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lunedì 26 gennaio 2026

Tornerà l'America - Pino Farinotti

La letteratura, il cinema, la musica, le avanguardie artistiche e accademiche, i diritti civili, insomma la “nostra” America com’era e che adesso è umiliata, schiacciata, irriconoscibile, senza forze e senza destino, tornerà.

Dello stato degli USA di questa epoca abbiamo notizia ora per ora, non occorrono mie parole per averne l’istantanea. Mi rifaccio a un libro in uscita di qualcuno che conosce bene l’argomento, avendo vissuto in quel paese, Antonio Caprarica:
"Il Bullo - Come Donald Trump ha distrutto l’Occidente". E io completo … "e ha distrutto l’America". 
Come sempre per ragioni di spazio devo limitarmi a focus su episodi, comunque efficaci ed esemplari. Il “Presidente” versus l’università. Gli aggettivi sopra “umiliata, schiacciata” eccetera vanno implementati. Una vera e propria scure si è abbattuta su Harvard attaccata sulla propria indipendenza e sui diritti costituzionali, e privata di gran parte dei finanziamenti federali. I contributi agli studenti e ai ricercatori sono stati sospesi. Sono stati rivisti i criteri di ammissione di studenti e professori rispetto alle loro posizioni politiche. L’affondo "presidenziale" si è esteso ad oltre 60 atenei. La censura ha ordinato la soppressione di programmi dedicati alla diversità. Credo che possa bastare: un segnale e un modello davvero edificante. 
In tutto l’"affaire Presidente" (non farò il nome): mi risulta incomprensibile come leader di paesi che da millenni hanno creato civiltà e culture, fondato imperi, governato continenti, non riescano a fare argine a quella forza impropria, a questo neo-imperialismo che ci mette tutti in pericolo.

Come spesso nei miei scritti mi concedo una digressione storica, in chiave di affinità. D.T. il Presidente è investito di un potere abnorme, incontrastato, devi tornare indietro nei secoli per scovare delle analogie. Devi tornare agli imperi. Con tutte le relative variabili storiche, civili e umane naturalmente, questo salto può apparire originale, ma non improprio. Ed ecco in azione il meccanismo della memoria che di getto, come internet, sa misurare la qualità e l’importanza. Ed ecco emergere Costantino, Carlo Magno, Carlo V, Napoleone, la Regina Vittoria. Avevano in mano il mondo, come D.T.. Lui ti direbbe subito di essere meglio dell’Imperatore che aveva scatenato sette guerre, mentre lui ne ha chiuse otto. 

L’auspicio mio e di (quasi) tutti è che si appalesino leader capaci di una restaurazione che sappia sorpassare, senza dimenticarlo, l’infortunio di questa brutta stagione. Non può che essere così, lo dice la storia. Ma voglio soccorrere noi tutti, con un promemoria bello e forte, di quando l’America era quella di una volta, repubblica certo imperfetta, ma che quando era il momento accorreva in Europa e in Giappone e sconfiggeva nazismo, fascismo e imperialismo, lasciando là cimiteri con milioni di croci americane. 
Quel tempo e quella guerra, e il dopoguerra cambiarono tante cose. Le prime due parole del mio scritto sono “letteratura e cinema”. Starò a queste due discipline. Prima, nella cultura, nelle biblioteche, nelle librarie, nelle pubblicazioni, nei master, in accademia e nei convegni, prevalevano altre letterature: i russi, i britannici, i francesi, i mitteleuropei, scrittura grande e nobile, ma adesso dall’altra parte dell’Atlantico arrivavano altre forze, gente con addosso l’eredità dolorosa ma ricca e dura della guerra, che raccontava storie nuove e diverse, sesso e azione, disobbedienza, orizzonti di un mondo nuovo, roba potente: quelli, come si dice, “spaccavano”. La mia formazione e la mia generazione e altre, sono figlie soprattutto, non solo, di quel movimento. Avevamo l’età vulnerabile, diciamo prima dei vent’anni, dove leggi, studi, assumi e vieni coinvolto, ti entusiasmi e ti scoraggi. Poi cresci e aggiusti le prospettive. Dico che continuo ad essere “americano” ma sono in buona parte anche “francese”.    

Ancora: sono costretto, dolorosamente, a scelte ed esclusioni, in tutto l’immenso complesso di quella letteratura. Ma le opere emerse fanno parte del cuore e dell’anima di quella nazione. E’ un’eredità che attraverso il tempo e la vicenda umana, arriva a noi. Dico che senza quegli autori, quelle intelligenze, quelle opere, saremmo molto diversi da quello che siamo. Propongo le prime parole di undici libri. Sono poche righe, ma gli incipit sono una sorta di coro greco, di premessa-promessa che anticipa il contenuto intero. Credo che molti conosceranno questi scritti, letti nella stagione che ho detto sopra e allora l’auspicio è che vengano ripresi e riesplorati. Attraverso questa “verifica americana” sarà come tornare alla nostra gioventù, e riscontrare la differenza: come eravamo e come siamo. Sarà bello. 


La lettera scarlatta, 1850 (Nathaniel Hawthorne)

«Una folla d’uomini barbuti, dagli abiti scuri e dai grigi cappelloni a punta, e di donne in cappuccio o a testa nuda, stava raccolta davanti a un edificio di legno, la cui porta di quercia massiccia era guarnita con bulloni di ferro».

Moby Dick, 1851 (Herman Melville)
Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.

Ritratto di signora, 1881 (Henry James) 
Sotto certi aspetti ci sono nella vita poche ore più piacevoli di quelle dedicate alla cerimonia del tè del pomeriggio. Vi sono circostanze in cui, sia che si prenda il tè o no – c’è della gente che non ne vuol sapere. Quel momento è in sé stesso delizioso, 
un assetto mirabile apprestandomi a scrivere questa storia.
 

Huckleberry Finn, 1884 (Mark Twain)
Voi non sapete nulla di me, a meno che non abbiate letto un libro chiamato Le avventure di Tom Sawyer; ma non importa. Quel libro fu scritto dal signor Mark Twain, che per lo più disse la verità. C’erano delle esagerazioni, ma per lo più egli disse la verità. Questo non dimostra nulla.

Il grande Gatsby, 1925 (Scott Fitzgerald)
Quand’ero più giovane e vulnerabile, mio padre mi ha dato un consiglio che ho fatto mio da allora. «Tutte le volte che ti viene da criticare qualcuno», mi ha detto, «ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu».

L’urlo e il furore,1929 (William Faulkner)
Sette aprile 1928 – Al di là dello steccato, fra i rampicanti, potevo vederli giocare. Procedevano verso la bandiera, ed io li seguivo, lungo lo steccato. Luster frugava l’erba, sotto l’albero in fiore.

Furore,1939 (John Steinbeck)
Sulle terre rosse dell’Oklahoma le ultime piogge furono leggere, e non lasciarono traccia sui terreni arati. Le lame passarono e ripassarono spianando i solchi piovani. Le ultime piogge fecero rialzare in fretta il mais e sparsero colonie di gramigna e ortiche ai lati delle strade, tanto che le terre cominciarono a sparire sotto una coltre verde. 

Per chi suona la campana,1940 (Ernest Hemingway)
«Nessun uomo è un'isola, completo in sé stesso; ogni uomo è una parte del continente, una parte del tutto. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te».

Il giovane Holden,1951 (G.D. Salinger)
Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. 

On the Road, 1951 (Jack Kerouac) 
Incontrai Dean per la prima volta dopo la separazione da mia moglie. Mi ero appena rimesso da una seria malattia della quale non vale la pena di parlare, se non perché aveva a che fare con quella separazione avvilente e penosa e con la sensazione di morte che si era impadronita di me.

Colazione da Tiffany,1958 (Truman Capote)
Ho sempre avuto una certa nostalgia per i luoghi dove sono vissuto, le case e i dintorni. Ad esempio, in una delle strade di Manhattan tra la Settantesima e l’Ottantesima Est c’è un palazzo di arenaria dove, nei primi anni della guerra, ho affittato il mio primo appartamento a New York. 

Le due discipline: libri e film americani, che dittico potente. Sappiamo tutti cos’era Hollywood nella sua età dell’oro. Quando il cinema portava distrazione e serenità nell’epoca tragica della Grande depressione degli anni trenta, grazie ai film di 
Frank Capra, di Walt Disney, e a quelli con Fred Astaire e Ginger Rogers. E anche durante la guerra il compito dei film non era diverso: i figli delle famiglie americane erano in Europa e nel Pacifico, e non si sa se sarebbero tornati. Il cinema aiutava chi era a casa, soprattutto con la proposta quotidiana di documentari che cercavano di essere rassicuranti. Mi fermo a questo quadro generale perché ai lettori di MYmovies non servono altre mie parole sui titoli che seguono. Li conoscono benissimo.    

E’ davvero superfluo rilevare che tutti i romanzi citati sono diventati film, anche più volte. Chiudo con un mio mantra sul primato della letteratura rispetto al cinema: esistono film tratti da libri; salvo improprie anomalie non esistono libri tratti da film. E dunque: nessuno dei film qui sotto è diventato un romanzo.
A chiudere davvero. Un concetto che conosciamo: resistere, resistere, resistere.
L’America ritorna. 

Quarto potere, Viale del tramonto, Un americano a Parigi, Un uomo tranquillo, Fronte del porto, La parola ai giurati, A qualcuno piace caldo, Indovina chi viene a cena, 2001: Odissea nello spazio, Apocalypse Now, Manhattan, Schindler’s list.

da qui

venerdì 14 settembre 2018

La ferrovia sotterranea - Colson Whitehead

quando il paese lavorava per l'accumulazione primaria, milioni di esseri umani, uguali a loro, erano tenuti in schiavitù.
è sempre bene leggere cosa era (e cosa è) la schiavitù, per non dimenticare.
Colson Whitehead mette fra i protagonisti, anzi, il protagonista è la ferrovia sotterranea, una ferrovia misteriosa che porta al nord, libero dalla schiavitù.
chi ha visto 12 anni schiavo sa di cosa si tratta.
la cosa terribile è l'esistenza di bande di legali cacciatori di schiavi fuggiti, capaci di ogni violenza pur di (ri)portare neri al Sud (come anche il film racconta)
quello che stupisce Cora e tutti i neri schiavi è la violenza e la gratuità e impunità della crudeltà.
non so se questo libro è un capolavoro, lo diranno i posteri, solo dico che è un libro necessario.
buona lettura.




…Colson Whitehead scrive una storia che non soltanto sovverte qualche canone, una pretesa letteraria onnipresente e quasi banale, ma mescola alcuni ingredienti in una ricetta che ha una certa pretesa, non del tutto campata in aria, di originalità.
La storia è di schiavismo nelle sterminate piantagioni di cotone del sud degli Stati Uniti, quindi possiamo approssimativamente collocarci nella prima metà dell’Ottocento, comunque prima della guerra di secessione tra stati Confederati e stati Unionisti. Determinare un riferimento storico però non è indispensabile e forse anche sbagliato da assumere. Nel senso che per quel che sappiamo della storia, la vicenda potrebbe benissimo essersi svolta in un tempo e luogo completamente immaginario, dove nessuna guerra civile americana si è svolta e lo schiavismo non è mai stato abolito dagli stati del sud.
Questo non è un romanzo storico. Chi lo assume come tale fa una supposizione del tutto arbitraria (e si perde gran parte del gusto, dico io).
La storia segue la vita della protagonista, Cora, giovane schiava in una piantagione della Georgia. La storia è quella di una fuga per la libertà, dagli orrori della schiavitù verso un mitico nord nel quale anche i neri sono liberi. Niente di originale in questo, anzi, storia classica, raccontata molte volte, cinematografata, televisiva, mitizzata, manipolata e distorta a piacere da chiunque, razzisti e attivisti, liberal e conservatori. Storia ancora non conclusa, come l’attualità ci ricorda, le immagini degli orrori dello schiavismo americano toccano corde sensibili nelle coscienze di molti e forse hanno una funzione civica per i moltissimi con evidenti problemi di memoria. Tuttavia, chi leggendo il libro si accontenta di questo, si accontenta dell’attualità.
Whitehead fa un’altra operazione, sfruttando la vicenda tradizionale della storia americana e anche il momento propizio per toccare certi temi: scrive una storia gotica della natura dell’uomo…

…La ferrovia sotterranea conta 376 pagine ma non me ne sono neanche accorta. Non riuscivo a staccarmene, troppo presa dagli eventi, dai personaggi e dalle storie che costellano il cammino di Cora. C'è Caesar che per primo dà il via a questo lungo e difficile viaggio, c'è il capostazione Lumbly, il terribile cacciatore di schiavi Ridgeway, gli spietati fratelli Randall, c'è la tenuta dei Valentine dove gli schiavi liberati assaggiano per la prima volta un brandello di libertà e ci sono figure femminili straordinarie come la vecchia Ajarry e Mabel.
E, infine, l'altro grande personaggio, la ferrovia sotterranea, che assume contorni e sfumature diversi a ogni tappa, a ogni nuova stazione. Cosa ci sarà oltre quelle scalette che salgono in superficie, oppressione o libertà? L'incognita è sempre in agguato: La ferrovia sotterranea è più grande delle persone che ci lavorano: comprende anche tutti voi. Le piccole diramazioni, le grosse direttrici. Abbiamo le locomotive più all'avanguardia e quelle antiquate, e abbiamo carrelli a mano come quello che hai visto. La ferrovia arriva dappertutto, in posti che conosciamo e altri che non conosciamo. C'è questo tunnel qui, proprio sotto di noi, e nessuno sa dove porta. Se continuiamo a tenere in funzione la ferrovia, e nessuno di noi arriva a capirlo, magari potresti capirlo tu…

… In un mondo in cui i giornali fanno della violenza uno spettacolo e si rincorrono nel pubblicare foto di bambini spiaggiati o di neonati morti di fame e in cui la narrativa, letteraria, cinematografica e televisiva poco importa, la iperdrammatizza e la enfatizza, Whitehead infatti fa una cosa rivoluzionaria: lascia parlare la violenza da sola, senza didascalie, senza troppi indugi e senza retorica.
Ne La ferrovia sotterranea di violenza ce n'è ad ogni pagina, praticamente ad ogni riga. Sarebbe stato difficile d'altronde il contrario, visto che il romanzo è la storia della drammatica fuga di una giovane schiava dalla piantagione dei suoi proprietari attraverso gli Stati Uniti del primo Ottocento. La bravura di Whitehead sta proprio nel lasciare che la violenza insita in ogni cosa che racconta si faccia avanti da sola, senza iperrealistici e inutili indugi. La morte è quasi sempre questione di un momento, di una frase. E anche quando è resa lenta e terrificante dalla tortura, questa arriva al lettore in poche istantanee, quelle che bastano.
«Quando ho scritto La ferrovia sotterranea non ho pensato all'America contemporanea». Ecco il segreto, la confessione dell'autore, il trucco: non c'è nessuna volontà morale o educativa nella penna di Whitehead. C'è solo il piacere (in questo caso piuttosto doloroso) di raccontare una storia di libertà e di sofferenza, di razzismo, di eroismo e codardia, di umanità e disumanità. «Volevo semplicemente scrivere qualcosa che fosse attuale nel 2015, ma anche nel 1995, nel 1985 e così via», continua, «L'America era un paese razzista 150 anni fa e lo è tutto tuttora, quindi è ovvio che quando parli di una storia di schiavi e di razzismo negli Stati Uniti d'America, anche si stratta di una storia che appartiene a un mondo scomparso da 150 anni, la prima cosa che ti viene in mente è l'America di Trump. Ma non scrivo libri per mandare messaggi, nemmeno in questo caso»…

…Se la condizione della vita degli schiavi e i costumi degli Stati schiavisti sono realistici, l’unica libertà che Whitehead si è preso è stata quella di inventare la ferrovia sotterranea. Questo è l’espediente che utilizza l’autore per spostare i suoi personaggi dal Sud verso il Nord degli Stati Uniti. I treni sotterranei non sono mai esistiti, ma io voglio credere che qualche bianco, nel profondo Sud o nelle colonie dell’Est, abbia aiutato qualche schiavo a fuggire dall’inferno.
L’America in quel periodo non era un buon posto per chi stava dalla parte degli schiavi: gli schiavisti erano numerosi e la legge era dalla loro parte; c’erano punizioni molto cruente per i bianchi che aiutavano gli schiavi a fuggire o peggio se li nascondevano in casa in attesa di farli scappare. La legge permetteva agli schiavisti di poter recuperare gli schiavi di loro proprietà anche a distanza di chilometri e spesso anche se si erano rifugiati negli Stati abolizionisti…

venerdì 28 aprile 2017

Tormenta – Russell Banks

a parte il titolo italiano davvero poco fedele (il titolo inglese è Affliction), anche Tormenta è un gran libro.
il personaggio che racconta è il fratello buono, Rolfe, che è fuggito da Lawford appena possibile, e racconta la storia di Wade, il fratello sfigato, che è rimasto nella cittadina, e vive di lavoretti elargiti dai potenti, ha un padre terribile, una famiglia a pezzi, una figlia che non sa trattare, una moglie che se n’è andata in città, si è rifatta una vita, forse anche Wade si rifarà, con difficoltà, una vita, ma succede qualcosa, e Wade non può fare finta di niente.
sono in tutto 400 pagine, e dispiace arrivare alla fine, Russell Banks non annoia mai.
in esergo una frase di Simone Weil: “Il grande enigma della vita umana non è la sofferenza, è la sventura”.
il libro è del 1989, a pagina 284 appare Donald Trump.
la traduzione è di Massimo Birattari.
Tormenta mi ha ricordato Manchester by the sea, i personaggi sono quelli di paese, di cittadine molto vicine, e abbastanza sfortunati.
nel 1997 ne è stato tratto un film, diretto da Paul Schrader, Wade è interpretato da Nick Nolte, appaiono, fra gli altri, Sissy Spacek, James Coburn e Willem Dafoe.
buona lettura.






…La disperata esistenza del protagonista Wade Whitehouse è figlia di un'infanzia difficile, dell'impossibilità di uscire da soli dal personaggio che ci si è costruiti e dai pre-giudizi che ne conseguono, da un desiderio/aspettativa di redenzione che passa attraverso l'immagine irraggiungibile di un sé ideale.
"Tormenta" è una tristemente reale discesa negli inferi di un uomo prigioniero del proprio passato, dei propri fallimenti, delle proprie frustrazioni; Russell Banks tiene in mano saldamente le redini della narrazione che, soprattutto nella prima parte, è spettacolare per come riesce a calare il lettore nel contesto geografico, sociale, climatico e relazionale di un piccolo paese del New Hampshire attraverso splendide e minuziose descrizioni dei protagonisti, del panorama, della ritualità…

…L'aspra bellezza di questo romanzo si direbbe il risultato, quasi casuale, del netto contrasto tra la schematicità della fabula (nientemeno che l'uccisione del padre: il quale, prevedibilmente, da morto appare "piccolo, acciambellato, con la taglia e la forma di un bambino addormentato") e la dolorosa, delicata esattezza di mille dettagli e osservazioni, e piccoli incidenti ed episodi di sfondo o di contorno (i cervi nascosti sulla montagna; l'apparizione della figlia di Twombley, bionda, alta e snella sulla balconata; l'oscura, atavica diffidenza per l'ebreo; un camioncino che lentamente sprofonda nel lago ghiacciato, la scena terribile dell'estrazione del dente, ecc.) - finché tali episodi restano di sfondo o di contorno e non vengono risucchiati nel gorgo della follia paterna e del furore filiale.
P.S. Da dove è saltato fuori il titolo italiano, Tormenta (in inglese è Affliction: cioè, semmai, Tormento), per un romanzo in cui - è vero, sì - nevica spesso, ma la cui scena madre avviene in una giornata di luce abbacinante ("E poi all'improvviso Wade fu all'esterno del fienile, in mezzo alla luce, circondato di campi di neve luccicante e dagli alberi neri al di là di essi, e sopra di lui, innumerevoli chilometri di cielo azzurro, e il sole, un disco appiattito, bianco e freddo come l'infinito")?

ci sono romanzi che sono geograficamente potenti. in cui il luogo e il clima sono talmente forti, condizionanti, presenti, da essere quasi vivi, quasi un personaggio. un romanzo ambientato nel Nord degli stati uniti, una piccola cittadina vicino a Concord. Boschi, foreste e un clima inospitale con la neve presente per dieci mesi l'anno. Il clima influenza i caratteri e le vite: gli uomini, provati dai lavori di fatica e dal freddo, bevono e sono tendenzialmente violenti; le donne, piegate dagli eventi, precocemente invecchiate e deluse. l'unica soluzione sembra essere la fuga: chi riesce ad andarsene, trova una relativa pace, chi resta, sembra avere un destino ineluttabile e comune. Un romanzo che indaga come un carattere possa essere forgiato da tanti fattori e come un uomo tendenzialmente buono, desideroso di tranquillità e calore, possa accumulare errori su errori. Il libro è ormai fuori catalogo, ed è un peccato perché il romanzo è potente e scritto benissimo. L'unica pecca è una eccessiva verbosità in alcuni punti che rende lo svolgimento un po' macchinoso, e una traduzione un po' antiquata. altamente consigliato.

Un capolavoro. Un libro che si legge tutto d'un fiato, sempre e ovunque, sfruttando ogni ritaglio di tempo della giornata. E' scritto benissimo. Lo stile narrativo è fresco e autentito, pur nella sperimentazione di tecniche nuove e originali. Non scade mai nel pure esercizio stilistico. La potenza descrittiva dei personaggi e del loro mondo è tale da creare nella mente del lettore immagini forti come quelle che un bravo regista fa scorrere sullo schermo cinematografico. Mi piace anche il titolo, tormenta, che nulla toglie all'originale affliction, ma anzi gioca sul confine tra il dramma interiore dell'individuo e quello esteriore, causato e condizionato dall'ambiente che lo circonda.

martedì 7 ottobre 2014

9 ottobre 1967: viene ucciso il Che








nel 2008 Steven Soderbergh ha girato un film in due parti, apparso anche nei cinema italiani (e quindi si trova in dvd), nel quale Benicio del Toro “è” Ernesto Che Guevara.
qui e qui due recensioni in italiano, qui quella di Roger Ebert.
recuperatelo, se vi era sfuggito, è ottimo cinema.

Lettera di Julio Cortázar a Roberto Fernández Retamar sulla morte del “Che” Guevara
Parigi, 29 Ottobre 1967
Miei carissimi Roberto, Adelaida:
Ieri notte sono tornato a Parigi da Algeri. Solo ora, a casa mia, sono capace di scrivervi coerentemente; laggiù, in un mondo dove contava solo il lavoro, ho lasciato trascorrere i giorni come in un incubo, comprando giornali su giornali, senza volermi convincere, nel vedere quelle foto che tutti abbiamo visto, nel leggere le stesse notizie e nell’entrare, ora dopo ora, nella più dure delle realtà da accettare.
E’ stato allora che mi è arrivato il tuo messaggio per telefono, Roberto, e mi sono dedicato a questo testo che avresti già dovuto ricevere e che ti invio nuovamente perché tu possa trovare il tempo di vederlo un’altra volta prima che venga stampato, poiché so quali sono i meccanismi del telex e quello che accade con le parole e con le frasi.
Voglio dirti questo: non sono capace di scrivere quando qualcosa mi ferisce tanto, non sono, non sarò mai lo scrittore professionale pronto a produrre quello che ci si aspetta da lui, quello che gli viene richiesto o quello che lui chiede disperatamente a se stesso. La verità è che la scrittura, oggi e di fronte a ciò, mi sembra la più banale delle arti, una specie di rifugio, quasi di dissimulazione, la sostituzione dell’insostituibile.
Il Che è morto e a me non resta altro che il silenzio, chissà fino a quando; se ti ho inviato questo testo è stato perché eri tu che me lo chiedevi, e perché so quanto amavi il Che e quello che lui significava per te. Qui a Parigi ho trovato un telegramma di Lisandro Otero che mi chiede centocinquanta parole per Cuba. Così, centocinquanta parole, come se uno potesse toglierle dal portafoglio come monete. Non credo di poterle scrivere, sono vuoto e arido, e cadrei nella retorica. E questo no, soprattutto questo. Lisandro perdonerà il mio silenzio, o lo prenderà male, non mi importa; in ogni caso tu sai quello che provo. Vedi, laggiù ad Algeri, circondato da imbecilli burocrati, in un ufficio dove si andava avanti sempre con la stessa routine, mi sono rinchiuso ,una e molte altre volte, nel bagno per piangere; si doveva stare in un bagno, capisci, per restare solo, per potersi sfogare senza violare le sacrosante regole del buon vivere di una organizzazione internazionale. Persino tutto quello che ti sto raccontando mi fa vergognare perché parlo di me stesso, l’eterna prima persona del singolare, e in cambio mi sento incapace di dire qualcosa di lui. Allora sto zitto.
Hai ricevuto, spero, il telegramma che ti ho inviato prima del tuo messaggio. Era il mio unico modo per abbracciare te ed Adelaida, e tutti gli amici della Casa. E questo è per te, l’unica cosa che sono stato capace di scrivere in queste prime ore, questo che è nato come un poema e che desidero che tu tenga e che conservi affinché ci faccia sentire più vicini.

Che
Io avevo un fratello
Non siamo mai vissuti vicini ma
Non ha importanza.
Io avevo un fratello
Che vagava per i monti
Mentre io dormivo.
Gli ho voluto bene a modo mio,
ho interpretato la sua voce
libera come l’acqua,
ho camminato volta volta
vicino la sua ombra.
Non ci siamo mai visti
Ma non aveva importanza,
mio fratello sveglio
mentre io dormivo,
mio fratello che mi indicava
nella notte
la sua stella eletta.
Ci riscriveremo. Un grande abbraccio ad Adelaida. Per sempre.
Julio.
(Traduzione di Samanta Catastini)