inesistenti”, fantomatici e vaghi complotti di “sostituzione etnica”, ruspe per spianare campi nomadi, rom italiani “purtroppo non espatriabili”, migranti che non viaggerebbero in aereo perché sulle navi umanitarie si godono “la pacchia”. Alle garanzie costituzionali e alla tutela dei diritti umani fondamentali si sostituiscono interpretazioni e costruzioni capziose e strumentali prive di fondamento.
È obbligo civile prima ancora che deontologico del giornalista, contestualizzare affermazioni politiche di simile tenore e gravità in una cornice adeguata, fornendo al lettore chiavi di interpretazione o altri elementi utili a minimizzare i rischi di manipolazione sociale e di deformazione della realtà percepita dall’opinione pubblica. A maggior ragione se la fonte è un ministro che ha prestato giuramento sulla Costituzione repubblicana e se è circondato dal silenzio istituzionale di fronte a parole che si stanno ora tramutando in fatti.
Un’informazione onesta, approfondita e indipendente dovrebbe passare le esternazioni estemporanee al vaglio dei dati di realtà, delle rilevazioni sul campo e delle statistiche ufficiali fornite. Istituzioni nazionali e internazionali come Unar, Istat, Iom, Unhcr tracciano un quadro dell’immigrazione ben diverso dalla retorica dell’invasione e proprio per questo vengono spesso ignorate o relegate ai margini del discorso prevalente.
Il nostro sistema dell’informazione rischia di rendersi complice del disegno di chi abusa della credulità popolare e cerca di estendere via via l’area dell’assuefazione a uno spietato cinismo verbale ora tradotto in azione istituzionale.
La professione giornalistica è normata dalle leggi dello Stato (dunque in prima istanza dalla Costituzione), richiede una specifica abilitazione con iscrizione all’Albo, è regolamentata da una serie di norme deontologiche (fra le quali la Carta di Roma, riguardante l’informazione sui fenomeni migratori).
L’eventuale dissenso relegato nell’angolo dei commenti non basta.
Contrasta con tali norme, e dunque con il pieno esercizio della libertà di informazione in uno stato di diritto, il ridursi a megafono asettico (e talvolta zelante) di politici senza scrupoli lasciati liberi di imporre l’agenda delle priorità e delle supposte emergenze nazionali, di praticare un linguaggio che semina odio, di disinformare sistematicamente i cittadini, di mistificare la realtà agitando azioni istituzionali per nulla risolutive ma a elevato impatto mediatico, utilizzando delle vite umane per primeggiare nel marketing del consenso.
Ci appelliamo all’Ordine dei giornalisti e ai colleghi affinché i rappresentanti istituzionali e quant’altri contribuiscono a questa spirale di violenza si trovino sistematicamente a confrontarsi con un’informazione critica e non asservita, che non si limiti a registrare e ripetere le frasi del giorno, ma al contrario fornisca gli strumenti e le conoscenze necessarie per analizzarle e confutarle quando necessario.
A nessuno dev’essere permesso di ingannare e tradire l’opinione pubblica e dunque la vita democratica.

Primi firmatari:
Silvia Berruto, Giuseppe Faso, Lorenzo Guadagnucci, Carlo Gubitosa, Beatrice Montini, Zenone Sovilla
Andare alla pagina dell’appello per l’adesione: qui


giovedì 8 febbraio 2018

Il pazzo mondo a stelle e strisce - Tom Tomorrow

poche immagini e poche parole per dei fumetti che sono ciascuno un editoriale di peso sulla politica degli Usa, negli ultimi 15 anni.
grazie a Tom Tomorrow per averli scritti e a Carlo Gubitosaper averceli fatti conoscere.
cose di serie A, provare per credere.






Abbiamo perciò chiesto a Carlo Gubitosa, fra i promotori del progetto, di offrirci sette buoni argomenti per spiegare perché vale la pena sostenere e leggere Il Pazzo Mondo a Stelle e Strisce – Manuale a fumetti per capire gli Stati Uniti.
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1) È un ottimo volume di giornalismo a fumetti, che in Italia si è affermato come un genere letterario capace di scalare la vetta delle classifiche assolute di lettura, sorpassando poesia, narrativa, saggistica e manualistica. Per capire meglio questo genere e questo linguaggio, per tenerlo vivo tra i lettori e per stimolare la fantasia degli autori non bastano le produzioni nostrane, ma e’ utile anche leggere e pubblicare in italiano lavori di autori gia’ affermati e premiati all’estero. Allargare ad autori stranieri l’orizzonte del giornalismo a fumetti made in Italy e’ un gioco a somma positiva, dove beneficiano gli autori che allargano il loro pubblico fuori dai confini nazionali, i lettori che scoprono altre cronache e altre prospettive, le autoproduzioni editoriali che possono sperimentare nuove forme di racconto.
2) È giornalismo a fumetti nato 25 anni fa, nel gruppo di cartoonist da cui Matt Groening ha spiccato il volo verso l’animazione, un format diffuso sugli “alternative weeklies” nell’underground della stampa indipendente made in USA, e tradotto come autoproduzione italiana per promuovere una visione politica libera dai condizionamenti dei media mainstream.
3) I temi cruciali della politica statunitense (guerre, armi, tortura, videosorveglianza, razzismo, povertà) sono talmente angoscianti da richiedere una sapiente miscela di rigore giornalistico, colore fumettistico e leggerezza satirica per essere affrontati senza entrare in depressione.
4) Tom Tomorrow ha degli ottimi supporter, a cominciare dai maestri jedi appassionati di questo autore, come dimostra l’endorsement ricevuto da Luke Skywalker in persona, su Twitter, dopo l’annuncio del trailer italiano di promozione del crowdfunding. (Cfr ). A questo possiamo aggiungere la prefazione di Michael Moore e l’introduzione di Eddie Vedder, il leader dei Pearl Jam, entrambi storici estimatori del lavoro di Perkins.
5) Nel mercato editoriale italiano del fumetto c’e’ bisogno di sperimentare, di scoprire nuovi autori e nuovi formati narrativi, di azzardare operazioni inedite e aprire strade nuove. E questo possiamo farlo solo sostenendo il settore no-profit delle autoproduzioni indipendenti, che da sempre e’ il “brodo di coltura” privilegiato del giornalismo a fumetti, dove autori come Art Spiegelman e Joe Sacco si sono ritagliati uno spazio da soli su fanzine autoprodotte prima che si aprissero per loro le porte della “grande editoria”, proprio come è avvenuto per Flaviano Armentaro, Toni Bruno, Makkox, Matteo Fenoglio e Zerocalcare, che ho avuto l’onore di pubblicare su “Mamma!” (la rivista di giornalismo a fumetti della nostra associazione culturale) prima che il loro talento esplodesse in libreria e in fumetteria.
6) La più grande superpotenza mondiale, con l’esercito più armato del pianeta, sta per decidere quale sarà il suo nuovo “commander in chief”. Come cittadini del mondo possiamo scegliere se restare passivi a guardare oppure informarci, sostenere attraverso un fumetto il pensiero alternativo alla realpolitik bipolare, amplificare e tradurre in italiano le voci critiche che si levano dall’altro lato dell’Atlantico per dirci che possiamo vivere bene anche con meno pistole e più sanità pubblica, meno guerre e più borse di studio.

giovedì 5 febbraio 2015

Liberare i crocefissi

Nessuna legge della Repubblica italiana scritta dopo la fine del fascismo obbliga all’esposizione del crocefisso nei uffici pubblici, né vieta la sua rimozione.

Esistono due leggi fasciste (il 30 aprile fu adottato il regio decreto n° 965 del 30 aprile 1924 recante l’Ordinamento interno delle giunte e dei regi istituti di istruzione media, il cui articolo 118 recita:
«Ogni istituto ha la bandiera nazionale, ogni aula l’immagine del crocifisso e il ritratto del Re.»
L’articolo 119 del regio decreto n 1297 del 26 aprile 1928, recante approvazione del regolamento generale sui servizi dell’istruzione elementare, precisa che il crocifisso figura fra gli “arredi e il materiale occorrente nelle varie classi e dotazione della scuola”), mai abrogate, e pertanto facenti parte del nostro ordinamento, che fa obbligo alle scuole di esporre il crocefisso.
E pur essendo obbligatorio esporre il crocefisso nelle aule scolastiche , in poche aule lo hanno appeso al muro, per pigrizia, per risparmio, per evitare sollevazioni, fatto sta che non c’è quasi mai, come d’altronde in molte case degli abitanti di questo paese.
E però quando un docente o un magistrato ritengono che lavorare con quel simbolo religioso nella stanza deve esercitano la loro professione non sia giusto, e con rispetto lo staccano dalla parete (per poi rimetterlo), o chiedono che non ci sia, e basta, si sveglia la burocrazia e dice che no, Dio ce l’ha dato e non si tocca.
Esiste anche un autorevole pronunciamento europeo, Il 18 marzo del 2011 la corte Europea dei Diritti dell’Uomo sentenzia (qui il testo) che “La Corte deve di regola rispettare le scelte degli Stati contraenti in materia di educazione e d’insegnamento, compreso lo spazio che questi intendono consacrare alla religione, sempre che tali scelte non conducano a una qualche forma d’indottrinamento.
A tal proposito la Corte constata che nel rendere obbligatoria la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche, la normativa italiana attribuisce alla religione maggioritaria del Paese una visibilità preponderante nell’ambiente scolastico. La Corte ritiene tuttavia che ciò non basta a integrare un’opera d’indottrinamento.
Invero un crocifisso apposto su un muro è un simbolo essenzialmente passivo, la cui influenza sugli alunni non può essere paragonata a un discorso didattico o alla partecipazione ad attività religiose.
La Corte conclude dunque che, decidendo di mantenere il crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche frequentate dai figli della ricorrente, le autorità hanno agito entro i limiti dei poteri di cui dispone l’Italia nel quadro del suo obbligo di rispettare, nell’esercizio delle proprie funzioni in materia di educazione e d’insegnamento, il diritto dei genitori di garantire tale istruzione secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche” (qui)

Il prof. Franco Coppoli è stato, nel 2009, sospeso per un mese dall’insegnamento (da qui) soltanto perché all’inizio delle sue lezioni toglieva il crocifisso, che regolarmente riappendeva una volta terminate, adesso un altro procedimento a suo carico, adesso è ricaduto nell’errore, ecco l’accusa nel procedimento disciplinare a suo nome: «Il fatto che abbia divelto dalle pareti di quattro aule in cui fa lezione i crocefissi fissati con una vite a pressione e con la colla provocando danni alle pareti durante le ore di lezione e che successivamente sempre durante le attività didattiche abbia proceduto personalmente a chiudere i fori».
Ma c’è di più. Nella comunicazione si «evidenzia che i fatti che si contestano, la rimozione dalle aule, sono stati oggetto di precedente procedimento disciplinare a suo carico e che pertanto rappresentano una recidiva» (leggi qui e qui, con un’intervista al professore)
Tra l’altro il professor Coppoli è quello stesso che ha impedito che entrassero in classe i poliziotti con i cani antidroga per una perquisizione (leggi qui)
Ci sarebbe molto da dire sull’utilità di operazioni di quel tipo, se non, per usare le parole di Al Capone (Roberto De Niro), nel film “Gli intoccabili”, che sono “chiacchiere e distintivo”, ma questa è un’altra storia.
E chissà se gli estensori del documento sulla Buona Scuola sanno che don Milani, da loro citato, nella scuola dove insegnava staccava toglieva il crocifisso dalle pareti per cancellare ogni sospetto di pedagogia confessionale.

Allego un po’ materiale, per chi ha tempo e voglia.
qui  la sentenza del 18 marzo del 2011 della corte europea dei Diritti Umani

commenti alla sentenza: qui e qui

qui un dossier dell’UAAR sul crocefisso, che persegue una campagna permanente di sensibilizzazione per la rimozione dei crocifissi dagli edifici pubblici, dal titolo: Scrocifiggiamo l’Italia

Carlo Gubitosa parla del crocefisso: “voglio trovare un crocifisso quando vado in chiesa, voglio trovare una lavagna quando entro in una scuola, voglio trovare persone serie quando vado in parlamento, voglio che il mio paese sia talmente cristiano da poter accogliere senza odio, paura o diffidenza tutte le religioni del mondo.“ (qui),

don Paolo Farinella parla del crocefisso: “Tutti parlano del Crocifisso come segno unificante dell’ identità culturale del nostro Paese, il governo addirittura ricorre contro la sentenza e ognuno usa il Crocifisso come una clava: e tutti vanno a Messa a pregare Dio, ma tu ti preghi il tuo e io mi prego il mio. Povero Crocifisso! Tutti lo vogliono, nessuno la calcola, e ognuno lo usa per il proprio brodo e la propria indecenza. Se io fossi il Crocifisso – absit iniuria verbi – tra le due e le tre di notte (orario canonico legale), mi riprenderei la croce e me ne andrei su Plutone. “ (qui),

Sergio Luzzatto parla del crocefisso: “Io penso che gli uni e gli altri abbiano ragione, a dire che senza il crocifisso di Stato l’Italia non sarebbe piú la stessa. Ma proprio per questo vorrei che fosse tolto dal muro: perché l’Italia del futuro non somigliasse all’Italia del presente. Perché gli italiani maturassero idee nuove – meno provinciali, piú chiare, piú generose – su che cosa significano i simboli, soprattutto i simboli che pretendono di essere universali. E perché raggiungessero una visione meno zuccherosa e piú razionale, meno retorica e piú critica, insomma una visione piú seria, dei modi in cui la presenza (e l’invadenza) della Chiesa nella vita collettiva ha condizionato e condiziona la nostra storia. Vorrei che il crocifisso fosse tolto dal muro, perché credo che un’Italia dove le pareti degli edifici statali fossero bianche non sarebbe un’Italia piú povera, e deteriore: sarebbe un’Italia piú ricca, e migliore.” (qui),

Luciano Benini parla del crocefisso: “I crocifissi che la scuola dovrebbe tenere sempre ben evidenti davanti agli occhi dei ragazzi sono i crocifissi in carne ed ossa della storia, le vittime delle guerre, delle malattie, delle sventure. Se una scuola li esclude dalla visione del mondo proposta ai ragazzi, si pone dalla parte dei crocifissori, fosse anche la scuola più “cattolica” e più decorata di segni religiosi. Visitare un ospedale e osservare i malati, leggere sulle riviste di solidarietà coi popoli derubati i numeri della violenza economica, informarsi sulle guerre da chi non spaccia le falsità necessarie alle guerre: questo è venerare il Crocifisso nella carne di tutti i crocifissi di oggi. Quelli di legno si possono anche buttarli: non è peccato. Ma mettere al loro posto il volto di una vittima, ricevere lo sguardo che obbliga a stare coi carcerati e non coi carcerieri, coi torturati e non con gli aguzzini, con gli uccisi e non con gli assassini. O il vecchio crocifisso aiuta a fare questa scelta nel mondo di oggi, oppure, se non fa questo, non vale più, è diventato inutile, abusato in senso contrario, e serve solo a far litigare le religioni e a far chiacchierare i fracassoni superficiali, occupatissimi a distrarre il popolo dalle cose importanti, pericolose da far sapere. “(qui)

Mario Gozzini parla del crocefisso: “Se fossi ancora in Parlamento, la coscienza mi imporrebbe di non limitarmi più alle parole. Un disegno di legge per abrogare le antiche norme del 1924 e del 1928? Meglio, forse, uno strumento che impegnasse il presidente del Consiglio a studiare e a compiere i passi opportuni per ottenere, dalla Conferenza episcopale, l’assenso a togliere di mezzo un segno diventato, quantomeno,equivoco.” (qui).