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mercoledì 23 aprile 2025

I sette record del Festival di Letteratura Working Class - Alberto Prunetti

Dire che «è stata un’edizione da record» è scontato, lo si fa dopo ogni evento. E allora eccovi tutti i primati del Festival più boicottato del mondo

Il Festival di letteratura working class di Campi Bisenzio, realizzato all’interno del presidio sindacale della fabbrica ex Gkn, è arrivato alla terza edizione e quest’anno si è svolto dal 4 al 6 aprile 2025. Dire che «è stata un’edizione da record» è qualcosa che tutti i direttori artistici di un festival devono dire, anche quando non è vero. Tocca farlo quindi, in maniera scherzosa ma non troppo, anche a me, che nella neolingua del marketing culturale di questo festival sono il direttore artistico, ma forse meglio: l’assemblatore del programma. Solo che, come vedrete presto, i record del nostro festival sono diversi da tutti gli altri. 

Il Festival di letteratura working class nasce come un progetto folle: parlare di letteratura operaia dentro a una fabbrica, in una zona industriale mal collegata dal centro di Firenze e lontana dalle logiche di gentrificazione culturale, con l’aiuto di un collettivo operaio che lotta da anni contro i licenziamenti. Tutto questo senza un becco di un quattrino, provando anzi a chiedere un aiuto economico a sostenitori popolari, invece che a sponsor privati. Eppure è un progetto riuscito: il Festival ha visto ogni anno aumentare i suoi numeri, tanto che le persone che hanno partecipato al festival sono aumentate dalle 3.500 del 2023 alle 5.000 del 2024 fino alle 7.000 del 2025. Questo è il primo record. 

Ma c’è di più: anche in termini numerici tutto questo fa del Festival di letteratura working class un evento unico al mondo. Sono pochi infatti gli eventi dedicati a questo tipo di letteratura, e sono raccolti perlopiù solo in ambito anglosassone o comunque nordeuropeo. C’è stato un bel festival a Bristol nel 2021, il Working Class Writers Festival; c’è un Festival che si svolge in un giorno solo a Tampere, in Finlandia; ho avuto anche notizia di un evento in Corea del Sud: ma sono numeri molto più contenuti, che mobilitano al massimo qualche centinaio scarso di persone. In Italia è successo quello che nessuno si aspettava: un’affermazione della letteratura working class che passa attraverso la mobilitazione politica, la creazione di un pubblico letterario che fa a meno delle vendite di un best-seller creato artificalmente dall’industria del libro. Apparso come una meteora proveniente da nord nel campo letterario italiano, il Festival di Campi Bisenzio è diventato ormai il più importante evento di letteratura Working Class in Europa  (ma si può dire anche nel mondo): e questo è il secondo record.

Si potrebbe sostenere che è facile diventare il festival di letteratura più importante al mondo per una corrente letteraria così specifica: in fondo la letteratura working class è roba di nicchia. Ma la replica è già pronta. C’è qualcosa per cui questo Festival vince su tutti gli altri festival del Bel Paese, ed è il terzo record: il nostro è il Festival letterario o culturale più sabotato d’Italia. 

Il Festival di Letteratura working class infatti è stato ostacolato più volte: nel 2023, la proprietà dell’ex Gkn ha minacciato denunce per chiunque fosse entrato al Festival; nel 2024, un sabotaggio ha causato il black-out della fabbrica obbligando tutti a spostarsi nel piazzale antistante; inoltre i partecipanti al Festival sono stati spiati per tre giorni da un drone, mentre la proprietà ha speso parole dure verso alcuni artisti, come Elio Germano, che avevano invitato il pubblico a partecipare al Festival. Infine quest’anno, poco prima dell’inizio del Festival, è stata avviata una terza procedura di licenziamento collettivo nei confronti degli operai dell’ex Gkn, e la coincidenza lascia intristiti e attoniti. Tutte queste cose non succedono nei festival che si rivolgono a un pubblico a ricco capitale culturale.

Aggiungiamo poi, e questo è il quarto record, che tra le tante iniziative promosse dagli operai del Collettivo di fabbrica ex Gkn nella loro lotta contro i licenziamenti (manifestazioni, picchetti, volantini, ecc.) il Festival è stato probabilmente l’iniziativa che più ha fatto incazzare la controparte padronale, e anche questo è un record. Ve lo immaginate, in un paese idealista e piccolo borghese come l’Italia, quanto debba turbare il classismo dei ricchi la scena di un operaio su un palco con un libro in mano?

C’è poi un quinto record: il Festival di letteratura working class è anche l’unico in cui gli organizzatori hanno costruito con le proprie mani il palco: il palco quest’anno è stato infatti costruito dagli operai della ex Gkn con l’aiuto di alcuni carpentieri teatrali. Anche questo è qualcosa che non vedrete mai nei festival frequentati dalle belle persone vestite in abiti di lino color crema. 

Ancora, il sesto record: calcolando che in questa edizione delle 7.000 persone affluite al festival ben 5mila hanno partecipato al corteo del sabato, e che sono stati venduti ben 3.000 libri, possiamo allora dire che il festival ha dato luogo alla manifestazione con più persone con un libro in tasca nella storia del movimento operaio. È una delle particolarità del festival, che incrocia letteratura e politica, e fa della letteratura un atto politico. 

Infine un settimo e ultimo record, ma è forse il più importante: gli operai del Collettivo Gkn sono i protagonisti della lotta più lunga del movimento operaio italiano (e forse del movimento operaio europeo, avendo superato di gran lunga i minatori inglesi del 1984). Il giorno di apertura dell’edizione 2025 del festival coincideva infatti con il giorno 1.367 di assemblea permanente in fabbrica. 

Tutti questi record sono da un lato il risultato dell’abbraccio di migliaia di persone a una fabbrica, e dall’altro della convergenza culturale tra un collettivo operaio e un gruppo di lavoratori della conoscenza. E ci stiamo già preparando per un nuovo progetto, il primo Polo culturale working class che fa parte del nuovo piano industriale elaborato dal basso dagli operai ex Gkn e che dovrà diventare un hub europeo della letteratura e della cultura working class. Ma prima bisogna che gli operai vincano la loro lotta. Poi potremmo dire di avere un nuovo record: aver superato Adriano Olivetti nella produzione di ricchezza sociale e culturale di una fabbrica. Con la differenza che a Ivrea l’attivismo culturale lo faceva dall’alto un padrone illuminato, e allora tutti a spellarsi le mani; se invece la stessa cosa la fanno dal basso dei metalmeccanici in dismissione, apriti cielo. «Che roba contessa…».

Alberto Prunetti, scrittore e traduttore, è autore tra l’altro di 108 metri. The new working class hero  (Laterza, 2018) e Amianto. Una storia operaia (nuova edizione Feltrinelli, 2023). Per Alegre dirige la collana di narrativa Working Class. 

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mercoledì 22 febbraio 2023

Alla linea - Joseph Ponthus

grazie alla segnalazione di Alberto Prunetti ho letto il libro di Joseph Ponthus, tutto in un giorno.

Baptiste Cornet (è il vero nome di Joseph Ponthus) si sposta in Bretagna, a Lorient, con la moglie Krystel, ma il lavoro latita, non può fare l'educatore, il mestiere che sa fare bene, e gli tocca, via agenzia interinale, fare dei lavori al fondo della scala sociale (industria che tratta pesci e crostacei, un'altra che produce tofu, e il mattatoio, non in ufficio, ma sempre alla linea di produzione).

la vita con la compagna ricorda esattamente quella dei due sposi di Italo Calvino.

Baptiste/Joseph purtroppo è morto, a 42 anni, lascia un libro straordinario, scritto in modo originale, in una prosa poetica, e dentro cì sono il duro e alienante (spesso di notte) lavoro, i sogni, l'amore, i suoi amati scrittori e cantanti, più vivi che mai, la solidarietà dei compagni di lavoro, per non parlare del cane, che lo aspetta sempre, devono fare la passeggiata.

vogliatevi bene, cercate il libro di Joseph Ponthus, aveva ragione Alberto Prunetti, è un grande esempio di letteratura working class, ma anche di letteratura senza aggettivi.


qui un'intervista a Joseph Ponthus

 


…Quando lo conosco io, è perché ci hanno messo allo stesso tavolo nel festival letterario Lettres du Monde di Bordeaux, nel novembre del 2019. Città bellissima, molto altoborghese, con un passato di ombre schiaviste, di teatri e grand hotel. Come quello che ci ospita e dove io, col mio passo da contadino rigovernato, entro in piena sindrome dell’impostore. So che mi aspetta un incontro con gli organizzatori e con questo scrittore che tutti i librai di Francia mi dicono che devo leggere. Entro nell’atrio del grand hotel come un cane in chiesa, vedo da lontano un tipo enorme, alto, con barba bionda, occhiali, pipa e cappello, che si sbraccia e mi fa segno. Poi inizia a cantare, ad alta voce in italiano: «Triste triste, troppo triste, questa sera, eterna sera». È una canzone di Ciampi. E ancora: «Alberto, Forza Livorno! Maremma maiala!». I bravi clienti del grand hotel sono allibiti.

Come potrete immaginare, siamo andati avanti un giorno e una notte a mangiare, bere, fumare, parlare di moschettieri e del conte di Montecristo, di Dumas e Stevenson, dei pirati dell’isola del tesoro e dell’abate Faria, di Bretagna amara e Maremma maiala, di Charles Trenet e Piero Ciampi, di Guy Debord e Pietro Gori, del nostro comune amico Serge Quadruppani (sarà lui, commosso, a darmi qualche ora fa la notizia della sua scomparsa) fino praticamente all’alba, quando ci siamo presentati in condizioni ignobili alle porte del grand hotel. Notevole il nostro appetito: di fronte a un menù di cui non capivo nulla, puntellato da prestigiosi vini Bordeaux, Joseph mi consigliava di mangiare e bere tutto… «perché chissà cosa succede domani, Alberto, io sarò tornato a squartare animali in fabbrica e tu a pulire i cessi a Bristol. E addio letteratura e banchetti sontuosi. Sicché mangia!».

La letteratura è rimasta, forse per sempre, ma Joseph dal banchetto della vita se n’è andato troppo presto, a 42 anni, con un solo libro di narrativa pubblicato, che vale come un capolavoro. La sua esistenza è stata breve, ma il suo tempo non è stato perduto, come in À la ligne si diverte a dire sfrontatamente a Monsieur Proust:  «Cher Marcel, ho trovato quel che tu cercavi. Vieni in fabbrica. Te lo mostrerò io, il tempo perduto». 

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…Presentato come “romanzo” in quarta di copertina, À la ligne è in realtà una sorta di prosimetro in versi liberi scritto da un autore che viene facile identificare con il suo protagonista, operaio interinale spedito senza alcuna preparazione prima in uno stabilimento bretone in cui si lavorano pesci e crostacei poi in un mattatoio…

…Attendendo con fiducia la versione italiana, anche nella nostra lingua non sarà semplice conservare la ritmica di un’opera totalmente priva di punteggiatura ma non di ritmo perché costruita su di un principio di “armonia imitativa” (in senso lato) con la cadenza dei pensieri in fabbrica del narratore, che si oppone a quella del lavoro. È bene avere chiara questa distinzione: la prosa poetica di Ponthus non mima la ripetitività martellante della catena industriale ma riproduce il modo in cui i pensieri al lavoro si dimenano cercando di sfuggirlo, di meglio sopportare il tempo che manca alla fine del turno. Tale dispositivo salvifico è messo in pratica, da un lato, inventando mantra e nonsense come il memorabile “égoutter du tofu” (sgocciolare il tofu) che accompagnò l’autore per un’intera notte di lavoro alienante e scrivendo a mente quelli che saranno prima dei brevi testi pubblicati su Facebook e poi il libro. Dall’altro, per fare un esempio, con un meccanismo simile a quello raccontato da Aldo Braibanti nella sua Lettera al compagno Gianfranco caduto nella lotta clandestina (1945) quando ricordava che, dopo le torture subite in quanto partigiano dalla famigerata banda Koch-Carità, si ripeteva versi di Baudelaire: “il ritmo mi leniva la carne e mi staccava dai miei persecutori”.

Così fa Ponthus, stremato fisicamente e mentalmente dalla fabbrica, rimasticando non casualmente citazioni di quegli Apollinaire, Aragon o Cendrars che provarono l’esperienza sconvolgente del fronte della grande guerra, la “Grande Boucherie” (grande macelleria) che fa risonanza con la sua al mattatoio. E se, da addetto alla lavorazione del pescato, il sapere che “la première occurrence du mot crevette est chez Rabelais” (la prima occorrenza del termine gamberetto è in Rabelais) sembra di primo acchito del tutto inutile, è invece proprio pensare a Rabelais che gli consente di restare se stesso. Così come rileggere En attendant Godot di Beckett nella lunga fila d’attesa che si crea alle agenzie interinali o immaginarsi di essere un novello D’Artagnan alla vigilia di una nuova missione lavorativa. Aggiungendo poi ai rimandi a René Char (il sottotitolo del libro è un omaggio evidente ai suoi Feuillets d’Hypnos), Ronsard, Jean de la Bruyère, Hugo, Sinclair, Perec e persino Franju e Godard, un’infinità di citazioni tratte da canzoni popolari di grandi autori e vedette del panorama francese: da Trenet, Brel, Brassens, Léo Ferré, Barbara a Johnny Hallyday, Vanessa Paradis e Carla Bruni…

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…Alla linea, grazie a uno stile notevole e ai tanti rimandi letterari, va al di là della narrativa testimoniale di fabbrica, ma la sua importanza resta soprattutto politica, perché mostra la realtà del lavoro interinale, ossia di quel nuovo “esercito di riserva del capitalismo” sempre pronto a una chiamata quando e dove occorre, ma ormai mutato in una specie operaia isolata e ad alto rischio di perdere il senso della solidarietà. Il romanzo di Ponthus non assomiglia alle opere dei Di Ruscio e Di Ciaula, dove l’esperienza manifatturiera genera una consapevolezza esistenziale. Ponthus entra in fabbrica già pienamente consapevole, è un intellettuale. Ma non è un infiltrato. Non è un Orwell, o una Ehrenreich o un Wallraff. Non va in fabbrica per raccontare quel mondo ai borghesi. Ci va per lavorare e guadagnare. Lo scrittore Alberto Prunetti, che a Ponthus ha dedicato pagine acute, anche nel fresco di stampa Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class(minimum fax), mi spiega: “In Gran Bretagna lo avrebbero definito ‘a person with a working class background’. Ce ne sono molti nelle fabbriche di oggi. Veniva da una famiglia di estrazione popolare, ma, grazie al sistema aperto dell’istruzione francese, si era dotato di una formazione scolastica alta, arrivando addirittura a frequentare una facoltà universitaria di élite. Poi aveva subito una riproletarizzazione, il che accade spesso alle persone istruite e laureate dei ceti non borghesi. Era diventato educatore nelle periferie di Parigi. Era un attivista radicale e militante. Finché non si innamorò di una ragazza bretone e cambiò vita”. 

Sarebbe meraviglioso se Alla linea replicasse in Italia il successo francese. Ma perché ha avuto tanto successo? Forse perché ricorre a parole e sentimenti che ogni lettore, quale che sia la sua estrazione sociale, potrebbe usare e provare. Forse perché racconta la fabbrica come un’esperienza che potrebbe capitare a tutti. L’esperienza del lavoro, la parola lavoro: nel 1948 Lucien Febvre dedicò un breve e illuminante saggio all’evoluzione del termine (è stato ripubblicato in Lavoro e storia, Donzelli 2020). In quel testo il grande studioso ricostruiva “una strana avventura, quella della parola (“travail”, ndr) che, muovendo dal significato di torturare, ‘tripaliare’, cioè torturare col ‘tripalium’”, implicò a lungo nell’età moderna un senso di “afflizione, spossatezza, sofferenza e anche umiliazione”. A partire dall’Ottocento, ad esempio nell’utopia di Fourier, quel vocabolo si capovolse nel sogno del “lavoro-gioia” e in un tempo nuovo nel quale “finalmente le classi lavoratrici conquistarono il diritto alla storia perché operaie, non più perché miserabili”. Per Febvre nulla avrebbe impedito all’uomo “di lottare” perché il lavoro diventasse “un giorno la dolce legge del mondo”. Lo sfortunato Ponthus ci racconta che non è andata così: “Al mattatoio / Ci crediamo / Però / Un giorno / Alla scomparsa del lavoro / Ma quando cazzo / Ma quando”.

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Dalle nostre parti se ne è scritto, ma non abbastanza. Ha venduto, ma con cifre assai lontane da quelle dell’edizione originale, uscita in Francia nel 2019. Un successo straordinario, quello di À la ligne in terra transalpina: centomila copie vendute, cinque premi vinti, tradotto in più di dieci Paesi. Italia compresa, una manciata di mesi fa, quando Bompiani ha pubblicato Alla linea di Joseph Ponthus, sottotitolo Fogli di fabbrica (250 pagine, 17 euro, traduzione, mai come in questo caso importante, di Ileana Zagaglia).
Un romanzo? Non propriamente. Un romanzo – poesia in versi liberi, per descrivere, poeticamente cosa voglia dire lavorare in un mattatoio. Romanzo – poesia di assoluta verità, perché racconto in prima persona (memoir per chi ama le etichette) della vita vera dell’autore, operaio interinale nella Bretagna operaia e industriale.
E se è duro il romanzo – poesia («E ho sentito che il mattatoio paga bene / Vedremo / E poi ci si abitua / Tutto qua/ E voglio credere che la mia guerra è bella / Un ammezzato sotto il macello / A pulire merda e mammelle») è duro aggiungere che del successo editoriale (semmai gli fosse importato, e c’è da dubitarne) l’operaio scrittore Joseph ha potuto ben poco gioire. Era nato nel 1978 ed è morto nel 2021. Non era il suo vero nome: aveva scelto Joseph come omaggio a san Giuseppe, patrono dei lavoratori mentre Ponthus voleva essere riferimento ad un poeta cinquecentesco, un certo Pontus de Tyard. Lui, in realtà, si chiamava Baptiste Cornet: grazie a una borsa di studio si era laureato in una università francese d’élite, destinazione lavoro nei quadri alti delle classi dirigenti. Ma niente carriera per Joseph: da buon anarchico, era andato nelle banlieue a fare educazione popolare. Poi aveva smesso di insegnare e si era trasferito in Bretagna. Non trovando un posto di lavoro nell’insegnamento, aveva cominciato a lavorare come operaio nell’industria agroalimentare e nei mattatoi…

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…straordinaria in quest’opera, dove la letteratura e l’esistenza si mescolano fino a diventare un unico flusso, è la forma scelta da Ponthus che appartiene tanto al regime della poesia quanto a quello della prosa, con un andamento frammentato che sembra obbedire ai ritmi della linea di produzione, all’obbligatoria cancellazione di ogni tentennamento e di ogni pausa, un testo quindi che si costituisce per sua natura oltrepassando ogni confine di genere perché si basa su un dio ulteriore, sulla necessità del racconto e della testimonianza di una violenza che il corpo e la mente subiscono. Per questo, pur essendo imbevuto di ricercati e mai didascalici riferimenti letterari (da Apollinaire, i cui versi danno il titolo alle varie sezioni, a Blaise Cendrars, richiamato, lui che perse un braccio durante la Prima Guerra Mondiale, per riflettere sugli infortuni sul lavoro, fino al poeta Thierry Metz del Diario di un manovale, opera straordinaria in italiano tradotta dalle Edizioni degli Animali, di cui scrive: «Solo l’essenziale / Questa lingua / Ciò verso cui vorrei tendere»), Alla linea oltrepassa la letteratura e si impone come un’opera assoluta dove la prosa si sgretola e si frammenta per giungere alla natura più profonda di ciò che racconta…

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lunedì 28 novembre 2022

Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class - Alberto Prunetti

  

Il libro spiega cosa è la letteratura working class, nella quale la classe lavoratrice (quella dei lavori umili e malpagati), non solo è oggetto delle narrazioni, ma anche il soggetto che narra fa parte della working class (almeno come provenienza).

Molte volte sono i primi che hanno "studiato", cioè al contrario dei loro padri sono andati a scuola o anche all'università  - come Alberto Prunetti, Francesco Guccini nell'Avvelenata, e tanti dagli anni ’60 - a raccontarsi e sentirsi orgogliosi della loro famiglia working class.

Studiare era possibile con borse di studio, case dello studente, pasti in mensa a 350 lire, finanziati con l’accumulazione di risorse del miracolo economico, prodotto dallo sfruttamento dei lavoratori, che, grazie alle lotte operaie, sopratutto dagli anni sessanta agli anni ottanta, ha migliorato le condizioni economiche dei lavoratori e delle loro famiglie.

 

Alberto Prunetti affronta poi il problema delle case editrici e dell’industria culturale, che contribuiscono a formare l’immaginario delle persone. In quelle stanze la working class è vista come oggetto delle storie, magari un po’ strappalacrime, raramente il punto di vista dei lavoratori e delle lavoratrici manca, d’altronde chi lavora in quelle stanze, se pure, per caso, è di provenienza working class, si tratta di intellettuali che per essere accettati si vergognano delle loro origini e le rinnegano.

 

Alberto descrive lo stato della letteratura working class in Italia, in Francia e in Gran Bretagna.

La Gran Bretagna è la maestra della letteratura working class, l’autore lo dimostra con ricchezza di argomenti e titoli di romanzi di lingua inglese, e anche la Francia ha tanto da insegnare a chi volesse imparare qualcosa della scrittura working class.

Infine Alberto racconta di un recente viaggio a Bristol, città nella quale ha pulito cessi (scusate, era un toilet cleaner) qualche decennio prima.

Altre due cose sono importanti nel libro, la visione di un documentario di Jean-Gabriel Périot, intitolato Retour à Reims (Fragments), qui una recensione del film,

e il ritratto coinvolgente di Joseph Ponthus, morto a soli 42 anni, autore di un libro impossibile da non leggere, Alla Linea.

Il libro si conclude con una ricca e necessaria bibliografia sulle scritture working class.*

Una lettura che non annoia mai, un saggio che fila come un romanzo, promesso.

 

Ricordo una storia vera, ma non ritrovo chi e quando: ai tempi dei governi del criminale di guerra Tony Blair, abusivamente laburista, quando furono introdotte o aumentate di molto le tasse universitarie, un ministro o parlamentare laburista si dimise perché, disse, lui, figlio di operaio, aveva potuto studiare solo grazie alla gratuità dell’istruzione universitaria, e non poteva votare una schifezza così.

Un vero politico working class, no?

 

*La bibliografia è ricchissima, mi viene in mente un libro che Alberto non cita, Padre padrone di Gavino Ledda, chissà se ci sta bene nella sua lista.

e un poeta operaio cinese, QUI le poesie di Xu Lizhi (1990-2014)

 

Tralasciando il cinema inglese e francese (solo per non appesantire la lista), ecco otto film, più uno, working class (in varie accezioni) che arrivano dagli Usa, ma non solo:

Tuta blu, di Paul Schrader

Killer of sheep, di Charles Burnett

El Norte, di Gregory Nava

Oltre il giardino, di Hal Ashby

Wanda, di Barbara Loden

Il sale della Terra, di Herbert J. Biberman


La gabbia dorata, di Diego Quemada-Díez

Matewan, di John Sayles

The spirit of ’45, di Ken Loach

 

 QUI un’intervista ad Alberto Prunetti


 

…Con questo libro, Alberto Prunetti propone un gesto di verità, consapevole del fatto che “l’intellettuale è sempre al bivio tra solitudine e allineamento”, perché finalmente in un testo si mette a nudo tutto il classismo che aleggia dietro e dentro il mondo del libro. In forma anfibia, tra indagine sulla letteratura working class, analisi dell’industria editoriale, racconto in prima persona (“saltando dalla padella alla brace ero finito a fare il cleaner e il magazziniere a Bristol, senza prendere nessun ascensore sociale”) e critica letteraria, Prunetti sviluppa il nocciolo concettuale racchiuso in una nota stilettata di Audre Lorde: “una stanza tutta per sé sarà pure un requisito per scrivere prosa, ma altrettanto necessarie sono risme di carta, una macchina da scrivere e grandi quantità di tempo”.

Si tratta di riconoscere dunque che chi dispone di tempo – per formarsi, leggere, e scrivere di sé – può farlo solo perché qualcun altro non può (“Loro inventano mondi perché siamo noi a pulire i loro piatti”); e chi del tempo viene derubato sembrerebbe destinato a fare la sua vita senza passare dal via dell’autorappresentazione:

Persone che non riescono a raccontare la propria storia perché troppo occupate a fare tre lavori […] Persone che puliscono le case delle persone che scrivono libri o che pubblicano libri.

E se chi ha il tempo di scrivere parla del proprio ambiente, chi si prenderà l’incarico di mettere giù le storie di quelle persone che non hanno tempo? È piuttosto probabile che la mancanza di rappresentazione di alcune istanze sociali allontani chi in quelle condizioni ci vive quotidianamente, e se, per quanto riguarda le questioni di “genere” e “razza” comincia a essere pacifica l’idea che dentro un libro o una serie tv il primato del protagonista maschio bianco eterosessuale è in crisi, non la stessa attenzione viene concessa alle storie working class. E non perché un asse di oppressione debba prevalere sugli altri: “Mettendo race e gender contro class, si corre il rischio di far passare l’idea che la working class sia solo bianca e maschile”: basta guardare alla composizione tanto dei ceti creativi e culturali oggi quanto dei settori cosiddetti a basso valore aggiunto per rendersi conto di quanto razza e genere siano fondamentali; il lavoro sfruttato si è “femminilizzato” ed “etnizzato” e bisogna tenere insieme tutte e tre le dimensioni se si vuole dar conto delle condizioni della classe lavoratrice odierna…

da qui/

 

 

 

…“È working class la scrittura che ruota attorno al tema del lavoro, salariato o domestico, e di una accurata, ma non necessariamente realistica, rappresentazione della vita working class, della sua cultura e resistenza al potere”, scritta dall’”interno”, meglio da chi non vuole uscire dalla miseria individualmente, “lasciando gli altri indietro, a salvarsi il culo da soli: vogliamo combattere la miseria e lo sfruttamento e ‘sortirne tutti insieme, che è la politica’, contro il privilegio, che è ‘sortirne da soli’”. I capitoli hanno densità e pregnanza, cognizione e rigore, che sorprendono. Dialogano con ricerche affini, come quella di Valerio Evangelisti e dei Wu Ming (interessante la dialettica con il volumetto sulla New Italian Epic*, che ormai ha oltre quindici anni). Hanno come bussola L’orda d’oro, di Nanni Balestrini e Primo Moroni. È un libro per tutti, benché in alcuni capitoli si parli di teorie letterarie, anche perché è scritto volutamente rispettando il “test del babbo” e la lezione del metodo della scuola di Barbiana. È un libro che sa alternare racconto e saggio. E riesce a rendere il libro avvincente. Che definizione, avvincente, per un saggio! Ma è proprio così. Se anche la “bibliografia (o inventario dell’armadio delle scritture working class)” finale è utilissima, è necessario segnalare le appendici: il bruciante “Piccolo manifesto personale di scrittura working class” e gli importanti dialoghi con tre scrittori: Anelli Jordhal, svedese; Kike Ferrari, argentino; Anthony Cartwright, britannico; che dimostrano l’estensione planetaria della nuova sensibilità working class e la “causa comune che accorcia le distanze”…

da qui

 

 

scrive Alberto Prunetti:

Chiudo questa appendice con tre consigli per aspiranti scrittrici e scrittori working class. Lasciano il tempo che trovano e non prendetemi per il grillo parlante. Se non vi convincono, tirateli ai maiali. Prima però vi racconto la storia di una scrittrice working class americana.

Probabilmente avrete visto Maid, la serie Netflix, ma il memoir di Stephanie Land a cui si ispira è ancora più bello. Al contrario di quel che succede nella serie Netflix, nel racconto di Land nessuna donna ricca ed etnicamente caratterizzata salva la protagonista. Stephanie si fa il culo da sola e si salva con l’aiuto di qualche persona amichevole e una borsa di studio per studenti poveri (quanto sono importanti le borse di studio!). Al massimo dai ricchi ottiene qualche piccolo regalo, qualche atto di gentilezza, ma sono i poveri quelli che più l’aiutano. Il centro di assistenza per donne vittime di violenza nella serie Netflix è un posto paradisiaco, la signora anziana e nera che lo gestisce è una figura che offre sicurezza e la musica della colonna sonora ogni volta che lei compare sullo schermo si eleva su un timbro quasi spirituale. Nel romanzo invece Stephanie parla di un posto piccolo e sudicio in cui il fatto di essere povera la espone a controlli notturni polizieschi sulle proprie urine (se sei povera devi essere per forza anche alcolista e tossica).

Leggetelo, quel libro. Stephanie Land racconta cosa significa essere una donna povera nell’America dei nostri giorni. Racconta cosa significa prendersi cura delle case dei ricchi senza riuscire ad avere una casa per sé che non sia un monolocale muffoso. Cosa significa non poter dedicare attenzioni alla propria figlia e tirarla su da sola perdendosi nei mille ricatti dei programmi di assistenza sociale e di workfare. Ne esce. Come, nel libro lo capiamo poco. La solidarietà di altre donne povere conta. L’amore per sua figlia le fa fare sforzi disumani. La scrittura l’aiuta. Oggi è una scrittrice working class nota in tutto il mondo, grazie soprattutto al successo della serie Maid. Ma quando era povera se provava a leggere un libro le persone middleclass la guardavano male, perché quelle come lei che non hanno i soldi per curare l’otite della figlia e fanno la spesa con gli aiuti sociali non si meritano di leggere libri. Figurarsi se possono scrivere e pubblicarli. Ecco come ricorda quei giorni:

Era come se certi membri della società cercassero l’occasione buona per giudicare e rimproverare i poveri per quello che, a parere loro, non si meritavano. […] Di sicuro qualcuno teneva d’occhio quel che facevo io. A volte avevo l’impressione che lo facessero anche in quella che doveva essere l’intimità della mia casa. […] Era come se starmene seduta volesse dire che non stavo facendo abbastanza, la pigra beneficiaria di sussidi pubblici che si presumeva fossi. Poltrire a leggere un libro sembrava una concessione eccessiva; come se un tale lusso fosse riservato a un’altra classe sociale. Io dovevo lavorare di continuo.

Stephanie scrive il suo libro rubando le ore al sonno, piena di ibuprofene per non sentire i dolori alla schiena causati dai turni estenuanti di pulizie di cessi. Racconta la durezza della sua vita e quanto sono stronzi i padroni delle case che pulisce. Oggi quel libro è un capolavoro working class. Chiamatelo anche in Italia col suo nome. Un fottuto bestseller di letteratura working class.

Detto questo, il primo consiglio è fare quello che ha fatto lei: leggete nonostante tutto. Leggete tantissimo. Leggete nel bus mentre andate al lavoro. Chiudetevi nel cesso simulando una diarrea e leggete. Leggete a lavoro se capite che stanno per licenziarvi. Leggete sempre, prima di scrivere. Assumerete per osmosi le strutture del racconto. E, soprattutto, leggete la letteratura working class. Nel corso degli ultimi anni ho accumulato una serie di titoli in svariate lingue, assieme ad alcuni saggi sulla letteratura di classe lavoratrice. Queste opere hanno occupato un’intera libreria, che ho chiamato l’armadio dei libri working class. Alcuni titoli li avete già incontrati nei capitoli precedenti, ma li ritroverete tutti, insieme a molti altri, nelle prossime pagine, in cui faccio l’inventario di quell’armadio, senza preoccuparmi troppo di discernere tra le lingue in cui le opere sono state scritte o dividere tra saggi critici e opere letterarie o tra monografie, riviste, antologie eccetera. Ho aggiunto alcuni titoli che pur non essendo letteratura working class mi hanno fornito degli attrezzi utili a scandagliare il fondo della mia ricerca. Quell’armadio è l’impalcatura su cui ho cstruito una buona parte del mio lavoro ed è a vostra disposizione. Prendete da lì e cominciate a leggere.

Secondo consiglio: oltre a leggere tantissimo, dovete fare qualcosa di importante. Non credete alle stronzate romantiche che i ricchi si sono inventati sugli scrittori poveri chiusi in una camera d’albergo a immaginare mondi di fantasia. Cazzate. Neanche gli scrittori fighetti di classe media stanno chiusi nella torre d’avorio a fare i vati, ormai. Per scrivere dovete tenere il naso e il culo nel mondo. E dovrete aprirvi al mondo. Facile a dirsi, lo so, per chi non se ne sta murato vivo in un ristorante. Purtroppo in certi lavori il mondo non entra. Nelle cucine ad esempio, che sono carceri coi fornelli e la lavastoviglie. Sforzatevi però di frequentare sindacati, centri sociali, associazioni di base. Andate alle manifestazioni, fate attivismo. Leggete i giornali. Sono cose che servono per stare coi piedi dentro la realtà. È lì che troverete l’ingrediente che manca alle vostre storie di fame e di rabbia. Serve il lievito della ribellione e della solidarietà a far sollevare le nostre storie.

Detto questo, facciamo due conti: lavorate dieci ore al giorno. E vi ho appena detto che per scrivere un libro dovete leggere tanto, e pure fare attivismo, e ancora a scrivere non avete cominciato. È un macello. È questa una delle ragioni per cui siamo fuori dai giochi della narrativa. Però se riuscite a rubare ore al sonno, si può fare. Tutta questa fatica, questa rabbia, questa dedizione vi torneranno indietro. Infine, non vergognatevi di scrivere. Ci hanno raccontato che scrivere è roba da iniziati (ossia da privilegiati), ma in realtà gestire una cucina in linea con trecento persone in sala è difficile tanto quanto scrivere un racconto breve. Mandate un qualsiasi scrittore laureato il sabato sera nella cucina di un ristorante e getterà la spugna dopo cinque minuti. Scrivere è più facile che spedire dieci comande in sala in tempi da cucina express. Quindi non abbattetevi e provate, provate, provate. Scrivete non per vanità, ma per fare il culo al capo. O alla professoressa snob che vi umiliava. O al fighetto con la villa che andava in settimana bianca che vi bullizzava a scuola. Ce la farete. I piedi nella realtà, il culo sulla sedia, la penna sulla carta. Dategliene secche.

Stephanie Land, mentre ancora lavorava come donna delle pulizie, se l’era tatuato sulle dita della mano destra: «s-o-w-r-i-t-e», «E allora scrivi», lettera per lettera, una per ogni dito. Therry White, scrittrice working class britannica, lo dice così: «I’ve read and heard a lot of writing advice over the years, and the only advice that actually makes any real sense/works is just write the fucking thing». Tradotto: scrivi quel cazzo di libro, maremmacane! E ha ragione lei: è l’unico consiglio che conta.

da qui

 

 

scrive Alberto Prunetti:

1. Niente approcci vittimari

Con le nostre storie working class non vogliamo che il lettore ci venga a battere lacrimevoli pacche sulle spalle. Niente autocommiserazione. Rappresentiamo i proletari di rado come vittime, piuttosto come attori e protagonisti di movimenti sociali, di un periodo storico, di cambiamenti e trasformazioni radicali. Più che l’alienazione, raccontiamo l’orgoglio e la strafottenza di appartenere alla working class. Al tono dolente, contrapporre l’esuberanza turbolenta dei subalterni, di chi finalmente riesce a raccontare la propria storia senza farsi raccontare dagli altri. Occhio però a non brandire l’abuso patito come una clava, cercando la zona di comfort della vittima e alla fine depoliticizzando il trauma: bisogna saper guardare ai traumi degli altri più che ai propri, per fare scritture working class degne di questo nome.

2. Umorismo di contrasto

Se facciamo commuovere i lettori, non bastano le loro lacrime. Se li facciamo ridere, non è perché vogliamo intrattenerli. Mescolare tragedia e commedia, l’umorismo e la tensione emotiva del dramma. Usare l’ironia per ribaltare i contesti, per smontare le pesantezze retoriche dell’ideologia, per fare il sì dov’era il no. Quando la classe lavoratrice è raccontata dall’esterno, emergono la tristezza, l’alienazione, la sofferenza. Dall’interno, bisogna raccontare le zone d’ombra e quelle di luce. E non aver paura di legare gli opposti con l’umorismo, che è il brodo di cultura popolare in cui siamo immersi. La vita operaia è fatta di opposti e serve tutta la forza di un saldatore per tenerli assieme. Questa è anche una tecnica di lotta. Pensate ad Alì contro Foreman. Vi faccio venire sotto. Vi lancio un aneddoto, ridete. Vi siete scoperti: destro d’incontro con legnata emotiva al fegato. Accusate il colpo, incassate a fatica. Cambiate di guardia, fingo con un’altra battuta e vi lancio a sorpresa un rapido job di sociologia: siete rimasti sguarniti da lato del materialismo storico. Andate a terra. Se cadete knock-out, è perché siete ancora vivi. Quel dolore è la vostra umanità.

3. Responsabilità

Se parliamo di noi e delle nostre famiglie, non è narcisismo. Quello che per alcuni è narcisismo, per altri è autorappresentazione. Così le storie personali di chi sta nei coni d’ombra della narrativa diventano storie esemplari. Se diciamo «io», non è per culto della personalità, ma per un’assunzione di responsabilità su quel che raccontiamo. Quando usiamo la prima persona, lo facciamo per asserire che noi siamo dentro al racconto, dentro alla classe, al lavoro, allo sfruttamento. La terza persona serve al narratore esterno che sceglie uno sguardo più oggettivo. Noi però stiamo dentro all’enunciazione e all’enunciato, al racconto e al vissuto. Solo speriamo che quella prima persona da soggettività singolare si faccia plurale: dov’è l’io, fare il noi.

[…]

5. Meglio le narrazioni ibride…

…che il romanzo-romanzo. Del resto il romanzo è stata la forma espressiva in cui la borghesia si è rappresentata, da Defoe in avanti. Ma è anche una forma elastica, che nasce già ibrida (penso a Laurence Sterne) e che può essere usata in forme diverse da quelle scelte dal canone letterario consolidato o anche solo dal mainstream editoriale degli ultimi anni. Intrecciamo quindi opere di finzione con memoir, autofiction, etnografia della classe, inchiesta operaia, diari e materiali d’archivio. Moltiplichiamo non solo i registri e i generi ma anche le forme dell’esposizione (descrittiva, di invettiva, poetica). E infine diamo forza perlocutiva ai nostri scritti: usiamoli per fare cose nella realtà, per trasformare il mondo.

[…]

8. Mimetismo e sperimentazione

Al solito: i borghesi possono prendersi il lusso della sperimentazione, dell’espressionismo, del gioco formale, dell’avanguardia. Ai poveracci tocca replicare cacofonicamente le loro sfighe. Ritengo invece che per restituire al meglio la complessità del linguaggio e delle esperienze delle persone di classe operaia sia necessario suonare registri distinti, dosare un complesso impasto linguistico, ricorrere a sperimentazioni, spingere l’acceleratore del simbolismo e dell’allegoria. Fare del testo un cantiere aperto, replicando in narrativa il lavoro della carpenteria industriale. Bisogna ibridare, non come un artista, ma come un saldatore che da sempre assembla strutture non omogenee per creare architetture di carpenteria sedimentate e stratificate. Da qui deriva anche la tensione verso l’iperrealistico, il caricaturale, il grottesco. Senza fare i fighetti che se la menano col postmodernismo: se vogliamo essere capiti dai pensionati del circolo Arci, dovremo allora essere pronti a tornare su una lingua piana. Dipende cosa vogliamo dire e a chi vogliamo parlare.

Molto spesso però il realismo rischia di diventare una catena che ci imbriglia, una zona di confino.[i]

[…]

12. Uso del linguaggio tecnico dell’industria

Il linguaggio tecnico e settoriale del lavoro industriale può essere una delle caratteristiche della narrativa working class. Contrariamente a quel che si pensa, molti lavori operai richiedono competenze, sapere, studi: l’immagine dell’operaio dequalificato, che compie solo mansioni semplici e frammentate, è fuorviante. Per costruire il lessico tecnico del lavoro serve esperienza sul campo. Faccio una semplice osservazione. Quando una persona comune, magari con laurea, entra in un ferramenta, spesso si trova priva di parole per designare gli oggetti. Sono tutte cose che cosando cosano. Per fortuna l’addetto alle vendite è spesso un buon semiologo (anche se ha fatto l’Iti o il professionale) e cercherà di tradurre quella richiesta generica in un oggetto specifico. Al contrario, un operaio in ferramenta si trova nella propria zona di comfort. Ogni cosa su quegli scaffali ha un nome e una misura specifici. E lui li conosce. Adesso portiamo questa competenza linguistica dal banco della ferramenta in narrativa. Prendiamo Inox, il romanzo di Eugenio Raspi che racconta il lavoro nelle acciaierie di Terni. Qui il linguaggio tecnico diventa davvero il punto di forza della narrazione. Ci sono storie operaie che non si possono raccontare senza le parole del gergo tecnico. E questo racconto può farlo decentemente solo un operaio.

13. Raccontare il disastro industriale e ambientale

Bisogna anche far convergere le lotte. E quelle operaie devono essere legate a quelle ambientali, che a loro volta devono essere connesse alle lotte per la salute sul posto di lavoro. La classe operaia ha lavorato a rischio per decenni. Sull’orlo della malattia professionale e dell’incidente, sul baratro della nocività, a un passo dal disastro industriale e ambientale. Il lavoro a rischio va raccontato fino alle sue estreme conseguenze: dagli infortuni personali fino ai disastri ambientali e industriali. Senza logiche vittimarie: prima che vittime, i vecchi operai sono testimoni di un abuso patito sulla propria pelle. Da Taranto a Bhopal, da Marcinelle a Casale Monferrato, bisogna raccontare i disastri imposti dalle logiche del profitto alla salute e all’ambiente, bisogna mettere sotto la lente della scrittura il lavoro nocivo e la deindustrializzazione selvaggia che si lasciano alle spalle inquinamento e bonifiche mai realizzate. Uno storytelling del disastro che metta assieme questioni ambientali e questioni di classe, chiedendo la giustizia climatica accanto a quella sociale, laddove le retoriche mainstream tendono a separare i temi per meglio imbrigliarli, spingendo poi i lavoratori con le spalle al muro, a scegliere tra occupazione o inquinamento. Ossia a non scegliere ma a subire politiche industriali devastanti e fallimentari.

Tra le retoriche che infestano il discorso pubblico, c’è quella che dipinge l’ambientalismo come un lusso per ricchi. In realtà, le prime vittime dei disastri industriali sono sempre le persone comuni. I poveri sono i primi a pagare la crisi climatica creata dall’industrialismo, i cui vantaggi finiscono come profitti nelle tasche della classe dei super-ricchi. È interesse degli operai, esposti per primi alle nocività industriali, lottare per ottenere il pane e le rose, entrambi non avvelenati, senza polveri sottili e benzopirene. Di qui la necessità di lottare (e scrivere) unendo le rivendicazioni sul lavoro e quelle sull’ambiente. Bisogna far convergere i punti di vista: unire le rivendicazioni in una prospettiva di ambientalismo working class. […] Lo storytelling dal basso può servire a smontare le logiche delle retoriche tossiche imposte dall’alto, che finiscono per spingere i lavoratori a scegliere tra pane e salute: una finta scelta, un arrocco imposto dal padrone che ha già messo sotto scacco i lavoratori nel momento in cui distrugge i cavalli operai dell’immaginario e spinge in avanti le torri della ristrutturazione industriale, con la classe media che fa da peoni e i sindacati che a volte non si capisce da che parte giochino.


[i] […] Prendiamo Bryan Stanley Johnson, l’autore di In balia di una sorte avversa. B.S. Johnson ha tutte le carte in regola per essere un working-class hero della letteratura: nato nelle Midlands inglesi, impegnato nel sindacato, scrive spesso di lavoratori e di conflitti sociali con prospettive di sinistra. Pare abbia anche un caratteraccio. Ma … ma è troppo sperimentale! Il romanzo del 1969 di B.S. Johnson gioca con le forme espressive come farebbe un autore del Nouveau Roman: è formato da ventisette capitoli rinchiusi in una scatola il cui ordine viene liberamente deciso dal lettore. Una cosa del genere non può averla fatta uno sfigato o un poveraccio. La narrativa operaia deve essere inchiodata al realismo. I proletari non possono essere modernisti, o espressionisti, o lanciarsi nella sperimentazione avanguardistica. Lo sanno tutti: sono dei bruti che scrivono di maschi che fanno a cornate fuori dal pub! Su Bryan Starnley Johnson consiglio la biografia scritta da Jonathan Coe: Come un furioso elefante. La vita di B.S. Johnson in 160 frammenti.

da qui

 


lunedì 24 gennaio 2022

Ritorno a Reims - Alberto Prunetti

 

 

Recensendo «Retour à Reims (Fragments)» Alberto Prunetti avverte il rischio che le storie working class vengano neutralizzate. Eppure queste biografie operaie aiutano a liberarsi dalle zavorre che ci portiamo dietro

 

Da un po’ di giorni ricevevo inviti a guardare il documentario francese Retour à Reims (Fragments) di Jean-Gabriel Périot. E sempre mi sottraevo. Ho un rapporto complesso, di attrazione e distanziamento, con l’opera di Didier Eribon a cui il documentario si ispira esplicitamente. Quando la lessi la prima volta mi ritrovai risucchiato in quelle pagine, assediato da flashback della mia infanzia. Quello che mi allontanava però dal memoir di Eribon era la mia traiettoria personale: per me gli studi non erano stati un elemento di mobilità sociale. Dopo la laurea non avevo fatto alcun dottorato, non ero entrato nel mondo della classe media intellettuale ma ero andato a lavorare in pizzerie e ristoranti per dieci anni. Avevo anche pulito merda di cavalli in resort di lusso in Italia. Non ero insomma un transfuga di classe e la classe media si guardava bene dall’accogliermi tra le sue braccia. Anzi, mi sfruttava alacremente. 

Certo, me n’ero andato dalla mia città natale, con il suo altoforno che languiva e gli alti tassi di disoccupazione. Ma ero rimasto nella classe lavoratrice, saltando dalla padella alla brace, finendo a pulire cessi a Bristol, senza prendere nessun ascensore sociale. E quando ho provato a raccontare le mie disavventure working class in Gran Bretagna, un giornale conservatore, il Daily Mail, mi ha descritto come un «very sweary, grizzled old Italian Lefty», ossia un «volgare sinistrorso attempato», con il sottinteso che gente come me non dovrebbe scrivere libri ma stare al suo posto, a condire pizze con l’ananas e il prosciutto cotto.

 

Prima della visione

L’altro elemento che mi preoccupava era la ricezione da parte della classe media di opere culturali prodotte da autori con un background working class. Non è un problema solo delle opere di Eribon o Éduard Louis. Riguarda in forme diverse un po’ tutti. La narrativa working class rischia una paradossale eterogenesi dei fini. I memoir di donne proletarie abusate, che per le autrici hanno un valore terapeutico, alimentano il voyerismo middleclass di chi compatisce le vite dei poveri. Trainspotting di Irvine Welsh ha spedito nel fine settimana tour di studenti universitari ricchi a fare il poverty safari in Scozia per poi tornarsene con l’hangover nelle loro confortevoli case del sud dell’Inghilterra. E una mia inchiesta sulla malattia professionale di mio padre, Amianto, spesso mi garantisce una serie di pacche sulle spalle da persone che mi vogliono vedere come una vittima e non come uno che vorrebbe mettere a fuoco i privilegi di classe.

Stiamo insomma attraversando un periodo interessante per la letteratura working class, ma la strada è tutt’altro che in discesa. Aumenta l’impatto nell’industria culturale mainstream delle storie working class (penso a Maid di Stephanie Land e a Shuggie Bain di Douglas Stuart); si abbassa il livello di testosterone delle storie proletarie e la classe si intreccia sempre di più con altre forme di oppressione, come quelle di genere e di race. Viene meno la narrativa della rissa fuori dal pub e si mette in discussione la mascolinità tossica anche in ambiente operaio. Il rischio però è che queste storie di classe operaia passino attraverso un processo di normalizzazione che le renda accettabili agli occhi dei lettori di classe media, togliendo loro ogni elemento sovversivo. La storia di un ragazzo che soffre perché vede la propria omosessualità stigmatizzata in ambiente operaio e accettata nel passaggio verso la classe media, come accade nei memoir di Eribon e in quello di Eduard Louis, rischia di confortare il lettore middleclass sulla propria superiorità morale, demonizzando la classe operaia e presentando la borghesia come un luogo di emancipazione (Il film Pride in questo senso va nella direzione opposta, perché mostra la possibilità di cercare un’alleanza tra politiche di classe e di identità). 

Il punto è che qualsiasi cosa facciamo o scriviamo, rischiamo l’eterogenesi dei fini. E certo questa non può essere una ragione per non scrivere. Ma dobbiamo riflettere sulla possibilità che la middleclass si appropri delle nostre storie e le usi per fini diversi da quelli per cui le abbiamo scritte. Ad esempio, raccontando storie working class, rischiamo di entrare nel paradigma della vittima, o del «bravo ragazzo che ce l’ha fatta» (in cui mi espongo con il mio 108 metri), o del criminale che si mette il passato alle spalle (The Young Team di Graeme Armstrong, altro libro grandissimo di questa stagione di letteratura working class). Insomma, qualsiasi mossa facciamo come autori di classe operaia, ci esponiamo alla possibilità di alimentare il mito del deserving poor vs l’underdeserving poor, del cherry picking, della ciliegia buona nel mazzo delle cattive.

Dobbiamo cominciare a combattere contro questo rischio, cercando di fissare dei paletti per evitare che le nostre opere subiscano un framing middleclass. Non è sempre possibile, ovviamente. Lo fa bene Cash Carraway, quando si rivolge al lettore di classe media del suo memoir Skint Estate accusandolo di voyerismo. Lo fa Éduard Louis riprendendo il filo della sua storia e raccontando quel padre, presentato come un perpetratore dell’ideologia reazionaria e eteronormata, in maniera completamente diversa, più umana, in un’opera successiva a quella del suo esordio: Chi ha ucciso mio padre (Qui a tué mon père). Lo fa spiegando come l’adesione del padre operaio a ideali di suprematismo bianco e di nazionalismo e di omofobia era il risultato di una pressione enorme esercitata sulla classe operaia: il tentativo di cooptare una parte della classe operaia bianca, legandola a quello che più assomigliava ai suoi sfruttatori, ossia il fatto di essere maschi. Depistando la violenza di classe verso il basso. Patriarcato, razzismo e suprematismo bianco sono forze che possono distruggere la solidarietà di classe. Come ci spiega benissimo questo adattamento cinematografico del notevole memoir di Didier Eribon.

 

Primo movimento

Ma cominciamo con ordine. Tutte queste cose alla prima visione non mi sono venute in mente. Anche perché il film mi ha preso assolutamente in contropiede. Invece di una narrazione solista, mi sono trovato di fronte un racconto corale, polifonico, raccontato col montaggio – suprema arte proletaria, da Eizenstejn fino all’ultimo dei saldatori – di voci di archivio, prelevate da materiale documentaristico e cinematografico francese, sorrette da un frame teorico che risente della lezione di Bourdieu. Voci che risuonano nella mia testa con timbro fin troppo familiare. Scene di famiglia. Endogamia di classe. Gli operai si sposano tra di loro perché la classe media non spreca il capitale familiare accumulato. Gli operai e le operaie si innamorano ai balli popolari. Scene di balli, interviste a giovani donne di classe operaia.

Non posso non pensare alla mia famiglia. Mio padre e mia madre si sono conosciuti proprio in un posto come questo: una sala da ballo popolare. Un’operaia bella dice che vuole sposare un operaio, ma deve essere bello anche lui. Non posso non pensare ancora alle foto di famiglia. Alla bellezza strafottente di mio padre, che a vent’anni sembrava un cowboy del metallo e che alla fine dei suoi giorni in tuta blu diventerà un rottame da cui la sanità pubblica si sbrigherà a togliersi il peso con la diagnosi di un tumore polmonare. Il corpo degli operai ci dice la verità sulle loro vite. La loro bellezza si consuma, raschiata via dalle macchine, troppo presto. Essere di classe operaia non è solo una definizione da salario e indicatori economici: vuol dire essere qualcuno a cui è stata rubata la bellezza dalla vita.

Il film continua ma ormai la mia visione segue le dinamiche di contemplazione di uno sguardo interno. Le immagini sulla pellicola rimbalzano dalla mia retina al cervello e non riesco a permettermi lo sguardo esterno, oggettivo, borghese, di chi può guardare un film del genere a titolo informativo, espositivo o militante. Detta in altro modo, per me ogni fotogramma è una ferita di classe che sanguina e la voce off, femminile, assume una forza ipnotica e fa da contrappunto alla coralità delle voci proletarie dell’archivio.

Adesso – Bourdieu docet – si continua con la riproduzione sociale e l’esclusione dei figli dei proletari dal mondo della cultura. Sono immagini di bambini francesi quelle sullo schermo ma io continuo a pensare a mia madre, ai suoi racconti sulle medie separate, al suo desiderio di studiare che si è arenato nel sapere utilitaristico di una scuola professionale in cui anche la matematica era insegnata, come recitava il titolo di un suo vecchio manuale che ho trovato in un cassetto, «per l’avviamento industriale femminile». Mentre mio padre esce dalla scuola a testa alta, da uomo fatto, per iniziava a lavorare a 14 anni. Ingiustizie, un mondo di ingiustizie. La madre di Eribon commenta un licenziamento e la voce off ci dice: «da allora provo odio per le relazioni gerarchiche e di potere». Quanta empatia c’è in quell’odio di classe.

I fotogrammi scorrono. Arriva il momento più commovente. La situazione delle donne operaie è ancora più oppressiva di quella dei loro mariti. Le donne proletarie si fanno carico del lavoro di cura domestico e non retribuito e mancano di quei momenti fondamentali di socialità operaia che permette ai lavoratori maschi di andare avanti, con qualche sollievo emotivo: il bar, il bistrot, le sigarette con gli amici parlando di calcio e politica. Il sabato pomeriggio degli operai.

Ma la depressione operaia è dietro l’angolo. La voce di un operaio, associato a un’immagine di catena di montaggio, mi fa venire in mente Lulù di La classe operaia va in paradiso. Ma è meno spaccone del personaggio di Gian Maria Volonté. Le sue parole scavano dentro la coscienza ferita: «Sei come una macchina. Le mani mi fanno male. Quando cambio la bambina, non riesco a slacciarle i bottoni. Ci hanno mangiato le mani. Faccio fatica a scrivere, è difficile esprimersi. Quando non parli per 9 ore di seguito, hai così tanto da dire che non riesci a dire nulla. Hai paura. Noi sopravviviamo. In media un operaio vive 59 anni».

59 anni. Mio padre, dopo aver lavorato una vita da saldatore, è morto a 59 anni per un tumore professionale causato dall’amianto. 59 fottuti anni. Un operaio vive in media quindici anni meno di un impiegato, anche di piccola classe media. 

A 50 anni mio padre ne dimostrava 70. A 20 anni era bello come un cowboy del metallo. A 50 anni aveva la tavola di Mendeleiev tatuata sui polmoni e sembrava un vecchio devastato, con gli occhi spenti, senza più la luce piena di irriverenza verso i quattrinai degli anni della sua giovinezza. 

La classe sta nel corpo, è embodied, sta sotto la pelle, under your skin, come ha scritto la femminista britannica Annette Kuhn. A chi vi dice che le classi sociali non esistono, fate vedere il corpo di un operaio, di un’operaia di sessant’anni. Le ferite di classe incistate nel corpo degli operai che invecchiano. «Il corpo di una donna operaia quando invecchia mostra tutta la verità dell’esistenza delle classi», dice la voce off di Retour a Reims. Mi infilo in una deriva di pensieri, incalzato dalla voce di un adolescente che declama parole meravigliose: penso che una società sarà giusta quando anche gli operai saranno felici. Qui finisce il primo movimento dedicato alla classe operaia, quella classe destinata ad abolire lo stato delle cose presenti nel nome del suo universalismo. 

 

Secondo movimento

E comincia il secondo movimento. Meno emotivo. Più espositivo-argomentativo. Il tema diventa quello della rappresentanza politica del mondo operaio. Del tradimento dei partiti e dei sindacati che, nati nel movimento operaio, hanno virato verso la classe media, sulla base del presupposto che «la classe operaia non esiste più». In realtà in tanti hanno fatto il funerale alla classe operaia – come ci ricorda Richard Hoggart nella sua introduzione all’edizione del 1989 di The Road to Wigan Pier di George Orwell – ma la bara era sempre vuota. Eppure in lustri di neoliberismo si è ripetuto come una litania il mantra tatcheriano per cui le classi non esistono: la società è un sistema omogeneo, da gestire con tecniche di management, senza che ci sia un conflitto di interessi contrapposti tra gruppi sociali distinti. Smantellata la classe e atomizzati i lavoratori, la forza operaia si spegne e si scopre impotente. L’impotenza genera rabbia e frustrazione. La forza di un tempo si rivolgeva contro il padrone e l’oppressore; la rabbia e la frustrazione sono incanalate contro i deboli e gli impotenti. La forza degli operai diventa maschilismo che colpisce le donne operaie, o i deboli della propria classe: i lavoratori immigrati. Così, spinti dalle destre, si finisce per diventare traditori di classe. E quando si cerca una ricomposizione nell’astrazione generale, invece che alla classe si guarda alla nazione. Di qui le tendenze verso il suprematismo bianco di certi settori della classe operaia. La destra in fondo ha fatto il suo gioco: ha colto la disperazione della gente comune e ha provato a deviarla verso i propri obiettivi, a difesa dei ricchi. La sinistra istituzionale, gentrificata, se ne sbatte della disperazione della gente, è diventata un partito di persone istruite che fanno scelte di consumo illuminate. Alimentando sempre di più il rancore degli oppressi.

Cattivi umori attraversano il secondo movimento della pellicola. Mark Fisher parlerebbe di giustizia negativa: che capiti agli altri quel che è capitato a me. Il razzismo, soffiato sulle ceneri del rancore dalla destra, guadagna campo. Non che elementi di conservatorismo – e il film lo spiega bene – non esistessero da sempre nel mondo operaio. Ma erano sussurri che non diventavano la base per campagne di mobilitazione politica, perché i partiti e i sindacati mobilitavano le energie dal basso verso l’alto, contro le imprese e il padronato. Oggi la destra cerca di occupare lo spazio retorico della sinistra per «difendere i lavoratori», dividendo la classe operaia sul fronte della linea del colore, per mobilitarla contro gli stranieri.

Un tempo famosi per la loro generosità e solidarietà, così lontane dall’utilitarismo commerciale e dall’individualismo dei borghesi, oggi gli operai sono raccontati come gretti, ignoranti e meschini. Ma non è così: ci stanno demonizzando. Mi viene in mente una citazione di Dorothy Allison. «Ci chiamano anche ceti bassi, plebaglia, classe operaia, poveri, proletari, pezzenti, rifiuti umani o feccia. Da tutto questo so far nascere storie», scriveva Allison in Due o tre cose che so di sicuro.

Ecco, di sicuro io so che dobbiamo tornare a Reims, alle nostre dannate città operaie, e riprendercele.  Dobbiamo raccontare della classe operaia anche la luce e non solo le ombre e smettere di pensare che la borghesia possa essere un luogo di emancipazione. Dobbiamo pensare a una classe operaia che sia anche intersezionale e queer, che lotti contro il patriarcato e l’eteronormatività. Con l’immaginario, con l’attivismo, con la forza delle nostre storie. Perché siamo il fottuto sale della terra e dobbiamo avere l’orgoglio di resistere a una sinistra di persone bennate che ci tratta con condiscendenza e a una destra che avvelena i pozzi della solidarietà operaia. 

Non so se è uno spin off del film che ho visto io, ma mi immagino che le storie raccontate da Didier Eribon, da Éduard Luis, dalla stessa Annie Ernaux, invece di rassicurare il lettore middleclass sulla presunta superiorità etica della classe media, servano a spronare la classe operaia sulla necessità di liberarsi dalle zavorre del sessismo, dell’eteronormatività, del razzismo, del patriarcato. Che esistono in tutte le classi, non solo in quella operaia. Mi immagino questi autori e queste autrici francesi lottare per una classe operaia nuova che può illuminarsi dalle loro traiettorie biografiche, senza sentirsene schiacciata. Che in queste opere veda la possibilità di ricostruire un nuovo immaginario. Come diceva David Graeber, lui stesso nato in una famiglia della working class statunitense, con l’immaginario le classi popolari si prendono cura di sé stesse. Prendersi cura di sé, fare della working class una caring class, riprendere percorsi di coscienza e di solidarietà di classe, lottando contro il capitalismo, il razzismo, il patriarcato, l’eteronormatività e i ricchi di merda. Ecco due o tre cose che di sicuro dobbiamo fare, con i conflitti sociali e con i romanzi, con gli scioperi e con l’immaginario working class. Coi piedi sempre dentro la classe. 

*Alberto Prunetti, scrittore e traduttore, è autore di Nel girone dei bestemmiatori (Laterza, 2020), 108 metri. The new working class hero (Laterza, 2018) e Amianto. Una storia operaia (Alegre, 2014). Per Alegre dirige la collana di narrativa Working Class.

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QUI il film completo, con sottotitoli in italiano