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domenica 31 agosto 2025

Robert Walser ~ Poesie

 

Precedute dal titolo Primizie liriche (Lyrische Erstlinge) furono pubblicate 1'8 maggio 1898 sull'edizione domenicale del quotidiano bernese «Der Bund»sei poesie. Ne era autore, informava in una nota il responsabile della pagina letteraria Josef Viktor Widmann, «un ventenne impiegato di commercio attivo a Zurigo», di cui venivano indicate le sole iniziali. Coincide con questo episodio il pubblico esordio letterario di Robert Walser. Altre poesie dello scrittore biennese vennero ospitate tra il 1899 e il 1907 su giornali e periodici svizzero-tedeschi, tedeschi e austriaci, fra i quali la rivista di Monaco «Die Insel», con i cui redattori - Otto Julius Bierbaum, Alfred Walter Heymel e Rudolf Alexander Schröder - Walser era entrato in contatto probabilmente tramite il viennese Franz Blei. Era apparso nel frattempo il primo suo libro, I temi di Fritz Kocher (Fritz Kochers Aufsätze, Leipzig 1904), cui seguirono i romanzi I fratelli Tanner (Geschwister Tanner, Berlin 1907) e L'assistente (Der Gehülfe, ibid. 1908). Fu a questo punto che l'autore decise di riunire in volume una parte delle poesie da lui composte nel periodo zurighese. Uscì così nel 1909, presso l'editore berlinese Bruno Cassirer, una raccolta di quaranta poesie, la maggior parte delle quali risalenti agli anni 1897-1900; i testi erano accompagnati da sedici incisioni del fratello Karl. Una ristampa fu condotta dal medesimo editore nel 1919; una ulteriore edizione (con l'aggiunta di due poesie) si ebbe a Basilea (Schwabe & Co.) nel 1944, a cura e con prefazione di Carl Seelig. 

Robert Walser nacque nel 1878 a Bienne (Svizzera); morì a Herisau (Canton Appenzello) il giorno di Natale del 1956. Un'ampia parte della sua opera in prosa è stata tradotta da Einaudi, da Adelphi, da Quodlibet e da A. Dadò ; la sua produzione poetica è stata pubblicata da Casagrande (Poesie). 

NELL'UFFICIO 

La luna guarda verso di noi,
vede me povero commesso 
languire sotto lo sguardo severo 
del mio principale. 
Mi gratto confuso il collo. 
Nella mia vita ancora non ho conosciuto 
una luce durevole. 
Essere carente è la mia sorte; 
doversi grattare il collo 
sotto lo sguardo del principale. 

La luna è la ferita della notte, 
gocce di sangue sono le stelle. 
Se anche rimango lontano dalla felicità 
per questo sono stato fatto modesto. 
La luna è la ferita della notte. 

PERCHÉ POI? 

Quando poi tornò improvviso
un tale limpido giorno 
egli parlò lentamente con risolutezza 
molto pacata e schietta: 
Ora deve cambiare, 
mi butto nella lotta; 
voglio come molti altri 
contribuire a eliminare dal mondo il dolore, 
voglio soffrire e vagare 
finché il popolo sarà libero. 
Non voglio mai più adagiarmi stanco; 
qualcosa deve 
accadere; ma a quel punto lo assalì un pensiero, 
un torpore leggero: lascia perdere! 

GLI ALBERI (I)
(Una ballata)
 

Non dovrebbero stringere i pugni, 
è il mio desiderio che si avvicina ad essi; 
non dovrebbero stare tutt'intorno così arrabbiati, 
il mio desiderio si avvicina timidamente ad essi; 
non dovrebbero essere come cani rabbiosi pronti all'assalto, 
quasi volessero distruggere il mio desiderio; 
non dovrebbero minacciare con larghe maniche, 
al mio desiderio ciò fa male. 
Perché si sono ad un tratto trasformati? 
Altrettanto grande e profondo è il mio desiderio.
È così difficile, così necessario: 
devo andare da essi e già vi sono. 

COME SEMPRE 

La lampada è ancora qui,
anche il tavolo è ancora qui e io sono ancora nella mia camera e il mio desiderio 
anela come sempre. 

Viltà, sei ancora qui? 
e, menzogna, anche tu?
Sento un oscuro sì: 
l'infelicità è ancora qui 
e io sono ancora nella mia camera 
come sempre. 

PAURA (1) 

Vorrei 
che le case si muovessero 
e si dirigessero verso di me,
sarebbe orribile. 

Vorrei 
che il mio cuore si torcesse 
e la mia mente rimanesse in silenzio,
sarebbe orribile. 

La cosa più orribile vorrei 
premerla contro il mio cuore. 
Desidero conoscere la paura, 
il dolore. 

RITORNO A CASA (1) 

Le mie guance bruciano con veemenza,
le mie labbra tremano ancora 
per aver consegnato il mio cuore a lei
desiderando parlarle; ogni mio discorso era
pieno di errori e di impedimenti, 
era petulanza, suono precipitoso.
Così era il mio parlare, ciò appare
ancora sulla guancia rossa 
che ora mi porto a casa. 
Abbasso il mio sguardo sulla neve
e passo davanti ad alcune case,
ad alcune siepi, ad alcuni alberi,
la neve orna siepi, alberi e case.
Passo davanti, lo sguardo abbassato
sulla neve, sulla mia guancia non c'è
nulla se non un colore rosso carico di ricordi
che mi rammenta la mia lingua confusa. 

PIÙ LONTANO 

Volevo fermarmi, 
una forza di nuovo mi spingeva più lontano
davanti ad alberi neri, 
proprio sotto alberi neri 
volevo brevemente fermarmi, 
una forza di nuovo mi spingeva più lontano 
davanti a verdi prati, 
proprio presso i verdi prati 
volevo un poco fermarmi, 
una forza di nuovo mi spingeva più lontano 
davanti a povere case, 
presso una di queste case
desidererei proprio fermarmi
considerando la sua povertà
e come il suo fumo adagio
sale verso il cielo, vorrei
ora a lungo fermarmi.
Dicevo questo e ridevo, 
il verde dei prati rideva,
il fumo saliva fumoso ridendo, 
una forza di nuovo mi spingeva più lontano. 

UN PICCOLO PAESAGGIO 

C'è un alberello sul prato 
e con esso molti alberelli graziosi. 
Una fogliolina trema nel vento gelido 
e con essa molte singole foglioline. 
Un mucchietto di neve scintilla sul bordo del ruscello 
e con esso molti mucchietti bianchi. 
Una piccola cima di montagna ride sulla valle 
e con essa molte basse cime. 
E in tutto questo c'è il diavolo 
e con lui molti poveri diavoli. 
Un angioletto volge altrove il suo viso piangente
e con lui tutti gli angeli del cielo. 

AMORE DI RAGAZZO 

La bella ragazza veniva innanzi, 
egli s'inginocchiò, mentre lentamente lei avanzava,
s'inginocchiò e prese a cantarle una canzone
sulle note di uno strumento a corda; 
con mestizia e sorridendo 
le rivelò il suo amore fedele; 
il suo cuore risuonò timidamente nella musica
che vibrava trepidante come l'amore, 
i suoi occhi fissarono la ragazza, 
i denti scintillavano nella bocca 
con cui tremante e supplicante egli cantava.
La canzone d'amore non aveva termine; 
senza fine, come il suo amore, usciva 
da lui la calda voce. 
Così egli rivelò il suo desiderio,
l'aria era dolce e piena di significati,
il cielo azzurro guardava dall'alto:
ma la ragazza fuggì via, 
era sparita e già anche moriva
la sommessa dichiarazione d'amore. 

LUCE OPPRIMENTE 

Due alberi sorgono nella neve, 
il cielo, stanco della luce, 
se ne va via e nei dintorni non c'è nulla
fuorché malinconia. 

E dietro gli alberi sporgono 
scure abitazioni. 
Ora si sente dire qualcosa, 
ora abbaiano dei cani. 

Adesso appare nella casa l'amata
lampada a forma di luna. 
Adesso la luce di nuovo si spegne,
è come se si aprisse una ferita. 

Com'è piccola qui la vita
e come grande è il nulla.
Il cielo, stanco della luce, 
ha dato tutto alla neve. 

I due alberi inclinano 
l'uno verso l'altro le loro teste.
Delle nubi attraversano in girotondo
la quiete del mondo. 

MI VEDETE 

Mi vedete camminare su prati
rigidi e spenti nella nebbia? 
Ho desiderio di una dimora, 
di una dimora non ancora raggiunta;
ed è lontana la speranza 
che un giorno io vi possa pervenire.
Verso tale dimora lontana 
rivolgo il mio desiderio, mai 
esso morirà come muore quel prato
rigido e spento nella nebbia. 
Mi vedete impaurito camminarci sopra? 

STANCHEZZA 

Portami via come sono;
guarda, la mia mente smarrita
allontana da sé questo mondo
che non la illumina più. 

Vieni, sarò buono 
e beatamente silenzioso 
nella tua densa luce, 
o sacro, o dolce sonno. 

(traduzione di Antonio Rossi) 

da qui

lunedì 6 maggio 2024

Kafka, l’eterno - Goffredo Fofi

Perché Kafka, e ancora, e sempre? Molti si sono interrogati sulla sua biografia – non straordinaria – e sul suo straordinario e forse eterno successo. Nonostante l’attuale volgarità dei tempi e una cultura di impressionante mediocrità “democratica” (quanti scrivono senza avere nulla da dire né da raccontare, ma bisognosi di “esprimersi”, di mettere in mostra la propria mediocrità, quanti li leggono per consolare la propria, di mediocrità!) si continua a leggere Kafka, e lo si considera l’autore imprescindibile per eccellenza. E ci si accosta ai suoi testi per condividere il suo stesso stupore di fronte ai fondamentali e irrisolvibili misteri dell’esistenza, ma anche di fronte alla storia e alle società che l’uomo si è dato. Per cercarvi spiegazioni e non consolazioni. E soprattutto per specchiarsi nel suo stupore, anche se ha cercato di oggettivarlo in figure che sono essenze, che sono essenziali. Che sono comuni, ma guardate a distanza.

Si è spesso abusato di Kafka – più che di qualsiasi altro scrittore del novecento, forse a parte Dostoevskij – e delle situazioni in cui i suoi protagonisti si trovano imprigionati. Un dio inaccessibile, un potere inconsulto, l’animalità del genere umano. Da Sartre a Camus, da Brecht a Welles, si è cercato di riportare questo autore sulla terra e addirittura dentro la storia (il nazismo, la guerra, il capitalismo…) o spingendo verso psicanalisi e sociologia le disavventure dei suoi personaggi niente affatto eccezionali, di fronte a situazioni insieme estreme e comuni, e infine comprensibili, abusando di metafore e paragoni. Il signor K. del Processo è servito a troppe letture, a troppi rimandi, a troppe metafore. La sua ostinata oggettività ha stimolato le più radicali delle filosofie e soprattutto delle antropologie, delle sociologie e delle banalizzazioni: “È una situazione kafkiana”, hanno detto o pensato, e continuano a dire e a pensare tanti di fronte a qualcosa di poco comprensibile, di bizzarro e anche di ansiogeno. Volendo riconoscere nello stupore di Kafka il nostro stesso stupore, di fronte al mistero della vita, all’assurdo delle società.

La scrittura di Kafka è eminentemente visiva, oggettiva, influenzata certamente dalla tradizione ebraica e dalla filosofia tedesca. E ha prodotto degli strani cortocircuiti con i francofortesi, che sono stati (soprattutto Günther Anders) i suoi più forti esegeti. Ma non può non avere risentito di certe estreme esposizioni avanguardistiche (e non è forse un caso che un personaggio di cui Brecht fece il suo alter ego si chiamasse signor K.) in sintonia peraltro con l’essenzialità dello svizzero Robert Walser, da Kafka molto apprezzato. Ma che rifiuta le sue estreme oggettivazioni.

Kafka fu dentro il suo tempo, ma guardava oltre, a un prima e a un dopo – e a un sempre – della condizione umana oltre la storia. Anche se di storia l’uomo è impastato, dalla storia è condizionato.

Lo stupore, si è detto, di fronte all’assurdo delle regole di ogni società, ma anche lo stupore di fronte al mistero dell’esistenza, senza la fede in alcun dio. Lo stupore talvolta anche affascinato dalle luci del mondo, ma perlopiù dalle stesse inquietato, come in America, che ebbe anche il titolo Il disperso, storia infine di solitudine, non solo quella del giovane migrante. Lo stupore che ci vede come gli animali che siamo che temiamo di ridiventare, nonostante “la civiltà” (La metamorfosi). Lo stupore di essere, sentendoci molto più innocenti che colpevoli, inquisiti e condannati (Il processo). Lo stupore di vederci esclusi dal contatto con un’autorità inaccessibile e incomprensibile, un dio o un signore, in eterna attesa di entrare in un mondo forse più vero, forse più chiaro (Il castello).

La ragione di tutto, il perché e i perché, sono incomprensibili. La vita ci è data ma non ne conosciamo lo scopo e non ne scopriremo le regole più profonde, mentre quelle che ci sono imposte ci appaiono impenetrabili o ingiuste. Né più né meno che la condizione umana.

Una scrittura eminentemente visiva ci cattura e ci affascina, ma non chiede il nostro sentimento, chiede il nostro stupore: chiede che ci si interroghi sulle cose che ci sono mostrate e narrate. Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Senza la certezza che ci sia un dio, e se questo dio ragioni o meno. Senza gli strumenti per ribellarsi a un’autorità incomprensibile? Una lettura “marxista” o razionalista di Kafka è forse sufficiente a ridarci tranquillità? Assolutamente no, sembra dirci Kafka, respingendoci in un’insicurezza angosciosa. O in un’insicurezza dimentica. La lotta infinita contro un’autorità che va oltre quelle visibili e tangibili, ma che è tuttavia ben concreta. Il meccanismo irrisolvibile e inesplicabile che confronta vita e legge, uomo e potere. E che tuttavia non ci esime, interrogandoci, dal prendere posizione, da una scelta e da una ribellione.

Dopo aver riletto Kafka, è bene rileggere Camus, rileggere L’uomo in rivolta.

P.S. Se Franz Kafka è lo scrittore che in tanti abbiamo così amato e interrogato, il confronto che ci piacerebbe fosse fatto è con un altro maestro del novecento, William Faulkner. Scrittore per eccellenza dei sud del mondo quanto Kafka, si potrebbe anche dire, lo è dei nord. L’autore di L’urlo e il furore ha creato un universo diverso e caldo, brulicante di vita e passione. Pone le stesse domande, nate da uno stupore simile a quello di Kafka, ma che è travolto in una vita più naturale, più animale, più sociale. E sono domande che nascono anche dalla storia. Quel che in Faulkner esplode, anche nel disordine, in Kafka è più nascosto. Il primo ci dà anche qualche risposta, mentre nel secondo troviamo solo domande.

da qui

giovedì 29 ottobre 2020

Il foglio bianco, gli spazi bianchi - Giorgio Messori

 

«Sarebbe bello se vedere e rabbrividire
fossero uniti etimologicamente»
Ludwig Hohl

Credo che sia stato ampiamente provato, anche scientificamente, che noi vediamo soprattutto col cervello. Cioè vediamo quelle cose che riusciamo già a riconoscere, o che possiamo paragonare con altre cose che già conosciamo.
A questo proposito, lo scrittore Ludwig Hohl racconta di un pastore che era capace di riconoscere, fra tutti gli animali, soltanto le pecore. E se per caso s’imbatteva in una mucca o un asino, per lui c’era soltanto uno spazio bianco ed ammetteva tranquillamente di non vedere niente. Se poi da quel «niente» riceveva un calcio, si lamentava perché gli facevano male le reni, ma non riusciva ad ammettere la presenza di qualcosa che non conosceva.
Mi viene in mente questa storia, che parrebbe quasi inverosimile, perché in effetti registra una situazione che mi sembra di vivere ogni volta che mi propongo di scrivere. Ho la sensazione di avere qualcosa davanti, qualcosa che può avere i contorni di una storia o di un paesaggio, che però non riesco a vedere. A volte sento anche di aver ricevuto qualche calcio che mi fa pure male. Ma ugualmente non riesco a distinguere nulla. E come mai, mi chiedo, pretendo di usare la scrittura per scoprire questo qualcosa che non sono capace di vedere?
Devo dire che quando mi accingo a scrivere (per esempio questo testo) ho quasi sempre l’impressione di non sapere niente, o meglio che tutto quello che so sia come sospeso, confuso. È un atteggiamento che può avere risvolti negativi: è la paura del foglio bianco, che spesso mi assale e che può portare a lunghi e frustranti stati di paralisi, di assoluta cecità. In quei momenti prevale la sensazione che tutto ciò che si vede, e si vive, non possa entrare nella propria scrittura, perché magari lo si riesce solo a riportare in parole e in frasi, già largamente riconoscibili, che pare non esprimano o mostrino più nulla. «Lo scrittore», sostiene Max Frisch, «sottopone le proprie percezioni alla domanda se siano degne di descrizione, e vive malvolentieri ciò che in nessun caso si può ridurre in parole. Questa malattia professionale degli scrittori ne riduce molti all’alcolismo».
E Kafka, ribaltando un po’ il problema, e cioè cercando di scorgere le potenzialità percettive che possono derivare da un atto di scrittura, annotava in una delle ultime pagine del suo diario: «Strana, misteriosa, forse redentrice consolazione dello scrivere: uscire dalla fila degli uccisori, osservare i fatti. Osservazione dei fatti in quanto si crea una specie superiore di osservazione, superiore, non più acuta, e quanto più è superiore, quanto più è irraggiungibile partendo dalla “fila”, tanto più diventa indipendente, tanto più segue proprie leggi di moto, tanto più la sua vita è incalcolabile, gioconda, ascendente».
Ho letto e riletto più volte questo brano. Mi sembra che Kafka sia riuscito a sondare, molto in profondità, quel particolare rapporto che s’instaura fra scrittura e osservazione. Infatti coglie lo sguardo che nasce dalla scrittura, che si esercita mentre si scrive. Ma avverte anche i pericoli dell’oblìo, dell’indistinto, che può esercitare la scrittura sullo sguardo. E appunto lo scrivere che permette di «uscire dalla fila degli uccisori», dice Kafka; è la scrittura che rende possibile l’osservazione, facendone un atto, un movimento verso una forma. Ma proprio seguendo questo movimento si corre il rischio di andare verso forme che si allontanano sempre di più da ciò che si vorrebbe descrivere, da quei fatti che si vorrebbero osservare.
«Ancora una volta», consiglia Peter Handke in un suo diario, «evita, di pensare col linguaggio, rimani nelle cose e nel loro splendore. Così diventa il linguaggio reale, così il linguaggio diventa reale. Non pensare al linguaggio. Ed è proprio scrivendo che corro meno il rischio di pensare col linguaggio tradendo le cose». E in una poesia di qualche anno prima lo stesso Handke diceva: «Da adolescente/quando appariva un senso del mondo/provavo solo il piacere di qualcosa da SCRIVERE./Adesso, per lo più, si manifesta un piacere poetico del mondo/soltanto con lo scrivere». Ed è più o meno quello che afferma anche Max Frisch in una sua battuta: «Vivere è noioso, ormai faccio delle esperienze soltanto quando scrivo».
Scrivere, sembrano intendere Handke e Frisch, può ridare una presenza al mondo, aiutando forse a dare un senso anche alla propria vita. Ciò che si può avvertire, con maggior intensità, è infatti l’enigma dell’esserci, delle cose che sono e che svelano una inattesa prossimità. Di conseguenza possiamo avvertire anche una nostra effettiva presenza al mondo, che tanto spesso non riusciamo più a sentire. E credo che questa sia un’esperienza che si può verificare in alcuni momenti di un processo di scrittura.
Ieri ad esempio, mentre già ero concentrato a scrivere questo intervento, è capitato che un aereo mi sfrecciasse a bassa quota sopra la testa, e che subito dopo si venisse a posare un piccione sul davanzale della mia finestra. Mi sono quasi spaventato. In effetti erano solo piccoli eventi a cui mi dovrei essere abituato, e che di solito non attirano la mia attenzione. Eppure, mentre sto scrivendo, queste stesse situazioni a volte mi sorprendono, e possono arrivare a spaventarmi. Forse questo è un particolare effetto di quell’allucinazione di realtà prodotta dalla scrittura, e che permette alla stessa scrittura di vedere cose di cui altrimenti non ci si accorgerebbe neppure.
E un’esperienza analoga mi è accaduta qualche ora fa, quando ero in un ristorante per mangiare qualcosa, e mi sono accorto di osservare quasi inebetito, su un giornale che stavo sfogliando, la fotografia di un poliziotto che arresta uno scioperante, durante una manifestazione di minatori inglesi. Questa immagine era in effetti simile a tante altre, e voleva semplicemente riferire visivamente una notizia. Ma ora mi colpiva la corporatura massiccia del minatore, infagottato in un giubbotto di stoffa quadrettata, il suo sguardo smarrito e la bocca aperta di fronte al poliziotto, equipaggiato con elmetto e scudo, e mi accorgevo pure che il poliziotto inglese «digrignava i denti». In altre circostanze, nella maggior parte dei casi, questa immagine avrebbe illustrato soltanto una notizia, secondo cliché che i fotoreporter dimostrano di conoscere molto bene. Ma anche quello che di solito interpreto come un semplice fatto di cronaca, e che perciò mi lascia spesso indifferente, in quel momento mi colpiva, riuscivo a vederne tutta la violenza, e anche una certa tragicità grottesca. Il fatto che fossi già immerso in un progetto di scrittura mi permetteva di intravedere oltre il cliché di questa immagine. Riuscivo persino a distinguere (forse immaginare) l’espressione di due uomini, ritratti a figura intera in una piccola foto in bianco e nero, per di più mal riprodotta sulla carta di un quotidiano. E magari la stessa fotografia, se fosse stata stampata in grande, sulla carta patinata di una rivista, mi avrebbe lasciato indifferente, o forse mi avrebbe anche un po’ irritato. Ma io non mi trovavo nella posizione di giudicare nulla poiché era l’immagine che s’imponeva a me, uscendo dallo sfondo del giornale che stavo sfogliando, e anche dallo sfondo del ristorante in cui mi trovavo. È quell’inconsapevole fissità dello sguardo, che nasce dalla scrittura, che mi fa rilevare particolari così appiattiti dal normale flusso dell’informazione, e dai gesti sempre più sfuggenti delle nostre comunicazioni quotidiane.
Mi piace ad esempio immaginare, e forse mi sbaglio, che Alfred Hitchcock abbia pensato di fare un film come Gli uccelli, perché magari è stato improvvisamente sorpreso da un uccellino sul davanzale della sua finestra. Poi gli è bastato guardare in cielo, per le strade, le piazze di una città, per accorgersi di questa presenza, così ovvia da non riuscire più a vederla.
Questa può essere una forza della scrittura, per immagini o con le parole: seguire e rendere visibili quei processi percettivi che ormai compiamo senza accorgercene, ridare evidenza alle cose che ci stanno attorno.
Credo che chiunque sia uscito dal cinema dopo aver visto Gli uccelli, si sia accorto improvvisamente di quanti uccelli popolassero il cielo, gli camminassero di fianco, fossero appoggiati sul tetto di una macchina, sul ramo di un albero, o sospesi su un cavo della luce. Improvvisamente ci si può rendere conto di una presenza che pure abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni. Perciò anche degli uccelli possono essere cose che quotidianamente guardiamo senza vedere, come quegli spazi bianchi, dove magari c’erano delle mucche o degli asini, per quel pastore che sapeva vedere solo le pecore.
Ma Hitchcock, ovviamente, non ci ha mostrato soltanto delle sequenze, più o meno casuali, con degli uccelli, come quelle che potremmo vedere anche noi, una volta usciti dal cinema. Per poter seguire e rendere visibili questi processi percettivi, ormai impermeabili allo sguardo, è necessario organizzarli in una forma. Questa forma, nel cinema e nella letteratura, coincide spesso con una narrazione.
Una narrazione può nascere anche dalla paura del foglio bianco. Se ci mettessimo a scrivere solo quello che crediamo di sapere, probabilmente non riusciremmo a vedere più niente. La possibilità di scrivere, di narrare, ci permette ancora di sorprenderci per un uccellino sul davanzale della finestra, o per un poliziotto inglese che arresta un minatore, e da lì possiamo cominciare a seguire quelle orme che ci conducono a una storia, a produrre una storia.
«Quando cerco le mie storie nel quotidiano», spiega Peter Bichsel, «quando guardo la gente e ciò che mi circonda, allora non cerco esattamente le storie, ma cerco indizi per delle storie. Cerco dei volti, degli atteggiamenti, dei movimenti che indichino delle storie».
Sono convinto che per scrivere sia appunto essenziale seguire questi indizi, che ci invitano a cercare qualcosa al di fuori di noi, e di tutto ciò che presumiamo già di conoscere. E per accorgermi di queste tracce, di queste improvvise apparizioni, sono arrivato a escogitare anche un piccolo trucco. Quando scrivo qualcosa, un racconto o un intervento a tema, scrivo sempre «da due parti», cioè tengo un foglio sulla macchina da scrivere, dove seguo il filo di quello che vorrei dire, e da un’altra parte metto un foglio bianco, o un brogliaccio, dove butto giù tutto quello «che mi scappa». In quei fogli bianchi, scritti a mano, va a finire tutto ciò che non riesce a entrare ancora nel filo del discorso, e che nasce quasi sempre dall’esterno, oda appunti che mi sembra non abbiano alcuna destinazione. Mano a mano, «quello che mi scappa» prende sempre più posto sulla macchina da scrivere.
Forse è necessario, per dirla con Gregory Bateson, mettersi nei pasticci: «Se non ci cacciassimo nei pasticci, i nostri discorsi sarebbero come giocare a ramino senza prima mescolare le carte». Cacciarsi nei pasticci è infatti un modo per infrangere, e superare, quei cliché che ormai agiscono automaticamente sulla scrittura, e sugli stessi meccanismi del nostro pensiero.
«Cliché», spiega ancora Bateson, «è una parola francese, credo che in origine fosse un termine tipografico. Quando si stampa una frase, si devono prendere le lettere separatamente e metterle una per una in una specie di barra scanalata per comporre la frase. Ma per parole e frasi che la gente usa spesso, il tipografo tiene piccole sbarre di lettere già bell’e pronte. E queste frasi già fatte si chiamano cliché. (...) Ma se il tipografo vuole stampare qualcosa di nuovo, per esempio una cosa in una lingua straniera, dovrà disfare tutte quelle vecchie disposizioni di lettere. Allo stesso modo, per pensare idee nuove e dire cose nuove, dobbiamo disfare tutte le idee già pronte e mescolare i pezzi».
Forse questa definizione di Bateson si avvicina già a un principio costitutivo della scrittura, di una narrazione, o semplicemente della costruzione di una frase che consenta di rinnovare le forme con cui percepiamo il mondo. Per scrivere e pensare frasi, idee nuove, bisogna formulare nuove aggregazioni del discorso, come fa il tipografo quando deve stampare un testo in una lingua straniera.
Ricordo, solo per fare un esempio, che tempo fa leggendo un racconto di fantascienza, un racconto di Ballard, sono stato sorpreso da una frase: «Quando arrivò a casa, la luce del crepuscolo già filtrava nella nebbia color ciliegia che vagava sui motel e i vecchi casinò».
Perché questa frase mi aveva sorpreso? Credo perché non ho mai pensato di vedere una nebbia color ciliegia al crepuscolo. Quando guardo i colori, di solito li percepisco nella loro definizione più astratta, e al massimo mi vengono in mente delle associazioni che già sono diventate cliché di una particolare gradazione, come «verde pisello», o «rosso fuoco».
Ma dopo aver letto una frase come quella di Ballard, può capitare che mi trovi fuori all’ora del crepuscolo e che sia sorpreso da una nebbia color ciliegia, e le mie sensazioni non saranno così opache, risplenderanno di una luce, magari tragicamente dolce, come può essere la luce color ciliegia del crepuscolo che filtra attraverso la nebbia.
Mentre leggevo quel racconto di Ballard — è per questo che me lo ricordo — ero seduto su una panchina immerso nella lettura, e non mi accorgevo del tempo che passava. Quando sono arrivato al punto in cui Ballard descrive la luce del crepuscolo, già mi si stavano gelando i piedi e le mani, così ho alzato gli occhi, e in una perfetta coincidenza e simultaneità di situazioni, mi sono trovato avvolto da una nebbia color ciliegia. Ero entrato in un ambiente che percepivo con una nuova intensità. Quella frase mi dava il potere di modellarmi una sensazione percettiva, che fino ad allora mi era sconosciuta.
Non so se una narrazione si possa basare sulla costruzione di simili frasi. E certo che una scrittura continuamente proiettata a una visione di un esterno, rischia di mandare in cortocircuito la lettura. Si rischia di perdere, insomma, quella che si definisce la «fluidità del narrare».
Chi conosceva bene questi cortocircuiti, era sicuramente Robert Walser.
Amo molto leggere Walser. Non riesco però a leggerlo tutto d’un fiato. Ogni tanto devo interrompere la lettura perché avverto una leggera ebrezza, un capogiro che mi costringe a fermarmi, magari per tornare indietro di qualche pagina, oppure non fare niente per un po’.
Eppure la lettura di Walser mi assorbe completamente, mi cattura come poche altre. Ma spesso vengo scosso da una sorta di eccesso d’intensità. Intensità di cui Walser era consapevole, e che l’ha portato a prediligere la forma del racconto breve, che rispetto al romanzo ha questo vantaggio: l’impressione che si possano raccogliere infinite storie in qualsiasi momento, cogliendo qualsiasi occasione. Basta gira-re gli occhi per incontrare sempre un’altra storia.
In Walser — e in questo lo considero esemplare — la paura del foglio bianco coincide quasi sempre con la tensione di riuscire a definire gli spazi bianchi della realtà. Egli infatti assume in pieno la fragilità della scrittura di fronte alle possibili rappresentazioni del mondo esterno. Ed è anche per questo, credo, che posso sentirmelo molto vicino quando io stesso mi metto a scrivere.
Simon Tanner, protagonista di un romanzo di Walser, costretto per alcuni mesi ad un lavoro in banca, dice a un certo punto: «Adesso fuori è primavera, e io avrei voglia di uscire con un salto dalla finestra, tanto mi fa male questo lungo, lungo non-potermi-muovere. L’edificio di una banca è proprio una cosa stupida, in primavera. Che effetto farebbe un istituto bancario in mezzo a un rigoglioso prato verde? Forse la mia penna mi sembrerebbe un piccolo fiore appena spuntato dalla terra. Ah no, non ho voglia di scherzare. Forse tutto deve essere così, forse tutto ha uno scopo. Solo che io non vedo la connessione perché vedo troppo l’aspetto esteriore. Ed è un aspetto un po’ scoraggiante: fuori dalle finestre questo cielo, negli orecchi questi dolci canti. Le nuvole passano nel ciclo, e io devo stare qui a scrivere».
«Forse tutto ha uno scopo», ammette Simon. «Solo che io non vedo la connessione perché vedo troppo l’aspetto esteriore». E la prima connessione che salta, nella prosa di Walser, è il tempo. Nella sua scrittura quasi tutto è al presente, e spesso è presente all’atto stesso della scrittura. Per questo si diceva, e non è tanto importante verificare se sia vero, che Walser scrivesse senza correggere mai quello che aveva già scritto.
E certo che, leggendolo, non percepiamo quella fluidità narrativa scandita dal tempo, dalla possibilità di dare una forma al tempo. La fluidità, se così la si può ancora definire, è garantita dalla tensione della scrittura, che vuole ad ogni istante restituire una presenza al mondo visibile. Ed è proprio in questo gesto, in questa dichiarata disponibilità al presente, che la scrittura mostra la sua fragilità, e va incontro alle rotture di quelle cadenze narrative che solo una forma del tempo poteva dare.
Il passeggiare, il vagabondare, che è un po’ il tratto distintivo di tutta la prosa di Walser, non è una forma, ma un’ipotetica estensione dello spazio, che si può aprire illimitatamente ai possibili incontri col mondo.
Non è un caso che le varie poetiche dello sguardo, che si sono avvicendate nella letteratura narrativa del Novecento, si siano affermate a mano a mano che si perdeva la tradizione orale del raccontare, che pure era l’autentica legittimazione di ogni narrazione scritta. La lingua ha perduto via via la possibilità di organizzarsi in quelle forme epiche di racconto, che organizzavano le forme del tempo e dell’esistenza. Lo possiamo verificare anche quotidianamente, quando ad esempio guardiamo della gente che si ritrova assieme, e notiamo come ormai non ci si preoccupi tanto di dirsi delle cose, né tantomeno di trasmettersi delle esperienze. Spesso ci si limita a scambiarsi semplici informazioni, e molte volte non ci si parla neppure, ma si comunica con gesti che rimandano ad altri sistemi comunicativi.
Mi è capitato di osservare recentemente, mentre viaggiavo su un treno, dei ragazzi che andavano a vedere una partita di calcio. Comunicavano tra loro con pochissime parole, e con quel fitto scambio di suoni e gesti che vediamo nei cartoni animati: ridacchiavano alzando ritmicamente le spalle, lasciavano partire le braccia con il movimento di un proiettile o di un colpo di karaté, e poi scoppi di risa, sibili, e burn, bam, crash!
Esiste infatti anche quel grande spazio bianco, che è la nostra vita, la vita di un uomo, degli uomini, che spesso si svolge senza che nessuna forma riesca più a percepirla, senza che nessuna lingua riesca più a raccontarla. Lo scrittore si trova ad agire tra l’indistinto del cosiddetto reale, del quotidiano, e l’indistinto della lingua. Ed è solo nello sforzo di dare sostanza a degli spazi visibili che può anche ridare una disponibilità al mondo, perché lo sottrae a una totalità, o a un nulla.
Il gesto del narrare, che ha perso la sua legittimazione più autentica, è diventato anche una tensione sentimentale che forse allude a una forma che non esiste più. Può essere quella nostalgia di cui parla Gianni Celati: «Ho nostalgia di un tono narrativo che mi leghi agli altri, perché tutto quello che so scrivere sono cose separate dalla vita degli altri. Il sentimento vero e forte che potrei raccontare è quello di essere perduto. Non io in particolare, come individuo. È piuttosto uno stato di cose che mi pare di leggere ovunque». E può essere anche quella tristezza di cui parla Peter Bichsel: «Proprio quello stato d’animo in cui le storie non ci possono aiutare, e da cui esse nascono».
E una grande tristezza assale anche Robert Walser, al termine della sua Passeggiata, quando ormai sta calando la sera e lui si trova un mazzo di fiori in rasano, e non sa più a chi li può donare. Scrive Walser: «“Ho raccolto dei fiori per posarli sulla mia infelicità?” mi domandai, e il mazzo di fiori mi cadde di mano».
La letteratura, proprio nel suo sforzo di riorganizzare le forme del visibile, si ricongiunge a una lingua degli uomini che forse non esiste più, o non esiste ancora, se non nell’intensità dell’attesa, o della nostalgia, di altre e forse più vaste forme di organizzazione del visibile.
«Sui volti degli uomini», scrive ancora Bichsel, «non sono scritte soltanto le storie vissute, ma molto di più, e più chiaramente, le storie che vorrebbero produrre».
Con la letteratura, con una narrazione, possiamo anche intravedere, attraverso gli spazi bianchi del visibile, quei grandi spazi bianchi che sono le esistenze degli uomini, la loro vita, le loro relazioni col mondo. E solo muovendoci verso gli altri, e verso ciò che ci circonda, potremmo anche immaginarci una felicità che poi dovrà venire.

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martedì 17 dicembre 2019

Jakob, o della condotta vana - Martina Lucano



 “Qui si impara ben poco, c’è mancanza di insegnanti, e noi ragazzi dell’Istituto Bejamenta non riusciremo a nulla, in altre parole, nella nostra vita futura saremo tutti qualcosa di molto piccolo e molto subordinato. L’insegnamento che ci viene impartito consiste sostanzialmente nell’inculcarci pazienza e ubbidienza: due qualità che promettono poco o nessun successo. Successi interiori, magari sì: ma che vantaggio potremo trarne? A chi danno da mangiare le conquiste spirituali? A me piacerebbe esser ricco, andare in giro in carrozza e aver denaro da buttar via. Ne ho parlato a Kraus, il mio compagno di scuola, ma lui non ha risposto che con una sprezzante alzata di spalle e non mi ha degnato di una parola. Kraus ha dei princìpi, sta ben saldo in sella, a cavalcioni della sua contentezza, e questo è un cavallo su cui chi vuole andare di galoppo preferisce non salire. Da quando mi trovo qui all’Istituto Benjamenta, sono già riuscito a diventarmi enigmatico. Mi sono sentito anch’io invadere da un senso strano, finora sconosciuto, di contentezza. Sono abbastanza ubbidiente, non al punto di Kraus, che è imbattibile nel precipitarsi a eseguire zelantemente gli ordini. Sotto un solo aspetto noi scolari, Kraus, Schacht, Schilinski, Fuchs, Pietrone, io, eccetera, ci assomigliamo tutti: nel fatto di essere assolutamente poveri e in sottordine. Siamo piccoli, piccoli fino a sentirci spregevoli. Chi ha in tasca un marco da spendere, lo si guarda come un principe privilegiato. Chi, come me, fuma sigarette, desta preoccupazioni per le sue abitudini spenderecce. Andiamo vestiti in uniforme: ebbene, questa circostanza di portare un’uniforme ci umilia e nello stesso tempo ci esalta. Abbiamo l’aspetto di uomini non liberi, e ciò può essere una mortificazione; ma abbiamo anche un aspetto elegante, il che ci preserva dalla profonda vergogna di coloro che se ne vanno attorno in abbigliamenti personalissimi, ma strappati e sudici. A me, per esempio, il vestire l’uniforme riesce assai piacevole, dato che sono sempre stato incerto su come vestirmi. Ma anche questo aspetto mi riesce per ora enigmatico. Forse in fondo a me c’è un essere estremamente volgare. O forse, invece, ho sangue azzurro nelle vene. Ma una cosa so di certo: nella mia vita futura sarò un magnifico zero, rotondo come una palla. Da vecchio sarò costretto a servire giovani tangheri presuntuosi e maleducati, oppure farò il mendicante, oppure andrò in malora”. (R. Walser, Jakob von Gunten, Adelphi)

Il capovolgimento è un concetto assai bizzarro. Indica un cambio netto di prospettiva, ma anche una visione equivalente. Proprio in virtù di questa sua stranezza, qualche volta può diventare un espediente retorico versatile e potentemente efficace. La letteratura distopica potrebbe esserne un esempio: la proiezione dei valori in una dimensione di assoluto disvalore, offre infine una misura della realtà presente. In questo senso, non sarà forse troppo improprio accostare al genere anche lo Jakob von Gunten di Robert Walser. Non fosse che per un elemento che lo distingue e lo rende un unico: l’ironia, ovvero un doppio capovolgimento.

Walser è leggero, la sua scrittura ci raggiunge poco a poco, come si fa una passeggiata, così che possiamo sentircene ristorati anche noi: ogni frase, ogni passo, è un contrappunto al ritmo del pensare. Leggere diventa una danza piena di giravolte, una dama da cui ci si congeda con un inchino. Tra le pagine dei suoi libri riverbera senza interruzioni la chimera dell’armonia, un equilibrio fragile di sogno. Anche il luogo più desolato è fertile suolo per uno scrittore così evanescente, eppure così sicuro nel labirinto delle parole. E perciò è difficile dire dove ci troviamo esattamente quando giungiamo all’Istituto Benjamenta. Neanche Jakob ce ne fornisce una chiara indicazione. Tuttavia non è difficile sentirgli quell’aria familiare, sentirsi proprio accanto a lui, un altro allievo caduto nell’enigma della giovinezza, assopito e sognante. Cosa gli accadrà? Perché ha fatto la scelta di diventare il servo integerrimo, proprio lui che la sua età e il suo animo rendono refrattario alle imposizioni? L’educazione al rovescio di Jakob von Gunten è quella parola che in certe circostanze è conveniente dire, ma non è sentita da chi la pronuncia. È il simbolo di un’avversione placida e sublimata. Una rinuncia consapevole di sé in un mondo soverchiante di proposte opportune. La compostezza, parossistica e ridicola, che viene esibita sul nudo scenario della ripetizione, suscita il riso, ma non può erompere in una risata. S’imprime come un’acuta smorfia. Forse è questo chiaroscuro a dare un carattere di teatralità all’opera. Istruzione e condotta ci portano al cuore della vana commedia dell’educazione, al suo senso sociale, e storico.
Walser ci illustra tutto il complesso di regole di cui si compone, con un’iperbole smisurata fatta di compiti e insulse occupazioni, ciascuna studiata e orientata a formarci nello spirito come nella morale. Essa è l’ininterrotto esercizio di un inutile sforzo, come potrebbe esserlo il respirare a comando. Richiede una tensione costante dei muscoli, di ogni parte senziente, per sostare in quella posa innaturale che è la soppressione del pensiero. Come in una catena di montaggio ci si sfinisce a far nulla, ma qui i pezzi non si incastrano a produrre: risuonano nel vuoto, vanamente. Il solo guadagno garantito da un tale addestramento è fatto di un genuino e forte buon senso, una bolla d’aria che si ingoia senza accorgersene, ma sentendosene subito corroborati. Non occorre chiedere o domandare, la norma genera da sé la retta coscienza, già satura e neutrale, un galateo fitto di regole che sta adagiato sul liscio pavimento dell’uguale, su quell’appoggio sicuro in cui il basso e l’alto segnano la stessa distanza e hanno smesso di sfidarci. In questo gioco senza partita Walser ci insegna come, per funzionare meglio, la società debba costringersi a non funzionare affatto, articolandosi in un miliardo di colpi che non vanno a segno, ma che non si disperdono: insieme, in una tonda equivalenza di zeri uguali a zero, essi formano il ricco armamentario che può emendarci da ogni difetto e immunizzarci dal rischio dell’errore, renderci cioè indistinguibili e fieri (o stupidi), come dentro a un’uniforme.
Una educazione solida e minuziosamente impartita è il sostegno più adatto alla fragile schiena di chi si affaccia alla vita: la società potrà urtarlo, umiliandone il carattere e le aspirazioni, ma chi avrà avuto la fortuna di imparare la gratitudine che viene dall’ossequio, resterà ritto sulle sue gambe, sopporterà, quasi senza avvertirli, ogni offesa ed ogni malanno, e avanzerà senza timori tra i sentieri più oscuri del suo cuore deserto. La provocazione, la personalità, le passioni più profonde dell’animo, portano tutte lo stigma del disordine, dell’aspra dissonanza. Un’altra grazia è richiesta, quella del sonno acquiescente. Lo stesso di cui fanno mostra gli insegnanti dell’Istituto Benjamenta. Del resto, la disciplina non ha bisogno di troppe nozioni. Serve piuttosto che si abbiano “idee chiare”, per risuonare come uno squillo di tromba: “sì, signor direttore!”.
Potrebbe sembrare quasi un saggio sociologico, questo lungo diario, in parte autobiografico, che ha fatto di Walser lo scrittore che conosciamo. Non fosse che in esso una società manca. Anzi, si direbbe che ad essere messa in scena è proprio la sua vuota parabola. Lo stesso Walser trascorse parte della sua vita negli istituti e per il resto conobbe il mondo solo di passaggio. Rinchiuso o altrove, senza un posto che potesse chiamare proprio. Tranne che nella letteratura. Possiamo immaginarlo con la stessa aria trasognata e assorta dei suoi personaggi, mentre percorre una delle molte strade tutte uguali di un bosco innevato, condotto in nessun luogo da una fantasticheria intensa e formidabile: così è la sua poetica. Nulla resta sullo sfondo in questi paesaggi, è un’immaginazione di brulicante introversione, esibita fuori dai suoi contorni, sul filo di un’ambiguità dolente, o comica, non ha importanza del resto: è quella promessa di felicità buona solo per i personaggi letterari, e per qualche lieto funambolo.
Amato da Kafka, Musil e Benjamin, autore magnifico della prosa breve, appassionato di teatro e di musica, Walser resta il cantore del margine: apprendisti, giovani spiantati e vagabondi, sono loro a dar forma ai suoi racconti. Sono storie fantasiose, e niente affatto surreali. Chiunque può indovinare la materia dietro a essi. E però ogni riferimento al mondo di là è capovolto, quantomeno trasformato, come nell’irrequietezza svogliata di Simon Tanner, o di nuovo nella restia deferenza di Jakob von Gunten. Ritratti semplici e sempre cangianti. Solo il risentimento non lascia traccia in questi scritti, non è anzi affatto contemplato: “Mi sembra quasi di essere separata dalla vita come da un diaframma sottile ma impenetrabile allo sguardo. Però non posso essere triste per questo; posso solo rifletterci su” (R. Walser, I fratelli Tanner, Adelphi). E sebbene manchino i caratteri dell’esemplarità, tanto che spesso non sono che figure tratteggiate, con delle storie trascurabili, la bellezza di questi personaggi sta nel loro generoso donarsi, senza mistificazioni: per chi li sa guardare, insegnano a guardare. Sono come quegli occhiali che gettano luce ancor prima di aver fugato l’ombra: non si vede meglio, non s’accumulano dettagli più nitidi. Tutto è bianco lì fuori, e non resta che incamminarsi.


giovedì 23 maggio 2013

Sguardo su se stesso – Robert Walser

Poiché non vollero che fossi giovane, lo diventai.
Poiché dovevo impegnarmi a essere sofferente, mi apparecchiai gioie e piaceri.
Poiché la loro maggiore preoccupazione era mettermi di cattivo umore,
trovai il modo di fargli capire che non potevano essere più graditi di così.
Poiché mi instillarono paure e pignolerie, il coraggio rideva ed esultava intorno a me.
Proprio perché fui piantato in asso, imparai a dimenticarmi di me,
e mi lasciai andare a effimeri entusiasmi.
Tanto dissipai, eppure ero consapevole che ogni perdita è una vittoria,
e nessuno può ritrovare niente se prima non l’ha smarrito,
e rincontrare ciò che si è perso è una conquista più sublime di un possesso ininterrotto.
E mentre nessuno si interessava a me, fui io a fare la mia conoscenza,
e divenni medico garbato e comprensivo di me stesso.
Poiché nella vita ebbi degli avversari, attrassi anche degli amici,
e gli amici caddero, e perfino i nemici abbandonarono la loro inimicizia,
e Sfortuna è il nome dell’albero su cui crescono gli splendidi frutti della felicità.
Ciascuno porta con sé in tutte le cose il proprio percorso di vita: le peculiarità
che la nascita, le condizioni familiari e l’istruzione gli hanno dato;
e ha bisogno di essere salvato solo chi non riesce a fortificarsi mediante l’orgoglio.
Chi è in accordo con se stesso non ha necessità di alcun aiuto,
a meno che non gli capiti un incidente da doverlo trasportare all’ospedale.