C’è una parola che la stampa italiana maneggia come fosse un concetto neutro, quando invece è un proiettile: maranza. È diventata un’etichetta pronta all’uso, un marchio di infamia cucito addosso ai giovani razzializzati delle città del nord, l’ennesima invenzione linguistica che serve a riprodurre gerarchie, non a descrivere la realtà. La sua comparsa negli esami pubblici dell’Ordine dei giornalisti non è un errorei: è la prova di un giornalismo che ha interiorizzato, senza più neppure accorgersene, l’ideologia sicuritaria e il dispositivo coloniale che governa l’immaginario nazionale.
L’Italia ha deciso che quei ragazzi – in tuta, con la trap nelle orecchie,
col borsello a tracolla, con un islam non addomesticato – non sono parte del
paese: sono un disturbo, un rumore di fondo, una minaccia sempre sul punto di
materializzarsi. E così la parola maranza è diventata un
alibi: un modo per evitare di guardare la verità più semplice e più
destabilizzante. La verità che questo paese è già multietnico, multiculturale,
multireligioso, e che la sua gioventù non assomiglia più alla favola
rassicurante dell’italianità bianca, cattolica e obbediente.
I maranza come specchio del paese che non vuole riconoscersi
La criminalizzazione dei maranza dice molto più dell’Italia che dei ragazzi
stessi. Dice che lo Stato, quando incontra ciò che non controlla, non dialoga:
reprime. Dice che il giornalismo, invece di interrogarsi sulle proprie
responsabilità, cerca categorie etniche con cui giustificare la paura. Dice che
la destra, ma anche troppo spesso un centro-sinistra stanco e pavido, ha
bisogno di costruire un “nemico interno” per evitare di nominare le contraddizioni
del capitalismo neoliberale.
Houria Bouteldja, in Maranza di tutto il mondo uniteviii, lo dice senza mezzi termini: il maranza è la figura
che meglio incarna l’espropriazione, la marginalità prodotta dalla fine del
ciclo fordista e la razzializzazione intrinseca del progetto nazionale europeo.
Ci ricorda che il problema non sono questi giovani, ma l’ordine sociale
che li produce e poi li respinge. come scartiiii. Sono loro la parte viva, conflittuale,
potenzialmente rivoluzionaria delle nostre metropoli. In loro si incarna ciò
che l’Italia non vuole vedere: la genealogia coloniale della propria identità,
la violenza strutturale della polizia, la frattura tra chi ha diritto di
cittadinanza piena e chi è sempre in condizione di sospensione.
Panico morale: una tecnologia del potere
La costruzione del “maranza” come minaccia è l’ennesima ripetizione di un
copione antico. Valerio Marchi lo ha spiegato con lucidità: le società in crisi
generano folk devils, capri espiatori utili a
scaricare ansie e contraddizioni.
Tommaso Sarti, nel suo Pisciare sulla metropoliiv, mostra quanto questo processo sia oggi raffinato: la
parola maranza attiva immediatamente un archivio di stereotipi
coloniali, islamofobici, classisti. È sufficiente pronunciarla perché venga
evocata una figura compatta e spaventosa, fatta di violenza gratuita,
incapacità educativa, rifiuto della modernità.
Nulla di tutto questo corrisponde alla realtà. È la proiezione
della nostra paura della periferia, della nostra incapacità di ragionare in
termini di conflitto sociale, del nostro rifiuto della complessità. L’Italia
non tollera che la sua seconda generazione non voglia più starsene zitta. Non
perdona a questi giovani di aver rotto il patto della politesse e
di aver scelto la politique: prendere parola, prendere spazio,
prendere posizione.
La rivolta come lingua madre
Ogni tentativo di controllare i maranza — dalle ronde fasciste alle
crociate moraliste dei talk show — fallisce perché scambia per “devianza” ciò
che è in realtà un processo di soggettivazione politica. La cultura
trap e drill non è folklore: è un discorso antagonista che parla la lingua
della strada e rivendica un diritto fondamentale, quello a non essere
normalizzati.
Quando Baby Gang canta “Marocchino”, non sta chiedendo integrazione: sta
gettando in faccia al paese il rifiuto di ripulirsi per renderlo tranquillo.
Quando i ragazzi citati da Sarti evocano Gaza, Falastin, il bled, non stanno
giocando a fare gli “esotici”: stanno costruendo un immaginario politico
transnazionale, una genealogia di resistenza che lega Milano, Londra, Parigi,
Casablanca. È una cultura che rifiuta la vergogna e ribalta lo stigma
in dignità.
In questo senso, la categoria maranza non va solo
rifiutata: va riconosciuta come ciò che tenta di essere sotto la superficie
della stigmatizzazione. Un noi che non si lascia catturare,
una comunità che supera i confini della nazione, una gioventù che smette di
chiedere permesso.
La polizia, unica presenza delle istituzioni
Sarti lo mostra senza giri di parole: in tanti quartieri popolari
lo Stato non esiste se non in forma repressiva. Non c’è investimento, non
c’è cura, non c’è welfare. Ci sono pattuglie, posti di blocco, controlli mirati
sui corpi razzializzati.v La violenza che la politica imputa ai maranza è
in realtà un riflesso della violenza istituzionale che li circonda.
Il caso di Ramy Elgaml ha messo a nudo questo dispositivo: un ragazzo morto
durante un inseguimento, una comunità in strada, e subito la narrazione
mediatica pronta a definire “rivolta etnica” ciò che era semplicemente una
richiesta di giustizia. Ancora una volta, la colpa non stava nelle azioni dei
ragazzi, ma nel fatto stesso che osassero protestare (leggi anche Corvetto, scuole aperte e patti educativi).
Il rimosso coloniale come radice del nostro presente
Il panico morale sul maranza è la conferma dell’incapacità italiana di
confrontarsi col proprio passato coloniale. Il paese che si racconta come
“buono” rifiuta di vedere che il proprio immaginario è ancora attraversato
dall’idea del meticcio come corpo sospetto, da disciplinare o espellere. Per
questo la proposta della Lega di “remigrare” le seconde generazioni non è un
incidente retorico: è la conseguenza logica di un sistema che definisce
l’italianità in chiave etnica.
Bouteldja ha ragione quando dice che la linea del colore è ormai il vero
crinale del conflitto politico. Non è sufficiente parlare di sfruttamento senza
parlare di razza; non è possibile immaginare un movimento emancipativo che non
tenga conto della posizione dei corpi razzializzati nella gerarchia sociale. I
maranza non sono un problema da risolvere: sono un segnale che la lotta contro
le disuguaglianze oggi passa necessariamente per la decolonizzazione
degli immaginari.
Una nuova soggettività per un nuovo spazio politico
L’Italia teme i maranza perché intuisce – confusamente – che attraverso di
loro sta emergendo un nuovo soggetto politico. Non un partito, non una
minoranza organizzata, ma un insieme di pratiche: occupazione dello spazio
pubblico, rifiuto dell’integrazione subalterna, creazione di estetiche proprie,
costruzione di reti transnazionali, rifiuto dell’autorità statale, uso della
musica come veicolo di teoria politica.
Sono gli eredi inconsapevoli delle lotte anticoloniali, dei movimenti
neri, della cultura hip-hop radicale, ma anche della storia operaia italiana che
i dominanti vorrebbero cancellare. Non cercano di entrare nel sistema: cercano
di incrinarlo dall’interno. Ed è precisamente ciò che questo paese – fondato
sulla paura della disobbedienza – non può tollerare.
Portatori di una possibilità
Accettare le tesi di Bouteldja e Sarti significa invertire completamente lo
sguardo: non sono i maranza a minacciare l’Italia; è l’Italia a minacciare
loro. La loro esistenza denuncia le nostre strutture di dominio: la cittadinanza
escludente, il razzismo istituzionale, il controllo poliziesco, l’ipocrisia
mediatica, la nostalgia coloniale.
I maranza non devono integrarsi: devono essere riconosciuti come parte del
processo di ridefinizione della città contemporanea. Non devono “calmarsi”:
devono essere ascoltati. Non devono assimilarsi: devono esistere liberamente,
come portatori di una possibilità politica che l’Italia non ha
ancora avuto il coraggio di immaginare.
Loro sono già ciò che questo paese finge di non essere meticcio,
insubordinato, globale, vivo.Ed è proprio questo che spaventa.
i “Maranza” in una traccia d’esame per i giornalisti. Esposto all’Ordine
– https://www.professionereporter.eu/2025/11/maranza-in-una-traccia-desame-per-i-giornalisti-esposto-allordine/
ii Houria Bouteldja – “Maranza di tutto il mondo, unitevi! Per
un’alleanza dei barbari nelle periferie” DeriveApprodi, 2024
iii Vincenzo Scalia – Alla ricerca del maranza perduto.
Recensione a Houria Bouteldja, in Studi sulla questione criminale
online al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2025/05/28/alla-ricerca-del-maranza-perduto-recensione-a-houria-bouteldja-maranza-di-tutto-il-mondo-unitevi-per-unalleanza-dei-barbari-delle-periferie-deriveapprodi-2024/
iv Tommaso Sarti – “Pisciare sulla metropoli. (T)Rap, Islam e
criminalizzazione dei maranza” DeriveApprodi, 2025
v Iacopo Cirilli , Recensione di “Pisciare sulla metropoli. (T)Rap,
Islam e criminalizzazione dei maranza”, al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2025/12/01/recensione-di-pisciare-sulla-metropoli-trap-islam-e-criminalizzazione-dei-maranza/
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