Un omaggio a
Stig Dagerman per augurarvi cose che spesso ostacolano il successo esteriore e
hanno tutto il diritto di farlo perché sono più importanti
Muoio di
vergogna se non combatto la vostra idea che ogni pensiero conservatore non è
solo farina del sacco reazionario; la stessa logica che vi porta a ritenere
innovativa qualsiasi cosa provenga dall’area progressista.
Non è così,
maledizione!
Muovendomi
tra voi, in una società così ottusa, mi fate sentire come un anarchico durante
la guerra civile spagnola, esposto a un fuoco incrociato; loro venivano colpiti
in petto da tedeschi e italiani e alle spalle dai proiettili russi, io davanti
dai conformisti e dietro dai riformisti.
Se
continuate così non riuscirete mai a combattere seriamente le stridenti
disuguaglianze nella distribuzione del cibo, dei vestiti e delle possibilità di
istruzione, e tantomeno arriverete a realizzare che queste ingiustizie non sono
l’unico criterio per giudicare la mostruosità di un sistema sociale
Se sistemi
di terrore come il nazismo rivelano immediatamente la propria natura con una
sfrenata violenza fisica, non dimenticatevi che bisogna diffidare pure delle
autorità politiche che incutono terrore senza bastonare fisicamente le persone:
anche i sistemi statali più democratici esercitano sui governati una pressione
e incutono un’angoscia a cui non c’è romanzo horror o poliziesco che possa far
concorrenza.
Occorre
molta attenzione per capire quale lavoro compiono quelle matasse di fili invisibili
che connettono tra loro stato e alta finanza, governanti e chi li manovra,
politica e denaro. E quel che capite dovete raccontarlo a tutti, per intero,
senza menzogne.
Se tacete di
fronte a un’ingiustizia o alla violazione di un valore irrinunciabile fate
quanto è in vostro potere per uccidere nel silenzio la giustizia e, in
generale, il principio della libera opposizione.
Sappiate che
negli anni Trenta veniva consigliato a chi era svedese di rimanere in silenzio
mentre gli antifascisti tedeschi venivano torturati a morte nei campi di
concentramento e gli ebrei costretti a spazzare le strade nelle città tedesche:
dicevano che erano tutte questioni interne della Germania in cui gli svedesi
non dovevano immischiarsi e che solo le questioni interne della Svezia li
riguardavano. Sfortunatamente troppi seguirono quel cattivo consiglio e
lasciarono che gli oppositori tedeschi se ne morissero in pace.
I cattivi
consiglieri vennero poi smascherati come gente che, per vigliaccheria o per
denaro, invitava a star zitti su quel che il nazismo faceva.
Il silenzio
della gente comune è stata una ruota spaventosamente efficiente
nell’ingranaggio della macchina nazista; diversamente non avrebbe funzionato
per così tanti anni. Altra ruota indispensabile fu l’oblio dei poteri forti:
Hitler era un uomo riconosciuto da tutto il mondo, gli statisti andavano in
Germania e stipulavano trattati, il Papa è stato il primo a riconoscerlo, ho
visto coi miei occhi una foto dove gli stringe la mano.
Spero che
l’esperienza della Germania nazista vi convinca che esistono persone che ci
consigliano di tacere quando accadono nel mondo cose contro cui il nostro senso
di giustizia si ribella.
Ribellatevi
a quel che vi ripugna, a persone come quel direttore di banca di Amburgo
secondo cui i norvegesi avrebbero dovuto, nonostante tutto, essere contenti
dell’occupazione tedesca, visto che si erano date loro un bel po’ di strade di
montagna; o a quel tipo che è andato in Norvegia come medico militare dopo la
laurea e ha raccontato solo di meravigliose discese con gli sci al chiaro di
luna nelle località di montagna, che a sentirlo sembra quasi che i tedeschi
abbiano occupato la Norvegia per amore degli sport invernali.
Vi scrivo di
ribellarvi, di non tacere.
Vi scrivo
come scrittore, non come giornalista perché il giornalismo è l’arte di arrivare
troppo tardi il più in fretta possibile, e io non la imparerò mai. Non la
voglio imparare.
Vi scrivo
perché lo scrittore può ricoprire il modesto ruolo del lombrico nel terriccio
della cultura che altrimenti si disseccherebbe nell’aridità delle convenzioni;
essere il politico dell’impossibile in un mondo dove sono troppi i politici del
possibile è un ruolo che personalmente mi può soddisfare come essere sociale e
come individuo.
Scrivo per
chi ha fame, perché la fame non favorisce la ricerca delle cause, e chi è
permanentemente affamato non riesce a stabilire alcun’altra relazione se non la
più immediata: chi vive alla soglia-limite della sopravvivenza non combatte per
una democrazia, ma per allontanarsi il più possibile da tale limite.
Scrivo per
chi è costretto a contare i suoi spiccioli anche mentre dorme.
Scrivo
perché nessuno debba mai più ritenere il carcere più libero della società in
cui vive e l’ospedale più salutare dello spietato campo di battaglia della
lotta per la vita.
Scrivo
perché le condizioni sociali hanno costretto sempre più persone a smettere di
cercare un conforto tra le afflizioni, ma considerano l’afflizione in sé un
conforto, a tal punto che si rattristano se si dice loro che altrove si sono
viste cose peggiori.
Scrivo per
scuotere chi è schiavo della necessità di guadagnare, di farsi strada, di
diventare qualcuno.
Sapete bene
che c’è un’ora della notte fonda in cui ognuno deve togliersi la maschera, ma
immagino siate tutti convinti di poter sgusciare via poco prima della
mezzanotte; v’invito a chiedervi cosa potrebbe succedervi se in quel momento
inciampaste, se vi accadesse una di quelle cose che non si riescono più a
dimenticare e veniste rimessi al vostro posto in modo così definitivo da non
poter più sfuggire a voi stessi.
Spero
pensiate un poco alle mie parole e, intanto, vi auguro due cose che spesso
ostacolano il successo esteriore e hanno tutto il diritto di farlo perché sono
più importanti: l’amore e la libertà.
Ma sì, perché
no?!, vi auguro anche buone feste.
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