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sabato 29 aprile 2023

Banche, etica ed etichetta - Silvano Toppi

 

Un mondo in cui banca vuol dire finanza e la finanza si muove secondo principi che non hanno nulla di etico

 

“Cultura aziendale e disonestà nell’industria bancaria” è uno studio apparso una diecina di anni fa sul prestigioso settimanale “Nature”, redatto da tre economisti dell’Istituto di economia politica dell’Università di Zurigo, istituto, quindi, “liberalmente” e “nazionalmente” sacro (v. Business culture and dishonesty in the banking industry, di Alain Cohn, Ernst Fehr, André Maréchal, Nature, 19 novembre 2014). (Ricordo di averne subito parlato, provocando qualche malumore negli ambienti bancari, nella rubrica economica della Rete Due “Plusvalore”, creata dal perspicace non economista, ma studioso di etica, Enrico Morresi, rubrica da poco misteriosamente scomparsa).

L’eticità incorporata

Lo studio aveva suscitato poco e indispettito interesse nel settore chiamato in causa e aveva avuto qualche rilievo sfuggevole sulla stampa che conta; nessuno invece tra i politici e men che meno nelle istituzioni federali, quelle preposte alla cosiddetta “sorveglianza”. Eppure meritava grande attenzione. Che appare ancora maggiore e più significativa oggi con quel che è capitato e sta capitando.

Fosse solo per un’affermazione da cui prendeva le mosse: l’onestà è a lungo andare una componente essenziale della «performance» di ogni azienda, industria o paese. Osava insomma coniugare onestà con la mitica “performance” bancaria (o efficienza elvetica). Oppure per una constatazione irrefutabile: troppo numerosi sono stati gli scandali fraudolenti nel mondo bancario-finanziario; quindi, diamoci una mossa “etica”. (Forse si può supporre che le banche si facessero un baffo di quello studio perché ognuna si era ormai premurata di darsi un proprio…codice etico, per buona immagine o ritenendo di darsi una sorta di eticità incorporata, così come la pistola incorporata al cowboy diventa legge e giustizia).

Quelle maglie allargate

Prescindiamo dal metodo di quello studio. Stiamo alla sostanza. Rileviamone tre considerazioni:
1) nel mondo nella finanza le maglie dell’etica si sono molto allargate, lasciando sempre più campo a comportamenti disonesti;
2) non si tratta solo di riaffermare delle regole di comportamento, bisogna riorientare alcuni attuali incentivi legati solo alla performance e al profitto verso fattori immateriali, come appunto l’onestà;
3) si dovrebbe instaurare nel mondo bancario un impegno etico, una sorta di giuramento di Ippocrate, come avviene per i medici.

Se dite, in sostanza, che nel settore bancario i comportamenti disonesti sono alle volte tollerati; che le regole interne servono a poco, sovrastate o annientate, come si è visto più volte, dalla logica perversa della performance e della competitività e della ricerca, alle volte troppo avida, del maggior profitto o del miglior bonus; che il comportamento etico non è per niente incorporato nella banca, non può neppure essere un optional da tirar fuori quando fa comodo, ma esige un giudice esterno; se dite tutto questo è ovvio che banche o Associazione dei banchieri, degli impiegati di banca, degli economisti ben strutturati nel sistema, reagiscono, protestano, ridicolizzano o sostengono che «lo studio riflette un tipo di cultura bancaria anglosassone» che non è quella svizzera, come si osò dire. Non era molto chiaro, a meno che per chiaro si intendano le penalità che ancora si stanno pagando o si mettono in bilancio per far fronte alla… cultura bancaria americana.

La cultura della banca e l’”agire morale”

Rimaneva comunque sempre la domanda fondamentale: si può introdurre l’etica in una riforma del sistema bancario resasi necessaria? Si era tentato di dare una risposta parziale dopo lo scoppio della crisi finanziaria del 2008 e dei vari scandali bancari precedenti e seguenti proponendo una separazione netta tra l’attività di credito (quella utile all’economia reale) e quella di speculazione, lasciando ovviamente l’etica solo alla prima. Era però implicita l’ammissione che pretendere di risolvere i problemi della finanza con una regolamentazione, con lo scopo di eliminare le attività moralmente inaccettabili, era opera inaffrontabile, inafferrabile. Com’è stato. Com’è successo. Come succederà.

Quando però gli studiosi di Zurigo parlavano di «cultura della banca» e gli stessi banchieri rispondevano che ce n’era già una illustre e gloriosa “svizzera” (da qui anche Credit Suisse), forse ammettevano implicitamente che moralizzare delle attività significa soprattutto strutturare le istituzioni che le svolgono creando perlomeno un ambiente favorevole all’ «agire morale».
Che è quanto è stato catastroficamente annientato a partire dagli anni Ottanta facendo dell’etica un’etichetta: per la performance, per la competitività, per l’accumulazione, per il bilancio che se cede appena di un punto da un anno all’altro è la tempesta azionaria, è la ricerca di nuovi strabilianti Ceo o amministratori o futuri padroni fuori Svizzera, è la imperativa necessaria ennesima ristrutturazione con la sequela di licenziamenti, poiché i colpevoli e i perdenti sono sempre e solo loro, i subalterni.

Ed è quanto si elude se ad ogni malefatta eviti di operare “strutturalmente” e intervieni solo con un coperchio miliardario a coprire tutto, fra le pretese e le proteste degli azionisti sino allora plaudenti, mentre sono costretti a inghiottire e ruminare come democrazia comanda tutti gli altri, cittadini e contribuenti.

da qui

sabato 5 marzo 2022

Ecco il “conto crime”. I segreti della finanza globale - Alessandro Messina

  

Nelle banche elvetiche si conserva il 12% del Pil mondiale. È lì, nella seconda banca del paese, Credit Suisse, nei conti cifrati protetti dal segreto bancario, che una rete di giornalisti d’inchiesta ha scoperto il connubio tra business e ogni sorta di malaffare. Ma le autorità di vigilanza dov’erano?

 

Otto trilioni di euro, o quasi. Il dodici per cento del Pil mondiale. È quanto le banche svizzere conservano nei propri conti. Denaro protetto da una storico e paradigmatico segreto bancario, quello svizzero appunto. Che resta assai “più segreto” che negli altri paesi, nonostante le tante pressioni dell’opinione pubblica e le richieste di Unione Europea e istituzioni internazionali alla maggior collaborazione e trasparenza.

Non poteva pertanto che chiamarsi Suisse Secrets l’importante inchiesta giornalistica su quanto celano i conti di una delle primarie banche elvetiche, il Credit Suisse, seconda banca del paese (la prima è UBS), che gestisce un quarto dei citati otto trilioni. 

Domenica 20 febbraio il Guardian ha pubblicato un lungo resoconto di quanto sta emergendo. La testata inglese è uno dei 48 media partner che si sono occupati del dossier, da Le Monde al New York Times, in un consorzio guidato dal giornale tedesco Süddeutsche Zeitung e dalla organizzazione non profit Organized crime and corruption reporting project (Occrp), con la partecipazione di 163 giornalisti, come spiega bene qui Duccio Facchini.

Le informazioni rivelate toccano i conti collegati a circa 30.000 clienti, in tutto il mondo, cui afferiscono oltre 100 miliardi di franchi svizzeri (95 miliardi di euro). Le storie di questo denaro sono varie ma hanno una costante: si associano sempre a crimini, illeciti, scandali e malversazioni, insomma qualunque tipo di attività che richieda la necessità di “pulire” i soldi.

È qui che entra in gioco il segreto bancario. Rinomato quello svizzero, seppur (flebilmente) indebolito dagli accordi siglati dal governo elvetico negli ultimi anni. Perché in finanza resta valida una regola aurea: tutto si può ottenere, pagando il giusto. Allora ecco comparire conti cifrati, pensati apposta per essere più protetti degli altri. Chiamiamolo “conto crime”: un conto corrente bancario che offre più segretezza, e per questo costa di più.

Fatto un prodotto, va venduto. Pertanto i manager della banca svizzera sono incentivati a offrirlo: in tempi di tassi piatti, alla ricerca di commissioni per alzare i margini (l’ultimo trimestre 2021 per il Credit Suisse si è chiuso con una perdita di 1,5 miliardi di euro), il “conto crime” va promosso presso la clientela che se lo può permettere. E che, per definizione, ha qualcosa da nascondere. 

Dunque, non solo queste pessime prassi attraggono il denaro proveniente dal crimine, ma chi le può garantire va in cerca di clienti con tali caratteristiche. Un connubio perfetto tra malaffare e business, che si avvitano l’uno all’altro.

Dietro i numeri, molte sono le storie nauseanti (no, non è eccessivo). Ci sono dittatori, criminali di guerra, torturatori, evasori fiscali, narcotrafficanti. Per chi vuole approfondire, in Italia ne ha scritto La stampa, ma soprattutto ne scrive il sito IRPI Media (Investigative Reporting Project Italy), aderenti al consorzio giornalistico globale.

Come ha commentato il premio Nobel Stiglitz, “il Credit Suisse ha permesso troppo a lungo ai corrotti di continuare a rubare ai più poveri”. È un’efficace sintesi delle gravi responsabilità di una banca che esasperando il concetto di segreto bancario ha fatto della complicità con il crimine un modello di business. Evidente che ciò pone un tema di etica negli affari. Ma a parere di chi scrive c’è anche dell’altro.

La questione veramente centrale, andando oltre il folclore e lo scandalo della notizia, diviene: le autorità di vigilanza avevano elementi per sospettare qualcosa? Una banca di queste proporzioni può assumere comportamenti così estremi senza che vi siano sospetti da parte di chi deve controllare? E chi supervisiona ha o non ha strumenti per intervenire?

Sicuramente non è indifferente che il tutto accada in Svizzera, nel cuore dell’Europa, cioè, ma fuori dal perimetro della vigilanza della Banca Centrale Europea. Ma quante sono le banche europee coinvolte nelle transazioni incriminate? Molteplici, per forza: basta scorrere le storie e la provenienza dei clienti più noti per comprenderlo. E se una banca in una zona quasi franca fa da hub per traffici irregolari, le autorità europee e nazionali degli Stati membri veramente non hanno strumenti per monitorare e intervenire?

Ci sentiamo di dire che no, le cose non stanno così. Anzi, nell’era della iper-regolamentazione bancaria, dei big data, dell’intelligenza artificiale al servizio dei controlli anti riciclaggio, è assai misterioso come tutto ciò possa accadere.

La verità è che il modello di supervisione bancaria continua ad essere inadeguato. Come già visto troppe volte, la vigilanza arriva sempre dopo la magistratura, o dopo i giornalisti, come in questo caso. Arriva cioè quando ormai è troppo tardi e tanti danni, all’economia reale e ai clienti, sono stati prodotti.

Ecco perché tutto l’impianto di controllo sulle banche e sulla finanza merita di essere rivisto nella prospettiva di anticipare i problemi. Le banche, grandi e piccole, sono tempestate da richieste di controlli formali, burocratici e pedanti, da check list minuziose che guardano al passato, mentre nessuno – o quasi – si preoccupa di creare sistemi di attenzione sui fondamentali e sostanziali principi di funzionamento del business di un istituto finanziario. 

Trasparenza (effettiva), qualità della reputazione, appropriatezza della governance, sono le chiavi di lettura di ogni attività di intermediazione del denaro. Facendo luce su di esse, tanto si può capire di una banca, senza aspettare lo spifferatore (whistleblower) di turno, comunque benvenuto. 

Guardando all’Italia, non costituisce un buon modello quanto accaduto quando la trasmissione televisiva Report ha dedicato una puntata alla vendita di diamanti da parte di MPS, vicenda certamente complessa e articolata, alla quale però non si può rispondere, come ha fatto la Banca d’Italia, che si tratta di materia fuori dal perimetro della vigilanza. Una foglia di fico che mette a nudo la scabrosità delle questioni in gioco.

Non è, infatti, con letture bizantine dei principi di supervisione bancaria che si potrà evitare che altre banche introducano presto nel catalogo – occulto o meno – dei propri prodotti un “conto crime” o simili (perché non un “conto CO2”?). Nell’era della finanza globale, sempre più concentrata e veloce (cui dedichiamo il ciclo di incontri Money4Nothing), solo una vigilanza che interpreti in modo dinamico e sostanziale il proprio ruolo avrà concrete chance di tutelare l’interesse generale e fare in modo che il denaro sia al servizio dello sviluppo economico e civile.

da qui

martedì 23 giugno 2020

Perché il popolo svizzero può salvare Julian Assange - Aymeric Monville




Dal momento del suo rapimento all'ambasciata (11 aprile 2019), il silenzio intorno a Julian Assange è stato assordante: silenzio da parte dei governi, della stampa e anche del team legale.
L'estate del 2019, senza notizie, è sembrata interminabile. Per esempio, l'associazione per i diritti umani Wikijustice, di cui sono entrato a far parte in quel momento, dovette pubblicamente rivelare il numero di matricola da carcerato affinché le lettere finalmente arrivassero a destinazione. Io stesso mostrerò in diretta TV su RT France il numero di matricola [1]. Nel frattempo, abbiamo ricevuto un SOS in codice Morse sul retro di una lettera che non solo ci incoraggia, ma ci obbliga legalmente a continuare a fornire assistenza a una persona in pericolo [2].
Poi è scoppiata la negligenza della difesa. A settembre, con stupore di tutti, il giudice Baraitser si è addirittura preso gioco del fatto che l'avvocato di Assange non avesse presentato una richiesta di rilascio: "Quindi ho dato al suo avvocato l'opportunità di presentare una richiesta di cauzione a suo nome e lei si è rifiutata di farlo. Forse non è una sorpresa, visti i suoi precedenti di elusione della giustizia in questi procedimenti” [3].
Da parte sua, già nell'ottobre del 2019, il sindacato svizzero Adetra (Associazione per la difesa dei lavoratori), anch'esso molto coinvolto nella difesa di Assange, ha espresso forti dubbi sulla signora Jennifer Robinson, l'avvocato più importante del detenuto australiano. Non ha esitato, quindi, a lodare sulla stampa l'avvocato Amal Clooney [4], che aveva già rappresentato Assange in passato ma che da allora è entrata a far parte dell'establishment del Partito democratico, e soprattutto non ha esitato a sottomettersi, qualche mese prima, alla seguente mascherata: l'organizzazione, nel luglio 2019, di una "Conferenza mondiale sulla libertà dei media" organizzata dai governi britannico e canadese a pochi chilometri dalla prigione di Belmarsh! [5] Non dimentichiamo che il Partito Democratico, di cui la signora Clooney e suo marito sono tra i generosi donatori, è stato, all'interno dell'apparato statale, il principale accusatore di Assange per più di un decennio! [6].
Un decennio in cui l'indagine preliminare svedese è stata utilizzata senza sosta per calunniare Julian Assange, al fine di screditarlo pubblicamente e di togliergli il suo sostegno. Mentre Assange non è mai stato accusato di stupro o accusato di alcun crimine, l'indagine ha fornito il pretesto pseudo-giudiziale per negargli ogni possibilità di riabilitazione.
Poi è arrivato lo scandalo dei conflitti di interesse all'interno degli studi legali coinvolti nel caso Assange, riportato dalla giornalista investigativa statunitense Lucy Komisar [7] e in francese dall'investigatore che si firma "basicblog” [8]: si tratta di avvocati coinvolti in casi di estradizione per conto degli Stati Uniti, uno di loro, Alan Dershowitz, avendo addirittura sostenuto la legalizzazione della tortura nel contesto della guerra contro il terrorismo.
Potrei richiamare molti altri eventi burleschi, come il signor Juan Branco che si presenta in Francia ad un detenuto come nientemeno che l'avvocato del signor Assange quando non aveva ancora prestato giuramento [9]. Questo fatto è ovviamente molto più aneddotico, ma non fa che aumentare la confusione.
Obbligo di inventario o dichiarazione di fallimento?
Siamo nel giugno 2020 e, al momento della valutazione, come dimostrano gli scambi procedurali [10], non sono stati fatti passi avanti da parte del team legale per chiedere la libertà vigilata del giornalista australiano, tranne uno, a causa di Covid-19, che è stato immediatamente respinto. Ci si chiede se sia opportuno basare questa tanto attesa richiesta solo sul motivo del virus, dato che le autorità britanniche potrebbero benissimo rispondere solo considerando i gravi motivi di salute.
Nessuna denuncia è stata presentata dal team legale per la tortura, nonostante il fatto che l'esperto (indipendente) delle procedure speciali del Consiglio per i diritti umani dell'ONU, Nils Melzer, avesse pubblicato un rapporto sulla tortura di Julian Assange nel maggio 2019. Opinione confermata dall'ex diplomatico britannico Craig Murray e Karen U. Kwiatkowski, ex tenente colonnello dell'aeronautica militare statunitense, ex membro della NSA ed ex analista del Pentagono, che ha persino parlato dell'uso di droghe BZ nella prigione di Belmarsh. [11] Questa sostanza tossicologica non letale, ufficialmente vietata a livello internazionale dalla Convenzione sulle armi chimiche, potrebbe spiegare il preoccupante deterioramento dello stato di salute di Assange sei mesi dopo la sua prigionia.
Il 29 dicembre 2019, è stato ancora il relatore speciale dell'Onu sulla tortura a dover ribadire al governo britannico le gravi violazioni delle procedure, esprimendo preoccupazione per le condizioni di detenzione e la salute di Julian Assange e chiedendo il suo rapido rilascio [12].
Non è stata presentata alcuna denuncia alla Corte europea dei diritti dell'uomo, nonostante il 28 gennaio 2020 l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa abbia invitato gli Stati membri a opporsi all'estradizione del fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, negli Stati Uniti, e a decidere il suo rapido rilascio [13].
Non è stata presentata alcuna denuncia per contestare il giudice Arbuthnot (per conflitto di interessi) e nemmeno il giudice Baraitser, nonostante le deplorevoli condizioni dell'udienza: l'imputato e i giornalisti impossibilitati a sentire le domande a causa dei microfoni chiusi, la comparsa dell'imputato in una gabbia di vetro, come i criminali di guerra, incapaci di avere riservatezza con i suoi avvocati [14].
Perché un tale fiasco?
Questo bassissimo livello di attività contrasta con la pletora di avvocati che ruotano intorno a Julian Assange. Secondo le nostre informazioni, gli avvocati sarebbero, anche se questa cifra lascia un po' perplessi, un centinaio. Chi paga? Hanno tutti ricevuto un mandato dall'interessato principale? Dovremmo distinguere tra gli avvocati di Assange e quelli di Wikileaks.
Sembra che il finanziatore principale sia la Courage Foundation, la fondazione che raccoglie fondi per la difesa di Julian Assange e che chiede, molto curiosamente, di inviare i nostri assegni di sostegno direttamente al paese che ha giurato la sua vendetta ed è diventato un maestro nell'arte della polizia, come mi sono stupito pubblicamente dopo essere stato avvertito dall'attivista e storica Monika Karbowska [15]. La Fondazione Courage è senza dubbio il fornitore di avvocati. Secondo Adetra, "il rappresentante della Fondazione Courage in Svizzera ci ha anche informato che gli onorari degli avvocati provengono dalla Fondazione Courage. Tuttavia, non sappiamo se queste informazioni riguardano tutto o parte del team legale di Julian Assange” [16].
Fino al 2018, la Courage era diretta da una persona di cui non si hanno notizie dal dicembre 2016 e che non era altro che la compagna di Assange e la persona che ha assistito Snowden al suo arrivo all'aeroporto di Mosca.
In qualsiasi sistema democratico, un avvocato può sempre aprire le porte della prigione. Com'è possibile che non siano riusciti ad ottenere un maggiore accesso a Julian Assange, come si lamentano regolarmente?
Il sindacato Adetra, coinvolto in questo caso in Svizzera, è rimasto sorpreso da quella che può sembrare una strategia da parte degli avvocati: "A novembre e dicembre 2019, due membri di Adetra hanno chiesto al rappresentante della Fondazione Courage in Svizzera perché il team legale londinese di Julian Assange non ha chiesto il suo rilascio su cauzione. Ci è stato detto che se Julian Assange fosse stato rilasciato, avrebbe rischiato di essere rapito dai servizi americani! Questa risposta è stata confermata qualche mese dopo da un'altra fonte” [17].
Finalmente hanno una strategia?
Avremmo una spiegazione per l'inspiegabile: la nostra coorte di avvocati non vedrebbe altra scelta se non quella tra il carcere e la morte. Eppure, potremmo prendere alla lettera le dichiarazioni di Churchill: "Dovevate scegliere tra il disonore e la guerra. Avete scelto il disonore e avrete la guerra”. Per aver scelto il carcere per evitare la morte, potrebbe finire con la morte in carcere.
Questo è quanto ha messo nero su bianco Melzer, il relatore delle Nazioni Unite sulla tortura, quando ha descritto la natura mortale di questa incarcerazione il 5 novembre: "La salute del signor Assange è entrata in una spirale infernale di progressiva grave ansia, stress e impotenza, tipica delle persone esposte ad un prolungato isolamento e ad un regime di costante arbitrarietà... Mentre l'evoluzione precisa è difficile da prevedere con certezza, questa configurazione dei sintomi può rapidamente trasformarsi in una situazione potenzialmente fatale che comporta un'insufficienza cardiovascolare o un collasso nervoso” [18].
Si deve quindi ritenere che il Covid si sia indubbiamente rivelata una minaccia molto più credibile degli avvertimenti del rappresentante dell'ONU o anche delle apprensioni di fronte ai colpi contorti della CIA! Al punto da giustificare una richiesta di liberazione condizionale, l'unica finora presentata. Sacro Covid, che avrebbe avuto la virtù di confinare metà del globo, se non fosse stato per uno che avrebbe liberato!
L'unica soluzione: prendere la comunità internazionale come testimone.
Fin dal mio primo articolo su questo caso (agosto 2019), ho adottato una politica di internazionalizzazione del caso e per portarlo all'attenzione di tutti, con il sostegno delle Nazioni Unite. Al fine di ristabilire un minimo di controllo internazionale. Insisto e confermo.
Le Nazioni Unite possono aver preso e talvolta prendono decisioni controverse, ma i principi della Carta sono universali, derivanti dalla grande vittoria dell'umanità contro il fascismo.
La speranza è arrivata anche dalla Svizzera, più precisamente dal Cantone di Ginevra, poiché 57 parlamentari su 77 hanno votato a favore dell'ottenimento di un visto umanitario. Si può presumere che le autorità britanniche, chiamate ad arrestare Julian Assange sulla base di una richiesta di aiuto reciproco, non siano necessariamente contente dell'immagine che danno. La Svizzera offrirebbe così una via d'uscita onorevole.
Se la sicurezza di Assange non è garantita né all'interno (la tesi del relatore dell'ONU), né all'esterno della prigione (la presunta tesi degli avvocati), quale modo migliore di trovargli un rifugio? Santuario che potrebbe essere garantito dal popolo svizzero.
E che, per il momento, "gli permetterebbe di beneficiare di un trattamento presso gli ospedali universitari di Ginevra, specializzati nel trattamento della sindrome da stress post-traumatico", come ha sottolineato Jean Rossiaud, il deputato che è alla base di questa iniziativa.
Lasciate che le pistole cedano il passo alla toga.
Quindi, per rispondere a questi presunti timori degli avvocati, la CIA è pronta ad assassinare Assange sul territorio svizzero, sotto il naso e la barba dei cittadini svizzeri che hanno dato mandato ai loro deputati di farlo curare e che sono dotati sul loro territorio del monopolio della violenza legittima conferita da uno Stato? Cosa c'è di più sicuro di uno Stato geloso delle sue tradizioni di indipendenza e neutralità? Ovviamente, tutto è tecnicamente possibile. Ma se gli Stati Uniti si permettono di farlo, è perché abbiamo fatto un passo avanti nel processo di fascistizzazione e, in questo quadro, l'insurrezione sarebbe il più sacro dei doveri.
Per il momento, manteniamo l'adagio ciceroniano: "Cedant arma togae", lasciamo che le armi cedano il passo alla toga.
Intendiamo mettere in discussione il coraggioso diritto del popolo svizzero di accogliere il giornalista australiano? Si tratta dello stesso argomento che i Pétainisti hanno sostenuto durante la guerra: con i vostri atti di resistenza, state provocando le terribili rappresaglie dell'occupante. Con questo argomento, saremmo ancora sotto lo stivale nazista.
Tuttavia, questo approccio democratico è in concorrenza con una richiesta di asilo presentata in Svizzera, sempre da... indovinate chi? Secondo Adetra, ancora una volta, “due avvocati della Svizzera tedesca, Andreas Noll e Philip Stolkin, si oppongono attivamente al visto umanitario, anche se la proposta ginevrina di accogliere temporaneamente il signor Julian Assange negli ospedali universitari di Ginevra è l'unica possibilità effettiva di permettergli di lasciare il carcere per ricevere le cure” [19].
Questa domanda concorrente spiegherebbe in parte perché la Svizzera non ha ancora preso una decisione a livello federale? Non c'è alcuna volontà da parte mia di dubitare della buona fede di queste azioni. Ma vorrei chiarire la posta in gioco. In linea di principio, gli approcci non sono paragonabili.
Da un lato, avete l'espressione del popolo sovrano, il popolo del cantone di Ginevra, attraverso i suoi rappresentanti, e dall'altro, una nuova iniziativa della cosiddetta "società civile". Dopo Hegel, sappiamo che lo Stato, il popolo e la società civile sono in un rapporto dialettico. Nessuno dice che le iniziative della società civile debbano essere disprezzate.
Ma una società civile che pretende di sostituirsi alla volontà popolare è inaccettabile. Poi ricadremmo nella "società aperta", cara a George Soros, di cui vediamo l'influenza sull'entourage di Assange (vedi i miei articoli) - anche se non ha esitato a rivelare le azioni del cosiddetto "filantropo". Vale a dire, la società aperta al finanziamento interessato dei più ricchi.
Inoltre, la richiesta di asilo, contrariamente alla richiesta di un visto umanitario presentata dal Parlamento del Cantone di Ginevra, non sarebbe nemmeno giuridicamente rilevante. In effetti, il visto umanitario è stato creato quando è stata abolita la possibilità di ottenere asilo dall'estero [20].
Per poter richiedere l'asilo è quindi indispensabile trovarsi in territorio svizzero o al confine svizzero. L'asilo può quindi costituire una seconda fase, poiché ai richiedenti, dopo aver ricevuto il visto umanitario, viene concesso l'asilo nel 100 per cento dei casi [21].
È la volontà del popolo e non questo o quell’areopago che deve prevalere in questo caso, perché Julian incarna i diritti democratici di tutti. La volontà del popolo si sta attualmente esprimendo in Francia sotto forma insurrezionale. È stato espresso anche a Ginevra, dove il popolo non ha dimenticato le sue tradizioni democratiche ancestrali e non si è sottomesso alle pressioni degli Stati Uniti. La volontà del popolo deve prevalere.

Aymeric Monville è l'autore di "Julian Assange en danger de mort", éditions Delga, Parigi, 2019 (la cui terza edizione sarà pubblicata alla fine di giugno) ed è il responsabile esteri del Polo di Rinascita Comunista in Francia. I suoi interventi in difesa di Assange attraverso vari mezzi stampa sono ormai noti al pubblico francese.
L'autore di questo articolo desidera ringraziare Isabelle Muller, Pindaro Hugo Guarin e Ivar Petterson di ADETRA per le informazioni che sono stati così gentili da fornire.
Note:
[1] Sarà mostrato da John Shipton solo in ottobre. Il numero non era cambiato da una prima incarcerazione.
[13] APCE - Résolution 2317 (2020) - Menaces sur la liberté des médias et la sécurité des journalistes en Europe. Altre iniziative meritano di essere menzionate. Il 16 aprile 2019 il Parlamento europeo ha adottato a larga maggioranza una nuova direttiva per gli informatori. Il 7 gennaio 2020. La Federazione Internazionale per i Diritti Umani, che riunisce 192 organizzazioni nazionali per i diritti umani in 112 paesi, ha inviato, insieme alla Ligue des droits de l'Homme France, una lettera aperta all'attenzione dell'ambasciatore britannico in Francia.
[15] Aymeric Monville, RT France, 29 gennaio 2020. Anche: Pour défendre Assange, envoyez vos dons... aux États-Unis
[17] Ibidem
[20] A questo proposito si veda la risposta della consigliera federale Karin Keller-Sutter dell'11 giugno 2019 all'interrogazione parlamentare del 5 giugno 2019 del consigliere nazionale Carlo Sommaruga, che giustifica la procedura di visto umanitario: "Il rilascio di un permesso umanitario presuppone che un'autorità cantonale si sia precedentemente dichiarata disposta a concedere un permesso di soggiorno su questa base. Inoltre, a seguito della modifica della legge sull'asilo del 28 settembre 2012, non è più possibile presentare una domanda d'asilo all'estero. Tuttavia, qualsiasi persona la cui vita o integrità fisica sia direttamente, seriamente e concretamente minacciata può presentare una domanda di visto umanitario a una rappresentanza svizzera all'estero. La domanda viene esaminata in dettaglio alla luce delle norme sull'ingresso nel territorio nazionale e sulla concessione dei visti, che presuppongono una situazione di particolare disagio che richiede l'intervento delle autorità e giustifica la concessione di un visto d'ingresso in Svizzera. In generale, le autorità ritengono che una persona che si trova già in un paese terzo sicuro non sia direttamente minacciata. In questo caso, non vi è alcuna indicazione che la Gran Bretagna, il paese in cui Julian Assange vive attualmente, non stia rispettando i suoi obblighi legali. " (Si noti che quest'ultima affermazione è contraddetta dal rapporto di Nils Melzer sulla tortura, n.d.a.). 19.5241 | Le Conseil fédéral envisage-t-il d'accorder l'asile politique à Julian Assange? | Bulletin officiel | Le Parlement suisse
[21] Questi aspetti del diritto ci sono stati confermati da ADETRA dopo gli erano stati assicurati da dei giuristi svizzeri.

20/06/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: https://www.marianne.net


venerdì 1 maggio 2020

In attesa che la Sardegna diventi il 27° Cantone della Confederazione svizzera - Marco Piras-Keller



Premessa
Credo fosse circa il 2013 o 2014: ricevetti a Lucerna, dove vivo dal 1999, a distanza di un giorno l’una dall’altra, due telefonate, una da un amico di Lucerna, svizzero alemanno (non mi piace la dicitura ‘svizzero tedesco’), e una da Bologna, da un amico sardo. La domanda era la stessa: «Dunque, hai davvero creato un’associazione per proporre la Sardegna come Cantone della Svizzera?».
Nel 2004, essendo sposato con una donna svizzera, mi era arrivata la concessione della cittadinanza svizzera, avendo fatto io la richiesta qualche anno prima. Mi venne voglia di comunicare agli amici italiani, a amici e colleghi di lavoro svizzeri, le mie considerazioni, emozioni, motivazioni che mi avevano mosso a chiedere, convinto, la cittadinanza svizzera. Dunque, scrissi una lunga comunicazione che inviai in italiano e in tedesco, indirizzandomi soprattutto agli Svizzeri, cercando di presentare brevemente e in maniera essenziale, quasi banale, la realtà della Sardegna e cosa significava ‘essere sardo’ ‘essere italiano’, dal mio punto di osservazione. Se chiedessi a un italiano medio se ha una qualche idea di cosa può differenziare gli Svizzeri alemanni (germanofoni) da quelli romandi (francofoni) o da quelli ticinesi e del Grigioni italofono, o dai grigionesi romanci, non so cosa riuscirebbe a cavarne fuori né, probabilmente, avrebbe idea di cosa e dove sia il Cantone Glarus o il Waadt, al pari di come uno svizzero alemanno spesso confonde Sardegna e Sicilia.
Ma tornando alle due telefonate: l’amico svizzero, che aveva ricevuto la mia lettera nel 2004 mi diceva che nella Neue Luzerner Zeitung, il quotidiano di Lucerna, era comparso un articolo in cui si parlava di un’Associazione di sardi che  mirava all’adesione della Sardegna alla Svizzera come Cantone Marittimo. Di questa associazione i sardi avranno avuto occasione di leggere, soprattutto negli anni passati. Anche l’amico sardo, che aveva anche lui ricevuto la mia lettera del 2004, mi poneva la stessa domanda, perché aveva letto qualcosa sul tema, forse nell’Unione sarda o in qualche blog. Fu l’occasione per me, per informarmi su questa associazione e per inviare anche ai suoi promotori la mia lettera del 2004.
Per farla breve ecco quella lettera che, a distanza di più di 15 anni, ritoccherei, ma credo sia più interessante presentarla nella stesura del tempo. L’avevo ‘profeticamente’ intitolata:

In attesa che la Sardegna diventi il 27° Cantone della Confederazione svizzera.
(Lettera a amici, conoscenti colleghi di lavoro svizzeri e agli amici italiani. Agli amici e colleghi svizzeri il testo fu inviato in tedesco)

Cari amici,
da oggi sono un cittadino svizzero. Che senso abbia per me annunciarvelo, dirvi della mia emozione, cercherò di spiegarlo brevemente. Ma non potrà essere troppo in breve, perché dovrò dire tante cose che per un italiano possono risultare scontate, tanto più per un sardo. Ma forse non lo sono per voi amici e colleghi svizzeri.
A parte la battuta dell’intestazione che vi farà sorridere, chissà cosa potrò pensare, quando forse rileggerò queste righe fra dieci anni o, forse, anche prima, cosa potrò pensare anche solo riguardo al fatto di avere avuto l’esigenza di scriverle? Forse sorriderò anch’io. Eppure, oggi sono contento ed emozionato di essere diventato svizzero, come svizzere sono mia moglie e mia figlia. È per me una sensazione strana e curiosa pensare che il mio cognome – forse il più sardo dei cognomi sardi – figuri nel registro dei cognomi svizzeri e si sia dovuto fare un atto ufficiale per tale inserimento.
Il mio passaporto, la mia carta di identità sono italiani, ma prima di essere e sentirmi italiano – quale pure sono – sono e mi sento sardo. Non so come uno Svizzero senta il suo essere svizzero in rapporto a un ginevrino, non so come lo senta uno zurighese, un vallesano, un grigionese, un ticinese; che tipo di appartenenza o non appartenenza possiate sentire e quale grado di affinità tra di voi. E quanto si potrebbe dire sul sentirsi italiani di un milanese, di un siciliano, di un romano, di un fiorentino… cosa li accomuna?
Lasciamo perdere, al momento, la storia lontana di secoli, che, pure, rimane – deve rimanere – come memoria, come insegnamento, come orientamento, come ammonimento. Chi, meglio di voi Svizzeri, santifica e tesaurizza la propria storia passata, i propri eroi?
Limitandomi a quanto io ho vissuto e conosciuto, la mia esperienza di sempre è stata quella di uno Stato – parlo di quello italiano – che ha sempre sottostimato, quando non disprezzato – nel migliore dei casi ha folclorizzato – i valori della mia cultura d’appartenenza, a cominciare dalla lingua; uno Stato che ha usato il territorio della Sardegna come merce di scambio con altri stati, concedendo immensi territori e spazi di terra e di mare per le più grandi basi militari d’Europa, dove si esercitano i bombardieri di mezzo mondo, dove vengono sperimentati i missili nel più grande poligono di lancio europeo, dove esiste una delle basi aeree militari tra le più grandi d’Europa, se non la più grande. Dove approdano anche gli aerei da combattimento della vostra – ora ‘nostra’ – neutrale Svizzera per esercitarsi alla guerra.
Territori tolti alle popolazioni locali, espropriati; i proprietari – perlopiù poveri contadini – spesso trascinati a forza via dalle loro case, qualcuno morto di crepacuore. Lunghi tratti di coste tra le più belle e pescose usate per sganciare bombe, per esercitazioni al bersaglio per gli aerei.
Il rumore che uomini e animali devono sopportare quando gli aerei da guerra sorvolano i centri abitati non sarebbe tollerabile neppure un solo giorno dagli abitanti dell’area della vostra Zurigo, che si mobilitano giustamente contro i rumori degli aerei in avvicinamento all’aeroporto di Kloten. Potrebbe un cittadino svizzero concepire e accettare un tale uso del suo territorio da parte di eserciti stranieri?
Proprio in questo inizio d’autunno, decine di pescherecci della costa del mio Sulcis di cui forse vi ho parlato, la costa sudoccidentale della Sardegna, stanno provando a impedire con la loro presenza nelle acque Off limits, le esercitazioni a diecimila soldati americani, italiani, tedeschi, olandesi e chissà quali altri, a cinquanta navi da guerra, ad alcuni sommergibili, a decine di bombardieri. Non c’è bisogno di pensare che quei pescatori intraprendano questa azione di disturbo per ideologia antimilitarista o anticolonialista, quanto, semplicemente, per mantenere la speranza di avere un reddito dal loro lavoro e quindi di non dovere anche loro fuggire dalla propria terra.
Anche la polizia italiana ha sempre avuto in Sardegna – e ha – i più importanti centri di addestramento e i ‘banditi sardi’ sono stati sempre una buona opportunità per l’addestramento; per esempio circondando interi villaggi dell’interno, svegliando la popolazione durante la notte e perquisendo tutte le case. Uomini, donne, bambini, spettatori impotenti e comparse di un grande crudele gioco di guerra. Cose ormai certo un po’ lontane. Ma non è molto lontano il tempo (neanche 20 anni fa) in cui è capitato che i carabinieri abbiano esibito sulle loro jeep i corpi dei banditi uccisi, facendo il giro del paese degli uccisi, come cacciatori che esibiscono la preda di cinghiali abbattuti; riproposizione dal vivo di immagini conservate da stinte fotografie della fine dell’Ottocento, che ritraggono gruppi di Carabinieri con pose da eroi con la loro preda di caccia grossa: banditi, uomini morti al suolo, ai piedi dei militari. E poco più di trent’anni fa, in uno dei più autorevoli giornali italiani compariva la proposta di usare il Napalm per stanare i banditi. Cose orribili che neppure un codice di guerra ammette. Cose che voi non vi sognereste mai di pensare possibili, di questi tempi, nella vicina Italia. Cose che neppure la gran parte degli italiani conosce nella loro reale dimensione e portata.
Oggi le cose non sono così brutali, certo, ma è ancora presto per cancellarle. E che senso avrebbe cancellarle? Non si tratta di incentivare odi e risentimenti contro lo Stato italiano – tra i politici che hanno portato a certe decisioni molti erano sardi e sardi erano e sono anche i militari, carabinieri e poliziotti – ma semplicemente di conservare testimonianze come importanti riferimenti per il futuro.
Oggi, addirittura, la lingua sarda è entrata nella scuola e ha una parvenza di ufficialità – peccato che ora molti sardi ne stiano facendo un uso folclorico essi stessi e che si dimentichi che il valore di una lingua non sta nel farne un uso ‘ufficiale’ ma nell’usarla – ma io e molti miei compagni di classe abbiamo fatto ancora in tempo, a scuola, a ricevere le bacchettate sulle mani, quando utilizzavamo il sardo; ha fatto in tempo a fare tale esperienza anche chi è più giovane di me. Molti dei miei compagni, però, non hanno mai ricevuto bacchettate perché ormai erano completamente italianizzati. Un problema sociale in più, tale separazione.
Può essere concepibile per voi, svizzeri, che la Confederazione, da oggi a domani, imponga il Tedesco e che proibisca l’uso della parlata materna, che invii circolari alle famiglie invitandole a non utilizzare lo schwitzertütsch, la vostra lingua materna, per esempio, con la motivazione che tale uso comprometterebbe l’apprendimento della lingua ufficiale scritta (l’hochdeutsch, il tedesco letterario) e delle altre lingue? Può concepirlo un cittadino svizzero? Che, magari, si imponga il tedesco anche ai ticinesi e agli svizzeri romandi? Peraltro, sono pochissimi gli italiani che sanno che qui nella svizzera alemanna non si parla tedesco e che gli svizzeri alemanni non amano parlare in tedesco se non necessario  Così come voi, amici e colleghi svizzeri, non sapete tante cose dell’Italia. Come quando qualcuno di voi non mi ha creduto (forse ancora) quando ho detto che per tanti tempo l’Italia è stata lo stato a più bassa natalità del mondo. Avete pensando stessi burlandomi di voi. Quante cose si ignorano di chi vive nella porta accanto!

Noi sardi questa imposizione linguistica – concepibile o meno che fosse – l’abbiamo dovuta subire come ‘normalità’ con tanto di argomentazioni e motivazioni ‘pedagogiche’, ‘sociologiche’, ‘scientifiche’ elaborate ad hoc da linguisti, pedagoghi, politici prezzolati o, come minimo, biechi ed ignoranti. Con molta normalità i maestri, professori, le circolari ministeriali, dicevano che parlare in sardo avrebbe pregiudicato l’apprendimento dell’italiano. Una sorta di condanna al monolinguismo italofono.

Con mia figlia ho sempre parlato solo in sardo, dal giorno in cui è nata, e dal giorno della sua nascita mia moglie le ha parlato solo in schwitzertütsch, anche quando vivevamo in Italia. Nessuno oggi potrebbe dire che lo schwitzertütsch di mia figlia non sia perfetto o che non lo sia il suo italiano, per come può praticarlo in Svizzera; e il suo tedesco letterario è perfetto nella media svizzera. E, ormai, orecchia discretamente francese e inglese. Non mi sembra, quindi, che il sardo o lo schwitzertütsch – lingue non ufficiali – abbiano compromesso le sue capacità di apprendimento di quale che sia altra lingua.
Ma, se un genitore ad alto grado di scolarizzazione oggi parla in sardo con un figlio, come minimo, si suppone da parte sua una impegnativa presa di posizione ideologica, magari sofferta ecc. Per me è stato l’istinto a decidere, perché in casa mia non si è mai usata una parola di italiano, se non “tra virgolette”. Non voglio certo colpevolizzare coloro che ai figli parlano in italiano: troppo complessa e ingarbugliata la situazione sociolinguistica per esprimere giudizi ‘a metri’, come si dice. Non finirò mai, comunque, di essere grato ai miei genitori per avere resistito alla pressione che scuola e società ufficiale imponevano di parlare in italiano ai propri figli. E loro sapevano parlare anche bene in italiano.
Per un genitore – dico uno che sia uno – della Svizzera dei cantoni interni, cosiddetti ‘tedeschi’, non sarebbe possibile parlare con il proprio figlio in altra lingua che in schwitzertütsch, la lingua materna. Usare tra svizzeri, nella comunicazione, il tedesco – che pure è la lingua ufficiale scritta – è semplicemente inconcepibile. Riuscite a immaginarvi parlare con i vostri figli in tedesco o con vostra moglie svizzera anche lei?
In questo tentativo di annientamento dell’identità di un popolo non c`è spazio per troppo sottili distinzioni ideologiche. Molto spesso, ancora oggi, quando si parla di autodeterminazione di popoli, quando entra in gioco lo scontro di culture – e di economie – quando stato e nazione non coincidono entro un territorio, quando questo territorio è governato da un stato centralista miope, sembra che le linee tradizionali che tracciano confini ideologici si deformino, assumano altri percorsi, vengano a sovrapporsi, a divergere: cadono numerosi schemi o entrano in crisi. Banalizzando: cadono le linee di demarcazione tradizionali tra destra e sinistra.
Molti hanno collaborato a tale disegno di cancellazione dell’identità culturale e di popolo dei sardi: l’ideologia di destra, di centro e di sinistra, spalleggiata dai servitori locali, quegli intellettuali – così da noi vengono dipinti –  uguali a cani che stanno sotto il tavolo, aspettando che al padrone cada qualche briciola dalla tavola imbandita. Ma, in generale, gran parte della popolazione, assuefatta alla condizione di suddito, è rimasta passiva. Non tutti, per fortuna: non tutti quelli di destra, non tutti quelli di centro, non tutti quelli di sinistra, non tutti quelli non schierati da nessuna parte, si sono prestati a questo ruolo di sudditi o di mediatori o di ruffiani.
L’ultima grande offensiva fatta – forse, in termini di sconvolgimento reale, la più riuscita – è stata quella della falsa industrializzazione della Sardegna, con l’insediamento di stabilimenti industriali di un certo tipo, estremamente inquinanti e senza speranza di innescare uno sviluppo economico. In vari territori non è più possibile la coltivazione in quanto i terreni sono pesantemente avvelenati e i raccolti sono proibiti; zone col più alto tasso mondiale di leucemie infantili, mortali, sono un regalo dei processi di lavorazione di tali industrie. Questo massiccio intervento che non ha nessun senso economico, ha avuto un senso prettamente politico: per lo Stato è stato quello di dare un colpo, che voleva essere mortale, alla cultura ed economia agropastorale, individuata come refrattaria a una certa concezione di Stato; ma anche per certa ideologia che si opponeva al potere dominante, il senso era pressoché lo stesso: „il pastore e il contadino non sono classe operaia, sono poco permeabili alle idee del ‚progresso’, sono difficilmente organizzabili, troppo attaccati al loro gregge, al loro piccolo pezzo di terra; ben vengano le industrie, quali che siano, purché producano degli operai”. Addirittura gruppi indipendentisti di sinistra, in buona parte figli di pastori e contadini, arrivarono ad adottare come slogan “Ottana o lotta partigiana”. Ottana è la petrolchimica nel centro della Sardegna che, a un certo punto, si era pensato di dismettere .
Insediare un certo tipo di fabbriche, non importa se le petrolchimiche (nel centro pastorale della Sardegna, assai distante dai punti di attracco delle navi che trasportano il greggio, quindi in contrasto con qualunque criterio economico) o la lavorazione dei fanghi rossi della Bauxite a Portovesme, nel Sulcis, importata dall’Australia per estrarne l’alluminio che poi per le lavorazioni più fini e pulite (e a maggior valore aggiunto) viene trasportato in Italia, o altre industrie i cui processi di lavoro determinano malattie invalidanti e mortali e, comunque, economicamente avulse dal territorio, è stato un atto volutamente dirompente nei confronti di una società che ancora resisteva – fosse anche per inerzia – all’italianizzazione forzata.
Si dirà che è il tributo che bisogna pagare al benessere. Quale benessere?
Si calcola che se i soldi pubblici serviti per il finanziamento di tali industrie fossero stati distribuiti ai dipendenti, questi avrebbero potuto vivere senza lavorare, con le loro famiglie, da ricchi; l’ambiente non avrebbe sofferto e i soldi messi in circolo avrebbero creato un qualche benessere. Si tratta di centinaia di milioni di lire di allora per ciascun posto di lavoro; posti di lavoro rivelatisi in buona parte improduttivi: gran parte di queste industrie oggi sono chiuse. Soldi buttati al mare con tutte le scorie velenose e le conseguenze sociali che hanno prodotto. Ma è cosa molto recente il rifinanziamento di alcune di queste attività.
Oggi tutti questi attacchi, questi interventi, si sono attenuati, hanno perso in brutalità, si è detto. Ormai la scuola, la televisione, generazioni colpevolizzate per la propria lingua e cultura, una malintesa ideologia progressista, hanno lavorato in profondità. Hanno ormai scavato un solco che è un baratro, difficilmente colmabile, tra passato e presente, tra sardi.
Oggi i ragazzi sardi, nei loro programmi scolastici, finalmente, accanto alle piramidi egiziane, alle torri a ziqqurat assiro babilonesi e ai templi greci, possono sentir parlare anche dei monumenti megalitici vecchi di migliaia di anni che hanno intorno a casa: di nuraghi, di dolmen e menhir, di complessi di grotte funerarie, di pozzi sacri, monumenti presenti a migliaia nel territorio sardo e prima mai citati nei testi scolastici degli studenti sardi, né di quelli italiani.
Stando così le cose, posso ragionevolmente – meglio sarebbe dire, emozionalmente – sentirmi rappresentato dallo Stato italiano? Fino a che punto posso sentire la mia appartenenza a uno Stato simile?
Non sento neanche l’orgoglio dell’eredità di Roma la quale, programmaticamente, si accanì nelle lunghe guerre contro i sardi, e che considerò la Sardegna – so bene che ciò è nella ‘natura delle cose’ della Storia – solo come riserva di grano, di materie prime e di schiavi, come tante altre sue provincie, secondo una logica, in fondo, ‘naturale’, non molto diversa dalla politica delle grandi potenze di oggi. Terra dove confinare gli avversari politici condannandoli ad metalla, cioè alla morte sicura nelle miniere. Non è curioso che anche il regime fascista, nelle miniere di carbone in Sardegna confinasse dissenzienti, oppositori e omosessuali? O che ancora, o fino a poco tempo fa, la Sardegna fosse il luogo dove si inviavano anche i funzionari pubblici non desiderati, perché inefficienti, perché lavativi, perché disonesti, ma talvolta anche perché onesti o troppo efficienti?
Posso, certo, apprezzare il prodotto culturale degli intellettuali che scrissero nella lingua di Roma, peraltro, in gran parte, anch’essi appartenenti a popoli sottomessi da Roma (Stazio, Terenzio, Sallustio, Cornelio Nepote, Livio, Virgilio, Ovidio, Livio Andronico, Catullo, Seneca, Plinio, Lucano, Quintiliano, Marziale, Tertulliano e chissà quanti altri). Non mi è certo simpatico Cicerone, quasi romano de Roma, feroce nemico dei sardi.
Saltando i Vandali – pare che solo con questi invasori in Sardegna si ebbe una discreta convivenza tra dominatori e dominati – Bizantini, Pisani, Genovesi, Catalani, Spagnoli, Austriaci – questi ultimi padroni per pochi anni della Sardegna che cedettero ai Savoia in cambio della Sicilia, quasi si trattasse di fare cambio di piccoli oggetti di poco conto come fanno i bambini tra di loro – si arriva ai Savoia, re ‘di Sardegna’, quasi svizzeri – pensate cari amici e colleghi – e futuri re d’Italia. E sì perché la Savoia tocca la Svizzera, e la cittadina di Carouge quasi attaccata a Ginevra non era forse il confine della Savoia, quella cittadina con nomi di strade e piazze che richiamano la Sardegna? Guarda un po’ che mi trovo ad essere contento di diventare svizzero e dovere ammettere che sono scontento di uno stato fondato da sovrani di origine svizzera!
Comunque, mentre nel Nord dell’Italia i futuri italiani combattevano contro gli Austriaci, in Sardegna i sardi venivano impiccati a decine, quelli che non ne volevano sapere né dei Carabinieri del Re d’Italia né di diventare per forza Italiani e di rinunciare alle proprie leggi consuetudinarie e scritte ormai da secoli. Che fossero delinquenti è tutto da dimostrare come anche per quanto riguarda il brigantaggio in tutto il Sud e Centro dell’Italia.
La storia così presentata – certamente banalizzata, soprattutto ad usum Helvetiorum - non è solo storia della Sardegna ma, senza allontanarci troppo, quella di molti popoli e culture della Penisola italiana.
Per me, cittadino dello Stato italiano, di uno Stato che non ha mai avuto la lungimiranza e capacità di valorizzare la sua ricca, preziosissima, eterogenea e multiforme componente etnica e culturale compresa entro i suoi burocratici confini, di uno Stato che ha condannato la dimensione comunicativa a un monolinguismo imperfetto, per me acquisire la cittadinanza di uno Stato plurilinguistico, multiculturale, multietnico, nel quale questi elementi sono normale vita, esperienza e prassi quotidiana, è come appartenere, finalmente, a una dimensione desiderata e pensata come possibile anche per lo Stato italiano, ma mai raggiunta. Una dimensione in cui riconoscermi. Se si vuole – devo ammettere – c’è un certo sentimento di rivalsa nei confronti dell’Italia da parte mia. Per una parte, siamo fatti anche di stomaco.
I cittadini svizzeri credo, mediamente, non hanno piena coscienza di queste particolarità del loro Paese, di queste e di altre che ne fanno un paese unico, un esempio che sarebbe un peccato se si perdesse. Per uno svizzero – voi potrete confermare o smentire – tali caratteristiche, tali concezioni, sono un dato acquisito dalla nascita, come i monti, i laghi e qualunque altra cosa del paesaggio da cui sono circondati o in cui sono avvolti. Se li sono trovati lì nascendo e non hanno dovuto fare nulla per conquistarseli. Sono una eredità e basta. Niente, in questo senso, è da conquistare per voi. La speranza è che sappiate conservarle come avete fatto fino ad oggi. Fino ad oggi…
Rinnego quindi la mia italianità? E penso che La Svizzera sia lo stato ideale?
A entrambe le domande rispondo: no di certo!
Come posso non riconoscere che sono anche italiano? Ho frequentato una scuola italiana, ho imparato bene la lingua italiana, come tanti altri italiani, ho studiato la sua cultura, la sua eccezionale letteratura e la sua grandiosa arte in genere, la sua storia del pensiero, cose a cui hanno contribuito e contribuiscono anche sardi. E, naturalmente, in molto di tutto ciò mi riconosco e molto di ciò ammiro. E forse che posso dimenticare che gran parte tra i miei più cari amici sono italiani?
E grande ammirazione sento per tutti quegli intellettuali, artisti, artigiani dell’Umanesimo e Rinascimento detti ‚italiani’ ma che erano cittadini di Firenze, di Perugia, di Venezia, di Ferrara, di Mantova, Lombardi, (addirittura lombardo-ticinesi come Maderno, Borromini) e altre realtà statali forti anche di uno spirito di indipendenza culturale e di pensiero, che assicuravano, quando potevano farlo senza troppo pericolo di incorrere in scomuniche e altre disgrazie, protezione a artisti e pensatori altrove perseguitati per le loro idee.
E, indietro nel tempo, ammiro anche quell’imperatore di Germania e re di Sicilia Federico II che seppe sconvolgere certi schemi che volevano Cristiani e Mussulmani obbligati a combattersi e che, pur fortemente amante del suo potere che difendeva contro i liberi comuni italiani – come doveva essere nella ‘natura delle cose’ della Storia -, era un gran protettore delle arti e degli artisti, egli stesso non disprezzabile poeta in siciliano.
Certo non mi sento rappresentato nei miei valori di italianità dalla Nazionale di calcio o dalla Ferrari e per come vengono usati, o dall’inno nazionale di pessimo gusto e di pessima qualità testuale; e provo anzi fastidio enorme per queste occasioni di identificazione di massa che fanno dimenticare tante cose, utilizzate da giornali e TV di stato, come droghe a buon mercato e che mutuano il loro linguaggio da quello della guerra, salvo poi la politica – almeno quella italiana – mutuare ampiamente il proprio linguaggio da quello del calcio. Insomma, che il linguaggio del calcio diventi il metalinguaggio per la scienza della convivenza della società, lo trovo il massimo del degrado politico, sociale e culturale.
Insomma mantengo il mio passaporto italiano ma con il miraggio di un cambiamento di uno Stato che non ha mai avuto il coraggio di ammettere la diversità e ha puntato forzatamente, non ultimo con la violenza, a un comodo e pigro disegno di uniformità, di omogeneità che non esiste e che è umanamente e culturalmente assurdo perseguire.
Ma non dico: “sono orgoglioso di essere italiano”, come non dico neppure: “sono orgoglioso di essere sardo”, perché si tratta di affermazioni assolute che prevedono un’identificazione in toto che cancella l’individuo riducendolo a indistinta parte di una massa, e che cancella le scelte individuali, la possibilità di critica. Posso dire: “Sono italiano, ma prima ancora sono sardo, mi sento sardo”.
Non credo neanche che la Svizzera sia uno stato ideale – temo anche gli sconvolgimenti, lenti o veloci che saranno, che già si prospettano nel progressivo avvicinamento a un’integrazione europea – ma forse sarebbe perlomeno di cattivo gusto, proprio in questo momento in cui divento Svizzero su mia richiesta, elencare quelli che vedo come fatti criticabili della mia seconda Patria (perché non Matria?); non credete cari amici e colleghi?
Settembre 2004, Luzern

Aggiunta aprile 2020
Oggi scriverei questa lettera in maniera diversa ma, fondamentalmente, tante considerazioni rimangono valide. Piuttosto, nel frattempo ho imparato qualcosa di più sulla Svizzera. Mi limito solo a segnalare qualche curiosa ‘co-occorrenza culturale’ o coincidenza tra Svizzera e Sardegna  che penso siano sconosciute a molti sardi e non solo, che può incuriosire. Magari, partendo dall’esistenza di un incrocio bovino sardo-svitto, credo avviato all’inizio del secolo scorso; o del fatto che nell’ultima città programmata della Svizzera, nel secolo XVIII, la meravigliosa Carouge, nella Savoia svizzera, in pratica in continuità con Ginevra, ha tra le sue piazze principali la Place de Sardaigne; che Jean Jacques Marat, uno della triade della rivoluzione francese con Danton e Robespierre, era anche lui uno ‘svitto-sardo’:  figlio del sardo Giovanni Mara, convertito al Calvinismo e espatriato, nacque in Svizzera da madre Svizzera, Louise Cabrol; che lo sport nazionale della Svizzera (lo Schwingen) non è altro che la strumpa, che in Svizzera si pratica in vere e proprie disfide, in meravigliosi anfiteatri naturali in montagna con migliaia e migliaia di spettatori e che riserva un premio in bestiame (bovini soprattutto) al vincitore; che nella Valle Bregaglia c’è un paese, Bondo con la dimora di maggior prestigio che è la casa Salis. Ma non ho mai capito, in ragione di notizie contrastanti, se si tratti di una famiglia sarda che acquisì la nobiltà dopo il Mille in Como e da lì passò in Svizzera, divenendo uno dei casati di maggior spicco della Svizzera intera (oggi i discendenti sono quasi tutti in Gran Bretagna) o di una famiglia proveniente da Salisburgo in Austria dove pure esistono i von Salis. Io ho raccolto entrambe le versioni, la prima in Bondo stesso, da una colta signora di Bondo, moglie di un famoso pittore, che mi assicurava di avere letto negli archivi del Comune qualcosa riguardante la Sardegna in relazione alla famiglia von Salis. Che dire poi della somiglianza di maschere sarde zoomorfe con le maschere di certi luoghi della svizzera o dell’uomo col viso ricoperto di fuliggine con una frusta di salice? Ma altre sono le co-occorrenze.
Vale la pena accennare al fatto che la Svizzera ha tre lingue ufficiali (tedesco, francese e italiano), oltre al romancio, lingua ‘solo’ nazionale. I cosiddetti svizzeri tedeschi però, non parlano il tedesco ma lo schwitzertütsch, lingua germanica imparentata col tedesco ma abbastanza distante da quello, quanto può essere il sardo dall’italiano, e ogni località, al pari che il sardo in Sardegna, ha una propria variante. Lo schwitzertütsch è l’unica lingua che gli svizzeri alemanni parlano tra loro e che i tedeschi non capiscono (salvo non la imparino). Mai uno svizzero alemanno parlerebbe in tedesco con un altro svizzero alemanno. Il tedesco è una lingua strumentale, ufficiale, dei documenti ma non della quotidianità. E per quanto le varianti locali siano distanti tra di loro non è pensabile che tra svizzeri si ricorra al tedesco. Ma l’argomento merita una trattazione articolata e attenta.
Qui, solo una considerazione. Quanto sono più bravi dei sardi, più sensati, più naturali gli svizzeri alemanni nel gestire lingua ufficiale e lingua materna! Forse perché non hanno mai costituito comitati di ‘esperti’ per modelli unificati e unificanti? Forse perché non hanno promosso il ‘glottocidio’ delle parlate locali come si fa oggi in Sardegna? Forse perché non si fanno imporre da nessuno come devono parlare la lingua che hanno imparato dalla madre, dal padre, dai compaesani, dalla strada? Forse perché sono così dotati, che una varietà diversa non li spaventa e neppure si accorgono, quasi, che l’altro parla una varietà diversa dalla sua? Forse perché hanno come normale dimensione linguistica il multilinguismo e non il monolinguismo cui la scuola italiana ha voluto educare e condannare l’Italia e i sardi? Forse perché neppure uno svizzero si sognerebbe di bacchettare un altro svizzero perché non parla come lui? Oggi, in Sardegna, i bacchettatori che stanno riuscendo a fare quello che né il Fascismo né la scuola italiana è riuscita a portare del tutto a termine col sardo, sono i sardi stessi, i novelli pedagoghi che, peraltro, vogliono arrivare subito a un sardo ufficiale già bell’e modellato. Ma con i figli, per non sbagliare, parlano in italiano, perché, in fondo, hanno interiorizzato, forse, essi stessi, il diktat imposto.
Ma che gli Svizzeri siano più furbi dei sardi, quanto a questo, lo mostra – dimenticavo un’altra cosa che ci unisce – il fatto che ci hanno rifilato, via Piemonte, i nobili della Savoia, antica regione tra Svizzera e Francia. Tuttavia, si sono liberati manu militari anche degli Asburgo, peraltro anch’essi di origine svizzera (del Cantone di Argau) e hanno pensato bene di stringere un patto federale tra Cantoni, diversi ma uguali. La storia semplificata all’osso, se volete, in soldoni è qui.
(Luzern aprile 2020)