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sabato 13 giugno 2026

Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon - Marianna Gatta

Mentre nel Metropolitan Museum di New York sfilava l’élite mondiale, all’esterno il sindacalista Chris Smalls lanciava un attacco frontale contro Amazon che finanziava l’evento: una proiezione video monumentale sulla facciata di un edificio mostrava il volto di Mary Hill, 72enne lavoratrice Amazon e malata di cancro, che raccontava la fatica per arrivare a fine mese. Poi Smalls è stato arrestato per avere oltrepassato le barriere che separavano i manifestanti dal tappeto rosso, con un cartello che denunciava 1.500 giorni di attesa per un contratto e la complicità di Amazon nei conflitti globali.

Con l’aria da rapper (cosa che è stato in passato), le treccine e gli occhiali specchiati, Chris Smalls, 38 anni, è il Davide che ha avuto il coraggio di sfidare il Golia fondatore di Amazon, Jeff Bezos. Ha iniziato al sua lotta sindacale nel 2020, quando lavorava come supervisore nel magazzino JFK8 di Staten Island, New York. Si iniziava allora a soffrire delle sconvolgenti conseguenze del virus Covid-19, e Smalls protestava contro la mancanza di protocolli di sicurezza e dispositivi di protezione, per sé e per i suoi colleghi e colleghe, organizzando uno sciopero nel parcheggio.

La risposta dell’azienda non tarda: Chris Smalls è licenziato, come motivazione si cita proprio la violazione delle regole di quarantena. Nello stesso anno, viene diffuso un messaggio di David Zapolsky del consiglio generale di Amazon, che definisce Smalls come “non abbastanza intelligente”, quindi perfetto per diventare “il portavoce dell’intero movimento sindacale”: un modo per denigrarlo davanti all’opinione pubblica. Ma, al contrario di ciò che ne pensavano i vertici dell’azienda, la vicinanza alla reale compagine dei lavoratori Amazon, ha portato Smalls ad avere un seguito all’inizio impensabile, in quei magazzini come “scatole senza finestre”, grandi quanto quattordici campi da football, dove il lavoro è “isolamento”.

Per mesi, si è presentato alla fermata dell’autobus fuori dal magazzino, offrendo pizza e parlando dei problemi quotidiani delle persone, spezzando così un isolamento programmato. È riuscito a fondare un sindacato indipendente, l’Amazon Labor Union (Alu), che porta avanti battaglie contrattuali: dall’assicurazione sanitaria fino alle pause durante i turni. Vanificando i tentativi milionari di Amazon, per consulenze e mediazioni anti-Union, nell’aprile del 2022, l’Alu diventa il primo sindacato interno a un magazzino dell’azienda.

Come sottolinea spesso Smalls, Amazon non vende solo libri e detersivi, è uno dei principali fornitori di infrastrutture digitali per il governo degli Stati Uniti, per esempio con i progetti Joint Enterprise Defense Infrastructure e Joint Warfighting Cloud Capability. Amazon – con le altre big tech, Microsoft e Google – gestisce i dati del Pentagono e i server delle operazioni militari statunitensi. Non solo: il colosso del commercio online fornisce assistenza all’Ice (Immigration and Customs Enforcement), con servizi di cloud e archiviazione, e raccogliendo dati biometrici, registri della motorizzazione e tabulati telefonici per facilitare le operazioni di tracciamento, sorveglianza e deportazione. Inoltre, a partire dall’inizio del 2026, l’Ice sta sviluppando megacentri di detenzione “in stile Amazon”, modellando la sua logistica sulla struttura dei magazzini di smistamento dei pacchi. Insomma, gli stessi sistemi che servono per tracciare e immagazzinare i pacchi, sono utilizzati per detenere e deportare gli esseri umani.

Mentre ai dipendenti Amazon vengono detratti i minuti spesi al bagno, Bezos, con un patrimonio di 273 miliardi di dollari (è la seconda persona più ricca del mondo dopo Musk), presenzia all’insediamento di Trump, si sposa affittando l’intera Venezia, e compra celebri testate giornalistiche, come il “Washington Post”. In quest’ultimo caso, non solo è stato completamente ignorato il conflitto d’interessi – in stile impero Berlusconi –, ma il giornale ha virato verso una linea editoriale in difesa del libero mercato e dell’imprenditoria, e sono stati tagliati oltre trecento posti di lavoro. Nonostante i profitti a sei zeri della compagnia, per diversi anni Bezos non ha versato le tasse federali, investendo invece in campagne spaziali, come la Blue Origin. Non solo lucra sulla fame dei propri dipendenti, ma non finanzia neanche il bene pubblico, del resto secondo una modalità abituale dei multimiliardari: fuggire dal pianeta che contribuiscono a inquinare.

La forza di Chris Smalls non sta solo nello stile adeguato ai tempi e nell’uso massiccio e vincente dei social media, come TikTok, ma nel suo modo di comunicare in maniera chiara l’intersezionalità di tutte le lotte. In un’intervista a “Scomodo”, per esempio, ha spiegato: “La sinistra, il partito laburista, dovrebbe essere lo scudo di ogni lotta della classe operaia, che si tratti della Palestina, delle questioni climatiche, dei diritti delle donne o dei diritti civili”. E infatti ha dimostrato concretamente il suo impegno. Condividendo la missione con Greta Thunberg – con cui si è recentemente fatto fotografare –, l’anno scorso Smalls si è imbarcato sulla Handala, parte della Global Sumud Flotilla, e, una volta arrestato in Israele, ha rifiutato di firmare i documenti di deportazione, aderendo allo sciopero della fame nel carcere di Givon.

Il modello di sindacato che promuove ha un impegno politico locale e vicino alle comunità, al contrario di quello “disconnesso” e “dall’alto” delle Unions tradizionali, e ha anche una posizione netta sulle questioni sistemiche e globali, dimostrando così che il lavoro non è un’isola. “I sindacati presenti in aziende che spediscono armi e producono armi, qui negli Stati Uniti, potrebbero facilmente scioperare, in questo momento, e fermare tutte le armi e la produzione per Israele. Invece sono complici, e continuano a spedire armi e a produrne di nuove. E questo è solo un esempio. Ci sono tanti modi diversi in cui possono usare la loro militanza per creare un vantaggio o uno svantaggio economico per qualsiasi Paese” – spiega Smalls.

Questo modello di azione intersezionale è lo stesso che si può osservare nei portuali di Genova del Calp (su cui vedi qui), e nel movimento del Collettivo di fabbrica Gkn, che in Italia hanno dimostrato come si possa usare la disobbedienza civile per ottenere risultati. L’Unione sindacale di base (Usb) ha così espresso solidarietà al sindacalista statunitense, dopo l’arresto: “Chris Smalls è protagonista di una critica coraggiosa e necessaria al mondo delle big tech, che intascano profitti inimmaginabili e sono sempre più complici con il sistema di guerre, genocidi e aggressioni. Il suo arresto è solo l’ultima ammissione di complicità di chi si arricchisce sulla pelle del genocidio e contro chi lo denuncia”.

da qui

martedì 21 maggio 2024

USB SOTTO ATTACCO: il pacifismo e l'antimperialismo si pagano a caro prezzo

 



I portuali dicono no a questo sistema di affari e sfruttamento sulle banchine. E hanno ragione – Giorgio Cremaschi

Dopo la corruzione la svendita. La vicenda criminale del porto e del sistema politico ed imprenditoriale genovese, del partito unico degli affari che imperversa ovunque, ripropongono un modello che più volte abbiamo sperimentato e vissuto nel paese, sempre con gli stessi risultati. Pessimi. Il sistema industriale e dei servizi delle Partecipazioni Statali subì scandali e ruberie e, anche usando l’indignazione pubblica verso questa corruzione, fu privatizzato. Oggi il poco che resta di quel sistema, che spesso era la parte tecnologicamente più avanzata del paese, è in mano a multinazionali.

La sanità pubblica fu colpita da affari illeciti della classe politica, si affermò quindi la sua aziendalizzazione sul modello dell’impresa capitalista e si aprì la porta alla sanità privata. Il risultato è che la corruzione è rimasta, ma la sanità pubblica no.

La linea che ha adottato tutta la classe politica in questi decenni, di fronte al rapporto corrotto tra imprenditori e politici, non è mai stata quella di colpire le radici economiche e di potere della corruzione, bensì quella di colpire il sistema pubblico. Una razionale follia liberista, come se gli abitanti di un condominio, di fronte alle ruberie dell’amministratore, decidessero di buttar giù la casa invece che licenziare il ladro e definire nuove regole contro i furti.

I porti sono un bene comune, come le spiagge, le strade, l’acqua, come tutto ciò che secondo l’economia rappresenti un “monopolio naturale”, cioè un bene unico che deve essere usato da tutti e che, in quel luogo e secondo quella esigenza, non ha alternative. O mangi questa minestra o salti dalla finestra dice il proverbio. Per questo al capitalismo piacciono immensamente i beni comuni, perché una volta acquisiti danno luogo ad un profitto sicuro, senza vera concorrenza. La competizione tra i capitalisti c’è, ma per acquisire il monopolio, non dopo che se lo siano accaparrato. E per questa competizione, e per trasformare un bene comune in monopolio privato, si sprecano le mazzette ai politici.

I porti italiani erano pubblici fini al 1994. All’inizio di quell’anno il governo Ciampi, uno dei responsabili dello smantellamento liberista del sistema pubblico, varò la legge 84, che aprì la via alla privatizzazione dei porti. In realtà quella legge maturava da tempo, sotto la doppia pressione del sistema liberista europeo e del padronato italiano. Nei porti pubblici il lavoro dei portuali era rigorosamente regolamentato e soprattutto a Genova ogni imprenditore doveva fare i conti con il sistema di tariffe e diritti che ruotava attorno alla compagnia dei portuali, la CULMV.

Negli anni Ottanta, con la complicità e il consenso di Cgil Cisl Uil e dell’ala migliorista del Pci, era cominciato l’attacco al monopolio del lavoro della compagnia e dei sindacati dei portuali, accusati di impedire il libero mercato. La Compagnia, antica istituzione egualitaria che trattava alla pari coi padroni, doveva diventare un’impresa capitalista che si confrontasse alla pari con le altre imprese… e ovviamente lo sfruttamento del lavoro doveva accompagnare il trionfo del mercato.

Alla fine, come su tutti gli altri fronti del lavoro, liberisti e padroni vinsero, anche grazie alla promessa rilanciata dai mass media che mercato e flessibilità avrebbero portato lavoro ben pagato e maggiore benessere.

Oggi, come da tempo denunciano i portuali del Calp, il collettivo autonomo dei lavoratori del porto che ha deciso di opporsi al sistema di affari e sfruttamento, nelle banchine c’è la giungla. Tra appalti, subappalti, contratti a giornata, si viene licenziati la sera e riassunti al mattino, interinali, precari di tutti tipi senza diritti e con paghe vergognose. Questo mentre il lavoro nei porti diventa sempre più duro e insicuro, poco tempo fa c’è stato un omicidio di lavoro, e prima una strage su una torre investita da una nave in manovra.

L’Autorità del Porto, che secondo la legge del 1994 avrebbe dovuto essere il controllo pubblico sui processi di privatizzazione, come abbiamo visto nell’inchiesta in corso è diventata il crocevia degli affari. Non c’è da stupirsi, quando i profitti delle imprese private diventano prioritari per il potere pubblico, anche quest’ultimo finisce per fare affari.

Ma non è finita. Nel 2023 il ministro Tajani ha annunciato che il governo dovrà realizzare la privatizzazione totale di porti. Questa ha un esempio cavia nel porto del Pireo, in Grecia, che quel paese è stato costretto a vendere alla multinazionale cinese Cosco, quando il governo greco doveva obbedire ai memorandum usurai della Troika di Ue, Bce e Fondo Monetario Internazionale.

 

Sulla stampa specializzata ci sono già “esperti” del settore che spiegano che la Grecia ha fatto un colossale affare con il suo porto e che dovremmo farlo anche noi. Naturalmente la fedeltà euroatlantica impedirà di vendere i nostri porti alla Cina, ma ci sono la danese Maesnk, la svizzera Msc e altre multinazionali nord atlantiche già pronte ad intervenire. E quando i porti saranno tutti privati non ci sarà più bisogno della corruzione dei politici per ungere gli affari, i profitti arriveranno da soli.

Vedremo cosa faranno i “sovranisti” della Lega, che con Salvini e Rixi stanno preparando la riforma dei porti. Finora il film è quello di sempre: distruzione del pubblico, conseguente commistione di affari tra classe politica indecente e imprenditoria stracciona e infine tutto il potere alle multinazionali.

La parte più attiva e consapevole dei lavoratori portuali da anni si batte contro questa deriva, e contro le complicità politiche e sindacali che la consentono. I portuali del Calp sono quelli che hanno scioperato contro le navi cariche di armi e contro lo sfruttamento selvaggio nel porto e per questo hanno subìto ostracismo, minacce, persino repressione poliziesca. E il sistema di potere consociativo del porto non vuole testimoni scomodi nè tantomeno contestazioni. La lista, corredata da più di duecento firme certificate di lavoratori, presentata dalla Usb per le elezioni delle rappresentanze sindacali nella più importante impresa del porto, con un cavillo assurdo è stata rigettata, di comune accordo, da padronato e Cgil Cisl Uil.

Il sistema si difende, ma le inchieste della magistratura dimostrano che i portuali hanno avuto e hanno ragione. O si ricostruisce il sistema pubblico dei porti e con esso la dignità del lavoro, o gli sporchi affari, magari sotto altri nomi e bandiere, continueranno.

da qui


giovedì 2 maggio 2024

Un nuovo teorema repressivo si abbatte sul SI Cobas!

𝗜𝗟 𝗧𝗥𝗜𝗕𝗨𝗡𝗔𝗟𝗘 𝗗𝗜 𝗕𝗥𝗘𝗦𝗖𝗜𝗔 𝗖𝗢𝗡𝗗𝗔𝗡𝗡𝗔 𝟮 𝗦𝗜𝗡𝗗𝗔𝗖𝗔𝗟𝗜𝗦𝗧𝗜 𝗣𝗘𝗥 𝗘𝗦𝗧𝗢𝗥𝗦𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗘 𝟳 𝗟𝗔𝗩𝗢𝗥𝗔𝗧𝗢𝗥𝗜 𝗣𝗘𝗥 𝗔𝗩𝗘𝗥 𝗦𝗖𝗜𝗢𝗣𝗘𝗥𝗔𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗗𝗜𝗦𝗖𝗥𝗜𝗠𝗜𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗜 𝗦𝗜𝗡𝗗𝗔𝗖𝗔𝗟𝗜 𝗘 𝗟𝗜𝗖𝗘𝗡𝗭𝗜𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗜 𝗜𝗡 𝗣𝗘𝗡𝗡𝗬 𝗠𝗔𝗥𝗞𝗘𝗧

Ci giunge questa mattina la notizia che il Tribunale di Brescia, su richiesta dei PM Silvio Bonfigli e Ambrogio Cassiani, ha condannato in primo grado la Coordinatrice di Brescia Laura Raffelli, il Coordinatore di Milano Alessandro Zadra ed altri sette lavoratori del S. I. Cobas, per gli scioperi in Penny Market di Desenzano del Garda (BS) del 2018-2019. Il capo di imputazione è quello di estorsione da parte dei due coordinatori, con una pena di 2 anni e 6 mesi, che mosso in assenza di reali presupposti ci lascia basiti e amareggiati per la gravità con cui vengono messe sotto la lente d’ingrandimento della repressione le lotte sul lavoro. 7 operai vengono invece condannati per boicottaggio ai danni dell’azienda con pene dai 4 ai 6 mesi. Condanne che di certo non ci lasciano stupiti considerando che il S.I. Cobas si muove in direzione ostinata e contraria alla strada della giustizia borghese, ma che rappresentano un attacco generale alla classe operaia in Italia su larga scala. Ancora una volta le procure attaccano il diritto di sciopero, e ancora una volta viene usata l’estorsione per definire le più banali prassi di trattativa e dialettica sindacale!

Le maglie della repressione si erano già allargate nel 2020 quando 8 tra i lavoratori, e 2 di questi ancora assunti nell’impianto, avevano ricevuto un divieto di dimora dal Comune di Desenzano proprio per aver partecipato alla lotta che metteva in luce il sistema di iper-sfruttamento nei magazzini del supermercato.

Nel 2018 furono proclamati lo stato di agitazione e gli scioperi a seguito dei licenziamenti che investirono 11 operai su 20 assunti dalla “Servizi Associati soc. coop.”. La cooperativa da un giorno all’altro mise in piedi una condotta anti-sindacale licenziando in tronco i nostri iscritti, per un non meglio precisato calo della produttività prodotto dagli operai nel magazzino. All’epoca dei fatti, senza ricevere alcuna comunicazione ufficiale né una lettera di contestazione o un richiamo, gli operai furono cacciati dal posto di lavoro direttamente dal guardiano dei cancelli, che consegnò loro la lettera di “estromissione dalla cooperativa” in qualità di soci-lavoratori impedendogli di svolgere il proprio turno.

 

Una condotta anti-sindacale che non ha fatto esitare il nostro sindacato a scioperare per ottenere il reintegro immediato di tutti i licenziati, a fronte di un procedimento aziendale che da un lato voleva eliminare gli elementi sindacalizzati nel magazzino e dall’altro assumere operai vergini, meglio se costretti subito a piegarsi ai tempi della produttività di Penny Market.

Ma ancora una volta i PM ci accusano di estorsione e tentano di delegittimare il diritto di sciopero. Ancora una volta si ripete la stessa scena di un copione che abbiamo già denunciato essere un teorema giudiziario infondato, e com’era stato per le vicende di Alcar Uno e Levoni, viene usato per ledere la nostra immagine a colpi di accuse sensazionalistiche da prime pagine e di carattere intimidatorio verso i lavoratori che nonostante tutto continuano in massa ad unirsi alla nostra sigla e alla lotta operaia a distanza di anni. L’estorsione stavolta verrebbe denunciata nel contesto di un paventato cambio appalto che a detta dei PM avremmo favorito a tutti costi, usando la lotta sindacale per fare fuori la “Servizi Associati Coop.” in favore di un’altra azienda. Si nota come le accuse fossero partite dai dirigenti aziendali, padroni evidentemente fin troppo infastiditi dalla determinazione con cui avevamo ottenuto condizioni di lavoro dignitose, e preoccupati che il loro margine di mega-profitto dovesse giustamente entrare nelle buste paga a migliorare i salari dei lavoratori. Da ciò possiamo solo evidenziare (se ce ne fosse ancora il bisogno) come lo Stato e i suoi apparati repressivi, traducano le leggi in una giustizia borghese scritta su misura dei padroni, e che nulla ha a che fare con i diritti sociali e con i diritti dei lavoratori. Di fatto tutte le comunicazioni riguardanti la vertenza in Penny Market avevano avuto come oggetto il reintegro dei nostri iscritti.

Chi orchestra questi teoremi dovrebbe perlomeno ricostruire la vicenda e ricordarsi delle 11 famiglie prima lasciate per strada senza più un salario, poi caricate e sgomberate con la forza quando hanno chiesto a gran voce di riavere il proprio posto di lavoro! Le vicende che solo successivamente hanno interessato un cambio-appalto in Penny Market furono invece un affare che non ci riguarda, usato dalla procura come motivo pretestuoso per imputarci di qualcosa e attaccare ancora e ancora il diritto di sciopero dentro e fuori dai luoghi di lavoro.

L’estorsione sembra ormai un articolo del codice penale utile a contrastare con un colpo di martello in tribunale le rivendicazioni sindacali, gli aumenti salariali, la sicurezza sul lavoro e il sacrosanto diritto di sciopero, quando la sola trattativa non serve a far rispettare i diritti sul lavoro. Non vengono mosse le stesse accuse contro le aziende e i dirigenti quando gli operai si infortunano sui luoghi di lavoro, quando perdono la vita e quando non riescono ad arrivare a fine mese per far fronte al caro vita e all’inflazione, e si vedono dimezzati il potere d’acquisto in favore degli affari del Governo nel settore delle armi e dell’economia di guerra.

𝗧𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗶ò 𝗮𝗱 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗺𝗼𝗱𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝗿𝗿𝗲𝘀𝘁𝗲𝗿à 𝗺𝗮𝗶 𝗹𝗮 𝗹𝗼𝘁𝘁𝗮 𝗼𝗽𝗲𝗿𝗮𝗶𝗮: 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗰𝗼𝗹𝗽𝗼 𝗶𝗻𝗳𝗹𝗶𝘁𝘁𝗼 𝗮𝗹 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝘀𝗶𝗻𝗱𝗮𝗰𝗮𝘁𝗼, 𝗱𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗲 𝗳𝘂𝗼𝗿𝗶 𝗹𝗲 𝗮𝘂𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝘁𝗿𝗶𝗯𝘂𝗻𝗮𝗹𝗶, 𝗰𝗶 𝗵𝗮 𝗶𝗻𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝘁𝗼 𝗮 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗴𝗹𝗶𝗲𝗿𝗲 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗲 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗲, 𝘀𝗽𝗿𝗶𝗴𝗶𝗼𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗲 𝗿𝗶𝘀𝗼𝗿𝘀𝗲 𝗲 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗽𝗶𝗲𝗱𝗶 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗲 𝗺𝗼𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶! 𝗡𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗱𝗮𝗻𝗻𝗮 𝗽𝗼𝘁𝗿à 𝗳𝗲𝗿𝗺𝗮𝗿𝗲 𝗹’𝗼𝗿𝗴𝗮𝗻𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶. 𝗦𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗴𝗶à 𝗽𝗿𝗼𝗻𝘁𝗶 𝗮𝗹 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗲 𝘀𝗰𝗶𝗼𝗽𝗲𝗿𝗼 𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝟯𝟬 𝗔𝗽𝗿𝗶𝗹𝗲 𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝘁𝗲 𝗱𝗶 𝗹𝗼𝘁𝘁𝗮 𝗶𝗻 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗮 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝟭 𝗠𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼.

Nel frattempo esprimiamo la massima solidarietà alla compagna e ai compagni e lavoratori colpiti dalle condanne: se toccano uno, toccano tutti! ✊🏻✊🏾✊🏿

Avanti S.I. Cobas! 🚩

Uniti si vince! 🚩

da qui

venerdì 5 aprile 2024

Domande di oggi sul sindacalismo di base a partire da oltre 30 anni addietro - Cosimo Scarinzi

 

 

Credo sia necessario, quando ci si interroga sul sindacalismo di base oggi, tenere presente il fatto che si tratta di un assieme di organizzazioni, di militanti, di lavoratrici e lavoratori che esiste ormai dall’inizio degli anni ’90 e di una vicenda per molti versi complicata.

Ovviamente il sindacalismo di base non sorge dal nulla, già negli anni precedenti vi erano alcune organizzazioni sindacali alla sinistra dei sindacati istituzionali e, soprattutto, vi sono stati negli anni ’80 importanti movimenti di massa fuori dal controllo di questi sindacati nella scuola, nei trasporti, nella sanità; ma un’ipotesi consistente di sindacalismo alternativo data, appunto, dall’inizio degli anni ’90.

È bene domandarsi quali siano le condizioni sociali e politiche che determinano questa situazione.

In primo luogo si deve partire da quello che è stato definito la fine del compromesso socialdemocratico e cioè dall’assieme di privatizzazioni, taglio dei servizi e quindi del salario indiretto, taglio delle pensioni, accrescimento del peso del lavoro precario.

Questa deriva rendeva credibile l’ipotesi che l’offensiva del capitale avrebbe provocato una ripresa della lotta di classe a livello delle condizioni che le lavoratrici e i lavoratori vivevano. Nei fatti la crisi del capitale ha determinato, a livello planetario, risposte che hanno, quanto meno, spostato in avanti le contraddizioni rendendole, nello stesso tempo, più radicali come rileva Riccardo Bellofiore in “La caduta del saggio di profitto in Paul Mattick” (1).

In secondo luogo la scelta dei sindacati istituzionali di accettare lo scambio fra peggioramento delle condizioni della classe e salvaguardia del loro diritto di gestire la contrattazione e dei finanziamenti che ricevevano, e ricevono, dal padronato e dal governo suscitava tensioni fra i lavoratori, i militanti sindacali, parte degli stessi gruppi dirigenti, culminate con la cosiddetta “settimana dei bulloni” (2).

Di conseguenza, in realtà, entrambe le ipotesi si sono realizzate in misura, a essere generosi, decisamente limitata. Di fronte alla pesantezza dell’offensiva capitalistica e alla necessità per ribaltare la situazione di un livello di scontro di straordinaria radicalità, la reazione della classe in particolare in Italia è stata, anche nei momenti più alti, come gli scioperi contro la riforma delle pensioni, assolutamente limitata e difensiva.

Per certi versi si potrebbe sostenere che il livello di integrazione sociale della classe ne aveva frenato la capacità di iniziativa autonoma.

Per quel che riguarda il quadro politico sindacale è sin evidente che la costruzione di un vero e proprio sindacato richiedeva una massa critica di militanti, quadri, organizzatori, dotati di esperienza e fortemente radicati nei posti di lavoro.

Ed è proprio dopo la settimana dei bulloni che questa condizione non si realizza.

La gran parte dei militanti radicati nei posti di lavoro e, in particolare, nelle fabbriche aderisce alla FIOM CGIL, molti vengono dall’esperienza dei gruppi della nuova sinistra e dei movimenti e delle lotte degli anni ’70, sono soggettivamente radicali e fortemente ostili alle scelte della burocrazia sindacale e lo hanno dimostrato con la dura contestazione alle loro dirigenze. Nello stesso tempo l’ipotesi di una rottura organizzativa con le organizzazioni a cui appartengono, in particolare alla FIOM CGIL non li convince.

Si tratta di un’attitudine comprensibile, una cosa è fare una battaglia politica contro le decisioni del proprio gruppo dirigente, un’altra è costruire un’organizzazione, un’impresa complessa e piena di difficoltà a cui, con ogni evidenza non si sentono attrezzati.

Per di più, di regola, i militanti della sinistra CGIL si sono formati in una cultura politica che prevede una divisione fra:

sfera sindacale in cui centrale è l’unità sindacale ed è normale il dare per scontato che il sindacato tende alla mediazione;

sfera politica in cui le posizioni radicali, laddove vi siano, sono appannaggio dei gruppi della sinistra, appunto, radicale.

D’altro canto, anche ma non principalmente a causa della scelta di molti militanti di aderire al sindacalismo di base, nei decenni seguenti la sinistra CGIL si ridurrà a un ruolo marginale schiacciata da un apparato solido e, per un verso, impermeabile alle pressioni della base e capace, all’occorrenza, di svolte “estremiste” tali da recuperare lo scontento di settori di lavoratori che pure, a più riprese, emerge.

Una riprova a contrario di quanto affermo è che l’unica esperienza di rottura organizzativa consistente con il sindacalismo istituzionale si dà nella FIM CISL milanese e lombarda che in larga parte era uscita dall’organizzazione a cui apparteneva dando vita alla FLMUniti che sarà uno dei principali gruppi che fonderanno la Confederazione Unitaria di Base.

Vi è nella scelta del gruppo che da vita a FLMUniti un mix di continuità e discontinuità della sua cultura politica, per un verso il coraggio di fare una scelta difficile che io stesso, poco prima, ritenevo improbabile e, per l’altro, il riferimento a una visione del sindacato come soggetto autonomo assente o debole nella sinistra CGIL.

Con la CUB si ha un tentativo di creare un sindacato caratterizzato da una forte e rivendicata autonomia dal padronato e dal governo, il che se vogliamo è ovvio, ma anche dai partiti e, in genere, dai soggetti politici che si vogliono espressione del movimento operaio.

In concreto un modo di proporsi volto a favorire un’aggregazione larga, cosa che, entro certi limiti, si dà ma che comporterà negli anni tensioni interne, in particolare fra l’area di provenienza FIM e quella delle Rappresentanze Sindacali di Base, un sindacato preesistente alla CUB, che porteranno in seguito all’uscita di RdB dalla CUB e alla nascita di USB.

D’altro canto, il fatto che non vi sia UN sindacato alternativo talmente forte e radicato da determinare una deriva centripeta favorisce la scelta di altri gruppi di militanti di creare organizzazioni caratterizzate da ipotesi politiche e sindacali diverse.

Ricostruire una vicenda decennale di nascita di nuovi soggetti, scissioni e aggregazioni eccede l’intento di questo testo.

Basta rilevare che l’esistenza, a seconda dei periodi, di tre o quattro sindacati di una qualche consistenza e di una piccola galassia di organizzazioni a base locale o, comunque, di dimensioni modestissime è un fattore di debolezza sul terreno propriamente sindacale che peserà sulla credibilità dell’intero sindacalismo di base.

Torniamo alle domande poste in premessa.

In primo luogo non vi è stato alcun ciclo di lotte di dimensioni e durata tale da mettere in crisi, per un verso, il padronato e il governo e, per l’altro, l’apparato dei sindacati istituzionali.

Certamente vi sono state mobilitazioni importanti ma su singoli temi o di singole categorie e, in particolare, nell’industria raramente si è andati, e si va, oltre le lotte di difesa degli operai delle aziende in crisi.

Basta pensare alle importanti mobilitazioni delle lavoratrici e dei lavoratori della scuola, alle prime lotte dei driver, a quelle dei lavoratori in gran parte immigrati della logistica ma, con la parziale eccezione della logistica in cui si sviluppa il SI Cobas e, in misura minore, anche AdL Cobas, CUB e USB, non hanno avuto un impatto tale da ottenere vittorie importanti e da favorire lo sviluppo del sindacalismo di base.

Di conseguenza, mentre la generazione militante formatasi negli anni ’70 è andata in gran parte in pensione, non si è formata in misura adeguata una nuova generazione militante.

Ovviamente non mancano giovani compagne e compagni spesso capaci e generosi ma, per non dilungarci, limitiamoci a rilevare che non bastano.

Per chiudere su questi punti, ritengo che un giudizio liquidatorio sia sbagliato e ingeneroso. Ha svolto un ruolo importante in diverse lotte altrettanto importanti, ha condotto iniziative significative in rapporto con importanti movimenti sociali quali quello NO TAV, Non Una di Meno, contro la spesa militare ecc.. Soprattutto ha mantenuto un rapporto vivo con settori della nostra classe, il problema è che, con ogni evidenza, ciò non basta e che o si troveranno nuove ed efficaci modalità di azione e di organizzazione, o il rischio è la routine.

Provo adesso ad aggiungere alcune schematiche considerazioni su uno specifico problema che molte compagne e molti compagni si pongono e pongono e cioè su in che misura il sindacalismo di base sia effettivamente di base.

Una serie di fatti è assolutamente evidente e proverò a riassumerli in una forma, per certi versi, brutale e persino eccessiva:

1. i militanti del sindacalismo alternativo, di norma, non hanno affatto elaborato un’identità comparabile a quella dei sindacalisti d’azione diretta dell’inizio del secolo scorso, in particolare per quel che riguarda la critica del parlamentarismo e del ceto politico. Si potrebbe far rilevare che lo stesso sindacalismo d’azione diretta era, da questo punto di vista, contraddittorio ma è bene tener presente che la visione generale della questione sociale che caratterizza la parte più consistente dei “sindacalisti alternativi” è, al massimo, welfarista radicale e che la rottura con i sindacati istituzionali verte principalmente sul fatto che questi ultimi sono completamente subalterni alle politiche statali e padronali;

2. le organizzazioni sindacali alternative che hanno tenuto bene e sono cresciute si caratterizzano per la presenza di un numero, certo limitato in assoluto e in proporzione rispetto ai sindacati istituzionali, ma discreto, di funzionari e distaccati. Vi è, in altri termini, una piccola ma consolidata burocrazia che si è stabilizzata e consolidata nel tempo. Uso, in questo caso, il termine burocrazia non in un’accezione polemica, ma per indicare un dato di fatto e un gruppo sociale i cui membri possono essere persone di grande onestà e capacità di lavoro, ma che hanno, inevitabilmente, un modo di affrontare i problemi che parte, in primo luogo, dalla necessità di crescita organizzativa;

3. la stessa attività quotidiana di tutela individuale e collettiva che i sindacati alternativi garantiscono non potrebbe esservi senza questo piccolo apparato. I lavoratori che si organizzano con un sindacato, con qualsiasi sindacato, si attendono, almeno, la tutela legale, la consulenza sul salario, le tasse, la previdenza, la malattia ecc. e questo lavoro, superata una certa consistenza, richiede competenze specialistiche e una disponibilità di tempo che non è facile richiedere a militanti che spendono la loro giornata in produzione. Naturalmente quanto dico non esclude che molta di questa attività possa essere garantita da lavoratori e delegati aziendali ma il volontariato in primo luogo deve esserci e deve caratterizzarsi per una certa competenza e, in secondo luogo, ha dei limiti;

4. l’apparato tende a controllare l’organizzazione che lo ha prodotto. I suoi membri possono dedicarsi a tempo pieno al lavoro sindacale, conoscono la situazione, sono in relazione con i collettivi aziendali, possono orientare la discussione e le decisioni, posseggono informazioni che non sono a disposizione degli iscritti, che per la verità non sono di regola nemmeno interessati ad averle, e dei militanti.

Ovviamente non intendo sostenere che “questa è la realtà e che c’è poco da fare”, al contrario credo che su quest’ordine di questioni vada avviato una riflessione e un’inchiesta a partire dalla nostra concreta esperienza e che proprio Collegamenti per l’organizzazione diretta di classe debba e possa promuovere questa riflessione e questa inchiesta.


Note

(1) La risposta del capitale alla crisi degli anni Settanta si è mossa su due gambe. Da un lato, la frantumazione del lavoro, cioè la precarizzazione nel mercato e nel processo di lavoro, la concorrenza aggressiva dei global player che determina sovra-capacità, la centralizzazione senza concentrazione, il trasformarsi della struttura produttiva verso un capitalismo di imprese modulari articolate in rete. È un mondo di catene transnazionali della produzione, di delocalizzazioni e in-house-outsourcing, di lavoro migrante e sempre più «femminile».

Dall’altro lato, abbiamo la finanziarizzazione. Favorita dalla globalizzazione dei capitali e dai cambi flessibili, e dalla conseguente incertezza, il rinnovato primato della finanza ha preso la forma di un money manager capitalism, di un «capitalismo dei fondi», che ha fatto esplodere il debito privato, e in particolare il debito al consumo, grazie a una inflazione dei prezzi delle attività finanziarie…. Questa nuova finanziarizzazione altro non è che una autentica «sussunzione reale del lavoro alla finanza» (ai mercati finanziari e alle banche). Essa non solo ha incluso le «famiglie» in modo subalterno. Essa ha anche, da un lato, accelerato la decostruzione del lavoro per mille vie, incidendo potentemente sui processi capitalistici di lavoro, dall’altro stimolato una domanda effettiva manovrata politicamente. Una sorta di paradossale «keynesismo privatizzato» di natura finanziaria.

Il capitale fittizio ha avuto conseguenze tutto meno che fittizie. Ha approfondito lo sfruttamento nei luoghi di lavoro, con una simbiosi di estrazione di plusvalore relativo e assoluto; e ha creato le condizioni della sua realizzazione sul mercato. Un mondo che non è compreso dallo stagnazionismo sottoconsumistico, o dalla caduta del saggio del profitto nei suoi termini tradizionali. La crisi possibile è stata a lungo posposta grazie a politiche monetarie di grande attivismo (la banca centrale come prestatrice «di prima istanza»), che hanno innescato a ripetizione bolle speculative nei mercati finanziari o sugli immobili. La crescita del valore delle «attività» ha spinto verso l’alto la domanda interna nell’area del capitalismo anglosassone grazie al consumo indebitato, consentendo ad altre aree di praticare politiche «neo-mercantiliste», cioè di crescere grazie al traino delle esportazioni nette. Il mondo del lavoro è stato ovunque consegnato all’insicurezza, su di lui si sono scaricati rischi e margini di aggiustamento. Un meccanismo dall’instabilità repressa, e un capitalismo insostenibile, in cui è riemersa in forme nuove e violente la tendenza alla crisi sistemica del capitale.

A ben vedere, prima inclusi dal neoliberismo e poi messi a rischio dalla sua crisi, sono stati, e sono, non soltanto il consumo e il risparmio. Sono stati anche, e sono, in un elenco tutto meno che esaustivo, abitazioni, istruzione, pensioni, sanità, lavoro di cura. Prosegue intanto l’abbattimento del salario e la dilatazione del tempo di lavoro, l’aggressione al corpo e alla vita dei lavoratori e delle lavoratrici, sino alla spoliazione della stessa natura. In una parola, in gioco sono ormai le condizioni di esistenza e riproduzione degli esseri umani nella loro integralità…..

(2) A settembre 1992 Amato torna all’attacco con una finanziaria da 93mila miliardi di lire e un pesante attacco alle pensioni. Nelle piazze i lavoratori esprimono la loro rabbia contro Amato, ma anche contro l’accordo di luglio.

Trentin viene pesantemente contestato a Firenze, il 23 è il turno della UIL a Milano, il 24 della CISL a Napoli. È impossibile concludere i comizi: fischi e grida prevalgono, dalla folla piovono bulloni. La contestazione assume una tale portata che la stampa battezza quel periodo “la stagione dei bulloni”. I dirigenti sindacali parlano protetti dal servizio d’ordine munito di scudi di plexiglass. Stampa e mass-media, insieme ai vertici sindacali e ai dirigenti del Partito Democratico della Sinistra, promuovono una campagna che definisce i contestatori un manipolo di provocatori. L’Unità del 23 settembre titola “L’autonomia assalta Trentin, ma 150mila lo applaudono”. La realtà è che i lavoratori non solo tollerano chi lancia i bulloni, ma fanno di tutto per impedire ai dirigenti di concludere i comizi a suon di fischi. L’onda di contestazioni cresce di giorno in giorno, per tentare di arginarla e recuperare un minimo di credibilità viene convocato uno sciopero nazionale di 4 ore per il 13 ottobre. La storia si ripete, gli scioperi sono ancora più partecipati: Milano 150mila, 100mila a Bologna e Napoli, ancora contestazioni.

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