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martedì 7 luglio 2026

Il pestaggio più grave mai documentato nella storia in carcere - Ilaria Cucchi


“Quando vedemmo i video delle violenze restammo sconvolti: non ci saremmo mai aspettati una cosa del genere da parte di servitori dello Stato”. Lo ha detto il pubblico ministero, aprendo la requisitoria nell’aula bunker di Caserta. E quando un magistrato che di mestiere vede omicidi e pestaggi tutti i giorni dice di non essersi mai aspettato una cosa simile dallo Stato, vuol dire che siamo davanti a qualcosa di davvero osceno.

Il 6 aprile 2020, all’alba della pandemia, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere i detenuti del reparto Nilo vennero massacrati per più di quattro ore. La colpa quella di aver chiesto delle mascherine, il giorno prima, dopo il primo caso di Covid in un reparto vicino.

Ci sono 103 persone imputate: agenti penitenziari, medici dell’Asl, vertici del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria).

Dopo le botte, naturalmente, il depistaggio. Perché non basta spaccare le ossa a un uomo indifeso, bisogna anche riscrivere la realtà per farlo sembrare colpevole. Referti medici falsificati per nascondere le lesioni, una rivolta inventata di sana pianta per coprire quella che fu una spedizione punitiva organizzata. Nelle carte del processo si legge, testualmente, “un falso galattico”.

Io questo schema lo conosco a memoria, e ogni volta lo rivedo identico, fotocopiato. L’ho vissuto sulla mia pelle per sedici anni, e ancora oggi mi chiedo come sia possibile continuare ad agire sempre allo stesso modo, con la sicurezza di chi ha coperture ben precise dall’alto.

E infatti c’è un dettaglio di questa vicenda che non sfugge a chi vuole vedere. Antonio Fullone, all’epoca provveditore regionale del Dap in Campania, è per l’accusa l’uomo che organizzò quella perquisizione diventata massacro. È innocente fino a condanna definitiva, deve essere chiaro, perché le garanzie valgono per tutti. Ma nell’agosto del 2025, mentre il processo è ancora in corso, Fullone è stato nominato dirigente generale della Direzione Generale della Formazione del Dap, il vertice della formazione di tutto il personale penitenziario italiano. Una nomina firmata sotto il governo di cui fa parte Andrea Delmastro Delle Vedove, sottosegretario alla Giustizia con delega all’amministrazione penitenziaria, lo stesso che nel giugno 2020 si era precipitato davanti a quel carcere per applaudire pubblicamente agenti già indagati per tortura. Non serve aspettare una sentenza per leggere il segnale politico di una promozione del genere. Il messaggio è arrivato, forte e chiaro, a tutto l’apparato dello Stato: chi protegge il corpo fa carriera, chi parla resta solo a pagarne il prezzo.

È lo stesso identico messaggio che ho visto recapitare agli uomini coinvolti nella morte di mio fratello e nei successivi falsi e depistaggi, anno dopo anno, processo dopo processo. Ed è lo stesso messaggio che oggi, in questo governo, continua a essere recapitato a chi indossa una divisa: copri e farai carriera.

da qui

giovedì 25 ottobre 2018

Grazie Ilaria Cucchi. Da una figlia d’Arma - Paola Caridi

Sono figlia d’Arma. Così si dice nel gergo di chi ha o ha avuto un padre carabiniere. Anche se carabiniere, mio padre, lo fu solo per cinque anni. Arruolato durante la seconda guerra mondiale per fame, emigrato da Reggio Calabria in cerca di un lavoro. Si congedò per poter sposare la donna che amava: allora, era il 1949, un carabiniere non poteva contrarre matrimonio prima di dieci anni di servizio.
Mio padre carabiniere fu per tutta la vita sarto. Ma per tutta la vita rimase carabiniere. Ho vissuto infanzia e adolescenza circondata dai segni: le divise nere che cuciva ai suoi ex commilitoni poi ufficiali e alti ufficiali; i bottoni grandi con la fiamma, i cappelli, tanti alamari, i calendari dell’Arma, le sfilate di maggio a Piazza di Siena. Il 5 giugno. E poi le frasi che si sono incistate nella mia testa: nei secoli fedele, obbedir tacendo e tacendo morir, in servizio permanente effettivo 24 su 24.
Folklore dell’Arma, si dirà. Certo. Anche. Ma il mio grado di fiducia nell’Arma dei Carabinieri non è mai venuto meno. Eppure per conservarlo, ora, e in questi ultimi anni, c’è bisogno che qualcosa cambi.
Ciò che Ilaria Cucchi ha fatto in questi nove anni di coraggiosa (e spesso solitaria) battaglia per la giustizia che si deve a suo fratello Stefano, deve essere considerato dall’Arma dei Carabinieri un regalo. È attraverso la vicenda di cui Stefano Cucchi, la persona Stefano Cucchi, il cittadino Stefano Cucchi, è stato vittima sacrificale che l’Arma deve riconquistare quella fiducia che gli italiani le hanno sempre consegnato. Lo può fare solo istituendo una indagine seria, profonda, lunga, estenuante nei suoi ranghi.
L’omertà può fare molto male all’Arma. Può distruggere la sua reputazione. Può sporcare la memoria di chi, tra i carabinieri, ha perso la vita per fare il suo dovere. Può essere una slavina che non difenderà un corpo che vive su stipendi spesso ridicoli e poco dignitosi per il lavoro che si è chiamati a compiere.
Le notizie di questi ultimi anni, mesi, giorni sono a dir poco preoccupanti. Sono sirene che devono rompere il silenzio. La condanna di uno dei due carabinieri accusati di violenza sessuale a Firenze, e il rinvio a giudizio dell’altro accusato. I risultati dei RIS sull’omicidio di Serena Mollicone che indicano la caserma di Arce il luogo in cui si è consumato l’assassinio. La scioccante deposizione di un carabiniere, Francesco Tedesco, nel processo per trovare la necessaria e dovuta verità sulla morte di Stefano Cucchi. Queste notizie impongono un esame di coscienza dell’Arma, a tutti i livelli, per capire non solo cosa sia successo, ma perché è potuto succedere. Ripulire gli alamari delle divise dei carabinieri è un dovere e, allo stesso tempo, un atto necessario perché l’Arma possa ancora dirsi, in pienezza, un corpo a protezione e difesa dei cittadini.
Continuerò a dire che sono figlia d’Arma. E proprio per questo dico grazie a Ilaria Cucchi.
da qui

venerdì 13 luglio 2018

Meloni shock: «Il reato di tortura impedisce alla Polizia di lavorare». La risposta di Ilaria Cucchi - Alessandro Zaghi



È di pochi minuti fa il tweet con cui Giorgia Meloni ha annunciato le due nuove proposte di legge di Fratelli d’Italia. Non propriamente un capolavoro di logica dato che, almeno per Meloni, parrebbe che per il regolare esercizio delle proprie mansioni un agente di Polizia dovrebbe essere libero di agire come meglio crede, tra percosse e violenze, con buona pace del codice penale.

Per commentare le parole espresse da Meloni, abbiamo contattato Ilaria Cucchi e l’avvocato Fabio Anselmo, entrambi inscindibilmente legati all’introduzione della legge, ormai quasi ridotta a una voce afona e che ora, stando alle proposte FDI, rischia addirittura l’oblio.

«Giorgia Meloni vuole dirci che senza la possibilità di picchiare è impossibile fare l’agente di Polizia? Che qualsiasi violenza da parte di un agente è legittimata?», domanda incredula Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, morto il 22 ottobre 2009 durante la custodia cautelare, per un caso oggetto di un processo diventato kafkiano, tante le omissioni, i rimandi e i rivolgimenti che hanno coinvolto le parti in causa. «Le parole scritte da Meloni mi fanno tornare in mente gli anni in cui ancora si discuteva della possibilità di introdurre una legge per il reato di tortura, quando un famoso sindacalista del corpo di Polizia commentò che una legge del genere avrebbe impedito agli agenti di lavorare».

Insomma, secondo Ilaria Cucchi, il tweet della Meloni sarebbe una replica di quelle affermazioni: «Una frase del genere equivale a dire che non è possibile fare il poliziotto se non si è liberi di menare; trovo queste frasi assurde e prive di significato. Abbiamo letto più volte anche le opinioni di Salvini in merito – continua Cucchi –e in un momento in cui i diritti umani sono sempre più a rischio, che un politico si esprima in questi termini è pericolosissimo».
«Al contrario, chi come noi sostiene la necessità di una legge che definisca reato la tortura – una legge che sia applicabile e non come quella attualmente introdotta, che permetta a un giudice di valutare la tortura per quello che è, ovvero un reato – non vuole l’equazione per cui ogni poliziotto è un picchiatore. Semmai è la Meloni con la sua frase a sostenerlo, a sostenere che un poliziotto per fare il proprio mestiere deve essere libero di picchiare».

La pensa così anche Fabio Anselmo, avvocato in prima linea sul reato di tortura, fra i legali più noti ad essersi occupato dei casi di “malapolizia”, di abusi commessi da parte di persone che indossano una divisa contro persone per lo più inermi di cui dovrebbero garantire l’incolumità. «Ad oggi la legge sul reato di tortura è una norma che ha poco senso, che introduce mille paletti senza senso che circoscrivono tantissimo l’applicabilità di questa legge; basti pensare che ora come ora questa legge non è applicabile a nessuno dei casi che conosciamo e di cui mi sono occupato, dagli abusi del G8 passando per le uccisioni di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi».
Parole, quelle espresse nel tweet da Giorgia Meloni, che fanno sorridere l’avvocato Anselmo, ma di un sorriso amaro: «Ormai è una gara a chi la spara più grossa, dalla Meloni a Salvini. A questo punto sarebbe meglio introdurre direttamente una norma che depenalizzi tutti i fatti di rilievo penale quando siano commessi da uomini in divisa. Se la Meloni e Salvini dicono che la legge per il reato di tortura lega le mani alla Polizia, allora garantiamo liberà di azione agli agenti e facciamo in modo che qualsiasi norma del codice penale non sia applicabile alle forze dell’ordine – dall’omicidio, ai maltrattamenti, al sequestro di persona – che tutto questo rimanga impunito per consentire agli agenti il regolare esercizio delle loro funzioni. Potrebbe essere una soluzione, no?»

AGGIORNAMENTO
In seguito a questo e ad altri articoli, Giorgia Meloni ha rimosso il tweet dal suo profilo ufficiale. Siamo felici che lo abbia fatto, capita a tutti di sbagliare, ora magari cancelli anche le proposte di legge.


venerdì 1 agosto 2014

Ho visto pestare un ragazzo a Roma - Ilaria Cucchi

E’ il 30 luglio 2014. Sono le sei del pomeriggio. Io, Guido Magherini, papà di Riccardo, Claudia Budroni e la sua famiglia siamo sul Grande raccordo anulare di Roma, di fronte al guardrail, con le scarpe nel fango. E’ il primo anniversario della morte di Dino, un colpo di pistola al termine di un inseguimento, morte per cui nessuno ha ancora pagato. Un sacerdote recita il Padre nostro e l’Ave Maria e fa una benedizione. Il papà di Dino Budroni si avvicina alla foto del figlio appiccicata sulla rete del guardrail per deporvi un mazzo di fiori. E’ tutto ciò che rimane a quella famiglia del loro caro. Cerimonia semplice e breve, al termine della quale io, Guido e il nostro comune avvocato,Fabio Anselmo, saliamo sulla mia auto e ci avviamo verso la stazione Termini.
Decidiamo di prendere la via Tiburtina perché il Gra è completamente intasato. Arrivati di fronte al cimitero monumentale del Verano, improvvisamente sento un urlo di Guido, che è seduto sul sedile posteriore : “Che cazzo fanno? Guarda che fanno. Guarda, lo picchiano!”. Mi volto e sul marciapiede vedo tre agenti della polizia penitenziaria, che tengono un ragazzo per il collo e gli danno dei calci. Fermo la macchina poco più avanti, Guido scende al volo e corre velocemente verso quella scena. Inutile il tentativo di Fabio di farlo rimanere calmo e desistere da quella fuga.Papà Guido non sente. Arriva lì e vede che il giovane è steso a terra, prono. Il viso è unamaschera di sangue, che fuoriesce da una ferita sulla fronte. Guido si rivolge agli agenti in tono perentorio: “Tiratelo su! Mettetelo seduto! Tiratelo su!”...
continua qui