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martedì 9 marzo 2021

Giannini nuovo capo della polizia : il suo ruolo nell'”ampio depistaggio” sulla morte di Ilaria Alpi - Antonio Musella


 

Nel 1998 il neo capo della Polizia Lamberto Giannini ebbe un ruolo centrale nell’arresto e nell’incriminazione di Hashi Omar Hassan, il cittadino somalo accusato ingiustamente dell’omicidio dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Fu tenuto in carcere per 17 anni sulla base di alcune testimonianze anomale raccolte proprio da Giannini. Per il Tribunale di Perugia, che assolse il somalo nel 2016, si trattò di “un depistaggio di ampia portata”.

 

C'è un buco nero nell'illustre curriculum del nuovo capo della polizia Lamberto Giannini, nominato dal consiglio dei ministri. Già capo della Digos di Roma negli anni più caldi delle contestazioni ai governi di Silvio Berlusconi, Giannini è stato per diversi anni direttore generale della pubblica sicurezza. Ma il nome del nuovo capo della polizia appare nelle trame di uno dei misteri più tristi e terribili del nostro paese, il caso dell'omicidio dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, avvenuto  Mogadiscio il 20 marzo del 1994. Per quel delitto, ingiustamente ha scontato 17 anni di carcere il cittadino somalo Hashi Omar Hassan, la cui innocenza, sin da subito, venne sostenuta anche dalla famiglia di Ilaria Alpi. Dopo una lunga detenzione Hassan fu assolto, rimesso in libertà e indennizzato per il lungo periodo di detenzione ingiusta nell'ottobre del 2016. I giudici del tribunale di Perugia nelle motivazioni della sentenza scrissero che si trattava di "un depistaggio di ampia portata".

 

Ma cosa c'entra Lamberto Giannini con l'arresto e la detenzione ingiusta di Hassan e con il caso Ilaria Alpi? Lo stesso somalo, pochi giorni prima della sentenza di assoluzione raccontò a Fanpage.it come fosse stato incastrato dall'ex ambasciatore italiano in Somalia, Giuseppe Cassini, dall'intermediario somalo Ahmed Washington e da Ali Ahmed Rage detto Gelle che fu pagato, come lui stesso ammise molti anni dopo, per accusare Hassan di essere un membro del commando che uccise Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. La trappola nei confronti di Hassan scattò nel 1998 ed è qui che ritroviamo il ruolo di Lamberto Giannini. "Fui chiamato a testimoniare alla commissione parlamentare sui crimini dei soldati italiani in Somalia, era il 1998 e venni a Roma – raccontò Hassan nella sua intervista a Fanpage.it – subito dopo la mia audizione fui fermato dalla Digos di Roma" che all'epoca era diretta proprio da Lamberto Giannini. "La Digos mi portò in un ufficio insieme a quello che era stato l'autista di Ilaria Alpi in Somalia, subito dopo mi dissero che ero accusato dell'omicidio dei giornalisti – ricorda Hassan – a condurre l'interrogatorio fu Giannini". Sempre il neo capo della polizia aveva raccolto anche la testimonianza Sid Abdi, l'autista di Alpi e Hrovatin. Come si legge anche nella sentenza del Tribunale di Perugia, Abdi in un primo momento disse di non riconoscere in Hashi Omar Hassan uno degli uomini del commando che uccise i giornalisti, ma dopo una pausa di due ore e mezzo messa a gli atti come necessaria per la cena del teste, Abdi cambiò completamente versione accusando Hassan di essere autore dell'omicidio. Fu Giannini a raccogliere la "grande" quanto anomala accusa ad Hassan. Come raccontò lo stesso Hassan a Fanpage.it nel 2016: "L'autista restò in Italia fino a quando il mio processo non divenne definitivo, poi è tornato in Somalia e misteriosamente dopo 8 giorni è morto". Prima però riuscì a parlare con dei giornalisti locali: "Disse che avevano pagato anche lui per accusarmi, per questo lo avevano portato in Italia". L'altro grande accusatore, Gelle, subito dopo la deposizione alla Digos di Roma diretta da Giannini, fuggì all'estero, in Inghilterra, dove poi fu trovato nel 2016 dai giornalisti di "Chi l'ha visto?" ed ammise di essere stato pagato per accusare Hassan. I processi che portarono alle condanne in primo e secondo grado di Hashi furono viziati secondo i giudici di Perugia, che assolsero Hassan, dal fatto che "né la polizia somala, né il SISDE, né i Carabinieri italiani presenti a Mogadiscio avevano svolto effettive indagini e i loro rapporti relativi ai moventi del duplice omicidio sono definiti fantasiosi e senza alcuna indicazione nelle fonti"…

continua qui


mercoledì 20 giugno 2018

ricordo di Luciana Alpi

qui parla Luciana Alpi




Morta la mamma di Ilaria Alpi. 24 anni senza verità: tutti i dubbi


“Non mi interessa sapere chi ha premuto il grilletto. Io voglio sapere chi li ha mandati, chi li ha pagati per uccidere mia figlia e il suo collega e perché sono dovuto morire”. 

Sono tutti qui, in questa frase, 24 anni di dolore e di lotta di Luciana Alpi, madre di Ilaria Alpi assassinata a Mogadiscio assieme al collega Miran Hrovatin, il 20 marzo 1994Luciana è morta ieri a 85 anni, senza aver potuto sapere la verità sulla morte della figlia. Una grande madre coraggio che fino all’ultimo giorno si è battuta come una leonessa, ma sempre con misura, compostezza e dignità, anche di fronte a uno Stato inerte e beffardo.

Ventiquattro anni senza che si potesse raggiungere una verità giudiziaria e senza che le istituzioni del nostro Paese sapessero fare altro che condannare un innocente Hashi Omar Hassan, a 26 anni di carcere per un duplice omicidio che, come stabilirà il Tribunale di Perugia nel 2016, non aveva commesso. Un capro espiatorio. Il 30 marzo scorso gli sono stati riconosciuti 
tre milioni di euro di risarcimento per 16 anni di ingiusta detenzione.

Di lui abbiamo parlato nel 2015, mentre era ancora in carcere, in un servizio di Giulio Golia, dopo che Omar Hashi Hassan ci aveva mandato un messaggio video chiedendoci aiuto. Raccontavamo come già da tempo la testimonianza di Ahmed Ali Rage, detto Gelle, su cui si reggeva la condanna di Hashi (attirato in Italia con un tranello dal ministero degli Esteri e subito arrestato), era fasulla. Gelle non si trovava dove è stata uccisa Ilaria Alpi e sostiene di essere stato pagato per la falsa testimonianza dall'ambasciatore Giuseppe Cassini (che smentisce tutto).
“Non la vogliono. La verità sulla morte di Ilaria, non la vogliono”, ripeteva Luciana. Impossibile darle torto. Qualcuno non la voleva, e non la vuole, perché evidentemente la “Verità” quella con la maiuscola, quella che dovrebbe essere scritta negli atti giudiziari e non sui giornali o nei libri, ormai di storia, fa ancora evidentemente paura. Tanto che ancora è aperta una finestra giudiziaria: il giudice per le indagini preliminari di Roma Andrea Fanelli si è riservato, lo scorso 8 giugno, di decidere nei prossimi giorni per la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura della Repubblica.
Ricapitolando
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vennero assassinati in Somalia, nella capitale Mogadiscio, il 20 marzo 1994, poco dopo essere rientrati da un viaggio nell’estremo nord del Paese, a Bosaso, dove avevano filmato e indagato su una nave Italo-somala, ma con comandante e parte dell’equipaggio italiani, che in quelle acque era stata sequestrata. Una nave da pesca oceanica della compagnia Shifco, dono del nostro ministero degli Esteri alla Somalia, un Paese dilaniato in quegli anni da una sanguinosa e irrisolvibile guerra civile, nonostante l’intervento Onu "Restore Hope" allora in corso a cui partecipava anche l’Italia. La guerra civile, di fatto non ancora finita, è iniziata dopo il crollo, nel gennaio 1991, della lunga e sanguinosa dittatura di un grande amico dell’Italia: Siad Barre. 
Strano Paese la Somalia, ex colonia e quasi una regione aggiunta dell’Italia, dove al cinema si vedevano film in Italiano, dove quasi tutti parlano Italiano, dove tutta la classe dirigente si è formata nelle accademie militari italiane per ufficiali e sottufficiali. Lo stesso Siad Barre veniva dalla scuola sottufficiali dei carabinieri di Firenze.
Ma, la Somalia è anche il paese di bengodi di trafficanti e traffici di ogni tipo e della corruzione, avamposto specializzassimo dell’Italia di Tangentopoli. Ma, in quel 1994, con la guerra civile in atto e l’intervento Onu, è soprattutto il Paese specializzato in traffici di armi e rifiuti tossici, anche nucleari, da smaltire nei territori controllati dai vari signori e signorini della guerra, disposti ad avvelenare il proprio Paese in cambio di armi e munizioni necessarie a mantenere e difendere il proprio potere e il proprio clan.

La Shifco e i traffici di armi
Proprio sulla Shifco era incentrata l’attenzione a Bosaso dei due inviati della Rai. Lo testimoniano uno dei block notes di Ilaria e le domande fatte al sultano di Bosaso nell'ultima intervista di questa coraggiosa giornalista.

Coraggiosa perché il sultano era stato chiaro: parlare di queste cose è pericoloso. E infatti, come hanno dimostrato le indagini degli ispettori Onu incaricati di monitorare l’embargo sulle armi imposto alla Somalia, le navi Shifco erano impiegate in traffici internazionali di armi.

Traffici che avevano coinvolto Paesi come la Polonia, la Lettonia, gli Stati Uniti, i servizi segreti di diversi Paesi e il grande trafficante siriano Monser Al Kazar. È lo stesso gruppo di interessi che era già stato coinvolto nei traffici della Cia dello scandalo Iran-Contras che era quasi costato la presidenza a Ronald Regan. Traffici, quelli somali, avvenuti nel 1992 e di nuovo proprio nel marzo del 1994. Traffici oggetto di inchieste giudiziarie e parlamentari in Polonia, Lettonia, Spagna e Svizzera, ma di cui nel nostro Paese non c’è traccia nelle decine di migliaia di pagine di inchieste giudiziarie e parlamentari, sul delitto Alpi-Hrovatin.
Le tasche vuote di Ilaria e il giallo della chiave
Raccontiamo anche questo passaggio inedito della storia di Ilaria e Miran come contributo alla ricerca della verità perché nessuno, negli ultimi 24 anni se ne è mai occupato. Lo facciamo come fosse un regalo di addio alla mamma di Ilaria e proprio perché da lei abbiamo imparato che non bisogna arrendersi. Non c’è traccia anche di quello che possiamo chiamare "il giallo della chiave di Ilaria" né nel processo, né nei lavori della commissione parlamentare di inchiesta, e nemmeno nelle inchieste giornalistiche. 
Ilaria e Miran arrivano in aereo da Bosaso nella tarda mattinata del 20 marzo. All’aeroporto, controllato esclusivamente da militari americani, non dovrebbe esserci nessuno ad aspettarli perché la scorta dei due giornalisti è stata depistata e spedita all’Ambasciata americana dove normalmente arriva l’elicottero-navetta dall’aeroporto. Ilaria e Miran non lo prendono. Qualcuno, non si sa chi, li preleva, li fa uscire dall’aeroporto senza che venga registrato, come era obbligatorio, il loro passaggio e con una scorta armata li accompagna in albergo, l’Hotel Sahafi dove i due occupano le stanze 202 e 203.
Ilaria e Miran, arrivano in albergo accompagnati dal misterioso comitato di ricevimento che li ha traghettati dall’aeroporto. Ma con i due giornalisti arrivano in albergo anche i loro bagagli? O chi li ha accompagnati ha trattenuto in tutto o in parte i loro bagagli?
Gli inviati cercano subito il corrispondente dell’Ansa, che non c’è: è a Nairobi in Kenya. Perché lo cercano? Poi Ilaria, improvvisamente, nonostante avesse prenotato il satellite per inviare un “servizio esplosivo”, vuole andare al di là della linea verde che divide Mogadiscio tra le fazioni, verso l’Hotel Hamana. Ha tanta fretta da non voler aspettare di avere una scorta armata affidabile. Lì, davanti all’abergo, ad aspettarla c’è solo il commando che la ucciderà. Chi doveva incontrare Ilaria con tanta urgenza? E perché proprio lì?

Numeri che non tornano
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin occupavano all’Hotel Sahafi le stanze 202 e 203. Addosso al cadavere di Ilaria è stata ritrovata la chiave della stanza 202. La chiave della stanza 203 non è invece mai stata ritrovata. Con il materiale tecnico all'interno (e il denaro) è impossibile che Miran l'avesse lasciata alla reception dell’Hotel. Ma tutti i testimoni che si sono recati al Sahafi per recuperare le cose di Ilaria e Miran riferiscono di essere entrati nelle camere 203 e 204. Ilaria occupava sul master book della reception la stanza 202, Miran la 203.
Eppure, anche dalle immagini girate dalla tv svizzera, che accompagna sul posto la giornalista di Studio Aperto, Gabriella Simoni, e l’inviato di Panorama, Giovanni Porzio, si vede che la camera di Ilaria è la 204 (che fisicamente non può essere collocata prima della 203). La disposizione e la qualità degli oggetti nella camera di Ilaria fa sospettare che si tratti di una messinscena. I bagagli sono tutti disfatti! Le borse sono tutte vuote. I preziosi passaporti buttati su un letto. Tanto che la Simoni, osservando la scena dice: “Ma stava preparando i bagagli?”. L’interno della camera è intonso mentre tutte le cose di Ilaria sono alla rinfusa, ovunque.

C'è poi la questione della telecamera. Hrovatin non sarebbe mai uscito senza. La regola in zona di guerra, dove può sempre accadere qualcosa da riprendere, è non abbandonarla mai. Nessuno ha mai sottolineato che Ilaria Alpi al momento dell'omicidio non aveva con sé nessun oggetto personale, neppure un fazzoletto da naso. Non aveva il passaporto che è stato ritrovato buttato sul letto con quello di Hrovatin. Sopratutto non aveva lo zainetto neroche compare sempre in tutte le fotografie in Somalia.

È assurdo pensare Ilaria abbia progettato di attraversare la linea verde in zona di guerra come se stesse andando sotto casa a comprare il latte! Stessa cosa per Hrovatin. Anche lui non avrebbe mai e poi mai abbandonato il passaporto (chiedete pure a qualunque corrispondente o inviato di guerra). Praticamente Miran aveva con sé solo il portafoglio!
Perché, fino ad oggi, nessuno ha mai indagato sullo scambio delle stanze?Magari per scoprire che si tratta di un semplice equivoco, o magari per scoprire che i due inviati Rai si recarono proprio dove li aspetta il commando omicida credendo di recuperare il materiale come bagagli e telecamera e quanto necessario (block notes e cassette video) per confezionare il “servizio esplosivo” che avevano annunciato al tg della Rai. Magari il tutto era stato sequestrato per attirarli in un tranello mortale.
Una cronologia da brivido
Ilaria e Miran vengono assassinati alle 13 circa (ora Italiana). Alle 14.43 l’agenzia Ansa da Mogadiscio batte la prima agenzia: “La giornalista del Tg3 Daria Alpi (cit.) e il suo operatore... sono stati uccisi oggi pomeriggio a Mogadiscio nord". Solo 21 minuti dopo, a Roma sono le 15.04, l'Ansa (di Roma) riporta una nota dello Stato Maggiore della Difesa in cui si sostiene che “Niente di proprietà dei due giornalisti è stato sottratto”. Una certezza opera della sfera di cristallo. Nessun militare interviene sul posto, ma in effetti tutto viene ritrovato nelle due stanze 203 e 204 dell’Hotel Sahafi. Solo che la camera di Ilaria era la 202 e, mentre da Roma si diffonde ufficialmente questa certezza (“nulla è stato sottratto”), nessuno ha fatto un inventario. Anzi, chi si sta prodigando (Porzio e Simoni) per recuperare i materiali di Ilaria e Miran, si trova ancora nell’albergo, nella “presunta camera” di Ilaria.

L'unica certezza assoluta intanto è che purtroppo Luciana Alpi, nonostante la sua lotta, non saprà mai la verità. Speriamo che il gip non archivi definitivamente, perché di quella verità abbiamo bisogno tutti.

giovedì 21 settembre 2017

Un delitto di Stato? La morte scomoda di Ilaria Alpi e…di Miran Hrovatin - Gianni Sartori



Ogni generazione crede di essere la prima a ribellarsi a una realtà ingiusta, ma il potere ricorda chi si ribellò in passato e sa quindi prevedere chi lo farà in futuro; per questo colpisce con precisione
(G. Laurenti – “La madre dell’Uovo”)

Un groviglio, un ginepraio… o forse un verminaio. Così mi era apparsa la vicenda della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (*) mentre tentavo di assemblare gli innumerevoli frammenti – intrecciati, confusi, contaminati – da cui emanava l’eco, talvolta il tanfo, di fatti e nomi spesso già noti. Per lo meno a chi, in questo Paese di assopiti, ha saputo conservare qualche brandello di memoria.
Una storia irrisolta. Una scia di sangue con tanti morti ammazzati o deceduti in maniera sospetta. Qualcuno prima di Ilaria e Miran, qualcuno dopo. Non tutti e non necessariamente coinvolti nell’evento di cui qui si parla (il duplice omicidio del 20 marzo 1994) ma piuttosto vittime delle stesse trame su cui Ilaria stava indagando.
Un passo indietro. Quando mi venne proposto di scrivere l’articolo sulla morte di Ilaria Alpi, la mia prima perplessità fu di “non poter scrivere nulla che non fosse già stato detto”.
Poi, mentre appuravo che alcuni eventi li avevo già dimenticati o rimossi (mentre altri mi erano semplicemente sfuggiti) cominciò a delinearsi uno scenario più inquietante del previsto. Tanto da aver anche pensato: non è che stiamo andando in cerca di rogne?
Alla fine, vuoi per senso del dovere, vuoi per “fame e sete di giustizia”, ho cominciato a mettere in ordine i dati (e le date) in cerca di quelle coincidenze che, come ho imparato, raramente sono solamente coincidenze. Questo è il risultato.

Partiamo dall’ultima novità. Quest’anno, in luglio, la Procura di Roma ha presentato una richiesta di archiviazione, firmata dal pm Elisabetta Ceniccola, per l’indagine su quel tragico 20 marzo 1994. Quando a Mogadiscio, a pochi metri dall’ambasciata italiana, un commando di sette uomini uccise i due inviati del TG3.
Nelle conclusioni delle 80 cartelle di archiviazione si afferma: “La Procura di Roma è assolutamente consapevole di quanto sia deludente il fatto che oltre 20 anni di indagini, processi e accertamenti della Commissione parlamentare di inchiesta non abbiano consentito di fare in alcun modo luce sui responsabili della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. E tuttavia ritiene che debba essere richiesta l’archiviazione del procedimento sia perché da un punto di vista formale, sono già scaduti i termini delle indagini per il reato di omicidio sia – e soprattutto – perché non vi è stato alcuna nuova ed ulteriore indagine che appaia idonea a conseguire risultati positivi né in relazione al delitto più grave né in ordine agli altri ipotizzati”.
In attesa che in merito si pronunci anche il giudice per le indagini preliminari, ricordiamo che nel 2007 il gip Emanuele Cersosimo aveva già respinto una richiesta analoga.
Infatti non mancano gli elementi per una lettura diversa della vicenda.
UNA FLOTTA FANTASMA
Già qualche anno fa, con la trasmissione su Rai Tre di “ILARIA ALPI – L’ULTIMO VIAGGIO”, erano emerse conferme ulteriori su quanto si sospettava da tempo: l’assassinio della giornalista e del collega Miran Hrovatin non era dovuto a un improvvisato tentativo di rapina o di rapimento ma sarebbe stato deciso e pianificato da giorni. Presumibilmente da personaggi legati alla Cia e alla rete Gladio, in combutta con i servizi segreti italiani.
I medesimi soggetti avrebbero provveduto a far sparire la documentazione e gli appunti di Ilaria che stava indagando su un caso scottante: un traffico di armi e di rifiuti tossici gestito appunto, oltre che da qualche faccendiere, anche da elementi dei Servizi. Come aveva denunciato in tempi non sospetti Manlio Dinucci. Per trasportare rifiuti e armi veniva utilizzata la flotta della societàSchifco. Sei battelli (in qualche documento si parlava di sette) donati alla Somalia dalla Cooperazione internazionale. Ufficialmente per la pesca; in realtà pare che il pesce venisse trasportato solo all’andata. Al ritorno in Africa, sulle navi venivano caricate armi, in parte di produzione statunitense e rifiuti tossici, anche radioattivi, da scaricare sia lungo le coste che nell’interno della Somalia.(NOTA 1) All’operazione avrebbero partecipato anche alcune navi della Lettonia.
Da tempo si parlava di una nave della Schifco denominata 21 Oktoobar II (poi Urgull sotto bandiera panamense) che il 21 aprile 1991 avrebbe partecipato a una operazione segreta per trasportare armi statunitensi provenienti dall’Iraq e temporaneamente depositate a Camp Derby. E’ accertato che qualche giorno prima, in particolare la sera del tragico 10 aprile 1991, nella rada di Livorno stazionavano varie navi militari USA. Godendo dello status di segretezza militare non erano tenute a rispettare divieti e regole del porto, tanto meno rivelare la loro identità e posizione (quindi sotto falso nome o con nomi di copertura). Non si esclude che alcune viaggiassero a luci spente. Forse a seguito di una manovra avventata una di queste navi avrebbe tagliato la strada al traghetto Moby Prince che si vide costretto a virare bruscamente entrando in collisione con la petroliera Agip Abruzzo. Manlio Dinucci segnalava una ulteriore incongruenza. Ufficialmente la petroliera era appena arrivata dall’Egitto, ma con tempi record: 4/5 giorni invece dei 14 canonici.
Quella sera anche la 21 Oktoobar II si trovava nel porto e non si può escludere che l’intervento estremamente tardivo dei soccorsi fosse dovuto all’interdizione di varcare le aree militari. Una “tragedia annunciata” in cui persero la vita equipaggio e passeggeri:140 persone. Bruciate vive o soffocate dalle esalazioni.
Torniamo al 1994. A pochi giorni dal duplice omicidio su commissione in un’informativa riservata del Servizio segreto militare venivano segnalati quattro nomi: il colonnello Mohamed Sheikh Osman (trafficante d’armi del clan Murasade), Said Omar Mugne (amministratore della Somalfish), Mohamed Ali Abukar e Mohmaed Samatar. Sempre nel 1994 un’altra nota del Sismi indicava come possibili “mandanti o mediatori” Ennio Sommavilla e Giancarlo Marocchino. I due imprenditori, tra l’altro, furono fra i primi ad accorrere sul luogo del delitto. In seguito, nel 1996, si sarebbe puntato il dito contro il generale Aidid, signore della guerra somalo definito “l’utilizzatore finale del traffico d’armi”. Ma questa, a mio avviso, aveva tutta l’aria di una falsa pista.
Anche dopo quasi una decina di processi, la condanna di un capro espiatorio somalo – poi risultato completamente innocente, come sostenevano da sempre gli stessi familiari di Ilaria (NOTA 2) – e almeno quattro commissioni parlamentari, la verità stenta ancora nel venire a galla.
Quella dei rifiuti tossici (da quelli elettronici a quelli radioattivi) dispersi in Somalia è già, con buone probabilità, una delle maggiori emergenze sanitarie e ambientali del pianeta.
Non dimentichiamo che almeno l’80% dei rifiuti non è di origine urbana, ma industriale. Paradossalmente, l’inasprimento della legislazione ambientale nell’Unione europea aveva causato l’effetto perverso di incrementare lo smaltimento tramite esportazione, sovente in maniera illegale, nei Paesi eufemisticamente definiti “in via di sviluppo”. Al punto che già dalla fine degli anni ottanta si parlava apertamente di “neo-colonialismo tossico”.
In cima alla lista (almeno fra i casi conosciuti) appunto la Somalia. Approfittando della situazione di ingovernabilità in cui versava il Paese dopo la caduta di Siad Barre (e in barba alla legislazione stabilita ancora dalla Convenzione di Bale del 1989) migliaia di tonnellate di rifiuti tossici sono stati spudoratamente versati al largo delle coste somale, direttamente dalle navi o dagli aerei. Avvelenando le acque in precedenza pescose (si sono registrate periodiche, massicce morie di pesci e cetacei) e alimentando la cosiddetta pirateria , in realtà una forma di autodifesa popolare (almeno inizialmente i “pirati” si definivano National Volunteer Coast Guard) e unica risorsa per le popolazioni costiere ormai nella impossibilità di procurarsi da vivere. Molti abitanti delle zone interessate, pescatori in maggioranza, erano deceduti o si erano ammalati gravemente, con vistose eruzioni cutanee apparse dopo che erano entrati in contatto con le acque contaminate.
Le reali dimensioni della criminale operazione di smaltimento emersero (è il caso di dirlo) brutalmente nel 2004, grazie a un “provvidenziale” tsunami che riportò sulle spiagge somale centinaia di contenitori, sia di rifiuti genericamente tossici che di scorie nucleari.
Inoltre, stando ai dati forniti nel 2006 da Common Community Care, notevoli quantitativi di materiale radioattivo e di residui di perossido d’idrogeno erano stati interrati nelle aree interne della Somalia. Per esempio lungo la strada Garoe-Bosaso su cui indagava Ilaria Alpi.
Ancora negli anni novanta era stato accertata la responsabilità di aziende europee in rapporti con le alcune organizzazioni criminali (le solite eco-mafie) già operanti sul territorio italiano.
In questo contesto andrebbe collocata l’uccisione di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin che avevano appunto individuato la relazione tra il traffico illegale di armi e lo smaltimento, altrettanto illegale e criminale, dei rifiuti tossici in Somalia.
Poco tempo prima, anche la probabile “fonte” delle informazioni raccolte da Ilaria (Vincenzo Li Causi, agente del Sismi a capo della Gladio di Trapani) era stato assassinato a Mogadiscio in circostanze non chiare (si parlò di “fuoco amico”).
VI RICORDATE DI MAURO ROSTAGNO?
Fra coloro che avevano incrociato Ilaria nei suoi ultimi giorni in Somalia, c’ è stato il relativamente famoso Jupiter (al secolo Giuseppe Cammisa). Qualcuno forse lo ricorda come uomo di fiducia di Francesco Cardella (referente di Bettino Craxi e del PSI a Trapani): un carismatico leader della comunità Saman e responsabile dell’emarginazione subita da Mauro Rostagno all’interno della stessa comunità.
Rostagno venne assassinato il 26 settembre 1988 mentre indagava sulle connessioni tra mafia trapanese, massoneria e servizi segreti. Aveva probabilmente scoperto un traffico di armi con la Somalia che si serviva della base militare in disuso di Kinisia sulla cui pista di atterraggio si era svolta l’operazione Firex88 (una simulazione? O altro?)Operazione da lui documentata con una videocamera. O almeno questo è quanto aveva confidato poco prima di venir ammazzato a un amico giornalista, Sergio di Cori. Quanto alla videocassetta, ovviamente, era scomparsa.
Sospetti erano emersi anche nei confronti di Cardella che potrebbe aver utilizzato i locali della comunità come deposito transitorio per le armi. Fra l’altro era stato Cardella a inviare Jupiter in Somalia, ufficialmente per realizzare un fantomatico ospedale mai costruito.
Dal 1993 Ilaria Alpi stava indagando anche sui successivi sviluppi di questo malaffare basato fondamentalmente sul traffico di armi. Armi pagate dai Signori della Guerra somali con il permesso di gettare in mare o seppellire (magari sotto un’inutile autostrada) rifiuti pericolosi e scorie radioattive.
I cospicui proventi sarebbero finiti in fondi neri o utilizzati come tangenti da vari faccendieri, sia italiani che stranieri, con complicità politiche negli ambienti del partito socialista.
Vari testimoni hanno fatto il nome di Paolo Pillitteri e quello di Pietro Bearzi, rispettivamente presidente e segretario della Camera di commercio italo-somala (all’epoca, beninteso). Per alcuni investigatori era anche possibile che Ilaria Alpi non fosse stata eliminata per aver indagato sul traffico di armi che utilizzava i pescherecci della società italo-somala Shifco ma piuttosto per aver scoperto a Bosaso un deposito di armi provenienti dall’Europa orientale e qui trasportate da Hercules C-130 italiani. Questa l’ipotesi formulata ancora nel 1997 da Francesco Corneli, un imprenditore che era stato collaboratore esterno del Sisde e considerato in buoni rapporti con i servizi segreti siriani. Stando a quanto sosteneva Corneli, fra il 1990 e il 1991 Siad Barre, temendo di uscire sconfitto dalla guerra civile che imperversava in Somalia, avrebbe chiesto ai suoi referenti in Italia (socialisti) armamenti ad alta tecnologia. La sua richiesta venne sostanzialmente accolta e il PSI (secondo Corneli in accordo con il PCI) avrebbe favorito l’apertura di una linea di rifornimento con i Paesi dell’allora Patto di Varsavia. Le armi, una volta giunte in Italia, venivano trasferite in Somalia via mare o con voli militari. Un’ipotesi plausibile, in grado di spiegare sia l’uccisione di Mauro Rostagno nel 1988 che il duplice assassinio di Ilaria e Miran nel 1994.
Senza escludere un’altra possibilità: forse anche Peppino Impastato stava indagando su tali traffici quando venne assassinato nel 1978.
Un altro testimone, Marco Zaganelli, nell’udienza del 7 agosto 1997 parlando di quanto aveva osservato a Bosaso (dove potevano atterrare anche aerei militari da trasporto) dichiarava: “Nel periodo in cui sono stato in Somalia, io e tanti altri abbiamo notato con cadenza settimanale la presenza di aerei militari non identificati del tipo Hercules che scaricavano armi”.
Ben documentato poi l’invio di carri armati Leopard, di fabbricazione tedesca, dal porto di Livorno a quello di Mogadiscio, anche se non si esclude che in questo frangente la destinazione ultima fosse l’Iraq (e/o l’Iran).
In un interrogatorio del 3 dicembre 1997, il generale Carmine Fiore, comandante del contingente italiano in Somalia fra il 1993 e il 1994, ammetteva che “in quel periodo entravano senz’altro armi, specie dalla strada costiera che dal porto di Obbia arriva a Mogadiscio. Il traffico avveniva con mezzi navali e con piccoli aerei che atterravano su una striscia di terra battuta ubicata a circa 40 chilometri a Nord-Est di Mogadiscio”.
E’ evidente che i “piccoli aerei” servivano per il trasporto interno, mentre per il viaggio dall’Europa si utilizzavano sia gli Hercules che la flotta di Schifco.
Per il collaboratore di giustizia Francesco Elmo “nel 1994 un gruppo di personaggi di area socialista erano posti alla regia di una vendita di armamenti «libici» alla Somalia”. Nel suo memoriale Elmo indicava con precisione anche la rotta seguita per tale trasporto che comunque, sottolinea, non riguardava solo le armi.
Nei giorni immediatamente precedenti alla sua partenza per Bosaso, Ilaria Alpi incontrò la figlia dell’ex sindaco di Mogadiscio: Faduma Mohammed Mamud. Definita dai giudici della seconda Corte d’assise di Roma “attendibile e disinteressata” come teste, nell’aula-bunker di Rebibbia, il 16 giugno 1999, Faduma aveva spiegato che “Ilaria mi aveva detto che seguiva una certa pista, una pista abbastanza pericolosa… Era una questione delicata, di cui non dovevo parlare con nessuno, salvo con qualche persona che poteva aiutarci, di cui potevo fidarmi ciecamente… Lei si interessava a certe cose orrende che venivano fatte sulle coste somale. Aveva appreso che erano stati scaricati rifiuti tossici; cose che noi sapevamo già. Ma eravamo impotenti, non potevamo farci niente. Io le avevo detto che dal 1988 le cose avevano cominciato ad andare alla deriva; non avevamo guardiacoste, non avevamo niente. Avevo sentito che in quasi tutto il litorale somalo, a Merca, a Mogadiscio, a Obbia, nel Moduk, in Migiurtinia nella zona di Bosaso, erano sepolti dei fusti di cui non si conosceva il contenuto”. E proseguiva ricordando di aver fatto notare a Ilaria che in Somalia “erano comparse delle malattie nuove e che si erano registrate morie di pesci”.
Una deposizione che sostanzialmente confermava quanto aveva già dichiarato agli investigatori Marco Zaganelli il 7 agosto 1997: “Tra il 1987 e il 1989 mi chiamò una persona che conoscevo, prospettandomi un grosso affare, perché era stato contattato da alcuni italiani, i quali dovevano sbarazzarsi di un carico di container fermi al porto di Castellamare di Stabia o a quello di Gioia Tauro, contenenti rifiuti tossici o radioattivi, e volevano un referente capace di riceverli e sotterrarli in un’area desertica della Somalia. Successivamente seppi che un carico di materiale radioattivo era stato portato in Somalia e i contenitori sotterrati in un’area desertica nel Nord del Paese”.
Con testimonianze di questa portata rimane inspiegabile quanto ebbe a dichiarare il deputato di Forza Italia Carlo Taormina, presidente della Commissione di InchiestaPer Taormina i due giornalisti erano in vacanza in Somalia, non stavano conducendo nessuna inchiesta: la Commissione lo ha accertato.
TU CHIAMALE, SE VUOI, COINCIDENZE…
Evidentemente quella degli omicidi “su commissione” per coprire i loschi traffici non era solo una congettura. Formulata in maniera piuttosto chiara, una prima esplicita richiesta dei magistrati agli agenti dei servizi segreti risale ormai a 25 anni fa: “Si chiede di acquisire informazioni dagli atti d’archivio che possano confermare collegamenti tra la scomparsa di Rostagno e traffici internazionali di armi, con particolare riferimento ai traffici tra Italia e Somalia”. E proseguiva sollecitando chiarimenti su eventuali collegamenti fra la scomparsa di Rostagno e l’omicidio in Somalia della giornalista Ilaria Alpi oltre che sul centro “Scorpione” di Trapani, fra il 1987 e il 1990 articolazione di Gladio in Sicilia.
Significativo – e inquietante – il fatto che i consulenti della Procura di Palermo, nel 2002 indaganti sulla morte del sociologo piemontese, non fossero riusciti a entrare nella sede del Sisde di Roma.
Eppure qualcosa gli uomini dei Servizi sapevano, sicuramente. Nel maggio 1994, a soli due mesi dall’uccisione dei due giornalisti, il Sisde (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica, il servizio segreto “interno”) in una informativa riservata indicava quattro nomi, tutti somali, come probabili mandanti, E puntava il dito sulla cooperativa italo-somalaSOMALFISH i cui pescherecci avrebbero trasportato le armi. Fra i quattro, oltre a un un colonnello, c’era l’amministratore della SOMALFISH.
Fatale per Ilaria e Miran sarebbe stata la visita a bordo della “21 ottobre” dove avrebbero documentato casse di armi targate, forse, CCCP.
L’informativa venne girata al Sismi (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare, il servizio segreto “esterno”) che avrebbe smentito la versione dei colleghi del Sisde.
In una successiva nota del Sismi (ufficialmente in base a informazioni fornite dall’OLP: un depistaggio?) si ipotizzava che il mandante fosse un “signore della guerra” somalo, il solito, cattivissimo, generale Aidid. Le armi in questione avrebbero poi preso la strada dello Yemen.
Va segnalato a questo punto quanto si può leggere da pagina 222 a pag. 225 di “Esecuzione con depistaggi di Stato”, il libro scritto dalla mamma di Ilaria Alpi.
Dalle telefonate intercettate dalla Procura della Repubblica di Asti di Faduma Farah Aidid(inviato speciale della Repubblica di Somalia in Italia e figlia del generale Aidid), sia con familiari che con esponenti del Sismi (vedi l’agente Fortunato Massitti) emergono i contorni del ruolo assunto dai Servizi segreti in tutta la faccenda. Non solo nella morte di Ilaria e Miran. Anche in quella successiva di Aidid, ugualmente avvenuta in circostanze mai chiarite.
Faduma, stando alle telefonate, sarebbe in possesso di informazioni tali da consentirle di esercitare ricatto nei confronti di esponenti del Sismi come il generale Luca Rajola Pescarini (oltre che dell’ingegnere Omar Mugne). Fra l’altro in queste conversazioni ammette la sostanziale veridicità delle dichiarazioni di Omar Hashi Dirà, un medico somalo che aveva fornito indicazioni sulla matrice, sui mandanti (tra cui citava appunto Omar Mugne) e sulla manovalanza del duplice assassinio del 20 marzo 1994. Dichiarazioni che in precedenza Faduma aveva violentemente smentito. Dalle sue telefonate si può comprendere quale fosse la consistenza del comitato di affari italo-somalo e dell’impunità di cui godeva grazie alle coperture fornite dal Servizio segreto militare italiano.
Del resto l’ombra scura dei Servizi aleggiava anche sulla Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo. E anche su questa spinosa questione Luciana Alpi fornisce un’ampia documentazione nel suo libro (vedi pag. 101e successive) dopo aver denunciato i vari “progetti tanto costosi quanto inutili, stanziamenti multimiliardari, ruberie e tangenti, con il contesto di traffici di ogni genere, primo fra tutti il traffico di armi…”.
IL PARERE DI LUIGI GRIMALDI
Se la morte dei due giornalisti non è stata ancora definitivamente derubricata come “rapina finita male” (o in alternativa: “vendetta somala per le brutalità commesse dai soldati italiani”) lo dobbiamo anche al lavoro di inchiesta svolto da giornalisti come Luigi Grimaldi.
Dalle testimonianze rese dall’autista Sid Ali Abdi e dalla guardia del corpo Mahmud Nur Abdi, si comprenderebbe – secondo Grimaldi – che per avere informazioni precise sugli spostamenti di Ilaria per il suo rientro da Bosaso, bisognava chiedere al CISP, una ong operativa all’epoca in Somalia.
La sede del CISP si trovava a Mogadiscio Nord, in una zona controllata da Alì Mahadi. Avuta l’informazione (o si trattava di un depistaggio?) i due andarono ad aspettarla presso l’ambasciata statunitense, come al solito.
Invece Ilaria e Miran arriveranno con quattro giorni di ritardo sulla data prevista. “Qualcuno” mai identificato fece in modo che perdessero l’aereo a Bosaso (dove avevano intervistato il “sultano” Abdullahi Moussa Bogor) e presumibilmente trovarono un’altra scorta (anche questa mai identificata) ad attenderli all’aeroporto per portarli all’hotel Shafi. Quasi nello stesso momento del loro arrivo, il commando che li ucciderà prendeva posizione davanti a un altro hotel (Hamana) dove Ilaria si fermerà per pochi minuti in cerca di un collega.
Le domande che Grimaldi si pone sono:
Per quale motivo la sede CISP di Mogadiscio è a conoscenza degli spostamenti dei due giornalisti Rai? E perché la scorta di Ilaria sa di doversi informare al CISP?
A questo punto si “scopre” che la responsabile del CISP in Somalia dal 1988 al 1998, la dottoressa Stefania Pace, era la compagna del “top Asset somalo della Cia a Mogadiscio”, ossia del coordinatore della rete di informatori dell’agenzia spionistica USA. L’uomo si chiamavaIbrahim Hussein, detto Malil ed era morto in maniera non chiara, presumibilmente assassinato, nell’agosto del 1993. Malil si era occupato anche di logistica e assisteva sia il CISP che la Cooperazione allo sviluppo italiana del ministero degli Esteri. Alla sua morte questo ruolo verrà ricoperto da Giancarlo Marocchino.
Malil proveniva da una ricca e potente famiglia, aveva studiato in una università statunitense ed era stato arruolato dalla Cia per collaborare con Mike Shanklin (direttore delle operazioni Cia a Mogadiscio), John Garret (capostazione Cia) e il suo vice John Spinelli (agente di collegamento con il Sismi). Tutti impegnati nella caccia al generale Aidid.
Grimaldi segnala che dopo la morte di Malil, Mike Shanklin lo sostituì non solo come coordinatore della rete di informatori, ma anche in quanto compagno, poi marito, di Stefania Pace. Dopo i dieci anni con il CISP, la donna si dedicherà per almeno tre anni (dal 1998 al 2001) all’azienda di consulenza spionistica del marito Mike Shanklin che nel frattempo era stato licenziato dalla Cia. In seguito, forte di tale esperienza sul campo, Stefania Pace proseguirà la sua meritata carriera presso il ministero degli esteri e in varie agenzie onusiane.
Grimaldi segnala anche che i nomi dei coniugi Shanklin e di John Spinelli compaiono sia nelle inchieste sul rapimento di Abu Omar che in quella sullo scandalo spionistico Telecom.
Nonostante Stefania Pace, Mike Shanklin e John Spinelli risiedano in Italia, non sono mai stati sentiti da nessuno in relazione al caso Alpi: almeno per curiosità, tanto per sentire il loro parere di “gente informata” se non proprio dei fatti, almeno del contesto. Si chiede troppo?
RESTORE HOPE? SPERANZA PER CHI?
Qualche breve considerazione su “Restore Hope”, l’operazione militare in Somalia voluta nel 1992 dalla Casa Bianca (in perfetto accordo tra Bush padre e Clinton) e sostanzialmente fallita.
Un esempio da manuale della soidisant “ingerenza umanitaria”, propedeutico ad altri analoghi interventi Usa-Nato di maggior portata (Yugoslavia, Afghanistan, Irak, Libia, Siria, Ucraina, Yemen… in attesa del Venezuela e forse dell’Iran) all’applicazione sistematica di quello che Costanzo Preve definì efficacemente “bombardamento etico”.
Sbandierata come azione necessaria per garantire la sopravvivenza del popolo somalo in un Paese lacerato dalla guerra civile, Restore Hope si tradusse immediatamente in un atto di puro e semplice imperialismo.
Da allora la guerra sporca” della Cia si è andata ulteriormente perfezionando. Due anni fa il New York Times propose un interessante servizio su “Team 6, una macchina globale di caccia all’uomo”. L’unità segreta sarebbe specializzata nelle cosiddette “operazioni speciali” (ossia per omicidi mirati e “silenziosi”) dalla Somalia all’Afghanistan. Talvolta camuffandosi da “impiegati civili o funzionari di ambasciate” i suoi membri seguono implacabilmente la pista di coloro che gli Stati Uniti giudicano meritevoli di rapimento o, più spesso, di morte. (NOTA 3)
Per concludere, una considerazione di Hashi Omar Hassan. Con tutta la saggezza che proveniva dai suoi quasi 20 anni di galera da innocente, appena uscito dal carcere aveva detto: “ Dunque, italiani, se davvero volete scoprire gli assassini di Ilaria Alpi, ora ci sono le condizioni. Dubito che succederà. Perché sarebbe una verità scomoda che coinvolge molti di voi. Già una volta avete provato a nasconderla. E avete perso”.
NOTA 1: Per Manlio Dinucci su tale flotta vennero imbarcate anche armi destinate alla Croazia, (all’epoca, primi anni novanta, in guerra con la Jugoslavia con la benedizione papale). Se così fosse, il favore potrebbe essere stato restituito. Nel marzo 2013 il New York Times aveva fornito le prove dell’invio, organizzato dalla Cia attraverso la Turchia con aerei forniti dal Qatar, dalla Giordania e dall’Arabia Saudita, di armi provenienti dalla Croazia ai “ribelli” in Siria. Sempre Dinucci ha ricostruito nei dettagli quanto avvenne nel porto di Livorno il 10 aprile 1991 denunciando che la richiesta di aiuto (“Mayday Mayday”) trasmessa alle ore 22 e 25 rimase sostanzialmente inascoltata. Forse – ipotizza – a causa del traffico di navi statunitensi (“militari e militarizzate”) presenti nella rada e intente a riportare nella base di Camp Derby parte delle armi usate nella prima guerra del Golfo. Al momento della collisione il comando Usa di Camp Derby avrebbe cercato di cancellare ogni prova. Su quanto è avvenuto rimangono molti punti oscuri: il segnale della Moby fortemente disturbato, il silenzio di Livorno radio; il comandante del porto, Sergio Albanese “impegnato in altre comunicazioni” che non guidò i soccorsi, ma verrà comunque promosso ammiraglio; la sparizione di tracciati radar e immagini satellitari; inspiegabili manomissioni sul traghetto sotto sequestro con la sparizione di strumenti e prove utili per le indagini. Insomma: si fece di tutto per farlo passare per un “tragico, ma banale incidente”. Misteriosamente poi una nave, la Gallant II (nome in codice Theresa) abbandonò precipitosamente il luogo della tragedia dove, ricordo ancora, sarebbe stata ormeggiata anche la onnipresente 21 Oktoobar II della società Shifco. La nave era utilizzata (e non solamente per Manlio Dinucci) sia per il trasporto di rifiuti tossici e armi in Somalia che per rifornire la Croazia in guerra con la Yugoslavia. Rifornire di armi, beninteso, non di cioccolatini. Il trasbordo di quella sera avrebbe riguardato quindi carichi di armamenti destinati al Corno d’Africa, alla Croazia e secondo Luigi Grimaldi anche ai depositi segreti di Gladio. E con questo il cerchio si chiude, impietosamente. In qualche modo la sorte di Ilaria e Miran era già segnata.
NOTA 2: Il 19 ottobre 2016 la Corte di Appello di Perugia aveva assolto Hashi Omar Hassandopo che la testimonianza di un altro somalo, Ahmed Ali Rage (detto Gelle) si era rivelata completamente falsa. Veniva poi accertato che la ricostruzione degli avvenimenti fornita da Gelle davanti alla Corte di Roma gli era stata suggerita da italiani. Messi in evidenza anche i rapporti diGelle con l’ambasciatore italiano Cassini il cui ruolo “ambiguo era stato quantomeno strumentalizzato da cittadini somali”. La Corte definiva “ondivaghe” le dichiarazioni di un altro testimone, l’autista Sid Abdi che in seguito sarebbe deceduto. Molto opportunamente, verrebbe da dire, se anche questa morte venisse confermata (meglio mantenere sempre aperta la porta per eventuali sorprese). Va anche detto che il ruolo di “capro espiatorio” Hashi Omar Hassan un po’ se l’era venuto a cercare. Venne infatti arrestato mentre era in Italia per testimoniare al processo sulle violenze (torture, stupri…) di cui era accusato il contingente italiano, in particolare la brigata paracadutisti “Folgore”. Questa precisazione ne rende doverosa un’altra. Sempre in materia di torture inflitte ai somali e soprattutto alle somale dal contingente tricolore. Ma è una precisazione che ci porta lontano, nel tempo e nello spazio. Il maresciallo Francesco Aloi, agente in Somalia del Sismi, aveva scritto un diario in cui denunciava alcuni colleghi come corresponsabile della morte dei due inviati. Strana coincidenza. Ritroveremo i loro nomi a Genova per il G8 del luglio 2001. Aloi si era rivolto al tribunale militare di Roma denunciando il comportamento dell’esercito italiano in Somalia. Senza eufemismi, aveva parlato degli stupri e delle torture a cui venivano sottoposti le prigioniere e i prigionieri somali. In particolare, si era scagliato contro Giovanni Truglio e Claudio Cappello, due carabinieri che sette anni si trovavano in Piazza Alimonda quando venne ucciso Carlo Giuliani. Per saperne di più suggerisco la lettura del libro di Giulio Laurenti “La madre dell’Uovo”.
NOTA 3: Altre “coincidenze”. Nel 1997 l’operatore della tv americana Abc che aveva girato le immagini della morte di Ilaria e Miran, Carlo Mavroleon, è stato assassinato in una stanza d’albergo, mentre si trovava in Afghanistan. Invece un altro operatore presente sul luogo del delitto, Vittorio Lenzi della televisione svizzera, ha perso la vita in un incidente stradale poco chiaro. Morto prematuramente, ma senza che si abbiano notizie precise sul come e sul dove, anche il colonello Ali Jirow Shermarke, capo della Divisione investigativa criminale di Mogadiscio che indagò in loco sul duplice omicidio. Il rapporto investigativo per le Nazioni Unite in cui si accusava Giancarlo Marocchino, portava la sua firma. Stando a quanto scriveva, ancora nel 2010, Luigi Grimaldi: “il suo rapporto (di Shermarke nda) pervenuto nel dicembre 1994 al dottor De Gasperis della procura di Roma ipotizzava un coinvolgimento di Giancarlo Marocchino (definito da Carlo Taormina ai tempi della Commissione parlamentare di inchiesta come «il principale collaboratore per la ricerca della verità») e sosteneva che Ilaria e Miran sarebbero stati visti uscire, prima dell’agguato, da un garage dello stesso faccendiere italiano”. Shermarke, continuava Grimaldi “era stato sentito a verbale dal giudice Pititto il 26 luglio 1996: in quell’occasione ha confermato il rapporto e aggiunto che: «Appena Ilaria arrivò in albergo, ancora prima che potesse lavarsi, ricevette una telefonata… una chiamata del Marocchino, al che lei uscì fuori dall’albergo chiedendo chi ci fosse dei guardiani perché doveva andare subito a casa del Marocchino… io credo che a uccidere i due giornalisti sia stato il Marocchino». Marocchino non era uno sconosciuto per la Giustizia italiana. Era collegato sia con vari personaggi oggetto dell’inchiesta Sistemi Criminali di Palermo (fra gli indagati: la cupola dei mafiosi stragisti, Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie…) sia con i responsabili del cosiddetto progetto Urano (traffico e smaltimento di scorie tossiche e radioattive in Somalia in cambio di armi).
Anche se non è mai stato iscritto nel registro degli indagati della procura di Roma per il duplice delitto di Mogadiscio, è lecito pensare che ne sapesse qualcosa di più di quanto raccontato agli inquirenti?
LETTURA CONSIGLIATA:
Esecuzione con depistaggi di Stato” di Luciana Alpi – KAOS edizioni. 2017