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domenica 15 giugno 2025

L’Europa fa schifo, no?

di Francesco Masala

Il primo ministro tedesco Merz è un’emanazione di Blackrock (leggi qui); il presidente francese Macron è un’emanazione di Rothschild (qui) e un grande terrorista in Africa; la prima ministra italiana Meloni, maggiordomo di Biden e Trump, erede del fascismo (qui) e (qui), e grande sostenitore della democrazia (qui), ha affidato i servizi segreti agli israeliani (qui); il primo ministro Starmer ha fatto per anni l’aguzzino di Julian Assange, e, mentre Corbyn passava per le forche caudine dell’antisemitismo, Starmer scalava il partito laburista, espellendo tutti i veri laburisti, da Jeremy Corbyn a Ken Loach, fra gli altri. Su Starmer oggetto delle minacce delle spie di Putin George Galloway si fa qualche domanda (qui).

Tutti e quattro sostengono, amano e armano il regima nazisionista, che ha una differenza col nazismo tedesco, negli anni ’40 il genocidio non era televised (citando Gil Scott-Heron).

Ma adesso finalmente il dado è tratto: tutti i servizi di comunicazione Internet e di linea fissa nella Striscia di Gaza sono stati interrotti in seguito all’attacco all’ultima linea principale in fibra ottica rimasta (qui), il genocidio continua al buio.

 

Se si pensa alle grida e alle sanzioni dell’Europa contro la Russia, che sta combattendo una guerra contro un altro esercito (quello ucronatonazi), senza compiere nessun genocidio, stona la complicità con i nazisionisti nel genocidio in Palestina.

 

La spiegazione è semplice, i quattro paesi europei hanno nel loro curriculum colonialismo, genocidi, crimini di guerra e crimini di pace, terrorismo, occupazioni, come potrebbero Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia, che non hanno mai fatto i conti con le loro storie ignobili, non essere sostenitori dei genocidi a Gaza, e delle occupazioni dei territori non propri? Israele è il modello per loro, è quello che avrebbero voluto essere, il loro migliore erede.

 

Ma c’è di più.

Il governo italiano ospita e cura qualche sopravvissuto del genocidio a Gaza (qui), cioè il governo italiano sostiene e arma i criminali israeliani, e poi, marketing del dolore e della compassione, italiani brava gente, a reti unificate.

 

Che ipocrisia, e che schifo!


ps: se, per ipotesi, qualcuno leggesse che il Mossad è coinvolto nell'attacco alle Torri Gemelle del 2001, e nell'assassinio di John Kennedy (che, come tutti non sanno, non voleva che Israele avesse la bomba atomica) la risposta sarebbe sempre quella: Israele ha il diritto di difendersi.

domenica 9 giugno 2024

Provano a zittire Scott Ritter


Gli USA impediscono la partecipazione di Scott Ritter al Forum di San Pietroburgo

L'ex ufficiale dell'intelligence dei Marine degli Stati Uniti e ispettore ONU per le armi, Scott Ritter, ha denunciato che gli è stato impedito di imbarcarsi su un volo da New York a Istanbul, scalo intermedio per raggiungere la Russia e partecipare al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo. Ritter ha riferito all'agenzia TASS che, durante l'imbarco, tre agenti della dogana e protezione delle frontiere (CBP) degli Stati Uniti gli hanno sequestrato il passaporto su ordine del Dipartimento di Stato, senza fornire ulteriori spiegazioni. Gli agenti hanno anche rimosso i suoi bagagli dal volo e lo hanno scortato fuori dall'aeroporto. Ritter ha aggiunto che intende appellarsi contro questa decisione.

Il Dipartimento di Stato ha rifiutato di commentare l'episodio, dichiarando all'agenzia RIA Novosti: "Non possiamo commentare lo stato del passaporto di un cittadino privato degli Stati Uniti". L'incidente è avvenuto mentre Ritter si preparava a partecipare al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, che si terrà dal 5 all'8 giugno. L'evento, organizzato dalla Fondazione Roscongress, è uno dei principali appuntamenti economici annuali in Russia e quest'anno è dedicato al tema "Le Fondamenta di un Mondo Multipolare - La Formazione di Nuove Aree di Crescita".

Ritter, noto per le sue opinioni difformi dal mainstream lberale e quindi etichettate come 'filo-russe', ha spesso criticato l'operato degli Stati Uniti, in particolare le ingenti forniture di aiuti militari all'Ucraina, e ha previsto il fallimento dell'esercito ucraino nella sua guerra per procura contro la Russia. Ha anche criticato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. L'ex giudice e ora conduttore del podcast "Judging Freedom", Andrew Napolitano, non parteciperà al forum, ma Ritter ha sottolineato che la cancellazione del viaggio di Napolitano è dovuta a motivi completamente diversi.

Il Ministero degli Esteri russo, tramite la portavoce Maria Zakharova, ha commentato sarcasticamente l'incidente, chiedendosi se l'azione fosse conforme al Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che garantisce la libertà di parola e di assemblea, o al Quarto Emendamento, che proibisce perquisizioni e detenzioni irragionevoli.

Il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo è un evento di rilevanza mondiale che attira politici e imprenditori da tutto il globo. Ritter ha espresso il suo disappunto per l'accaduto, affermando che le autorità statunitensi temono la sua partecipazione all'evento.

da qui

 

 

Prove di autocrazia: fermato Scott Ritter 

L’aria della sconfitta che ormai pervade l’atmosfera delle cancellerie occidentali  sta facendo perdere la testa a tutta la catena di potere che via via abbandona ogni ritegno nel mostrarsi qual è, ovvero dedita a incubi autoritari. Ieri l’ultimo episodio che costella questa inquietante crescita: il governo degli Stati Uniti ha sequestrato il passaporto di Scott Ritter dopo che si era imbarcato su un volo che lo avrebbe portato in Turchia e poi in Russia: era stato invitato a parlare al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, al quale parteciperanno 25 mila persone di  tutto il mondo.

Insomma la scena si è svolta come in quei film di Hollywood nei quali questi episodi vengono collocati nella Russia sovietica o nei Paesi satelliti: ma è ormai palese che tutto questo fa parte dei sogni bagnati dell’élite americana e di quella europea allevata e lanciata da essa. Così la racconta il protagonista: “Mi stavo imbarcando sul volo. Tre agenti della polizia mi hanno preso da parte e hanno preso il mio passaporto. Quando ho chiesto loro il motivo, mi hanno detto ordini del Dipartimento di Stato”. Ancora non si conosce il pretesto con cui a Ritter è stato impedito di parlare all’assemblea di San Pietroburgo, ma è probabile che il potere di Washington temesse che il personaggio potesse togliere ancora qualche velo sul potere americano. Ex ufficiale dei marines aveva partecipato alla prima guerra del golfo come aiutante del comandante in capo Schwarzkopf e in seguito si era occupato degli armamenti in Iraq come ispettore Onu sotto il mandato dell’Unscom. La sua carriera di dissidente cominciò tra il  2002 e l’inizio del 2003, quando George Bush e Tony Blair preparavano la guerra in Iraq: Ritter in base alla sua esperienza affermò più volte che nel Paese non esistevano le armi di distruzione di massa e che i due leader usavano questa favola come principale argomento bellico. Con dichiarazioni di questo tipo, Ritter divenne sempre più impopolare agli occhi dei politicanti alla Casa Bianca, dei neoconservatori di Washington, degli strateghi di guerra del Pentagono e dell’intero corpo della stampa americana che è culo e camicia col potere.

Da allora ha continuato ad essere una spina nel fianco dell’establishment di Washington con articoli e libri che svelano le ipocrisie e le menzogne delle amministrazioni americane. Questa spina è diventata più acuminata con la guerra in Ucraina visto che Scott Ritter ha messo in luce le carenze in fatto di armamenti e di pensiero tattico e strategico del Pentagono e proprio negli ultimi giorni  aveva anche realizzato un video nel quale esaminava le capacità dei missili ipersonici russi dopo la distruzione di un enorme bunker segreto ucraino – Nato dove si trovavano piloti, pianificatori e addestratori che preparavano l’arrivo degli F16.

Nei giorni scorsi si era diffusa la voce che la Homeland Security avesse pianificato di impedire la partenza per  San Pietroburgo anche ad altri americani invitati a parlare al Forum di San Pietroburgo e in particolare al giudice Andrew Napolitano (nessuno è perfetto) che è un noto critico della guerra in Ucraina. Ma ci si è resi conto che il contraccolpo di immagine in questa sorta di Casablanca invertita e moltiplicata sarebbe stato troppo forte e ci si è limitati al solo Scott Ritter che peraltro viene diffamato continuamente dalla stampa mainstream ed è stato trasformato in un agente di propaganda russa. Troppe persone fermate agli aeroporti avrebbero rischiato di svelare l’animus e il retropensiero  dell’amministrazione Biden e avrebbe messo in luce l’agonia democratica del Paese. Perciò si è scelto di colpirne uno per avvertirne mille.

da qui

 




venerdì 10 maggio 2024

Non distogliere lo sguardo da Rafah (e dalla Cisgiordania)!

 


articoli e video di Mehdi Hasan, Gideon Levy, Clara Mattei, Francesca Albanese, Giacomo Gabellini, Naomi Klein, Aviva Chomsky, Jorge Matfud, George Galloway, Chris Hedges, Yama Wolasmal e un disegno di Mr Fish


Cosa sono peggio, le menzogne di Israele su Gaza o i suoi sostenitori occidentali che le ripetono? – Mehdi Hasan

Gli utili idioti continuano a ripetere a pappagallo le false argomentazioni israeliane. La prima volta che mi inganni la colpa è tua, la seconda volta la colpa è mia…

Gli italiani hanno un proverbio,” ha scritto nel XVII secolo il cortigiano britannico Anthony Weldon: “Chi mi inganna una volta è per colpa sua, ma la seconda la colpa è mia.”

Oggi riassumiamo comunemente quell’antico proverbio italiano con “la prima volta che mi inganni la colpa è tua, la seconda la colpa è mia.”

Dall’orribile attacco del 7 ottobre il governo israeliano di estrema destra e il suo esercito di propagandisti hanno ingannato e preso in giro politici e giornalisti occidentali non una volta o due, ma molte volte.

Ci sono troppe menzogne, distorsioni e falsità di cui tener conto. Quaranta bambini decapitati da Hamas? Non è mai successo. Bambini cotti nei forni o appesi sui fili della biancheria? Falso. Un nascondiglio in stile James Bond sotto l’ospedale al-Shifa? Macché. I palestinesi di Gaza ripresi da una telecamera che fingono di essere feriti? Una totale invenzione. La lista degli ostaggi presi da Hamas trovata su un muro dell’ospedale pediatrico al-Rantisi? Spiacenti, erano solo i giorni della settimana su un calendario in arabo.

Che dire delle atrocità di cui sono credibilmente accusate le forze israeliane, che poi hanno sonoramente negato, e di cui in seguito… sono state ritenute responsabili? Il massacro della farina a febbraio? Il bombardamento di un convoglio di profughi lo scorso ottobre? L’attacco con il fosforo bianco nel sud del Libano, sempre in ottobre?

Come ha elencato il mio amico, l’analista palestinese-americano Omar Baddar, in un tweet diventato virale:

Cronologia che si ripete continuamente:

Israele commette un massacro
Israele nega il massacro
I media dicono di non sapere chi ha commesso un massacro
Indagini rivelano che Israele ha commesso un massacro
Il ciclo delle notizie va avanti
Le persone comuni non sanno che Israele sta sistematicamente commettendo massacri.
Eppure gli israeliani continuano a raccontare menzogne e i nostri politici e media in Occidente continuano a farsi prendere in giro. Che siano loro a vergognarsi.

Tuttavia nessuna bugia israeliana è stata tanto dannosa, distruttiva e mortale dell’affermazione che l’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Sostegno e il Lavoro per i Profughi palestinesi in Medio Oriente, la principale organizzazione responsabile di fornire aiuti a Gaza, è collusa con Hamas, e, peggio ancora, che 12 dipendenti dell’UNRWA hanno partecipato all’attacco terroristico del 7 ottobre. Perché? Perché è stata una menzogna così grave che ha contribuito a creare le basi di una devastante, continua carestia creata dall’uomo all’interno della Striscia di Gaza.

A fine gennaio, dopo un’incessante campagna contro l’UNRWA da parte di Israele e dei suoi alleati in Occidente, culminata con l’accusa senza prove che alcuni dipendenti dell’UNRWA avevano partecipato alle atrocità del 7 ottobre, 16 Paesi donatori, tra cui gli Stati Uniti, il principale finanziatore dell’UNRWA, hanno sospeso circa 450 milioni di dollari di fondi per l’agenzia.

Questi Paesi sono stati avvertiti che danneggiare l’UNRWA, la principale organizzazione umanitaria a Gaza, avrebbe rischiato di “accelerare la carestia”. Sono stati avvertiti che il tanto decantato dossier dell’intelligence israeliana sull’UNRWA conteneva solo “inconsistenti accuse senza prove.”

Ma hanno creduto a Israele.

Negli ultimi 3 mesi, mentre i bambini palestinesi stavano letteralmente morendo di fame, molti di quei Paesi, compreso il governo tedesco, che è la seconda principale fonte di finanziamento dell’agenzia, hanno tardivamente ripreso a finanziare l’UNRWA.

Perché? La scorsa settimana una verifica indipendente del lavoro dell’UNRWA, guidata dall’ex ministra degli Esteri francese Catherine Colonna, ha concluso che l’agenzia “rimane fondamentale nel fornire aiuto umanitario salvavita e servizi sociali essenziali” e “come tale, l’UNRWA è insostituibile e indispensabile per lo sviluppo umano ed economico dei palestinesi.”

Soprattutto, in riferimento all’esplosiva denuncia del governo israeliano secondo cui dipendenti dell’UNRWA erano stati coinvolti negli attacchi di Hamas, il rapporto di Colonna afferma che “Israele deve ancora fornire prove a sostegno” di quelle affermazioni. Ha anche evidenziato come di fatto ogni anno l’UNRWA “condivide la lista del suo personale” sia con Israele che con gli Stati Uniti e ha rivelato che “dal 2011 il governo israeliano non ha informato l’UNRWA di alcuna perplessità riguardante alcun dipendente dell’UNRWA in quella lista del personale.”

Dal 2011. Quindi era tutta una menzogna. Da parte di Israele. Di nuovo.

Ora, per chiarezza, come ha informato Julian Borges del Guardian, “è in corso un controllo separato su specifiche accuse secondo cui dipendenti dell’UNRWA avrebbero preso parte all’attacco del 7 ottobre”, ma “l’ultima volta che c’è stato un rapporto di valutazione… Israele ha negato la collaborazione” anche con quella verifica (persino nell’improbabile caso in cui quest’altro controllo concludesse che una dozzina di dipendenti vi abbia preso parte, si tratterebbe di 12 su 13.000 dipendenti dell’UNRWA a Gaza, ovvero circa lo 0,1% della forza lavoro totale!).

Ciononostante gli Stati Uniti si sono rifiutati di tornare a sostenere l’UNRWA: infatti il Congresso ha approvato una legge che vieta di finanziare l’agenzia almeno fino al marzo 2025.

Ingannami una volta… o decine di volte? Prendete in considerazione i politici ed editorialisti creduloni che si sono schierati ed hanno ripetutamente sostenuto la falsa narrazione di Israele sull’UNRWA.

Il senatore repubblicano Ted Cruz, per esempio, ha twittato sei volte sull’UNRWA tra gennaio e marzo, sostenendo che l’agenzia “appoggia il terrorismo”, è “complice di Hamas” ed ha “almeno 12 dipendenti… coinvolti nell’attacco terroristico del 7 ottobre.”

David Frum, che scriveva i discorsi di George W Bush, ha affermato che è “ormai tempo di chiudere l’UNRWA,” e l’ha accusata di “fornire appoggio materiale a un’organizzazione terroristica.”

L’UNRWA, ha scritto l’opinionista neoconservatore Bret Stephens sul New York Times, “pare essere infestata da terroristi e loro simpatizzanti” e “dovrebbe essere chiusa”.

Sono tutti in errore, tutti diffondono menzogne, tutti spacciano propaganda israeliana.

E, tristemente, non si è trattato solo di repubblicani e persone di destra. C’è stato anche un certo numero di democratici della Camera che hanno ripetuto ciecamente le affermazioni infondate del governo Netanyahu sull’UNRWA.

Per esempio il parlamentare democratico Josh Gottheimer, come Ted Cruz, tra gennaio e marzo ha pubblicato una mezza dozzina di tweet che attaccano l’UNRWA, dichiarando che “le prove sono chiare: il 7 ottobre dipendenti dell’@UNRWA hanno appoggiato Hamas.” Il deputato democratico Brad Sherman ha detto di aver applaudito la decisione dell’amministrazione Biden di sospendere i finanziamenti all’UNRWA e ha affermato che il personale dell’agenzia è stato “denunciato come terrorista”. Il parlamentare Ritchie Torres ha twittato che l’UNRWA ha “governato Gaza su richiesta di Hamas.”

Da quando è stato reso noto il rapporto indipendente la scorsa settimana nessuno di questi importanti democratici ha ritrattato queste false affermazioni sul proprio account twitter, né ha mai menzionato i risultati di quel rapporto.

Tuttavia ancora peggio è stata la dichiarazione fatta il 29 gennaio da Antony Blinken, il segretario di stato democratico, quando ha ammesso che gli Stati Uniti non hanno avuto “la capacità di indagare [sulle accuse] da soli”, ma poi ha continuato definendo quelle accuse israeliane non verificate “molto, molto credibili.”

Eppure solo qualche settimana dopo lo stesso Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli USA ha affermato di ritenere “poco convincente” che personale dell’UNRWA abbia partecipato all’attacco del 7 ottobre. (La comunità dei servizi di informazione USA definisce “poco convincente” come “inadeguato, discutibile o molto approssimativo”, l’esatto contrario di “molto, molto credibile”).

Blinken deve ancora scusarsi, o persino ritrattare, le sue false affermazioni.

Ci chiediamo: cos’è peggio? Le menzogne israeliane o le persone in Occidente che continuano a crederle e le diffondono? Le accuse senza fondamento del governo israeliano contro l’UNRWA o i governi occidentali che poi le hanno accolte come un dato di fatto e hanno immediatamente tagliato i fondi alla principale agenzia umanitaria a Gaza?
Israele ha affamato la gente di Gaza. Che la vergogna ricada sugli sciocchi che hanno contribuito a giustificarlo.

Mehdi Hasan è capo-redazione di Zeteo [organizzazione di monitoraggio sull’accuratezza dell’informazione, negli USA ndt.] ed editorialista del Guardian negli USA.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

da qui

 

 

Lasciamo che i leader israeliani vengano arrestati per Crimini di Guerra – Gideon Levy

Tutti gli israeliani perbene devono porsi le seguenti domande: il loro Paese sta commettendo Crimini di Guerra a Gaza? Se sì, come dovrebbero essere fermati? Come dovrebbero essere puniti i colpevoli? Chi può punirli? È ragionevole che i Crimini non vengano perseguiti e che i Criminali vengano scagionati?

Naturalmente si può rispondere negativamente alla prima domanda: Israele non sta commettendo alcun Crimine di Guerra a Gaza, rendendo così superflue le altre domande.

Ma come rispondere negativamente di fronte ai fatti e alla situazione di Gaza: circa 35.000 persone uccise e altre 10.000 disperse, circa due terzi dei quali civili innocenti, secondo le Forze di Difesa Israeliane; tra i morti ci sono circa 13.000 bambini, quasi 400 operatori sanitari e più di 200 giornalisti; Il 70% delle case sono state distrutte o danneggiate; Il 30% dei bambini soffre di malnutrizione acuta; ogni giorno due persone su 10.000 muoiono di fame e di malattie. (Tutti i dati provengono dalle Nazioni Unite e da organizzazioni internazionali.)

È possibile che queste cifre orribili siano emerse senza la commissione di Crimini di Guerra? Ci sono guerre la cui causa è giusta e i cui mezzi sono Criminali; la giustizia della guerra non giustifica i suoi Crimini. Uccisioni, Distruzioni, Fame e Sfollamenti di questa portata non avrebbero potuto verificarsi senza la commissione di Crimini di Guerra. Gli individui che ne sono responsabili devono essere assicurati alla Giustizia.

L’Hasbara israeliana, o diplomazia pubblica, non cerca di negare la realtà di Gaza. Si limita a sostenere l’antisemitismo: perché prendersela con noi? E il Sudan e lo Yemen? La logica non regge: un automobilista fermato per eccesso di velocità non scende sostenendo che non è l’unico. I Crimini e i Criminali restano. Israele non perseguirà mai nessuno per questi reati. Non l’ha mai fatto, né per le sue guerre né per la sua Occupazione. Nel migliore dei casi, perseguirà un soldato che ha rubato la carta di credito di un palestinese.

Ma il senso umano di Giustizia vuole che i Criminali siano assicurati alla Giustizia e che venga loro impedito di commettere Crimini in futuro. Seguendo questa logica, possiamo solo sperare che la Corte Penale Internazionale dell’Aja faccia il suo lavoro.

Ogni patriota israeliano e chiunque abbia a cuore il bene dello Stato dovrebbe augurarselo. Solo così cambierà la norma morale di Israele, secondo la quale tutto è permesso. Non è facile sperare nell’arresto dei capi del proprio Stato e del proprio esercito, e ancor più difficile ammetterlo pubblicamente, ma esiste un altro modo per fermarli?

Le uccisioni e le distruzioni a Gaza hanno messo Israele in una situazione al di sopra delle sue possibilità. È la peggiore catastrofe che lo Stato abbia mai dovuto affrontare. Qualcuno lo ha portato a questo punto, no, non l’antisemitismo, ma piuttosto i suoi leader e ufficiali militari. Se non fosse stato per loro, dopo il 7 ottobre la situazione non si sarebbe trasformata così rapidamente da un Paese amato e ispiratore di compassione a uno Stato reietto.

Qualcuno dovrà essere processato per questo. Così come molti israeliani vogliono che Benjamin Netanyahu venga punito per la corruzione di cui è accusato, così dovrebbero desiderare che lui e i perpetratori a lui subordinati siano puniti per Crimini ben più gravi, i Crimini di Gaza.

Non si può permettere che rimangano impuniti. Né è possibile incolpare solo Hamas, anche se ha un ruolo nei Crimini. Siamo noi che abbiamo ucciso, fatto morire di fame, sfollato e distrutto su scala così massiccia. Qualcuno deve essere assicurato alla Giustizia per questo. Netanyahu è il capo, ovviamente. La foto di lui imprigionato all’Aja insieme al Ministro della Difesa e al Capo di Stato Maggiore dell’IDF è roba da incubi per ogni israeliano. Eppure, probabilmente è giustificato.

È altamente improbabile, tuttavia. Le pressioni esercitate sulla Corte da Israele e dagli Stati Uniti sono enormi (e sbagliate). Ma le tattiche intimidatorie possono essere importanti. Se nei prossimi anni i funzionari si asterranno effettivamente dal viaggiare all’estero, se vivranno davvero nella paura di ciò che potrebbe accadere, possiamo essere sicuri che nella prossima guerra ci penseranno due volte prima di inviare i militari in Campagne di Morte e Distruzione di proporzioni così folli. Almeno possiamo trovare un po’ di conforto in questo.

Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell’Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo ultimo libro, La punizione di Gaza, è stato pubblicato da Verso.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

da qui


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venerdì 5 aprile 2024

Gli Stati Uniti gestiscono jihadisti, chi l’avrebbe mai detto…

articoli e video di Jeffrey Sachs, Miguel Ruiz Calvo, Ron Aledo, Ariel Umpierrez, George Galloway, Jesús López Almejo, Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali (CALP), Jafar Salimov, Piero Bevilacqua, Richard Black, Raniero La Valle


Prof. Sachs: “Gli Stati Uniti gestiscono jihadisti da più di 45 anni…”

“Gli Stati Uniti gestiscono jihadisti da più di 45 anni… nei Balcani, in Medio Oriente, in Asia centrale, e avrebbero potuto benissimo farlo, o avrebbe potuto farlo il loro cliente in Ucraina”. Lo ha affermato l’economista statunitense Jeffrey Sachs in un’intervista a Judging Freedom. Gli Stati Uniti, ha proseguito il prof. Sachs nel corso della sua intervista, continuano a vivere secondo il principio che tutto sarà come desiderano. Di conseguenza, Washington ha seppellito la diplomazia e sta distruggendo i paesi uno dopo l’altro. Ora l’Ucraina è dilaniata, diverse centinaia di migliaia di ucraini sono morti lì, e ancora di più moriranno se gli Stati Uniti non si ricorderanno che devono almeno provare a dialogare con l’altra parte.
Di seguito una sintesi delle sue parole:

“Gli Stati Uniti hanno offerto all’Ucraina e alla Georgia l’adesione alla NATO senza alcun negoziato con la Russia. Gli Stati Uniti hanno partecipato a un brutale colpo di Stato contro il governo ucraino senza alcuna diplomazia con la Russia. 
 
Gli Stati Uniti hanno minato e di fatto silurato gli accordi di Minsk senza alcuna diplomazia con la Russia. Quando il Presidente Putin ha detto… Devo aggiungere che gli Stati Uniti hanno abbandonato unilateralmente l’Accordo sulle Forze Nucleari Intermedie nel 2019 senza alcun negoziato con la Russia. 
 
Nel 2021, quando il Presidente Putin ha detto: ‘Abbiamo urgentemente bisogno di un nuovo accordo di sicurezza’, il 15 dicembre 2021, gli Stati Uniti hanno esplicitamente rifiutato di impegnarsi. 
 
Quando l’Ucraina e la Russia hanno raggiunto un accordo di pace preliminare nel marzo 2022, gli Stati Uniti hanno ordinato: ‘Nessuna firma, nessun negoziato’. Quando il Presidente Putin ha detto: ‘Siamo pronti a negoziare’, la risposta degli Stati Uniti è stata: ‘Non abbiamo nessuno con cui negoziare’. 
 
Non c’è diplomazia. L’idea è che tutto debba andare come vogliono gli Stati Uniti. Ma le cose non vanno come vogliono loro. Gli Stati Uniti stanno distruggendo un Paese dopo l’altro. Afghanistan, Siria, Ucraina, Libia. Perché se non si ha la diplomazia e si ricorre a presunte operazioni segrete o alla guerra aperta, si crea un fastidio. 
 
Gli Stati Uniti hanno dimenticato cosa sia la diplomazia. Non esiste più. Ed è per questo che siamo invischiati in una guerra in cui sono morti centinaia di migliaia di ucraini, in cui ne moriranno altre decine di migliaia o centinaia di migliaia, a meno che non riscopriamo in qualche modo la diplomazia. 
 
E come l’Ucraina venga fatta a pezzi. E non appaiono opzioni valide, ma solo peggiori, e peggiori, e peggiori, e peggiori, e peggiori. Perché ci viene sempre detto: ‘Non è il momento di negoziare!’ o ‘Non abbiamo nessuno con cui negoziare’. E il Paese viene fatto a pezzi. 
 
E non abbiamo mai nemmeno provato a parlare. Quindi questo è un completo fallimento del principio più elementare che si chiama ‘almeno provare a parlare con l’altra parte'”.

da qui






lunedì 9 marzo 2020

Assange – Operazione Hotel - Checchino Antonini




Se la vicenda di Julian Assange fosse davvero un film di spionaggio si dovrebbe titolare «Operazione Hotel». Ma non somiglierebbe affatto alla sceneggiatura hollywoodiana grazie alla quale il fondatore di Wikileaks viene dipinto come una spia dagli avvocati dello Zio Sam che ne esigono l’estradizione per affibbiargli 140 anni di prigione. Piuttosto sarebbe la storia di come Assange e la sua famiglia sono stati spiati per conto dei servizi segreti di Washington. Dell’Operazione Hotel si sta occupando un giudice spagnolo, in parallelo con le udienze londinesi sull’estradizione di Assange.
Questa storia non è girata molto in Italia.
Mediapart, un sito di informazione indipendente francese, ha potuto consultare documenti che descrivono in dettaglio la sorveglianza dell’ambasciata ecuadoriana a Londra, dove il fondatore di WikiLeaks era rifugiato. Il sistema giudiziario spagnolo, infatti, ha concesso a fine gennaio, lo status di “testimoni protetti” a tre ex dipendenti della UC Global. Dalla fine del 2017 avrebbero spiato in segreto per conto dei servizi americani i minimi atti e gesti di Julian Assange all’interno dell’ambasciata ecuadoriana a Londra, così come quelli dei suoi parenti e dei difensori. E’ stata proprio WikiLeaks a denunciare la UC (Undercover) Global e il suo CEO, David Morales, quando i tre hanno fornito numerose e-mail interne, foto e video, e si sono dichiarati pronti a testimoniare, a condizione di ottenere lo status di “testimone protetto”.
«Operazione Hotel» è il nome dato internamente al sistema di sorveglianza dispiegato intorno a Julian Assange dal dicembre 2017.
Fondata nel 2007 da un ex soldato spagnolo, David Morales, UC Global è rimasta per diversi anni una società relativamente modesta, il cui contratto principale era quello di fornire sicurezza alle due figlie dell’allora presidente ecuadoriano Rafael Correa mentre studiavano a Londra.
Nel 2015 l’ambasciata vuole risolvere un problema amministrativo ricorrente. I suoi vigilantes ecuadoriani ogni volta che si recano nel loro Paese d’origine devono richiedere un visto al loro ritorno, il che può richiedere diverse settimane e causare un sacco di burocrazia. Così l’ambasciata decide di rivolgersi a una società di sicurezza di lingua spagnola, con sede in un Paese dell’Unione Europea. Il contratto con la UC Global è stato firmato con i servizi di intelligence ecuadoriani, il Servicio Nacional de Inteligencia de Ecuador (SENAIN) attraverso una società con sede in Florida e legata all’aviazione civile ecuadoriana.
Lo stesso anno, David Morales è andato da solo a Las Vegas per presentare la sua azienda a una fiera specializzata nel settore della sicurezza. Avendo solo questo contratto da sottolineare, elogia il suo lavoro per l’ambasciata ecuadoriana, insistendo sulla particolare situazione legata alla presenza di Julian Assange. Così viene avvicinato dal capo della sicurezza della società Las Vegas Sands, di proprietà di Sheldon Adelson, un amico personale di Donald Trump, che si è offerto di lavorare con i servizi segreti americani inviando loro informazioni su Julian Assange e i suoi sostenitori.
Secondo le testimonianze dei dipendenti citati nella denuncia, al suo ritorno, David Morales ha riunito tutta la sua squadra e ha annunciato che «d’ora in poi giocheremo in prima divisione». Quando i dipendenti gli hanno chiesto cosa intendesse per “prima divisione”, ha risposto che la sua azienda era passata «al lato oscuro». Il responsabile di UC Global non ha mai specificato l’identità esatta di questo nuovo cliente. Da allora, David Morales ha iniziato a fare regolarmente su e giù con gli Stati Uniti, a New York, Washington e Las Vegas, per informare «i nostri amici americani», come si legge nelle mail interne e come spiegherà ai suoi collaboratori. Ma, all’epoca, si trattava di scarno materiale video e muto.
La partnership tra UC Global e il suo cliente americano assume una dimensione molto più pervasiva dopo l’elezione di Donald Trump nel novembre 2016. L’organizzazione della sicurezza dell’ambasciata viene ridisegnata per implementare l’Operazione Hotel con Julian Assange che negli scambi mail verrà indicato come «il cliente». Morales seleziona alcuni tecnici direttamente sotto il suo comando e si assicura il controllo totale del sistema di videosorveglianza. All’inizio del 2017 ha chiesto al suo reparto informatico di preparargli un telefono e un computer sicuri per comunicare in forma criptata con i suoi «amici americani».
La corrispondenza recuperata dagli avvocati di Assange mostra la crescente pressione esercitata nei mesi successivi da Morales sui suoi dipendenti, ai quali ha trasmesso le richieste sempre più precise e invasive degli Usa. Una delle richieste principali era quella di poter registrare le conversazioni, in quanto le telecamere allora in funzione non consentivano la registrazione del suono. Morales ha insistito affinché si scegliesse un modello in cui il microfono non fosse visibile.
Le nuove telecamere saranno installate nel dicembre 2017. Ma la qualità del suono lascia a desiderare, soprattutto perché Assange, che sa di essere osservato, utilizza un generatore di “rumore bianco”, un dispositivo in grado di disturbare le registrazioni sonore. Morales, da quanto si sa, ha chiesto al personale dell’ambasciata di fotografare vari oggetti nella sala riunioni per decidere come mimetizzare al meglio i microfoni nella sala. La scelta è caduta su un estintore proprio accanto alla sedia dove siede abitualmente Assange. Un altro microfono verrà collocato nel bagno delle signore, l’unica stanza che il fondatore di WikiLeaks pensava fosse protetta e dove si rifugiava per le sue discussioni più delicate.
Ma la qualità delle registrazioni non soddisfa ancora gli amici americani. Nel marzo 2018, David Morales ha fatto installare dei filtri sonori per mitigare gli effetti del generatore di rumore bianco. Ha anche chiesto ai suoi dipendenti di apporre un adesivo che avvisa della presenza di telecamere a circuito chiuso nell’angolo superiore sinistro di ogni finestra esterna dell’ambasciata. In realtà si trattava di un’altra richiesta americana: per migliorare la qualità delle registrazioni sonore gli adesivi celavano un dispositivo che permette di ascoltare una conversazione attraverso una finestra utilizzando un laser che misura la vibrazione del vetro.
La sorveglianza della UC Global non si limita alle registrazioni. Il personale dell’ambasciata è stato incaricato di registrare tutte le informazioni disponibili sui visitatori di Julian Assange e gli è stata persino fornita una lista di obiettivi “prioritari”. In una e-mail inviata il 21 settembre 2017 a diversi dipendenti, Morales ha lamentato la mancanza di informazioni su alcuni di loro. «Non ci sono dati… i file sono molto incompleti ed è necessario avere le loro foto, così come le descrizioni delle loro funzioni o attività – ha scritto – in particolare, devono essere creati e aggiornati i seguenti profili (dati personali, relazioni con “il cliente”, numeri di telefono, e-mail, numero di visite, etc.) per questi visitatori abituali e collaboratori del cliente». Fra gli spiati: la giornalista Sarah Harrison, stretta collaboratrice di Assange, Jennifer Robinson, il suo avvocato inglese, Baltasar Garzón, pedinato anche fuori dall’ambasciata, il suo avvocato spagnolo, e Renata Ávila, un’attivista guatemalteca.
Queste informazioni sono state raccolte con tutti i mezzi. All’arrivo all’ambasciata, i visitatori dovevano lasciare i loro dispositivi elettronici alla reception, dove venivano scandagliati dentro e fuori per recuperare tutte le informazioni possibili, compreso il numero IMEI (International Mobile Equipment Identity) che poteva essere utilizzato per facilitare l’hacking. Sono stati fotografati anche tutti i documenti personali disponibili. In alcuni casi, i dipendenti sembrano essere stati in grado di recuperare anche le password e i PIN dei visitatori. Una sorveglianza che non ha risparmiato nessuno, nemmeno il capo della SENAIN, il colonnello Rommy Vallejo.
Morales quando il 21 dicembre 2017 visita Julian Assang riceve un rapporto dettagliato dell’incontro.
Nell’ottobre 2017, il capo della UC Global ha ricevuto un rapporto su alcune delle riunioni riservate dell’avvocato Garzon con tanto di foto paparazzate di un incontro fra lui e l’ex presidente ecuadoriano Correa all’aeroporto di Madrid-Barajas.
Morales arriva al punto di chiedere ai suoi dipendenti di recuperare un pannolino da un bambino che va regolarmente a trovare Assange con la madre per analizzare le sue feci e determinare se può essere suo figlio. Ma i dipendenti, riluttanti hanno avvertito la madre, chiedendole di non portare più il figlio all’ambasciata.
Questo perché l’«Operazione Hotel» è un film che non piace a tutti nemmeno all’interno della UC Global. Secondo le testimonianze raccolte dai difensori di Assange, diversi dipendenti hanno espresso il loro disagio per le richieste degli “amici americani” del loro capo. Alcuni di loro hanno deciso di denunciare le sue azioni quando si sono resi conto che «David Morales aveva deciso di vendere tutte le informazioni al nemico, gli Stati Uniti» recita la denuncia. Per non parlare del fatto che Morales è sempre riuscito a mantenere il controllo assoluto su questo dossier ed era l’unico in contatto con il misterioso sponsor. Nel 2017 ha chiesto a un dipendente di creare in parallelo un sistema di accesso diretto e remoto ai video, configurato in modo da poter essere consultato dagli americani all’insaputa delle autorità ecuadoriane. Diverse e-mail interne confermano la natura clandestina delle attività della UC Global. In una di esse, inviata il 21 settembre 2017, David Morales ha avvertito diversi collaboratori: «il SENAIN sta indagando su di noi. Per questo motivo vorrei che la mia posizione fosse gestita con riservatezza (soprattutto i miei viaggi negli USA)».
Le tensioni nella società sono state anche esacerbate dallo sfoggio del nuovo stile di vita dell’ex militare: appartamento in un quartiere bene e macchina di lusso. Voci all’interno di UC Global sostengono che il contratto con gli Stati Uniti gli frutta 200mila euro al mese. Un colpo di fortuna di cui i dipendenti non riescono neppure a vedere il colore. Alcuni sospettano che il loro capo nasconda il denaro a Gibilterra, dove si reca regolarmente.
Secondo El País, durante l’udienza davanti al giudice istruttore, i tre ex dipendenti hanno confermato tutti gli elementi presentati nella denuncia e gli hanno consegnato i documenti per dimostrare le loro accuse. In particolare, hanno fornito “indirizzi IP” che permettono di localizzare la posizione dei computer che si erano collegati al server della UC Global dove erano conservati i dati su Assange, e che indicavano diverse posizioni negli Stati Uniti. Una serie di messaggi sono stati inviati dalla città di Alessandria, vicino a Washington DC, all’inizio di marzo, quando WikiLeaks ha iniziato a pubblicare la serie di documenti “Vault7”, che descrive in dettaglio gli strumenti di intrusione e spionaggio utilizzati dalla CIA.
Oltre a Julian Assange, diverse altre vittime dello spionaggio della UC Global hanno presentato denunce, tra cui – come ha rivelato a Mediapart lo scorso novembre – il suo avvocato francese Juan Branco. David Morales è stato arrestato a settembre 2019. La sua casa e il suo ufficio sono stati perquisiti e la sua attrezzatura informatica è stata sequestrata. Gli investigatori hanno anche trovato due armi da fuoco con numeri di serie limati e 20mila euro in contanti. Il CEO di UC Global è stato successivamente rilasciato su cauzione. Il suo passaporto è stato confiscato e deve presentarsi in tribunale due volte alla settimana.