giovedì 23 luglio 2026

Un anno senza Goffredo Fofi, mai “mangiapane a tradimento” - Giovanni Peduto

 

L’esortazione che Goffredo mi ripeteva spesso era di non diventare un ‹‹mangiapane a tradimento››. Ho pensato spesso a cosa potesse intendere e oggi sono convinto che in questa raccomandazione ci fosse un forte invito ad una certa coerenza, ad una certa fedeltà. Goffredo viveva in una casa umile, lontano dai palcoscenici, da quelle élite culturali che spadroneggiano nel mondo dell’editoria e della cultura, malgrado, con la sua fama e il suo prestigio, potesse ricoprire qualsiasi ruolo desiderato. Cercando di creare continuamente reti di persone volenterose, odiando le riviste patinate la cui pregiata qualità cartacea già, in qualche modo, le poneva distanti da quel mondo degli “ultimi”, dei “derelitti”, come spesso diceva, di cui si volevano rendere portavoce, Goffredo si è posto in maniera inesausta, e fino alla fine, il problema di salvare gli innocenti del nostro tempo. Bambini, migranti, malati, persone con disabilità, “matti”, sfruttati di ogni latitudine e longitudine: la realtà (citando Fanon) dei dannati della terra. Qualcuno ha parlato di una sorta di francescanesimo, io credo invece che Goffredo sia stato semplicemente fedele a tutto ciò che ha visto, a tutto ciò che ha vissuto, ai suoi maestri, alle sue idee.

Il 2 febbraio 1956, Fofi affiancò il maestro Danilo Dolci nel famoso sciopero alla rovescia presso la Trazzera Vecchia, una strada di Partinico abbandonata all’incuria. Lo sciopero, come noto, consisteva nel reclamare ciò che gli abitanti di Partinico non avevano: il lavoro. Così, del tutto gratuitamente, i disoccupati si misero a riparare la strada malmessa. L’intervento, però, delle forze dell’ordine non tardò. Il 4 febbraio Fofi fu incriminato e su disposizione della questura ‹‹viene allontanato, rimpatriato, con foglio di via obbligatorio, perché capeggiatore di uno sciopero, senza mezzi di sussistenza e senza fissa dimora, nonché diffidato dal rimetter piede nel territorio di Partinico››[1].

Sarebbe iniziato di lì a breve, il famoso processo all’articolo 4: la difesa di Dolci e Fofi, infatti, si arroccava intorno al principio costituzionale secondo cui è compito della Repubblica cercare di rendere effettivo, in tutti i modi possibili, il diritto al lavoro di ciascun cittadino. A difendere i nostri vi era nientemeno che Piero Calamandrei.

Fu sicuramente l’esperienza dell’indicibile povertà vista e vissuta in Sicilia, la vista delle tremende morti per fame, a cementare in Fofi una solidarietà intima con i dimenticati della società. Lì nacque sicuramente il suo credo, la sua fede negli ultimi. D’altro canto, la violenza e la lontananza delle istituzioni ufficiali non poté che suggerirgli la loro perenne parzialità, la loro attiguità con le strutture di potere esistenti, la loro vocazione strutturalmente conservativa. Con Dolci e gli abitanti di Partinico, invece, ci si metteva in cerchio, si discuteva insieme dei problemi e delle modalità di risoluzione, creando di fatto un modello sociale di co-partecipazione e di autorganizzazione, che ha forti venature anarchiche.

Nacque in quel tempo anche una nuova concezione dell’intellettuale: l’esperienza di Partinico era una negazione di fatto della consueta posizione pastorale dell’intellettuale, come colui il quale, avendo accesso al mondo “vero”, ha il compito di guidare e istruire le masse. In quella terra abbandonata della Sicilia, invece, si era sperimentato qualcosa di inedito: gli intellettuali avevano incentivato, promosso, guidato, favorito un processo di coscientizzazione dei diseredati stessi, permettendo loro di riflettere sui problemi concreti della loro vita, sul loro posto nella società, e di cercare insieme delle soluzioni[2].

L’idea che l’emancipazione reale delle persone non possa che essere, per definizione, collettiva non abbandonerà mai Fofi: dal movimento del ’68 fino agli anni delle sue molteplici riviste, caratterizzate da un forte dinamismo interno ed esterno, dall’inesausta tessitura di reti intellettuali che potessero ben cooperare tra di loro e, talora, ideare e percorrere strade concrete di liberazione.

Il dono incredibile che aveva Fofi era il sottilissimo taglio intellettuale che dava costantemente alle sue riflessioni, riuscendo a inquadrare sempre in maniera semplice, critica e senza fronzoli, il posizionamento della classe intellettuale nei confronti di quelle che, una volta, sarebbero state chiamate classi proletarie e sottoproletarie. Goffredo non perdonava a nessuna élite culturale la lontananza, l’indifferenza, verso le persone più svantaggiate del nostro tessuto sociale. Il suo focus non si spostava da lì.

È utile a tal riguardo, confrontare due estratti dalle sue riviste, rispettivamente dei Quaderni Piacentini e de Gli asini per avere un incredibile effetto di continuità, pur nella diversità dei contesti. La prima è stata una rivista di riferimento negli anni delle lotte, la seconda, invece, è stata l’ultima rivista che ha diretto, molto incentrata sulle tematiche educative.

Tra i primi articoli vergati da Fofi sui Piacentini vi è un estratto del suo saggio-inchiesta sugli immigrati meridionali a Torino. Il pezzo si focalizzava sulla distanza delle istituzioni sindacali dalla realtà dei lavoratori in diversi ambiti. Fofi esordiva:

‹‹Il superamento delle artificiose barriere di pregiudizi erette abilmente e con arte somma dalla classe dirigente torinese a precisi scopi di classe, il fatto che tra operai meridionali e operai piemontesi esse stiano crollando per lasciare il posto a una progressiva conoscenza reciproca si sta traducendo anche in una coscienza di classe? Quanto, di questi mutati rapporti, trova conferma nelle lotte operaie in corso o già avvenute? Quanto è possibile dimostrare questa coscienza in una maggiore partecipazione sindacale?

Per gli edili e le professioni minori, localmente disperse, una prima risposta volta la domanda in quella: “ma è presente il Sindacato?”, e a questo occorre rispondere decisamente di no››[3]. Questo primo spezzone, contestualizzato in anni in cui la cultura del Partito Comunista era egemone, segna già un’insofferenza, una tensione: esistevano ampie realtà sottoproletarie che la cultura della sinistra ufficiale, molto proletario-centrica, non prendeva in considerazione. Fofi, pertanto, si sentiva in dovere di segnare questa profonda criticità, sulla scorta di maestri alternativi di quei tempi, quali Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone, che nella propria rivista Tempo Presente avevano già ampiamente discusso di alcune criticità interne al marxismo ufficiale[4].

Anche nella critica cinematografica, l’impostazione etica e concettuale rimane la stessa: i film non vengono solo vagliati in base alla propria qualità estetica e tecnica, ma soprattutto, sulla base di un rigoroso principio etico. Il cinema ha l’occasione di parlare alle grandi masse; in questo senso, può far molto per renderle coscienti del proprio status e per suggerire possibili vie d’uscita. Icastico è al riguardo il giudizio impietoso su Woody Allen, definito un insopportabile coglione[5]. Fofi vedeva in Allen una certa capacità di mettere a fuoco alcune problematiche di classe della realtà borghese, ma il tono cadenzato, rassegnato e oltremodo compiaciuto, andavano nella direzione opposta di una presa di coscienza collettiva. Ciò a suoi occhi non era tollerabile per un’arte che poteva avere ben altre ambizioni emancipatorie.

Passano gli anni, ma lo sguardo severo e critico non muta. La fine delle lotte, le politiche globali degli anni ’80 ferocemente di tendenza inversa rispetto alle grandi conquiste sociali dei decenni precedenti causarono un’‹‹immane mutazione››, una regressione inaudita, che in Italia si è tradotta con il ‹‹ritorno al particulare››[6]. Se nei primi anni del dopoguerra, la crescita dei diritti sociali poteva essere in qualche modo legata alle spinte di crescita del capitalismo, gli anni ’80 segnarono un decisivo spartiacque. Le classi agiate ed oligarchiche operarono una feroce stretta sui diritti sociali acquisiti, ma, piuttosto che combattere questa deriva, la società civile iniziò a rinchiudersi nella propria sfera privata. Si originò così, carsicamente, una società senza una propria vocazione collettiva e solidale, che permise la recrudescenza di fenomeni sociali nuovi e arcani, molto spesso analizzati da Fofi, quali il narcisismo di massa e il neocorporativismo. In un mondo ultra-individuale, in cui il solo ideale è il proprio Io, dove ciascuno fa a gara con l’altro per il proprio riconoscimento, risorgono in diversissimi ambiti sociali i modelli della corporazione, dell’affiliazione al “clan”, gli unici meccanismi in grado di garantire protezione e sicurezza. La nuova lotta di classe, pertanto, non può che ripartire da una decolonizzazione della coscienza, da una purificazione di tutti gli assunti cancerogeni incorporati dagli individui nell’epoca della vittoriosa lotta di classe dei ricchi contro le classi meno abbienti. E qui entra in gioco il ruolo fondamentale dell’educazione. Giungiamo così al passaggio de Gli Asini.

Era nella scuola, nel sociale tout court, che oggi si annidano – secondo Fofi – le residue e fatue speranze di emancipazione, in un mondo oramai inferocito e in cui la lotta di classe è stata vinta dai padroni del mercato, della finanza, della pubblicità. Il suo sguardo critico, però, non può non segnalare, come già avveniva nei Piacentini, la distanza siderale degli intellettuali e degli operatori dai bisogni reali degli assistiti, degli ultimi: ‹‹Un tempo non si parlava di operatori sociali o di assistenti sociali ma di militanti, interessati alla difesa degli interessi dei proletari e dei poveri (i “non abbienti”), e alla loro “presa di coscienza”, alla loro organizzazione, alle loro lotte. Chi sentiva di dover occuparsi dei proletari e dei poveri – e poteva essere credente o non credente, di origini proletarie o di origini borghesi – era mosso da istanze di giustizia, da sentimenti di solidarietà. Sapeva di avere avuto in sorte dalla vita qualcosa di più di quelli di cui si occupava, e sapeva di dover dare qualcosa indietro, agendo insieme a loro per l’affermazione di un mondo migliore. Non si sentiva superiore o diverso, solo più colto, più cosciente. La parola sociale evocava quasi automaticamente la parola socialismo››[7]. Tuttavia, argomenta Fofi, il lessico della liberazione è oggi totalmente assente dalla prassi educativa, in favore invece di tecnicismi psicologici e pedagogici, le nuove scienze-guru del lavoro sociale. ‹‹La pedagogia oggi non riguarda il campo dell’insegnamento, della formazione di individui coscienti e responsabili, bensì l’addestramento alla accettazione del mondo così come è da parte delle nuove generazioni, dei “nuovi nati”››[8] conclude Fofi.

In questa situazione di stallo, in cui la componente politica della prassi educativa è totalmente assente, la prassi stessa si fa ambigua. Perdendo il suo ideale collettivo di liberazione, più che servire le tante persone in difficoltà, serve innanzitutto agli “assistenti”, poiché conferisce un reddito, una posizione sociale ben codificata e riconosciuta, talvolta anche eticamente rivendicata dagli stessi operatori. L’impoverimento recente, però, dell’ampio ambito della cura e dell’assistenza, del cosiddetto Terzo Settore, apriva secondo Fofi inedite possibilità di lotta collettiva: la disoccupazione, la precarizzazione, la regressione verso il basso dei salari, avvicinavano di fatto la realtà vissuta degli assistenti a quella degli assistiti. Si consolidava così una solida base materiale per una possibile rivendicazione collettiva. È questa per Fofi una possibile strada, tutta ancora da percorrere e pensare insieme.

Dai Piacentini Gli asini si rinnova costantemente la stessa voce, mutando i riferimenti e le prospettive, ma restando fedele alla sua vocazione primaria: la vicinanza alla classe degli oppressi.

Per tutto il suo itinerario intellettuale e umano, Goffredo Fofi è rimasto fedele al principio etico e politico di dar voce agli ultimi, a quelle persone che spesso sfuggono anche alle ragnatele delle grandi teorie sociali e filosofiche, alle grandi narrazioni intellettuali e alle prassi trasformative. L’esercizio critico di Fofi non diventò mai una stucchevole pratica autoreferenziale, ma si poneva continuamente da punti di vista che la cultura dominante trascurava. Cosa ereditare di questo continuo gesto di onestà intellettuale, di critica severa, innervata da titaniche tensioni etiche?

Abbiamo intanto una strada che Goffredo ha tracciato: occorre forse ripartire da lì, pur sapendo bene, che il corso del mondo è ostile, che la maggioranza va in tutt’altra direzione. Si tratta di rivendicare, per Fofi, la scelta di costituire minoranze eticamente determinate che possano costruire realtà alternative, eterotopie solide e credibili, “società nella società” per usare un’espressione di Andrea Caffi, altro maestro dimenticato, cui Fofi ha fatto spesso riferimento[9].

Si tratta di ritornare all’avverbio “insieme”.


[1] D. Dolci, Processo all’articolo 4, Sellerio, Palermo 2011, p. 58.

[2] La nozione di coscientizzazione appartiene al lessico della pedagogia degli oppressi, a cui Fofi era particolarmente legato. Cfr. G. Fofi, Prefazione, in P. Freire, Le virtù dell’educatore, Casa Editrice EDB, Bologna 2017.

[3] G. Fofi, Gli immigrati meridionali e il sindacato, in ‹‹Quaderni Piacentini››, ANNO II/numero 13 – novembre/dicembre 1963, pagg. 7-15

[4] Ho approfondito questa tematica nella recente pubblicazione: G. Peduto, La questione sociale in Tempo Presente, Una città editore, 2026.

[5] Cfr. G. Fofi, Sono nato scemo e morirò cretino (Scritti 1956-2021), Minimum Fax, Roma 2022.

[6] Cfr. Id., La vocazione minoritaria, Laterza, Bari 2009.

[7] G. Fofi, Crescere, in ‹‹Gli asini››, 3 settembre 2024, risorsa disponibile al link: https://gliasinirivista.org/crescere/

[8] Ibid.

[9] Molti sono i luoghi di riflessione da parte di Fofi sulla figura di Andrea Caffi. Cfr. G. Fofi, Quella sua libertà, risorsa disponibile sul sito della rivista Una Cittàhttps://www.unacitta.it/it/articolo/101-quella-sua-liberta

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