Visualizzazione post con etichetta Gabriele Del Grande. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gabriele Del Grande. Mostra tutti i post

sabato 11 luglio 2026

Il secolo mobile - Gabriele Del Grande

(letto da Francesco Masala)

Ambalavaner Sivanandan (un ricordo qui), bibliotecario, editore di rivista, agitatore, romanziere, saggista, polemista, direttore dell'Institue of Race Relations, un grande intellettuale di origine srilankese, attivo in Gran Bretagna, disse una volta “We are here because you were there”, che è la spiegazione chiara e inequivocabile (purtroppo ignorata) del perché tanti migranti cercano di raggiungere i paesi della fortezza Europa e di tutte le fortezze occidentali.

Qualche anno fa Josep Borrell aveva detto Noi un giardino, il resto del mondo una giungla, sarebbe interessante a spese di chi noi siamo un giardino e a causa di chi, nelle parole di Borrell, il resto del mondo è una giungla.

 

A volte capitano libri che ti spiegano un po’ di cose che non sapevi e che rimettono in riga tanti fatti, noti, ma spesso dimenticati.

Chi leggerà il libro potrà farsi tante domande e troverà tante risposte.

 

La politica migratoria europea cambia a partire da una cinquantina d’anni fa, e si basa su una parola feticcio, che è sicurezza. In nome della sicurezza non si vogliono più accogliere i migranti come donne e uomini liberi, con diritti come quelli dei residenti in Europa. In nome della sicurezza si finanziano i campi di prigionia e di concentramento nei paesi del sud del Mediterraneo. In nome della sicurezza

In nome della sicurezza si lasciano morire i migranti in mare, come politica dichiarata, e poi si finge di piangere lacrime di coccodrillo.

In nome della sicurezza si ostacolano gli arrivi di persone non ariane, che crede in un dio diverso, e si fanno ponti d’oro ai bianchi cristiani, soprattutto badanti

In nome della sicurezza si esclude lo ius soli, per chi è più entusiasta di essere italiano, di quanto lo siano gli italiani di nascita.

In nome della sicurezza si crea un’economia di vigilanti di vari tipi, ai confini, negli uffici, nei cpr, una grande quantità di posti di lavoro inutili, che David Graeber chiamava bullshit jobs, lavori non creativi, lavori che opprimono, lavori dimenticabili.

Il secolo mobile è un libro da non perdere e da consultare spesso.

 

 

 

Ps1: Già il sociologo Renato Curcio almeno a inizio secolo analizzava i rapporti fra migranti, lavoro mal pagato, precarietà, razzismo, insicurezza (quella vera, quella dei migranti) e spiega(va) che avere un ‘esercito di riserva’ di lavoratori migranti permetteva e avrebbe permesso di comprimere i salari di tutti i lavoratori, e così è successo, spesso in Europa, di sicuro in Italia (qui, per esempio)

 

Ps2: se posso fare una critica a Gabriele Del Grande, è che a proposito dell’11 settembre non ha nessun dubbio sulla versione ufficiale, nessun dubbio sul fatto che in Europa, a Londra e Madrid, un palazzo colpito da un aereo non cade, ma a New York sì, e sul fatto che i tre grattacieli caduti erano stati riempiti di esplosivi da prima, anche il terzo grattacielo caduto lo stesso giorno senza nessun contatto con un aereo.

 

Ps 3

scrive Lavinia Marchetti:

In Italia, nel 2026, chi ha votato le leggi che criminalizzano il dissenso di piazza sapeva cosa stava votando. Le trascrizioni parlamentari mostrano che le obiezioni erano state formulate e registrate. Poi il momento del voto aveva azzerato quelle voci, perché votare era il gesto di fedeltà richiesto.
La democrazia produce un paradosso finale in cui il meccanismo formale del consenso, che dovrebbe proteggere il pluralismo, diventa il sigillo che certifica la cancellazione del dubbio. Il gaslighting istituzionale ottiene la propria firma dai soggetti che ne sono oggetto. La ratifica è autentica, e proprio in questa autenticità risiede la trappola. L’inganno è a monte. (qui).

Lo stesso si può dire per le leggi sulla (in)sicurezza, e di protezione delle frontiere, tutti i governanti e parlamentari italiani ed europei quotidianamente praticano la banalità del male, ci vorrebbe una pena per tutti i governanti e parlamentari italiani ed europei che continuano a sostenere le politiche di sicurezza ariane e assassine.

sabato 16 giugno 2018

Lettera al Ministro dell'Interno Matteo Salvini - Gabriele Del Grande



Confesso che su una cosa sono d’accordo con Salvini: la rotta libica va chiusa. Basta tragedie in mare, basta dare soldi alle mafie libiche del contrabbando. Sogno anch’io un Mediterraneo a sbarchi zero. Il problema però è capire come ci si arriva. E su questo, avendo alle spalle dieci anni di inchieste sul tema, mi permetto di dare un consiglio al ministro perché mi pare che stia ripetendo gli stessi errori dei suoi predecessori.
Blocco navale, respingimenti in mare, centri di detenzione in Libia. La ricetta è la stessa da almeno quindici anni. Pisanu, Amato, Maroni, Cancellieri, Alfano, Minniti. Ci hanno provato tutti. E ogni volta è stato un fallimento: miliardi di euro persi e migliaia di morti in mare.
Questa volta non sarà diverso. Per il semplice fatto che alla base di tutto ci sono due leggi di mercato che invece continuano ad essere ignorate. La prima è che la domanda genera l’offerta. La seconda è che il proibizionismo sostiene le mafie.
In altre parole, finché qualcuno sarà disposto a pagare per viaggiare dall’Africa all’Europa, qualcuno gli offrirà la possibilità di farlo. E se non saranno le compagnie aeree a farlo, lo farà il contrabbando.
Viviamo in un mondo globalizzato, dove i lavoratori si spostano da un paese all’altro in cerca di un salario migliore. L’Europa, che da decenni importa manodopera a basso costo in grande quantità, in questi anni ha firmato accordi di libera circolazione con decine di paesi extraeuropei. Che poi sono i paesi da dove provengono la maggior parte dei nostri lavoratori emigrati: Romania, Albania, Ucraina, Polonia, i Balcani, tutto il Sud America. La stessa Europa però, continua a proibire ai lavoratori africani la possibilità di emigrare legalmente sul suo territorio. In altre parole, le ambasciate europee in Africa hanno smesso di rilasciare visti o hanno reso quasi impossibile ottenerne uno.
Siamo arrivati al punto che l’ultima e unica via praticabile per l’emigrazione dall’Africa all’Europa è quella del contrabbando libico. Le mafie libiche hanno ormai il monopolio della mobilità sud-nord del Mediterraneo centrale. Riescono a spostare fino a centomila passeggeri ogni anno con un fatturato di centinaia di milioni di dollari ma anche con migliaia di morti.
Eppure non è sempre stato così. Davvero ci siamo dimenticati che gli sbarchi non esistevano prima degli anni Novanta? Vi siete mai chiesti perché? E vi siete mai chiesti perché nel 2018 anziché comprarsi un biglietto aereo una famiglia debba pagare il prezzo della propria morte su una barca sfasciata in mezzo al mare? Il motivo è molto semplice: fino agli anni Novanta era relativamente semplice ottenere un visto nelle ambasciate europee in Africa. In seguito, man mano che l’Europa ha smesso di rilasciare visti, le mafie del contrabbando hanno preso il sopravvento.
Allora, se davvero Salvini vuole porre fine, come dice, al business delle mafie libiche del contrabbando, riformi i regolamenti dei visti anziché percorrere la strada del suo predecessore. Non invii i nostri servizi segreti in Libia con le valigette di contante per pagare le mafie del contrabbando affinché cambino mestiere e ci facciano da cane da guardia. Non costruisca altre prigioni oltremare con i soldi dei contribuenti italiani. Perché sono i nostri soldi e non vogliamo darli né alle mafie né alle polizie di paesi come la Libia o la Turchia.
Noi quelle tasse le abbiamo pagate per veder finanziato il welfare! Per aprire gli asili nido che non ci sono. Per costruire le case popolari che non ci sono. Per finanziare la scuola e la sanità che stanno smantellando. Per creare lavoro. E allora sì smetteremo di farci la guerra fra poveri. E allora sì avremo un obiettivo comune per il quale lottare. Perché anche quella è una balla. Che non ci sono soldi per i servizi. I soldi ci sono, ma come vengono spesi? Quanti miliardi abbiamo pagato sottobanco alle milizie libiche colluse con le mafie del contrabbando negli anni passati? Quanti asili nido ci potevamo aprire con quegli stessi denari?
Salvini non perda tempo. Faccia sbarcare i seicento naufraghi della Acquarius e anziché prendersela con le ONG, chiami la Farnesina e riscrivano insieme i regolamenti per il rilascio dei visti nei paesi africani. Introduca il visto per ricerca di lavoro, il meccanismo dello sponsor, il ricongiungimento familiare. E con l’occasione vada a negoziare in Europa affinché siano visti validi per circolare in tutta la zona UE e cercarsi un lavoro in tutta la UE anziché pesare su un sistema d’accoglienza che fa acqua da tutte le parti.
Perché io continuo a non capire come mai un ventenne di Lagos o Bamako, debba spendere cinquemila euro per passare il deserto e il mare, essere arrestato in Libia, torturato, venduto, vedere morire i compagni di viaggio e arrivare in Italia magari dopo un anno, traumatizzato e senza più un soldo, quando con un visto sul passaporto avrebbe potuto comprarsi un biglietto aereo da cinquecento euro e spendere il resto dei propri soldi per affittarsi una stanza e cercarsi un lavoro. Esattamente come hanno fatto cinque milioni di lavoratori immigrati in Italia, che guardate bene non sono passati per gli sbarchi e tantomeno per l’accoglienza. Sono arrivati dalla Romania, dall’Albania, dalla Cina, dal Marocco e si sono rimboccati le maniche. Esattamente come hanno fatto cinque milioni di italiani, me compreso, emigrati all’estero in questi decenni. Esattamente come vorrebbero fare i centomila parcheggiati nel limbo dell’accoglienza.
Centomila persone costrette ad anni di attesa per avere un permesso di soggiorno che già sappiamo non arriverà in almeno un caso su due. Perché almeno in un caso su due abbiamo davanti dei lavoratori e non dei profughi di guerra. Per loro non è previsto l’asilo politico. Ma non è previsto nemmeno il rimpatrio, perché sono troppo numerosi e perché non c’è la collaborazione dei loro paesi di origine. Significa che di qui a un anno almeno cinquantamila persone andranno ad allungare le file dei senza documenti e del mercato nero del lavoro.
Salvini dia a tutti loro un permesso di soggiorno per motivi umanitari e un titolo di viaggio con cui possano uscire dal limbo dell’accoglienza e andare a firmare un contratto di lavoro, che sia in Italia o in Germania. E dare così un senso ai progetti che hanno seguito finora. Perché l’integrazione la fa il lavoro. E se il lavoro è in Germania, in Danimarca o in Norvegia, non ha senso costringere le persone dentro una mappa per motivi burocratici. Altro che riforma Dublino, noi dobbiamo chiedere la libera circolazione dentro l’Europa dei lavoratori immigrati. Perché non possiamo permetterci di avere cittadini di serie a e di serie b. E guardate che lo dobbiamo soprattutto a noi stessi.
Perché chiunque di noi abbia dei bambini, sa che cresceranno in una società cosmopolita. Già adesso i loro migliori amici all’asilo sono arabi, cinesi, africani. Sdoganare un discorso razzista è una bomba a orologeria per la società del domani. Perché forse non ce ne siamo accorti, ma siamo già un noi. Il noi e loro è un discorso antiquato. Un discorso che forse suona ancora logico alle orecchie di qualche vecchio nazionalista. Ma che i miei figli non capirebbero mai. Perché io non riuscirei mai a spiegare ai miei bambini che ci sono dei bimbi come loro ripescati in mare dalla nave di una ONG e da due giorni sono bloccati al largo perché nessuno li vuole sbarcare a terra.
Chissà, forse dovremmo ripartire da lì. Da quel noi e da quelle battaglie comuni. Dopotutto, siamo o non siamo una generazione a cui il mercato ha rubato il futuro e la dignità? Siamo o non siamo una generazione che ha ripreso a emigrare? E allora basta con le guerre tra poveri. Basta con le politiche forti coi deboli e deboli coi forti.
Legalizzate l’emigrazione Africa –Europa, rilasciate visti validi per la ricerca di lavoro in tutta l’Europa, togliete alle mafie libiche il monopolio della mobilità sud-nord e facciamo tornare il Mediterraneo ad essere un mare di pace anziché una fossa comune. O forse trentamila morti non sono abbastanza?

martedì 25 aprile 2017

Lettera di Elif Gunay al padre

il giornalista Turhan Gunay, che, per un crimine chiamato libertà di stampa, di trova in galera in Turchia.
Gabriele Del Grande ci ha passato solo una settimana, anche lui colpevole di libertà di stampa, per sua e nostra fortuna non è turco, in questi tempi durissimi per quel paese.
Secondo Reporters sans frontieres la Turchia nel 2016 era al 151° posto nella classifica di 180 paesi per la libertà di stampa, peggio di Messico e Russia.

“La detenzione di mio padre e di altri dirigenti e giornalisti del Cumhuriyet compie quasi sei mesi.  Il sentimento di ingiustizia che cresce dentro di me per il fatto che le udienze sono state fissate a fine luglio è ormai in uno stato indescrivibile. Sapete che in questi momenti le persone cercano di aggrapparsi a quelle poche cose che ci sono dentro i fatti e cercano di vedere solo queste per tirarsi su. Ecco, questo è un racconto che ha quel gusto…
All’inizio della sua detenzione nel carcere di Silivri, mio padre aveva manifestato, tra le altre limitazioni, l’impossibilità di disporre di libri. Questa è stata la prima cosa di cui si lamentava quando incontrava gli amici durante le visite pubbliche. Per le persone come loro che hanno una vita praticamente costruita sull’abitudine alla lettura, ciò che subiscono crea un sentimento di reclusione per la detenzione ingiusta che vivono e naturalmente contestano. Soprattutto quando si tratta di mio padre, che per ben 26 anni è stato il direttore generale della catalogazione dei libri di Cumhuriyet, non credo che sia il caso di dire quanto sia vitale per lui l’atto di leggere.
All’interno del messaggio di Capodanno, anche durante la sua detenzione su Cumhuriyet, mio padre aveva ripetuto il suo storico augurio dicendo: “Buone giornate piene di libri”…
La biblioteca del carcere non è ben fornita e il diritto a comprare i libri dall’esterno è negato: abbiamo scoperto così che migliaia di detenuti sono privi di un diritto vitale come quello di leggere. Si vede che l’augurio storico di mio padre non ha mai raggiunto il carcere di Silivri.
In merito a questo problema, Canan Coskun, una delle giornaliste di Cumhuriyet, aveva scritto un articolo: “Una delle difficoltà dei nostri colleghi arrestati nell’ambito delle operazioni che mirano a silenziare il nostro giornale e attualmente detenuti nel carcere di Silivri è la mancanza dei libri”. Coskun dava spazio nei suoi articoli alle difficoltà espresse da mio padre in ogni visita pubblica, parlando attraverso la barriera di vetro.
L’articolo continua così: “A Silivri, i carcere più grande dell’Europa, ci sono 1.750 libri. Ogni cella ha diritto a un solo libro. Nel momento in cui i giornalisti detenuti richiedono un libro specifico presente in biblioteca la risposta è: ‘Lo sta leggendo un altro detenuto’, oppure ‘Non abbiamo quel libro’”.
Tuttavia è successo qualcosa di straordinario. Numerose case editrici hanno sentito la voce dei detenuti e di mio padre e hanno iniziato a donare dei libri alla biblioteca del carcere. Le scatole piene di libri sono partite per illuminare l’oscurità del carcere di Silivri. Successivamente sono stati gli autori a mandare i loro libri autografati e gli scaffali della biblioteca si sono riempiti di libri nuovi.
Purtroppo tuttora il numero di libri è ancora basso per un carcere così grande. E’ ancora assurdo limitare il diritto a leggere i libri, ma la biblioteca di Silivri sta crescendo. Inoltre i libri che arrivano in biblioteca ormai secondo la richiesta dei detenuti, finalmente vengono consegnati. Probabilmente migliaia di persone a Silivri stanno leggendo i libri che finora non avevano mai letto. Posso intitolare questa lettera come “La biblioteca che cresce di più in Turchia”. Si tratta della biblioteca del Carcere di Silivri. Magari non è davvero così, ma questo fatto è la speranza più grande che cresce dentro di noi, per cui per me è la biblioteca che cresce più velocemente in tutto il paese.
Mio padre e i suoi appassionati amici continuano a portare la loro luce ovunque vadano. Ormai esiste una biblioteca che cresce grazie a loro e Cumhuriyet illumina ancora un’altra volta le strade buie. E questo mi fa respirare un po’ di fronte a questa ingiustizia e a questa infinita attesa.
Oggi è il compleanno di mio padre. Che questo sia un regalo da parte mia per lui.
Con l’augurio di vedervi tutti con noi prima possibile…”


lunedì 20 aprile 2015

Non è stato il mare - Gabriele del Grande

Altro che blocco navale, il governo italiano dovrebbe per prima cosa ricostruire la lista dei passeggeri e portare a Roma le settecento famiglie dei morti per un funerale di Stato. Vogliamo abbracciare quelle madri e quei padri a cui ieri il mare ha strappato quanto avevano di più caro: la vita di un figlio. Perché non può ridursi tutto a dei numeri sul giornale. Quel dolore dobbiamo farlo esistere, dargli un nome, un rito, una storia. Sarebbe un importante gesto di pace in questi tempi di guerra in frontiera. Perché guardate che non è stato il mare! La strage ha i suoi mandanti a Bruxelles e a Varsavia. In frontiera si combatte una guerra. Ed è per questo che i suoi morti non fanno più male ai cuori assuefatti dell'Europa: perché a cadere ogni volta è il corpo di un nemico. Un giorno è un naufragio, un giorno sono gli spari della polizia spagnola a Melilla, un giorno un suicidio in un CIE. Non li compiange nessuno, nemmeno i loro governi e le loro ambasciate. Qualcuno ha letto dichiarazioni dei governi africani sui giornali di oggi? Dove sono? Possibile che su un intero continente nessun governo si prenda la briga di difendere i propri cittadini? Che nessun governo si coalizzi per negoziare con l'Europa condizioni migliori in termini di diritto alla mobilità? E in tutto questo, dove sta andando a finire la Libia? Possibile che il contrabbando libico sia in grado di corrompere le milizie che controllano le regioni degli imbarchi a Zuwara e a Misrata al punto da non dover rispondere alle autorità nemmeno di fronte alla strage di settecento persone in una notte? Già, ma quali autorità?! La Libia è un paese al collasso, diviso tra due governi che non si riconoscono, impegnata in una guerra civile e alle prese con le cellule impazzite di Daesh, che giusto ieri hanno pubblicato l'ultimo video dell'esecuzione di un gruppo di prigionieri etiopi uccisi perché cristiani... Europa se ci sei batti un colpo. Altro che blocco navale. La politica vuole fare qualcosa? 
1) Portate a Roma le famiglie dei morti per un funerale di Stato.
2) Riunite subito i governi africani per riscrivere le regole sui visti. Perché a Lampedusa arrivano i diniegati delle nostre ambasciate! Date loro i visti e arriveranno in aereo! Si tratta di legalizzare la mobilità. Come? Semplificando le procedure e introducendo il visto per ricerca lavoro. Solo così si toglie al contrabbando il monopolio della mobilità sud-nord. 
3) Fate pressione sulla comunità araba e internazionale per una soluzione politica in Libia. Perché finché nel paese impera il caos, nessun capo del contrabbando sarà mai consegnato alla giustizia. 
4) Andate a Bruxelles a sbattere i pugni sul tavolo esigendo una risposta dall'Europa. Che non vuol dire più navi da guerra per Frontex, bensì semplificazione dei visti Schengen e unificazione del sistema d'asilo e di immigrazione in Europa. Cioè un documento di soggiorno comune valido per circolare e lavorare in tutta Europa. Affinché sia il mercato del lavoro a farti scegliere dove fermarti e rifarti una vita in Europa e non la burocrazia o le leggi trappola scritte in tempi non sospetti alla scuola di chi oggi invoca i blocchi navali. Perché l'accoglienza non la fa la repressione né l'assistenzialismo. L'accoglienza la fa il lavoro.
5) Non dimenticate la Siria. Perché è la più grave crisi umanitaria nel Mediterraneo degli ultimi decenni. Una crisi che ha messo in fuga 12milioni di persone tra rifugiati e sfollati interni. Servono risposte straordinarie nell'immediato, ovvero visti straordinari nelle ambasciate europee almeno per i siriani che abbiano in Europa parenti o chiunque sia in grado di ospitarli. Così intanto li togliamo dal monopolio del contrabbando. Poi ovviamente serve sul lungo termine un'azione politica che ponga fine alla guerra, alla dittatura e al terrorismo. Perché è l'unica condizione affinché 12milioni di profughi possano tornare nella loro terra oggi così dilaniata.
Detto questo, a tutti noi che non siamo in politica non resta che continuare a camminare, insieme, dietro al nostro sogno del mare che unisce. Perché i morti non torneranno, ma ci sono i vivi e come dice Tasnim nel nostro film "Ci sei tu! Ci sono io! E insieme continueremo questa strada!"

venerdì 4 luglio 2014

Un cimitero chiamato Mediterraneo

Un giorno a Lampedusa e a Zuwarah, a Evros e a Samos, a Las Palmas e a Motril saranno eretti dei sacrari con i nomi delle vittime di questi anni di repressione della libertà di movimento. E ai nostri nipoti non potremo neanche dire che non lo sapevamo. Dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell'Europa almeno 19.812 persone. Di cui 2.352 soltanto nel corso del 2011, almeno 590 nel 2012 e 801 nel 2013. Il dato è aggiornato al 30 giugno 2014 e si basa sulle notizie censite negli archivi della stampa internazionale degli ultimi 26 anni. Di seguito trovate soltanto gli incidenti degli ultimi mesi. Per consultare la documentazione di Fortress Europe dal 1988, visitate il nostro speciale La strage. Per un'analisi statistica, frontiera per frontiera, leggete la scheda Fortezza Europa
continua qui