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mercoledì 27 maggio 2026

Nel nome del padre: Bibi e la “tempesta perenne” per Israele - Pino Corrias

 Benjamin Netanyahu viene dal sangue. E con tutto il sangue che si porta addosso, spalla a spalla con il suo alleato e socio Donald Trump, vive dentro la guerra infinita che ha scelto di guidare e che di battaglia in battaglia, di massacro in massacro, distrugge i nemici e insieme distrugge Israele. Consente ai coloni, armati dalla religione dell’odio e protetti dai fucili mitragliatori, di strappare nuove terre ai palestinesi in Cisgiordania, di bruciare case, ulivi, bestiame. Consente al suo burattino Ben-Gvir di danzare tra i corpi inginocchiati e picchiati degli equipaggi della Flotilla rapiti in alto mare e deportati come trofei. Consente ai suoi militari di imprigionare e torturare 11mila detenuti palestinesi senza diritti, senza identità, senza processo. E all’esercito di uccidere ogni giorno, terrorizzare, affamare, soffocare, i due milioni di palestinesi che ancora resistono dentro al filo spinato di Gaza, il campo di concentramento estratto direttamente dall’incubo della propria storia, il genocidio, ma questa volta nei panni dei carnefici.

Ogni conflitto, Netanyahu l’ha trasformato in un incendio permanente. Gaza. Iran. Libano. Cisgiordania. Siria. Yemen. Geografia di sempre nuovi bombardamenti. Di omicidi mirati. Di raid lunghi mesi e anni. Di nemici da inseguire e annientare senza mai badare ai danni collaterali, donne, vecchi, bambini ridotti in cenere, villaggi in polvere, profughi a migliaia in fuga. Sempre una guerra “necessaria”, prima della prossima.

Da trent’anni Netanyahu ripete la stessa ossessione: Israele è circondato, il nemico sta arrivando, la tregua è un’illusione. Cambiano i nomi dei nemici – Arafat, Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran – ma il meccanismo che ha adottato è identico: il panico come propaganda permanente, l’esercito come soluzione, la terra da conquistare come unica salvezza in nome di quel Dio che sgozza gli uomini e gli agnelli.

La missione del popolo eletto, assediato dal mondo, la eredita dal padre, Benzion Netanyahu, storico del sionismo, cresciuto con l’idea che gli ebrei siano destinati a vivere sotto attacco e che la forza sia l’unico linguaggio comprensibile ai nemici.

È la lezione che Bibi, nato nel 1949, ha respirato fino a farla diventare la sua armatura, addestrata nei reparti speciali dell’esercito, schierata al fronte della sua prima guerra, quella del Kippur, anno 1973. Poi nei campi di battaglia della politica. Membro del partito di destra del Likud, fondato da Menachem Begin, il futuro primo ministro, che nasce terrorista a capo dell’Irgun, l’organizzazione che nel 1946 fa saltare il King David Hotel, 90 vittime, e due anni dopo guida il massacro del paese di Deyr Yassin, 250 tra uomini, donne e bambini, presi casa per casa, radunati nelle strade, seviziati, macellati, che segnò l’inizio della Nakba, l’esodo di 700mila palestinesi dalle loro terre.

Dopo il servizio militare, l’America diventa la sua seconda patria, prima la laurea al Mit di Boston, poi Harvard, per il dottorato in Scienze politiche. Quindi l’incarico all’Onu, dal 1984 al 1988, anni in cui costruisce la sua vera base internazionale: amicizie repubblicane, rapporti con lobby finanziarie, falchi evangelici, suprematisti bianchi. Vive dentro il mondo della destra americana. Dorme ospite nella casa dei Kushner, dove diventa di famiglia e dove frequenta e si lega per sempre a Donald Trump.

Dagli anni 90 è in Israele. Scala il Likud. Si oppone agli accordi di Oslo e alla nascita dello Stato palestinese. Mentre Rabin tratta, lui demolisce. Mentre Rabin parla di pace, lui parla di sicurezza. E quando Rabin viene assassinato, anno 1995, Netanyahu è pronto a salire al potere. Da primo ministro blocca gli accordi con l’Olp di Arafat, raddoppia l’assedio di Gaza, non ferma i coloni che avanzano nei territori palestinesi.

Governa nella tempesta, sempre inseguito da scandali finanziari, accuse di corruzione, assalti alla Corte costituzionale per indebolirne i poteri di controllo. Sempre assediato da imponenti manifestazione di massa che chiedono le sue dimissioni. Sempre salvato dalle provvidenziali emergenze militari.

La sua parola d’ordine è “la Grande Israele, dal Giordano al mare”. E quando nel 2009 vince di nuovo le elezioni, questa volta per sempre fino a oggi, vara la legge identitaria dello “Stato-Nazione” che dice: “Israele è del popolo ebraico e di nessun altro”, arabi per sempre retrocessi, insieme con quel che restava della democrazia avvelenata dall’apartheid.

Il suo nemico ideale è Hamas, impermeabile quanto lui a ogni trattativa o convivenza. Per anni ne consente la crescita, a scapito dell’Autorità palestinese, finge di non vedere il flusso dei finanziamenti che arrivano dal Qatar e i tunnel che attraversano Gaza. Dichiara in Parlamento: “Chiunque voglia contrastare la creazione di uno Stato palestinese, deve sostenere il rafforzamento di Hamas, questo fa parte della nostra strategia”. Era il marzo 2019.

Quando arriva il 7 ottobre 2023, 1.200 ebrei massacrati da Hamas, l’esercito israeliano sparito per ore, Netanyahu schiva ogni responsabilità, anche se era il garante della sicurezza. Ma è prontissimo alla vendetta. Che diventa l’apocalisse di Gaza, 75mila morti, migliaia ancora sotto le macerie, fame e malattie usate come armi, ospedali distrutti, aiuti umanitari proibiti, un popolo spazzato via.

Quando la Corte penale internazionale lo accusa di crimini di guerra, lui risponde che l’Idf è “l’esercito più morale del mondo”, che la devastazione è autodifesa, la punizione collettiva una necessità storica. La crudeltà un’esigenza vitale. Il suo governo copre, usa, legittima i due ministri più estremisti, Ben-Gvir e Smotrich che agitano il cappio, parlano dei palestinesi come animali, infestazioni biologiche, intralci da cancellare e uccidere. Li asseconda al punto da approvare la nuova legge sulla pena di morte per terrorismo destinata ai palestinesi della Cisgiordania, con l’impiccagione entro 90 giorni dalla sentenza.

Due volte trascina Trump sui cieli di Teheran in una guerra così rischiosa, così confusa, così forzata da rendere plausibile che dietro tanta disponibilità ci sia l’ombra lunga degli Epstein Files, maneggiati dal Mossad come arma di ricatto, oltre al reciproco interesse di controllare i rubinetti del petrolio e garantire la stabilità delle dinastie del Golfo.

Guerra e tensioni gli servono a congelare il tempo. Quello dei suoi processi. Quello delle indagini sul 7 ottobre. Quello che ancora manca all’abisso finale, quando le bombe, la guerra, lo sterminio di tutti i nemici allagherà di così tanto sangue il Medio Oriente che l’intero Israele diventerà il danno collaterale di se stesso.

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lunedì 22 luglio 2024

I volti americani come i culi francesi - Pino Corrias

 

Il tempo passa, i servi restano. I delegati repubblicani che oggi esibiscono la benda sull’orecchio come il loro amato Trump, non sanno quel che accadde più di tre secoli fa a Parigi.
Il tempo passa, i servi restano. I delegati repubblicani che oggi esibiscono la benda sull’orecchio come il loro amato Trump, non sanno quel che di analogo (e grottesco) accadde più di tre secoli fa a Parigi, quando i nobili esibirono la stessa medicazione subita dal loro augusto sovrano, Luigi XIV, il Re Sole, operato la mattina del 18 novembre 1686 di fistole anale. Quel curioso avvenimento è stato ricordato dalla grande francesista Daria Galateria nella sua introduzione alle Favole di Charles Perrault (Marsilio, 2002). Quella mattina il chirurgo operò il deretano del Re, davanti a quattro dignitari di Francia. L’operazione riuscì così bene che la notizia si sparse per tutto il regno. Al punto che i nobili più zelanti si fecero incidere almeno un po’ il fondo schiena per esibire l’identica medicazione del Re, come omaggio e come segno della loro fedeltà. Fu una vera epidemia di medicazioni, racconta la storia di Francia. L’altro giorno a Milwaukee è accaduto di nuovo, tutti con la benda sull’orecchio, a dire come l’analogia rechi l’identico fervore di sudditanza al capo, virato dall’involontario dettaglio che sostituisce i culi francesi dei servi nobili ai volti borghesi dei servi americani.

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sabato 14 gennaio 2023

Ultima Generazione

 

Il Senato “violato” e l’ottusa sordità dei palazzi del potere – Pino Corrias

I ragazzi di Ultima Generazione? Vandali!”, “Violenti”, “Oscurateli”, “Arrestateli”. E dunque: “Il Senato della Repubblica si costituirà parte civile poiché le istituzioni vanno rispettate”. “Da 1 a 5 anni di galera, ecco la pena!”. Pomposi. Severi. Pieni d’aria fritta, ridicoli come le ridicole trombette del nostro inno di Italietta in guerra, i funzionari del Potere Offeso, e gli addetti alla sua manutenzione, s’indignano per la vernice che indirettamente li ha imbrattati.

“Tutti confederati nel cosmo”, scrisse tanti anni fa Elsa Morante nel suo capolavoro Il mondo salvato dai ragazzini, dove gli IF, gli Infelici Molti, si ribellano a ogni ribellione. Specialmente se allegra. Innocua nel gesto, spiazzante nel significato. Come i ragazzi e le ragazze che a Teheran fanno volare via, con uno schiaffo in corsa, il turbante dalla testa degli ayatollah, denudandoli d’ogni potere per un istante. Come gli studenti cinesi che impugnano i fogli bianchi contro le prescrizioni d’inchiostro nero del Comitato Centrale. Come l’ostensione degli ombrelli a Hong Kong che non riparano dalla tirannide dei manganelli, ma la denunciano al mondo.

Per gli infelici molti della incarognita Nazione Italia, il nostro permanente imbrattamento di aria, mari e suoli, può aspettare la calendarizzazione all’anno del poi, se ne discuterà in apposita Commissione, vedremo. Ma la violazione della facciata del Senato della Repubblica – tra i quotidiani accumuli di spazzatura organica e inorganica proprio lungo gli asfalti che fanno corona al palazzo dei senatori, guardato a vista da due carabinieri, come Pinocchio, e nottetempo dai cinghiali – è bestemmia sociale, violenza politica, idiozia del gesto, scandalo da oscurare: “Spegnete le telecamere per il bene del popolo. Non raccontate nulla per il bene dell’informazione!”. È un attentato al santo conformismo da ripulire immediatamente. Entro le 24 ore, con il solvente chimico e insieme politico delle squadre di pronto intervento morale. Ma è evidente il contrario: è proprio quel gesto urticante, quella provocazione, a essere un lampo di luce nel nostro buio. Che mostra – in quegli istanti trascorsi a ricolorare con vernice lavabile il muro invalicabile dei muri – l’ottusa sordità di tutti i palazzi del potere, e dimostrare, vista l’isteria delle reazioni, quanto sia efficace imbrattare lo schermo del nostro vivere sociale, per farli reagire nella sostanza.

Quella vernice è un programma politico portatile. Semplice, semplificato. Ma che intanto indica la priorità più ovvia e più osteggiata dagli ingranaggi dell’economia, della politica e della ipocrisia mondiale, quella di difendere la vita nell’unico Pianeta disponibile che ci ospita. E dirci che l’intero sviluppo va ripensato, va armonizzato, prima che pietrifichi i calendari del mondo affinché le prossime generazioni non siano (per l’appunto) l’Ultima Generazione.

Trasformare quel gesto pacifico e insieme conturbante in una offesa di massima rilevanza penale è l’antica ricetta del “sopire e troncare”, del “sorvegliare e punire”, destinata alla dieta quotidiana delle molte maggioranze silenziose in cui ci siamo ridotti, tutti educati a vivere entro i binari concessi dalla benevolenza delle istituzioni, dal gioco ipnotico dei social, dal permanente altrove dei politici e della politica. Il messaggio è: lavorate, divertitevi, lasciate scorrere la vita così com’è e guai a chi sgarra.

Gli autoritari della Destra che quando si parla di società e cultura, estraggono dalla fondina l’immancabile Marinetti, avranno di che grattarsi la testa ora che il gesto della vernice bussa alle loro meningi futuriste. E lo steso dovrà fare la Sinistra se mai vorrà salvarsi, insieme con il mondo dei ragazzini. Ci penserà appena dopo le primarie, si capisce, dopo il congresso. Magari un po’ prima dell’Apocalisse.

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scrive Ultima Generazione:

“Atto ingiustificabile.”

“Sì alle motivazioni, no ai modi.”

“Attivismo performativo.”

“Attivismo acchiappa click.”

Perché è ingiustificabile?

Per quale motivo imbrattare con della vernice lavabile uno dei palazzi del potere, uno dei simboli di un Paese che non fa altro che investire sul fossile giustificandosi via media tramite frasi accondiscendenti, sarebbe ingiustificabile?

È giustificabile allora siglare un “accordo d’emergenza” che finanzia le industrie del fossile per una durata di 20 anni? Ed è giustificabile scrivere articoli su testate estremamente seguite e demonizzare chi è arrivato alla disperazione pur di tentare di farsi ascoltare?

Siamo noi gli acchiappa click o voi, che sfruttate timori di pancia, li giustificate con motivazioni sterili e non fate nulla per schierarvi contro chi continua ad agire anche contro la vostra di vita?

Mi raccomando, ricordate di postare anche gli articoli con le immagini delle alluvioni, con scene di cagnolini che piangono i loro padroni rimasti intrappolati sotto colate di fango e detriti, e di mettere in prima pagina le immagini satellitari dell’Europa con i dati sulle temperature.

Agiamo, facciamo qualcosa. Gridiamo, ribelliamoci!

Siamo all’interno di una pentola piena d’acqua che sta arrivando sempre di più a bollore, e invece di fare qualcosa continuiamo ad ascoltare chi guadagna sul gas del fornello.

da qui

  

I mezzi e il fine. La disobbedienza civile tra le mani che imbrattano e l’allarme che lanciano - Pasquale Pugliese

 Note a margine dell’azione degli attivisti di Ultima generazione all’ingresso di Palazzo Madama

Prima premessa: la dichiarazione di Ultima Generazione, l’organizzazione che ha pittato l’ingresso di Palazzo Madama il 2 gennaio scorso è del tutto condivisibile tanto nelle motivazioni del gesto e quanto nella scelta di fondo della “disobbedienza civile nonviolenta”, dentro alla quale s’inquadra l’azione specifica: “Alla base del gesto, la disperazione che deriva dal susseguirsi di statistiche e dati sempre più allarmanti sul collasso eco-climatico, ormai già iniziato, e il disinteresse del mondo politico di fronte a quello che si prospetta come il più grande genocidio della storia dell’umanità.” Sulla loro pagina web il comunicato continua con la dichiarazione di un’attivista: “Ho scelto e continuerò a scegliere di compiere azioni di disobbedienza civile nonviolenta perché sono disperata. Ovunque guardi vedo dissociazione, negazione, alienazione rispetto alla crisi climatica. (…) Non possiamo illuderci che fare la raccolta differenziata e partecipare a cortei organizzati sia sufficiente. È, di conseguenza, proprio al governo e alle istituzioni che rivolgiamo la nostra rabbia di protesta…”.

Seconda premessa: la “disobbedienza civile nonviolenta” alla quale fa esplicitamente riferimento il movimento ha una lunga e importante storia nelle democrazie occidentali di avanzamento dei diritti e dei metodi di lotta. Basti pensare, per esempio, alla teoria ed alla pratica di Henry David Thoureau, Hannah Arendt, Martin Luther King, Gene Sharp, Judith Butler in area statunitense; a Danilo Dolci, Aldo Capitini, Pietro Pinna, Marco Pannella, per citare i più noti, in area italiana. “La disobbedienza civile insorge” – scrive Hannah Arendt nel saggio La disobbedienza civile, con parole tanto chiare quanto definitive – “quando un numero significativo di cittadini si convince che i canali consueti del cambiamento non funzionano più, che non viene dato ascolto né seguito alle loro rimostranze” oppure che il governo sia “ormai avviato verso una condotta dubbia in termini di costituzionalità e legalità. (…) In altre parole la disobbedienza civile può essere posta a servizio di un cambiamento auspicabile e necessario o di un altrettanto auspicabile mantenimento e ripristino dello status quo. (…) In nessuno dei due casi la disobbedienza civile può essere equiparata alla disobbedienza criminale”.

Date queste premesse, dal mio punto di vista, non è in discussione se siano giuste le motivazioni delle loro azioni né se sia opportuna la scelta esplicita della disobbedienza civile come forma di lotta, che esclude l’uso della violenza, ma se le specifiche azioni realizzate, le tecniche adottate, siano funzionali o meno allo scopo da raggiungere. Il principio fondamentale della lotta nonviolenta – e quindi anche della disobbedienza civile che ne è una delle principali forme di azione collettiva – è la coerenza dei mezzi utilizzati con il fine da raggiungere (“il mezzo sta al fine come il seme sta all’albero” era la formula ripetuta da Gandhi). Una delle dinamiche strategiche è quella di essere comunicativa, ossia svolgere delle azioni capaci di suscitare simpatia nelle cosiddette “terze parti”, in coloro che assistono indifferenti, in specie attraverso i media, invece di coinvolgersi nella lotta in corso: la simpatia (= disposizione d’animo favorevole, sentimento istintivo di attrazione; affinità, sintonia) dell’opinione pubblica, affinché solidarizzi con il gruppo che conduce la lotta e contribuisca, con lo schierarsi dalla loro parte, al successo del movimento di protesta e proposta.

Ecco, temo che la troppa distanza tra i mezzi usati (prima della vernice lavabile sulla porta del Senato, la stessa sorte era stata riservata alle teche di famosi quadri di alcuni musei) e il fine da raggiungere – l’interesse e l’azione della politica e dell’opinione pubblica sulla crisi climatica (che è parte di una più ampia crisi sistemica globale) – e la specificità delle azioni, che attirano antipatia anziché simpatia, perché al limite dell’atto vandalico su beni pubblici (le opere d’arte, il Senato della Repubblica), siano contro-produttivi rispetto agli obbiettivi da realizzare. Credo che questo tipo di azioni – che portano l’attenzione di tutti sulle mani che imbrattano anziché sull’allarme che lanciano – danneggino l’obiettivo di sensibilizzare gli indifferenti e la politica sull’emergenza climatica, anziché supportarlo e fare pressione. Anzi forniscano al potere un alibi per indicare negli attivisti i nemici, anziché i difensori, del bene comune, criminalizzandoli. Come sta puntualmente avvenendo.

Non mi pare un caso che l’organizzazione britannica Extinction Rebellion – che fin dal 2018 aveva dato il via ad azioni di disobbedienza civile di massa, con occupazione dell’area intorno al parlamento di Londra, poi sviluppatesi in altri Paesi – proprio lo scorso 31 dicembre ha comunicato l’allontanamento dalle azioni di occupazione e interruzione dei pubblici servizi, come tattica primaria della disobbedienza civile che non ha dato i risultati sperati e ha visto, anzi, la criminalizzazione delle proteste, per procedere alla costruzione di ponti di comunicazione con tutti i cittadini, collegandosi agli altri movimenti che si battono per la giustizia sociale (e suggerirei anche per la pace, vista la stretta connessione di temi). Mi pare un segno di lungimiranza. Del resto, “la nonviolenza è affidata ad un metodo che è aperto e sperimentale” scriveva Aldo Capitini ne Le tecniche della nonviolenza: si tratta di sperimentare ancora, imparando dagli errori, come accade in ogni serio e necessario esperimento. Oggi più che mai.

da qui

 

Io, sorvegliato speciale - Leonardo Animali

 “Il complesso lavoro che occorre per passare dalle fonti tradizionali, inquinanti e dannose per salute e ambiente, alle energie rinnovabili, rappresenta la nuova frontiera dei nostri sistemi economici. Non è un caso se su questi temi, e in particolare per l’affermazione di una nuova cultura ecologista, registriamo la mobilitazione e la partecipazione da parte di tanti giovani” (Sergio Mattarella, 31.12.2022)

Martedì 10 gennaio, Simone Ficicchia, vent’anni, di Voghera, è convocato alle 10 in Tribunale a Milano. È un attivista di Ultima Generazione, e ha partecipato a diverse azioni di disobbedienza civile non violenta negli ultimi mesi (ma non a quella davanti al Senato del 2 gennaio). La Procura di Pavia, ha chiesto per lui un anno di sorveglianza speciale.

La sorveglianza speciale è una misura di prevenzione regolata dal decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 e successive modifiche. Sia in Italia che in Europa si è più volte discusso della sua legittimità costituzionale e della conformità ai principi contenuti nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, in quanto può essere applicata anche solo sulla base di indizi e senza nessuna prova di commissione di illeciti. Consiste nell’obbligo di evitare che determinati soggetti, sospettati di avere contatti con la criminalità organizzata o, comunque, di essere frequentatori abituali di persone o ambienti dove si è soliti delinquere, abbiano contatti con altri pregiudicati oppure frequentino tali locali, nella presunzione che tale situazione possa ledere all’ordine pubblico.

 

Il 3 gennaio, Simone era Roma, invitato a intervenire alla trasmissione Agorà Extra di Rai Tre. Di buon mattino è stato prelevato dalle forze dell’ordine dall’albergo in cui dormiva, ed è stato forzosamente rimesso su un treno, per impedirgli così di poter partecipare al programma (ne ha dato subito notizia la stessa redazione televisiva). Un fatto, questo, che a chi ha qualche anno di più di Simone, riporta alla memoria l’Argentina di Jorge Videla.

Da molte parti, ed ancor più dopo l’azione di imbrattamento dell’ingresso del Senato della Repubblica del 2 gennaio, quello che si vorrebbe è una “punizione esemplare” per gli attivisti di Ultima Generazione (ma non solo loro), da poter essere brandita in maniera tale da scoraggiare e intimidire tutti gli altri. Un clima e un metodo, che ci riportano molto indietro nella Storia, al tempo della dinastia Han, che governò la Cina tra il 206 a.C. ed il 220 d.C.: “Unum castigabis, centum emendabis” (Ne castigherai uno, ne correggerai cento).

Un metodo che, in epoca Contemporanea, ha poco a che vedere con le democrazie. Lo praticò la Cina di Mao Tse-tung, e oggi l’attuale teocrazia iraniana (lo scorso 23 dicembre Majidreza Rahnavard, ventitré anni, reo di aver partecipato a un blocco stradale per protestare contro il governo, è stato impiccato dopo un “processo lampo”, giudicato colpevole di “aver dichiarato guerra a Dio”).

“Castigarne uno”, in questa stagione italiana, è la manifestazione, ancor prima che di un istinto repressivo e autoritario, di un modo sbrigativo per aggirare di fronte all’opinione pubblica, la propria incapacità a governare, o meglio per occultare la vera intenzione di non voler far niente per impedire che la catastrofe climatica, che sta già colpendo il nostro Paese (nel 2022, 29 morti per frane e alluvioni e oltre 2.300 morti dovuti alle ondate di calore ₁), possa essere, se non fermata, quantomeno rallentata o mitigata.

In questi giorni che precedono l’udienza del Tribunale di Milano, abbiamo intervistato Simone, che ringraziamo per la disponibilità.

Parlami di te. C’è chi dice che sei un pericoloso eversore, il capo di un’organizzazione capace di destabilizzare lo Stato, uno “stipendiato” da qualche lobby internazionale. Quando “ti va bene”, un ambientalista estremista e sentimentale. Ma in realtà chi è Simone Ficicchia?

Magari fossi tutto questo… La prima risposta che mi viene dal cuore è che sono un musicista. La passione per la musica è profonda, dura da quando sono nato, e mi ha portato a studiare per diversi anni chitarra e sax, quest’ultimo anche come studente del Conservatorio di Padova, che ho cominciato a frequentare dopo la maturità con 100 e lode al liceo musicale di Pavia. In seconda battuta, un aspirante studioso di materie umanistiche, iscritto al corso di Storia dell’Università di Padova.

“Un ragazzo, sì, molto politicizzato e attivo in associazioni e movimenti, eppure tranquillo, assennato, estremamente rispettoso delle regole e delle persone”, questi sono i commenti che immagino essere stati pronunciati dalle persone che mi conoscono e, sbigottite, mi hanno visto per la prima volta sbombolettare il muro di un ministero o incollarmi al vetro protettivo di un quadro. Cosa spiega la mia adesione alle richieste e ai metodi di Ultima Generazione? Un cambiamento repentino della personalità? Un momento di sfogo dopo anni di repressione? Per me no. Io vedo la mia coerenza nell’agire in tutti i modi che posso mettere in pratica per garantirmi un futuro: se prima non ero consapevole, o lo ero troppo parzialmente, rispetto al collasso ecoclimatico, una volta che una domenica sera del dicembre 2021 un gruppetto di ragazzǝ sconclusionatǝ in una presentazione online della campagna mi ha messo di fronte all’evidenza non ho più trovato scuse per agire, a costo di mettere “in pausa” le mie altre passioni, senza mai davvero lasciarle, e alcune relazioni interpersonali. Si tratta solo di agire proporzionatamente alla situazione.

Perché un ragazzo di vent’anni che, come direbbe un adulto, “ha tutta la vita davanti”, si mette in gioco per chiedere giustizia climatica, fino al punto di veder compromesso gravemente il proprio futuro dai possibili risvolti giudiziari?

Il Manifesto del Partito Comunista è uno dei primi libri che ho letto da piccolo: occupava un posto d’onore nella libreria dei miei. Marx invitando i proletari di tutto il mondo a unirsi dice che non abbiamo nulla da perdere fuorché le nostre catene. Ritengo che questo possa bastare per trovare le ragioni che ci spingano a ribellarci a un governo criminale, salvo aggiungere che Marx non era stato messo di fronte all’evidenza scientifica di essere in un momento storico in cui l’umanità si trova a dover affrontare la più grande catastrofe con cui la vita abbia mai avuto a che fare e che, dunque, da perdere non abbiamo solo delle catene “di classe” ma anche un avvenire di fame, guerre, violenze, stupri e morte diffusa causati dalla miopia degli investimenti in combustibili fossili. Infine, non ci sentiamo enormemente privilegiati a farci questa domanda? Non vediamo succedere a decine ogni giorno in giro per il mondo arresti arbitrari, esecuzioni sommarie, omicidi politici, insabbiamenti, persecuzioni nei confronti di chi lotta per la libertà di regimi ben più autoritari, per ora, di quello in cui viviamo? Ai movimenti nonviolenti che c’erano un tempo in Occidente e che c’erano e ci sono nel Sud del Mondo devo la mia umiltà e la mia scelta, che non considero un sacrificio.

Cosa diresti a un adulto, che magari ha una spiccata sensibilità democratica, ed è impegnato in qualche associazione per l’ambiente, ma che ritiene che quello che fa Ultima Generazione, ma vale anche per altri come Friday For Future, sia addirittura controproducente alla causa dei movimenti ambientalisti?

La base comune dev’essere la verità, ovvero che stiamo andando verso un aumento medio della temperatura globale di 2°C con la conseguenza, per farla breve, saltando i punti di non ritorno, il collasso degli ecosistemi, l’estinzione delle specie non umane, le migrazioni climatiche…, di centinaia di milioni fra morti e sfollati che si porterà dietro, e fuori da questi dati difficilmente ci può essere dialogo. Posto questo, non crediamo certo di avere la soluzione in tasca: il punto è che non ci sono tattiche in sé giuste o sbagliate, ma coalizioni che funzionano, che portano il giusto equilibrio fra radicalità e partecipazione, fra disturbo e rispetto. Se noi abbiamo portato quel fianco radicale e nonviolento che ci sembrava in Italia mancasse, non ci aspettiamo che chiunque appoggi le nostre azioni e non permettiamo che l’inseguimento spasmodico del consenso, strada politica che ha portato i partiti, specie di sinistra, alla rovina, freni la nostra presenza sul dibattito pubblico, il quale comunque si è spostato in positivo da quando sono avvenuti i primi blocchi di tangenziali. Quello che stiamo facendo è coagulare persone dietro alle nostre richieste precise, circoscritte, assennate, in linea con gli accordi internazionali sul clima. D’altronde Martin Luther King non vinse le sue battaglie chiedendo da un giorno con l’altro la fine delle segregazione razziale, bensì accrescendo il movimento con il susseguirsi di piccole vittorie… Anche se non tutte queste persone utilizzeranno identici metodi di lotta, pur sempre mantenendo ferma una disciplina nonviolenta. Per inciso, le richieste per il governo sono di fermare la riapertura delle centrali a carbone e rispettarne la chiusura totale già fissata per il 2025; vietare ogni nuova estrazione di gas fossile su territorio italiano; sbloccare almeno 20 GW di rinnovabili, in particolare eolico e fotovoltaico.

L’appello che faccio è a uscire dalla propria zona di comfort, dal mito della sensibilizzazione che cambia il mondo, e accettare che il disturbo e il conflitto orizzontale sono i più grandi motori di cambiamento sociale: detto questo, ogni “questo non è il modo giusto” è ben accetto, purché seguito da un “io, in prima persona, sono dispostǝ a fare questo…”; altrimenti non c’è costruzione condivisa di un bel niente.

L’esperienza di Ultima Generazione, al di là della sua specificità di impegno, rimette al centro, drammaticamente, una questione più generale di questo tempo, una sorta di riproposizione contemporanea del mito antico di Re Kronos; ovvero un mondo adulto, che per timore di essere spodestato, ma fondamentalmente per paura della morte, “divora” i propri figli. Tu quali pensi siano le ragioni?

Non saprei rispondere se non indicando questa tendenza come strutturale del sistema in cui viviamo, basato sulla rapina ad altri esseri umani e agli ecosistemi; in particolare la sua efficacia credo si basi sul disconnettere completamente la parte emotiva di ognunǝ di noi dalla dimensione comunitaria. Parcellizzatǝ e svuotatǝ abbiamo spezzato la continuità fra le generazioni passate e quelle future già da tempo: una delle prime domande che ci si pone abbracciando la disobbedienza civile nonviolenta è proprio se si debba la nostra lealtà a governi e aziende criminali o, piuttosto, ai sacrifici compiuti da migliaia di generazioni passate per permettere il prosperare delle generazioni future. È, in sostanza, amore per la vita che sconfigge il meccanismo di Kronos.

C’è, tuttavia, un altro elemento che in parte smonta questa visione: vero che siamo “l’ultima generazione che può cambiare le cose”, ma abbiamo dai sedici ai sessantaquattro anni. Diversamente da altre realtà, siamo assolutamente intergenerazionali e credo che contribuiamo a sfatare il mito di un mondo adulto che condanna alla fame i suoi figli per avidità. Di nuovo, trovo più corretto parlare di una politica mostruosamente corrotta e di una macchina dagli ingranaggi mortiferi che ci stanno togliendo il futuro: indipendentemente dalla propria età anagrafica, si può decidere se usare il proprio corpo per fermarla o restare passivǝ a guardare.

Che cos’è per Simone Ficicchia, vent’anni, l’Antifascismo nel 2023?

Nel 2023 per me l’Antifascismo è lettera morta se non si occupa primariamente della sopravvivenza della specie umana. Per un motivo molto semplice: in questo momento storico il rischio di derive autoritarie in tutto il mondo vede nell’aumento dei prezzi, nell’aumento degli eventi climatici estremi, nella fame le sue potenziali cause principali. La cosa più fascista che vedo fare è voltare le spalle a questa situazione o derubricarla ad “ambientalismo”. Con la consapevolezza che, sì, l’obiettivo è il sovvertimento sia del singolo governo fascista sia delle strutture socio-economiche che l’hanno portato alla ribalta, ma che i risultati arrivano quando si cerca il dialogo e con il conflitto nonviolento si fa uscire il proprio opponente allo scoperto (vedi l’azione al Senato del 2/01, che ha suscitato reazioni indignate da ogni parte nella politica pro-sistema, e l’ha esposta a una sempre più crescente critica da diversi fianchi per il fatto di reprimere il singolo episodio “vandalico”, ma non trattare il tema della transizione ecologica), piuttosto che tuonando con distinguo e accuse reciproche dalla pagine di giornali e blog.

da qui

 

scrive Francesco Sylos Labini

Leggo commenti paternalisti all’azione dei @UltimaGenerazi1 del tipo “avete ragione ma non si fa così”. La cosa davvero patetica è che a farli sono politici PD, Azione e cianfrusaglie varie (e non parliamo dei giornalisti che come al solito dovrebbero fare un altro mestiere). Allora ricordiamo: sì certo non hanno solo ragione ma ragionissima. Quello che hanno fatto non è ancora un vero conflitto sociale, che se si continua così verrà sicuramente, ma una azione dimostrativa in cui hanno usato una vernice lavabile senza arrecare alcun danno.

Quando avevo vent’anni la situazione era una filo diversa, come le cariatidi/macchiette che ancora girano senza vergogna ex68ine exOP exAutOp exLC dovrebbero ben ricordare. E invece che fanno oggi: scrivono tutti su un quotidiano negazionista del cambiamento climatico.

Che dunque è un quotidiano negazionista della scienza perché ricordiamo che nella scienza non c’è un dibattito tra chi pensa che ci sia o meno in atto un cambiamento climatico. C’è invece chi ha studiato e sa e chi non ha studiato, è stupido o è corrotto.

Sì amici de @ilfoglio_it è esattamente così. E cosa devono pensare i ragazzi di @UltimaGenerazi1 quando vendono che il dibattito politico si svolge proprio su @ilfoglio_it ? @EnricoLetta & co discutono di politica lì sopra. Possono prendere seriamente qualsiasi cosa dicono su il cambiamento climatico? Possono essere considerati interlocutori?

NO. E dunque a chiunque osservi la situazione, a chiunque ha vissuto a Roma lo scorso luglio con 45 gradi e un cielo color orzata o ha dato una occhiata alle webcam sull’ Appennino, o al livello del Lago di Bracciano ecc ecc, la conclusione è chiara. Queste sono solo le prime avvisaglie di un conflitto che sta montando. Continuate pure a scrivere idiozie paternaliste magari su @ilfoglio_it: Andrete molto lontano, non c’è proprio dubbio.

da qui

 

non resurrezione, solo punizione – Enrico Euli

Le istituzioni politiche -assoggettate alle pressioni economiche- stanno proseguendo a distruggere l'equilibrio del pianeta, a determinare condizioni di continua emergenza e -in prospettiva- di sempre più probabile estinzione per le prossime generazioni.

Non a caso, gli attivisti che lottano contro questo corso degli eventi, si sono denominati 'Ultima generazione' ed 'Extinction rebellion'. Entrambi nomi molto appropriati al momento.

Nei giorni scorsi hanno macchiato di rosso le sacre mura del Senato.

A partire da febbraio saranno processati.

Il loro atto è stato giudicato 'violento' da quasi tutti i partiti e giornali, che hanno iniziato a stracciarsi le vesti, scandalizzati per l'affronto subito da quattro giovinastri scapestrati.

Escluso, se ho visto bene, Stefano Feltri che, su 'Domani', ha scritto finalmente un editoriale chiaro e controcorrente: https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/clima-hanno-ragione-gli-attivisti-che-imbrattano-il-senato-eyazab7x

In esso si evidenzia come e dove risieda la violenza: non nelle macchie rosse sui muri, ma all'interno di quelle stesse mura.

La violenza è perpetrata infatti, seppur legalmente e nobilmente, proprio in quelle aule, in quelle stanze, in quegli uffici, e non fuori di essi.

Un muro si può riparare e smacchiare, non uccide nessuno e il gesto di rottura ha un effetto puramente simbolico. Ma va punito.

L'inquinamento del pianeta è irreversibile, porta allo sterminio dei viventi, ha effetti concreti e visibili già oggi su tutti noi.

Ma è deciso, agito, gestito da decisori invisibili, impunibili, intoccabili.

Ecco perché gli attivisti saranno processati e magari condannati proprio per volontà di coloro che -anonimamente ma spietatamente- stanno coscientemente distruggendo la terra su cui essi stessi vivono per seguire meri interessi economici a breve termine.

Ammantati dagli ermellini, trincerati negli augusti scranni, avvolti da retorici asserti, proseguiranno a giudicare colpevoli gli altri per smacchiare le loro omissioni, le loro omertà, le loro collusioni, i loro crimini.

Nechljudov fu colpito con straordinaria chiarezza dall'idea che tutte quelle persone erano state prese e incarcerate o deportate non perché avessero violato la giustizia o avessero commesso azioni illegali, ma solo perché impedivano ai funzionari e ai ricchi di godersi indisturbati le ricchezze che traevano dal popolo...

Questa spiegazione di tutto ciò che accadeva gli sembrava molto semplice e chiara, ma proprio questa semplicità e chiarezza facevano sì che Nechljudov esitasse nell'ammetterla.

Non era infatti possibile che un fenomeno così complesso avesse una spiegazione così semplice e terribile, non era possibile che tutte quelle parole sulla giustizia, il bene, la legge, la fede, Dio, ecc., fossero soltanto parole e nascondessero la più volgare cupidigia e crudeltà.

(Lev Tolstoj, Resurrezione, 1898)

da qui

 

 

Un po’ di vernice, lavabile

La circostanza della scarcerazione dopo una sola notte dei tre attivisti di “Ultima Generazione” che avevano lanciato la vernice sul palazzo del Senato non elimina la vergogna assoluta degli arresti ai quali erano stati sottoposti.

Una misura cautelare come minimo spropositata insieme allo stesso capo di imputazione, danneggiamento aggravato, quando bastava contestare il reato di imbrattamento previsto appositamente per casi simili.

Davide Nesi, Alessandro Sulis e Laura Pacini sono tornati in libertà per decisione di un giudice monocratico mentre il pubblico ministero aveva chiesto l’obbligo di dimora. La causa per la discussione è stata rinviata al prossimo 12 maggio.

Insomma, è stato fatto un altro chiarissimo passo verso una compiuta repubblica penale arrestando attivisti di un movimento che dice di seguire una disciplina rigorosamente non violenta. «Durante l’imbrattamento il Senato era vuoto, non volevamo colpire il Presidente come accusa Ignazio La Russa», L’azione di Ultima Generazione «è stata come sempre pacifica e non violenta, non avrebbe mai potuto né voluto arrecare danno alle persone. Il semplice imbrattamento è considerato punibile dal codice penale con un reato specifico. Gli attivisti però, nonostante la chiarezza della previsione di legge e nonostante siano rimasti sul posto in attesa dell’intervento delle forze dell’ordine nel pieno rispetto dei principi della non violenza, sono stati trattenuti e verranno processati per direttissima con l’accusa ben più grave di reato di danneggiamento». «Siamo di fronte all’ennesimo abuso» per «intimorire e criminalizzare chi sta cercando di portare l’attenzione sul vero crimine che questo governo sta commettendo forte dell’appoggio di una classe politica corrotta e di parte dei media» dicono in un comunicato gli attivisti.

Ignazio La Russa l’aveva messa giù dura convocando il consiglio del Senato, chiamando al telefono il ministro dell’Interno Piantedosi al fine di organizzare misure preventive come se Palazzo Madama si trovasse sotto chissà quale attacco.

A contribuire a creare l’ennesima inesistente emergenza anche gli investigatori della Questura di Pavia che hanno chiesto la Sorveglianza speciale per Simone Ficicchia, 20 anni, protagonista di una serie di azioni tra le quali il lancio di vernice sull’ingresso del teatro Alla Scala il 7 dicembre scorso.

Gli investigatori mettono nero su bianco che Ultima Generazione è «un movimento oltranzista che riesca a far fronte sembra anche alle spese di sostentamento dei suoi componenti».

 

Sulla richiesta di sorveglianza speciale dovrà decidere il Tribunale di Milano in una udienza fissata per il prossimo 10 gennaio. Simone Ficicchia viene descritto come «un elemento di punta di tale organizzazione risultando sempre in prima linea nelle azioni delittuose perpetrate da tale associazione». Ficicchia, ripetiamo 20 anni, è in pratica accusato anche di non lavorare e di essere “mantenuto dall’organizzazione”.

La logica della risposta da parte dei poteri sembra la stessa che ha portato per fronteggiare i quattro o cinque rave all’anno che si organizzano in Italia a una sorta di legislazione speciale.

I toni e il linguaggio usati forse ancora più degli arresti e delle misure di sorveglianza dimostrano che siamo dì fronte a una evidente strumentalizzazione che si coglie anche senza avere simpatie per Ultima Generazione che non sembra puntare all’insurrezione armata.

Frank Cimini da il Riformista

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“Atto ingiustificabile.” “Sì alle motivazioni, no ai modi.” “Attivismo performativo.” “Attivismo acchiappa click.” Questa la ridda di voci di giornalisti e politici a commento dell’azione di Ultima Generazione in Senato.

Perché è ingiustificabile? – scrivono sui social i militanti di UG – Per quale motivo imbrattare con della vernice lavabile uno dei palazzi del potere, uno dei simboli di un Paese che non fa altro che investire sul fossile giustificandosi via media tramite frasi accondiscendenti, sarebbe ingiustificabile? È giustificabile allora siglare un “accordo d’emergenza” che finanzia le industrie del fossile per una durata di 20 anni? Ed è giustificabile scrivere articoli su testate estremamente seguite e demonizzare chi è arrivato alla disperazione pur di tentare di farsi ascoltare?
Siamo noi gli acchiappa click o voi, che sfruttate timori di pancia, li giustificate con motivazioni sterili e non fate nulla per schierarvi contro chi continua ad agire anche contro la vostra di vita? Mi raccomando, ricordate di postare anche gli articoli con le immagini delle alluvioni, con scene di cagnolini che piangono i loro padroni rimasti intrappolati sotto colate di fango e detriti, e di mettere in prima pagina le immagini satellitari dell’Europa con i dati sulle temperature. Agiamo, facciamo qualcosa. Gridiamo, ribelliamoci! Siamo all’interno di una pentola piena d’acqua che sta arrivando sempre di più a bollore, e invece di fare qualcosa continuiamo ad ascoltare chi guadagna sul gas del fornello.

Ascoltiamo il loro messaggio Ascolta o scarica

Al Governo Ultima Generazione chiede lo stop alle trivellazioni di gas naturale e alla riattivazione delle centrali a carbone, l’attivazione immediata di 20GW di energie rinnovabili, fra eolico e solare, creando così nuovi posti di lavoro per chi opera nell’industria fossile.

In una nota Rise Up 4 Climate Justice dichiara «ci chiediamo se chi invoca delle pene esemplari per un imbrattamento con della vernice lavabile abbia anche il coraggio di denunciare i finanziamenti fossili, le garanzie assicurative, le facilitatazioni legislative di cui si sta macchiando questo Governo. La quasi totalità dei parlamentari si è detta indignata rispetto al gesto, ma la differenza è che la vernice si lava via, il cambiamento climatico no. Ancora una volta “lo stolto” indica i muri imbrattati del Senato, simbolo istituzionale che continua a fregarsene del collasso che ci troviamo davanti, ne sono un esempio il caldo torrido dell’ultima estate che continua imperterrito, l’alluvione di Ancona, le frane di Ischia giusto per citare qualche esempio».

E continua «ancora una volta si rende evidente quanto la classe politica tutta (e parte dell’opinione pubblica) abbia un problema con l’accettazione del dissenso e della protesta. Ancora una volta ci si concentra sulle modalità di azione e non sul merito della vicenda.

Di fronte alla crisi climatica in atto, continuiamo a rimanere il sesto Paese al mondo per finanziamenti fossili. Stiamo trasformando l’Italia nel hub europeo del gas, investendo pesantemente nella rigassificazione di gas liquefatto, finanziando progetti di estrazione nel Sud Globale. Riapriamo le centrali a carbone. Quando i responsabili della nostra rovina verranno processati? Quando si reputerà criminale questa condotta anziché il dissenso politico?».

Sentiamo Andrea Berta di Rise Up 4 Climate Justice Ascolta o scarica

da Radio Onda d’Urto

da qui

domenica 31 maggio 2020

Repubblica: perché è importante capire cos'è successo


Tutti o quasi sanno che La Repubblica ha cambiato padrone (che sarà lo stesso di La Stampa e di Huffington Post). Forse non sarà più politicamente corretto dire padrone, ma è così chiara questa parola.
Perché qualcuno compra un giornale (nel senso della casa editrice) anziché un’impresa di autospurgo?
Ci sono varie ipotesi al riguardo. La prima è che costa poco, la seconda è che fa spettacolo, la terza è che fa guadagnare soldi, non al giornale, ma alle imprese che lo posseggono.
In poche parole è una storia di Potere, quando esiste un padrone (adesso sono scatole cinesi di società, ma alla fine - o all’inizio, o sempre - un padrone c’è, anche se mascherato) e si compra e si vende.
Non è una novità: Enrico Mattei (Eni) e Angelo Rovelli (Sir) compravano  giornali,  anche Bezos, di Amazon, compra un prestigioso giornale che si chiama Washington Post.
C’è chi compra parole, libri e giornali, per leggere storie che hanno scritto altri, e c’è chi acquista case editrici, per farsi scrivere storie; a volte per guadagnarsi onestamente la vita, ma è sempre più raro.
In mezzo sta un macigno che si chiama conflitto d’interesse.
Prendiamo il caso di Repubblica. Se il suo padrone chiede allo Stato una montagna di soldi per un’altra sua impresa, quel giornale dovrà sostenere quell’iniziativa, senza se e senza ma. Essere il padrone conterà ancora qualcosa, no? "Produco automobili e non so cos’è una cinghia di trasmissione?" pensa il padrone.
Cosa fa un giornalista di quel giornale?
Qualcuno - Enrico Deaglio, Pino Corrias e Gad Lerner - se ne va, non sopportando i modi del nuovo padrone; altri vorrebbero andarsene, per scrupolo, ma pensano che tanto li lasceranno scrivere o perché i loro articoli sono lontani dal Potere o perché sono innocui per il Padrone: insomma avranno la libertà di scrivere cose innocue (ma solo quelle, però).
Diceva Alessandro Manzoni - non sapeva ancora del futuro, o forse sì - che il coraggio uno non se lo può dare.
La maggior parte dei giornalisti, che non sono diversi dagli altri italiani, hanno un motto scolpito nel cuore: Franza o Spagna purché se magna.
i lettori, poco informati, si trovano nelle parole di Stendhal: Il pastore cerca sempre di convincere il gregge che gli interessi del bestiame e i suoi sono gli stessi 

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Scrive Enrico Deaglio
Resterà sicuramente negli annali italiani, il 23 aprile 2020. In quel giorno, all’apice dell’epidemia, si è infatti concluso un notevole riassetto dell’informazione italiana. Il gruppo finanziario Exor ha formalizzato la catena di comando che controlla il maggior gruppo giornalistico italiano (Repubblica, Espresso, Stampa, giornali locali, siti web, radio); cardine dell’operazione il licenziamento del direttore di Repubblica Carlo Verdelli.
Anche per lui, il 23 aprile era un giorno importante. Da quattro mesi infatti il direttore di Repubblica era oggetto di una pesantissima campagna di intimidazione. Messaggi su Twitter, lettere anonime, fotomontaggi che annunciavano la sua morte (e quella di sua figlia) per il 23 aprile 2020. Per la stessa data era da lungo tempo stabilito il consiglio di amministrazione della proprietà del gruppo GEDI per importanti comunicazioni.
Nella giornata fatidica al mattino non succede niente; anzi, per iniziativa di un giornalista del Tg3 parte un tweetstorm di solidarietà con il direttore, che ha molto successo. Alle 14 Verdelli viene convocato dalla proprietà che gli comunica il licenziamento. Il timing di tutta la vicenda la rende davvero la trama di un giallo. In cui gli intimidatori ovviamente conoscevano l’importanza della data e delle intenzioni della società. Questa, peraltro, non si era mai messa in contatto con Verdelli, né per manifestargli solidarietà, né per offrirgli aiuto, né si era dimostrata preoccupata per le minacce che colpivano così pesantemente il giornale. E gli ha comunicato il licenziamento volutamente nella forma più sgradevole.
E dire che la gravità delle minacce era talmente cresciuta da convincere il ministero dell’Interno a fare scortare permanentemente Verdelli considerando possibile che qualcuno gli sparasse; a far sì che il Consiglio d’Europa chiedesse a Roma spiegazioni su come fosse ammissibile che il direttore di un importante quotidiano fosse costretto a girare sotto scorta. A spingere Sergio Mattarella a definire le minacce contro di lui “indegne di una democrazia”.
La polizia sta indagando e tutti sperano che presto scopra chi erano/sono gli autori delle minacce – iniziate da una polemica su un titolo di Repubblica dedicato a Matteo Salvini – e quindi comunichi a Verdelli che il pericolo è passato. Se non dovesse succedere, sarebbe davvero molto grave; comunque, saremmo ancora un gradino sopra l’Arabia Saudita, Malta, Turchia, Russia, Egitto nel campo del trattamento dei giornalisti scomodi.
Dal 23 aprile del 2020 il panorama dell’editoria italiana è comunque cambiato. Tutti i commenti lodano la sveltezza e la determinazione con cui Exor ha condotto l’operazione, addirittura in mezzo al disastro della pandemia, spuntando un prezzo incredibilmente vantaggioso per il compratore. Tutto il gruppo editoriale (compresa la sua storia, il suo capitale umano, il suo “vecchio giornalismo”) è stato valutato 103 milioni di euro; è stato notato che per quella cifra si sarebbe potuto comprare solo uno dei garretti di Cristiano Ronaldo. Poche proteste; d’altronde, come avrebbe detto Bobi Bazlen, “Ciò che non vuole morire deve crepare”.
Per questi motivi, ho comunicato al Venerdì di Repubblica (il miglior news magazine italiano) che, con molto dispiacere, cesso la mia collaborazione. “Qualcosa è successo”, e non vorrei che fosse dimenticato troppo in fretta.
da qui

scrive Pino Cabras
Appena i nuovi padroni raccolti intorno agli Elkann lo hanno nominato direttore del quotidiano "la Repubblica", Maurizio Molinari ha reso vivide e attuali le più spassose pagine che Paolo Villaggio scriveva mezzo secolo fa sul servilismo aziendale. Molinari ha annunciato infatti la premiazione, ogni lunedì, del miglior giornalista della settimana con una "R" stilizzata e 600 euro lordi in busta paga. Slap. Slurp.
Abbiamo un modesto suggerimento per il prossimo lunedì. Il premio vada al buon Francesco Manacorda, il quale vanta la bontà di un'operazione in cui lo Stato italiano si dovrebbe fare garante di un prestito bancario da 6,5 miliardi in favore di una società controllata da una holding che non paga le tasse all'Italia ma al Regno dei Paesi Bassi, la FCA. Che poi la FCA abbia gli stessi padroni della società di diritto olandese che edita "la Repubblica" è solo uno di quei dettagli che si perdono nella bava.

da qui

Bandiere stanche - Cosimo Filigheddu
Leggo soltanto ora sul “Post” l’articolo dove qualche giorno fa Enrico Deaglio spiegava i motivi per i quali ha interrotto la collaborazione con Repubblica. Sono riassumibili nel primo capoverso: “Resterà sicuramente negli annali italiani, il 23 aprile 2020. In quel giorno, all’apice dell’epidemia, si è infatti concluso un notevole riassetto dell’informazione italiana. Il gruppo finanziario Exor ha formalizzato la catena di comando che controlla il maggior gruppo giornalistico italiano (Repubblica, Espresso, Stampa, giornali locali, siti web, radio); cardine dell’operazione il licenziamento del direttore di Repubblica Carlo Verdelli”.
Sappiamo tutti che Verdelli era, ed è tutt’ora, nel mirino di un neo fascismo vigliacco e violento che ha persino indotto il ministero dell’Interno a mettere il giornalista sotto scorta e ha suscitato preoccupazione in tutta Europa.
Non ci sono stati grandi proteste contro questa operazione made in Fiat: la Fiat di adesso, della finanza, non più la grande Fiat dell’economia industriale, quella di un tempo, più o meno assistita ma comunque grande incubatrice di lavoro italiano.
Direi anzi che la protesta più clamorosa è stata quella di Deaglio. Poi nella categoria dei giornalisti c’è stata una diffusa rassegnazione alla potenza di questo formidabile gruppo editoriale che si è sostituito all’anima del vecchio gruppo “Espresso” di Caracciolo, cioè il primo grande editore puro italiano del dopoguerra che fece a pezzi il sistema dell’editoria giornalistica italiana dove l’industria acquisiva i giornali non per fare impresa ma per utilizzarli come strumento di pressione per altri affari.
Il lungo periodo Sir della Nuova Sardegna ne è un esempio, così come lo è del periodo successivo il passaggio del quotidiano nel 1981 a Caracciolo che ne fece uno dei giornali regionali più grandi e belli del Paese. Condizione che La Nuova si è sempre sforzata di conservare anche in seguito a dispetto del mutare degli assetti editoriali e delle generali difficoltà della carta stampata nel mondo.
Pochi ora protestano con forza in difesa di Verdelli e di ciò che rappresenta: perché il giornalismo è debole, la stampa è in crisi, qualsiasi cosa, o quasi, è buona se garantisce mantenimento dei posti di lavoro e versamenti dei contributi previdenziali a un ente pensionistico e assistenziale che resiste ma rispecchia nelle sue condizioni il generale smarrimento della categoria. Pochi vogliono esporsi con questi nuovi padroni la cui determinazione è dimostrata dalla freddezza con la quale si sono liberati di Verdelli, quasi un avviso: badate che noi non abbiamo paura dei vostri mostri sacri.
Ed è per questo che mi chiedo: anche prima che la nuova Fiat mettesse le mani sull’informazione italiana, oltre a Verdelli quanti ne restavano di questi mostri sacri? Quanto sopravviveva lo spirito di gente come Caracciolo che aveva chiuso le porte della stampa alla cultura industriale dei Rovelli e dei Cefis? Forse dovremmo riflettere su questo: quanto la Fiat della finanza abbia trovato facile presa in una situazione dove ormai la bandiera dell’informazione era agitata liberamente ma sempre più stancamente appunto da Verdelli e pochi altri.
Una situazione che mi ricorda quella descritta dalla storica Giuseppina Fois in un saggio che è parte fondamentale del libro curato da Sandro Ruju “La Nuova Sardegna ai tempi di Rovelli”, pubblicato dalla Edes. La professoressa Fois fa del passaggio del giornale da Arnaldo Satta Branca a Nino Rovelli un’analisi forse unica nel suo disincanto scientifico e nella coraggiosa denuncia di una condizione che la memorialistica sarda ha spesso mitizzato. E scrive tra l’altro: “La vendita della Nuova Sardegna suscitò preoccupazione e scandalo. Da una parte si denunciò subito la fine traumatica di quella che appariva (e in parte era) una lunga esperienza di indipendenza giornalistica. Dall’altra si segnalò invece, con toni polemici, come il giornale della democrazia sassarese, essendosi inaridita da anni la sua vena originaria anticonformista e pluralista, si fosse per così dire quasi autopredisposto a subire l’aggressione esterna da parte del nuovo potere economico”.
La storica cita un articolo pubblicato su un periodico degli anni Sessanta da uno dei più coerenti e acuti intellettuali sardi, Giuseppe Melis Bassu: “Che cos’è questa bandiera che sta scendendo dal pennone? Che indipendenza è mai quella di un giornale se manca una coerenza ideale, un nerbo di idee, un impegno preciso verso la realtà nuova? Diciamolo ancora una volta, anche se è amaro ripeterlo: nessuna bandiera è stata ammainata, perché nessuna bandiera – da tempo ormai – sventolava su quel pennone”.
Cito Giuseppina Fois perché trovo questa considerazione fondamentale in una eventuale riscrittura della storia della mia città libera da vincoli di quieto vivere e di altri condizionamenti che ritengo abbiano sempre oscurato alcuni suoi aspetti. Quindi una suggestione che magari mi porta esageratamente a ritenere quella bandiera perduta degli anni Sessanta sardi un paradigma del giornalismo della famiglia De Benedetti poi incamerato dagli eredi Agnelli. Forse dovremmo chiederci se già da tempo anche quella bandiera fosse un po’ stanca, pur con i lodevoli sussulti che ogni tanto la facevano agitare al vento dell’informazione guardiana severa dell’operato del potere.

da qui

La “libertà di stampa” e i suoi padroni - Volere la luna
Il traumatico cambio di direzione a Repubblica è un evento la cui portata supera l’ambito del giornalismo, ma investe interamente la democrazia in Italia.
Innanzitutto per il modo in cui è avvenuta. La perentoria, immediata affermazione del diritto della proprietà di imporre al giornale non solo la persona di un direttore ma una linea politica rende manifestamente chiara la drammatica restrizione dello spazio di un possibile giornalismo critico. Il giornale trattato come una qualunque azienda di famiglia: ma nella piena consapevolezza che non è una qualunque, perché è evidente che la decisione di investire su Repubblica si deve all’aspettativa di un immediato ritorno in termini di propaganda.
La scelta della data, poi, è addirittura indegna. Oscure minacce annunciavano da settimane che il 23 aprile sarebbe avvenuta l’esecuzione fisica del direttore Carlo Verdelli: il fatto che si sia scelto proprio quel giorno per celebrarne l’esecuzione professionale lascia semplicemente sconcertati, e apre mille inquietanti interrogativi. In ogni caso è chiaro che si voleva che nella data simbolo del 25 aprile l’editoriale del nuovo direttore annunciasse il ribaltamento di linea.
Perché è questo che è avvenuto. Intendiamoci, da molto tempo la sinistra (per esempio quella che si riconosce in Volere la Luna) non pensa che Repubblica sia un giornale di sinistra. Ma se fino a ieri questa mutazione risultava in opposizione con i valori originali della fondazione del giornale, e rappresentava dunque una contraddizione evidente, da oggi quei valori sono stati ufficialmente cestinati. Se qualcuno avesse avuto dubbi, lo legga, quel primo editoriale. Parole vuote e generiche sulla Liberazione, lingua da burocrate aziendale (si annunciano «contenuti competitivi»), un giudizio desolante sulle diseguaglianze (che sarebbero «uno stato d’animo», frutto del «salto tra rivoluzione industriale e rivoluzione digitale»), invocazione finale all’avvento di «una nuova generazione di leader» che interpreti «l’urgenza del fare». Un testo che – per toni e contenuti – appartiene alla cultura di una destra conservatrice di establishment. Un testo che potrebbe benissimo essere un discorso del Berlusconi del 1994.
La scelta di Maurizio Molinari cambia, è evidente, il campo di Repubblica. Il nuovo direttore, uomo fidato di casa Agnelli, è un convinto atlantista, sostenitore della “missione americana” incarnata dal George W. Bush del dopo 11 Settembre. Un ossequioso difensore del blocco di interessi dell’oligarchia nazionale, e in particolare torinese, come apparve in modo perfino imbarazzante all’indomani della manifestazione delle Madamine per il Tav, celebrata dalla Stampa diretta da Molinari con toni da regime totalitario. Memorabile l’editoriale del direttore che vedeva in quella piazza organizzata da pezzi della borghesia torinese, organizzazioni confindustriali e vecchi berlusconiani «un’Italia di donne e uomini, famiglie etero e gay, impiegati e operai, studenti, pensionati ed artigiani che non ama gridare ma fare». Questo il pantheon ideale di quella piazza, e del nuovo, plaudente, direttore di Repubblica: «i simboli di Torino: la gigantografia di Cavour, i cartelli sui piemontesi europei, gli applausi per Pininfarina e Marchionne, il canto finale dell’inno di Mameli e una piazza senza neanche una carta in terra quando la folla se ne va. Con la schiena diritta».
Ecco, la “schiena diritta” è qualcosa che non ci si dovrà aspettare, nella direzione che nasce. Molinari viene promosso a dirigere Repubblica nonostante che a lui si debba il seppellimento della Stampa: presa a 244.000 copie di tiratura e 146.000 vendute e lasciata a 160.000 di tiratura e 89.000 vendute. E nonostante alcune macchie imbarazzanti (per un direttore che dovrebbe essere in grado di denunciare le mende della tutt’altro che impeccabile classe dirigente italiana): come per esempio l’esteso plagio del suo libro Il Califfato del terrore. Perché lo Stato Islamico minaccia l’Occidente.
Ora, è piuttosto evidente che se, nonostante ciò, Molinari ascende alla guida di Repubblica è perché da lui non si attende successo editoriale o originalità di giornalismo: ma obbedienza ai padroni. E questa è una pessima notizia per tutti noi, anche per quelli che da anni hanno smesso di leggere Repubblica.
da qui

Alcuni articoli:
https://www.lordinenuovo.it/2020/05/21/cosi-i-lavoratori-pagheranno-di-nuovo-i-dividendi-della-fiat/
http://www.strisciarossa.it/quei-direttori-del-giornale-unico-di-john-elkann-e-quel-dividendo-straordinario-di-fca/
https://fortebraccionews.wordpress.com/2020/05/22/paradisi-fiscali-vasco-rossi-sfotte-gli-agnelli-la-mia-residenza-in-italia-e-scolpita-nella-pietra/
https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/17886-redazione-contropiano-il-dittatore-dello-stato-libero-di-repubblica.html
https://www.professionereporter.eu/2019/12/elkann-sbarca-a-repubblica-e-stampa-un-proclama-due-mosse-una-ritirata/
https://sbilanciamoci.info/elkann-exor-prendi-i-soldi-e-scappa/?spush=cGtkaWNrQGZhc3RtYWlsLml0 Guglielmo Ragozzino
https://www.internazionale.it/notizie/roberta-carlini/2020/05/19/fca-prestito-italia  Roberta Carlini


L’intera redazione dei Cahiers du Cinéma si è licenziata per protestare contro la nuova proprietà
Édito n°764 – mars 2020
The End - Stéphane Delorme

Le 31 janvier, un conglomérat de producteurs et d’hommes d’affaires a acheté les Cahiers du cinéma. Les lecteurs n’ont peut-être pas pris connaissance des nouveaux actionnaires, dont la liste est publique. Parmi les vingt noms, côté producteurs, Pascal Caucheteux (Audiard, Desplechin), Toufik Ayadi et Christophe Barral (Les Misérables), Marie Lecoq et Frédéric Jouve (les films de Rebecca Zlotowski), Marc du Pontavice (J’ai perdu mon corps), Pascal Breton (la série Marseille). Côté hommes d’affaires : Grégoire Chertok (banque Rothschild), Éric Lenoir (le mobilier urbain Seri), Reginald de Guillebon (Le Film français, Première), et la «love money» de Xavier Niel (Free), Marc Simoncini (créateur de Meetic), Stéphane Courbit (Banijay, producteur de contenus audiovisuels), Frédéric Jousset (Beaux-arts), Alain Weill (BFM).
La rédaction dans son ensemble a décidé de quitter les Cahiers du cinéma. Les journalistes salariés prennent la clause de cession, droit de conscience qui protège les journalistes lors d’un changement de propriétaire. Une telle décision est déchirante pour nous, et inédite dans l’histoire de la revue.
C’est d’abord une question de principe. Nous refusons de travailler sous l’égide de producteurs, ce qui pose un risque de conflit d’intérêts immédiat. Le fait même que des producteurs possèdent la revue brouillera la réception des films et créera une suspicion légitime. La nomination prochaine au poste de directrice générale de Julie Lethiphu, actuelle déléguée générale de la SRF (Société des réalisateurs de films), lobby actif et influent, n’a fait qu’aviver nos craintes. Nous ne voulons pas devenir la vitrine du cinéma d’auteur français.
Les actionnaires ont annoncé à leur arrivée la création d’une charte d’indépendance. Or la communication brutale dans la presse (Les Échos et Télérama) l’a immédiatement bafouée. On nous annonce la création d’une revue «chic», «conviviale» et «recentrée sur le cinéma français». Il va sans dire que les Cahiers n’ont jamais été aucun des trois. Les Cahiers se sont toujours moqués du chic et du toc. Ils n’ont jamais été une plateforme de débats pour/contre : la santé des Cahiers, c’est leur virulence, quand on sait dur comme fer qu’elle est au service de la défense d’idées, de passions et de convictions. Les Cahiers ont toujours été ouverts sur le monde. Et l’équipe a été très attentive au cinéma français depuis onze ans mais sans doute ce n’est pas le bon cinéma français que nous avons défendu. Il faut recentrer les excentriques. On nous affaiblit en minimisant les chiffres de vente, alors que, malgré une absence sévère de moyens, les Cahiers se maintiennent dans le contexte de l’effondrement de la presse, terminant même 2019 avec une progression des ventes en kiosque. Dernier message alarmant : les Cahiers sont envisagés comme une marque qui devrait «faire des événements autour de marques». Et les actionnaires de nous intimer sans ambages : «Il leur appartient de marquer leur adhésion ou non à notre projet.» On croirait entendre : «Parce que c’est notre projet !» Eh bien nous le refusons.
Les lecteurs savent aussi que les Cahiers ont affiché leurs prises de position politiques, qu’ils ne séparent pas de leurs prises de position esthétiques : contre le traitement médiatique des gilets jaunes, contre la nomination de Franck Riester, le pass Culture (piloté par Frédéric Jousset, nouvel actionnaire) ou Parcoursup, bref contre la présidence Macron. Voir apparaître les noms de Rothschild, BFM, Niel, Simoncini pose question : pourrait-on rester aussi libres de nos mouvements ? Arrive tout simplement aux Cahiers ce qui arrive à tous les titres de presse, le rachat par des millionnaires proches du pouvoir, souvent venus des télécoms afin de préparer la transition numérique et le flux des contenus. Personne d’autre ne s’intéresse-t-il au sort de la presse ? Richard Schlagman, le précédent propriétaire, venait de l’édition d’art (Phaidon) et garantissait notre indépendance, nous protégeant de toute influence des milieux parisiens.
Les propriétaires n’ont de toute façon pas fait mystère de leur volonté de changer de rédacteur en chef et d’équipe dans le Tout-Paris, qui visiblement se pose moins de questions déontologiques que nous et s’excite à l’idée de prendre la place, ou de revenir. Ce qui explique le manque de soutien dans la presse. Nous verrons – ou plutôt vous verrez, puisque pour nous la page est tournée – si les Cahiers, à la décidément turbulente histoire, vivront une Restauration ou une Révolution, au sens nouveau monde. Le numéro d’avril en tout cas sera notre dernier.
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Libération naviga da solo. Più indipendente e più povero - Anna Maria Merlo
Nuova svolta per Libération, il quotidiano fondato da Jean-Paul Sartre e Serge July nel ’73, passato dall’estrema sinistra a posizioni social-democratiche, dopo aver attraversato un lungo periodo libertario. Altice Média, il gruppo di Patrick Drahi, imprenditore delle telecom (proprietario di Sfr), dal 2014 nel capitale di Libération, abbandona il controllo diretto del quotidiano e lo cede a una fondazione senza scopi di lucro. Il modello della Fondazione è quello di Médiapart, sito di giornalismo di inchieste su Internet, che aveva guardato al Guardian e al suo Scott Trust. Ma Médiapart, a differenza di Libération, è in attivo (anche se non ha pubblicità), e in crescita di abbonamenti.
QUESTO FONDO, scrive il gruppo Altice in una lettera ai dipendenti, «doterà sostanzialmente Libération» per permettere al giornale di far fronte alle perdite e al debito «fino a quando sarà necessario» e di ottenere «il finanziamento futuro e così garantire l’indipendenza a lungo termine» della testata. Libération è in perdita, 8,9 milioni nel 2018, malgrado una sovvenzione pubblica annuale di quasi 6 milioni di euro, mentre ha accumulato un debito intorno ai 45-50 milioni, la diffusione è intorno alle 70mila copie, con abbonamenti web in netto aumento negli ultimi due anni (moltiplicati per 6).
PER LAURENT JOFFRIN, il direttore che adesso entra nel consiglio di amministrazione del fondo assieme a due uomini di Altice (il direttore generale di Altice Média, Arthur Dreyfuss, e il direttore delle fusioni/acqusizioni del gruppo, Laurent Halimi), «moralmente, eticamente, giornalisticamente è un progresso». La vita di Libération è assicurata, almeno per un po’, e sulla carta il quotidiano non dipenderà più da un imprenditore, come era ormai dal 2005, quando in occasione di un’altra crisi era entrato nella proprietà Edmond de Rothschild. Ma la redazione è perplessa. Molti giornalisti sono stati sorpresi dalla notizia della cessione da parte di Altice e della creazione del fondo, che per statuto sarà aperto a finanziamenti di nuovi «mecenati», mentre eventuali utili dovranno venire versati «in opere caritative».
C’è preoccupazione tra i dipendenti di Libération, che dovranno traslocare in nuovi locali. «Se avesse voluto liberarsi del giornale, avrebbe potuto vendere, da due anni abbiamo offerte, Drahi mi ha sempre detto di avere un debole per Libération, abbandonarci non sarebbe buono per la sua immagine», spera Joffrin. La redazione ha chiesto «garanzie giuridiche, finanziarie e sociali, in particolare sulla dotazione e sull’occupazione» e vorrebbe venire associata alla gestione del fondo.
IL GRUPPO ALTICE si libera dell’ultima testata di carta stampata che ancora controllava, dopo aver venduto non molto tempo fa il settimanale L’Express, che con la nuova proprietà ha subito un ridimensionamento della redazione. «Seguiamo la stessa strada», temono a Libération. Altice, nei media, si concentra ormai sulla tv (Bfm, Rmc), ma questo settore sta per essere anch’esso riorganizzato e le redazioni temono che ci sia in programma una diminuzione dell’organico (la riorganizzazione in corso a Sfr – telecom – si concluderà con l’allontanamento di un terzo del personale).
Drahi è un uomo d’affari e ha studiato la manovra per la creazione del fondo di Libération senza perdere denaro. Drahi vende il giornale alla Fondazione, per un valore eguale alla dotazione che avrà questo fondo: in sostanza, otterrà importanti sgravi fiscali (una riduzione delle tasse del 60%), così potrà recuperare parte della somma dell’operazione.
LA CARTA STAMPATA sta attraversando in Francia un periodo difficile, aggravato dalla crisi del coronavirus. Venerdì sono state messe in liquidazione giudiziaria le filiali di provincia di Presstalis, il primo distributore francese di quotidiani e riviste. I quotidiani salvano la distribuzione a Parigi, ma 500 sui 910 dipendenti di Presstalis perderanno il lavoro. Ieri, la Cgt ha indetto uno sciopero. Ma il settore è in declino: nel ’95 c’erano ancora 700 depositi di giornali e riviste in Francia, oggi sono solo più 61. Le edicole sono preoccupate, sono rimaste in circa 22mila e il coronavirus sta dando il colpo di grazia a molte. Le vendite di quotidiani e riviste sono diminuite nel periodo di confinamento e molti lettori non torneranno in edicola perché sono passati al web.
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