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sabato 4 luglio 2026

Dissidenza, repressione politica, libertà. In ricordo di Ambro

L’11 giugno scorso abbiamo pubblicato un articolo di Claudio Novaro teso a sottolineare, fin dal titolo (“Quando la giustizia esclude e uccide”) la scarsa consapevolezza da parte di settori della magistratura del “potere terribile” di cui sono titolari, «un potere il cui esercizio discrezionale incide profondamente sui diritti fondamentali, sulla libertà e sulle condizioni personali dei soggetti che lo subiscono» e richiederebbe, per questo, «un minimo di empatia con la vita reale delle persone, con le loro relazioni, con le loro fragilità, anche». L’articolo prendeva le mosse, tra l’altro, dalla tragica vicenda, di un giovane che si era tolto la vita tre mesi prima, dopo che gli era stata applicata, dal giudice per le indagini preliminari di Torino, «la misura del divieto di dimora a Torino, città dove viveva da diversi anni, dove aveva studiato, dove aveva le sue più importanti relazioni amicali e affettive», misura confermata dal Tribunale del riesame e che «l’aveva gettato nello sconforto». L’articolo – che, per doverosa delicatezza, non conteneva indicazioni funzionali alla identificazione del giovane ed evitava giudizi tranchants e strumentalizzazioni – è stato ampiamente ripreso, non sempre con la stessa attenzione ai risvolti personali, da diversi organi di stampa e dai social, con commenti spesso sguaiati e volgari. Volutamente ci siamo astenuti dal riprendere e commentare. Venerdì scorso, peraltro, il manifesto ha pubblicato una lettera accorata e, insieme, rigorosa in ricordo di Ambro (questo il nome del giovane) e a commento della sua vita e della sua drammatica conclusione, che ci sembra importante far conoscere ai nostri lettori: in memoria di quel giovane e con l’auspicio che il suo gesto susciti una riflessione rispettosa e capace di rendere anche l’intervento giudiziario più umano. (la redazione)

Ambrogio era un ragazzo di 27 anni, arrivato a Torino per gli studi in Filosofia e Storia delle Religioni. Ambro è sempre stato un idealista, attento agli ultimi, con un grande senso di empatia e gentilezza. Era un anarchico, un testone, un polemico. Ambro aveva anche i suoi demoni e i suoi irrisolti, ed una generosità e capacità di offrire agli altri che spesso sconfinava nel sacrificio. Era anche un ragazzo arrabbiato con il mondo, per le sue ingiustizie e le sue storture. Ambro aveva ben chiaro il concetto e il senso di collettività, mettendo in atto ogni giorno, in ogni gesto e parola. Ha sempre creduto nella politica dal basso, cioè quella tangibile fatta da chi vive in questo sistema precario per sostenere le persone colpite dallo stesso, criticando con lungimiranza e lucidità lo Stato e le varie politiche susseguitesi negli anni, sia nel nostro paese che a livello globale.

Ambro il 15 Marzo si è tolto la vita lanciandosi da un ponte in un piccolo paese dell’entroterra ligure, un luogo scelto probabilmente perché vicino alle sue care falesie. Era stato privato della libertà in quanto sottoposto a misure cautelari.

Noi tutti, amici, familiari e conoscenti, ci siamo ritrovati a dover far senso di un dolore enorme, nessuno riusciva a credere che quanto accaduto fosse reale. In questo gesto però rivediamo una delle parti più autentiche di Ambro, una parte scomoda, non facile da comprendere, ma non per questo da non raccontare. Ambro credeva che ovunque nel mondo le persone tutte avessero un valore, e che la libertà e la dignità andasse sempre difesa, e le violazioni denunciate a gran voce. Anche per questo ha partecipato alle manifestazioni dell’anno scorso a supporto del popolo palestinese volte a denunciarne gli abusi subiti. Non aveva bandiere o affiliazioni, non sarebbe stato da lui. Aveva ricevuto in febbraio l’avviso di garanzia che lo informava del procedimento pendente e dei capi di indagine relativi proprio a quelle manifestazioni. Una lista gonfiata da un caso diventato politicamente sensibile. Si dovevano trovare colpevoli, e li si doveva punire duramente. Si sentiva dalle istituzioni la pretesa di muoversi subito e colpire duro. Poco dopo venne disposto dal GIP l’obbligo di firma giornaliera e il divieto di dimora a Torino. Il PM aveva chiesto la custodia cautelare. L’aveva chiesta per tutti gli 11 indagati. La maggior parte, poco più che maggiorenni incensurati. Studenti per lo più.  A seguito di richiesta di riesame, non solo erano state confermate le misure in essere, ma era anche stato condannato al pagamento delle spese. Poco dopo tenne alcuni colloqui telefonici con l’avvocato che lo seguiva. Si era detto talvolta preoccupato dalla mancanza di informazioni chiare ricevute. Parlava di alcune sviste. Era seguito con il gratuito patrocinio. In un primo momento era sconfortato, ma poi sembrava si stesse muovendo per cercare un lavoro a Torino, sperando in occasione del prossimo riesame di farsi rimuovere la misura dell’allontanamento. E invece la sua decisione del 15 marzo racconta un’altra storia.

Dopo la morte di Ambro ci siamo presi tempo di elaborare e abbiamo collettivizzato il dolore e condiviso la perdita, raccontando del suo impegno politico il 25 aprile. Quel giorno, prima del corteo, abbiamo raccontato di lui e affisso una targa in ricordo della sua lotta accanto a quelle dei partigiani. Ambro infatti, per noi, rappresenta un partigiano dei giorni nostri e abbiamo considerato importante raccontarlo tra le vie di Torino, durante una manifestazione alla quale lui sicuramente avrebbe partecipato. Nelle ultime settimane il caso è stato reso pubblico dall’avvocato che lo seguiva nel procedimento. Grazie alla volontà dell’avvocato di portare alla luce una serie di considerazioni in merito al problematico utilizzo spropositato delle misure cautelari, il caso di Ambro è diventato un caso mediatico. Il giornale la Repubblica ha quindi deciso di scrivere in merito e vari esponenti politici e attivisti hanno ricondiviso gli articoli, riprendendo quello che di Ambro si leggeva nell’articolo dell’avvocato. Da qui nasce l’urgenza per noi di raccontare chi era Ambro, per quanto possibile rispettando il suo modo di sentire. Vogliamo anche condividere alcune riflessioni su come la vicenda sia stata gestita, a livello mediatico e non, perché ci sembra opportuno porre l’attenzione ad alcuni aspetti che ci hanno riguardato in prima persona.

La strumentalizzazione della vicenda di Ambro definito in maniera piatta come Pro Pal dai giornali, speriamo possa essere un punto di partenza per comprendere la difficoltà di parlare del suicidio di una persona, che non può essere stigmatizzata o ridotta ad una definizione ideologica. La deriva è ben rappresentata dai commenti, molto violenti, che si leggono sotto i post sui social dove gli articoli vengono parzialmente riportati. La criminalizzazione delle persone che sono scese in piazza dopo il decreto legge sicurezza è un tema che finalmente ha preso lo spazio che merita, anche se non siamo d’accordo con il modo con cui la vicenda è stata trattata. Si parla poco e male di salute mentale e di suicidio. Basterebbe dare solo uno sguardo ai numeri degli ultimi anni per apprendere che il suicidio è una scelta sempre più paurosamente ricorrente e le cause vanno ricercate proprio laddove il nostro sistema latita e anzi, tende ad affossare i singoli. Proprio in merito agli ultimi provvedimenti giudiziari, in vigore dopo il decreto legge sicurezza, ci sono già molte persone che stanno subendo le conseguenze massacranti di scelte politiche volte ad annichilire le persone e ogni movimento di dissenso verso il potere. A tal proposito speriamo che questa nostra riflessione possa aiutare e far risuonare le voci di chi oggi si trova in questa situazione e che ha bisogno di aiuto. Speriamo che questo possa essere l’inizio di una riflessione più ampia riguardo alla gestione delle misure cautelari e alle considerazioni relative alla delicatezza con cui il sistema giudiziario dovrebbe agire in questi casi. L’empatia e il tener conto delle fragilità di chi subisce certe misure e degli affetti intorno a queste persone, deve essere un tema centrale nella riconsiderazione dell’applicazione delle misure cautelari, ma anche della gestione da parte degli operatori della giustizia di ogni aspetto che riguarda le vicende giudiziarie.

Crediamo che quanto sottolineato dall’avvocato nel suo articolo sia di estrema urgenza e che sia importante riflettere sulle pericolose conseguenze di misure cautelari così violente nei casi che riguardano la lotta politica. Allo stesso tempo, riteniamo urgente comunicare la difficoltà, da parte di chi vive in prima persona questo tipo di situazioni, a relazionarsi con una società che, nel suo insieme, non si fa carico del peso emotivo e politico della cura che dovrebbe essere riservata a chi vive un lutto. Pur rispettando il dovere di cronaca, riteniamo doveroso richiamare l’attenzione sulla necessità di riflettere sulle modalità attraverso cui si parla di suicidio. Sentiamo un vuoto perché non se ne parla abbastanza e se ne parla male. Parlare di chi non c’è più senza avere la cura di contattare con il giusto livello di umanità gli affetti, senza tenere in considerazione la delicatezza della situazione, è già di per sé molto violento. Vorremmo che in futuro questa cosa potesse cambiare: la vicenda di Ambro è stata raccontata fin dal primo giorno senza di lui, avendo pochissima cura delle persone che tengono a lui. Proprio in virtù di questo abbiamo deciso di scrivere questo articolo, ma chiediamo di essere rispettati nel nostro dolore e speriamo che tutto questo possa davvero far riflettere su temi che non spetta a noi sviluppare. Abbiamo bisogno che la società tutta si assuma la responsabilità e la fatica di affrontare gli aspetti qui richiamati che hanno necessità di essere approfonditi da chi effettivamente ha gli strumenti per farlo. Abbiamo bisogno della collaborazione di tutti.

Amore che resiste. Oltre tutte le manipolazioni e i discorsi distorti, alla fine rimani tu in ogni parte di noi. E questo ci salva, riempie quel vuoto profondo nato dalla tua assenza, che è però data solo dal tuo non essere più fisicamente qui, sempre in giro, mai tra i baretti, con la tua Galath che sa di ferro e storie da raccontare. Adesso non racconti più, passi la palla a noi. E noi ci siamo Ambro, narriamo con te e per te. Sicuramente storcerai il naso e con il tuo sorrisetto sguincio penserai: «Mamma mia questi qui, proprio non hanno capito niente di me». Forse è così, forse per descriverti non bastano tutti questi amici riuniti per ricordarti, ma è proprio questo che racconta tanto di te, ed è proprio così che abbiamo deciso di narrarti. Tu che non amavi parlare di te ma che chiedevi sempre degli altri, una persona irriverente, che non scende a compromessi se questi comportano il girare le spalle ai propri valori, un cane sciolto, ma anche un buffone, uno spavaldo, un romantico, il migliore compagno di viaggio che tu possa mai incontrare per le strade della tua vita. Siamo qui per dirti che siamo così felici di sapere che ti abbiamo incrociato.
Per sempre.

Le tue amiche ed i tuoi amici.

da qui

Animali nonumani: vittime in pace e in guerra - Annamaria Manzoni


“Tutto si tiene, e il nostro disgusto per la violenza
delle società organizzate e dell’uomo sull’uomo
deve allargarsi a quello dell’uomo sulla natura,
dell’uomo sulle altre specie viventi“
(Goffredo Fofi)

Parlare della vittimizzazione degli animali in guerra comporta parlare di loro come vittime anche in tempo di pace e porta a considerare come la loro situazione sia tanto simile a quella dei più diseredati tra gli umani.

Non ha bisogno di essere esplicitata l’affermazione che considera gli animali vittime anche in pace, vittime della strabordante violenza che è la costante del nostro interagire con loro, dal momento che, a fronte dei pochissimi di cui ci occupiamo con amore, sono centinaia di miliardi quelli che noi tormentiamo anche in tempo di pace: li uccidiamo, mangiamo, vivisezioniamo, imprigioniamo, cacciamo, peschiamo, sottomettiamo, estinguiamo.

In questo panorama devastante c’è ben poco da meravigliarsi che la loro situazione peggiori in tempo di guerra, quando cioè quella che è la più disumana tra tutte le attività umane celebra l’apoteosi della nostra potenziale violenza contro tutto e tutti, dando la stura anche ai più inaccettabili tra i nostri comportamenti, che, da vergognosi che erano, diventano leciti quando non addirittura oggetto di encomio.

Oggi l’argomento è quanto mai vitale nei nostri pensieri vista la quotidianità delle informazioni che ci arrivano da Ucraina, Gaza, Iran, Libano… Luoghi che sono solo la punta di un iceberg di violenze istituzionalizzate perché l’ACLED (Armed conflict location & event data project, ong che si occupa di monitorarne gli sviluppi dei conflitti) ci informa che in giro per il mondo ce ne sono attualmente circa 60, attive in luoghi di cui spesso poco o nulla sappiamo, talvolta in difficoltà come siamo persino a localizzarli sulla carta geografica. Se l’ampiezza geografica spaventa, non consola certo l’estensione temporale dal momento che le guerre sono state una costante della nostra storia,che ha conosciuto solamente 29 anni (non consecutivi!) di pace, secondo le ricostruzioni di Chris Hedges contenute nel suo libro Il fascino oscuro della guerra, titolo per altro quanto mai evocativo nel richiamare l’attrazione che la guerra nei millenni ha continuato ad esercitare sulla nostra specie, unica tra tutte le altre. O almeno, considerata tale fino a non molto tempo fa, quando Jane Goodall, primatologa che aveva passato la vita a studiare gli scimpanzè nel loro habitat naturale in Tanzania, aveva cominciato a percepire con stupore e dolore che anche tra loro avevano luogo dinamiche distruttive assimilabili a quelle belliche, intuizione recentemente ripresa e confermata dagli etologi. Scimpanzè, guarda caso, specie a noi più vicina di qualunque altra, visto che condividiamo il 98,8 delle sequenze del DNA.

Al di là di ogni retorica che esalta (in mala fede) coraggio, virilità ed eroismi vari, ogni guerra è teatro inesauribile di morte, distruzione, dolori inenarrabili, disastri del corpo e della psiche. Anche i soldati, che sono quelli chiamati, ma frequentemente obbligati, ad esserne gli attori principali e gli esecutori materiali dei peggiori crimini, sono spessissimo vittime oltre che carnefici, impossibilitati a sottrarvisi e costretti a divenire quello che mai avrebbero voluto né pensato, lontani mille miglia dal desiderio di combattere e infliggere dolori speculari ai propri desiderosi solo di ritornare dove sentirsi amati, alla vita di sempre, alle piccole abitudini di un tempo divenute ora sogno.

Anche gli animali nonumani subiscono sofferenze indicibili, assoluto spaesamento, terrore dilagante: sono da sempre soldati arruolati a loro stessa insaputa, destinati a diventare vittime sconosciute e mai rimpiante.

È invece una sorta di obbligo morale provare a dare loro la visibilità che gli spetta; occuparcene diventa anche un osservatorio privilegiato della nostra relazione con loro, del nostro bisogno della loro presenza e nello stesso tempo della abissale asimmetricità di questo rapporto.

Soldati inconsapevoli

Gli animali vengono arruolati a forza nelle guerre, che dovrebbero invece essere un affare tutto nostro: c’è una recente affermazione del primo ministro britannico Starmer, che, riferendosi alla volontà di non intervenire nella situazione del Golfo, ha sentenziato “Non è la nostra guerra”, frase divenuta una sorta di mantra ripetuto dalle nazioni non intenzionate ad entrare in conflitti che ritengono estranei ai loro interessi. Ecco: ogni animale nonumano, arruolato suo malgrado, avesse le parole per dirlo, avrebbe il diritto di dichiarare la stessa cosa: non è la nostra guerra. Purtroppo del loro modo di comunicarcelo ci fa comodo continuare a non prendere atto.

Eppure, tra i tanti episodi, ne esiste uno che nessuno ignora: si tratta di Annibale che nel 3° secolo A.C. valicava le Alpi con gli elefanti, impresa che è entrata in ogni libro scolastico a partire dalle classi elementari per le suggestioni di cui veniva arricchita, raccontata come un’enorme avventura, senza che venisse sollevata una critica, un dubbio su ciò a cui gli elefanti venivano costretti: loro, esseri assolutamente gregari, abituati ad una vita sociale intensa con legami affettivi stringenti, erano stati catturati in Africa, nei loro territori di vita, schiavizzati, costretti ad un viaggio di migliaia di chilometri fino al gelo delle Alpi. Ora sappiamo che dei 37 animali, con cui Annibale era partito, solo uno sopravvisse per un anno prima di morire: tutti gli altri dovettero soccombere nel primo inverno per fame, freddo, ferite, costretti ad un percorso fatale. Ma di tutto questo nei libri non si parlava e quello di Annibale che valica le Alpi con gli elefanti si è strutturato come un racconto mistificato sulle prodezze del condottiero cartaginese. Grande occasione persa per sensibilizzare i più giovani sulla terribile ingiustizia in atto nei confronti di quella meraviglia della natura che gli elefanti sono e per mobilitare reazioni di indignata empatia.

La storia degli elefanti-soldato è tra le più trucide perché si è più volte affiancata a comportamenti di un cinismo inconcepibile, vale a dire quello dei maiali incendiati perché le loro grida di dolore, disumane, spaventavano a tal punto i pachidermi da causarne la fuga.

Purtroppo, come i soldati che non possono scegliere, gli animali da almeno 45 secoli vengono costretti a partecipare alle operazioni belliche: almeno da 45 secoli perché sappiamo per esempio che i cavalli venivano impiegati già dagli Assiri, dal 2000 A.C.. Da allora nessuna guerra pare avere salvaguardato nessuna specie animale.

I cavalli in particolare sono onnipresenti sui campi di battaglia dai secoli prima di Cristo, attraverso il Medio Evo e l’età moderna fino alle guerre mondiali del 20° secolo. Una vasta filmografia ce li ha mostrati gettati in uno stato di assoluto terrore contro l’esercito nemico (nemico dei loro padroni umani, non certo loro) in terribili corpo a corpo, tra nitriti terrificanti, li abbiamo visti crollare feriti con le viscere che fuoriuscivano dall’addome, lasciati a morire sul terreno senza l’ombra di un conforto. E la loro presenza così ubiquitaria ha finito per essere normalizzata, i loro nitriti spaventati musica di fondo di ogni battaglia, mai assoggettata a critiche. I recenti fatti di Roma, quando nei preparativi per la Festa della Repubblica i fuochi d’artificio incautamente lanciati da un carabiniere li hanno terrorizzati al punto di farli fuggire nel traffico cittadino, molto ci dicono di quello che devono avere provato nel frastuono clamoroso di battaglie terrificanti: un veterinario ha spiegato che si tratta di animali sensibilissimi ai rumori. Nulla da aggiungere.

Nulla da aggiungere se non che le nostre città ospitano, orgogliosamente, alcune centinaia di monumenti equestri, che sono un inno ai cavalieri armati, e quindi alla guerra, e nello stesso tempo celebrano la sottomissione dei cavalli, che appaiono nella rappresentazione come null’altro che una sorta di accessorio, di eroica bellezza, al condottiero di turno.

Insieme a loro sono state impiegate tante altre specie animali: cani, muli, piccioni viaggiatori, cammelli ed elefanti fuori dall’Europa, ognuna sfruttata per le proprie caratteristiche. Basti dire che durante la prima guerra mondiale furono usati e morirono almeno 11 milioni di equidi, cavalli e muli, sfruttati fino allo sfinimento per trasportare viveri, mitragliatrici e ogni altro strumento bellico, e, alla fine, macellati e mangiati. Mentre almeno 200.000 piccioni vennero usati per portare messaggi, sfruttando alcune loro enormi abilità di “viaggiatori” e finendo in molti casi colpiti dal fuoco “nemico”.

Neppure i cani vennero risparmiati: sia nella prima che nella seconda guerra mondiale vennero arruolati a forza, presi, forse meglio dire sottratti, dovunque tanto che si parlava di leva, obbligatoria, per essere impiegati per il trasporto di feriti, addestrati a cercare i morti, a trasportare masserizie varie. Ma spessissimo trasformati in bombe viventi: legati a cariche esplosive venivano spinti contro reticolati dove venivano fatti esplodere. Nella seconda guerra mondiale, addestrati a ricevere cibo solo sotto i cingolati, venivano lasciati a digiuno di modo che poi, affamati, fossero pronti ad andare sotto i cingolati nemici e lì fatti esplodere. In quello che pare estremo spregio, venivano chiamati cani suicidi, nonostante di certo nel loro comportamento non vi fosse alcun intento suicidario, ma solo la spinta ad obbedire agli ordini, inconsapevoli della fine a cui erano destinati. E un pensiero dolente va ai bambini e alle bambine a cui in tempi recenti abbiamo saputo essere stata inflitta sorte simile in Iran, Nigeria, Irak, Afghanistan: venivano chiamati martiri, attribuendo anche a loro un’intenzione autodistruttivo quasi fossero portatori di una scelta consapevole di autoimmolazione: in realtà vittime del buio della ragione, che oscura drammaticamente l’etica dei nostri tempi.

Cani suicidi e bambini martiri sono mistificazioni linguistiche funzionali ai mandanti per deresponsabilizzare sé stessi: e sono spaventosi esempi di come i più fragili e deboli, umani e nonumani, siano le vittime prescelte per le azioni più devastanti. Senza dimenticare i soldati delle prime linee, costretti a lanciarsi contro una morte certa: tanto poi, ci sarà sempre una medaglia, consegnata alla famiglia al suono toccante dell’inno nazionale, a certificare come valore e sacrificio la trappola mortale in cui hanno dovuto abbandonare la loro giovane vita.

Amicizie interspecifiche sbilanciate

In tutto questo va sottolineato un particolare fenomeno, testimoniato da foto e diari risalenti soprattutto alla prima guerra mondiale, guerra di trincea, quindi stanziale. Si tratta del ruolo amicale che molti animali, cani, cavalli, muli, finirono per assolvere, ruolo importantissimo per i soldati che vivevano una situazione di estrema drammaticità, paura, solitudine, lontananza dagli affetti. Gli animali erano in grado di sollecitare sentimenti di tenerezza, preziosissimi in mezzo alle carneficine dove ogni briciolo di umanità sembrava perduto ed era l’animalità a rintracciarlo: insomma, presenze vitali anche in termini di sostegno emotivo, capaci di creare. forti legami in una sorta di affratellamento interspecifico. La presenza di un animale, a cui dedicare affetto e cura, agiva come antidoto alla disperazione e alla paura e restituiva ai soldati il senso della propria umanità, sopravvissuta nonostante l’abbruttimento quotidiano. I soldati percepivano l’enorme distanza tra l’innocenza delle bestie e la crudeltà degli uomini; e questa consapevolezza permetteva loro di lasciare a volte emergere, nei confronti dei nonumani, quella affettività e quelle emozioni, che la paura di esporre la propria fragilità bloccava davanti agli altri uomini. I diari arrivati fino a noi parlano, per esempio, del dolore di un ufficiale per la morte di una cagnetta, dolore che emergeva più facilmente dell’angoscia per la morte collettiva degli uomini. O di chi affermava non esserci cosa che tocchi il cuore come la visione di una bestia morente o ferita mortalmente: davvero lancinante se si pensa che questa sensibilità trovava modo di emergere dal profondo nel mezzo delle peggio carneficine umane. Si trattava davvero di una forma di lutto per la morte di una proprio animale, a cui solo oggi, a distanza di un secolo, finalmente si comincia a concedere diritto di cittadinanza.

Favola bella, davvero: ma senza happy end: al termine della prima guerra mondiale, per esempio, molte centinaia di cani furono abbandonati sull’Adamello, nel momento. della dispersione dell’esercito. Non solo abbandonati, ma addirittura lasciati legati alla catena e quindi condannati ad una morte lenta e atroce. Sarebbe bello poter pensare ad un evento isolato, ma in realtà la stessa dinamica abbandonica aveva avuto luogo in Libia nel 1912: i cani furono abbandonati sul suolo africano quando i soldati italiani se ne andarono: e la loro sorte può solo essere immaginata. E niente da relegare ad un passato lontano da dimenticare, visto che, negli anni ’70, furono le truppe statunitensi ad abbandonare in Vietnam i 5.000 cani usati nel corso della guerra.

Certo: si tratta di comportamenti da contestualizzare tenendo conto della drammaticità dei momenti, ma sono comunque significativi del totale disvalore attribuito agli animali: quello che si stava facendo era lecito, non comportava il rischio di alcuna sanzione, nemmeno morale, ad eccezione, si può immaginare, del senso di colpa di almeno alcuni soldati. Di certo il legame era stato forte, ma la sua forza non aveva mai la meglio sul dovere di obbedienza agli ordini superiori né tanto meno sulla disperazione della fuga.

Spaventosi prezzi preventivi

Agli animali, prima e durante le guerre, sono stati inflitti anche trattamenti davvero impensabili, tra i quali vale la pena ricordare quello noto come olocausto dei pets del 1939: nei giorni successivi alla dichiarazione di guerra, in una Gran Bretagna in cui l’affetto per i propri pets era già molto diffuso, tanto che esistevano cliniche veterinarie e negozi per la loro toelettatura, vennero soppressi circa 750000 animali cosiddetti d’affezione, animali e gatti soprattutto: il governo aveva diffuso non ordini, ma consigli del tipo che, se non si potevano evacuare gli animali, era meglio sopprimerli, perché avrebbero sofferto per mancanza di cibo o a causa di bombardamenti. Furono moltissime le persone che aderirono alla richiesta tanto che si videro lunghe file fuori dagli studi veterinari dove gli animali venivano portati per essere soppressi. Si trattò di una reazione di massa dettata dalla paura, dalla forza della propaganda, dalle condizioni di guerra, che non mancò poi di causare sensi di colpa e vergogna.

Qualche cosa di analogo, in qualche modo ancora più tragico, ebbe luogo a Tokyo nel 1943, quando il governo giapponese ordinò alla popolazione (questa volta non si trattò di un consiglio, ma di un ordine) di uccidere tutti gli animali domestici, facendolo personalmente oppure consegnandoli alle autorità: il provvedimento fu giustificato con la carenza di cibo e il pericolo che gli animali spaventati dai bombardamenti potessero costituire. Fu un evento molto impopolare e traumatico, alla base del quale agiva un clima di sacrificio, il richiamo delle autorità alla necessità che in tempo di guerra tutti dovessero essere pronti a pagare un prezzo personale, si trattasse di umani o nonumani. Al di là della crudezza della decisione, non si può non sottolineare il divario tra la normale svalutazione degli animali e la loro mancanza di diritti, e l’improvvisa equiparazioneagli umani quando si trattava di far pagare colpe non commesse, attribuendo loro un’etica normalmente disconosciuta.

Gli zoo: contesti di un pericolo specifico

E poi ci sono gli zoo, che meritano un discorso a parte perché sono una realtà a parte. Se nel passato erano popolati da animali esotici, orgogliosi bottini di guerra, vanto dei vincitori, di cui erano lì a testimoniavano la supremazia, anche ai giorni nostri celebrano il dominio dell’essere umano su tutte le altre specie, ingabbiati o comunque reclusi come sono. Allo scoppio delle guerre, quando il cibo scarseggia e si fa reale il pericolo che gli animali impazziti di paura scappino e terrorizzino la popolazione, l’orgoglio di esibirli lascia velocemente il posto a soluzioni ben più pragmatiche: evacuare i pochi che è possibile evacuare, arruolarne alcuni (per esempio elefanti) e uccidere tutti gli altri, spesso poi trasformandoli in cibo.

Tanti i luoghi dove la storia si è ripetuta: per esempio lo zoo di Berlino, dove a salvarsi furono solo 91 dei 3.000 lì rinchiusi nel corso della seconda guerra mondiale. O quello di Varsavia, reso celebre da un film del 2017, La signora dello zoo di Varsavia.

Ma descrizioni sconvolgenti che rendono conto dell’atrocità insita in queste situazioni si trovano in un piccolo pressoché sconosciuto libro dal titolo magnetico, Questa vita tuttavia mi pesa molto, di Edoardo Franzosini, che descrive il massacro pianificato e scrupoloso nello zoo belga di Anversa nell’agosto del 1914, ordinato dalle autorità che stabiliscono che tutti gli animali dello zoo debbano essere uccisi nel giro di 48 ore. Già gli orsi erano stati eliminati perché la loro mole così interessante in altri momenti si era già trasformata in ingombro. Poi la “spaventosa faccenda”, come la chiama Franzosini, viene affidata all’efficienza di un plotone di esecuzione di 50 uomini, armati di fucile Mauser a ripetizione con baionetta innestata. Si comincia dagli uccelli, che, alla vista dei soldati, strepitano impazziti e sbattono contro le reti delle voliere. Riempiono l’aria i colpi dei fucili, ma anche le grida inutili degli uccelli, il rumore dei loro becchi contro le reti delle voliere, senza che ci sia scampo per nessuno. È poi la volta dell’elefante alla cui morte provvedono dieci sodati disposti su due file, davanti quelli inginocchiati e dietro quelli in piedi perché lui, poverino, non riesce a morire. E si procede con tutti gli altri, usando per le antilopi solo la baionetta, perché con loro è facile. Non ci risparmia, Franzosini, l’agonia di molte ore del rinoceronte e finalmente la sporca vicenda si conclude con le scimmie, lasciate per ultime, forse perché la loro somiglianza con gli umani non facilita il compito. La carneficina portata a termine con precisione risulta una sorta di anteprima di quella che proseguirà per anni nelle trincee dove a non avere scampo saranno milioni di esseri umani.

Se questo è un racconto del passato, è facilmente applicabile al presente solo modificando le coordinate geografiche, per arrivare per esempio allo zoo di Baghdad in Irak, dove dei 700 animali ne rimasero in vita poche decine, a cui fu dedicato grande sforzo per guarirli dai traumi subiti.

Come risaputo, la storia insegna, ma gli studenti non imparano: finita la tragedia con la morte terribile di ogni animale, a nessuno si affacciò alla mente che gli zoo fossero da chiudere perché luoghi di prigionia e ingiustizia, pronti ad esplodere nei momenti di difficoltà. Anzi: ancora oggi la cronaca rimbomba di situazioni al limite del grottesco: giusto nel marzo scorso, 10 babbuini sono stati uccisi nello zoo di Zurigo, perché il loro numero è stato giudicato troppo elevato rispetto al gruppo dei loro conspecifici e quindi in grado di innescare una dinamica di gruppo instabile nel clan di 48 animali. Anni prima, era il 2014, aveva indignato l’opinione pubblica l’uccisione, nello zoo di Copenaghen, del giraffino Marius, di soli 18 mesi, anche lui con l’unico torto di essere in sovrannumero rispetto alle esigenze dello zoo. Non mancò in quel caso l’ulteriore spregio di sezionarlo pubblicamente e darlo in pasto ai leoni, davanti ad un pubblico anche di bambini. L’aver parlato le autorità di intento educativo non può che lasciare basiti.

Stessa sorte per i più diseredati

Tantissimi sono gli animali che rimangono sotto le macerie insieme agli umani; quelli feriti che non hanno modo di essere curati, quelli che muoiono per mancanza di cibo, allo stesso modo di cani e gatti portati nei rifugi e lasciati anche loro lì a morire di fame e di sete.

Un’intervista contenuta nel libro inchiesta Ragazzi di zinco, di Svetlana Aleksievic, premio Nobel per la letteratura 2015, che ha ripercorso la guerra dei russi in Afghanistan (1979-1989) nel racconto dei reduci, riporta la testimonianza di un soldato che ricorda come gli animali non venissero risparmiati nemmeno dalle rappresaglie: come quando fermata una carovana che trasportava armi, gli uomini vennero messi da una parte, asini e muli dall’altra e tutti aspettarono la morte in silenzio. Fino a quando le urla di un asino ferito gli attraversano le orecchie e il cuore. Oppure il sogno che perseguita come un incubo un altro reduce che risente i lamentosi guaiti dei cani cerca-mine. Avevano anch’essi i loro morti e feriti. Erano distesi vicini, morti. Uomini senza gambe. Cani senza zampe.

Come se non bastasse la carneficina quotidiana, non mancano certo gli episodi di animali sottoposti ad angherie di ogni genere, o uccisi appositamente a fucilate o avvelenati nelle strade come spregio alla popolazione: è possibile che vengano volutamente colpiti rifugi, allevamenti, zoo, e stragi effettuate per pura crudeltà in spregio alla popolazione. La crudeltà che è tanto spesso la cifra del nostro rapporto con loro anche in tempo di pace, si amplifica a dismisura in territori bellici dove la violenza sembra essere l’unico possibile modello di relazione, e più che mai legittimata quando tutto intorno è caduta ogni remora morale. Poco da meravigliarsi per altro perché nel corso delle guerre si verifica un black out di tutti i freni morali, dal momento che la ripetizione continua della violenza scatena altre pulsioni oscure, che sfociano in episodi gratuiti contro chiunque, di solito umani, ma perché no anche animali.

La caccia e la guerra: cambiano le vittime, ma non sempre

Come si legge nel libro Il bravo soldato mulo, questa assuefazione alla violenza e alla crudeltà diventa a volte talmente pervasiva che, nei momenti più tranquilli, i soldati decidono di occupare il tempo nelle frequenti battute di caccia, come diversivo, in questo modo trasformando gli animali in ulteriori vittime dell’atmosfera bellica. Si leggono frasi tratte dai diari del tipo “la guerra è una grande avventura, una battuta di caccia in cui le prede, anziché le solite volpi o anatre, erano esseri umani” (pg. 19). ”Frequenti battute di caccia servivano ad occupare il tempo a scacciare la noia e ad arricchire la mensa”. Insomma, il clima di violenza che è la cifra di ogni guerra si espande a dismisura, crea assuefazione, tendenza alla ripetizione, crollo dei freni morali: se uccidere è quello che viene richiesto, lo si fa senza più alcuna remora.

E molto ci sarebbe da argomentare sul confine fragile che separa caccia e guerra, dando alla caccia il significato che le è proprio di attività sadica, fonte di piacere davanti alla sofferenza procurata, esercizio di predominio crudele, altro che attività sportiva, dal momento che è sorretta ed alimentata dal gusto di uccidere provocando prima terrore e poi estremo dolore. Il confine con l’uccisione degli umani è stabilito solo dalle norme sociali che in tempo di pace considerano l’uccisione di un umano attività penalmente perseguibile, quella di un animale un’attività lecita e addirittura piacevole. In tempi di guerra questo confine viene abbattuto. Recenti fatti di cronaca informano come, durante la guerra nella ex Yugoslavia, alcuni cacciatori italiani, stimati professionisti, si siano sentiti autorizzati ad uccidere non più animali, ma uomini, donne e perché no, bambini. Pagando il loro piacere secondo uno sconcio tariffario.

Qualcosa di positivo

In cerca di appigli a un’idea di umanità che è allo sbando, l’attenzione di molti si è concentrata in questi ultimi anni su qualche notizia rassicurante, fornita dai mass media: ha rincuorato per esempio sapere dell’impegno e dell’abnegazione di associazioni e volontari (un nome per tutti quello di Andrea Cisternino rimasto in Ucraina per non abbandonare il suo rifugio dove ospita ancora oggi centinaia di animali), che dall’inizio della guerra stanno facendo il possibile per prestare loro soccorso, cercando di fornire cibo e di curare i feriti, a rischio della propria stessa vita. E hanno emozionato i filmati di gente costretta a fuggire dall’Ucraina come da Gaza portando con sé il proprio cane o il proprio gatto. Testimonianza di una nuova visuale che include nel concetto di famiglia anche i nonumani che quindi finiscono per farne parte a tutti gli effetti:

Il fenomeno ha colpito l’opinione pubblica per la sua ampiezza, e perché, ci dicono gli storici, non se ne era avuta testimonianza nelle disperate occasioni di guerre precedenti. Certo, come fenomeno degno di considerazione è vero, ma se si va a ricercare nelle esperienze individuali si scopre che c’è qualcosa di antico al suo interno,c’è qualcuno che ha sperimentato in anteprima la disperazione dell’abbandono del proprio cane o del proprio gatto, quando ancora non era possibile parlarne perché si trattava di un amore non riconosciuto, a cui non concedere diritto di cittadinanza, di cui quasi vergognarsi nel teatro di assoluta oscenità bellica. Se ne trova una struggente testimonianza in un docufilm di pochi anni fa dal titolo più che emblematico, “Not a time for children”, Non è un tempo per bambini: una donna molto anziana in una Ukraina dalle immense sofferenze storiche, ripercorre tutte le atrocità viste nel corso della sua storia personale a partire dall’inizio della seconda guerra mondiale nel suo paese. Ma una disperazione incontenibile la invade nel momento in cui racconta della fuga della sua famiglia sui carri, mentre il loro cane Rex cercava faticosamente di seguirli correndo, e lei e il fratellino imploravano inutilmente il padre di portarlo con loro: lei vede Rex investito e ferito che piange sdraiandosi a morire ai lati della strada: dopo 70 anni e le tante ignominie viste e subite, mai più ha provato una disperazione altrettanto potente, un dolore così assoluto. Quello che oggi in molti cercano di fare, anche perché sorretti da una cultura, un senso comune che lo autorizza e lo apprezza, probabilmente è sempre esistito senza essere riconosciuto ed è stato forse appannaggio della fascia delle persone più inascoltate: i bambini, che, con la perdita drammatica del loro animale, hanno vissuto traumi di enorme impatto, per quanto non riconosciuti.

Ritornando all’attuale situazione delle guerre di cui sappiamo, questa è però solo una piccola parte della realtà: enorme è il numero degli animali che sono stati abbandonati da chi fuggiva e spaccano il cuore i video dei cani che si aggiravano nei pressi delle stazioni ferroviarie ucraine: restano probabilmente in attesa dei loro compagni, che dalla stazione sono partiti per chissà dove. Un po’ come aveva fatto il cane Hachico nella storia vera divenuta poi un film, interpretato da Richard Gere, cane che resta per anni fuori dalla stazione dove ha visto entrare per l’ultima volta il suo compagno umano.

Morte degli animali quali danni collaterali

Davvero scarsa attenzione si è dedicata alla morte di molte migliaia di delfini nel Mar Nero, a causa dei sonar militari utilizzati da navi e sommergibili russi, che danneggiano il loro udito: loro si disorientano, si schiantano contro le rocce, non riescono più a cercare cibo. È la loro morte, ma contestualmente la distruzione dell’intero ecosistema del Mar Nero.

È la modernizzazione delle guerre, che continua a servirsi degli animali come strumenti sacrificabili, modificandone i modi. Tanto per esemplificare, si continuano a usare i cani perché in grado di percepire gli IED (Improved Explosive Device), bombe artigiane usate per esempio nelle guerre cecene. Sono ancora i cani ad essere costretti a lanciarsi col paracadute da altezze di 5.000 metri, con buona pace delle loro caratteristiche etologiche. E vale la pena pensare al cane da guerra Cairo, un belga Malinois, l’unico nome ricordato e omaggiato dal presidente Obama alla base militare di Fort Campbell (6 maggio 2011) nel suo discorso di ringraziamento al commando degli 81 membri dell’unità segreta Seal Team Six, che uccise Osama Bin Laden.

Senza tutela

Di fatto, per quanto poco o, ahimè, per nulla applicata, per gli umani esiste la Convenzione di Ginevra che si occupa della protezione delle fasce deboli nel corso delle guerre, ma non contiene nessun riferimento al dovere della protezione dei nonumani, che non rientra nel DIU, Diritto Internazionale Umanitario. Ad oggi non esiste tutela alcuna nei loro confronti: si contano e talvolta si piangono le vittime umane, ma a quelle animali non viene dedicato interesse alcuno: chi saprebbe dire quanti maiali, quanti cani, gatti, vitelli, delfini, galline… sono morti fino ad oggi in Ucraina, a Gaza, in Libano…? Ma più semplicemente: quanti di noi si sono posti questa domanda? E ancora: a quanti interessa la risposta?

Se in tempo di pace un lungo percorso, nel mondo occidentale, ha portato a riconoscerli come esseri senzienti e la strada scientifica è aperta al loro riconoscimento quali esseri dotati di autoconsapevolezza, ogni progresso etico viene spazzato via in tempo di guerra, quando di loro si può fare e si fa di tutto. Muoiono senza essere citati né contati, sono trattati alla stregua di cose, non c’è spazio alcuno per il riconoscimento della loro smisurata sofferenza né gratitudine per l’aiuto che costantemente forniscono agli umani. Per loro non c’è spazio nelle cronache quotidiane, nei reportage. Sotto gli occhi di tutti è solo la sorte di alcuni che vengono ripresi in quanto la macchina da presa li inquadra vicino agli umani: è il caso per esempio degli asini di Gaza, che è impossibile non vedere nei servizi che mostrano le persone in fuga con le loro povere cose: è impossibile non vederli, ma possibilissimo non notarli. Sono lì, ridotti a sagome scheletriche e costretti a tirare carretti strapieni di gente e di cose: la loro sofferenza non è certo inferiore a quella delle persone, ma è disconosciuta, nonostante sia lì ad urlare un dolore non meno grave di quello degli umani. In questo vuoto percettivo è risultato fortemente apprezzabile il commento di Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia (Skytg24; 31 luglio 2025) in un suo collegamento da Gaza. Raccontando le inenarrabili miserie umane, ha commentato dicendo anche “Gli asini, poverini, stanno morendo di fame anche loro come i bambini”: lui, persona da sempre impegnata in difesa dell’infanzia tradita, umiliata, offesa, in mezzo allo strazio di bambini, donne, anziani, è riuscito a vedere anche lo scempio e il dolore degli altri animali. E su di loro ha espresso uguale pena. Ha avuto il coraggio di dire ciò che chiunque, non obnubilato dalla cronica convinzione che solo noi umani contiamo, potrebbe e dovrebbe dire, perché l’empatia, per essere tale non può conoscere confini di specie. E invece la sua voce si è alzata in mezzo al silenzio tombale che avvolge la vita e la morte degli altri animali: nella devastazione bellica come approdo finale di comportamenti e convinzioni incistate nel quotidiano dei più.

Vale la pena ricordare che in Hyde Park, a Londra, esiste l’Animals in War Memorial, inaugurato nel 2004, quale omaggio ai milioni di animali impiegati nelle guerre combattute da britannici e alleati. L’iscrizione è They had no choice, Non ebbero scelta. Non è molto un monumento per ripagare delle tragedie a cui si riferisce ed è davvero troppo poco se il suo obiettivo è una sorta di tardivo riconoscimento lavacolpe. Ma la scritta è fondamentale nel sancire, al di là di ogni retorica, la nullificazione di ogni possibilità di scelta da parte degli animali, in guerra, ma anche in pace. L’unica possibilità resta sperare, pur al di là di ogni razionalità, nell’esistenza di un Paradiso ad hoc perché, dice un bambino napoletano nel libro cult Nessun porco è signorina, quando andranno in Cielo, Dio gli domanderà scusa di averli creati. Perché lanciarli in una vita di spasmodico insopprimibile dolore non può essere ascrivibile che ad imperdonabile leggerezza.

Il confronto vantaggioso

Nella grande rimozione delle vittime animali di ogni guerra entra in gioco prepotentemente un meccanismo difensivo ben conosciuto, quello del confronto vantaggioso, più noto con l’espressione di benaltrismo, che ci permette di esasperare tutte le forme di abuso sugli altri animali, che commettiamo senza neppure sentirci in colpa, di indignarci. Si confrontano situazioni oggettivamente gravi con altre considerate peggiori dal pensiero comune: il mantra è con tutto quello che succede, c’è ben altro di cui occuparsi. Quindi se gli umani vengono feriti, uccisi, deportati, torturati, sottoposti a violenze oscene, se i bambini vengono resi orfani, perdono gambe o braccia, se si lanciano bombe sulle scuole e gli ospedali di certo non è il momento di occuparsi degli animali. Insomma si traccia una gerarchia delle ingiustizie. Si tratta di un meccanismo pericoloso perché induce a compiere o a tollerare tantissime situazioni in cui il male viene inflitto senza neppure provare sensi di colpa: si sdoganano le peggio ingiustizie, senza opporvisi, inserendole nel registro delle cose poco importanti, bagatellare se confrontate a quelle cosmiche. Bisognerebbe finalmente riflettere che nessuna ingiustizia ne giustifica un’altra: nessuna crudeltà viene cancellata da un’altra, ma ad essa si somma rendendo il mondo un luogo ancora un po’ peggiore. Mondo, che, trasformato in un inferno per gli animali, dovrebbe essere una faccenda non da minimizzare né tanto meno ignorare, ma da farci interrogare a fondo sulla nostra stessa essenza e indurci ad affrontare alla radice il tema della violenza.

Poco da meravigliarsi dello stato delle cose, dal momento che gli animali nonumani sono le vittime predilette di questo meccanismo anche in tempi di pace: meccanismo a cui attinge a piene mani anche la politica sempre impegnata in compiti alti, che le consentono di non dovere neppure giustificazioni alla propria inerzia in materia di tutela animale.

Che fare quindi? Il contagio della violenza e del male

Inutile dire che non esistono ricette miracolose, perché l’unica soluzione possibile dovrebbe essere cercata all’interno di modificazioni che coinvolgano tutto il contesto culturale. Bisognerebbe prendere atto che la regolare violenza praticata sui nonumani, che è la cifra della nostra abituale relazione con loro anche in tempo di pace, è il primo grande tassello di quella cultura che, nelle sue forme più estreme, arriva a quella praticata nel corso delle guerre. Fortemente esplicative sono le parole dello psicologo canadese Steven Pinker, il quale in un mastodontico studio su questo argomento (Il declino della violenza) nella pagina di apertura scrive che, se vogliamo capire il perché della violenza, la dobbiamo studiare non a spot, quindi non solo nelle sue singole manifestazioni, ma nel suo percorso formativo. Dice testualmente dalle sculacciate ai bambini alle dichiarazioni di guerra tra le nazioni: vale a dire facendo inizio da quelle considerate in genere accettabili quando non addirittura raccomandabili. Correggerei l’affermazione mettendo all’origine, ancora prima delle sculacciate ai bambini, la violenza sui nonumani perché ancora più indifesi dal momento che non possono neppure contare sullo scudo protettivo delle leggi. Per altro era il 1884 quando George Angell, presidente della Massachussets Society for the Prevention of Cruelty to Animals, accusato di occuparsi troppo degli animali quando c’era tanto da fare per le persone, rispondeva categoricamente: Io lavoro alle radici. Alle radici del problema della violenza.

I grandi pacifisti

Questa tesi è collegabile al pensiero dei grandi pacifisti: Aldo Capitini (1899/1968), considerato il Gandhi italiano, arrivò a dire che è l’abitudine all’uccisione costante e senza tregua degli animali il brodo di cultura delle guerre. Decise perciò di diventare vegetariano nel 1932, mentre cominciavano a soffiare venti di guerra, nella convinzione dichiarata che, se si fosse imparato a non uccidere gli animali, a maggior ragione si sarebbe risparmiata l’uccisione di uomini.

Sulla stessa linea è la posizione di altri pacifisti, Gandhi, Toltstoj, Terzani, Marcucci, Scweitzer, convinti che il rifiuto della guerra, non nasce improvvisamente, ma si nutre di un atteggiamento solidale, non predatorio con tutti gli altri, umani e nonumani, e coinvolge tutti gli aspetti della vita individuale e sociale.

Modificare lo status della vittima

Se non siamo certo in grado di capire cosa fare per arginare le guerre, in buona compagnia nella nostra impotenza con le menti più geniali quali Albert Einstein, Sigmund Freud, Bertrand Russell, in questo contesto molto più modestamente possiamo provare a pensare a quello che è possibile fare almeno per intralciare l’immensa silenziosa vittimizzazione degli animali nonumani, soldati inconsapevoli e vittime dimenticate di ogni guerra. Il cuore del problema pulsa nella convinzione di essere noi padroni e signori di vita e di morte, autorizzati e addirittura richiesti di esercitare a nostro piacimento questo potere. Solo se e quando ci decideremo di restituire agli animali il loro posto nel mondo, accanto e non sotto di noi, si potrà ambire a ristabilire un equilibrio oggi fatto a pezzi, di cui è figlia tutta l’attuale situazione.

Situazione, ahimè, ancora ben sintetizzata in affermazioni lapidarie quali quella di Josè Saramago, premio Nobel per la letteratura 1998, che intitolando una sua autobiografia Questo mondo non va bene, auspica e invoca che ne venga un altro. E di uno scrittore come Jim Mason che intitola un suo sconvolgente libro Un mondo sbagliato. E si potrebbe continuare con Cesare Pavese che, per bocca di Nuto, personaggio del suo capolavoro La luna e i falò dice Il mondo è malfatto e bisogna rifarlo. Insomma: Mi fa male il mondo, per dirla con Giorgio Gaber

La situazione di questi ultimi anni sembra davvero negare ogni possibilità all’ottimismo, vista l’enormità dei cambiamenti che sarebbero necessari. Ma ogni singolo individuo ha il potere di fare la propria parte: scandalizzarci del trattamento degli animali in guerra non ha senso se continuiamo a fare di loro quello che facciamo in tempo di pace. Perché, con le parole di Louise Michel dai nostri tempi maledetti verrà il giorno in cui l’uomo cosciente e libero non torturerà più né il suo simile né le bestie. Per questa speranza vale la pena attraversare l’orrore della vita.

da qui

mercoledì 24 giugno 2026

Vent'anni – Maria Rita Contu

Dopo Anna oltre il muro, in Vent’anni Maria Rita Contu racconta un’altra storia che inizia e finisce a Tertenia, questa volta segue le tracce di una famiglia che emigra in Lombardia e poi la storia di Arturo, un ragazzo che sceglie di diventare militare, e muore in un incidente aereo, con tanti morti, non troppo lontano dal punto in cui sono morti i passeggeri del Moby Prince, pochi decenni dopo.

La storia è raccontata con gli occhi e le parole di Marina, la sorella minore di Arturo, che spiega la gioia, per quanto possibile, di avere una nuova vita lontano da casa, e però dopo pochi anni il lutto per la morte del fratello oscura la vita della famiglia e spinge nel dolore senza vie d’uscita i suoi genitori.

Il dolore per la perdita di un genitore è poca cosa rispetto a quello di in genitore che perde un figlio, è contro la natura delle cose umane.

Maria Rita Contu ci mostra anche le fotografie di quella famiglia e del dramma di Arturo, non c’è niente d’inventato, ma non è un semplice documentario, la scrittrice entra nella storia, si immedesima in Marina, partecipa nelle vicende piene di futuro della famiglia Deiana, ma nessuno viene trascurato, neanche Giovannino Caria, il sommozzatore che muore nell’intento di recuperare dalle profondità del mare i corpi delle vittime.

E poi, come in un coro greco, silenziosa, ma presente, è la comunità di Tertenia.

Anche la seconda prova di Maria Rita Contu è positiva, col suo stile investigativo, senza effetti speciali, giustamente ritenuti non necessari.

ps: roprio in questi mesi un altro sommozzatore che cercava di recuperare cinque vittime italiane da una grotta, nelle isole Mauritius. Si chiamava Mohamed Mahudhee. La scrittrice ricorda commossa Giovannino Caria, ma nel nostro paese nessuno si ricorda di Mohamed Mahudhee.

I morti continuano a vivere finchè c'è chi li ricorda, Maria Rita Contu li ricorda e ce li fa ricordare.

domenica 7 giugno 2026

La strage di Amendolara



“Strage di Amendolara: pulire e dimenticare” - Martino Ciano

Cosa vuoi che siano quattro extracomunitari bruciati in un’auto perché chiedevano un trattamento da lavoratori e non da bestie. È successo in Calabria, nel cosentino. È accaduto l’uno giugno 2026, vigilia dell’ottantesimo compleanno della Repubblica italiana, quella Repubblica che si dice sia fondata sul lavoro.

Capito che beffa è avvenuta. E le telecamere hanno ripreso tutto. Si vedono due tizi, anche loro extracomunitari, che tengono le portiere dell’autoveicolo per evitare che quelli dentro escano. Hanno dato dimostrazione di come allestire velocemente una camera a gas. Ma tranquilli, si sono soffermati poco su certi aspetti. Tutti hanno condannato la strage di Amendolara senza condannare per davvero. È stato un po’ come il gioco delle tre carte: c’è sempre quello che pensa di vincere facile, di indovinare stando attento, invece è il primo a restare ipnotizzato dai movimenti fluidi del prestigiatore.

Alcuni hanno commentato che «se importi il Terzo Mondo, diventi come il Terzo Mondo». In questo modo pensavano di spostare la questione sulla solita necessità di reimigrare. Ma che dite, qui è sempre stato il Terzo Mondo, solo che, a tanti, non interessa emancipare né gli immigrati né gli autoctoni, perché quello che è avvenuto sulla costa jonica, in una stazione di servizio sulla Statale 106, all’altezza del comune di Amendolara, è una cosa che appartiene anche a un tribalismo nostrano.

E poco importa se questi extracomunitari abbiano raccolto fragole nella vicina Basilicata e che risultassero contrattualmente in regola. Qui parliamo di metodi conosciuti e molte volte accettati, quindi appartengono a una forma mentale.

Non se ne parla perché dobbiamo fare passare tutto come qualcosa di «non italiano», di importato da terre selvagge. Invece non c’era regione migliore della Calabria in cui questo episodio potesse avvenire. Si è assistito a un rito ancestrale, ben conosciuto, sepolto in qualche archetipo. Ma non scomodiamo i Totem e i Tabù di Freud, basta infatti rifarsi alla necessità di negare che questa cosa sia anche nostra. E più lo neghiamo, più riemerge.

Quanti innocenti mangiati dai porci, fatti a pezzi, infilati in pilastri di cemento? Quanti ammazzati per sete di giustizia o per aver chiesto dignità?

Ma certo, noi dobbiamo difendere gli onesti imprenditori agricoli, quelli che mettono in regola chiunque. C’è una parte di Calabria che davvero prova orrore, che si dissocia, che non farebbe male a una mosca, che protegge l’immigrato, che accoglie senza remore. Ma c’è anche quella parte che liquida la strage di Amendolara con frasette da semplice lotta tra civiltà. Invece, ciò che dimentichiamo in fretta è che “questa civiltà” di cui ci vantiamo è presente solo in alcune zone e se ne parla come se fosse un privilegio.

Ecco, nel Terzo Mondo calabrese la normalità è un privilegio. Il lavoro a norma è fortuna per pochi. E pensare che un discorso del genere qualcuno lo addita come la solita “autopunizione” che siamo abituati a somministrarci, invece è chiaro, perché molti hanno sperimentato certi tipi di sfruttamento e non ne fanno mistero. Anzi, molti sono morti senza conoscere nulla di diverso.

Allora, il Terzo Mondo calabrese è più di una realtà, ma addirittura uno degli incubi più vividi che si possono ancora vivere. Ma come tutte le cose brutte si tende a dimenticare. Chiedete alla politica, sia essa di destra che di sinistra; nessuno sa dare risposte. O sei un privilegiato o te ne vai altrove.

Ecco, quell’esecuzione pubblica, avvenuta davanti alle telecamere, forse proprio per essere immortalata, è stata solo una delle tante facce di una Calabria che vive quotidianamente di peggio… a telecamere spente, però, e senza scene eclatanti.

da qui

 

Amendolara, è fuorviante parlare di ‘mafia del caporalato’: così si esclude la responsabilità dei padroni - Davide Mattiello

È “mafia” certamente quella che fa da cornice alla strage di Amendolara, ma chiamarla “mafia del caporalato” può essere depistante e riduttivo.

Quattro persone, quattro lavoratori, bruciati vivi per punizione perché hanno avuto l’ardire di chiedere il dovuto dopo tanto sfruttamento non dovrebbero essere segregate anche da morte attraverso il linguaggio che si sceglie per descriverne il destino. “Mafia del caporalato” è una definizione che rischia, al di là delle intenzioni di chi adopera queste parole, di indurre in chi legge una rappresentazione falsante della realtà, come se la questione fosse riconducibile ai rapporti violenti interni alla popolazione straniera, immigrata in Italia per cercare opportunità di lavoro. Stranieri che sfruttano altri stranieri, punto.

Torna in mente quello che si usava dire qualche decennio fa parlando delle mafie nostrane: “Tanto si ammazzano tra di loro”. Anche questa affermazione era riduttiva e falsificante, serviva infatti a chi la adoperava per contenere l’allarme sociale, per rassicurare l’opinione pubblica: non temete, alle persone per bene non può succedere niente di male. La storia devastante degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso si è poi incaricata di sgombrare il campo da questa ipocrita anestesia delle coscienze: la violenza mafiosa non ha risparmiato nessuno, né servitori dello Stato, né inermi cittadini, arrivando a mettere in pericolo la tenuta stessa delle Istituzioni.

In modo non del tutto diverso anche parlare di “mafia del caporalato” serve a rassicurare, serve a lasciare tranquille le coscienze dei più, per la verità già sollecitate oltre modo da dosi massicce di violenza feroce, con l’idea che questa atrocità non abbia nulla a che fare con le persone per bene. Una definizione che rischia addirittura di fare il gioco dei razzisti nostrani, confermandoli nei loro pregiudizi grotteschi, quelli buoni a fomentare le piazze al grido di “Remigrazione, remigrazione!”.

È dunque certamente “mafia” nella misura in cui, secondo l’articolo 416 bis del Codice Penale, il reato-fine – ovvero il profitto illecito – viene consumato da una organizzazione criminale capace di ottenere omertà e assoggettamento attraverso la forza di intimidazione del vincolo associativo, ma non è “mafia dei caporali”: è “mafia dei padroni” che utilizzano i caporali. Ne ero già convinto più di dieci anni fa quando da deputato, membro della Commissione parlamentare antimafia e presidente del Comitato Testimoni di Giustizia, proposi di audire alcuni braccianti che avevano denunciato gli sfruttatori. Proposta accolta non senza qualche riserva: a qualcuno sembrò impropria come iniziativa, dal momento che non risultava il coinvolgimento diretto delle organizzazioni mafiose, formalmente qualificate come tali.

Ma, si sa, il “metodo mafioso”, rilevante di per sé pure sul piano giudiziario, ha molti adepti che non ostentano coppole e lupare. Il punto è che la “mafia del caporalato” non potrebbe esistere se non ci fossero i “padroni italiani” che si avvalgono di quelle braccia schiavizzate, nella migliore delle ipotesi facendo finta di non sapere e nella peggiore contribuendo direttamente al sistema di sfruttamento, talvolta anche sostituendosi al “caporale” straniero e organizzandolo in proprio.

Niente di nuovo, si potrebbe dire: l’attuale rapporto criminale tra padroni e caporali ricorda molto quello che ci fu tra i latifondisti e i campieri nelle campagne meridionali di un secolo fa. Quei “campieri” divennero poi il braccio armato e capillare di Cosa Nostra (i cui capi già allora si confondevano nell’alta borghesia palermitana). Lo avevamo capito bene dieci anni fa quando approvammo in Parlamento una buona legge, la 199 del 2016, che ebbe il merito di riformare l’articolo 603 bis del Codice Penale, che pure era stato “infilato” nel codice soltanto nel 2011. Nel 2011, in risposta a tragedie analoghe, il Parlamento aveva finalmente (!) introdotto il reato di intermediazione illecita di manodopera, escludendo però dal perimetro della condotta illegale il mandante di questa intermediazione e cioè il “padrone” (difficile stupirsene).

Nel 2016, dopo altre tragedie, il Legislatore riparò l’errore: il nuovo 603 bis considera responsabile tanto il caporale quanto il padrone, considera consumato il delitto di sfruttamento nel momento stesso in cui si accerti che padrone e caporale abbiano approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, infatti considera la minaccia o la violenza nello sfruttamento una aggravante della condotta, punisce il padrone anche in assenza del caporale quando sia provato che abbia approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, prevedendo anche la confisca dell’azienda agricola.

La 199 del 2016 aveva poi una seconda parte non penale, che serviva a premiare il lavoro agricolo di qualità, cioè a valorizzare la filiera agro-alimentare che certificasse il rispetto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Che fine ha fatto? Allora ebbe scarso rilievo. Forse perché ieri come oggi c’è un capitalismo spudorato che semplicemente considera lo sfruttamento una componente fondamentale e irrinunciabile del profitto, generando un sistema economico anticostituzionale e quindi tanto più illegale, che dovrebbe essere severamente contrastato dalla Repubblica. Quale altro “ordine” dovrebbe infatti essere tutelato dalle nostre forze di polizia?

da qui

 

 

Bruciati vivi perché si sono ribellati ai caporali: vite a perdere, storia dei fantasmi che raccolgono le fragole - Lucio Musolino

“Mafia, capito? Mafia”. Nella tragedia immane che si è consumata ieri ad Amendolara, in provincia di Cosenza, dove quattro braccianti agricoli pakistani sono stati bruciati vivi, la lezione morale la dà a tutti un altro bracciante, questa volta afgano. Taj Mohammad Alamyar era a bordo del minivan assieme alle vittime ed è l’unico scampato alla furia dei due “caporali” che, stando al suo racconto ai microfoni della Rai, gli hanno lanciato benzina addosso per poi tentare con un accendino di trasformarlo in una torcia umana. In parte ci sono riusciti, ma nonostante le ustioni al braccio e in altre zone del corpo, Taj ha rotto il finestrino e si è messo in salvo mentre gli assassini si allontanavano dalla scena del delitto. Oggi è l’unico superstite, il testimone chiave dell’omicidio plurimo consumato nella Sibaritide dove la storia è quella di cinque braccianti che si sono ribellati al sistema dei caporali e quattro di loro hanno pagato con la vita.

Lo sfruttamento e la punizione

Il filmato, registrato dalle telecamere di videosorveglianza della stazione di servizio, ha inchiodato i responsabili consentendo alla Procura di Castrovillari di emettere nei loro confronti un provvedimento di fermo. Ai magistrati, invece, il movente lo ha spiegato Taj che ai giornalisti ha mostrato pure la casa di Villapiana dove abita assieme ad altri dieci migranti, tra cui fino a ieri c’erano anche i quattro pakistani carbonizzati alla stazione di servizio. Poche stanze prese in affitto a 500 euro al mese. Soldi pagati con i quattro spicci racimolati raccogliendo le fragole. Delle 50 euro che prendevano al giorno lavorando nei campi, erano costretti a darne 5 a testa ai caporali per il trasporto da una campagna all’altra dell’alto jonio cosentino. Non ci stavano più a percepire buste paga fittizie da 350 euro al mese. Volevano un contratto regolare e per questo si sono lamentati con i connazionali che gestivano la manodopera nei campi di proprietà degli italiani. Caporali che prima li hanno minacciati con coltelli e pistole per farli continuare a lavorare alle loro condizioni. E poi li hanno puniti, bruciandoli vivi e senza mostrare un minimo di pietà.

Il buco nero tra Sibaritide e Metapontino

“Mafia, capito? Mafia”. Anche se probabilmente Taj non si riferiva alla criminalità organizzata calabrese (la ‘ndrangheta), le sue parole pronunciate in un italiano stentato hanno reso bene l’idea dell’inferno vissuto dai braccianti agricoli tra la Sibaritide e la Piana del Metapontino, nel materano. Un inferno che tutti conoscono e che tutti ignorano. Fantasmi nelle mani di altri fantasmi. Vite a perdere, arrivate dall’altra parte del mondo con la speranza di migliorare le proprie condizioni, che finiscono a stare con la schiena piegata tutto il giorno per pochi euro l’ora. Non è la prima volta e non sarà l’ultima: da decenni il fenomeno del caporalato è lì a scandire le stagioni della Sibaritide e del Metapontino e riaffiora solo quando le tragedie riempiono le colonne dei giornali. Come quella di Amendolara dove i pakistani la fanno da padroni. Quattro di loro sono stati arrestati a dicembre al termine di un’indagine iniziata il 4 ottobre 2025 quando un tragico incidente stradale, avvenuto a Scanzano Jonico, ha portato alla luce un sistema di sfruttamento nei campi agricoli della Basilicata.

I precedenti: stesso canovaccio

Dieci braccianti stranieri viaggiavano stipati in un’auto sulla statale 598 dove il mezzo si è scontrato con un autocarro. Il bilancio è stato di quattro indiani morti. L’inchiesta della Procura di Matera ha svelato che i braccianti venivano reclutati per la raccolta di fragole nei vari comuni lucani. La storia è simile a quella dei pakistani carbonizzati ad Amendolara i cui nomi ancora nessuno conosce perché a nessuno interessano. Così come quelli degli indiani morti a Scanzano Jonico, braccianti che dormivano in alloggi sovraffollati, senza condizioni igieniche adeguate e costretti dai caporali a turni massacranti (anche nei giorni festivi) con paghe da fame che non rispettavano i minimi contrattuali. Nel 2023 una vicenda simile si verificata nel Metapontino dove i carabinieri, oltre a sette caporali, hanno arrestato due italiani titolari di un’azienda agricola dove i migranti venivano pagati cinque euro l’ora per lavorare fino a oltre 10 ore al giorno compresa la domenica. Un “privilegio”, quello di essere sfruttati, che i braccianti africani ottenevano solo dopo aver pagato circa 6mila euro ad altri connazionali i quali ricevevano anche 3 euro al giorno dai migranti per avere diritto ad un posto dove dormire, di solito in una struttura fatiscente.

“Intrappolati in un sistema”

Ritornando al plurimo omicidio di Amendolara e ai pakistani carbonizzati lunedì nella piazzola della stazione di servizio, in una nota il segretario generale della Cgil Calabria Gianfranco Trotta chiede “alle forze dell’ordine chiarezza e soprattutto un supporto maggiore alla politica, con azioni più concrete, legate anche ai progetti finanziati che siano sempre più di aiuto, affinché si contrasti l’abominio della quotidianità che vivono i lavoratori, spesso migranti, nelle nostre campagne: precarietà, trasporto, insicurezza e vulnerabilità estrema, ricatto e violenza”. “Non si può più tollerare – scrive il sindacato – che la piana di Sibari sia continuamente segnata da sfruttamento lavorativo e caporalato”. Per la segretaria generale della Uila Enrica Mammucari, “nella giornata in cui celebriamo gli 80 anni della nostra Repubblica democratica, fondata sul lavoro, i drammatici eventi accaduti nel cosentino emergono con un contrasto tanto stridente quanto doloroso, restituendo l’immagine di una rottura del patto sociale che dovrebbe tenere insieme sviluppo economico e tutela dei diritti dei lavoratori”. Per questo, secondo la Uil, c’è “la necessità dell’introduzione di un permesso di soggiorno per attesa occupazione per quei lavoratori che, entrati regolarmente in Italia con i precedenti decreti flussi, sono rimasti intrappolati in un sistema che li ha resi irregolari alla scadenza del contratto, esponendoli al rischio dello sfruttamento”.

“Oltre le fiaccolate: serve una mobilitazione civile”

Più duro il commento del vescovo di Cassano allo Jonio Francesco Savino secondo cui l’omicidio dei quattro braccianti pakistani è una “ferita morale, sociale e spirituale che squarcia il velo d’ipocrisia su una terra intera. Una striscia di Calabria dove il mare, il lavoro povero, la migrazione e la violenza criminale finiscono troppo spesso per sovrapporsi, diventando un’unica ferita aperta”. Secondo il vescovo, “non bastano il cordoglio, la pietà, la commozione di circostanza. Qui bisogna pronunciare una parola sola, nuda, cristiana, necessaria: basta. Basta con una terra che piange i morti e poi torna troppo in fretta alle proprie abitudini. Basta con una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica alla sera. Basta con un’economia che, in troppi luoghi, continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti, sulla solitudine dei braccianti, sulla paura di chi lavora senza tutele, senza voce, senza protezione. Ci sono fenomeni che non nascono dal nulla. Il caporalato non è una deviazione marginale, non è una stortura folkloristica, non è un residuo antico dimenticato nei campi. È un sistema. È una struttura di dominio. È una forma moderna di schiavitù che prospera dove il lavoro diventa carne da spremere, dove il bisogno si trasforma in catena, dove la fragilità dei migranti viene convertita in profitto. Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici”. Proprio per questo, monsignor Savino auspica una mobilitazione civile che vada oltre le fiaccolate. Il vescovo parla di “una “rivolta delle coscienze perché la Calabria non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto”.

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