La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
domenica 31 maggio 2026
martedì 17 ottobre 2023
Ferrovie del Messico - Gian Marco Griffi
Recensione telegrafica:
Il gioco è bello quando dura poco. Romanzo sopravvalutato. Stop.
"Ferrovie del Messico" di Gian Marco Griffi è un
capolavoro per 700 pagine ma scade a precipizio sul finale. Per gran parte del
libro si parla di poesia e di Amore, del Sud del Mondo, di personaggi
incredibili e fatti mirabolanti, e lo si fa con un taglio anche ironico, a
tratti irriverente ma mai stupido; ci sono eco di autori sudamericani come
Bolano e di altra letteratura immaginifica. Poi arriva l'inaspettato: Griffi fa
un'operazione che a me non è piaciuta. Per evitare il "buonismo", per
mostrarci il bianco e nero dell'essere umano (discorso che poi è trito e ritrito)
rompe l'atmosfera poetica e fiabesca e alla fine, il nazista cattivo non aveva
ammazzato la sedicenne sfortunata prostituta, ma era stato un manipolo di
partigiani; il prete erudito e colto che nasconde gli ebrei nella soffitta e
odia i nazisti, non solo detesta anche i "rozzi campagnoli" della
provincia di Asti (lui che viene da Milano), ma è anche un prete pedofilo,
trasferito in quella periferia proprio per espiare quella colpa...colpa su cui
ironizza dicendo che in fondo anche il Cristo umano aveva delle esigenze e
delle pulsioni. Mi ha lasciato perplesso: non sto a fare moralismo; esistono
quei problemi tra i preti; i partigiani non erano tutti santi; sono cose
assodate. Ma dopo 700 pagine di diverso tenore, non mi aspettavo questo
trend...una spacconeria che per me fa scadere un libro che aveva le stimmate
del capolavoro.
Pagine scritte benissimo ma che non portano da nessuna parte,
come binari morti. Trama confusionaria e su diversi piani temporali, non si
capisce dove l’autore ci vuole portare, arrivato a metà libro penso che
abbandonerò, comunque buono per addormentarsi.
Dopo un buon incipit, questa ferrovia messicana si
aggroviglia in un minestrone fra postmoderno, surrealismo, atmosfere oniriche,
digressioni, divagazioni, flussi di coscienza vari. Decisamente troppa roba
tutta insieme. C'è qualche bella pagina (derisione dell'ottusità ridicola e
criminogena del nazifascismo e delle sue maschere pazzoidi), ma solo qualche,
dispersa nel guazzabuglio. Gli sperimentalismi di 800 pagine mi vanno a noia.
Approdato, molto faticosamente, a p. 308, decido di avvalermi del diritto del
libero lettore di alzare bandiera bianca. E di passare ad altro.
Libro che non mi ha catturata e nonostante
tutto l'ho terminato ugualmente. Forse non è il mio genere, eppure leggo di
tutto. Cesco Magetti vive avventure surreali spesso al limite del ridicolo. Non
ho capito se l'intento dell'autore era quello di proporre un romanzo satirico
sul fascismo, sulla resistenza??? boh! Alla fine di tutte le storie contenute
in questo romanzo mi è rimasto poco o niente, sebben l'autore sappia scrivere
bene, faccia riferimenti dotti e si destreggi tra le pagine con agilità, ma non
mi basta! Gli esercizi di stile non mi convincono. Sono una voce fuori dal coro:
lo so... tutti gridano al capolavoro, non per me!
Convinto dalle molte, moltissime segnalazioni e
recensioni positive , anche illustri o ritenute tali, affronto la spesa e
l'onere della lettura. Brutta, bruttissima edizione, libro che si legge con
maneggevole difficoltà con le sue ottocento pagine, circa, in un formato
infelice. Ma questo è il minimo, obliabile. Il fatto è, a pare mio, che il
libro è di una tragica noia e ripetitività. Ha pretese elevate:, e come spesso
accade, volendo dite troppo finisce per confondere il lettore e non dire nulla.
Pretende, forse, di disarticolare un mondo e non fa che confondere,
gratuitamente senza scopo alcuno, il lettore che, nel mio caso a p.133, si
sente preso un po', un po' tanto, preso per il naso e decide che il gioco, le
rimanenti settecento, non valgano la candela e spegne direttamente il lume.
Personaggi che si vorrebbe creare come perlustratori in situazioni psichiche
estreme o quasi ma che si trasformano in burattini senza fili., in una
successione di eventi risibili, senza alcuna volontaria ironia. "La vita è
troppo breve e questo libro è troppo lungo" ebbe a scrivere un francese su
di ben altra opera (che io adoro). Ma il commento, in questo caso, si fa
rassegnata condivisione di propositi e di giudizio. Da semplice lettore, sia
chiaro, Altri, auspico per l'autore, molti, vi vedranno il capolavoro. Li
invidio.
domenica 13 agosto 2023
qualche considerazione sulla cancel culture
La cancel culture è un contenitore (semplice, e non complesso, come sono le cose umane) per milioni di parole e immagini che esistono, e che qualcuno, a torto o a ragione, vorrebbe cancellare.
Faccio
tre esempi.
Se
qualcuno facesse sparire la statua, in qualche piazza, di Adolf Hitler sarebbe
da disprezzare? E perché fare sparire, o solo imbrattare, con vernice
indelebile, la statua a cavallo di Leopoldo II re del Belgio (assassino di
almeno 10 milioni di africani, qui e qui)
sarebbe deprecabile?
Non
si parla di censure per gli storici, o la ricerca, solo degli omaggi pubblici in
forma di statue, in luoghi pubblici, a serial killer.
Poi
ci sono anche quegli incapaci che mai hanno scritto o scriveranno un libro
memorabile e si mettono a riscrivere i libri degli altri, e dai libri di Mark
Twain vogliono cancellare la parola negro (l’unica esistente allora, per
indicare gli schiavi africani e i loro discendenti afroamericani).
Come
se qualche governo italiano (composto da ministri fini
intellettuali) decidesse di cambiare i nomi dei non italiani, per esempio
cambiando Oliver Stone in Oliviero Pietra, o John Cage in Giovanni Gabbia.
Quando
ero bambino, negli anni sessanta, sui muri c’erano ancora tante scritte (come
canta De Gregori qui), citazioni di quel tipo delle decisioni irrevocabili, si chiamava Mussolini.
Non ci sono più, non so se per la cancel culture, o per la speculazione edilizia,
comunque meno male che sono sparite dai muri delle città (qualcuno le avrà
fotografate, sono in qualche libro, e va bene così).
domenica 5 dicembre 2021
Emilio e Turi in prigione: che serva da lezione
Emilio e Turi cercano giustizia ma trovano la legge
Nel pomeriggio di giovedì 2 dicembre Turi Vaccaro è stato
arrestato dalla polizia ferroviaria di Firenze. Dicono che deve scontare un
residuo di pena di 5 mesi, più altri due mesi di arresto. Turi è stato
trasferito presso il carcere di Sollicciano.
Nei confronti di Turi, pacifista integrale e conseguente, è
in atto un vero e proprio accanimento; la persecuzione nei suoi confronti è in
atto in ogni parte d’Italia. Oltre tutto Turi è malato ed è reduce da un
ricovero ospedaliero in Sicilia, da cui è uscito molto provato.
Il
Movimento NO MUOS esprime tutta la massima solidarietà al compagno e invita i
movimenti e gli attivisti contro la guerra e contro le sopraffazioni del
capitale a chiedere e lottare per la sua liberazione immediata.
Contro la
repressione la solidarietà è un’arma.
Turi
libero, Emilio libero, tutti e tutte liberi!
Movimento
NO MUOS
A chi fa
paura Turi Vaccaro?
Ancora una volta il pacifista Turi
Vaccaro finisce agli arresti.
Ieri 2 dicembre è stato arrestato dalla polizia ferroviaria di Firenze.
Liberate Turi Vaccaro.
Affermano che deve scontare ancora un residuo di pena di 5 mesi e altri due di
arresto, ancora una volta l’uomo più mite del pianeta è stato condotto in
carcere a Sollicciano.
A chi fa paura Turi? Un uomo
che ha predicato sempre la non violenza contro tutte le
guerre e che ha combattuto contro ogni strumento di guerra come il MUOS
di Niscemi.
Lo ricordo quando girava la Sicilia e l’Italia con il suo
asino, va ancora oggi, pur essendo ammalato, nei luoghi dove si manifesta per
la pace.
Per Turi, cresciuto negli anni settanta, la Pace è quella
vera, quella che si è combattuta a Comiso, a Niscemi, in Veneto contro le basi
Usa portatrice di guerra in molti paesi del pianeta
Da Sigonella a Catania durante le guerre partono aerei,
armi per bombardare vittime innocenti, perché quando si gettano bombe non si
uccidono solo nemici ma soprattutto bambini e donne che quella guerra non
vogliono nemmeno.
Turi dagli occhi dolcissimi, dalla barba incolta, dal
sorriso puro di un fanciullo, ha sempre protestato salendo sul traliccio
del MOUS, senza armi, con l’utilizzo delle sole mani ha tagliato fili spinati e
con la non-violenza ha applicato gli articoli 10 e 11 della Costituzione.
A chi fa paura chi applica l’articolo 11 della Costituzione: “l’Italia ripudia la guerra”?
Sicuramente ai politici che la Costituzione hanno calpestato partecipando a
tutte le guerre che la Nato ha indetto.
Fa paura ai produttori di armi che sono tanti, fa paura a
tutti i governi italiani che le armi le hanno sempre esportate per impinguare
le casse.
Meglio in carcere un Turi Vaccaro o un Emilio Scalzo, militante pacifista #Notav che è stato arrestato a
Bussoleno, ricercato dalla Gendarmerie francese per il suo impegno nel soccorso
ai migranti sulla freddissima via delle Alpi.
No alle patrie galere chi invece nelle piazze la violenza
la usa, e sono belligeranti che distruggono sedi sindacali. Quelli le armi le
usano, le bombe pure. Le stragi in Italia sono state fatte da
rappresentati al Parlamento.
Mentre i pacifisti dopo il G8 sono solo
rappresentanti dai nostri ideali e da nessun altro.
Queste le parole di Nelson
Mandela:
“Un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso”
Santina Sconza
Al via l’estradizione di Emilio: “tanto noi non ci arrendiamo”
Salutiamo Emilio con la promessa che continueremo a sostenerlo, anche se a
dividerci sono quelle stesse montagne sulle quali si è battuto per i diritti
dei migranti, che ogni giorno rischiano la vita per abbracciare un futuro
libero da guerre e miserie.
Lo vogliamo salutare con un video importante, che esprime in pieno il senso
di chi è Emilio e di dove punti il suo sguardo, sempre verso i più deboli.
Emilio che di dignità ne ha da regalare, a differenza di tutte le parole di cui
si riempie la bocca l’intero mondo della politica, non solo italiana, ma anche
europea.
1 minuto e 30 secondi di video, realizzato da Luigi D’Alife, che
ringraziamo per questo scorcio di profondità immensa su Emilio.
Di seguito le parole di Luigi, condivise dal suo profilo:
“Nei giorni scorsi è arrivata la notizia che la cassazione ha confermato la
richiesta di estradizione in Francia per Emilio, in relazione a un iniziativa
sul confine tra Claviere e Monginevro. In questi giorni ho continuato a
ripensarci su, accumulando una grande rabbia per quella che è l’ennesimo
inaccettabile attacco contro la solidarietà messa in campo per sostenere i
migranti in transito sul confine.
Ho continuato a pensarci.
Ho ricordato che Emilio è probabilmente la prima persona che ho incontrato
e intervistato il primo giorno che sono arrivato a Bardonecchia.
Erano le 21:55 del 22 Dicembre 2017. Da quel giorno sono cambiate
moltissime cose.
Eppure le parole di Emilio, nella loro splendida semplicità, restituiscono
al meglio la fantastica persona che è, compagno generoso, sempre presente, che
restituisce valore ad una parola troppe volte utilizzata con leggerezza come
quella di “umanità”.
Non posso che chiudere queste 4 righe con le stesse parole di Emilio”:
“Tanto noi non ci arrendiamo”.
Emilio libero! Libertà per i/le no tav! No all’estradizione!
Un pericoloso criminale - Chiara Sasso
Non c’è niente che faccia più arrabbiare alcune mogli che
il ritardo dei mariti a pranzo. Erano poco dopo le 12 di mercoledì
15 settembre a Bussoleno, paese di residenza di Emilio Scalzo, Valle di Susa.
La mattinata stava vivendo quel clima tipico settembrino incerto, sospeso fra
“sole nuvole”. E così che diventa anche il tempo di attesa di Marinella,
“sospeso”, con la tavola apparecchiata e il cibo pronto. Dalla stradina l’unico
rumore che arrivava è un flebile miagolio, un gatto,
probabilmente finito in qualche buco, un anfratto non riusciva più ad uscire.
Marinella decide di mettere fine a quel lamento e chiede a Emilio di
intervenire e aiutare l’animale a uscire dalla trappola nella quale si è
cacciato. Non poteva immaginare che in fondo alla strada si stava per aprire
un’altra trappola. Due auto civetta e altre due volanti della polizia lo
stavano aspettando. Ammanettato e caricato su una volante, Emilio sparisce nel
nulla.
Marinella
aspetta, telefona all’avvocato il quale è all’oscuro di tutto. Trascorrono un paio d’ore prima di venire a conoscenza
di un mandato di arresto europeo con richiesta di estradizione in Francia.
L’accusa: aver aggredito un gendarme francese durante una manifestazione per i
migranti al confine fra Claviere e Monginevro. Il giorno dopo, il 16 settembre
la convalida dell’arresto, Emilio viene trasferito al carcere delle Vallette di
Torino. A fine mese, il 29 settembre ci sarà un’altra udienza per decidere
sull’estradizione. La nuova misura cautelare in attesa del
processo in Francia dovrà essere convalidata dalla Corte di Appello. L’avvocato
Danilo Ghia esporrà la situazione del suo assistito (facendo riferimento a
processi in corso ad ottobre, una situazione che si profila di fatto ostativa
per una estradizione).
Marinella
è abituata a tutto, anche vedersi arrivare Emilio senza scarpe perché ha
lasciato le timberland a qualche migrante al quale servivano per tentare
di attraversare il confine. Magari a pieni nudi ma tornava.
Emilio
è molto conosciuto per aver trascorso tutta una vita di lavoro in piena
rettitudine, pescivendolo ai mercati nei paesi della valle (leggi anche Emilio, di Livio Pepino). Conosciuto per la sua
generosità per il suo altruismo e anche sì per il suo incontenibile naturale
bisogno di allearsi con le persone più fragili e aiutarli, in questo caso i
migranti. È notizia di giovedì 16 settembre che altri due
migranti, afghani hanno rischiato la vita
precipitando di notte nel lago artificiale nella diga di Rochemolles
(Bardonecchia). Sono riusciti da soli a uscirne si sono trascinati fino a un
rifugio, immediatamente soccorsi sono stati portati all’ospedale di Susa, un
ragazzo di trentacinque anni è stato successivamente portato al Cto di Torino
per emorragia celebrale. È una delle tante storie che ci sono su questi valichi
alpini. Una di quelle storie dove Emilio non si sentiva di girarsi dall’altra
parte.
Intanto
in tutta la valle sono in molti a commentare l’arresto sbalorditi. La richiesta
di estradizione richiama facilmente reati pesanti, nomi di malavitosi, mafia,
traffici di droga. Da quando la notizia è diventa pubblica sono molti gli
avvocati di Torino e non solo che si sono cercati in un tam tam per commentare.
“L’estradizione del cittadino italiano verso l’estero è un caso limite perché
sia la Costituzione che il codice penale la consentono soltanto se prevista da
una convenzione internazionale. Ora il Mae, il Mandato di arresto
europeo, sembra consentirlo ma è incredibile che venga utilizzato per reati
simili…”.
venerdì 30 aprile 2021
domenica 20 dicembre 2020
LA TRAGEDIA DEL TITANIC NEI CAPOLAVORI DI DE GREGORI, ENZENSBERGER, THOMAS HARDY - Alessandro Carli
Il bisogno di date è nella natura dell’uomo. Così, prima di affrontare (e
affondare) nel mare, chiedo lumi a un caro amico che qualche anno fa ha dato
alle stampe per Panozzo Editore il libro Vivere a Rimini negli anni della Belle Époque. Lui si chiama
Davide Bagnaresi ed è docente a contratto in “Storia dei
consumi e delle imprese turistiche” all’Università di Bologna. Gli chiedo se è
sbagliato identificare la fine della Belle Époque con la data dal 15 aprile
1912. “Meglio la Prima Guerra Mondiale. Dopo l’affondamento del Titanic,
l’economia mondiale continua a crescere” mi risponde. E aggiunge, poco dopo:
“Il Titanic come preludio al simbolo del naufragio della società”. Sibillino,
ermetico, stimolante.
*
Poeticamente e sociologicamente quindi con il Titanic che è colato a picco
si è chiusa l’epoca bella. A Rimini, sino allo scoppio della Prima Guerra
Mondiale, comparvero nuove industrie con innovativi macchinari mentre
importanti imprenditori iniziarono esportare i propri prodotti in buona parte
d’Italia. Arrivò l’elettricità, il telefono e si videro le prime automobili.
Rifiorì la cultura e grandi personaggi dello spettacolo, del circo e
dell’intrattenimento (su tutti Buffalo Bill e Arthur Strohschneider) passarono
sotto l’Arco d’Augusto o sopra il ponte di Tiberio, così come alcune corse
ciclistiche, automobilistiche e raid aerei.
*
Bufalo Bill (con una effe sola) e il Titanic.
Sono partito dal basso seguendo la traccia di un nome, quello di Francesco De
Gregori, per poi risalire alla sorgente, come fanno certi pesci. Le trote, per
essere precisi, che vanno controcorrente per riprodursi.
*
La fine del Titanic è un’opera poco conosciuta di Hans Magnus
Enzensberger: è composta da 33 canzoni (come i canti di ogni
singola Commedia di Alighieri) alternate a 16 poesie. Me l’ha
suggerita, credo 20 anni fa, proprio Davide. Apprezza Francesco De Gregori e ai
tempi mostrava già in segni di quella “malattia” che l’ha portato a diventare
un apprezzato ricercatore storico: di recente ha scoperto dove si trova in
realtà la vera casa natia del Maestro Federico Fellini.
*
Nel 2013 ho intervistato lo straordinario Gianmaria Testa. Assieme a
Giuseppe Battiston stava portando il giro lo spettacolo Italy,
dedicato agli emigrati che partivano per l’America a cercare fortuna. Gli
chiesi anche dell’album. “Francesco De Gregori, in ‘Titanic’, evidenzia
le differenti partenze: prima classe, seconda classe, terza classe. Sono storie
di emigrati, di poveri cristi. Gli stessi che oggi muoiono nei barconi, nei
viaggi della speranza. Il Titanic è stato baciato da un iceberg: l’evento del
1912 fu unico. Oggi invece i morti sui motoscafi sono la quotidianità. Ogni
volta che qualcuno muore, credo che dovrebbe essere proclamato il lutto
nazionale”.
*
Il nome di Hans Magnus Enzensberger non è del tutto sconosciuto in
Italia: Nanni Moretti in Caro diario lo cita come modello di
intellettuale che rifiuta di assoggettarsi al mezzo televisivo. Nel 1978 decide
di scrivere un libro sulla fine della Nave. Già, ma come farlo in maniera
innovativa visto che nel 1912, a pochi giorni dalla tragedia, Thomas Hardy
aveva pubblicato The Convergence of
the Twain? Sezionando il tempo e lo spazio in tre filoni: il
punto di vista dei passeggeri (quindi il passato remoto rivisto nel presente),
quello dello scrittore mentre è a Berlino che butta giù le prime idee del testo
(quindi il presente vissuto nel presente storico) e quello di lui a Cuba negli
anni Sessanta quando, andato a passeggiare sulla spiaggia, all’orizzonte vede
stagliarsi un iceberg, lo stesso che inabissò il transatlantico (quindi un
passato prossimo che tende al passato remoto). Hans lancia lo sguardo oltre il
muretto del porto. “È lì che lo vidi, molto più grande e più bianco del bianco,
fuori, al largo, lo vidi solo io e nessun altro, nella rada buia, la notte era
limpida e il mare nero e liscio come uno specchio, e lì vidi l’iceberg,
assurdamente alto e freddo, come una fredda Fata Morgana, avanzare
lento, inesorabile, bianco, su di me”.
*
Anche De Gregori ha sezionato la tragedia in tre parti. Tre i punti di
vista: quello dei viaggiatori, a loro volta suddivisi in tre classi (“La prima
classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento”). Tutti
con lo stesso obiettivo: andare a cercarsi negli States una vita da vivere più
felice. In Titanic troviamo i sogni diversi. Quelli delle
rampollette ricche sfondate che vanno a divertirsi e a emanciparsi (“per noi
ragazze di prima classe che per non sposarci si va in America”) e quelli dei
giovani che hanno abbondonato la propria terra per sopravvivere (“Per noi
ragazzi di terza classe che per non morire si va in America”).
L’iceberg rese tutti uguali. E fu una ragazza benestante a vederlo
prima di tutti. Ma non nel mare: nel viso del marconista e dei suoi “occhi di
ghiaccio / così difficili da evitare”. La parola sublimata e congelata appare
altre due volte: “Il ghiaccio dentro al bicchiere” e “il ghiaccio che abbiamo
nel cuore”. Lo stesso, quello che poi si è materializzato nel mare. De
Gregori affida a un semplice mozzo di bordo la descrizione più bella
dell’iceberg. Lo fa nel brano I muscoli del Capitano, ed è una
pennellata simbolista. Il marinaio dà del tu al Edward John Smith: “Ma
capitano non te lo volevo dire/ ma c’è in mezzo al mare una donna bianca / così
enorme, alla luce delle stelle / che di guardarla uno non si stanca”. L’iceberg
come una sirena: il suo canto però non è sonoro ma visivo. Il Capitano invece
dà del lei al ragazzo: “Giovanotto, io non vedo niente / c’è solo un po’ di
nebbia / che annuncia il sole / andiamo avanti tranquillamente”.
*
Dalle testimonianze dei superstiti, in prima classe l’impatto non fu
avvertito se non per un tintinnio dei lampadari di cristallo e per alcuni
oggetti che caddero dai comodini. I passeggeri di seconda classe parlarono di
“una vibrazione ovattata, strana e breve”. Fu “un botto sordo” per chi
viaggiava in terza classe. “Un rumore assordante di ferraglia” dissero i
fuochisti, i primi che si resero conto dello sventramento dello scafo.
*
De Gregori fa partire il viaggio da Southampton con L’abbigliamento
di un fuochista – nitidi sono i riferimenti ad America di
Franz Kafka: il fuochista è esattamente il primo personaggio che viene
raccontato –, il testo più amaro e doloroso: un figlio che parte, una madre che
piange perché sa che non lo rivedrà mai più. “Figlio che avevi tutto e
che non ti mancava niente / e andrai a confondere la tua faccia con la faccia
dell’altra gente / e che ti sposerai probabilmente in un bordello americano / e
avrai dei figli da una donna strana / e che non parlano l’italiano”. Accusa
e si aggrappa alle fattezze indefinite di una donnaccia americana per mentire a
se stessa. E poco importa se è bianca: iceberg non è una parola italiana ma
anglofona.
*
Nella stesura del suo libro Enzensberger, come ha ammesso, si è fatto
trasportare e suggestionare dalla Divina Commedia di Dante. A
bordo sono le undici e quaranta. “La pelle d’acciaio / si spalanca
sott’acqua / squarciata / per duecento metri / da un impensabile coltello /
l’acqua schizza nella chiglia. / Oltre il lucente scafo, scivola trenta metri a
strapiombo / sul livello del mare, nero / e silenzioso l’iceberg,/ e resta
indietro nell’oscurità”. Uno scricchiolio. Uno scalpiccio. Uno squarcio. Ecco
cos’è. Un’unghia di ferro, che contro la porta gratta e si arresta. Qualcosa si
squarcia. Un interminabile telone, un’immacolata striscia di schermo, che prima
lenta, poi rapida, sempre più rapida e sibilante si squarcia in due. Poi tutto
torna tranquillo. Così fu il principio. Il principio della fine è sempre
discreto.
*
I versi sulla perdita del Titanic di Thomas Hardy diventano verticale
nell’imminenza della collisione e su quello che accadde dopo. “Preparava
uno sposo sinistro / per lei – così allegramente grande – / una Forma
di Ghiaccio, ancora lontana e separata. / E mentre l’elegante nave cresceva /
in statura, grazia e colore, / nel silenzio oscuro cresceva lontano anche
l’iceberg”. Il Titanic e l’iceberg sono un giuramento degli
abissi. Due predestinati che convergono. E che si sono cercati, contando gli
attimi e la schiuma delle onde che li separava dal bacio assoluto. Il poeta
Iosif Brodskij, con acume illimitato, fa immaginare al lettore che l’Orgoglio
della Vita, la nave, e Forma di Ghiaccio, l’iceberg, siano una coppia di sposi
promessi che ha scelto il fondale per diventare una parola unica: amore.
*
Nel 1912 Thomas Mann esce con Morte a Venezia. Anche in quelle
pagine c’è il mare e la perdita degli affetti. Chiudere gli
occhi nella Serenissima, sperando che quello che c’è dopo sia più lieve.
*
La terza classe non conosceva alcuna lingua diversa da quella madre. E non
sempre bene: c’erano i dialetti. Una sola cosa però non gliela doveva spiegare
nessuno, a quel popolo di senza cognome che cercava un nome, anche nuovi, anche
americanizzato. E cioè che toccava alla prima classe provare a salvarsi perché
avevano pagato di più e le loro vite erano più preziose. Perché quando una
banca si inabissa, non c’è mai abbastanza spazio per tutti nelle scialuppe. E
nemmeno le scarpe, il latte, un vestito asciutto.
*
Non ho visto il film Titanic. Forse è per questo che ho letto
Hardy ed Enzensberger. Leggere è un muscolo da allenare. Anche per
mettersi in salvo, o per imparare a nuotare. Non tanto in mare. Nella vita.
lunedì 7 dicembre 2020
Leonard Cohen e i cantautori italiani - Paolo Divizia
Vent’anni di Fascismo avevano impedito che in Italia la canzone, genere destinato anche a un largo pubblico, potesse occuparsi di argomenti seri e scomodi, e trasmettere dubbi e pessimismo (‘disfattismo’ secondo l’ideologia e il linguaggio di regime). L’Italia del dopoguerra, stretta fra il sogno/ ossessione di un boom che è solo economico e un moralismo di matrice cattolico-fascista, è fortemente arretrata anche in questo campo: se negli Stati Uniti c’era già stata l’esperienza del blues e dagli anni Trenta era attivo Woody Guthrie, che può considerarsi il precursore dei cantautori; e se in Francia si era sviluppata la scuola degli chansonnier, e già nella prima metà degli anni Cinquanta era emerso un grande cantautore quale George Brassens; in Italia, escludendo il pionieristico episodio dei Cantacronache (notevole per l’impegno sociale e politico, nonché per la collaborazioni di Italo Calvino e di Franco Fortini, che scrissero appositamente alcuni testi per il gruppo, ma artisticamente meno interessante), il fenomeno della canzone d’autore resterà sconosciuto fino agli anni Sessanta1.
È dunque naturale che i primi cantautori
italiani, per colmare questo gap, guardino ai loro corrispettivi d’oltralpe
come modelli, imitandone i temi e lo stile, e talvolta traducendone i brani
come fa ad esempio Fabrizio De André con George Brassens, contribuendo così a
farlo conoscere in Italia tramite le sue versioni, fedeli sia nel testo sia
nella musica.
Ma gli anni Sessanta vedono il sorgere di
nuovi fenomeni musicali provenienti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra che
mettono in ombra la produzione musicale francese. E i progressi tecnici (la
possibilità di registrare il suono, pienamente sfruttata solo a partire da
quest’epoca, e poi la comparsa dei primi nastri multitraccia) danno l’avvio a
una rivoluzione paragonabile a quella che dal teatro ha portato alla nascita
del cinema.
Così come il cinema non è la registrazione
di un’opera teatrale, ma qualcosa di diverso che ha la possibilità di superare
i limiti imposti dal palcoscenico, allo stesso modo la musica incisa – in
assenza di una terminologia consolidata mi servo di questa espressione, «musica
incisa», per far riferimento alla musica la cui pubblicazione consiste ab
origine in una registrazione e non in una partitura scritta – non è, con le
debite eccezioni (di solito segnalate dalla dicitura «live» o «dal vivo» e
simili), la semplice registrazione di una performance dal vivo, ma il risultato
di un montaggio di registrazioni effettuate in tempi diversi (overdubbing), e
che talvolta risulta impossibile da eseguire dal vivo2. Ciò non toglie che di
fianco alla registrazione il compositore possa scegliere di pubblicare anche la
partitura e/o di presentare la propria composizione attraverso esecuzioni dal
vivo sia prima sia dopo l’incisione sonora, talvolta con differenze marcate che
possono mostrare un’evoluzione dell’opera. E qui non è fuori luogo accennare
alla «coscienza mallaermiana» di cui parla Contini, coscienza dinamica che
considera «la poesia nel suo fare, l’interpreta come un lavoro perennemente
mobile e non finibile, di cui il poema storico [o il disco inciso, nel nostro
caso] rappresenta una sezione possibile, a rigore gratuita, non necesariamente
l’ultima». Tale concezione, sottolinea Contini, è però il punto di vista
dell’artista, non del fruitore comune, che spesso percepisce l’opera d’arte
come un oggetto fissato una volta per tutte3.
Sta di fatto comunque che, con la
possibilità di registrare i suoni, anche la musica può ora essere fissata in
una sua sezione, come mai era accaduto in precedenza. Questo cambiamento
sostanziale – che mi pare non sia ancora stato apprezzato in tutta la sua
portata se, mentre consideriamo il teatro e il cinema come due arti diverse,
continuiamo a chiamare musica, ad esempio, sia quella composta da Bach sia
quella composta e interpretata dai Beatles – ha trasformato la musica da
«performing art» a ciò che si potrebbe definire «performed art», non più arte
da mettere in scena come il teatro, ma arte già messa in scena e di cui si
fruisce il prodotto fissato una volta per tutte come la letteratura scritta, la
scultura, la pittura e il cinema4. Con una conseguenza importante: se per un
lavoro di Bach qualsiasi esecuzione (pur tenendo conto delle differenze
qualitative, e della maggiore o minore fedeltà rispetto a quella che pensiamo
essere stata la volontà del compositore) si pone virtualmente a livello di
parità con le altre, per una composizione dei Beatles ci sarà al contrario una
performance originale registrata dal gruppo, mentre le eventuali
interpretazioni di altri musicisti, al di là del loro valore artistico, saranno
da considerare dei rifacimenti (cover).
È solo in questo nuovo clima, nel quale la
figura dell’interprete si fonde con quella del compositore, che può nascere il
concetto, e il termine, di «cantautore», anche se poi verrà di fatto limitato a
un certo gruppo di autori-cantanti impegnati, la cui produzione risulta
coerente sia per i temi trattati sia per lo stile (musicale e dei testi).
Ho citato i Beatles non a caso, perché è
con loro che – proseguendo su una linea iniziata pochi anni prima dalla Motown
Records – il genere canzone raggiunge la perfezione formale: diventa
importante la cura di ogni dettaglio e l’impianto armonico si fa assai più
complesso. Anche se l’influsso dei Beatles sui cantautori italiani riguarda più
l’aspetto musicale che non quello dei testi (ed è probabilmente almeno in parte
filtrato in qualche modo da cantautori quali Bob Dylan e Leonard Cohen), va
però ricordato che senza Sgt. Pepper forse non avremmo mai
avuto i concept album di Fabrizio De André, e la canzone d’autore sarebbe
rimasta legata a forme musicali più semplici e del tutto subordinate al testo
(sullo stile di Georges Brassens o della prima Scuola Genovese).
Con Bob Dylan – che è il primo cantautore
a raggiungere un ampio successo internazionale – le canzoni diventano strumento
e simbolo mondiale di protesta in una società ormai globalizzata, e trattano
spesso anche argomenti di attualità quali la guerra, con riferimenti più o meno
espliciti alla guerra del Vietnam. Alcune sue canzoni vengono proposte in
lingua italiana, mantenendo la musica originale, da Fabrizio De André: Desolation
Row (Via della povertà), libera traduzione a quattro mani con Francesco De
Gregori, il quale contribuisce alla cripticità del testo e introduce
riferimenti a Hitler e ai campi di sterminio, incubi ricorrenti anche in altre
sue canzoni (1940, Cercando un altro Egitto, Rumore di niente)5; Romance
in Durango (Avventura a Durango), con la collaborazione di Massimo Bubola,
in cui il codeswitching del ritornello (nell’originale un misto di inglese e
spagnolo) viene reso in modo assai felice con un italiano vagamente
napoletaneggiante.
Un caso particolarissimo di influsso sui
cantautori italiani, e che mostra un diverso atteggiamento rispetto alla fonte
in Fabrizio De André e in Francesco De Gregori, si verifica con Leonard Cohen,
autore canadese nato a Montreal nel 1934 (e dunque più anziano dei cantautori
italiani), che dopo aver pubblicato quattro raccolte di poesia e due romanzi,
decide di affiancare la sua attività di scrittore (mai abbandonata per quanto
riguarda la produzione in poesia) con quella di cantautore. Verso la fine del
1967 esce il suo primo album, intitolato semplicemente Songs of Leonard
Cohen, destinato a diventare un classico del genere per la densità poética
dei testi, così come i due album che seguiranno a breve: Songs from a
room (1969) e Songs of love and hate (1970).
Fabrizio De André ne traduce alcune
canzoni, conservando sempre la musica originale: dapprima, nel 1972, Suzanne (di
cui viene mantenuto il titolo) e Joan of Arc (Giovanna
d’Arco); più avanti, nel 1975, Seems so long ago, Nancy (soltanto
Nancy nella versione italiana), forse la più deandreiana delle canzoni di
Leonard Cohen, ove si tratta di una giovane donna dalla vita sessuale aperta
(«she slept with everyone») che in un momento di solitudine e depressione si
suicida sparandosi («a forty five beside her head / an open telephone»).
Una quarta e ultima traduzione di Fabrizio
De André da Leonard Cohen sarà quella, in collaborazione con Sergio Bardotti,
di Famous blue raincoat (Famosa volpe azzurra), affidata alla voce di Ornella
Vanoni nel 1979.
Bisogna però dire che le versioni italiane
delle canzoni di Leonard Cohen proposte da Fabrizio De André (che confessava di
tradurre quando era privo di ispirazione e di dover ricorrere spesso al
vocabolario per tradurre dall’inglese) risultano di norma piuttosto rigide e
artisticamente meno riuscite rispetto alle traduzioni da Georges Brassens o Bob
Dylan e al rifacimento, non vincolato da una melodia preesistente, di alcune
poesie della Spoon river Anthology di Edgar Lee Masters6: nel tentativo di
riprodurre fedelmente l’originale di Leonard Cohen anche per quanto riguarda la
parte musicale, si perde in poeticità, e il confronto con la versione inglese
non regge al paragone.
Interessanti, per quanto piuttosto
discutibili nell’ultima parte, alcune dichiarazioni fatte da Fabrizio De André
durante un concerto della tournée Uomini e donne (1992-1993) dopo aver
interpretato Nancy e Giovanna d’Arco:
Io ho sempre pensato che quando un autore
non è abbastanza in vena per assumersi l’onere e la responsabilità di
un’opera in proprio, sia bene che traduca altri colleghi che si esprimono in
lingue diverse dalla nostra: si raggiungono nell’inmediato due scopi sicuri:
quello di esercitarsi e quello di dimostrarsi anche soggettivamente umili. […]
E poi si raggiunge anche un altro scopo credo oggettivamente utile a tutti: è
quello di divulgare quel poco o quel molto di poesia che può esserci nelle
canzoni appunto di autori che si esprimano in lingue straniere. […] In pratica
io me ne fotto abastanza della traduzione letterale, anzi non me ne importa
proprio niente: cerco di entrare il più possibile nello spirito della canzone e
attraverso la canzone stessa addirittura cercare di raggiungere lo spirito di
chi l’ha composta. Sono confortato in questo mio non correttissimo modo di
agire da quello che diceva il nostro maggiore critico letterario del nostro
secolo, Benedetto Croce, il quale distingueva le traduzioni in «brutte e
fedeli» e «belle e infedeli». E io di fronte a quello che io reputo essere il
bello sono disposto a qualsiasi perfida infedeltà7.
Delle quattro traduzioni da Leonard Cohen,
Nancy è quella che risulta più convincente, forse perché il tema è assai
congeniale al cantautore genovese e la versione italiana riesce in qualche
punto a distaccarsi dal testo originale senza sembrare infedele. In questo caso
alcune innovazioni o aggiunte di Fabrizio De André sono degne di nota: «dormiva
con tutti, / ma “cosa fai domani?” / non lo chiese mai a nessuno: / si innamorò
di tutti noi / non proprio di qualcuno / non solo di qualcuno» è una libera
traduzione di «she slept with everyone. / She never said she’d wait for us /
although she was alone, / I think she fell in love for us / in nineteen sixty
one, / in nineteen sixty one», ma con aumento di pathos grazie all’eliminazione
dei verba dicendi et pensandi originali, all’eliminazione dei riferimenti
temporali precisi a una vicenda di cronaca realmente accaduta nel 1961, e
all’aggiunta della domanda mai pronunciata da Nancy sul domani dei propri
compagni. Efficace anche l’opposizione tra «di tutti noi» e «non proprio di
qualcuno», con la variatio al verso successivo «non solo di qualcuno».
L’ineluttabilità della morte «by fire» a
cui è destinata Joan of Arc, rappresentata nel testo di Leonard
Cohen con l’immagine delle fiamme che inseguono la pulzella mentre cavalca, è
annullata nella versione italiana da un distico puramente descrittivo in cui la
tensione dell’inseguimento viene meno: «Now the flames they followed Joan of
Arc / as she came riding through the dark» diventa «Attraverso il buio Giovanna
d’Arco / precedeva le fiamme cavalcando». La metafora nuziale dell’unione della
protagonista con il fuoco, metafora che pervade interamente il testo di Joan of
Arc, viene in parte eliminata e il testo italiano non è sempre del tutto
comprensibile se non si guarda al testo inglese. La fisicità dei due sposi
scompare: il corpo della pulzella che sta per concedersi al fuoco («Then fire,
make your body cold, / I’m going to give you mine to hold») diventa un oggetto
qualsiasi («E se tu sei il fuoco raffreddati un poco, / le tue mani ora avranno
da tenere qualcosa»); e i «wedding guests» che assistono al rogo/matrimonio si
riducono a «gente».
Nonostante Fabrizio De André si prenda la
libertà di trasformare lo schema originario di rime baciate (con due sole
eccezioni costituite dalle assonanze baciate heart: Arc, presente due volte, e
guests: dress) in una struttura più libera che comprende invece rime, o assai
più frequentemente assonanze, baciate o incrociate (con l’eccezione di una
quartina che presenta due versi sciolti: poco: qualcosa: dentro: sposa), la
lingua risulta a tratti pesante, e ancor di più se la si confronta con la
scorrevolezza cristallina dei testi originali: «Well, I’m glad to hear you talk
this way, / you know I’ve watched you riding every day» è reso con un
innaturale «Son parole le tue che volevo ascoltare / ti ho spiata ogni giorno
cavalcare». In qualche caso il testo è addirittura rovesciato: Giovanna d’Arco,
rivolgendosi al fuoco, in Leonard Cohen «“And who are you?” she sternly spoke
[‘disse duramente’]» al punto da mettere quasi in imbarazzo l’interlocutore
(«“Why, I’m fire” he replied»), mentre in Fabrizio De André «“E chi sei tu?”
lei disse divertendosi al gioco».
In Suzanne la traduzione
è eccessivamente rigida (quasi una traduzione scolastica parola per parola) e
allo stesso tempo infedele: «Suzanne takes you down / to her place [‘a casa
sua’] near the river» è reso con «Nel suo posto in riva al fiume / Suzanne ti
ha voluto accanto»; i versi «And you want to travel with her / and you want to
travel blind [‘ad occhi chiusi’]» diventano un pesantissimo e sgrammaticato «E
tu vuoi viaggiarle insieme / vuoi viaggiarle insieme ciecamente»; e il
riferimento alla Nostra Signora del Porto – la statua della Madonna rivolta
verso il fiume San Lorenzo che si trova sulla cupola della chiesa di
Notre-Dame-de-Bonsecours a Montreal – è totalmente incompreso dal traduttore: i
versi «And the sun pours down like honey / on Our Lady of the harbour» nella
versione di Fabrizio De André fanno di Suzanne una prostituta che esercita al
porto («Il sole scende come miele / su di lei donna del porto»).
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L’atteggiamento di Francesco De Gregori è
radicalmente diverso. Gli omaggi a Leonard Cohen nell’opera di De Gregori – che
già nomina in modo esplicito il cantautore canadese nel brano In mezzo alla
città, scritto in collaborazione con Antonello Venditti e contenuto nel loro
album d’esordio Theorius Campus del 1972 (tra i vari oggetti citati,
correlativi oggettivi di un amore finito, ci sono i «dischi di Leonard Cohen»)
– sono tanti e sono disseminati lungo tutto l’arco della sua produzione, ma nei
dischi pubblicati ufficialmente non troviamo mai traduzioni integrali.
È pur vero che nei primi anni di attività,
quando si esibiva al Folkstudio in compagnia di Giorgio Lo Cascio, Francesco De
Gregori era solito eseguire dal vivo alcune traduzioni di brani di Leonard
Cohen8. E qualcosa è rimasto nei bootleg. Una registrazione (casalinga?) di
Giovanna d’Arco in versione italiana eseguita (voce e chitarra) da un giovane
De Gregori circola su internet, e non va confusa con la canzone omonima che
Francesco De Gregori scriverà per Fiorella Mannoia nei primi anni Novanta e in
cui l’autore sembra voler scrivere alla maniera di Ivano Fossati, che già aveva
scritto alcune canzoni per la stessa cantante. Nel live registrato al
Folkstudio il 24 gennaio 1970, oltre alle più celebri Suzanne (cantata da
Giorgio Lo Cascio) e So long, Marianne (A presto Marianne) compare anche una
bella traduzione di Tonight will be fine (Un letto come un altro). Sul finire
degli anni Novanta Francesco De Gregori tradurrà poi con il titolo Il futuro la
canzone The future, pubblicata da Leonard Cohen nel 1992, ma verrà incisa
dall’amico e collaboratore Mimmo Locasciulli. Pure il fratello di De Gregori,
Luigi (in arte ‘Luigi Grechi’ con il cognome della madre), alla fine degli anni
Settanta ha tradotto e inciso una canzone di Leonard Cohen: One of us cannot be
wrong (La regola d’oro).
Ma nella discografia ufficiale Francesco
De Gregori propone soltanto allusioni a Leonard Cohen: citando un nome, o
traducendo un verso, o inserendo un concetto o un oggetto attraverso un
procedimento di mellificatio che smembra la fonte e poi la esibisce incastonata
come gemma preziosa a chi sappia riconoscerla.
Il fenomeno è di particolare evidenza
nell’album Alice non lo sa (1973), disco ricco anche di
riferimenti letterari ad autori del Novecento, quali Sbarbaro, Saba, Pavese,
Calvino. Per fare qualche esempio di tessere coheniane, nel brano Marianna al
bivio compare anche una Suzanne («ma Suzanne mi dà la mano come prima»; «ma
Suzanne io non l’ho dimenticata»): i nomi Marianna e Suzanne non sono casuali,
bensì alludono alle protagonista di So long, Marianne e Suzanne (in cui tra
l’altro un verso recita «Now Suzanne takes your hand»). Altri elementi in
comune con So long, Marianne sono la presenza di una finestra e la lettura del
futuro, anche se con modalità differenti («I’d like to try to read your palm. /
I used to think I was some kind of Gypsy boy / before I let you take me home»
in Cohen; «chi ha guardato le mie carte / sa che forse la mia vita è già
decisa» in De Gregori)9. Una Marianna «cresciuta in fretta / in un’estate di
malumore» compare anche nell’inedito De Gregori era morto.
Il «telefono staccato» di Irene che sta
per gettarsi dal quarto piano è l’«open telephone» di Nancy, che nella versione
originale sta per spararsi (mentre nella versione italiana di Fabrizio De André
– che compare in Volume 8, album a cui collabora parzialmente anche Francesco
De Gregori – Nancy, il cui telefono è inspiegabilmente «rotto», «cercò dal
terzo piano la sua serenità»).
Il personaggio di Lili Marlene accomuna le
canzoni Famous blue raincoat e Alice. E altre espressioni o figure singolari
stabiliscono una fitta serie di allusioni ai testi di Leonard Cohen: i versi «e
mi dicevo “adesso sì che sto crescendo”, / invece era soltanto una stazione» di
Buonanotte fratello trovano corrispondenza in «I’m just a station on your way»
di Lady Winter; nell’album successivo la figura di san Giuseppe, ebreo in fuga,
a cui si paragona l’onirico protagonista di Cercando un altro Egitto perseguitato
dai nazisti («Insomma prendo tutto, / e come san Giuseppe / mi trovo a rotolare
per le scale, / cercando un altro Egitto») ha un antecedente in «He was just
some Joseph looking for a manger» di The stranger song10; nella recente Per
brevità chiamato artista un verso dice «Come un uccello sul filo o un ubriaco
per le scale» con evidente riferimento a «Like a bird on the wire, / like a
drunk in a midnight choir». Il caso forse più interessante è costituito dalla
coppia di canzoni Story of Isaac e La casa di Hilde11. I temi trattati sono
completamente diversi, ma i punti di contatto sono tanti.
La canzone di Leonard Cohen parte
dall’episodio biblico di Abramo che si dispone a sacrificare suo figlio Isacco
(Gen 22, 1-12), per poi passare a un’attualizzazione del tema, con riferimento
alla guerra in Vietnam, in cui i figli sacrificati dai padri sono i soldati
mandati a morire. Presentando il brano, all’epoca ancora non inciso, alla BBC
(BBC2 TV, Leonard Cohen sings Leonard Cohen, trasmissione dell’8 settembre
1968), l’autore dice che quando Abramo stava per sacrificare Isacco un angelo
fermò il suo braccio, mentre «today the children are being sacrificed and
no-one raises a hand to end the sacrifice»12. Nell’album ufficiale Live Songs
(1973) il pezzo (proveniente da un concerto berlinese del 1972) è introdotto
così: «it’s about those who would sacrifice one generation on behalf of
another»13.
La canzone di Francesco De Gregori parla
invece di una più prosaica vicenda di contrabbando di diamanti. Ma entrambe le
canzoni hanno per protagonisti un padre e un figlio, e il punto di vista è
quello del bambino, che racconta la storia.
STORY OF ISAAC
The door it opened slowly,
my father he came in,
I was nine years old.
And he stood so tall above me,
his blue eyes they were shining
and his voice was very cold.
He said, «I’ve had a vision
and you know I’m strong and holy,
I must do what I’ve been told».
So he started up the mountain,
I was running, he was walking,
and his axe was made of gold.
Well, the trees they got much smaller,
the lake a lady’s mirror,
we stopped to drink some wine.
Then he threw the bottle over.
Broke a minute later
and he put his hand on mine.
Thought I saw an eagle
but it might have been a vulture,
I never could decide.
Then my father built an altar,
he looked once behind his shoulder,
he knew I would not hide.
You who build these altars now
to sacrifice these children,
you must not do it anymore.
A scheme is not a vision
and you never have been tempted
by a demon or a god.
You who stand above them now,
your hatchets blunt and bloody,
you were not there before,
when I lay upon a mountain
and my father’s hand was trembling
with the beauty of the word.
And if you call me brother now,
forgive me if I inquire,
«Just according to whose plan?»
When it all comes down to dust
I will kill you if I must,
I will help you if I can.
When it all comes down to dust
I will help you if I must,
I will kill you if I can.
And mercy on our uniform,
man of peace or man of war,
the peacock spreads his fan.
LA CASA DI HILDE
L’ombra di mio padre due volte la mia,
lui camminava e io correvo,
sopra il sentiero di aghi di pino,
la montagna era verde.
Oltre quel monte il confine,
oltre il confine chissà,
oltre quel monte la casa di Hilde.
Io mi ricordo che avevo paura,
quando bussammo alla porta,
ma lei sorrise e ci disse di entrare,
era vestita di bianco.
E ci mettemmo seduti ad ascoltare il
tramonto,
Hilde nel buio suonava la cetra.
E nella notte mio padre dormiva,
ma io guardavo la luna,
dalla finestra potevo toccarla,
non era più alta di me.
E il cielo sembrava più grande
ed io mi sentivo già uomo.
Quando la neve scese a coprire la casa di
Hilde.
Il doganiere aveva un fucile
quando ci venne a svegliare,
disse a mio padre di alzare le mani
e gli frugò nelle tasche.
Ma non trovò proprio niente,
solo una foto ricordo.
Hilde nel buio suonava la cetra.
Il doganiere ci strinse la mano
e se ne andò desolato,
e allora Hilde aprì la sua cetra
e tirò fuori i diamanti.
E insieme bevemmo del vino
ma io solo mezzo bicchiere.
Quando fu l’alba lasciammo la casa di
Hilde.
Oltre il confine, con molto dolore,
non trovai fiori diversi,
ma sulla strada incontrammo una capra
che era curiosa di noi.
Mio padre le andò più vicino
e lei si lasciò catturare,
così la legammo alla corda e venne con
noi.
Isaac ha nove anni, mentre del
protagonista di La casa di Hilde non si conosce con precisione l’età, ma che si
tratti ancora di un bambino lo si capisce grazie ai primi due versi («L’ombra
di mio padre due volte la mia, / lui camminava e io correvo»), il secondo dei
quali corrisponde esattamente a un verso della Story of Isaac («I was running,
he was walking») mentre il primo esprime in forma diversa un concetto già
presente nella canzone di Leonard Cohen: «And he stood so tall above me».
In entrambe le canzoni la scena si svolge
in montagna, durante la salita, con il paesaggio sottostante che si
rimpicciolisce in Leonard Cohen:
So he started up the mountain
[…]
Well, the trees they got much smaller,
the lake a lady’s mirror,
mentre in De Gregori «la montagna era
verde», e se manca un verbo a indicare la salita, si capisce tuttavia che i due
personaggi stanno salendo, perché la loro destinazione, la casa di Hilde, è
oltre il monte:
Oltre quel monte il confine,
oltre il confine chissà,
oltre quel monte la casa di Hilde.
Qui non si vede il paesaggio sottostante
rimpocciolirsi ma, al contrario, avvicinarsi e ingrandirsi
quello soprastante:
ma io guardavo la luna,
dalla finestra potevo toccarla,
non era più alta di me.
E il cielo sembrava più grande.
Per rinfrancarsi della salita, nella Story
of Isaac i protagonisti si fermano per bere del vino: «we stopped to drink some
wine». Il vino viene bevuto anche in La casa di Hilde, – «e insieme bevemmo del
vino» –, con l’aggiunta di impronta realistica «ma io solo mezzo bicchiere»
essendo il protagonista un bambino all’epoca dell’episodio.
Un altro elemento che unisce le due
canzoni, il tema del sacrificio, non è riconoscibile a prima vista. Nella
canzone di Francesco De Gregori troviamo una capra la cui presenza parrebbe
poco funzionale nel contesto:
ma sulla strada incontrammo una capra
che era curiosa di noi.
Mio padre le andò più vicino
e lei si lasciò catturare.
Soltanto attraverso il confronto con la
Story of Isaac si può capire che la capra è il capro espiatorio da sacrificare
sull’altare costruito dal padre, e come Isacco non oppone alcuna resistenza.
Nell’episodio biblico, dopo l’intervento dell’angelo, Abramo sacrifica appunto
un ariete14.
Un riferimento alla guerra e
all’opposizione tra noi e loro, i ‘diversi’ della retorica ufficiale, a cui
segue lo stupore/delusione del singolo nel non riscontrare nell’esperienza
diretta la presunta diversità del nemico affermata dalla propaganda, compare
súbito prima dell’incontro con la vittima sacrificale:
Oltre il confine, con molto dolore,
non trovai fiori diversi
concetto che sembra richiamare l’«uomo in
fondo alla valle / che aveva il tuo stesso identico umore / ma la divisa di un
altro colore» nella Guerra di Piero15, oppure le donne francesi corteggiate dai
soldati (italiani? tedeschi?) di 1940 che «non è vero che siano diverse», o
ancora «l’esercito degli uomini diversi» che si troverà nella posteriore
Finestre del dolore dello stesso De Gregori.
Note
*Relazione presentata al convegno della
Canadian Society for Italian Studies tenutosi presso la Concordia University,
Montreal, 28-30 maggio 2010.
1. Manca purtroppo una storia della
canzone d’autore che tenga conto, in chiave storico-filologica e in una
prospettiva comparatistica euro-americana, sia dei testi sia della musica e che
contempli anche il materiale bootleg (brani inediti, registrazioni casalinghe,
prime versioni, prove in studio, concerti) ove disponibile, e non si limiti al
racconto aneddotico: che tratteggi insomma, contestualizzandoli, più l’arte e
l’artista nel connubio di parole e musica (con particolare attenzione ai
rapporti di intertestualità con i modelli e ai rimandi interni alla propia
produzione, nonché alla genesi/evoluzione dei componimenti), e meno l’uomo di
spettacolo e lo showbiz. Per un panorama storico, che necessiterebbe però di
varie integrazioni, vd. almeno la voce La canzone d’autore in Italia,
a cura di Roberto Vecchioni, in Enciclopedia Italiana - Treccani, senza data
(ma aggiornata fino agli anni 1997/98), consultabile online sul sito http://www.treccani.it e
la ricca bibliografia ivi elencata (tra cui segnalo i lavori di Borgna, Jachia,
Baldazzi-Clarotti-Rocco). Vasta bibliografia anche nel più recente S.
Pivato, Bella ciao. Canto e politica nella storia d’Italia, Bari
2005.
2. Aggiungo che la tecnica
dell’overdubbing è oggi usata anche per la registrazione di alcuni brani di
musica antica particolarmente ardui o impossibili da eseguire da un solo strumentista:
ad esempio alcune note dell’Arte della fuga o dell’Offerta
musicale di Bach non possono essere suonate su uno strumento a
tastiera da un solo interprete, e si supera questo problema ricorrendo o a un
secondo interprete o appunto alla sovraincisione.
3. G. Contini, Saggio d’un
commento alle correzioni del Petrarca volgare, in Id., Varianti e
altra linguistica. Una raccolta di saggi (1938-1968), Torino 1970, p.
5.
4. A rigore si dovrebbe poi distinguere
tra arte riproducibile (come la letteratura, riproducibile salvo errori di
copia attraverso la scrittura; o come la musica incisa e il cinema,
riproducibili attraverso i vari supporti che si sono succeduti nel tempo) e
arte concepita come pezzo unico (scultura, pittura), in cui l’opera coincide con
il supporto materiale (senza con ciò togliere la possibilità, spesso attuata
soprattutto in passato, di trarne delle copie). Ma mi piace paragonare la
música incisa alla scultura, se non altro per l’icasticità dell’immagine.
5. Interessante notare che Hitler non è
mai indicato con il cognome nelle canzoni di Francesco De Gregori: in Via
della povertà è «il caporale Adolfo», in 1940 è «l’uomo coi baffi» che
«l’altro ieri è arrivato a Parigi», in Rumore di niente, canzone sul vuoto
politico dei primi anni Novanta e sul rischio concreto che possano sempre
riemergere nuovi o vecchi fascismi, è evocato come imbianchino e assassino.
Mussolini è invece nominato in Le storie di ieri, ma solo dopo una prima
evocazione, di stampo gaddiano, nel verso «la mascella al cortile parlava».
6. Sull’album Non al denaro, non
all’amore né al cielo vd. Lo studio di G. Zeppegno, La tenacia
delle immagini: viaggio esplorativo nella Spoon River di Fabrizio De André,
in «Critica del testo», X/3 (2007), pp. 139-68, che purtroppo non tiene però
conto del testo inglese di Edgar Lee Masters. Fabrizio De André non trae i
testi semplicemente dalla traduzione di Fernanda Pivano, come è invece opinione
diffusa, bensì tiene sott’occhio sia la traduzione della Pivano sia
l’originale. La sostituzione di «un infermiere cattolico» (Pivano) con «due
guardie bigotte» (De André), nella canzone Il blasfemo, ad esempio risponderà
anche a esigenze di rima (bigotte : botte) come sostenuto dalla Zeppegno, e ciò
vale per la scelta dell’aggettivo e della forma plurale, ma trova fondamento in
primo luogo nella lezione «Catholic guard» della poesia Wendell P. Bloyd:
entrambe le traduzioni sono possibili perché il testo non dice esplicitamente
se il blasfemo Bloyd sia stato rinchiuso in prigione o in manicomio («they
locked me up as insane»).
7. Trascrizione mia da una non meglio
precisata registrazione bootleg, forse Milano, Teatro Smeraldo, 12 dicembre
1992.
8. Vd. G. Lo Cascio, De Gregori, Padova
1990, pp. 17-8 e 28, ove si dice che il repertorio di traduzioni dal cantautore
canadese includeva Suzanne; So long, Marianne; Joan of Arc; Story of
Isaac e The partisan. Sul Folkstudio, storico crocevia
romano di incontri tra la musica americana e la musica italiana, rimando a A.
Carrera, Oh, the streets of Rome: Bob Dylan in Italy, in Highway 61
revisited: Bob Dylan’s road from Minnesota to the world, C.J. Sheehy -
T. Swiss eds., Minneapolis, MN 2009, pp. 84-105, in particolare alle pp. 88-9.
9. L’associazione zingaro-carte o
zingaro-previsione del futuro, spesso presente nella cultura popolare, compare
esplicitamente in altre due canzoni di De Gregori: Rimmel e Prendi
questa mano. Una lettura della mano infine è implicita in Pezzi di vetro.
10. Osservo inoltre che nella versione del
brano compresa nell’album live Musica leggera (1990), il verso
eufemistico/reticente «i bambini sono tutti a giocare» diventerà un più
esplicito e inquietante «i bambini sono tutti a volare», omaggio al Guccini di
Auschwitz (La canzone del bambino nel vento).
11. Le due canzoni sono contenute
rispettivamente in Songs from a room (1969) e Alice
non lo sa (1973). Purtroppo non si conosce la traduzione della Story
of Isaac effettuata da Francesco De Gregori di cui parla Giorgio Lo
Cascio (vd. supra).
12. Trascrizione mia dal bootleg L. Cohen,
BBC recordings 1968, JWB Remasters, sine data. Sullo stesso brano vd. anche il
commento di A. DeCurtis, Leonard Cohen’s second album, in L. Cohen, Songs
from a room, Columbia 1969, cd reissue 2007, liner notes, pp. 10-3, alle
pp. 11-2: «Cohen uses the Biblical story of Abraham’s willingness to sacrifice
his son Isaac as a parallel to the generational battles of the Sixties,
particularly over the Vietnam war, in “Story of Isaac.” Cohen is quiet, stark
and unrelenting, suffused with moral outrage at the capacity of the old to
permit the young to be annihilated in the name of a vague, unidentifiable
“scheme” – while, at the same time, refusing the idea that the young are in any
way morally superior simply by virtue of their suffering».
13. Trascrizione mia.
14. C’è assai probabilmente da ravvisare
qui un influsso della «capra dal viso semita» di Umberto Saba, autore a cui
guardavano spesso i cantautori (si pensi anche a La città vecchia di De André).
Il tema della vittima sacrificale ariete/agnello ricorre comunque più volte
nell’opera di Francesco De Gregori: un agnello si trova in La casa del
pazzo (repertorio ermetico/ onirico di temi riusati poi in altre
canzoni, compresa La casa di Hilde), compare sulla copertina del
secondo album solista (quello senza titolo del 1974, conosciuto anche con il
soprannome ‘La pecora’) ed è protagonista del brano più recente L’agnello di
Dio.
15. Non sarebbe l’unica allusione a
Fabrizio De André in Francesco De Gregori. I versi «io non ricordo che occhi
avevi / l’ultima volta che ti ho insultato» nella canzone Dolce amore del Bahia
ad esempio richiamano, rovesciandola, Amore che vieni, amore che vai («e tu che
con gli occhi di un altro colore / mi dici le stesse parole d’amore»). L’«efebo
sospetto» di Sono tuo che «beveva vino rosso / sporcandosi il colletto / […] ma
l’han buttato fuori / perché non credeva in Dio (bestemmiava Dio nella prima
versione poi censurata)», è un controcanto a Il blasfemo di Fabrizio De André
(«Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino, / non avevano leggi per
punire un blasfemo»). E richiama il cantautore genovese pure la Signora
Aquilone: «legato ai suoi fianchi c’era un vecchio aquilone / lei lo seguiva
senza fare domande» proprio come fa Marinella con l’uomo che diventerà il suo
assassino: «tu lo seguisti senza una ragione / come un ragazzo segue un
aquilone / […] lui pose le sue mani sui tuoi fianchi»; ma qui potrebbero
esserci anche altre suggestioni, dal momento che la seconda raccolta poetica di
L. Cohen, The spice-box of earth, Toronto-Montreal 1961, si apre
con la poesia A kite is a victim (Un aquilone è una vittima), e
un Signor Aquilone (Mr. Kite) compare nell’album Sgt.
Pepper’s lonely hearts club band dei Beatles.
Da: «Reading songs-Leggere canzoni» in
Semicerchio. Rivista di poesia comparata, XLVI (01/2012), 15-22