Visualizzazione post con etichetta Oreste Pivetta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Oreste Pivetta. Mostra tutti i post

martedì 5 aprile 2022

La guerra in corso e le spoglie degli imperi

articoli, video, musica e disegni di Gian Luigi Deiana, Michele Santoro, Toni Capuozzo, PeaceLink, Matteo Saudino, Benigno Moi, Oreste Pivetta, Notav, Fabrizio Verde, Marco Tarquinio, Lorenzo Guadagnucci, Laura Ru, Massimiliano Fortuna, Dmitri Makarov, Mary Kaldor, MIR Italia, Patrick Boylan, Yurii Sheliazhenko, Aldo Bonomi, Loris, Francesco Masala, Tiziana Barillà, Raul Mordenti, Franco Cardini, Raffaele Barbiero, Antonio Li Gobbi, Pierluigi Fagan, Antonia Sani, Teri Volini, Enzo Jannacci, Stefano Massini, Dmitri Kovalevich



Quando cadono gli imperi – Francesco Masala

 

il dirmi che una scarica di mitra è realtà mi va bene, certo; ma io chiedo che dietro al romanzo che dietro questi due ettogrammmi di piombo ci sia una tensione tragica, una consecuzione operante , un mistero, forse le ragioni o le irragioni del fatto…

Carlo Emilio Gadda (citato da Carla Benedetti, in Disumane lettere, 2011)

 

gli stregoni, quelli veri (non gli apprendisti che poi mettono tutto a posto, come racconta Walt Disney), i colonialisti e i terroristi  si stupiscono se non esiste l’unanimità di tutto il mondo per la condanna dell’invasione della Russia di Putin.

è giusto e necessario commuoversi e aiutare i profughi, tutti i profughi, di tutto il mondo (scusate se la butto in politica), ma è anche giusto capire perchè accadono le cose, tutto ha un motivo, la pioggia, i terremoti, le guerre.

quando cadono gli imperi i colonialisti e i terroristi (come dice anche Noam Chomsy) godono e tutti gli altri, la maggior parte dell’umanità, ne soffriranno per generazioni.

è necessario che gli imperi cadano, quando è il momento, ma la cosa più importante è come cadono.

è come per i palazzi, quando esplodono è meglio che ci sia un’esplosione controllata, no?

ormai si può fare tutto quello che si vuole, tranne che controllare il disfacimento degli imperi, non si vuole colà dove si puote.

i colonialisti e i terroristi sono onnipotenti, ma fanno finta di essere innocenti.

faccio qualche esempio.

per non andare troppo indietro nel tempo ricordiamo la caduta dell’impero ottomano, ancora oggi i confini degli stati sono disegnati col righello, la spartizione dei territori dell’ex impero da parte dei colonialisti ha effetti ancora dopo un secolo, e per un secolo infiniti lutti hanno dovuto subire gli abitanti di quei territori ;

ricordiamo la caduta degli imperi colonialisti europei in Africa, con confini di stati decisi a tavolino nel secolo precedente, senza pensare allle popolazioni e ai gruppi etniciche vivevano in quei territori, in quella caduta rovinosa per gli imperi colonialisti, qualche stato europeo si è impegnato per una vera indipendenza, forse i francesi, forse i belgi, forse gli inglesi (qualcuno crede che Patrice Lumumba e Thomas Sankara si siano suicidati)?.

arriviamo alla caduta dell’impero sovietico, i colonialisti e i terroristi hanno goduto come non mai.

era necessario che le repubbliche ex-sovietiche restassero com’erano, o i geni stregoni Usa ed europei, molto attivi adesso nella fornitura di armi perché crepino più persone possibili in Ucraina, avrebbero dovuto ridisegnare i confini in maniera ragionevole econcordata prima della dissoluzione dell’Unione Sovietica?

l’Unione Sovietica era all’angolo, a terra, confusa, i geni stregoni le erano sopra, lucidi e feroci, ma anche ebbri di pre-potenza, sperando solo di rubare le immense risorse del sottosuolo ex sovietico.

col senno di poi, ma anche col senno di allora, cosa si poteva fare?

esattamente quello che non si è fatto durante le manifestazioni a Genova nel 2001, non lasciare vie di fuga, una cosa che non si deve fare nella gestione una dimostrazione.

è stata una scelta, non un caso, niente vie di fuga ai dimostranti (il NEMICO), niente vie di fuga alla Russia (il NEMICO).

gli avversari si contrastano, si combattono, il NEMICO si annienta (gli amici erano i black block allora, i black nazisti oggi, a libro paga di qualcuno), individuare un nemico fa sembrare di essere nel giusto, a chi ci crede.

ecco quello che si poteva fare, per lasciare una via di fuga alla Russia.

la Russia ha un’importante flotta militare, tre basi navali per la flotta, in Crimea, in Siria, a Kaliningrad,

occorreva lasciare un accesso al mare alla Russia, che poi la Crimea se l’ha presa, dopo un referendum, e nel Donbass, e nelle zone del sud dell’Ucraina, con molti russofoni, occorreva la concessione di un’ampia autonomia, modello Alto Adige, poteva essere una via di fuga, ma se il NEMICO si vuole abbattere si aspetta la guerra, tutto è lecito.

se qualcuno viene chiuso in gabbia. o si rassegna, e viene chiuso in silenzio, o reagisce, come è successo all’orso russo, e se vicino ci sono i civili ucraini o i soldati ucraini o i nazisti, veri e presunti, è stata sua la colpa, non di chi l’ha rinchiuso.

domani toccherà (di nuovo) alla Siria, poi alla Georgia, poi a Kaliningrad (è già tutto previsto nei piani?).

poi creperà qualcuno, molti, sempre troppi, uccisi dai buoni, come a Raqqa*, ma chi se ne frega, mentre all’ospedale di Mariupol, teatro di una strage, dicono i giornali e le tv, non è morto nessun bambino e nessuna mamma, non dicono i giornali e le tv (qui )

 

se non l’avete ancora fatto provate ad ascoltare qui quello che Zelensky non ha mai detto, ma se l’avesse fatto l’avrebbe fatto diventare uno statista responsabile, dopo anni nei panni di presidente attore sbruffone.

 

quello che non ascolterete, neanche per scherzo, è il discorso di Draghi che annuncia che il momento è grave e tutti gli stipendi ed emolumenti vari oltre i 100000 euro annui pagati in Italia, verranno dimezzati con effetto immediato, come contributo necessario allo sforzo bellico della nazione (con quello che resta nessuno di loro farà la fame) .

 

 

*(Un rapporto del Pentagono riconosce che l’aeronautica USA ha distrutto, nel 2017, l’80% delle case della città di Raqqa, durante i bombardamenti per sloggiare l’Isis dal suo capoluogo. “Non è stato fatto il necessario per evitare la distruzione della città e l’uccisione di civili”, ammette il rapporto. Tra il 6 e il 30 ottobre 2017, sono morti sotto i bombardamenti aerei e dell’artiglieria USA 1600 civili. Tra le costruzioni colpite vi erano 8 ospedali, 29 moschee, 45 scuole. Un’ammissione in ritardo dei crimini di guerra dei comandi militari di Washington, coperti mediaticamente allora con la lotta contro il terrorismo jihadista, qui)


...continua qui

martedì 7 dicembre 2021

I rider sono dipendenti. La Commissione Ue dà dignità ai lavoratori e torto ai padroni dell’algoritmo – Oreste Pivetta

 

Chissà se sarà stato Babbo Natale che se ne va in giro per il mondo, nel freddo dell’inverno, a recapitare di casa in casa regali per bambini e adulti a indurre la Commissione europea a considerare lavoratori dipendenti i rider delle piattaforme digitali, anche loro costretti a correre sotto qualsiasi cielo per consegnare pizze e spaghetti, senza l’apparato di slitta e renne, ma in bicicletta nel tumulto del traffico urbano. Chissà.

Forse i commissari europei avranno avuto un filo d’attenzione per quegli spericolati e indifesi fattorini, vittime di quelle culture tra fine novecento e questi primi decenni del Duemila, tutte intese alla deregulation, allo smantellamento dei contratti, alla libertà concessa ai padroni di licenziare, cacciare, pagare poco o per niente, alla esaltazione della ideologia del “basta con il posto fisso” e dell’algoritmo che tutto governa senza intoppi, senza discussioni di mezzo, senza uomini a intralciare…

E’ un fatto che la direttiva contenuta nel pacchetto lavoro, una volta approvata dal Parlamento e dal Consiglio, diventerà una vera e propria legge alla quale gli stati membri dovranno uniformarsi.

 

I giganti del cibo a domicilio

Vedremo come la prenderanno i giganti del cibo a domicilio: Glovo, Just Eat, Deliveroo, UberEats… Forse avranno da tempo messo in conto che non si sarebbe potuto andare avanti, che la stessa dimensione del fenomeno avrebbe imposto qualche aggiustamento, anticipato in Italia e non solo in Italia da tante sentenze dei tribunali, rivendicato in varie forme dagli stessi fattorini, sempre più numerosi, sempre meno isolati, sempre più consci del fatto che non è accettabile subire il ricatto, che la lotta può premiare.

Dopo il covid i rider sono raddoppiati

Sembrerà una bestemmia, ma anche il covid ha dato loro una mano. Con la pandemia, in pieno lockdown, negozi difficili da raggiungere, supermercati assediati da code interminabili, il ricorso al loro prezioso servizio è diventato frequente. In Italia, secondo le stime dell’Inps, i rider sono raddoppiati: da settecentomila a un milione mezzo, oltre il tre per cento della popolazione attiva. Sono diventati un esercito: italiani e immigrati, soprattutto giovani, anche se in quelle fila possono comparire signori di mezza età, costretti dalla miseria degli altri lavori. Il sessanta per cento dei rider naviga tra i trenta e i sessant’anni (il sessanta per cento esce da un liceo o da una università).

Si è scritto del boom della “gig economy”, cioè del pessimo modello economico basato sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, e non sulle prestazioni lavorative stabili e continuative, qualcosa che viene da lontano, dal mercato delle braccia dei nostri braccianti alla scelta del muratore che sale su una impalcatura senza sicurezza e che si presta a cottimo, un tanto al metro quadro di mattoni… I rider sono figli della contemporaneità e della flessibilità: con loro si è giunti all’estremo ma non alla fine.

Pensiamo a quali disastri potrà condurre lo smart working: tutti a disposizione tra le quattro mura domestiche, a proprie spese (mutui, affitto, luce, strumenti, eccetera eccetera).

Cito la mia professione, giornalista, tra le vittime di questa pratica, inaugurata con il coronavirus. Un direttore famoso grazie alle sue comparsate televisive lo ha spiegato: chiudo la redazione, mi tengo due o tre collaboratori fidati, con gli altri mi vedrò una volta al mese. Non basterà un algoritmo a dirigere una redazione smembrata e allocata chissà dove, ma una telefonata sarà sufficiente per indirizzare un collaboratore esterno, pure lui come i rider senza garanzie, senza tutele, costretto ad accettare anche le richieste più oscene, in un mercato di tanti “professionisti” a disposizione.

 

Una svolta per tutti i precari

Per questo la direttiva della commissione europea rappresenta una “svolta”: non solo per i nostri amici rider, ma per tutti i precari di questo mondo, perché non solo ripristina una condizione di giustizia, ma potrebbe pure spiegare  che la precarietà non è ricchezza, non è prospettiva, non è crescita della società. Almeno speriamo che l’abbiano pensato e che la loro mossa non sia dettata solo da una logica giuslavorista (che tuttavia potrebbe aprire porte e finestre per tutti), perché di mezzo non ci sono uffici, orari, cartellini, che non si tratta soltanto di sconfiggere vergognose pratiche di ordinario caporalato digitale sulle spalle di una sempre più cospicua schiera di working poor, lavoratori poveri.

Che finalmente potranno godere di una assunzione: a patto, come dice la direttiva, che non corrano rischio d’impresa, cioè non espongano le proprie attività al fallimento, che non decidano loro il prezzo del prodotto, che siano insomma autentici lavoratori dipendenti (il contrario, che siano cioè lavoratori autonomi, dovranno dimostrarlo i datori di lavoro: spetterà a loro l’onere della prova). Non si indica invece se il contratto dovrà risultare a tempo determinato o a tempo indeterminato: dovranno i singoli paesi stabilirlo.

 

L’algoritmo svelato

Sotto i colpi della commissione europea è finito anche il famigerato algoritmo, quello che è finora servito, attraverso le stelline e i punteggi assegnati dai clienti, a valutare la prestazione del rider e a distribuire quindi il lavoro: più il “gradimento”sarà alto, di più consistenti opportunità godrà il nostro fattorino. Non sparirà l’algoritmo, ma almeno il diabolico meccanismo dovrà rivelare le sue valutazioni e i suoi criteri al nostro “vigilato speciale”. Non sarà solo un’intelligenza artificiale a decidere del futuro di una persona, Hal non avrà più campo libero come gli accadde invece nel lontano 2001 in Odissea nello spazio. Qualcuno potrebbe liberamente controllare e contestare e ribaltare il suo verdetto.

Sulla nostra terra i tempi si dilateranno, tra leggi, leggine, governi e parlamenti. La potenza di fuoco dei vari Glovo e Just Eat e Uber non tarderà a farsi sentire. Una gigantesca lobby giocherà d’impegno la partita per difendere i suoi privilegi contro i diritti dei lavoratori, diritti che sembrano appartenere da tempo a territori alieni: potrebbe essere il caso di riportarli al nostro domicilio.

 

da qui

giovedì 2 settembre 2021

ricordo di Daniele Del Giudice

 



Daniele Del Giudice, il suo impegno civile ci ha fatto volare verso la verità – Oreste Pivetta

 

E’ morto la notte scorsa Daniele Del Giudice e sembra di dover scrivere di un’altra epoca, non solo per il silenzio che ha accompagnato gli ultimi dolorosi anni della sua vita, non solo perché il suo primo romanzo, “Lo stadio di Wimbledon”, il romanzo che lo rese famoso, risale a quasi mezzo secondo fa (venne pubblicato da Einaudi, proposto da Calvino, nel 1983), ma soprattutto per la distanza dai nostri tempi di quell’uomo semplice, gentile, timido, coltissimo e raffinato cultore della letteratura, scrittore della “leggerezza”e insieme della profondità, sobrio e scrupolosissimo “utilizzatore” della parola scritta, cercata, ricercata, soppesata, limata perché nulla risultasse improprio, impreciso, superfluo, volgare.

 

Rigore contro sciatteria e superficialità

dSi possono leggere o rileggere i suoi romanzi e i suoi racconti per le storie che insegnano, per i sentimenti che rappresentano, per le domande che pongono. Ma anche come un abbecedario dei modi di immaginare, descrivere, interrogare, proporre cultura, contro la sciatteria, la superficialità, la grossolanità, gli inganni dei nostri tempi informatici. Quindi, un invito: non dimentichiamolo…
Daniele 
Del Giudice era nato a Roma nel 1949. Rimase presto orfano del padre, trascorse anni in collegio, non concluse gli studi universitari, cominciò prestissimo a collaborare con i giornali, lavorò a Paese Sera.
Lasciò Roma per Milano e si trasferì quindi definitivamente a Venezia.
Dopo “Lo stadio di Wimbledon”, romanzo suggerito dalla figura di Bobi Bazlen, nel 1985 apparve, ancora per 
Einaudi, “Atlante occidentale”, storia dell’amicizia tra un giovane fisico italiano, che lavora al Cern di Ginevra, e un anziano scrittore, Ira Epstein, scienziato e romanziere, accomunati dalla passione per il volo, che si interrogano sulla possibilità della letteratura di sentire la realtà della vita.

 

La passione per il volo

Solo tre anni dopo, Del Giudice pubblicò, ancora con Einaudi, “Nel museo di Reims”: Barnaba seguito durante la sua ostinata battaglia per fissare nella memoria le immagini di un museo, prima di diventare cieco. Nel 1994 uscì “Staccando l’ombra da terra”, sei racconti dedicati al volo.

Con “Staccando l’ombra da terra” Del Giudice vinse il Premio Bagutta, soprattutto narrò, a partire dalla vicenda di Antoine de Saint-Exupery, una sua passione, le sue esperienze, il suo addestramento, citando peraltro episodi storici e situazioni del presente, tragedie sconosciute e altre che segnarono la nostra storia.

Volare come espressione di libertà, libertà che il cielo nella sua trasparenza, nella sua luce, nella sua dimensione infinita, può offrire. Ma “volare” anche come espressione di responsabilità: si può imparare a volare, istinto, educazione, studio si sommano, ma poi, pure in quell’universo illimitato, non si può trascurare la rotta, uscire dalla rotta. Vale per il pilota, vale anche per lo scrittore: un ennesimo richiamo al rigore.

 

La notte di Ustica, dramma in piazza con Paolini

La notte di Ustica ispirò uno di quei racconti , “Unreported inbound Palermo”, costruito citando i dialoghi del “voice recorder”. Ne derivò il dramma musicale di Alessandro Melchiorre. Anni dopo fu la base per lo spettacolo teatrale di Marco Paolini con la musica di Giovanna Marini, “I-TIGI. Canto per Ustica”, che andò in scena nel 2000, prima a Bologna e poi a Palermo, vent’anni dopo la tragedia del DC9 Itavia.

Il monologo andò in scena in piazza, Paolini dettagliò quanto era avvenuto nelle notte di Ustica, ricordò i morti, riassunse l’iter delle investigazioni e dei processi. Commozione tra il pubblico. Commosso tra il pubblico c’era Daniele Del Giudice, pronto a spiegare le ragioni di quel lavoro straordinario, di narrazione e di documentazione, romanzo di una verità senza invenzioni, testimonianza ancora del valore e della forza della letteratura.

 

Il lavoro alla Einaudi, l’amicizia con Calvino

Di Daniele Del Giudice si dovrebbe ricordare altro. La sua collaborazione alla Einaudi, quando fu il più giovane, appena quarantenne, a partecipare alle famose riunioni del mercoledì di via Biancamano, a partecipare a discussioni spesso ferocissime circa le scelte letterarie delle casa editrice.

La sua amicizia con Calvino: fu lui a darne notizia della morte. I suoi successivi romanzi: “Orizzonte mobile” (2009), “In questa luce” (2013). Altri racconti: “Mania” (1997). L’introduzione alle opere complete di Primo Levi (1997, 2016), perché fu anche un saggista di grande acutezza.
Si dovrebbe infine dire della sua malattia: l’alzheimer. Lo si deve dire perché potrebbe sembrare inverosimile che una simile morbo abbia potuto divorare una intelligenza così profonda e nobile. E’ successo, tradendo un intellettuale che avrebbe potuto aiutarci ancora.

da qui


mercoledì 14 luglio 2021

Non è questo il Paese di Beccaria, Gozzini e Basaglia – Oreste Pivetta

Non so quanti abbiano ricordato che poco meno di vent’anni fa, a Genova, poliziotti, carabinieri, finanzieri si esibirono in prove di brutalità insensata e impietosa, come neppure negli anni sessanta o settanta della contestazione s’erano mai viste. Agenti in strada travestititi da rambo, altri in borghese con bastoni di ferro, altri ancora che incitavano i compagni all’assalto. Il pretesto era quello di fermare i black bloc, le tute nere con i sassi e con le molotov, poche decine all’inizio, qualche centinaio alla fine, che non sarebbe stato arduo isolare subito, all’apparire dei primi incidenti, il secondo giorno (dopo la pacifica manifestazione con i migranti del primo giorno), quando in piazza Alimonda morì Carletto Giuliani. Invece poliziotti, carabinieri e finanzieri si scatenarono contro un corteo inerme, contro ragazze e ragazzi che dormivano nella palestra della scuola Diaz, che detenevano armi letali come spazzolini da denti, tubi di dentifricio, vasetti di marmellata e tozzi di pane, infine massacrando nel segreto delle stanze di Bolzaneto quanti, tra ragazze e soprattutto ragazzi, erano stati fermati e reclusi. Nel 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo dichiarò all’unanimità che a Bolzaneto era stato violato l’articolo 3 sul divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti…

Allora mi capitò di raccogliere la testimonianza di un anziano graduato della Ps, che aveva vissuto il Sessantotto e il post sessantotto a Roma. Commentando le gesta dei suoi colleghi, mi disse: “Hanno perso la testa”. Certo, ma credo anche che gli ordini fossero quelli, ordini impartiti durante un lungo periodo di addestramento e di indottrinamento, nel chiuso delle caserme o dei padiglioni della Fiera del mare. Il governo di Berlusconi, ben sostenuto dalla cosiddetta destra post fascista di Fini, si presentò così al mondo del G8: una città blindata, tra sbarre e muraglie di container, l’orchestrata repressione nelle strade, come se si volesse annichilire qualsiasi forma di protesta, per quanto pacifica, democratica, inerme.

Siamo tornati indietro di vent’anni, per la circostanza di un anniversario. Si sarebbe potuto tornare molto più in là, e raccontare altri episodi, dal dopoguerra in avanti. Si rincorrono altri nomi e altre immagini: Scelba, la Celere, il Luglio Sessanta, i morti di Reggio Emilia. In una scena del film di Gian Butturini, “Il mondo degli ultimi”, si ricostruisce la morte di un bracciante che protestava contro le condizioni di vita imposte dai padroni: gettato a terra e colpito ripetutamente alla testa con il calcio di un fucile da un poliziotto. Il bracciante si chiamava Marziano Girelli. Era il 1949, nelle campagne tra Mantovano e Bresciano.

L’oltraggio alla Costituzione firmato dalle cosiddette “forze dell’ordine” ha sembianze carsiche: è un fiume che ogni tanto riaffiora, ma che continua a scorrere, sotterraneo, dimenticato, sospinto talvolta da ispirazioni personali, individuali (ma il senso della solidarietà o della connivenza non fa mai difetto in certi corpi), talvolta alimentato in modo più o meno manifesto dalla politica e da molti tra i nostri concittadini (non ci siamo mai liberati dalla seduzione dei manganelli e neppure dal mito molto fascista della mano forte). Non vorremmo assolvere gli autori delle violenze, vorremmo dire che raramente si ritrovano soli.

Quanto avvenuto a Santa Maria Capua Vetere è appunto il riemergere di sequenze già note: le botte, l’accanimento, il coinvolgimento della “catena di comando”, le coperture, i tentativi di depistaggio, per giunta l’ingenua superficialità di un ministro, che si fida, che non approfondisce, che sembra non voler trarre alcun insegnamento dal passato (Bonafede, Cinquestelle). Con l’aggiunta dei lunghi silenzi di troppa parte della politica. La ministra in carica, Marta Cartabia, che conosce bene la Costituzione, per rimediare ha avviato una inchiesta… una inchiesta come altre che riguardano molte altre carceri, da Torino a Palermo, di cui poco si è saputo e di cui poco si sa. Probabilmente perché tra quelle sbarre avevano avuto l’accortezza di spegnere le telecamere. A Santa Maria Capua Vetere no: un film impietoso, il fermo immagine di un caso che non è isolato…

Gli abusi che dobbiamo contare e le storie che ci lasciamo alle spalle sono l’evidenza non di un episodio ma di un sistema che abbiamo pensato di poter correggere e che non abbiamo mai corretto, sperando che la cultura, da Beccaria in avanti, potesse metterci al riparo, potesse educarci al rispetto della persona e del diritto. Hanno imparato gli altri. Dostoevskij ha scritto uno dei capolavori della letteratura universale (“Delitto e castigo”), dopo aver letto Beccaria.

Dopo il fascismo e dopo la guerra di Liberazione, la Costituzione ha dettato principi insuperabili. Mario Gozzini ha promosso una legge (approvata nel 1986) che richiama al senso di umanità e alla rieducazione del condannato. Si sono combattute aspre battaglie, dentro e fuori il parlamento, per introdurre elementi di democrazia tra i regolamenti della polizia, perché venissero riconosciuti doveri e diritti (e tra questi anche il diritto a migliori condizioni di vita). Solo un paio di anni fa, Andrea Orlando, allora ministro della Giustizia, aveva avviato riforme dell’ordinamento penitenziario, contro il sovraffollamento, per le pene alternative…

Alla fine, Santa Maria Capua Vetere mostra come accanto alle strade più coraggiose e lungimiranti e utili continuino a snodarsi percorsi di segno opposto, tracciati appunto da certa politica, da chi all’interno delle carceri deve operare, in alto e in basso nella scala gerarchica, dall’opinione pubblica, perché vi è anche un’opinione pubblica che condivide, che ispira, che non riesce a superare le proprie paure, che cerca vendetta e rassicurazioni dalla cancellazione in una cella dei suoi “nemici”, veri o immaginari.

L’istituzione totale, dal manicomio alla prigione, continua ad affascinare: resistono in altre forme i manicomi, reinventati in cliniche private o in servizi psichiatrici che non funzionano, malgrado una legge del 1978 (la legge 180, approvata dopo la ventennale battaglia condotta da Franco Basaglia) li avesse aboliti, resistono gli ospedali giudiziari (anche questi esclusi da una legge del 2014), figuriamoci le carceri (al di là di qualche esperienza modello). Separare, rinchiudere, alzare muri, occultare: un’idea di società punitiva sopravvive e talvolta prospera nel paese di Beccaria, di Basaglia, di Gozzini, della Costituzione, di tanti spiriti liberi, un’idea che si può presentare in tante forme e assai diverse… Di istituzioni totali si dovrebbe parlare anche a proposito di luoghi di lavoro, teatri imperscrutabili di tante sciagure…

Accanto alle sequenze dei pestaggi a Santa Maria Capua Vetere, non dovrebbero mai mancare una fotografia di Stefano Cucchi (un tempo immemorabile per superare grossolane bugie e arrivare ai colpevoli) o il film (dalle telecamere di sorveglianza, presentata in parte anche dalla Rai) della fine di Franco Mastrogiovanni, il maestro incolpevole morto dopo ottantasette ore trascorse legato a un letto di contenzione nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania, cui era stato affidato per un tso, un trattamento sanitario obbligatorio, e neppure il volto di Luana D’Orazio, uccisa dagli ingranaggi del macchinario, al quale era stata sottratta una protezione, giusto per accelerare la produzione, come nessuna ispezione aveva mai rivelato.

da qui

giovedì 29 aprile 2021

Ecatombe in mare mentre noi parliamo d’altro, la Ue non sia una fortezza - Oreste Pivetta

Centotrenta morti annegati di fronte alla Libia, mentre in Italia ci si accapiglia sulle riaperture sì sulle riaperture no, su come distribuire duecento miliardi, una parte dei settecento e cinquanta miliardi del cosiddetto Next Generation Eu che sono poi solo un anticipo rispetto ai mille e oltre miliardi del Quadro finanziario poliennale 2027, europeo naturalmente, mentre si litiga sull’ora in cui andare a cena o sulla licenza di aperitivo, si invoca l’intervento di schiere di psicologi per sanare lo spirito dei giovani incrinato dall’impossibilità della frequenza scolastica, si grida alla “liberazione” perché una zona arancione verrà promossa a gialla… Qualcuno osserverà: quanta demagogia, che cosa c’entrano quei morti con le nostre giuste pretese, con i nostri ricchi progetti, con le future attese, con il pil che s’alzerà di botto. Forse non c’entrano proprio nulla: stiamo scrivendo di mondi separati, noi qua loro là. Questa è la vita, questa è la realtà, come ci richiamano i titoli di alcuni quotidiani, che magari non dimenticano l’ennesima sciagura, ma con fermezza e con ampiezza ci spiegano che per loro conta altro.

I titoli dei giornali

Prendete Repubblica. Sotto la testata “Cento migranti morti. Le Ong: colpa dell’Europa”, il titolo grande e grosso ci riporta alle questioni che ci preoccupano davvero: “Il big bang dei 5Stelle”. Non aspettavamo altro. Il “popolo” italiano non attendeva altro.
Prendete Il fatto: “Vitalizi, due sberle/ al corrotto Formigoni”. Si direbbe: giustizia è fatta, ci siamo levati un peso.
Prendete il Corriere: “Virus: così riapre l’Italia”. Un sospiro di sollievo: libertà, libertà… Foto notizia: “La nostra nave in un mare di corpi”. Testimonianza dei soccorritori.
Prendete Libero: niente (foto notizia a pagina dieci).
Ovviamente devo citare il Manifesto: “Strage di Stati”. E la Stampa: “Il mare della nostra vergogna”. Mi pare che in senso politico e in senso morale colgano il significato di quanto è accaduto.

Quanto è accaduto non è il caso di un giorno. E’ una lunga storia che somma migliaia e migliaia di vittime, non solo gli annegati, anche i malati, i bambini senza scarpe, gli attendati sotto la neve nei campi profughi immersi nel fango ai confini con i paesi del benessere, i vecchi che trascinano a stento qualche bagaglio, gli abbandonati che dormono sotto qualche portico, gli schiavi dei campi che sopravvivono nelle baracche, i bastonati, i picchiati, gli affamati… Quanti sono? Non sappiamo contarli. Li vediamo? Possibilmente no, perché “non è mai colpa nostra”, anche se “noi” siamo i governi che questo mondo esprime.

Europa senza una strategia

La responsabilità è degli “Stati”, come ricorda il Manifesto. Più precisamente la responsabilità è dell’Europa, che sta a guardare, che non sa proporre una strategia unitaria, che mette una pezza qui e una là, che in trenta o quarant’anni non è riuscita individuare una strada. Non è accoglienza, non è rifiuto. E’ perenne conflitto di interessi, è ipocrisia. Il Giornale di Sallusti rispolvera un’espressione che gli è cara: “L’ecatombe buonista…”, ispirato evidentemente da Salvini (“… altro sangue sulla coscienza dei buonisti”, i buonisti che “di fatto agevolano gli scafisti” ) e monta la polemica contro chi organizza i soccorsi, contro chi crede nell’ospitalità e nella solidarietà.

Ma il Giornale, nella sua nauseante attenzione al cortile, trascura il termine vero, “ecatombe”, che, buonisti o no, mette angoscia e vergogna e che rimanda alla miserabile cultura del privilegio da salvaguardare, dell’autodifesa, della paura, che conosciamo da molto tempo, quando sulle nostre spiagge o giù di lì comparvero i “vu cumprà”, quando dalle carrette arrugginite sbarcarono sulle coste pugliesi migliaia di albanesi o dall’orizzonte di Lampedusa si avvicinarono alla costa i primi barconi (con i primi cadaveri). “Ecatombe” rimanda anche al deserto della politica, senza voce, senza autorevolezza, senza piani, senza condivisione. Si potrebbe rifare il percorso della “nostra politica”, dagli eroici moti leghisti capeggiati da Bossi e dall’indimenticabile Borghezio alla difesa delle nostre coste esercitata dal capitano Salvini. Ricostruire servirebbe. Vado alla fine di una eventuale ricostruzione, ricordando da quanto tempo si trascina la discussione sullo jus soli. I giovani, che ne avrebbero il diritto, saranno intanto diventati madri e padri.

Sarebbe pure utile non dimenticare la storia della migrazione, senza per forza ricorrere a tempi lontani, ad epoche antiche, alla fuga dall’Italia verso le Americhe o al dopoguerra nel vecchio continente. Basterebbe appunto risalire ai nostri ultimi trent’anni: uno sguardo all’Italia, uno sguardo agli altri paesi che stanno ai nostri confini, per un bilancio d’umanità ma anche di scelte che non hanno quasi mai superato l’occasione.

La catastrofe umanitaria

Il nostro presidente del Consiglio a Tripoli ha proposto un accordo globale, che aiuterà la Libia a ritrovare forse stabilità, che riguarderà economia, infrastrutture, energia, ha proposto il rafforzamento della guardia costiera libica, lo smantellamento dei campi di detenzione, la possibilità di rimpatri (anche attraverso incentivi economici), corridoi umanitari per chi avrebbe diritto d’asilo. Ma nessuno può pensare che l’Italia da sola possa far fronte a quella che non è difficile definire “catastrofe umanitaria”. Le definizioni spiegano la storia: siamo passati dalle metafore aggressive, tipo invasione, ondata, tsunami, alla resa dei conti della “catastrofe”. Di fronte alla catastrofe l’Europa tutta dovrebbe battere un colpo, dopo quelli battuti in ritirata negli anni passati, l’ultima volta nel 2019, quando le navi militari europee impegnate davanti alle coste libiche ripiegarono nei loro porti d’origine e la missione Sophia si chiuse tristemente, grazie al premuroso impegno dell’allora ministro Salvini e del primo governo Conte.

I morti annegati dell’altro giorno, ultimo per ora quadro di una sofferenza che è difficile immaginare da casa nostra e che forse proprio per questo ci pare lontana e ci lascia indifferenti, chiedono qualche cosa di più della pietà dell’ora dopo o del giorno dopo. Ricordiamo Alan Kurdi, il bambino, il corpicino immobile sulla spiaggia, 2 settembre 2015. Mai più, si era detto. Quante altre volte?
Una domanda ancora: può prosperare l’Europa del Recovery plan alla maniera di una fortezza che si affaccia sul Mediterraneo diventato una tomba? la fine di questa tragedia non è una 
condizione del progresso europeo, che quei miliardi dovrebbero consentire?

da qui

mercoledì 14 aprile 2021

Non parlate di periferie. Ma venite a parlare con i trecento di piazza Selinunte – Oreste Pivetta

Quelli di piazza Selinunte. Forse anche fuori Milano è giunta l’eco di quanto è avvenuto in piazza Selinunte. Ne hanno scritto i giornali. Trecento ragazzi, per lo più figli di immigrati, si sono radunati (via social o semplicemente con il vecchio passaparola), nel pomeriggio di sabato, in piazza Selinunte, piazza della semiferia milanese, vicino allo stadio Meazza, cioè zona San Siro, per partecipare alla ripreso di un video, protagonista uno di loro, un rapper ventenne, nato in Marocco, cresciuto a poche centinaia di metri da lì, Amine Ezzaroui, in arte Neima Ezza. I ragazzi in tuta da ginnastica e borsello a tracolla (questa mi dicono essere la divisa) si sono messi a ballare. Esagerando, si sono messi a ballare sui cofani e sui tetti delle macchine parcheggiate. Avvertita, la polizia è intervenuta. Lancio di oggetti, sassi, sedie rotte. Insulti all’indirizzo degli “sbirri”. Assembramento, più che un assembramento un mucchio selvaggio. Norme anticovid al diavolo. Un po’ di tutto, riferiscono. La polizia ha sparato un lacrimogeno. I trecento si sono dispersi.

 

Piazza Selinunte come il muro di Trump

Piazza Selinunte è il muro di Trump: salendo verso l’esterno della città a destra è cresciuto nel dopoguerra il quartiere che fu dei ricchi e dei super ricchi (uno spettacolo la villa dell’Ernesto Pellegrini, il re delle mense, ex presidente dell’Inter, o quella progettata da Giò Ponti o le case a cilindro di Mangiarotti), a sinistra, oltre il confine fissato dalla linea tramviaria protetta da alberi e transenne, i quartieri popolari, edificati in epoca fascista a ridosso dell’ingresso in guerra secondo un progetto (pure di illustri architetti razionalisti) di comunità solidale, progetto divorato dalla speculazione che ha consumato metrature, spazi di servizio, come giardini, biblioteche, asili.

Gli edifici, parallelepipedi di rigorosa geometria, costruiti con materiali scadenti (per pagare le tangenti ai gerarchi in camicia nera), accolsero prima immigrati dalle aree povere del nord, poi immigrati dal meridione, infine immigrati soprattutto dai paesi del Nord Africa (il mercato di via Paravia è ormai un suk coloratissimo percorso da matrone coperte e rivestite dalla testa ai piedi): una popolazione operaia rimpiazzata attraverso le varie fasi della deindustrializzazione da una folla eterogenea (gente di un’ottantina di paesi), costretta ad “arrangiarsi”. Quasi dirimpetto rispetto a piazza Selinunte si fronteggiano le scuole: ancora a destra il ricco liceo francese, il nobilissimo Licée Stendhal, a sinistra la scuola araba. Sempre a sinistra altre scuole pubbliche italiane, per lo più disertate dai figli degli italiani.

Neima Ezza e i trecento

I trecento di piazza Selinunte e Neima Ezza sono cresciuti ovviamente “a sinistra”, in quei casermoni attaccati uno all’altro, casermoni che si oscurano in vie strette (anche Pino Pinelli abitava lì, in via Preneste, ma erano altri tempi), con gli intonaci dell’esterno che si sbrecciano e mostrano i mattoni, in una condizione che Neima, in un bellissimo reportage che si intitola “Perif” (da vedere su youtube), racconta più o meno così: abitavamo in cinque in quaranta metri quadri, al quinto piano, una cucina e una camera da letto, mio padre, mia madre, due sorelle ed io, non c’era spazio per muoversi, non si poteva rientrare tardi la sera perché si sarebbero svegliati tutti e mio padre doveva alzarsi presto, faceva un lavoro duro, una mia sorellina s’era ammalata di una malattia che le ha tolto l’uso delle gambe e mia madre, se io ero a scuola, per uscire e rientrare doveva sempre portarsela in braccio lungo tutte quelle scale, tante volte per stare tranquillo dovevo sedermi sul pianerottolo.

 

Il video di Neima

In quel video, Neima ci presenta i suoi amici: la signora abbandonata che cresce tre figlie, la famiglia occupante che cerca un’altra casa da occupare, il diciottenne che è già passato per il carcere minorile e per San Vittore, probabilmente per qualche furto o per lo spaccio… E’ uno dei quartieri dello spaccio. La droga passa dalle cantine ai marciapiedi o dalle finestre del piano rialzato. Scampia non è (o non era) patrimonio solo di Napoli. Ci sarei cascato anch’io in quel giro, dice Neima, poi ho visto che fine hanno fatto i miei amici e mi sono tirato indietro. Abbandonati: o ti consegni alla delinquenza o ne esci per tua volontà. Il video inquadra i ragazzini che giocano a pallone in uno spiazzo di cemento.

Neima commenta: per noi tutto era più difficile, per loro è più facile. In mezzo ci passa una storia: nuova immigrazione, tentativi di integrazione, consolidamento dei nuclei familiari, un po’ di scuola… un po’ di benessere in più.
Neima non abita più lì. Vive adesso a Baggio, poco più a nord ovest, poco più periferia: ma non tradirei mai il mio quartiere, perché quel quartiere che può diventare impenetrabile, estraneo al resto della città, può anche significare appartenenza e identità, autodifesa e solidarietà tra chi sta ai margini, soprattutto quando una crisi economica infierisce come sempre su chi già sta peggio.
Neima forse ce l’ha fatta: a sentirlo colpisce per l’intelligenza e la sensibilità. I trecento di piazza Selinunte chissà: forse per loro, come sostiene il rapper, sarà più facile.

 

I timori dei più ricchi

I cittadini delle case di destra (i più ricchi) e quelli delle case più avanti (abbastanza ricchi) si allarmano: come sarà in futuro, temono le rivolte parigine, a destra e a sinistra (categorie della politica, per quanto si possa parlare ancora di politica) denunciano violenze, aggressioni, atti di vandalismo, auspicano qualche intervento di polizia in più (contro il commercio della droga ci vorrebbe davvero), dimenticando di fronte alla realtà di un piccola criminalità diffusa l’altra realtà di gente perbene, quindicimila residenti, lavoratori, muratori, bottegai, casalinghe, uomini e donne delle pulizie, ragazzi irrequieti, come tanti altri che amerebbero una vita da calciatore oppure, adesso, da rapper di successo, alla Mamoud.
A ottobre si voterà anche a Milano per le amministrative e nei discorsi dei candidati trionferà una parola: periferie. Il bilancio che può presentare l’amministrazione in carica del sindaco Sala può essere positivo: basterebbe una visita al Lorenteggio o dalle parti del bosco di Rogoredo, mercato della droga celebratissimo in tv, lungo il percorso della nuova linea della metropolitana. Ma il deficit della politica, oltre la buona volontà di qualche assessore, resta enorme.

Quando mai la politica ha cercato di presentarsi o almeno di affacciarsi in questi quartieri? Quando mai quelli di piazza Selinunte hanno cercato la “nostra” politica? Una volta accadeva, all’epoca dei contadini inurbati per dare braccia alla nuova industria. Dentro quelle case, al piano terra, si aprivano le sezioni del Pci. Sui muri perimetrali,accanto ai portoni, resistono le lapidi che ricordano partigiani ventenni, assassinati dai nazifascisti o deportati. Adesso il centrosinistra vince in centro, non più da queste parti.

 

Non chiamatela periferia

La sociologia può descrivere e spiegare molto. Mi pare però che in questo “disagio” (è un eufemismo che ricorre) vi sia anche una parte strettamente materiale, come ricordava nel video Neima Ezza: quaranta metri quadri, cinque piani senza ascensore, quando l’ascensore esiste spesso è rotto, muri sgretolati, umidità, accumuli di rottami, mettiamoci anche affitti mai pagati e occupazioni governate dalle mafie.

Degrado chiama degrado: gestione fallimentare da parte dell’azienda regionale per l’edilizia residenziale. Fosse per me, demolirei tutto: non si può aggiustare ciò che è nato male, povero, scientemente destinato alla rovina, ciò che è nato in miseria non si rialza dalla miseria, se si tratta non di anime, ma di mattoni e di cemento di infima qualità, per giunta per alloggi in totale contrasto con le minime esigenze vitali d’oggi…

Le città si possono rifare e anche le periferie, cominciando a cancellare la parola periferia e il comodo rassicurante uso di inventare nelle periferie le periferie su misura dei più poveri, degli ultimi arrivati, nuovi ghetti. Poi verranno scuole, lavoro, cultura, diritti, anche lo ius soli (come si fa a negarlo a quei trecento). Forse è solo un’illusione, ma un partito di sinistra dovrebbe provarci, prima di rassegnarsi all’idea che quei ragazzi appartengano definitivamente a un “mondo a parte”, prima di arrendersi alla ferocia classista di questo mondo.

da qui


mercoledì 28 ottobre 2020

Cinema e teatro, troppe proteste per un mese di chiusura - Oreste Pivetta


 

Se il celeberrimo marziano di Ennio Flaiano, senza prendersi l’incomodo di scendere sulla terra, s’affacciasse sul nostro facebook o ascoltasse qualche radio dovrebbe dedurre che gli italiani non sono solo un popolo di naviganti, di santi e di poeti, ma sono soprattutto un esercito di teatranti, di spettatori teatrali, di attori, di registi, di consumatori accaniti di Shakespeare, di cinefili affamati (con propensione netta per i cinepanettoni natalizi), oltre che di drogati dallo spriz.

 

Proteste contro le chiusure

Mai tante proteste si sono levate contro una decisione del governo in tempi di coronavirus, la decisione di chiudere teatri e cinema. Per un mese. Sottolineo: per un mese. Nella illusione che questo ed altri provvedimenti ci permettano, tra un mese, di cominciare a riaprire.
Sono il primo, come tanti altri, a dire che la 
cultura è risorsa centrale in un paese civile e che le istituzioni dovrebbero investire e investire molto di più per la cultura (magari a partire dalle scuole elementari, prima che dai teatri), che il degrado che sta vivendo questo paese nasce da lì, dallo smarrimento di valori culturali, dal dissesto della istruzione pubblica, dalla oscena comunicazione televisiva (sì, forse, per la salute pubblica sarebbe urgente chiudere anche la tv), eccetera eccetera.

 

Quanti sono gli spettatori di cinema e teatro

Però tanto alte grida di dolore per la chiusura di un mese di cinema e teatri francamente mi sconcertano. Riesco ancora a contare: secondo l’Istat nel 2018 solo il venti per cento (arrotondo per eccesso) della popolazione italiana dai sei anni in su dichiara di essere andata a teatro una volta almeno, è soprattutto tra i bambini e i ragazzi fino ai 19 anni che si registrano le quote più elevate di spettatori (quante volte mi sono lasciato travolgere a teatro da simpatiche scolaresche vocianti), per quasi l’84 per cento degli spettatori si registra un’affluenza a teatro che non oltrepassa le tre volte nell’anno, contro un 6,3 per cento di chi vi si reca sette volte o più (tra questi ultimi si distinguono le persone dai 55 anni in su)… Risparmio il fiume delle percentuali Istat e mi risparmio il cinema. Se si chiude un mese, tre spettacoli o sette spettacoli li si recupera in un amen e si pareggiano altrettanto alla svelta i conti con la propria ansia di cultura.

E’ ovvio che quanti lavorano nel teatro (penso ad attrezzisti, costumisti, elettricisti, falegnami, eccetera eccetera) hanno diritto a rivendicare un sostegno. Non so come: finanziamenti, cassa integrazione… Vale anche per il cinema: penso ai gestori di sale cinematografiche, già sufficientemente deserte ben prima dell’avvento del coronavirus (racconto sempre quando due anni fa, a Milano, all’Anteo mi capitò di assistere alla proiezione di Dogman, il bel film di Matteo Garrone, da solo, circondato dal vuoto totale: roba da prendersi paura).
Ma anche in questa protesta mi sembra di leggere il vizio nazionale (spolverato nobilmente di amor per la 
cultura), che si potrebbe riassumere in quell’acronimo anglosassone divenuto popolare a proposito di cave, discariche, strade, gallerie, gasdotti, inceneritori: Nimby, Not In My Back Yard, Non nel mio cortile sul retro. Chiudetemi tutto, ma non… la piscina, il ristorante, il bar, la palestra, il parrucchiere…

Ciascuno rivendica un dpcm su misura, come se la pandemia fosse solo affare degli altri, sempre accusando per ciò che non si è fatto, sempre indicando una giustificazione per i propri desideri, senza mai avvertire la responsabilità per ciò che si è combinato, dalle discoteche alle spiagge, dalle scampagnate sui monti al ritorno all’irrinunciabile movida.

 

I camion di Bergamo, gli intubati e i contagiati…

Ho sempre negli occhi la fila dei camion militari che attraversano Bergamo, gli “intubati” in attesa di sentenza, i quarantamila morti, i ventimila contagiati al giorno. Quest’altro lockdown di un mese è niente di fronte a quelle immagini: in fondo a teatri chiusi, a palestre chiuse, a ristoranti e bar semichiusi, continuiamo a mangiare, ad andare a scuola, a lavorare, a camminare, insomma, fortunatamente per molti di noi, a vivere. Dovremmo rallegrarci per un sacrificio a termine, partecipando alla salvaguardia di un interesse comune.

 

Messaggio da Hong Kong

P.s. Ho letto da qualche parte che il professor Crisanti indica come modelli da perseguire quelli adottati da Corea e da Taiwan.

Ricopio da un post apparso su facebook alcune righe di una signora (non cito il nome) che vive ad Hong Kong: “… io vorrei tanto tornare in Italia ma visto il modo scellerato in cui gli italiani (e gli europei in genere) stanno reagendo alla pandemia, non so quando sarà possibile. Gestire una pandemia è difficile e di sicuro le scelte sono discutibili. Però vi prego: c’è la pestilenza. Il mettere costantemente in discussione tutto non sta aiutando. Vi imploro di accettare una disciplina a tempo determinato che ci aiuti a superare questa crisi sanitaria. Noi a Hong Kong da dieci mesi viviamo a metà: con grande disciplina e pochissima polemica, ma ancora solo a metà. Mascherine per tutti sempre e senza storie, rare o inesistenti cerimonie religiose e nessun concerto o teatro. Qualche cinema ma non sempre. Qui applicano “sopprimere e rilasciare”: quando aumentano i casi sopprimono le attività. Quando diminuiscono aumentano. Quasi nessuno di noi è andato in vacanza per cercare di togliere fiato al virus. In Europa non capisco perché questo sia parso improponibile… qui bar e ristoranti hanno chiuso e i contagi sono scesi. Perché in Italia è tutto una polemica e un’opinione? C’è una pandemia! Non si può sperare che passi con questo costante “sì, ma così no” e mancanza totale di volontà di sottomettersi alle restrizioni inevitabili. Perché l’esempio asiatico (Corea, HK, Taiwan: democrazie o semi-democrazie) vi deve sembrare così inutile? Certo che le chiusure servono. Se le persone si vedono fuori ci sono due considerazioni: intanto fuori il contagio è inferiore che in locali chiusi. E se le persone si assembrano, multe. Da dieci mesi a HK abbiamo il massimo di 4 persone alla volta all’aperto (due al massimo da marzo a giugno). Dura, ma nessuna polemica all’italiana…”.

Scusate per la lunghezza del post scriptum.

da qui


Ma davvero il problema erano cinema e teatri? - Andrea Aloi

 

L’intervento di Oreste Pivetta su Strisciarossa (“Cinema e teatro, troppe proteste per un mese di chiusura”) è inappuntabile e condivisibile al 94%.

Ecco un 1 per cento di dissenso. Lamentare la chiusura di cinema e teatri non è uguale al dolersi per la serranda chiusa del parrucchiere (peraltro gli hair stylist rimangono aperti in base all’ultimo dpcm) o della palestra sotto casa per il semplice motivo che il tasso di contagiosità di una sala cinematografica ben regolamentata è tendente a zero, a differenza di una palestra. Di qui lo sconcerto di categorie dello spettacolo e relativi utenti. Non si tratta di cacciare la testa sotto la sabbia, di guardare le cose dall’alto di una villa in collina o di un attico ai Parioli, imbizzarrendosi perché si ritiene leso il proprio “particulare”.

 

Molto più normalmente: se si leggono le cifre della ricerca Agis (Associazione Generale Italiana dello Spettacolo) che registra, su un pubblico di oltre trecentomila spettatori, un solo contagio Covid da maggio all’inizio di ottobre dovuto alla presenza a concerti, proiezioni in sala, recite teatrali, un po’ si resta contrariati. Ciascun individuo è portatore di esigenze anche interiori e culturali, mica dico che sono istanze superiori alla permanente o ai colpi di sole, ma un pelino di rispetto in più non guasterebbe. Poi, è chiaro, la salute e la responsabilità verso la comunità in un tempo di emergenza vengono prima di tutto e se c’è da limitare – motivatamente – al massimo affollamenti sui mezzi pubblici di trasporto (è lì, pare, il nocciolo del problema per ciò che concerne cinema e teatri) lo si faccia e stop.

Pupi Avati e l’ordine pubblico

Ora il 5% di dissenso rimanente. Tra i motivi per cui le proteste contro la chiusura di cinema e teatri gli paiono risibili, Pivetta si diffonde ampiamente sulla esiguità dei relativi pubblici. Ovvero: non vedo masse accalcarsi nelle sale e nelle platee, zitti e buoni. Il che sarebbe in effetti e per contro un argomento ottimo per non infierire ulteriormente su un settore gracile, anche se meno negletto della scuola, dell’Università e della ricerca (scuole e università migliori e più frequentate, tra l’altro, porterebbero naturalmente ad aumentare il numero dei fruitori di cinema e teatro).

Gli intellettualini cinefili e i teatrofili, i lavoratori dello spettacolo e collegati comunque non daranno ulteriore fastidio, a parte qualche appello o raccolta di firme, né susciteranno problemi per l’ordine pubblico (certo che vedere Pupi Avati, Raoul Bova e Glauco Mauri con in mano i fumogeni sarebbe straniante). Quindi meriterebbero almeno il riconoscimento del diritto a dolersi di una misura che rispetteranno senza subire ramanzine. Sospetto che il governo abbia in questi giorni problemi di piazza più seri, con manifestazioni anche dure di uomini e donne sempre più impoveriti e preoccupati, con rigurgiti violenti ben distribuiti tra antagonisti di gauche, destraccia manesca, manodopera criminale e ultras del calcio. Un magma in cui è complesso affondare le mani e su cui è meno facile emettere sentenze.

Diritto al dissenso: difendiamolo, anche dentro le nostre coscienze. E stiamo attenti, in nome dell’emergenza, a non sentire troppa insofferenza per chi alza (educate e civili) voci fuori dal coro. Credo che – professionisti dei tafferugli a parte – molti italiani si sarebbero aspettati nei giorni scorsi una comunicazione migliore, più chiara da parte del governo. Un allarme motivato lanciato con parole chiare, senza magari tenersi nel cassetto (è un’ipotesi, visto quanto è si è saputo a proposito della prima ondata Covid) proiezioni e cifre preoccupanti. Questo Conte II – per quanto molto più digeribile del Conte I – è una coalizione congenitamente debole e i risultati si vedono, anche sul piano comunicativo, si spera non sulla tenuta del sistema. Per restare nell’ambito cinema-teatro, il ministro Franceschini ha garantito aiuti, come già fatto in primavera.

Che fare degli sciatori

Intanto in Alto Adige fanno valere l’autonomia e cinema e teatri restano aperti, insieme agli impianti sciistici. E pure in altre zone alpine stanno già passando la sciolina. Nel dpcm è scritto che “gli impianti sono aperti agli sciatori amatoriali solo subordinatamente all’adozione di apposite linee guida da parte della Conferenza delle regioni e delle Province autonome”,  idonee “a prevenire o ridurre il rischio di contagio”. E vogliamo che a breve non spuntino le linee guida apposite per impianti e alberghi? Quelle non si negano a nessuno. “Ridurre il rischio di contagio”? Per una sciata in montagna – dove naturalmente non ci si incontra mai tra gruppi o persone singole ed è pieno di vigili urbani sullo snowboard – c’è un rischio accettabile. In sala al cinema o a teatro, luoghi controllatissimi, invece no. Ok, non tutto si può capire. Per l’intanto adeguiamoci: c’è un buonissimo motivo per farlo. E un mese passa in fretta, ha ragione Pivetta. Purché basti.

da qui