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mercoledì 1 maggio 2024

Gli Usa e il “metodo Giacarta”: il massacro delle popolazioni come politica estera - Piero Bevilacqua

 

Chi legge il libro di Vincent Bevins, Il metodo Giacarta, La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo (Einaudi, 2021) ne uscirà con una visione rovesciata della storia mondiale dopo il 1945, e con l’animo sconvolto. È successo anche a me, storico dell’età contemporanea, e testimone del mio tempo, a cui tanti fatti e vicende qui raccontate erano noti. L’autore è un prestigioso giornalista americano, che è stato corrispondente del Washington Post, del Los Angeles Times, del Financial Times, ha scritto per il New York Times e tanti altri giornali americani e inglesi. Già questa appartenenza al giornalismo USA, per quel che racconta di gravissimo in danno dei governi del proprio paese, costituisce una prima garanzia di imparzialità e obiettività. D’altra parte non sarebbe la prima volta. Quello dei giornalisti americani che scavano nelle carte segrete e denunciano le malefatte dei loro governanti è un fenomeno non raro, che fa onore a quei professionisti. È sintomatico dell’onestà di fondo dell’animo e della cultura antropologica di gran parte del popolo americano, comunque ormai ampiamente manipolati. È così clamorosa la contraddizione con gli ideali democratici della loro formazione, che non pochi giornalisti, allorché scoprono azioni omicide segrete del loro Stato, sono spinti a una ribellione morale che li porta a intraprendere vaste indagini e a scrivere libri come questi.

Ma l’autorevolezza del Metodo Giacarta si fonda sullo scrupolo scientifico di Bevins, sulla vastità e rilevanza documentaria delle sue fonti, che sono carte desecretate degli archivi americani e di vari paesi del mondo, pubblicazioni di altri studiosi, registrazioni dirette di riunioni segrete, telegrammi, testimonianze rese dai protagonisti e soprattutto dai sopravvissuti ai massacri ecc. Grazie a questi materiali l’autore ci fa entrare spesso direttamente nel tabernacolo del potere americano, facendoci assistere a conversazioni inquietanti, come quella del 1963, in cui John Kennedy ordina agli uomini della sua amministrazione, che lo informano sulla condotta non gradita del presidente del Vietnam del Sud, Ngo Dinh Diem: «fatelo fuori». «Diem venne rapito insieme a suo fratello. I due vennero uccisi a colpi i pistola e a pugnalate nel retro di un furgone blindato». E non meno sconcertanti sono le informazioni che si ricevono su personaggi ai quali, ad esempio, è andata per decenni la nostra simpatia umana e politica. Non si può rimanere indifferenti quando si apprende che dopo il fallito tentativo USA di invadere Cuba alla Baia dei Porci, nel 1961, Robert Kennedy «suggerì di far esplodere il consolato americano per giustificare l’invasione».

Ma in che cosa consiste il rovesciamento della storia ufficiale, da tutti accettata, degli ultimi 70-80 anni di storia mondiale? In breve, a partire dal dopoguerra, gli USA mettono in atto una strategia sempre più perfezionata per controllare e dominare economicamente e militarmente il maggior numero possibile dei paesi che si stavano liberando del colonialismo della Gran Bretagna, della Francia e dell’Olanda. Giova ricordare che in quei paesi, quasi ovunque, si affermano in quegli anni forze politiche nazionaliste che tentano di recuperare e gestire le proprie risorse, con processi di nazionalizzazione, ad esempio delle compagnie petrolifere (come fa in Indonesia il presidente Sukarno), delle miniere, delle piantagioni ecc. A queste riforme di solito si accompagnano programmi di alfabetizzazione della popolazione, costruzione di scuole pubbliche, distribuzione delle terre ai contadini, riforme agrarie. Tali strategie riformatrici di governi che intendono affacciarsi allo sviluppo economico dopo la guerra, seguono una politica equidistante tra Washington e Mosca, anche se talora sono appoggiati dai partiti comunisti nazionali. Ma essi sono guardati con sospetto e ostilità dagli USA che tramano segretamente per il loro rovesciamento. Talora è proprio la scoperta di tale ostilità che porta i dirigenti nazionalisti a guardare con favore e a chiedere appoggio a Mosca o a diventare comunisti, come accadde a Fidel Castro, dopo la fallita invasione americana di Cuba nel 1961.

Spesso a dare il via ai progetti dei colpi di stato sono le pressioni sulle amministrazioni americane delle compagnie petrolifere, o dei grandi proprietari terrieri, che vedono anche semplicemente contrastato il loro vecchio modello di sfruttamento coloniale delle risorse locali. Nel 1954 in Guatemala è il caso della United Fruit Company, sospettata di frodare il fisco. La pretesa del Governo guatemalteco di far rispettare gli obblighi fiscali alla ditta monopolista costò cara al Guatemala. Dopo due falliti colpi di Stato, «la Cia piazzò casse di fucili con l’effige della falce e del martello in modo che fossero “scoperti” e costituissero la prova della infiltrazione dei sovietici». Da li cominciò l’ingerenza armata degli USA, con varie vicende e campagne di terrorismo psicologico, di diffamazione dei comunisti come agenti di Mosca, a cui qui non possiamo neppure accennare. Il colpo di Stato si concluse con l’insediamento di Castillo Armas, il favorito degli USA. «In Guatemala tornò la schiavitù. Nei primi mesi del suo governo, Castillo Armas istituì il Giorno dell’anticomunismo e catturò e uccise dai tre ai cinquemila sostenitori di Arbenz» (il presidente deposto, che aveva avviato la riforma agraria).

Qui davvero è impossibile dar conto delle trame ingerenze messe in atto da tutte le amministrazioni USA degli ultimi 70 anni per controllare i paesi che uscivano dalle antiche colonizzazioni europee, spesso con l’aiuto del Regno Unito, maestro secolare di dominio coloniale, che in tanti casi rese onore alla sua tradizione sanguinaria. Lo fecero spesso con colpi di Stato poche volte falliti, ma spesso ripetuti fino al finale cambio di regime: in Iran (1953), Guatemala (1954), Indonesia (1958 e 1965), Cuba (1961), Vietnam del Sud (1963), Brasile (1964), Ghana (1966), Cile (1973) e un numero incalcolabile di sabotaggi, uccisioni, condizionamenti delle politiche del vari governi. Senza mettere nel conto la guerra contro il Vietnam, scatenata con il falso pretesto dell’“incidente del Tonchino”, che provocò 3 milioni di morti, oltre ai vasti bombardamenti con gli elicotteri dei villaggi contadini «in Cambogia e Laos [dove] ne morirono molti di più». Ricordo che dopo il colpo di stato in Brasile non ci furono più elezioni per 25 anni e la violenta dittatura di Suharto, in Indonesia, durò 32 anni.

Gli strumenti di queste politiche erano – come scrive lapidariamente Bevins – «esercito e finanza». I capi di tanti eserciti nazionali si erano formati spesso nelle scuole militari degli USA, e comunque venivano corrotti da ingenti finanziamenti americani, donazioni e vendite di armi, manovrati dalla Cia. In tante realtà si creò una scissione tra i governi indipendenti, che spesso venivano economicamente strozzati dai sabotaggi commerciali e finanziari, e i sistematici finanziamenti segreti forniti agli eserciti. Ma il cemento ideologico più determinante, e forse in assoluto la leva più potente che rese possibile l’intero progetto, fu la propaganda anticomunista, con tutto il repertorio di orrori fasulli di cui venivano ritenute responsabili le forze che vi si ispiravano. La minaccia del comunismo, oltre ad essere una formidabile arma di controllo sociale interno dei gruppi dirigenti americani, fu il fondamento psicologico e culturale, potremmo definirlo egemonico, su cui i vari golpisti riuscirono a coinvolgere nei massacri anche pezzi di popolazione civile. Uno strumento di persuasione di massa reso possibile dal fatto che in quasi tutti i paesi “attenzionati” dagli USA, la stampa era in mano ai grandi proprietari terrieri, o alle compagnie petrolifere, ostili alle riforme agrarie e alle nazionalizzazioni, in grado di imbastire campagne di falsificazione su larga scala, fondate su racconti di storie inventate, riprese dalle radio, talora trasformati in film e documentari.

Che cosa è il Metodo Giacarta? In breve. L’Indonesia, il quarto paese più popoloso del pianeta, che ospitava il terzo più grande Partito comunista del mondo (PKI), sostenuto da milioni di militanti, non poteva restare indipendente. Dopo vari tentativi falliti, uno riuscì e fu il più sanguinoso dei piani messi in atto dagli USA. Il pretesto definitivo fu un oscuro episodio ancora oggi non chiarito. Alcuni militari sequestrarono cinque generali dell’esercito indonesiano che poi furono trovati uccisi. Fu lanciata allora una campagna su larga scala di terrore psicologico, attraverso la stampa, la radio, i comizi. Venne sparsa la voce che i cinque uomini fossero stati oggetto di sevizie, mutilati dei genitali e poi massacrati, mentre alcune donne danzavano nude intorno a loro, svolgendo riti satanici. Nel 1987, quando tutto era ormai dimenticato, venne alla luce che la storia era un falso, i generali, secondo l’autopsia fatta eseguire allora da Suharto, il golpista a servizio degli USA che estromise il presidente Sukarno, aveva rivelato che erano tutti morti per colpi di arma da fuoco, eccetto uno, ucciso da una lama di baionetta, probabilmente durante il sequestro nel suo appartamento. Quel che seguì a Giacarta e in tutte le isole dell’arcipelago, dopo quella provocazione e quella campagna di caccia ai terroristi comunisti, è difficile da immaginare e da raccontare: «Le persone non venivano ammazzate nelle strade, non venivano giustiziate ufficialmente, le famiglie non erano sicure che fossero morte: venivano arrestate e poi scomparivano nel cuore della notte». Solo giorni dopo, come si vide ad esempio nel fiume Serayu, «gli omicidi di massa divennero evidenti: i corpi ammassati erano così tanti da ostacolare il corso del fiume e il tanfo che emanavano era orribile». In proporzione agli abitanti, l’isola che che subì la quota maggiore di uccisioni fu Bali, il 5% della popolazione, oltre 80 mila persone finite a colpi di machete. Non andò bene alle indonesiane: «Circa il 15% delle persone prese prigioniere furono donne. Vennero sottoposte a violenze particolarmente crudeli e di genere», ad alcune «tagliarono i seni o mutilarono i genitali; gli stupri e la schiavizzazione sessuale erano diffusi ovunque». Alla fine i morti complessivi, secondo calcoli necessariamente sommari, si aggirarono tra 500 mila e 1 milione di persone, mentre un altro milione venne rinchiuso nei campi di concentramento. Il PKi, cui non poté essere addebitata nessuna sommossa o violenza, venne sterminato. A compiere i massacri furono i militari indonesiani, le squadre armate dei proprietari terrieri, bande di persone comuni assoldate o sobillate dalla propaganda. «Le liste delle persone da uccidere non furono fornite all’esercito indonesiano soltanto dai funzionari del governo degli Stati Uniti: alcuni dirigenti di piantagioni di proprietà americana diedero i nomi di sindacalisti e comunisti “scomodi” che poi furono uccisi». Più tardi il Tribunale internazionale del Popolo per il 1965 convocato all’Aja nel 2014, dichiarò i militari indonesiani colpevoli di crimini contro l’umanità, e stabili che il massacro era stato realizzato allo scopo di distruggere il Partito comunista e «sostenere un regime dittatoriale violento» e che esso venne realizzato con il supporto degli USA, del Regno Unito e dell’Australia. Dopo il 1965 il Metodo Giacarta venne teorizzato da molti dirigenti filoamericani dell’Asia e dell’America Latina e usato anche come parola d’ordine con cui venivano terrorizzati i dirigenti comunisti e i politici nazionalisti che proponevano riforme e nazionalizzazioni. Venivano minacciati facendo circolare la voce: «Giacarta sta arrivando» .

Alcune considerazioni per concludere. Noi conosciamo da tempo molte delle operazioni, spesso ben documentate, condotte dagli USA in giro per il mondo almeno a partire dal dopoguerra. Nel voluminoso William Blum, Il libro nero degli Stati Uniti (Fazi, 2003, ed. orig. Killing Hope. U.S. Military and CIA Interventions Sine World War II, 2003, che meglio rispecchia contenuto del volume e intenzioni dell’autore), se ne trova, da oltre 20 anni, un repertorio vastissimo e di impeccabile serietà storiografica. Ma il libro di Bevins ha qualcosa in più. Esso non mostra soltanto come gli USA abbiano condotto una politica estera fondata sulla violazione sistematica del diritto internazionale, spesso calpestando il diritto alla vita di milioni di persone. Non è solo questo, che sarebbe sufficiente per illuminare di luce meridiana le ragioni dell’attuale “disordine” mondiale. Il Medoto Giacarta mostra che cosa ha prodotto quella guerra segreta, che ha impedito l’emancipazione dei popoli usciti dal dominio coloniale e la nascita di un terzo polo mondiale dei paesi cosiddetti “non allineati”: cioè equidistanti rispetto a Washington e Mosca. Il grande progetto di mutua cooperazione avviato con la Conferenza di Bandung nel 1955, di cui Sukarno era stato uno dei protagonisti, si dissolse. I paesi del Sud del mondo vennero ricacciati nella loro subalternità che in tanti casi si è protratta fino quasi ai nostri giorni.

Perciò Bevins può scrivere, alludendo ai colpi di stato in Brasile e Indonesia: «La cosa più sconvolgente, e la più importante per questo libro, è che i due eventi in molti altri paesi portarono alla creazione di una mostruosa rete internazionale volta allo sterminio di civili – vale a dire al loro sistematico omicidio di massa – e questo sistema ebbe un ruolo fondamentale nel costruire il mondo in cui viviamo oggi». È, infatti, il nostro tempo che questo libro rende comprensibile. Alla luce di quanto accaduto, le guerre intraprese dagli USA, da soli o con la Nato, ispirate alla retorica delle lotta al terrore o all’esportazione della democrazia, in Jogoslavia, Afganistan, Iraq, Libia, Siria e ora in Ucraina, non sono una svolta aggressiva della politica estera USA nel nuovo millennio, ma la continuazione coerente del perseguimento del proprio dominio globale, da mantenere con ogni possibile mezzo.

da qui

giovedì 19 ottobre 2023

Perché i nostri movimenti di massa popolari falliscono - Chris Hedges


Dal 2010 fino alla pandemia globale del 2020 ci sono stati dieci anni di rivolte popolari. Queste rivolte hanno scosso le fondamenta dell’ordine globale. Hanno denunciato la dominazione delle corporation, i tagli delle politiche di austerità e chiesto giustizia economica e diritti civili. Ci sono state proteste a livello nazionale negli Stati Uniti incentrate sugli accampamenti Occupy durate 59 giorni. Ci sono state sollevazioni popolari in Grecia, Spagna, Tunisia, Egitto, Bahrein, Yemen, Siria, Libia, Turchia, Brasile, Ucraina, Hong Kong, Cile, la Rivoluzione delle candele della Corea del  Sud. Politici screditati furono cacciati dalle loro cariche in Grecia, Spagna, Ucraina, Corea del Sud, Egitto, Cile e Tunisia. Le riforme, o almeno la loro promessa, ha dominato il discorso pubblico. Sembrava annunciare una nuova era.

Poi la reazione negativa. Le aspirazioni dei movimenti popolari furono schiacciate. Il controllo statale e la disuguaglianza sociale si espansero. Non c'è stato alcun cambiamento significativo. Nella maggior parte dei casi le cose sono peggiorate. L’estrema destra è emersa trionfante.

Quello che è successo? In che modo un decennio di proteste di massa che sembravano annunciare l’apertura democratica, la fine della repressione statale, l’indebolimento del dominio delle multinazionali e delle istituzioni finanziarie e un’era di libertà si sono trasformati in un ignominioso fallimento? Che cosa è andato storto? Come hanno fatto gli odiati banchieri e politici a mantenere o riprendere il controllo? Quali sono gli strumenti efficaci per liberarci dal dominio aziendale?

Vincent Bevins nel suo nuovo libro “If We Burn: The Mass Protest Decade and the Missing Revolution” racconta come abbiamo fallito su diversi fronti.

I “tecno-ottimisti” che predicavano che i nuovi media digitali fossero una forza rivoluzionaria e democratizzante non prevedevano che governi autoritari, aziende e servizi di sicurezza interna avrebbero potuto sfruttare queste piattaforme digitali e trasformarle in motori di sorveglianza all’ingrosso, censura e veicoli di propaganda e disinformazione. Le piattaforme di social media che hanno reso possibili le proteste popolari si sono rivolte contro di noi.

Molti movimenti di massa, poiché non sono riusciti a implementare strutture organizzative gerarchiche, disciplinate e coerenti, non sono stati in grado di difendersi. Nei pochi casi in cui i movimenti organizzati hanno raggiunto il potere, come in Grecia e in Honduras, i finanzieri e le multinazionali internazionali hanno cospirato per riconquistare spietatamente il potere. Nella maggior parte dei casi, la classe dominante ha rapidamente riempito i vuoti di potere creati da queste proteste. Hanno offerto nuovi marchi per riconfezionare il vecchio sistema. Questo è il motivo per cui è stata nominata la campagna di Obama del 2008 ‘Venditore dell'anno’ secondo Advertising Age. Ha ottenuto il voto di centinaia di operatori di marketing, capi di agenzie e fornitori di servizi di marketing riuniti alla conferenza annuale dell'Association of National Advertisers. Ha battuto i secondi classificati Apple e Zappos.com. I professionisti lo sapevano. Il marchio Obama era il sogno di ogni operatore di marketing.

Troppo spesso le proteste somigliavano a flash mob, con persone che si riversavano negli spazi pubblici creando uno spettacolo mediatico, invece di impegnarsi in uno sconvolgimento sostenuto, organizzato e prolungato del potere. Guy Debord  coglie l’inutilità di questi spettacoli/proteste nel suo libro “ La società dello spettacolo”, sottolineando che l’età dello spettacolo significa che coloro che sono estasiati dalle sue immagini sono “modellati secondo le sue leggi”. Anarchici e antifascisti, come quelli del black bloc, spesso rompevano finestre, lanciavano sassi contro la polizia e ribaltavano o bruciavano automobili. Atti casuali di violenza, saccheggi e vandalismo erano giustificati nel gergo del movimento, come componenti di un’insurrezione “feroce” o “spontanea”. Questo “riot porno” ha deliziato i media, molti di coloro che vi si sono impegnati e, non a caso, la classe dirigente che lo ha utilizzato per giustificare ulteriori repressioni e demonizzare i movimenti di protesta. L’assenza di una teoria politica ha portato gli attivisti a utilizzare la cultura popolare, come il film “V per Vendetta”, come punti di riferimento. Gli strumenti molto più efficaci e paralizzanti delle campagne educative di base, degli scioperi e dei boicottaggi sono stati spesso ignorati o messi da parte.

Come aveva capito Karl Marx, “coloro che non possono rappresentare se stessi saranno rappresentati”.

“If We Burn : The Mass Protest Decade and the Missing Revolution” è un’analisi brillante e magistralmente raccontata dell’ascesa dei movimenti popolari globali, degli errori autodistruttivi che hanno commesso, delle strategie che le élite aziendali e dominanti hanno impiegato per mantenere il potere e schiacciare le aspirazioni di una popolazione frustrata, nonché un’esplorazione delle tattiche che i movimenti popolari devono impiegare per reagire con successo.

“Nel decennio delle proteste di massa, le esplosioni nelle strade crearono situazioni rivoluzionarie, spesso per caso”, scrive Bevins. “Ma una protesta è molto poco attrezzata per trarre vantaggio da una situazione rivoluzionaria, e quel particolare tipo di protesta è particolarmente dannoso”.

Gli attivisti esperti intervistati da Bevins fanno eco a questo punto.

“Organizzarsi”, dice a Bevin nel libro Hossam Bahgat, l’attivista egiziano per i diritti umani. “Creare un movimento organizzato. E non abbiate paura della rappresentanza. Pensavamo che la rappresentanza fosse elitarismo, ma in realtà è l’essenza della democrazia”.

Artem Tidva, esponente della sinistra ucraina, è d'accordo.

“Una volta ero più anarchico”, dice Tidva nel libro. “Allora tutti volevano fare un’assemblea; ogni volta che c'era una protesta, sempre un'assemblea. Ma penso che qualsiasi rivoluzione senza un partito laburista organizzato non farà altro che dare più potere alle élite economiche, che sono già molto ben organizzate”.

Lo scrive lo storico Crane Brinton nel suo libro “The Anatomy of Revolution”  che le rivoluzioni hanno precondizioni riconoscibili. Cita il malcontento che colpisce quasi tutte le classi sociali, sentimenti diffusi di intrappolamento e disperazione, aspettative non soddisfatte, una solidarietà unitaria in opposizione a una ristretta élite di potere, un rifiuto da parte di studiosi e pensatori di continuare a difendere le azioni della classe dominante, un’incapacità del governo per rispondere ai bisogni primari dei cittadini, una costante perdita di volontà all’interno della stessa élite al potere e defezioni dalla cerchia ristretta, un isolamento paralizzante che lascia l’élite al potere senza alleati o sostegno esterno e, infine, una crisi finanziaria. Le rivoluzioni iniziano sempre, scrive, avanzando richieste impossibili che, se il governo soddisfacesse, significherebbe la fine delle vecchie configurazioni di potere. Ma, cosa ancora più importante, i regimi dispotici crollano sempre prima a livello interno.

Ma queste forme di controllo interno durante il decennio delle proteste raramente vacillarono. Possono, come in Egitto, rivoltarsi contro le figure di spicco del vecchio regime, ma hanno anche lavorato per indebolire i movimenti popolari e i leader populisti. Hanno sabotato gli sforzi volti a strappare il potere alle multinazionali e agli oligarchi. Hanno impedito o rimosso i populisti dalle cariche. La feroce campagna condotta contro Jeremy Corbyn e i suoi sostenitori quando era alla guida del partito laburista durante le elezioni generali britanniche del 2017 e del 2019, ad esempio, è stata orchestrata da membri del suo stesso partito,  aziende,  opposizione conservatrice, commentatori famosi, una  stampa mainstream  che  amplificato le  calunnie e la diffamazione , dei membri dell'esercito  britannico e dei servizi di sicurezza nazionali. Sir Richard Dearlove, ex capo dell’MI6, il servizio segreto di intelligence britannico, ha pubblicamente avvertì  che il leader laburista rappresenta un “pericolo attuale per il nostro Paese”.

Organizzazioni politiche disciplinate non sono, di per sé, sufficienti, come ha dimostrato il governo greco di sinistra Syriza. Se la leadership di un partito anti-establishment non è disposta a liberarsi dalle strutture di potere esistenti, verrà cooptata o schiacciata quando le sue richieste verranno respinte dai centri di potere regnanti.

Nel 2015, “la leadership di Syriza era convinta che se avesse rifiutato un nuovo piano di salvataggio, i creditori europei si sarebbero piegati di fronte ai disordini finanziari e politici generalizzati”, Costas Lapavitsas, ex deputato di Syriza e professore di economia alla School of Oriental and Studi africani, Università di Londra,  osservò nel 2016.

“I critici ben intenzionati hanno ripetutamente sottolineato che l’euro ha un rigido insieme di istituzioni con una propria logica interna che semplicemente respingerebbero le richieste di abbandonare l’austerità e cancellare il debito”, ha spiegato Lapivistas. “Inoltre, la Banca Centrale Europea era pronta a limitare la fornitura di liquidità alle banche greche, soffocando l’economia – e con essa il governo Syriza”. 

Questo è esattamente quello che è successo. 

“Le condizioni nel paese sono diventate sempre più disperate man mano che il governo ha assorbito le riserve di liquidità, le banche si sono prosciugate e l’economia si è ripresa a malapena”, ha scritto Lapivistas. “Syriza è il primo esempio di un governo di sinistra che non semplicemente ha mancato di mantenere le sue promesse, ma ha anche adottato in blocco il programma dell’opposizione”.

Non essendo riuscita a ottenere alcun compromesso dalla Troika – Banca Centrale Europea, Commissione Europea e FMI – Syriza “ha adottato una dura politica di surplus di bilancio, ha aumentato le tasse e ha svenduto le banche greche a fondi speculativi, ha privatizzato aeroporti e porti, e sta per tagliare drasticamente pensioni. Il nuovo piano di salvataggio ha condannato una Grecia impantanata nella recessione al declino a lungo termine poiché le prospettive di crescita sono scarse, i giovani istruiti stanno emigrando e il debito nazionale pesa”, ha scritto.

“Syriza ha fallito non perché l’austerità sia invincibile, né perché un cambiamento radicale sia impossibile, ma perché, disastrosamente, non è stata disposta e impreparata a lanciare una sfida diretta all’euro”, ha osservato Lapavitsas. “Il cambiamento radicale e l’abbandono dell’austerità in Europa richiedono un confronto diretto con l’unione monetaria stessa”. 

Il sociologo iraniano-americano  Asef Bayat, che secondo Bevins ha vissuto sia la rivoluzione iraniana del 1979 a Teheran che la rivolta del 2011 in  Egitto, distingue tra condizioni soggettive e oggettive per le rivolte della primavera araba scoppiate nel 2010. I manifestanti potrebbero essersi opposti al movimento neoliberista politiche, ma sono anche state modellate, sostiene, dalla “soggettività” neoliberista.

“Le rivoluzioni arabe mancavano del tipo di radicalismo – nella prospettiva politica ed economica – che ha caratterizzato la maggior parte delle altre rivoluzioni del ventesimo secolo”,  scrive Bayat  nel suo libro “Rivoluzione senza rivoluzionari: dare un senso alla primavera araba”. “A differenza delle rivoluzioni degli anni ’70 che sposavano un potente impulso socialista, antimperialista, anticapitalista e di giustizia sociale, i rivoluzionari arabi erano più preoccupati dalle questioni generali dei diritti umani, della responsabilità politica e della riforma legale. Le voci prevalenti, sia laiche che islamiste, davano per scontati il libero mercato, i rapporti di proprietà e la razionalità neoliberista – una visione del mondo acritica che avrebbe prestato solo un’adesione formale alle autentiche preoccupazioni delle masse per la giustizia sociale e la distribuzione.

Come scrive Bevins, “una generazione di individui cresciuti per vedere tutto come se fosse un’impresa commerciale si è de-radicalizzata, è arrivata a considerare questo ordine globale come ‘naturale’ ed è diventata incapace di immaginare cosa serva per realizzare una vera rivoluzione”.

Steve Jobs, l'amministratore delegato di Apple, è morto nell'ottobre 2011 durante l'accampamento Occupy a Zuccotti Park.

Le rivolte popolari, scrive Bevins, “hanno fatto un ottimo lavoro nel creare buchi nelle strutture sociali e creare vuoti politici”. Ma i vuoti di potere in Egitto furono rapidamente riempiti dai militari. In Bahrein, dall’Arabia Saudita e dal Consiglio di Cooperazione del Golfo e a Kiev, da un “insieme diverso di oligarchi e nazionalisti militanti ben organizzati”. In Turchia è stato infine ricoperto da Recep Tayyip Erdogan. A Hong Kong era Pechino.

“La protesta di massa strutturata orizzontalmente, coordinata digitalmente e senza leader è fondamentalmente illeggibile”, scrive Bevins. “Non puoi fissarlo o fargli domande e trovare un’interpretazione coerente basata sull’evidenza. Puoi mettere insieme fatti, assolutamente: milioni. Semplicemente non sarai in grado di usarli per costruire una lettura autorevole. Ciò significa che il significato di questi eventi verrà loro imposto dall’esterno. Per capire cosa potrebbe accadere dopo ogni esplosione di protesta, non bisogna prestare attenzione solo a chi sta aspettando dietro le quinte per riempire un vuoto di potere. Bisogna prestare attenzione a chi ha il potere di definire la rivolta stessa”.

In breve, dobbiamo contrapporre il potere organizzato al potere organizzato. Questa è una verità che tattici rivoluzionari come Vladimir Lenin, che considerava controproducente la violenza anarchica , capirono. La mancanza di strutture gerarchiche nei recenti movimenti di massa, fatta per prevenire un culto della leadership e assicurarsi che tutte le voci siano ascoltate, pur essendo nobili nelle sue aspirazioni, rende i movimenti facili prede. Quando, ad esempio, Zuccotti Park contava centinaia di persone che partecipavano alle Assemblee Generali, la diffusione di voci e opinioni significava paralisi. 

“Senza una teoria rivoluzionaria non può esserci movimento rivoluzionario”,  scrive Lenin.

Le rivoluzioni richiedono organizzatori esperti, autodisciplina, una visione ideologica alternativa, arte e educazione rivoluzionarie. Richiedono interruzioni prolungate del potere e, soprattutto, di leader che rappresentino il movimento. Le rivoluzioni sono progetti lunghi e difficili che richiedono anni per essere realizzati, corrodendo lentamente e spesso impercettibilmente le fondamenta del potere. Le rivoluzioni di successo  del passato, insieme ai loro teorici, dovrebbero essere la nostra guida, non le immagini effimere che ci incantano sui mass media. 

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