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giovedì 3 settembre 2026

Meno auto, più alberi: come le città europee stanno ripensando lo spazio pubblico - Cecilia Cacciotto

Grenoble ha rimosso i cartelloni per piantare alberi. Parigi ha triplicato le biciclette. Le città europee stanno ridisegnando lo spazio pubblico – e la qualità dell'aria

Le città coprono il 4% del territorio del Vecchio Continente, eppure è qui che vive la maggior parte degli europei, si consuma oltre il 60% dell’energia globale e si produce circa il 75% delle emissioni di CO2. La crisi climatica non è un fenomeno lontano: si misura nell’aria che respiriamo, nell’acqua che non defluisce dopo un nubifragio, nel calore che si accumula tra il cemento d’agosto. Le città sono al tempo stesso le principali responsabili del problema e il luogo in cui il problema si può affrontare con più efficacia.

Eppure le città sono spesso sole. Le politiche di resilienza climatica dipendono quasi esclusivamente dalle entrate municipali e dai fondi europei, e solo una su due ha una voce di bilancio dedicata. Questo dossier racconta le città che stanno già cambiando – le piste ciclabili di Parigi, le piazze-spugna di Copenaghen, i biodigestori di Milano, le superillas di Barcellona – non come esempi irraggiungibili, ma come prove che un’altra città è già in costruzione. Le città possibili, appunto.

«Le città del nostro Paese possono diventare un concreto campo d’azione del Clean Industrial Deal lanciato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen all’inizio del suo secondo mandato. Possiamo diffondere tecnologie e prodotti innovativi per rendere concreta la decarbonizzazione dell’ecosistema urbano, ma dobbiamo crederci di più». Lo sottolinea Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, nella prefazione del rapporto 2025 sulla performance ambientale delle città.

In prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici, i centri urbani si stanno attrezzando per affrontare la sfida. Ma la consapevolezza, pur diffusa, e strumenti ancora probabilmente insufficienti non bastano a spianare la strada. Paradossalmente, i centri urbani occupano una porzione ridotta del territorio continentale – il 4% in Europa (il 3% in Italia) – ma è qui che vive il 75% degli europei. Le città consumano oltre il 60% dell’energia globale e sono responsabili di circa il 75% delle emissioni di CO2.

La domanda, quindi, è inevitabile: come deve essere la città del futuro per vincere la sfida dei cambiamenti climatici? Già nel 1974 Fulco Pratesi dimostrava che non esiste una contrapposizione tra città e natura: una visione allora eretica, oggi diventata una necessità.

La missione europea per le città climaticamente neutrali entro il 2030

Il cuore della strategia urbana nell’Europa dei 27 è la missione “100 Climate-Neutral and Smart Cities”. Avviato cinque anni fa, è un programma della Commissione europea che ha selezionato cento città pilota – a cui si aggiungono altre dodici di Paesi associati – con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2030. Le città partecipanti aderiscono ai Climate City Contracts, piani d’azione che riguardano energia, trasporti e rifiuti. Il primo traguardo è ottenere la EU Mission Label, che certifica la validità del percorso intrapreso. Le cento città fungono da apripista: se il modello funziona, il resto d’Europa sarà chiamato a seguirle. In Italia ne sono state selezionate nove.

A quattro anni dall’avvio, queste città hanno ottenuto un primo risultato: con il decreto 558 dello scorso dicembre sono stati stanziati 11,8 milioni di euro, che verranno suddivisi e destinati agli obiettivi della transizione. Una cifra limitata, ma comunque un risultato politico rilevante, come sottolinea Annalisa Boni, assessora alla Transizione ecologica del Comune di Bologna: «Il fatto che le nove città si siano presentate unite di fronte al governo ha permesso di non essere viste come singole realtà locali con piccole richieste, ma come un blocco strategico nazionale». L’auspicio è che il governo centrale riesca a sostenere la transizione verso la decarbonizzazione di tutti i centri urbani. «Ma è importante – aggiunge Boni – che si affermi il principio per cui la neutralità climatica non è un costo, ma un’opportunità di sviluppo economicamente vantaggiosa e socialmente equa».

Grenoble: meno pubblicità, più alberi e spazio pubblico

Un concetto chiarissimo a Grenoble. La svolta sostenibile qui inizia dodici anni fa, con le elezioni municipali del 2014, che portano alla guida della città una coalizione inedita tra ecologisti, sinistra radicale e collettivi civici. Si parte da interventi piccoli ma significativi: la rimozione dei cartelloni pubblicitari per fare spazio agli alberi, l’introduzione rigorosa delle zone a basse emissioni e il limite di 30 km/h su gran parte del territorio comunale, per favorire pedoni e ciclisti.

Parallelamente si investe sul trasporto pubblico, che diventa più capillare e accessibile, anche grazie all’introduzione di tariffe agevolate per le fasce più fragili. In questi stessi anni prende forma il progetto dell’eco-quartiere bioclimatico, basato sull’uso di materiali naturali. Il quartiere Flaubert è un esempio di rigenerazione urbana: qui gli edifici sono costruiti con legno e terra cruda, permettendo di ridurre i consumi energetici fino al 76% rispetto all’edilizia tradizionale.

La decisione di rimuovere 326 cartelloni pubblicitari – comprese le pensiline digitali ad alto consumo energetico – è costata al Comune circa 600mila euro di entrate annue. Una perdita che, spiega il vicesindaco Gilles Namur, è stata «in gran parte compensata da una riduzione delle spese di rappresentanza. La salute fisica e mentale dei cittadini e delle cittadine è per noi molto più importante. E gli alberi restano i migliori filtri per l’aria».

Qualità dell’aria nelle città italiane: oltre il 70% fuori norma

Piantare alberi aiuta, ma non basta. La qualità dell’aria resta la principale emergenza sanitaria nelle nostre città. La nuova direttiva europea sulla qualità dell’aria (2024/2881) prevede il dimezzamento dei limiti di PM2.5 entro il 2030. Se fosse già in vigore oggi, oltre il 70% delle città italiane risulterebbe fuori norma.

Milano rappresenta un caso particolare, probabilmente il più complesso del Paese: la sua posizione geografica favorisce il ristagno degli inquinanti. Entro il 2040 Milano punta ad abbandonare il gas nel teleriscaldamento, sostituendolo con fonti alternative. Per decongestionare il traffico sono state istituite Ztl che, nell’ultimo decennio, hanno contribuito a una riduzione dei gas tossici tra il 15% e il 20%. Tuttavia, per centrare gli obiettivi del 2030, sarà necessario ridurre ulteriormente le emissioni nocive del 40-50%.

Ridurre le auto non basta: serve cambiare le abitudini di mobilità

A chi ritiene che la soluzione sia semplicemente il passaggio all’elettrico, Guido Lanzani di Arpa Lombardia ricorda che le polveri sottili «sono costituite da più componenti e comprendono anche il contributo dell’usura di freni e pneumatici e asfalto. È quindi necessario puntare, oltre che al rinnovo del parco circolante, alla riduzione dei chilometri percorsi in auto». Una sfida che richiede una trasformazione radicale, non solo della mobilità ma anche delle abitudini: «Il 70% degli italiani percorre meno di 10 km al giorno, il 68% lo fa in auto e il 60% di questi spostamenti avviene da soli», sottolinea Federico Del Prete, responsabile mobilità di Legambiente. «E la velocità media in una città come Milano è 18 km/h, molto al di sotto dei tanto criticati 30 km/h».

Secondo i dati più recenti, l’inquinamento a Milano costa circa 2.800 euro l’anno per cittadino. Si stima che il 14% dei decessi sia legato alle PM2.5. Rispettando i nuovi limiti europei, si potrebbero evitare oltre 1.500 morti all’anno nella sola area metropolitana. L’assessora all’Ambiente Elena Grandi ricorda ancora la posizione geografica sfavorevole della città: «Dal 2022 il Comune si è dotato del Piano aria e clima, un piano strategico di azioni integrate». I risultati non mancano, ma «Milano non può farcela da sola. L’inquinamento dell’aria non ha confini amministrativi: per questo le politiche di tutela devono essere sempre più incisive, integrate e soprattutto condivise a livello sovracomunale e regionale per essere efficaci».

Mobilità ciclabile: Parigi, Utrecht e Copenaghen come modelli europei

La transizione verso la mobilità dolce è una strada che permette di far respirare anche i bilanci pubblici delle città. Un esempio da seguire arriva ancora una volta dalla Francia, da Parigi. La città ha scommesso sulle due ruote. A favorire la capitale francese è anche la sua estensione relativamente contenuta per una metropoli, un fattore che ha dato slancio all’uso della bicicletta: un investimento di 250 milioni di euro ne ha letteralmente triplicato la diffusione. Oggi la Ville Lumière dispone di una flotta di bike sharing di oltre 42mila mezzi, tra pubblico e privato, in grado di ridurre le emissioni tossiche del 30%. Il 2026 è stato indicato come l’anno della svolta: Parigi punta a diventare una città ciclabile al 100%.

Il parcheggio per biciclette più grande al mondo si trova invece a Utrecht, con 12.500 posti: un primato che ha contribuito a farle guadagnare il titolo di città più bicycle-friendly del mondo. A Copenaghen, il 52% degli spostamenti avviene già in bicicletta. E i benefici sono anche economici: per ogni chilometro pedalato la società guadagna circa 0,64 euro in termini di salute e produttività, mentre ogni chilometro percorso in auto costa alla collettività circa 0,71 euro. Copenaghen resta però un caso particolare: la sua espansione urbana segue ancora oggi l’impianto del piano urbanistico del 1947. A sostenerla ci sono anche investimenti importanti, tra i 40 e i 45 euro all’anno per abitante destinati alle infrastrutture ciclabili, tra i livelli più alti al mondo. Vivere la città, per i danesi, è una scelta che si traduce in politiche concrete.

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martedì 14 ottobre 2025

IL MOSTRO DI MILANO CRESCE FAMELICO - IN VIA DI APERTURA IL QUARTO SETTORE

 

Sono quasi terminati i lavori di ristrutturazione del quarto settore del cpr di via Corelli, a breve con capienza che supererà i 100 posti.

È stata fissata la gabbia-tetto che copre il cortile, a togliere anche quel rettangolino di cielo.

"Qui stanno aprendo un nuovo settore, quando posti così dovrebbero chiudere", ci dicono i detenuti, umarell forzati spettatori dei lavori di ampliamento della loro prigione per innocenti. E come dargli torto?

Il terrorismo psicologico sull'uscita di immagini è sempre più pressante e le persone sono terrorizzate dalle possibili conseguenze dell'invio di video e foto.

Ma non ci arrendiamo e ve lo raccontiamo noi: tutto procede nell'ordinario orrore, in via Corelli, e si moltiplicano i casi di persone con fragilità psichica. Ci hanno riferito di un ragazzo senza tetto che dormiva per strada nell'hinterland, la cui vista "indecorosa" evidentemente deve avere disturbato qualcun*. Ora dorme per terra qui e lì e non parla con nessuno. Nessuna visita medica, nessuna assistenza. Invisibile tra gli invisibili.

E si moltiplicano anche le persone che dormono con materassi a terra tra i piccioni, e le tante storie di padri incensurati, fermati mentre tornavano dal lavoro o chiedevano informazioni in questura.

"N., quando vede la tua sedia vuota a tavola la sera, scoppia a piangere.

M. Il piccolo, non si vuole addormentare fino a tardi perché spera che prenderai l'ultimo treno, che arriva ll'1.15 e vuole aspettarti sveglio."

Questo il racconto della moglie ad un detenuto, inizialmente convinto che ci fosse un errore, perché non aveva fatto nulla per essere lì. Non aveva neppure mai sentito parlare dei CPR. Come tanti, come troppi.

A completare il quadro, l'odore costante delle turche, per la gran parte otturate da giorni, che rende l'aria irrespirabile.

In tutto questo, il lager milanese è quindi pronto ad inghiottire ancora altri (e ancora più numerosi) malcapitati e a devastare famiglie intere; esistenze già di per loro complicate da una legge che costringe alla clandestinità, a nascondersi, e ti sanziona così per un illecito che non hai modo di non commettere.

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Inadeguato il capitolato di appalto dei CPR per la tutela della salute delle persone trattenute

Il Consiglio di Stato annulla in parte il capitolato d’appalto dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) e impone al Ministero dell’Interno di introdurre modifiche significative in materia di tutela della salute e di prevenzione del rischio suicidario all’interno di queste strutture. 

Lo annunciano soddisfatte le associazioni ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) e Cittadinanzattiva .

La sentenza n. 7839 pubblicata il 7 ottobre 2025, ottenuta grazie agli avvocati ed avvocate Ginevra Maccarrone, Martina Ciardullo, Giulia Crescini, Salvatore Fachile, Gennaro Santoro, Maria Teresa Brocchetto, Valeria Capezio, Antonello Ciervo, Loredana Leo e Livia Stamme, ha accolto l’appello contro il Ministero dell’Interno per l’illegittimità del Decreto Ministeriale del 4 marzo 2024, relativo allo schema di capitolato di appalto dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio. 

Questa decisione rappresenta una vittoria fondamentale per la tutela dei diritti delle persone trattenute nei CPR, in particolare per il diritto alla salute. 

Un passo avanti per la tutela della salute nelle strutture di detenzione amministrativa

In Italia, la gestione della privazione della libertà personale per i migranti irregolari e i richiedenti asilo avviene in strutture private, i cosiddetti CPR, dove ogni aspetto relativo ai diritti fondamentali (salute, alimentazione, comunicazione, ecc.) è affidato a soggetti privati, detti enti gestori. Questo sistema differisce da quello penitenziario, dove la gestione avviene direttamente tramite il Ministero della Giustizia. Nel caso dei CPR, il Ministero dell’Interno stabilisce le linee guida attraverso il capitolato di appalto, sulla base del quale vengono redatti i bandi.

La sentenza del Consiglio di Stato, che fa proprie le criticità presenti nei CPR ed esposte in ricorso anche sulla base dei report del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, ha evidenziato l’inadeguatezza del capitolato rispetto agli standard previsti dalla direttiva del 19 maggio 2022 (cd. Direttiva Lamorgese), nonché la necessità di una tutela sanitaria più stringente. 

In particolare, la sentenza sottolinea che le disposizioni in ambito carcerario relative alla tutela della salute e alla prevenzione del suicidio devono costituire un parametro minimo di riferimento per i CPR. Sebbene non sia obbligatorio applicare identicamente gli standard sanitari penitenziari nei CPR, le strutture carcerarie possono fungere da modello per migliorare gli standard di assistenza sanitaria e psicologica nei CPR. E questo, vale la pena aggiungere, soprattutto considerato che le persone costrette nei CPR non hanno commesso alcun reato. 

La decisione implica, inoltre, che i bandi redatti sulla base di questo capitolato sono illegittimi, e di conseguenza, le persone trattenute nei CPR non sono adeguatamente tutelate nel rispetto del loro diritto alla salute.

Infine, questa sentenza è stata adottata in continuità con la sentenza n. 96 della Corte Costituzionale, che aveva già ammonito il legislatore sull’urgenza di intervenire in materia di CPR, poiché manca una normativa primaria che stabilisca parametri precisi riguardo alle condizioni di vita e alla tutela dei diritti fondamentali delle persone trattenute. In tal senso, il Consiglio di Stato ammonisce il Ministero, affermando che: “Nelle more dell’indispensabile intervento del legislatore, le Amministrazioni competenti sono chiamate ad un attento esame della situazione fattuale nei Centri, affinché la riformulazione delle disposizioni impugnate del capitolato possa tener conto di ogni elemento rilevante, nella prospettiva di garantire livelli di assistenza socio-sanitaria in linea con le previsioni costituzionali e sovranazionali”.

L’avv.ta Ginevra Maccarrone di ASGI precisa: “Questa sentenza in linea con la più recente giurisprudenza ci conferma che il sistema dei CPR è totalmente inadeguato al nostro quadro costituzionale e la società civile si auspica la chiusura dei CPR che in nessun modo sembrano poter rispettare i valori fondanti della nostra società“.

Il ruolo cruciale delle azioni collettive

Questa vittoria è frutto di un lungo percorso legale che ha visto il coinvolgimento di numerose realtà civiche, tra cui A buon Diritto, ActionAid, Arci, Be Free, CILD, Giuristi Democratici, Psichiatria Democratica e Spazi Circolari. 

Nonostante il rigetto iniziale in primo grado, il Consiglio di Stato ha accolto l’appello, dando ragione alle associazioni e segnando un’importante conquista per la giustizia sociale.

Inoltre, questo contenzioso ha facilitato la creazione di una rete intersezionale tra le associazioni che si occupano dei diritti delle persone straniere e quelle che si occupano di vulnerabilità psichiatriche e della tutela della salute nelle strutture di detenzione, che si affianca ai movimenti che, già da tempo, chiedono la chiusura definitiva di questi luoghi di trattenimento per persone che non hanno commesso alcun reato.

ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione
Cittadinanzattiva

da qui

lunedì 6 ottobre 2025

Milano, gli arresti prima degli scontri a volto scoperto - Mario di Vito*

 

La singolare dinamica dei fatti accaduti alla stazione centrale di Milano: i 5 fermi alla stazione subito dopo pranzo. Nessuna regia, i tafferugli non erano stati previsti dalla questura. In due sono già state rilasciate. I minori attendono le decisioni del gip al Beccaria. FdI elogia la polizia, Mattarella chiama Piantedosi. Zerocalcare, Carlotto, Dazieri e altri: “bloccare stazione non è vandalismo. Scontri evitabili, violenza è carcere minorile per manifestanti”

Prima i fermi e poi gli scontri. È singolare la dinamica della giornata di mobilitazione per Gaza andata in scena a Milano lunedì: le cinque persone prese dalla polizia, infatti, non sono state portate dentro al culmine della tensione del pomeriggio, ma molto prima: intorno alle 14, alla stazione Centrale, mentre da parte dei manifestanti era in atto il tentativo di bloccare per qualche ora i treni, cosa peraltro accaduta in altre città italiane senza conseguenze troppo gravi. Invece qui il clima si è fatto subito pesante.

Ed è stata quasi una sorpresa: né in questura né negli ambienti più militanti erano previsti tafferugli. Infatti il grosso degli scontri è sorto spontaneamente, prova ne sia che gran parte dei protagonisti dei disordini si aggirava a volto scoperto, segno che non c’era nulla di organizzato. Adesso la digos è al lavoro sui filmati ed è probabile che nei prossimi giorni e nelle prossime settimane arriveranno denunce per i danneggiamenti, anche se il lavoro degli investigatori sarà meno facile del previsto: va bene i volti scoperti che aiutano le identificazioni, ma la nebbia creata da lacrimogeni e fumogeni non è d’aiuto per il software in uso presso la polizia, il «Sari», che compara i volti riconosciuti sia alle foto presenti in archivio sia a quelle dei social. I denunciati, a quanto si apprende, sarebbero già almeno una decina.

Comunque, per quanto riguarda i cinque fermati, due sono minori: un ragazzo e una ragazza, entrambi di diciassette anni, entrambi incensurati, entrambi arrestati in flagranza per resistenza aggravata ed entrambi studenti del liceo Carducci. Al momento sono in custodia al Beccaria, l’istituto minorile di Milano, dove ieri pomeriggio si è tenuto un presidio per chiederne la liberazione. Il gip deciderà entro venerdì. Altre due ragazze, di 21 e 22 anni, militanti del centro sociale Lambretta, pure accusate di resistenza aggravata ed incensurate (erano finite a processo per l’occupazione del cinema Splendor ma sono state assolte), hanno visto il loro arresto convalidato dal giudice ma sono state messe in libertà con l’obbligo di firma giornaliero. «La loro è una posizione molto marginale rispetto a quello che pare essere avvenuto – spiegano gli avvocati Mirko Mazzali e Guido Guella -, l’accusa è di essersi divincolate al momento dell’arresto e aver avuto una colluttazione all’ingresso della stazione quando c’era tutto il corteo dietro. Loro hanno detto che si sono trovate davanti perché spinte dalle persone dietro. Non avevano nessuna intenzione di sfondare alcunché». Processate per direttissima, in aula le due hanno «negato ogni comportamento violento o minaccioso».

Più complessa la posizione del quinto arrestato, un 37enne incensurato, in attesa della decisione del gip sulle sue accuse: resistenza aggravata e lesioni aggravate perché, nel cercare di fermarlo, un agente ha rimediato cinque giorni di prognosi. L’uomo, stando a quanto ha scritto nella richiesta di convalida il pm Elio Ramondini, avrebbe uno «spiccato profilo criminale, tanto più pericoloso» perché «non ha esitato a sfondare il cordone di contenimento» e ha «persistito nell’azione violenta pur di perseguire il proprio fine e non abbandonare il proposito collettivo criminoso», ovvero «il raggiungimento dei binari della stazione ferroviaria».

Gli episodi milanesi, com’era in fondo scontato, hanno avuto una vasta eco nel dibattito politico. Intervenendo alla Camera in apertura della commemorazione di Charlie Kirk, il capogruppo di FdI Galeazzo Bignami si è prodotto in un lungo elogio delle forze dell’ordine – sono stati sessanta i poliziotti feriti negli scontri, secondo la questura: Mattarella ha chiamato Piantedosi per esprimere la sua solidarietà e fare gli auguri- e ha puntato il dito contro il centrosinistra, a suo dire quantomeno corresponsabile delle violenze. Il leghista Alberto Bagnai, per non essere da meno, ha tirato fuori in maniera ironica il vecchio adagio dei «compagni che sbagliano», in una prosecuzione ideale, si fa per dire, dei parallelismi tra il dibattito odierno e la lotta armata che da giorni le forze di maggioranza rilanciano tra dichiarazioni e post. «Sono centinaia di migliaia gli italiani che sono scesi in piazza pacificamente, ma voi parlate solo dei disordini», ha replicato Marco Grimaldi (Avs), con una kefiah al collo. E poi anche Elly Schlein, in apertura della direzione del Pd: «Noi abbiamo sempre condannato ogni forma di violenza politica perché non la riteniamo mai giustificabile e perché non è il nostro metodo, non lo è mai stato. Non possiamo accettare però di vedere che la violenza di qualche centinaio di manifestanti che hanno colpito la stazione copra quelle decine di migliaia di persone che pacificamente in tutto il paese hanno manifestato per Gaza».

E che manifesteranno ancora e ancora nelle prossime settimane: gli appuntamenti in agenda continuano a moltiplicarsi in tutta l’Italia, perché quello che è successo ovunque lunedì non è stato un episodio di ordine pubblico. Non le hanno viste arrivare, queste persone. Continuano a non vederle.

L’appello: “Bloccare stazione non è vandalismo. Scontri evitabili, violenza è carcere minorile per manifestanti

Immagini e parole sono il nostro strumento di lavoro, sappiamo essere qualcosa di vivo che può mutare significato velocemente. Lunedì 22 settembre l’Italia è stata bloccata: in oltre 100 città si è manifestato per dire basta al genocidio a Gaza e per chiedere la fine del massacro del popolo palestinese. Stanche e stanchi di anni di connivenza da parte dei governi del mondo, persone di ogni tipo, età, classe, religione hanno deciso che era necessario cambiare registro. Da ieri la politica parla di “violenza” e “vandalismo” per un paio di vetrate della stazione Centrale di Milano cadute durante scontri tra manifestanti e polizia. Scontri evitabili se chi governa e gestisce l’ordine pubblico sapesse fare il proprio lavoro e gestire la forza moltitudinaria che assediava la Centrale, mentre in altre città altre stazioni, porti e autostrade erano bloccati. Violenza è stare in silenzio davanti al massacro di un popolo, violenza è portare in un carcere minorile chi ha manifestato, violenza è costruire una narrazione di comodo davanti a una massiva espressione di contrarietà alla guerra, all’occupazione coloniale e all’inazione del governo Meloni.
Chi ha cercato di entrare in Centrale ha certo usato modalità muscolari per forzare il blocco di polizia, ma non ha seminato il panico come hanno fatto invece gli agenti che, a un certo punto, hanno sparato decine e decine di lacrimogeni, alcuni anche verso chi faceva foto dai balconi di via Vittor Pisani. Come artisti e artiste sogniamo un mondo di pace, ma non cadiamo nel tranello di trasformare momenti di resistenza e di rabbia collettiva in una subdola giostra di trasformazione di concetti e immagini. Violenza è tante cose, tante cose che rinneghiamo e disprezziamo, ma la violenza non è bloccare una stazione in un giorno di sciopero generale per provare a fermare il più grande genocidio di questo secolo, né l’insubordinazione ai silenzi complici di chi ci governa.
Confidiamo che chi è stato arrestato sia presto liberato e che il governo italiano si attivi per fermare il genocidio a Gaza, iniziando a cancellare tutte le forme di rapporto economico con Israele.

Massimo Carlotto, Punkreas, Chullu, kuTso, Massimo Roccaforte, Cinzia Delorenzi, Ratzo, Shah, Paolo Sollecito (insegnante di Yoga), Collettivo Micorrize, Robin Scheller, Assalti Frontali, Frode, Andrea Van Cleef, Atomo Tinelli, Bandabardò, Ivan il Poeta, Marco Teatro, Shandon, The Magnetics, The Soul Rockets, Giorgia Battocchio, Bull Brigade, Kiv, Modena City Ramblers, Walls of Milano, Gik, Zibe, Lilo, Max Pisu, Beatrice Schiros, Paui Galli, Nicoletta Daino, Giulio Cavalli, Cristina Donati Meyer, Marco Philopat, Mattia Tombolini, Flavio Ferri, Lele Sacchi, Alberto “Bebo” Guidetti, Anna Altobello, Riccardo Iellen, Manolo Perazzi, Cult of Magic, Mowlab/Il filo di paglia, Zerocalcare, Vintage Violence, Sandrone Dazieri, Banda degli Ottoni, Lara Guidetti e Saverio Bari / Sanpapiè, Alessio Tagliento

*da il manifesto

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mercoledì 6 agosto 2025

Modello Milano? Due miliardi di euro regalati ai costruttori: così il Comune ha rinunciato a pretendere oneri e servizi - Gianni Barbacetto

 

Il Comune ha rinunciato a 107 milioni di oneri e a 1,3 miliardi di terreni per realizzare servizi Persi 500 milioni anche negli scali ferroviari

 

C’è voluto un non-architetto e non-milanese come l’accademico dei Lincei Salvatore Settis per raccontare impietosamente (su La Stampa) il Sistema Milano: “Un totale capovolgimento delle ragioni della pianificazione. A dettare le regole era l’interesse privato dei pochi speculatori edilizi, e non quello di tutti i cittadini che il Comune dovrebbe far proprio”.

Questo metodo, glorificato da molti come scorciatoia per lo sviluppo della città, genera disuguaglianze, lede la democrazia che vorrebbe i cittadini tutti uguali di fronte alla legge. Ma ha anche un pesante costo economico, pagato dai milanesi in mancati servizi. Almeno 2 miliardi di euro. Proviamo a fare qualche calcolo.

Nell’ultimo decennio, Milano ha perso innanzitutto 107 milioni di euro, perché dal 2007 al 2023 l’amministrazione non ha fatto gli adeguamenti triennali degli oneri d’urbanizzazione previsti da una legge dalla Regione. Gli oneri sono quanto gli operatori immobiliari devono versare, per legge, alle casse del Comune per realizzare i servizi (fognature, marciapiedi, verde, asili nido…) resi necessari dall’arrivo di nuovi abitanti in una determinata zona della città. Il calcolo, provvisorio, è stato fatto dall’ingegnere e architetto Gabriele Mariani e dall’ex consigliera comunale del Movimento 5 Stelle Patrizia Bedori (un’attivista generosa e instancabile, recentemente scomparsa, a cui Milano dovrebbe riconoscenza): l’hanno inserito in un ricorso alla Corte dei conti, perché appuri se è stato arrecato un danno erariale (per la precisione di 107.631.483,32 euro) alle casse del Comune.

Ai 107 milioni di mancati oneri di urbanizzazione si aggiungono altri 100 milioni non incassati di oneri “a scomputo”, cioè quelli che per legge dovrebbero essere pagati direttamente dagli operatori immobiliari realizzando opere e servizi.

La molla è quella della “attrattività”: per attirare investimenti immobiliari, Milano ha tenuto bassi gli oneri, che sotto la Madonnina sono i più bassi d’Europa. In più, ha quasi azzerato le norme urbanistiche, considerando – contro la legge – “ristrutturazione” l’edificazione di grattacieli residenziali al posto di piccoli fabbricati che erano laboratori o uffici: così scatta uno sconto fino al 60% degli oneri. Difficile calcolare la perdita per la città, in mancanza del dato da cui partire: quante nuove costruzioni sono state fatte passare per “ristrutturazioni”, e per quale valore totale? Lo sanno solo gli uffici comunali.

Ma c’è comunque un’altra voce, e perfino più pesante, nella casella delle perdite: quella delle “monetizzazioni degli standard”. Chi costruisce deve cedere al Comune, per legge, una quota di aree per realizzare servizi per la città. A Milano, l’amministrazione non le ha pretese, accontentandosi di “monetizzarle”, cioè incassando denaro invece che aree. Ma – hanno scoperto i consulenti tecnici della Procura – gli operatori hanno pagato le “monetizzazioni” a prezzi di saldo, un quarto del loro valore. Con un accesso agli atti, Gabriele Mariani è riuscito a sapere che negli anni dal 2011 al 2023 la direzione Rigenerazione urbana del Comune di Milano “per monetizzazioni relative a interventi edilizi-urbanistici” ha incassato 440 milioni. Se davvero, come ritiene la Procura, sono un quarto del dovuto, l’incasso avrebbe dovuto essere 1,760 miliardi, con una perdita per il Comune di 1,320 miliardi non incassati.

Sommando dunque questa cifra di 1,320 miliardi ai 107 milioni di mancati oneri e ai 100 di oneri “a scomputo” non incassati, si ottiene un totale di 1,527 miliardi persi dalla città e regalati ai costruttori.

È un miliardo e mezzo che Milano ha lasciato agli operatori e ai fondi immobiliari, e che il Comune ha rinunciato a incassare. Quanti servizi si sarebbero potuti realizzare con quei soldi? Quanti asili nido si sarebbero potuti costruire? Quante piscine si sarebbero potute ristrutturare (a Milano sono inagibili quasi tutti i centri balneari comunali, per mancanza di soldi)? Quante abitazioni si sarebbero potute rendere abitabili, dei 2.500 alloggi popolari fuori uso che oggi non possono essere assegnati a chi ne ha diritto?

Il conto cresce se a questo miliardo e mezzo si somma la cifra che è stata scontata agli operatori facendo passare come “ristrutturazioni” le nuove costruzioni di grattacieli: una cifra di difficile calcolo per noi, ma che gli uffici comunali possono certamente ricostruire. Ma anche senza questa x che il sindaco potrebbe far calcolare ai suoi uffici, si arriva comunque ai 2 miliardi, se si aggiunge il mezzo miliardo a cui il Comune ha rinunciato dall’operazione scali ferroviari. Sono sette grandi aree che Fs ha “valorizzato” vendendole come fosse un immobiliarista privato, mentre un tempo erano state concesse dal Demanio alle Ferrovie dello Stato per sviluppare un servizio pubblico, quello dei trasporti. Il Comune ci ricaverà comunque solo una cinquantina di milioni, invece dei 500 che sarebbero dovuti, considerando il valore dell’operazione immobiliare. In più, Milano perderà la sua circle line: “L’edificazione delle aree ferroviarie”, ricorda l’ex assessore milanese ai Trasporti Giorgio Goggi, “era stata concessa in cambio dell’impegno di Fs a investire i proventi nel secondo passante ferroviario”. Cioè la linea ferroviaria metropolitana che avrebbe completato i collegamenti pubblici milanesi. Promessa dimenticata.

Naturalmente questi 2 miliardi e più sono calcolati sulla base di quanto è stato costruito a Milano nelle condizioni di estremo vantaggio per gli operatori garantite dal “Rito ambrosiano”, in nome dell’“attrattività”. Milano è la città prima in Europa per investimenti immobiliari, davanti a Monaco di Baviera e Amsterdam. Se le condizioni fossero state diverse, gli oneri d’urbanizzazione più alti, le monetizzazioni a prezzi di mercato e non di saldo, si sarebbe costruito di meno, con relativo calo delle entrate per le casse comunali. Ma quello che un buon amministratore avrebbe potuto e dovuto fare è una mediazione tra attrattività e servizi da assicurare ai cittadini, trovando un bilanciamento tra quanto concedere agli operatori per attirare investimenti e quanto pretendere da loro per offrire servizi alla città. Invece ha vinto la bulimia. Si è affermato il Sistema Milano, con suoi patti segreti tra costruttori, progettisti e dirigenti comunali. E un paio di miliardi, o almeno uno, che avrebbero davvero reso Milano più bella e vivibile, e meno diseguale.

da qui

sabato 26 luglio 2025

O mia bela Madunina: perché il “sistema Milano” è in realtà un problema antropologico - Francesco Marabotti

I. Un ricordo dell’epoca di Expo

Oggi a Milano una stanza decente non costa meno di 650-700 euro, nelle zone vicino all’università, e il costo della vita è fra i più alti in Italia. È una città dove il consumo di cocaina è il doppio della media nazionale, e dove la voracità predatoria dell’urbanistica, come scrive la Procura, ha ridotto ulteriormente le aree verdi.

Ma facciamo un passo indietro.

Mi ricordo dal 2015 circa al 2018, gli ultimi anni in cui ho frequentato la Statale di Milano, che tutto il cortile interno veniva affittato per la settimana del Design e riempito di ‘opere’ che esprimevano alla perfezione tutto il glamour, la nullità e il carattere nichilistico-mercantile del modello meneghino attuale.

Una folla, che mi stupiva ogni anno, di turisti, di milanesi, di esperti di design e architettura, veniva a rendere la Statale di Milano una fantasmagoria che colonizzava le menti e l’immaginario.

Come scrive Lucia Tozzi, studiosa di politiche urbane:

“Solo dieci anni fa Milano era vista come una città produttiva, elegante, ma grigia. Poi, con l’Expo2015, ha assunto l’immagine di una metropoli splendente e attrattiva.

Il passaggio però non è la conseguenza di una trasformazione oggettiva ma, all’opposto, è la metamorfosi fisica a essere effetto di una campagna di marketing senza precedenti, il cui successo è stato ottenuto spostando le risorse materiali e intellettuali destinate alla produzione di cultura, ricerca, servizi di welfare verso la produzione dell’immagine di una metropoli globale del lusso.

L’aspetto più perturbante dell’intero processo è il ruolo giocato dalla finanza, impegnata in una doppia missione: concentrazione della ricchezza attraverso la privatizzazione della città pubblica, dei suoi spazi e delle sue istituzioni sociali e culturali; cattura o neutralizzazione delle forze che potrebbero produrre attrito nel sistema e lotta alle disuguaglianze.”

 

II. La città è la dimora del collettivo

Dunque il decennio dai venti ai trent’anni della mia vita è cresciuto dentro questa metamorfosi di Milano, la città della moda, della fashion week, delle discoteche in Corso Como, degli Influencer con decine di milioni di followers; la Milano dei Boschi Verticali e delle droghe orizzontali.

Una città che assieme all’attrattività, al trendy e al lusso, ha iniziato a produrre sempre più effetti desiderati, da chi ha voluto farne una metropoli stile Londra o New York, e cioè per ricchi, dove i miliardari possono spostare la residenza senza pagare le tasse, e gli studenti non possono prendere in affitto una stanza decente a meno di 700 euro.

Una città cioè dove per sopravvivere bisogna lavorare sempre di più e avere sempre di meno, perché Milano è anche un luogo che progressivamente è diventato sempre più gentrificato;

dove l’urbanistica ha colonizzato sempre più le aree verdi, rendendo quindi non solo tante volte l’aria irrespirabile, ma anche il tessuto sociale sempre più disgregato e privo di realtà comunitarie.

Si sono create perciò per contrasto aree del ‘degrado’, come Rogoredo, dove il ritorno dell’eroina segna l’espressione di un malessere politico prima ancora che interiore.

O come Via Padova, e cioè di aree urbane sottratte al controllo dell’amministrazione, dove regna un popolo degli abissi e un sottosuolo che cresce al di là dello schema prefissato.

In realtà questa metamorfosi di Milano è stata un’operazione simile a quella di Haussmann nella Parigi del XX secolo. Allora si trattò di costruire grandi viali, i boulevard, per impedire il diffondersi delle barricate ai tempi delle rivoluzioni.

A Milano si è trattato della costruzione di un mito, un modello dei dominanti, di un potere neoliberale, tecno-finanziario, del marketing ubiquitario, di un consumismo pregiato, di una erosione progressiva della sostanza a favore di un’apparenza che attira i grandi capitali.

Si tratta di rendere impossibili delle barricate interiori, delle difese antropologiche e spirituali di fronte a questa metamorfosi.

Per questo è importante chiedersi: siamo diventati così anche noi? Questo sistema, questa mentalità che ci seduce, che ci convince a tratti a farci brand di noi stessi, e che se non riusciamo a sopravvivere in questo contesto è perché non siamo stati abbastanza forti e vincenti, ci è entrata dentro?

 

III. O mia bela Madunina: salva Milano!

Vorrei chiudere però con una nota di speranza, o forse di utopia, che però non è retorica, né tantomeno a buon mercato.

La vera questione che emerge dalla degenerazione di questo modello urbanistico non è morale, e non solamente culturale.

È un problema antropologico. La domanda cioè è quale modalità di abitare collettivo vogliamo scegliere. Chi vogliamo essere?

E in questi anni ho conosciuto tante persone, magari spinte dal malessere lavorativo ed esistenziale, iniziare a rendersi conto che questo modello, al di là di tutte le considerazioni possibili, non ci offre la possibilità di un’esistenza dignitosa e soprattutto non ci rende felici.

Questo sistema non ha niente a che fare con l’anima di Milano, che è sempre stata una città popolare, creativa, rivoluzionaria. La Milano che amo e porto nel cuore ha dato i natali a Cesare Beccaria e Alessandro Manzoni, che ha scritto probabilmente il romanzo più popolare italiano; è la Milano di Gaber e Jannacci, di Dario Fò e Celentano, di Cochi e Renato.

È la Milano di Alda Merini e di una comicità che nasce dal basso, dal freddo, capace però di farsi caldo, e motore di nuove idee.

Milano non è una città del Lusso, della finanza e degli influencer senz’anima. È una metropoli capace di coniugare il sentimento popolare con una virtù imprenditoriale trainante e visionaria.

Milano è una città che ha saputo fare della povertà e della sobrietà delle qualità umane funzionali alla laboriosità.

E credo che le nuove generazioni possano rendersi conto che tanti modelli e valori sono semplicemente delle trappole, e iniziare dei percorsi nuovi di socializzazione, di riscoperta della città, e fioritura di una creatività capace di lottare per un futuro migliore.

È arrivato il tempo di formare una nuova classe dirigente, che sia in grado, nei prossimi decenni, di sostituire questo sistema marcio, e dare vita ad una nuova città.

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martedì 11 febbraio 2025

Il partito del cemento e delle mani libere all’assalto delle soprintendenze e di Milano - Tomaso Montanari


«La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione». Il secondo comma dell’articolo 9 della Costituzione ha schierato la Repubblica dalla parte (sempre minoritaria) di coloro che, lungo tutta la storia del nostro Paese, hanno lottato perché la forma dell’Italia, cioè il suo «ambiente passato attraverso l’uomo» (Cesare Brandi), fosse considerata un bene pubblico sovraordinato agli interessi privati, e alla stessa proprietà privata: opponendo all’idea di possesso quella di custodia, in nome di tutta l’umanità presente e futura. Come dimostrò il dibattito nella stessa Costituente, non era un esito per nulla scontato: perché anche lì era evidente il conflitto tra i fautori del possesso e quelli della custodia. Questa polarizzazione è capace di raccontare anche tutta la storia della Repubblica, tessuta di continui tradimenti di quel comma, e di una eroica resistenza da parte di una minoranza attiva e soprattutto delle soprintendenze, questa sorta di povera e sempre vilipesa “magistratura del paesaggio e del patrimonio”.

Nel novembre del 2016, nello studio dell’eterno accolito del potere di turno Bruno Vespa, Matteo Salvini diceva in chiaro che le soprintendenze andavano abolite, ottenendo un consenso in linea di principio dalla sua interlocutrice televisiva, Maria Elena Boschi. Non si era mai arrivati a tanto, nemmeno nei sogni più proibiti dei palazzinari, ma il potere di tutela aveva, e avrebbe, visto una progressiva erosione: andava in questa direzione lo “Sblocca Italia” di Matteo Renzi, così come prima la Legge Obiettivo di Berlusconi, poi la “riforma Franceschini” e oggi il cosiddetto “Salva Milano” voluto fortemente da Beppe Sala, votato in prima lettura da tutta la Destra e anche dal Pd e oggi in attesa di essere discusso dal Senato.

Nel frattempo, il deputato leghista Gianangelo Bof ha presentato un emendamento al disegno di legge Cultura che cambierebbe ben sette procedure previste dal Codice dei Beni culturali derubricando il parere obbligatorio e vincolante delle Soprintendenze a solo obbligatorio. Non la soppressione voluta da Salvini, ma un passo decisivo in quel senso. Ove fosse approvato, la tutela imposta dalla Costituzione verrebbe meno negli interventi da eseguirsi nell’ambito dei beni paesaggistici (articolo 143, comma 3) e nell’autorizzazione paesaggistica (articolo 146, comma 5); nel prescrivere distanze, misure e varianti per aperture di strade e cave, posa di condotte per impianti industriali e civili e palificazioni visibili da o vicine a cose immobili che hanno cospicui caratteri di bellezza naturale, singolarità geologica o memoria storica, ivi compresi gli alberi monumentali; le ville, i giardini e i parchi, non tutelati dalle disposizioni della Parte seconda del presente codice, che si distinguono per la loro non comune bellezza; posa in opera di cartelli pubblicitari in prossimità di immobili e aree di valore paesaggistico e aree tutelate come coste, laghi, fiumi, torrenti, parchi e riserve nazionali e regionali, foreste e boschi, zone umide e vulcani, zone di interesse archeologico (articolo 153, comma 1); tinteggiatura di fabbricati in aree tutelate o interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria, di consolidamento statico e di restauro conservativo che non alterino lo stato dei luoghi e l’aspetto esteriore degli edifici in centri storici, bellezze panoramiche e zone archeologiche (articolo 154, comma 1); ordine di ripristino o sanzione nell’ambito della verifica della compatibilità paesaggistica (articolo 167, comma 5); autorizzazione paesaggistica per interventi senza o in difformità dall’autorizzazione paesaggistica senza aumento di superfici e volumi e interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria (articolo 181, comma 1-quater). Non è ancora la soppressione delle soprintendenze, ma quasi.

Il Pd si è opposto frontalmente all’emendamento, trovando questa volta le parole giuste: «Le Soprintendenze sono un presidio fondamentale per garantire la tutela e uno sviluppo rispettoso della storia e dell’identità dei territori». D’altra parte, il ministro Alessandro Giuli ha dato parere negativo (eterogenesi dei fini: la legge Bottai del 1939, cardine della tutela, è comunque un vanto della destra postfascista…), e l’emendamento è stato ritirato: ma la Lega ha annunciato la presentazione di un disegno di legge interamente dedicato alla distruzione della tutela.

Non è ozioso chiedersi: quale sorte avrebbe un simile provvedimento eversivo? La prova generale sarà la discussione al Senato del “Salva Milano”. Quattro urbanisti del Politecnico di Milano (Elena Granata, Arturo Lanzani, Antonio Longo e Alessandro Coppola) hanno spiegato con esemplare chiarezza quale sia l’origine di questa norma: «A Milano, da dieci anni era divenuta prassi che si realizzassero importanti trasformazioni di isolati e parti di città con la stessa procedura di certificazione con effetto immediato (SCIA) – sebbene nella forma rafforzata “alternativa al permesso di costruire” – con cui si autorizza normalmente una modifica interna di un appartamento o un inizio o conclusione di attività produttive. Questi interventi, il più delle volte di demolizione di un edificio preesistente e di ricostruzione di un nuovo e diverso edificio, erano considerati ristrutturazioni edilizie, con il vantaggio di ottenere una riduzione fino al 60% degli oneri di urbanizzazione altrimenti dovuti, e una sostanziale riduzione dei tempi delle procedure. […] Milano ha visto spuntare grattacieli all’interno degli isolati, a ridosso di edifici e giardini esistenti, al posto di piccoli capannoni industriali». Una manna per la speculazione edilizia, e un formidabile volano per uno sviluppo selvaggio della città: una prassi in cui la collettività perde, in un colpo solo, la possibilità di governare la crescita urbana secondo criteri di equità e sostenibilità, e gli introiti che permettano di compiere quelle opere di urbanizzazione (per esempio, il verde pubblico) che trasformano una somma di architetture private in una città. Di fronte alle inchieste della Procura, la reazione è stata improntata al paradigma berlusconiano: cambiamo la legge, e facciamo lecito l’illecito.

La convergenza su questa prospettiva sconcertante è bipartisan. Da una parte, la Destra ha fiutato immediatamente l’affinità culturale della proposta: «Serve una risposta urgente, al di là di ogni colore politico, per sbloccare questa paralisi. Come Noi Moderati -Centro Popolare – ha detto Mariastella Gelmini –, non abbiamo dubbi sul fatto che si debba fare presto. Noi ci siamo». Dall’altra, il presidente dell’Anci e sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, Pd, ha proposto un “Salva Milano transitorio”, e subito dopo l’approvazione di una legge quadro di riforma dell’intero comparto dell’urbanistica. Ma quanto sarebbero convergenti questa legge quadro prospettata da un pezzo del Pd e il disegno di legge annunciato dalla Lega? La risposta sta nell’eterna trasversalità del partito delle mani libere e del cemento: un partito che può interamente contare su Lega, Forza Italia e Italia viva, ma anche su una parte consistente di Pd e di Fratelli d’Italia, e perfino su alcuni ammiccamenti passati (vedi Stadio della Roma) del Movimento 5 Stelle, la forza politica comunque più oppositiva rispetto a una prospettiva del genere.

In un intervento al comitato centrale del Partito Comunista, il 4 giugno 1974, il segretario Enrico Berlinguer sottolineava la necessità di mettere fine «al sistematico sacrificio degli interessi pubblici più sacrosanti (la salute, la difesa del paesaggio e del patrimonio artistico, l’ordinato sviluppo urbanistico, l’onesto rispetto della legge e dell’equità) agli interessi privati, di parte, di corrente, di gruppi e uomini nella lotta per il potere». Una necessità che si rinnova di generazione in generazione: mentre la voce dell’articolo 9 appare sempre più flebile, e il potere degli interessi privati sempre più incontenibile.

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martedì 17 dicembre 2024

Salva-Milano, era difficile fare peggio. Ecco tutti gli articoli costituzionali che la legge viola - Paolo Maddalena

Un atroce tentativo di distruggere l’urbanistica italiana.

Una incredibile proposta di legge (formulata in un articolo unico, suddiviso in 9 commi), caratterizzata da una sua intrinseca illiceità avente come fine la distruzione urbanistica dell’Italia, è stata approvata il 21 novembre 2024 dalla Camera dei Deputati, ed ora rischia il voto favorevole del Senato, che la potrebbe trasformare in legge, favorendo i distruttori dell’ambiente naturale e urbano del nostro Paese, e distruggendo i legittimi interessi del Popolo sovrano.

Il comma 2 di questa proposta di legge intende eliminare un caposaldo della tutela urbanistica: la sottoposizione all’approvazione di un “piano particolareggiato” o di “lottizzazione convenzionata” dei casi di superamento dei limiti volumetrici o di altezza delle costruzioni edilizie, mentre il comma 4 della stessa proposta sancisce che “costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia” (con tutti i benefici che ciò comporta), gli interventi che consentono di realizzare, “all’interno del medesimo lotto, organismi edilizi che presentino sagoma, prospetti, sedime e caratteristiche planivolumetriche, funzionali e tipologiche, differenti da quelli originari”. Dunque, come si accennava, una débâcle totale e perenne del nostro ordinamento urbanistico, ai danni dell’ “ordine”, dell’”armonia” e del “decoro” dei nostri Centri abitati.

Tutto in palese contrasto con i “principi fondamentali” della nostra Costituzione.

Innanzitutto è violato l’articolo 3 Cost., per vari motivi, e soprattutto “per illogicità manifesta”. Non può infatti sfuggire che la legge proposta è totalmente priva dei caratteri della “interpretazione autentica”. In effetti, non solo i contrasti giurisprudenziali (presupposto per una legge di interpretazione autentica) ricordati nella relazione di accompagnamento sono assolutamente insignificanti, ma, d’altro canto, non si ravvisa in tutta la proposta di legge nessuna “disposizione” di carattere realmente “interpretativo”, una disposizione cioè che privilegi una tra le tante interpretazioni possibili, in modo che “coesistano” due norme: quella precedente e quella successiva che ne chiarisca il significato.

Estremamente palese è poi la violazione dell’articolo 9 Cost., che “tutela il paesaggio, il patrimonio storico e artistico della Nazione, l’ambiente (naturale e urbano), la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”. Basti pensare che questa proposta di legge, consentendo di costruire edifici di “altezza” e “volume” superiori a quelli degli “edifici preesistenti e circostanti”, oppure edifici che presentano “sagoma, prospetti, sedime e caratteristiche planivolumetriche, funzionali e tipologiche, anche integralmente differenti da quelli originari”, rompe l’”ordine”, l’”armonia” e il “decoro” dei Centri abitati, e crea un caos edilizio di immani proporzioni.

Un’altra palese violazione è quella dell’art. 42 Cost., il quale assegna alla “funzione sociale” della proprietà privata, il compito di “assicurare” la salvaguardia della “proprietà pubblica” della Collettività. Non è dubbio, infatti, che, nel nostro caso, l’ “ordine”, l’ “armonia” e il “decoro” dei Centri abitati sono da considerare “beni giuridici” in “proprietà pubblica” degli abitanti, e la loro salvaguardia rientra tra i “limiti” che i proprietari privati devono rispettare, per assicurare la “funzione sociale” della loro proprietà.

Le “incostituzionalità” non finiscono qui. Ma si può concludere rimarcando che si tratta di una proposta di legge che viola in pieno anche l’articolo 41 Cost., il quale, è vero, riconosce la “libera iniziativa economica privata”, ma impedisce che questa sia in contrasto con “l’utilità sociale” del Popolo sovrano. Di peggio era difficile fare.

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sabato 3 settembre 2022

A Salaland cacciano la preside di scuola che ha detto di “no” - Gianni Barbacetto

 

Milano, si sa, è il migliore dei mondi possibili. E il suo sindaco è il migliore degli amministratori. Dunque è difficile trovare osservazioni critiche su ciò che accade nel meraviglioso mondo di Salaland. Scippano ai cittadini la possibilità di decidere la sorte dello stadio di San Siro, dichiarando inammissibili due referendum chiesti dai comitati milanesi per salvare il Meazza e impedire la super-speculazione da 1,2 miliardi di euro su aree comunali: e (quasi) nessuno protesta contro questo furto di democrazia. Adesso cacciano la preside che si era opposta al trasferimento di sede della Scuola di via Vivaio: e (quasi) nessuno s’indigna.

Milano è un luogo speciale, una marca a democrazia limitata, ma continua a essere raccontata dal mainstream (presuntamente) progressista come il migliore dei mondi possibili. Della Vivaio avete già letto su queste pagine. La “Scuola media statale per ciechi di via Vivaio” – questo il suo nome completo – è una eccellenza di Milano, una riuscita esperienza di scuola pubblica che offre a tutti i suoi ragazzi una formazione scolastica incentrata sull’inclusione. Accoglie ragazze e ragazzi vedenti, non vedenti e con altre disabilità. Offre il tempo pieno, la piena integrazione con chi ha qualche disabilità, molto lavoro di gruppo e un’ottima formazione musicale, che è la sua specialità. Lo fa anche grazie al suo genius loci: è parte dell’Istituto dei Ciechi di via Vivaio e da sempre ospitata nei suoi locali.

Il Comune di Milano ha però imposto il trasloco per risparmiare i soldi dell’affitto, benché l’Istituto dei ciechi abbia rinunciato all’aumento del canone inizialmente richiesto e abbia proposto un affitto addirittura inferiore a quello pattuito nel 2010. Niente. Il sindaco Giuseppe Sala, così presente quando si tratta di Olimpiadi, stadio di San Siro e grandi affari immobiliari, è completamente assente da questa partita che riguarda l’educazione dei ragazzi. La sua amministrazione ha deciso il trasferimento della scuola Vivaio in una sede considerata non adatta dai genitori, dagli insegnanti e anche dalla dirigente scolastica, che si è schierata con i suoi ragazzi, con gli insegnanti e con i genitori, invece che strizzare l’occhio all’amministrazione comunale. Il trasloco rischia di far deperire, se non morire, un’esperienza scolastica pubblica unica a Milano e forse in Italia. Per questo i genitori si sono opposti presentando due ricorsi al Tar e avviando in Tribunale una causa civile per discriminazione. Il Comune, che ha tanti soldi pubblici da spendere per mille cose, non ne ha da investire nel futuro dei suoi ragazzi.

La dirigente che ha detto no si chiama Laura Corradini. E ieri è stata punita: non è più la reggente della Vivaio. La dirigente scolastica regionale, Augusta Celada, ha cambiato i criteri di assegnazione per la reggenza delle scuole: ha sostituito il principio di continuità (per il bene della scuola e dei suoi alunni, è meglio che il preside non cambi continuamente) con il principio della rotazione degli incarichi (tutti i dirigenti che ne fanno richiesta devono poter avere una scuola da reggere). E poi, proprio il giorno prima di andare in pensione, come suo ultimo atto ha cacciato Laura Corradini, sostituendola con Lorenzo Alviggi (che, alla faccia della rotazione, ha reggenze da otto anni).

Corradini ha salutato i genitori, i docenti e il personale della Vivaio con una lettera d’addio: “Si chiude il mio percorso di dirigente scolastica presso la scuola Speciale di via Vivaio ed è per questo che vi scrivo con una grande tristezza nel cuore. Avrei voluto poter continuare con voi questo viaggio consapevole dell’anno difficile che dovrete affrontare, ma, nonostante la mia richiesta, la reggenza è stata affidata ad altri. Vi saluto nella speranza che il destino unisca nuovamente le nostre strade”.

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mercoledì 14 aprile 2021

Non parlate di periferie. Ma venite a parlare con i trecento di piazza Selinunte – Oreste Pivetta

Quelli di piazza Selinunte. Forse anche fuori Milano è giunta l’eco di quanto è avvenuto in piazza Selinunte. Ne hanno scritto i giornali. Trecento ragazzi, per lo più figli di immigrati, si sono radunati (via social o semplicemente con il vecchio passaparola), nel pomeriggio di sabato, in piazza Selinunte, piazza della semiferia milanese, vicino allo stadio Meazza, cioè zona San Siro, per partecipare alla ripreso di un video, protagonista uno di loro, un rapper ventenne, nato in Marocco, cresciuto a poche centinaia di metri da lì, Amine Ezzaroui, in arte Neima Ezza. I ragazzi in tuta da ginnastica e borsello a tracolla (questa mi dicono essere la divisa) si sono messi a ballare. Esagerando, si sono messi a ballare sui cofani e sui tetti delle macchine parcheggiate. Avvertita, la polizia è intervenuta. Lancio di oggetti, sassi, sedie rotte. Insulti all’indirizzo degli “sbirri”. Assembramento, più che un assembramento un mucchio selvaggio. Norme anticovid al diavolo. Un po’ di tutto, riferiscono. La polizia ha sparato un lacrimogeno. I trecento si sono dispersi.

 

Piazza Selinunte come il muro di Trump

Piazza Selinunte è il muro di Trump: salendo verso l’esterno della città a destra è cresciuto nel dopoguerra il quartiere che fu dei ricchi e dei super ricchi (uno spettacolo la villa dell’Ernesto Pellegrini, il re delle mense, ex presidente dell’Inter, o quella progettata da Giò Ponti o le case a cilindro di Mangiarotti), a sinistra, oltre il confine fissato dalla linea tramviaria protetta da alberi e transenne, i quartieri popolari, edificati in epoca fascista a ridosso dell’ingresso in guerra secondo un progetto (pure di illustri architetti razionalisti) di comunità solidale, progetto divorato dalla speculazione che ha consumato metrature, spazi di servizio, come giardini, biblioteche, asili.

Gli edifici, parallelepipedi di rigorosa geometria, costruiti con materiali scadenti (per pagare le tangenti ai gerarchi in camicia nera), accolsero prima immigrati dalle aree povere del nord, poi immigrati dal meridione, infine immigrati soprattutto dai paesi del Nord Africa (il mercato di via Paravia è ormai un suk coloratissimo percorso da matrone coperte e rivestite dalla testa ai piedi): una popolazione operaia rimpiazzata attraverso le varie fasi della deindustrializzazione da una folla eterogenea (gente di un’ottantina di paesi), costretta ad “arrangiarsi”. Quasi dirimpetto rispetto a piazza Selinunte si fronteggiano le scuole: ancora a destra il ricco liceo francese, il nobilissimo Licée Stendhal, a sinistra la scuola araba. Sempre a sinistra altre scuole pubbliche italiane, per lo più disertate dai figli degli italiani.

Neima Ezza e i trecento

I trecento di piazza Selinunte e Neima Ezza sono cresciuti ovviamente “a sinistra”, in quei casermoni attaccati uno all’altro, casermoni che si oscurano in vie strette (anche Pino Pinelli abitava lì, in via Preneste, ma erano altri tempi), con gli intonaci dell’esterno che si sbrecciano e mostrano i mattoni, in una condizione che Neima, in un bellissimo reportage che si intitola “Perif” (da vedere su youtube), racconta più o meno così: abitavamo in cinque in quaranta metri quadri, al quinto piano, una cucina e una camera da letto, mio padre, mia madre, due sorelle ed io, non c’era spazio per muoversi, non si poteva rientrare tardi la sera perché si sarebbero svegliati tutti e mio padre doveva alzarsi presto, faceva un lavoro duro, una mia sorellina s’era ammalata di una malattia che le ha tolto l’uso delle gambe e mia madre, se io ero a scuola, per uscire e rientrare doveva sempre portarsela in braccio lungo tutte quelle scale, tante volte per stare tranquillo dovevo sedermi sul pianerottolo.

 

Il video di Neima

In quel video, Neima ci presenta i suoi amici: la signora abbandonata che cresce tre figlie, la famiglia occupante che cerca un’altra casa da occupare, il diciottenne che è già passato per il carcere minorile e per San Vittore, probabilmente per qualche furto o per lo spaccio… E’ uno dei quartieri dello spaccio. La droga passa dalle cantine ai marciapiedi o dalle finestre del piano rialzato. Scampia non è (o non era) patrimonio solo di Napoli. Ci sarei cascato anch’io in quel giro, dice Neima, poi ho visto che fine hanno fatto i miei amici e mi sono tirato indietro. Abbandonati: o ti consegni alla delinquenza o ne esci per tua volontà. Il video inquadra i ragazzini che giocano a pallone in uno spiazzo di cemento.

Neima commenta: per noi tutto era più difficile, per loro è più facile. In mezzo ci passa una storia: nuova immigrazione, tentativi di integrazione, consolidamento dei nuclei familiari, un po’ di scuola… un po’ di benessere in più.
Neima non abita più lì. Vive adesso a Baggio, poco più a nord ovest, poco più periferia: ma non tradirei mai il mio quartiere, perché quel quartiere che può diventare impenetrabile, estraneo al resto della città, può anche significare appartenenza e identità, autodifesa e solidarietà tra chi sta ai margini, soprattutto quando una crisi economica infierisce come sempre su chi già sta peggio.
Neima forse ce l’ha fatta: a sentirlo colpisce per l’intelligenza e la sensibilità. I trecento di piazza Selinunte chissà: forse per loro, come sostiene il rapper, sarà più facile.

 

I timori dei più ricchi

I cittadini delle case di destra (i più ricchi) e quelli delle case più avanti (abbastanza ricchi) si allarmano: come sarà in futuro, temono le rivolte parigine, a destra e a sinistra (categorie della politica, per quanto si possa parlare ancora di politica) denunciano violenze, aggressioni, atti di vandalismo, auspicano qualche intervento di polizia in più (contro il commercio della droga ci vorrebbe davvero), dimenticando di fronte alla realtà di un piccola criminalità diffusa l’altra realtà di gente perbene, quindicimila residenti, lavoratori, muratori, bottegai, casalinghe, uomini e donne delle pulizie, ragazzi irrequieti, come tanti altri che amerebbero una vita da calciatore oppure, adesso, da rapper di successo, alla Mamoud.
A ottobre si voterà anche a Milano per le amministrative e nei discorsi dei candidati trionferà una parola: periferie. Il bilancio che può presentare l’amministrazione in carica del sindaco Sala può essere positivo: basterebbe una visita al Lorenteggio o dalle parti del bosco di Rogoredo, mercato della droga celebratissimo in tv, lungo il percorso della nuova linea della metropolitana. Ma il deficit della politica, oltre la buona volontà di qualche assessore, resta enorme.

Quando mai la politica ha cercato di presentarsi o almeno di affacciarsi in questi quartieri? Quando mai quelli di piazza Selinunte hanno cercato la “nostra” politica? Una volta accadeva, all’epoca dei contadini inurbati per dare braccia alla nuova industria. Dentro quelle case, al piano terra, si aprivano le sezioni del Pci. Sui muri perimetrali,accanto ai portoni, resistono le lapidi che ricordano partigiani ventenni, assassinati dai nazifascisti o deportati. Adesso il centrosinistra vince in centro, non più da queste parti.

 

Non chiamatela periferia

La sociologia può descrivere e spiegare molto. Mi pare però che in questo “disagio” (è un eufemismo che ricorre) vi sia anche una parte strettamente materiale, come ricordava nel video Neima Ezza: quaranta metri quadri, cinque piani senza ascensore, quando l’ascensore esiste spesso è rotto, muri sgretolati, umidità, accumuli di rottami, mettiamoci anche affitti mai pagati e occupazioni governate dalle mafie.

Degrado chiama degrado: gestione fallimentare da parte dell’azienda regionale per l’edilizia residenziale. Fosse per me, demolirei tutto: non si può aggiustare ciò che è nato male, povero, scientemente destinato alla rovina, ciò che è nato in miseria non si rialza dalla miseria, se si tratta non di anime, ma di mattoni e di cemento di infima qualità, per giunta per alloggi in totale contrasto con le minime esigenze vitali d’oggi…

Le città si possono rifare e anche le periferie, cominciando a cancellare la parola periferia e il comodo rassicurante uso di inventare nelle periferie le periferie su misura dei più poveri, degli ultimi arrivati, nuovi ghetti. Poi verranno scuole, lavoro, cultura, diritti, anche lo ius soli (come si fa a negarlo a quei trecento). Forse è solo un’illusione, ma un partito di sinistra dovrebbe provarci, prima di rassegnarsi all’idea che quei ragazzi appartengano definitivamente a un “mondo a parte”, prima di arrendersi alla ferocia classista di questo mondo.

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