La letteratura, il cinema, la musica, le avanguardie artistiche e accademiche, i diritti civili, insomma la “nostra” America com’era e che adesso è umiliata, schiacciata, irriconoscibile, senza forze e senza destino, tornerà.
Dello stato degli USA di questa epoca abbiamo notizia ora per ora, non
occorrono mie parole per averne l’istantanea. Mi rifaccio a un libro in uscita
di qualcuno che conosce bene l’argomento, avendo vissuto in quel paese, Antonio
Caprarica:
"Il Bullo - Come Donald Trump ha distrutto l’Occidente". E io
completo … "e ha distrutto l’America".
Come sempre per ragioni di spazio devo limitarmi a focus su episodi, comunque
efficaci ed esemplari. Il “Presidente” versus l’università. Gli aggettivi sopra
“umiliata, schiacciata” eccetera vanno implementati. Una vera e propria scure
si è abbattuta su Harvard attaccata sulla propria indipendenza e sui diritti
costituzionali, e privata di gran parte dei finanziamenti federali. I
contributi agli studenti e ai ricercatori sono stati sospesi. Sono stati
rivisti i criteri di ammissione di studenti e professori rispetto alle loro
posizioni politiche. L’affondo "presidenziale" si è esteso ad oltre
60 atenei. La censura ha ordinato la soppressione di programmi dedicati alla
diversità. Credo che possa bastare: un segnale e un modello davvero edificante.
In tutto l’"affaire Presidente" (non farò il nome): mi risulta
incomprensibile come leader di paesi che da millenni hanno creato civiltà e
culture, fondato imperi, governato continenti, non riescano a fare argine a
quella forza impropria, a questo neo-imperialismo che ci mette tutti in
pericolo.
Come spesso nei miei scritti mi concedo una digressione storica, in chiave di
affinità. D.T. il Presidente è investito di un potere abnorme, incontrastato,
devi tornare indietro nei secoli per scovare delle analogie. Devi tornare agli
imperi. Con tutte le relative variabili storiche, civili e umane naturalmente,
questo salto può apparire originale, ma non improprio. Ed ecco in azione il
meccanismo della memoria che di getto, come internet, sa misurare la qualità e
l’importanza. Ed ecco emergere Costantino, Carlo Magno, Carlo V, Napoleone, la
Regina Vittoria. Avevano in mano il mondo, come D.T.. Lui ti direbbe subito di
essere meglio dell’Imperatore che aveva scatenato sette guerre, mentre lui ne
ha chiuse otto.
L’auspicio mio e di (quasi) tutti è che si appalesino leader capaci di
una restaurazione che sappia sorpassare, senza dimenticarlo, l’infortunio di
questa brutta stagione. Non può che essere così, lo dice la storia. Ma
voglio soccorrere noi tutti, con un promemoria bello e forte, di quando
l’America era quella di una volta, repubblica certo imperfetta, ma che quando
era il momento accorreva in Europa e in Giappone e sconfiggeva nazismo,
fascismo e imperialismo, lasciando là cimiteri con milioni di croci
americane.
Quel tempo e quella guerra, e il dopoguerra cambiarono tante cose. Le prime due
parole del mio scritto sono “letteratura e cinema”. Starò a queste due
discipline. Prima, nella cultura, nelle biblioteche, nelle librarie, nelle
pubblicazioni, nei master, in accademia e nei convegni, prevalevano altre
letterature: i russi, i britannici, i francesi, i mitteleuropei, scrittura
grande e nobile, ma adesso dall’altra parte dell’Atlantico arrivavano altre
forze, gente con addosso l’eredità dolorosa ma ricca e dura della guerra, che
raccontava storie nuove e diverse, sesso e azione, disobbedienza, orizzonti di
un mondo nuovo, roba potente: quelli, come si dice, “spaccavano”. La mia
formazione e la mia generazione e altre, sono figlie soprattutto, non solo, di
quel movimento. Avevamo l’età vulnerabile, diciamo prima dei vent’anni, dove
leggi, studi, assumi e vieni coinvolto, ti entusiasmi e ti scoraggi. Poi cresci
e aggiusti le prospettive. Dico che continuo ad essere “americano” ma sono in
buona parte anche “francese”.
Ancora: sono costretto, dolorosamente, a scelte ed esclusioni, in tutto
l’immenso complesso di quella letteratura. Ma le opere emerse fanno parte del
cuore e dell’anima di quella nazione. E’ un’eredità che attraverso il tempo e
la vicenda umana, arriva a noi. Dico che senza quegli autori, quelle
intelligenze, quelle opere, saremmo molto diversi da quello che siamo. Propongo
le prime parole di undici libri. Sono poche righe, ma gli incipit sono una
sorta di coro greco, di premessa-promessa che anticipa il contenuto intero.
Credo che molti conosceranno questi scritti, letti nella stagione che ho detto
sopra e allora l’auspicio è che vengano ripresi e riesplorati. Attraverso
questa “verifica americana” sarà come tornare alla nostra gioventù, e
riscontrare la differenza: come eravamo e come siamo. Sarà bello.
La lettera scarlatta, 1850 (Nathaniel Hawthorne)
«Una folla d’uomini barbuti, dagli abiti scuri e dai grigi cappelloni a
punta, e di donne in cappuccio o a testa nuda, stava raccolta davanti a un
edificio di legno, la cui porta di quercia massiccia era guarnita con bulloni
di ferro».
Moby Dick, 1851 (Herman Melville)
Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo
pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a
terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È
un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.
Ritratto di signora, 1881 (Henry James)
Sotto certi aspetti ci sono nella vita poche ore più piacevoli di quelle
dedicate alla cerimonia del tè del pomeriggio. Vi sono circostanze in cui, sia
che si prenda il tè o no – c’è della gente che non ne vuol sapere. Quel momento
è in sé stesso delizioso,
un assetto mirabile apprestandomi a scrivere questa storia.
Huckleberry Finn, 1884 (Mark Twain)
Voi non sapete nulla di me, a meno che non abbiate letto un libro chiamato
Le avventure di Tom Sawyer; ma non importa. Quel libro fu scritto dal signor
Mark Twain, che per lo più disse la verità. C’erano delle esagerazioni, ma per
lo più egli disse la verità. Questo non dimostra nulla.
Il grande Gatsby, 1925 (Scott Fitzgerald)
Quand’ero più giovane e vulnerabile, mio padre mi ha dato un consiglio che
ho fatto mio da allora. «Tutte le volte che ti viene da criticare qualcuno», mi
ha detto, «ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che
hai avuto tu».
L’urlo e il furore,1929 (William Faulkner)
Sette aprile 1928 – Al di là dello steccato, fra i rampicanti, potevo
vederli giocare. Procedevano verso la bandiera, ed io li seguivo, lungo lo
steccato. Luster frugava l’erba, sotto l’albero in fiore.
Furore,1939 (John Steinbeck)
Sulle terre rosse dell’Oklahoma le ultime piogge furono leggere, e non
lasciarono traccia sui terreni arati. Le lame passarono e ripassarono spianando
i solchi piovani. Le ultime piogge fecero rialzare in fretta il mais e sparsero
colonie di gramigna e ortiche ai lati delle strade, tanto che le terre
cominciarono a sparire sotto una coltre verde.
Per chi suona la campana,1940 (Ernest Hemingway)
«Nessun uomo è un'isola, completo in sé stesso; ogni uomo è una parte del
continente, una parte del tutto. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la
campana: suona per te».
Il giovane Holden,1951 (G.D. Salinger)
Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere
prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa
facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte
quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di
parlarne.
On the Road, 1951 (Jack Kerouac)
Incontrai Dean per la prima volta dopo la separazione da mia moglie. Mi ero
appena rimesso da una seria malattia della quale non vale la pena di parlare,
se non perché aveva a che fare con quella separazione avvilente e penosa e con
la sensazione di morte che si era impadronita di me.
Colazione da Tiffany,1958 (Truman Capote)
Ho sempre avuto una certa nostalgia per i luoghi dove sono vissuto, le case
e i dintorni. Ad esempio, in una delle strade di Manhattan tra la Settantesima
e l’Ottantesima Est c’è un palazzo di arenaria dove, nei primi anni della
guerra, ho affittato il mio primo appartamento a New York.
Le due discipline: libri e film americani, che dittico potente. Sappiamo tutti
cos’era Hollywood nella sua età dell’oro. Quando il cinema portava distrazione
e serenità nell’epoca tragica della Grande depressione degli anni trenta,
grazie ai film di Frank Capra, di Walt Disney, e a quelli
con Fred Astaire e Ginger Rogers. E anche
durante la guerra il compito dei film non era diverso: i figli delle famiglie
americane erano in Europa e nel Pacifico, e non si sa se sarebbero tornati. Il
cinema aiutava chi era a casa, soprattutto con la proposta quotidiana di
documentari che cercavano di essere rassicuranti. Mi fermo a questo quadro
generale perché ai lettori di MYmovies non servono altre mie parole sui titoli
che seguono. Li conoscono benissimo.
E’ davvero superfluo rilevare che tutti i romanzi citati sono diventati film,
anche più volte. Chiudo con un mio mantra sul primato della letteratura
rispetto al cinema: esistono film tratti da libri; salvo improprie
anomalie non esistono libri tratti da film. E dunque: nessuno dei film qui
sotto è diventato un romanzo.
A chiudere davvero. Un concetto che conosciamo: resistere, resistere,
resistere.
L’America ritorna.
Quarto
potere, Viale
del tramonto, Un
americano a Parigi, Un uomo
tranquillo, Fronte
del porto, La
parola ai giurati, A
qualcuno piace caldo, Indovina
chi viene a cena, 2001:
Odissea nello spazio, Apocalypse
Now, Manhattan, Schindler’s
list.
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