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lunedì 2 ottobre 2023

Intervista esclusiva a John Shipton, padre di Julian Assange

 

a cura di Riccardo Ongaro

Mentre l’imminente verdetto sull’estradizione verso la tana del lupo a stelle e strisce tiene gli attivisti di tutto il mondo con il fiato sospeso, un minuto e pacato signore è fiducioso sul futuro di Julian Assange. Il suo nome è John Shipton e, tra le meraviglie che la vita gli avesse mai potuto concedere, forse la più straordinaria è stata quella di regalare – e regalarci – il giornalista australiano. Con le unghie e con i denti, il padre di Julian Assange si è da sempre schierato in prima linea per difendere la causa del figlio. Tuttavia, sono ancora troppi gli interrogativi ai quali la giustizia non sa rispondere. Abbiamo raggiunto telefonicamente John Shipton, che dall’Australia ci ha offerto uno sguardo privilegiato sulla situazione attuale di Julian, sui progressi nella battaglia legale e sul sostegno globale che il caso ha ricevuto. In un’era in cui la trasparenza è messa sempre più in discussione, la sua voce ci ricorda che la ricerca della verità è una responsabilità di tutti noi.

Puoi leggere anche la versione inglese qui.

* * * *

Come sta Julian?

In una forma o in un’altra, Julian sta entrando nel quindicesimo anno di detenzione, quindi non molto bene. E sembra che sia molto vicino all’estradizione negli Stati Uniti, il che peggiora le cose.

 

Quando è stata l’ultima volta che l’ha visto?

Lo scorso ottobre. Tornerò questo ottobre per salutarlo. Tuttavia credo sia meglio che sia Stella a fargli visita, insieme ai bambini.

 

Per organizzare quest’intervista abbiamo condiviso le e-mail attraverso un servizio di crittografia per la posta elettronica. È stato Julian a consigliarne l’utilizzo?

Sì, me lo ha consigliato lui. Julian crittografa tutte le sue comunicazioni. È meglio farlo perché, per un motivo o per un altro, 10, 15 anni fa, la trasparenza per noi significava vedere cosa i governi e le corporazioni stessero facendo. Adesso la trasparenza si è capovolta ed i governi vogliono vedere tutto ciò che noi facciamo. Questo è sbagliato, capisci?

 

Nel suo documentario Ithaka e nelle interviste la si vede sempre con un’attitudine positiva e il sorriso stampato sulle labbra. Come fa a sopportare tutto ciò ed avere quest’incredibile energia?

Io credo che in ogni cuore umano ci sia una fame di giustizia e una repulsione di fronte all’ingiustizia. La trovo una cosa molto incoraggiante che si è dimostrata essere vera, dal momento che il sostegno a mio figlio è cresciuto in tutto il mondo in misura straordinaria. Ora un terzo del parlamento in Grecia e il 45% del parlamento in Australia sostiene Julian, come anche i presidenti. Tutti i presidenti dei principali Paesi dell’America Latina e ogni Parlamento europeo, l’Italia in particolare, hanno un “gruppo Assange”. Milioni di persone in tutto il mondo. La mia sensazione è corretta, le persone hanno fame di giustizia. E questo sì, solleva gli animi e li mantiene alti.

 

Nel documentario lei afferma che «l’Italia ha una grande varietà di punti di vista e si interessa davvero al caso», cosa intende con questo?

In Italia ci sono molti gruppi attivi, dalla frontiera con la Svizzera fin giù a Palermo. Potrei dire che i senatori in Italia sono stati i primi a portare dinanzi al Consiglio d’Europa il tema della persecuzione di Julian Assange. E, a seguito delle attività dei senatori italiani, il Consiglio d’Europa ha emesso una dichiarazione (o meglio, due dichiarazioni) di sostegno a mio figlio. Questo è davvero importante. È un’azione iniziata tre anni fa e quella dichiarazione di sostegno è stata ripetuta nuovamente due anni fa.

 

Cosa sta succedendo all’interno del Parlamento e della comunità australiana? Anche in relazione alle dichiarazioni di Caroline Kennedy al Sydney Morning Herald, che atmosfera si respira?

Qui l’88% della popolazione chiede che Julian faccia ritorno a casa. Cinquanta parlamentari fanno parte del “gruppo Assange” e altri cento membri del Parlamento hanno chiesto che mio figlio sia rilasciato. Una delegazione di parlamentari e senatori partirà per gli Stati Uniti il 20 settembre, per chiedere al governo di permettere a Julian di tornare in Australia. Il primo ministro e i leader dell’opposizione hanno entrambe rilasciato dichiarazioni a sostegno di Julian. Si può dire che l’intero sistema politico dell’Australia, persone, parlamentari e istituzioni, desidera che Julian torni in Australia e che la persecuzione abbia fine.

 

Quindi, cosa succederà a breve? È l’ultima possibilità per Julian con la Corte britannica, qual è il piano? Chiederete l’aiuto della CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo)?

L’ultima notizia che ho sentito è che Julian ha fatto richiesta presso l’Alta Corte del Regno Unito per un’udienza, una revisione della sua situazione. L’Alta Corte non si è ancora pronunciata in merito. Per quanto riguarda l’appello alla Corte europea dei diritti dell’uomo, questo non può procedere finché tutte le altre vie non sono state esaurite. Quindi, se l’Alta Corte dovesse rifiutare l’udienza, allora Julian potrebbe fare richiesta alla CEDU, e sono certo che lo farà. Qualche giorno fa ho letto sui giornali che il Regno Unito starebbe valutando di non permettere a Julian di viaggiare fino a Bruxelles per presentare l’appello. Non so se sia vero o meno, ma sarebbe scandaloso se il Regno Unito impedisse o cercasse di impedire a Julian di appellarsi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. O meglio, sarebbe un altro scandalo.

 

Cosa direbbe alla signora Clinton, che alcuni anni fa, in merito al caso Assange, dichiarò a un giornalista che chiunque deve pagare le conseguenze delle proprie azioni?

Hillary Clinton organizzò la distruzione della Libia, partecipò alla distruzione dell’Iraq e anche alla distruzione del Pakistan. Però nessuno presta attenzione a un’assassina intrisa di sangue come lei: non è più una figura significativa nel mondo e il popolo degli Stati Uniti, quando lei si candidò alla presidenza, la respinse.

 

Come sta affrontando Julian tutta questa situazione, le notizie e ciò che si dice su di lui?

Le calunnie e il linciaggio mediatico che Julian ha subito, la malizia e gli scandali spietati, le bugie, sono molto debilitanti. Il relatore delle Nazioni Unite per la tortura e le pene inusuali, il Professor Melzer, ha descritto le calunnie, il linciaggio, le bugie, gli scandali spietati, la malizia, il crollo del giusto processo, la degradazione dei diritti umani di Julian come una tortura, tortura psicologica. E andò oltre, spiegandoci che tutta la tortura, fisica o mentale, non mira solo a farti male a un dito, ma a cambiare la tua mente, affinché tu riveli qualcosa o cambi idea. Teniamo presente che il trattamento di Julian è stato dichiarato tortura psicologica nelle 26 pagine di valutazione finale di Melzer, poi presentate all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove è stata accolta. Lui lo descrive come “Un omicidio al rallentatore sotto i nostri occhi”. Non potrei dire con maggiore fermezza di così che abbiamo assistito e stiamo assistendo a una persecuzione maliziosa da parte del Regno Unito, degli Stati Uniti e in precedenza della Svezia, che cercano di uccidere qualcuno attraverso la violazione dei suoi diritti umani e l’abbandono di un giusto processo.

 

Cosa dice a Gabriel e Max, i figli di Julian, quando chiedono del loro padre?

Dico solo qualcosa di sciocco, per distrarre la loro attenzione: “Oh guarda, c’è un bel gattino”, “Chi è il primo a vedere un grosso cane nero?”. Non rispondo, sposto soltanto l’attenzione, in qualche modo, su qualcosa di piacevole.

 

Sono consapevoli della situazione?

Sono piccoli. Quindi questo è ciò a cui sono abituati. Ma sentono la mancanza del loro padre. È bello avere un padre.

 

Signor Shipton, cosa è successo il giorno in cui Julian, nella vostra cucina, le parlò di WikiLeaks e delle sue attività?

Ascoltai, semplicemente. Aveva quest’idea fantastica secondo la quale, tenendo in sicurezza le fonti, pubblicava le informazioni in modo che chiunque al mondo potesse accedervi e farvi le proprie analisi e, conseguentemente, aiutare a diffondere la conoscenza.

 

Cosa direbbe a tutte le persone che, dopo aver letto questa intervista, torneranno alla loro vita, ai loro figli e alle faccende quotidiane?

Questa è davvero una buona domanda. Il motivo per cui censurano quello che diciamo e quello che possiamo leggere è perché capiscono l’importanza della parola. Quindi tutto ciò che dobbiamo fare è parlare tra di noi di argomenti sui quali non abbiamo ancora scambiato idee e, di conseguenza, costruire la verità. Questo è tutto quello che dobbiamo fare. Dalla verità verrà poi l’azione. Non è difficile.

 

Non mi sento di aggiungere altro. Grazie mille.

Vorrei soltanto lasciarci con questo… l’ultima riga dell’Inferno di Dante: “E quindi uscimmo a riveder le stelle”.

da qui

giovedì 9 febbraio 2023

Carnevale globale per Assange


Carnevale globale per Assange, in diretta l'11 febbraio

Si terrà l'11 febbraio l'evento in diretta per 24 ore "Carnevale globale per Assange" promosso da Pressenza. Un modo per sostenere anche in Italia l'iniziativa Night Carnival for Assange   lanciata da Don’t Extradite Assange Campaign   a Londra.

 

Si terrà l'11 febbraio l'evento in diretta per 24 ore "Carnevale globale per Assange" promosso da Pressenza. Un modo per sostenere anche in Italia l'iniziativa Night Carnival for Assange   lanciata da Don’t Extradite Assange Campaign   a Londra.

«Vogliamo tornare al significato antico del Carnevale, quando si sbeffeggiavano i potenti e i loro soprusi con maschere, canti, balli, musica, carri allegorici e cartelli satirici - spiegano da Pressenza - Tutto questo si può applicare benissimo alla persecuzione attuale di Assange, per esempio indossando maschere che riproducono il suo volto».

I promotori accolgono le segnalazioni di «qualsiasi tipo di iniziativa, dai flash mob, ai dibattiti, alla proiezione di film sul tema, ma oltre al tono “carnevalesco” vi trasmettiamo anche una richiesta di John Rees: far sentire la pressione internazionale al governo britannico e a quello americano sottoscrivendo la petizione   che chiede di fermare l'estradizione di Assange negli Stati Uniti e la lettera al Presidente Biden perché lasci cadere le accuse contro Assange. In questo modo migliaia di firme potranno aggiungersi a quelle già raccolte» spiegano da Pressenza.

«L’11 febbraio le iniziative potrebbero tenersi, dove possibile, nei pressi delle ambasciate e dei consolati del Regno Unito e degli Stati Uniti, con la simbolica consegna delle due lettere, l’invito a firmarle durante l’evento e l’annuncio delle firme totali raccolte fino a quel momento. Nelle altre città saprete senz’altro trovare un luogo centrale e significativo dove far sentire la vicinanza e la solidarietà a Julian e la pressante richiesta di liberarlo» concludono i promotori.

Verranno organizzati collegamenti in diretta con i diversi eventi che vanno segnalati entro il 31 gennaio alla mail 24hAssange@proton.me

Sarà possibile seguire la diretta anche sulla pagina Facebook di Terra Nuova Edizioni 

da qui

 

 

Global Carnival: una nuova mobilitazione mondiale per Assange


Si stanno definendo i dettagli della nuova iniziativa mondiale per la libertà di Julian Assange: in appoggio alla manifestazione di Londra organizzata da Dont Extradite Assange  per l’11 febbraio si sono mobilitati da Buenos Aires fino all’Australia tutti i gruppi, comitati, formazioni politiche e sociali che chiedono la liberazione del giornalista australiano imprigionato in Gran Bretagna in attesa di una estradizione che sarebbe uguale a una condanna a morte.

Si possono vedere crescere ogni giorno le adesioni e le iniziative del “Global Carnival for Assange” sulla mappa che trovate sul sito www.24hassange.org ; l’11 Febbraio, dalle 11 a mezzanotte GMT ci sarà di nuovo una diretta trasmessa sul canale YouTube di Pressenza Italia e su quello di Terra Nuova Edizioni.

Per informazioni ed adesioni scrivere a 24hAssange@proton.me

da qui

  

Assange: il momento decisivo. Intervista al padre John Shipton

 

 

Il Premier australiano sta solo fingendo di lavorare per liberare Julian Assange? - Patrick Boylan

Comincia a serpeggiare il sospetto che Anthony Albanese non si stia affatto interessando presso le autorità statunitensi, come invece egli ha preteso più volte, per il ritiro delle accuse contro il co-fondatore di WikiLeaks.

In un articolo pubblicato il 24 gennaio 2023 sul sito di MichaelWest Media, l’ex senatore australiano Rex Patrick, ora giornalista investigativo, descrive le indagini che egli ha intrapreso, grazie al FOIA, per scoprire tracce documentali delle “pressioni” che il Primo Ministro Anthony Albanesi avrebbe fatto sugli Stati Uniti per la liberazione di Julian Assange.  Non ha trovato alcun riscontro.

Il FOIA (Freedom Of Information Act) è un provvedimento che garantisce il diritto di accesso agli atti amministrativi da parte di cittadini comuni.

Di seguito la traduzione di Patrick Boyan dell’articolo scritto da Rex Patrick.

Quando nel Parlamento australiano, a fine novembre, la deputata indipendente Monique Ryan ha chiesto al Primo Ministro Albanese se il suo governo fosse intervenuto per riportare a casa il giornalista australiano Julian Assange, noi cittadini che lottiamo per la libertà di stampa abbiamo visto un barlume di speranza.

Infatti, il premier ha risposto con queste parole incoraggianti: “Come ho già fatto presente qualche tempo fa, quando è troppo è troppo. È giunto il momento di concludere questa vicenda.  Confesso che non ho nessuna simpatia personale per alcune delle azioni del signor Assange. Dico però che il problema va avanti da molti anni e [non si capisce perché], soprattutto se confrontiamo la questione di Assange con quella della persona responsabile della fuga di informazioni, Bradley Manning, ora Chelsea Manning.  Oggi Manning è libera di vivere la sua vita nella società statunitense”.

Albanesi ha poi aggiunto: “Il governo continuerà ad agire in modo diplomatico, ma posso assicurare la deputata di Kooyong che ho sollevato personalmente la questione con i rappresentanti del governo degli Stati Uniti. La mia posizione è chiara ed è stata chiarita all’amministrazione statunitense: è giunto il momento di chiudere la questione.”

Poi, il 19 di questo mese, noi sostenitori di Assange abbiamo visto un secondo barlume di speranza quando il procuratore generale e deputato Mark Dreyfus ha annunciato un incontro con i media per discutere di una migliore protezione della libertà di stampa.  Nelle parole di Dreyfus: “il governo Albanese ritiene che l’esistenza di mezzi di comunicazione forti e indipendenti sia fondamentale per la democrazia e per tenere sott’occhio chi ci governa. Un giornalista non dovrebbe mai temere di essere messo sotto accusa o addirittura incarcerato solo per aver fatto il loro lavoro.”

Tuttavia esiste un’enorme differenza tra il dire e il fare.  Di recente io ho formulato una serie di richieste FOIA per ottenere copie di eventuali documenti riguardanti il caso Assange e le risposte hanno fatto crollare totalmente la bella facciata che il governo si era costruita.

In risposta ad una mia richiesta FOIA rivolta all’ufficio del Primo Ministro, chiedendo una copia di qualsiasi corrispondenza o di altri documenti riguardanti Assange inviati al Presidente degli Stati Uniti Joe Biden da o per conto del Primo Ministro, nel periodo che va dal 23 maggio 2022 fino a oggi, l’ufficio del Primo Ministro ha ammesso di non averne trovato alcuna traccia.

Risposta di Simona Gory, Consulente legale senior del Primo Ministro: “Ho domandato informazioni al personale competente che è a conoscenza delle questioni relative alla Sua richiesta e che ha accesso agli archivi pertinenti e ho chiesto di cercare tutti i documenti che rispondono alla Sua richiesta. Non è stato trovato nulla, cioè, non sono stati individuati documenti pertinenti che corrispondessero a quanto da Lei richiesto. Sono convinta che siano state prese tutte le misure del caso per trovarli e che, pertanto, tali documenti non esistono.”

In risposta ad una mia richiesta FOIA rivolta al Procuratore Generale per ottenere copie della corrispondenza o perlomeno delle registrazioni delle comunicazioni tra lui e il suo omologo statunitense Merrick Garland relative ad Assange, anche in questo caso non si è trovato nulla…

continua qui


mercoledì 30 novembre 2022

Julian Assange è un po’ meno solo

Lula riceve WikiLeaks e chiede libertà per Julian Assange – Lorenzo Poli

Ho chiesto loro di inviare la mia solidarietà. Possa Assange essere liberato dalla sua ingiusta prigionia”, ha dichiarato il neopresidente eletto del Brasile, Lula.

Luiz Inácio Lula da Silva ha chiesto il rilascio del giornalista Julian Assange dopo aver incontrato il caporedattore di WikiLeaks Kristinn Hrafnsson e l’editore Joseph Farrell.

“Ero con Hrafnsson, caporedattore di WikiLeaks, e l’editore Joseph Farrell, che mi ha informato sulla situazione sanitaria e sulla lotta per la libertà di Julian Assange”, ha scritto Lula, che assumerà l’incarico di capo di stato brasiliano il prossimo 1 gennaio.

“Ho chiesto loro di inviare la mia solidarietà. Possa Assange essere liberato dalla sua ingiusta prigionia”, ha detto l’ex presidente (2003-2011).

L’islandese Hrafnsson sta girando diversi paesi dell’America Latina alla ricerca di governi progressisti per fare pressione sulle autorità degli Stati Uniti al fine di ottenere la libertà del giornalista australiano.

Intervistato dai media locali, il caporedattore di WikiLeaks ha riconosciuto che la recente ondata di vittorie elettorali per i politici di sinistra in America Latina lo ha portato nella regione, con lo scopo di cercare sostegno politico per il rilascio di Assange.

Il 17 giugno, il ministro dell’Interno britannico Priti Patel ha approvato l’estradizione di Assange negli Stati Uniti, dove potrebbe essere condannato a 175 anni di carcere.

Washington chiede l’estradizione di Assange dal Regno Unito, dove è detenuto dal 2019, per processarlo per 17 presunti reati in violazione dell’Espionage Act del 1917 e uno di intrusione informatica.

Le accuse riguardano la divulgazione e la pubblicazione di rapporti militari sull’Iraq, l’Afghanistan e la base illegale di Guantanamo, nonché rapporti diplomatici che rivelano crimini di guerra e altri abusi da parte di funzionari e autorità statunitensi.

https://www.telesurtv.net/news/brasil-lula-exige-liberacion-julian-assange-20221129-0002.html

da qui

 

Julian Assange non è più solo. I media contro l’estradizione – Vincenzo Vita

Nyt, Guardian, Le Monde: l’appello del network di giornali che ha lavorato con l’attivista

Forse siamo di fronte ad una svolta decisiva. Gli editori e la redazione di New York Times, Guardian, Le Monde, Der Spiegel, El Pais hanno scritto un appello assai importante sul caso del fondatore di WikiLeaks «…è tempo che il governo degli Stati uniti ponga fine alla causa contro Julian Assange per aver pubblicato segreti di stato…».
Si tratta di una pagina rilevantissima della sequenza che iniziò nel 2010, quando i cinque giornali internazionali (un network cui parteciparono gli italiani Espresso e la Repubblica nel periodo in cui sulle testate scriveva Stefania Maurizi, autrice del recente volume Il potere segreto) pubblicarono molte rivelazioni nate dal lavoro del gruppo diretto dal giornalista australiano. Com’è noto, le notizie riguardavano i misfatti delle guerre in Iraq e in Afghanistan, nonché una serie di 251.000 messaggi riservati del dipartimento di Stato Usa. Il cosiddetto Cablegate svelava brutture e arcani indicibili, ivi comprese gesta italiane non commendevoli.
I GIORNALI in questione, pur blasonati e interni alle élite internazionali, abbassarono la testa già nel 2011, quando le onde cominciarono ad incresparsi. E Assange fu lasciato solo, salvo l’impegno della citata Maurizi e di pochi altri.
Secondo le logiche spietate della repressione, la mannaia non tardò a calare sulla testa di un perfetto capro espiatorio, del nemico pubblico costruito a tavolino.
COME SI EVINCE dal testo pubblicato dal Guardian, il coraggioso navigatore dei mondi oscuri delle democrazie occidentali (Russia e Cina sono oggetto della polemica sulle libertà più agevoli e consueti) passò sul banco degli accusati. E, con somma ignominia del mondo dell’informazione che lo abbandonò per viltà, venne escogitata l’inverosimile minaccia di condanna per spionaggio in base ad una lontana legge del 1917.
Quindi, non essendo riconosciuta l’appartenenza alla categoria professionale, Assange non si vide riconosciuto il trattamento pur con fatica riservato ai protagonisti dei Pentagon Papers ai tempi della guerra del Vietnam: allora il primo emendamento della Costituzione di Washington fu lo scudo salvifico, mentre il ricorso all’Espionage Act travolse ogni certezza ne e del rapporto con la ricerca della verità.
Ora i quotidiani fratelli-coltelli fanno un’autocritica operosa, chiedendo alla all’amministrazione Biden di non incriminare Assange, come decise Obama per non vessare i principali organi di stampa coinvolti. In realtà, è una versione alquanto edulcorata della storia, perché i guai giudiziari cominciarono proprio in quella stagione, ancorché fosse poi l’età di Trump a precipitare verso la coercizione, per procura: grazie ai servigi della Svezia con le accuse di violenza sessuale poi ritrattate, e in virtù dell’azione poliziesca della fida Gran Bretagna. Proprio a Londra avvenne l’arresto il 12 aprile del 2019.
Assange è rinchiuso nel carcere speciale di Belmarsh nel Regno unito e si stanno definendo proprio in questi giorni le procedure dell’appello contro l’estradizione oltre oceano, grazie al collegio difensivo di cui è componente la moglie avvocata Stella Morris.
Sono intervenuti contro la condanna (175 anni in un apposito penitenziario) i presidenti del Brasile Lula e del Perù Pedro. Molteplici voci della cultura si sono levate a favore di Assange e numerosi comitati sono in piena attività.
LA FEDERAZIONE internazionale della stampa e la gemella italiana hanno assunto come propria l’iniziativa e l’ordine dei giornalisti ha consegnato al padre John Shipton – in occasione del premio dedicato a Roberto Morrione tenutosi in ottobre a Torino- la tessera professionale ad honorem.
Proprio tale riconoscimento, unito all’appello dei quotidiani, costituisce la premessa per la restituzione alle garanzie proprie del diritto di cronaca della vittima sacrificale.
Insomma, se una rondine non fa primavera, un’ammissione di colpa così forte da parte di chi ha alimentato le volontà delle istituzioni colpevoli è una rottura della continuità feroce degli ultimi anni.
JOE BIDEN ASCOLTERÀ? Quanto peserà sulle sue sensibilità l’orrore della guerra in Ucraina con le geopolitiche segnate dal conflitto? Troppo per un’immediata decisione. Tuttavia, all’establishment democratico non è certamente sfuggita la morale delle recenti elezioni di midterm: se si vuole frenare la parabola della destra repubblicana, qualche segnale dovrà pure uscire dalla Casa Bianca.
A proposito, ma la Repubblica si associa o no ai vecchi compagni di ventura?

da qui

mercoledì 14 settembre 2022

I sostenitori di Assange chiedono “Verità, non guerra” nella Giornata Internazionale della Pace

Questa settimana in tutto il mondo si sentono appelli alla “Verità, non alla guerra”, mentre i sostenitori del più famoso prigioniero politico del mondo, il giornalista australiano Julian Assange, si mobilitano per il suo rilascio immediato entro il 21° anniversario della Giornata internazionale della pace delle Nazioni Unite (21 settembre 2022).

Il crescente esercito di milioni di sostenitori di Julian – dalla gente comune ai governi, ai politici, alle organizzazioni professionali e non governative, agli enti di beneficenza, agli attivisti, agli avvocati, ai giornalisti, agli autori, agli accademici, ai medici, agli artisti, ai sindacati e ai gruppi di base delle comunità – chiede ai governi degli Stati Uniti e del Regno Unito di fermare l’estradizione statunitense e di far cadere le accuse contro il pluripremiato giornalista australiano e fondatore di WikiLeaks.

Il 5 aprile 2010, WikiLeaks ha pubblicato “Collateral Murder”, un video segreto dell’esercito statunitense che ritrae l’uccisione indiscriminata di oltre una dozzina di civili nel sobborgo iracheno di New Baghdad, tra cui due giornalisti della Reuters.



Julian, che nel 2011 è stato insignito della medaglia d’oro del Premio Sydney per la Pace, è ora detenuto e imprigionato nel Regno Unito da oltre 12 anni in quello che l’ex relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, Nils Melzer, descrive come “omicidio per lenta tortura”.

Il padre di Julian, John Shipton, afferma che le accuse degli Stati Uniti, motivate politicamente, sono “senza precedenti nei nostri tempi, un attacco alla conoscenza”: il nostro diritto di conoscere la verità sui crimini di guerra e sulle politiche del governo, il rispetto della legge e del diritto internazionale e l’abrogazione della Dichiarazione internazionale dei diritti umani.

“Per aver pubblicato la verità sui monumentali crimini di Stato, Julian Assange è costantemente perseguitato con un’implacabile cattiveria, un estremo rancore e una vile, ingannevole e spregiudicata campagna di menzogne e calunnie”, afferma John.

“Il precedente creato da questo procedimento politico è estremamente pericoloso, con l’applicazione extraterritoriale da parte degli Stati Uniti delle proprie leggi al cittadino australiano Julian Assange e l’equivalente della pena di morte, 175 anni di carcere. Julian pagherà il prezzo più alto per aver rivelato la verità e la sua persecuzione inevitabilmente blocca e intimidisce la denuncia della criminalità governativa e il contributo pubblico alla formazione delle politiche, erigendo un muro di segretezza tra il governo e il popolo. I risultati sono sotto i nostri occhi: corruzione, crimini di guerra e crimini contro l’umanità… noi!”.

“Cito la distruzione e l’immiserimento di Iraq, Libia, Afghanistan, Yemen… Non possiamo e non dobbiamo permettere che questo accada”.

Il governo degli Stati Uniti ha contestato a Julian 17 capi d’accusa ai sensi della legge sullo spionaggio del 1917 e di un’accusa di associazione a delinquere finalizzata all’accesso non autorizzato a un computer governativo, una violazione del Computer Fraud and Abuse Act (CFAA) degli Stati Uniti, un reato di terrorismo ai sensi del Patriot Act degli Stati Uniti.

Tuttavia, il mese scorso il senatore repubblicano Rand Paul ha chiesto l’abrogazione dello Espionage Act dopo che l’FBI lo aveva utilizzato per giustificare una recente incursione nella casa dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Il governo degli Stati Uniti e la sua agenzia di spionaggio, la CIA, devono ora affrontare diversi procedimenti giudiziari nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Spagna che riguardano:

– la loro continua persecuzione di Julian Assange, compreso il complotto per assassinarlo e rapirlo

– le violazioni dei diritti umani fondamentali di Julian

– le intercettazioni illegali di un’ambasciata straniera (l’ambasciata ecuadoriana di Londra)

– l’hackeraggio dei telefoni e delle e-mail personali dei leader mondiali

– la violazione del Primo Emendamento degli Stati Uniti nei confronti dei cittadini americani che hanno fatto visita a Julian durante i 7 anni di asilo presso l’ambasciata ecuadoriana prima di essere trascinato via con la forza dalla polizia londinese

– il perdurare dell’ingiustificata detenzione in isolamento di Julian nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, dove è gravemente malato e gli vengono negate le cure mediche salvavita, l’accesso al suo team legale e le visite regolari dei familiari.

Il fratello di Julian, Gabriel Shipton, che si trova in Messico con il padre per un colloquio con il Presidente Andres Manuel Lopez Obrador, ha dichiarato che i parenti di Assange, insieme a quelli di Nelson Mandela, Martin Luther King e Che Guevara sono stati invitati dal Presidente come ospiti speciali a partecipare alle celebrazioni del Giorno dell’Indipendenza del Paese il 16 settembre.

“Siamo onorati dell’invito del Presidente messicano Obrador, che si batte continuamente per la libertà di Julian, pubblicamente e nei suoi colloqui con il Presidente Biden. Ha anche offerto a Julian la protezione della cittadinanza messicana. La nostra famiglia chiede ancora una volta al governo australiano di prendere le difese di uno dei suoi cittadini e di chiedere pubblicamente l’immediato rilascio di Julian”, afferma Gabriel.

Aggiunge John Shipton: “Esortiamo il primo ministro australiano Anthony Albanese ad agire rapidamente, altrimenti potrebbe essere troppo tardi per salvare la vita di Julian. E se Julian morirà o se l’estradizione statunitense avrà successo, sarà anche la morte della verità in guerra, la morte della libertà di stampa e dei giornalisti, della libertà di parola, della protezione dei diritti umani e del diritto internazionale e degli informatori. La posta in gioco è altissima”.

https://www.assangecampaign.org.au/

Sito ufficiale australiano a sostegno di Julian Assange

da qui

venerdì 19 agosto 2022

Il premio Pulitzer vada a Julian Assange

 

Joseph Pulitzer, se fosse vivo, andrebbe alla prigione di Belmarsh, per consegnare il suo premio a Julian Assange

 

Joseph Pulitzer scrisse:

«Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non viva della sua segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri». (da qui)

 

è online il sito per sostenere la lotta di Julian Assange

https://www.24hassange.org/

 

Gli USA e l’UK regimi autoritari? Per i sostenitori di Julian Assange, sì – Patrick Boylan

 

Una ragazza di Como rifiuta di essere complice del silenzio dei media sul trattamento disumano inflitto a Julian Assange da parte dell’UK e degli USA; mette in scena, in una piazza centrale della città, la sua protesta contro l’autoritarismo delle due se dicenti democrazie.

 

 

Lorena Corrias, a Como

Cosa si prova a cercare di vivere – seppure all’aria aperta e solo per un tempo limitato – quello che sta subendo Julian Assange, incarcerato nella prigione londinese di Belmarsh dall’11 aprile del 2019 per aver rivelato, da buon giornalista investigativo, i crimini di guerra, i crimini ambientali e i crimini contro i diritti umani commessi dagli Stati Uniti e dal Regno Unito? Una ragazza di Como ha deciso di provarlo sulla propria pelle, sperando che i passanti si mettano anche loro nei panni di Julian e capiscano in quali condizioni egli è costretto a sopravvivere.

Sono oramai ben 1.220 giorni, infatti, che Assange è stato imprigionato in una cella di isolamento che misura tre metri per due:

§  con una sola ora di aria

§  con sole due visite parentali al mese, di 15 minuti ciascuna,

§  con a disposizione una sola telefonata di pochi minuti al mese e

§  con, in prospettiva, altri 175 anni di carcere duro negli Stati Uniti!

Tutto questo senza che ci sia mai stato un verdetto di condanna nei suoi confronti (se non per una mera infrazione, poi estinta). Un’incarcerazione, pertanto, del tutto arbitraria – come nei peggiori regimi autoritari da cui proprio l’UK e gli USA pretendono distanziarsi.

Si tratta di una mostruosità giuridica che grida vendetta. E per gridarla, la ragazza comasca ha deciso di far vedere pubblicamente ciò che significa stare in una cella come quella di Julian.

Ogni sabato pomeriggio per ben otto mesi, Lorena Corrias disegnerà sul pavimento di Piazza Verdi, di fronte al Teatro Sociale di Como, una cella di 3m x 2m – con un manifesto di Assange che ricopre uno spazio grande come il lettino di Belmarsh – e si siederà lì dalle ore 16 alle ore 18 (in estate), alzandosi solo per distribuire volantini ai passanti. Il Comune le ha concesso di occupare quei  6 metri quadrati di suolo pubblico fino al 25 marzo 2023 e lei ha già iniziato a fare questa sua protesta il 6 agosto scorso.  Ha indossato per l’occasione una tuta arancione che ricorda quella dei prigionieri di Guantanamo (la prigione di Belmarsh, infatti, viene anche designata come “la Guantanamo britannica”)…

continua qui




Parlano i familiari di Julian Assange: “È un omicidio a rallentatore” – Iris Paganessi

«Porre fine allo slow-motion murder», ovvero all’omicidio al rallentatore. È con queste parole che la famiglia di Julian Assange ha espresso preoccupazione al governo australiano, dove più di due dozzine di parlamentari, senatori e rappresentanti sono stati informati della situazione legale in corso del fondatore di WikiLeaks.

Il fratello, Gabriel Shipton, e il padre, John Shipton, hanno esortato il parlamento ad intervenire, rendendo la questione «non negoziabile con gli Stati Uniti» e ricordando loro che un mancato intervento segnerebbe la condanna a morte di Assange. Tuttavia, i famigliari non sono riusciti ad ottenere un incontro né con Albanese, Primo ministro australiano, né con il ministro degli Affari esteri, Penny Wong, e nemmeno con il procuratore generale, Mark Dreyfus, nonostante le richieste. Segno di come il governo australiano non abbia intenzione di fare nulla per la libertà del proprio citta

Era maggio quando, in seguito alle elezioni, Albanese aveva affermato che il governo australiano aveva intenzione di portare avanti la “questione Assange” diplomaticamente, ma da allora il caso non ha registrato progressi e Gabriel Shipton si è mostrato molto preoccupato a riguardo: «Sono passati mesi da quando ha detto queste cose e ha affermato che abbastanza è abbastanza, ma quando è abbastanza? Julian è ancora in prigione. È lì da tre anni e non è un criminale condannato.» Il fratello del fondatore di WikiLeaks ha poi continuato: «Gli Stati Uniti, al momento, hanno bisogno delle risorse australiane, se il caso fosse reso non negoziabile, Julian sarebbe qui domani».

Julian Assange, che al momento è detenuto nel Regno Unito, rischia l’estradizione negli Stati Uniti a seguito dell’autorizzazione in tal senso da parte del governo britannico. Se venisse estradato, si troverebbe a dover rispondere di pesanti accuse da parte del governo americano, tra cui quella di spionaggio per aver diffuso documenti militari riservati, e la pena che rischia è addirittura pari a 175 anni di carcere in una prigione di massima sicurezza. L’estradizione però non può ancora essere data per scontata, visto che il mese scorso l’istanza di ultimo appello contro la stessa è stata depositata presso l’Alta Corte di Londra dagli avvocati di Assange. Nel caso in cui la richiesta, che riguarda questioni procedurali, fosse accettata, Assange potrebbe sfruttarla in vari gradi di giudizio britannico, fino a giungere alla Corte Suprema. Potrebbe anche decidere di rivolgersi direttamente alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo, ma in quel caso l’ordine di estradizione diverrebbe esecutivo.

da L’Indipendente

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lunedì 28 giugno 2021

Assange, sempre in pericolo

 



Quando il silenzio diventa un omicidio - Vincenzo Vita

Caso Assange. Siamo di fronte, dunque, ad un caso amaro in sé, viste le precarie condizioni di salute di Assange, e per sé. Sembra, infatti, la prova tecnica di un nuovo regime nell’informazione Lo scorso venerdì si è tenuto, presso il senato della Repubblica, un convegno sul diritto alla conoscenza. Promosso dalla biblioteca del senato medesimo diretta da Gianni Marilotti insieme all’associazione intitolata allo scomparso giornalista di inchiesta Mimmo Càndito (fu presidente dei Reporter senza frontiere dal 1999), il dibattito si è giustamente incentrato sulla tragica vicenda di Julian Assange. Il giornalista di origine australiana è il fondatore dell’agenzia WikiLeaks, oggi detenuto nel carcere speciale inglese di Belmarsh con il rischio solo rinviato dell’estradizione negli Stati uniti. L’iniziativa ha rotto un po’ il velo di silenzio attorno ad una vicenda dai contorni pericolosi ed emblematici. Grazie all’impegno di Marinella Venegoni, la compagna di Càndito, di Gian Giacomo Migone con l’Indice libri del mese, della federazione della stampa con Giuseppe Giulietti, della fondazione Basso e dell’omologa intitolata a Paolo Murialdi, nonché di Critica liberale il sipario si è strappato. Tuttavia, come hanno sottolineato gli interventi di chi (Raffaele Fiengo, Enzo Marzo, Nello Rossi) ha condotto per anni lotte incisive per la libertà di informazione e la trasparenza degli apparati, c’è moltissimo da fare. Fondamentale la documentata comunicazione di Stefania Maurizi de il Fatto Quotidiano, cui si deve in Italia il mantenimento la luce accesa su di una vicenda abnorme. Come sono risultati inquietanti gli interventi del padre del whistleblower John Shipton (con una sobria drammaticità, antitetica rispetto all’imbarazzante televisione del dolore di tanti talk) e dell’avvocato australiano dell’imputato Greg Barnes. Già, l’imputazione. Si tratta di un reato previsto dall’Espionage Act statunitense del 1917, in base al quale la pena prevista in caso di accoglimento dell’estradizione, visto che gli Stati uniti non demordono arriva a 175 anni di carcere. Siamo di fronte, dunque, ad un caso amaro in sé, viste le precarie condizioni di salute di Assange, e per sé. Sembra, infatti, la prova tecnica di un nuovo regime nell’informazione. Qual è la questione, in sintesi? Mentre coloro che hanno promosso guerre sanguinose e terribili in Iraq o in Afghanistan o hanno controllato migliaia di cablogrammi e di telefonate con la National Security Agency (NSA) girano per il mondo con conferenze ben retribuite, l’eroe civile capace di illuminare la verità rischia di morire in prigione. Eppure, ora le cancellerie quasi si vergognano delle guerre di conquista volte ad esportare per così dire la democrazia. Visto che dall’Iraq distrutto è nato il terrore dell’Isis o di Al Qaida e che dal clamoroso insuccesso afghano ne hanno tratto vantaggio i talebani. Per non citare lo scandalo di Guantanamo, che è tuttora un buco nero del e nel mondo globale. Di tutto ciò non si sarebbe saputo pressoché nulla senza il coraggio di WikiLeaks supportato dalle fonti Edward Snowden ex tecnico della Central Intelligence Agency (CIA) in crisi di coscienza, e Chelsea Manning, il militare che ruppe il muro dell’omertà e ha tentato per tre volte di suicidarsi. Shakespeare ne avrebbe tratto uno dei suoi capolavori, essendovi in tali storie il racconto senza false retoriche del lato oscuro potere. Quest’ultimo si fonda sulla pratica (violenta) del segreto, perché la verità può essere eversiva. Ciò accade soprattutto quando vi sono misfatti di stato, azioni belliche contrarie ad ogni legge internazionale. Assange è sottoposto nella fortezza in cui è rinchiuso ad una vera e propria tortura, della stessa forma da lui denunciata con una controinformazione preziosa. Ha ricordato Migone, come aveva fatto del resto in vista delle elezioni americane Furio Colombo, che siamo al cospetto di un precedente insidioso. Non così accadde quando Daniel Ellsberg, il whistleblower dei Pentagon Papers (1967), disvelò le porcherie della guerra del Vietnam. Allora non si ebbero condanne, in virtù del principio fondamentale della libertà di informazione garantito dal primo emendamento della costituzione di Washington. Tant’è che il New York Times e il Post pubblicarono paginate e non vi fu censura, malgrado le pressioni del segretario della difesa McNamara. Basti, poi, leggere il duro documento stilato dallo Special Rapporteur on Torture delle Nazioni unite, Nils Melzer. Dove si stigmatizza pure il comportamento della Svezia, dove la drammaturgia cominciò, con accuse strumentali rivelatesi infondate. Perché il sipario si apra davvero, serve un atto formale, così come è accaduto in Gran Bretagna e in Australia su spinta di parlamentari di parti diverse. Una mozione delle camere rivolta al presidente del consiglio Draghi, affinché ponga il problema di Assange all’unione europea e a Joe Biden, è urgente e necessaria.

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RICONOSCERE LO STATUS DI RIFUGIATO A JULIAN ASSANGE

Abbiamo presentato una mozione che sarà discussa e votata in Aula la prossima settimana per impegnare il governo a intraprendere ogni utile iniziativa finalizzata a garantire la protezione e l'incolumità di Julian Assange da parte delle autorità britanniche e a scongiurarne l'estradizione.

Ad Assange bisogna riconoscere lo status di rifugiato politico e la protezione internazionale, in virtù delle riconosciute e accettate disposizioni internazionali sul diritto d'asilo.

L'Alternativa c'è

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Questo il testo della mozione:

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MOZIONE

La Camera,

premesso che:

il 28 marzo 2021 Stella Morris, moglie di Julian Assange, ha riportato la notizia di una lettera personale da parte di Papa Francesco recapitata al marito, incarcerato nel Regno unito dal 2019, per il tramite del prete del penitenziario;

Julian Assange, cittadino australiano, è al centro di un caso diplomatico e giuridico che dura ormai da undici lunghissimi anni;

giornalista, attivista e programmatore informatico, nel 2006 Assange ha fondato il sito wikileaks.org

(WikiLeaks) con l’obiettivo di offrire uno spazio libero ai whistleblower disposti a pubblicare documenti sensibili e compromettenti, in forma anonima e senza la possibilità di essere rintracciati;

il sito, negli anni, è stato curato da molti giornalisti, attivisti e scienziati riscuotendo sempre maggiore attenzione nell’opinione pubblica, rivelando segreti e scandali, relativi, tra gli altri, a guerre, loschi affari commerciali, episodi di corruzione e di evasione fiscale;

le rivelazioni di WikiLeaks hanno contribuito ad aumentare la consapevolezza di larghi strati della pubblica opinione mondiale rispetto a governi, uomini di potere, reti di relazioni ed eventi, ben oltre la narrazione ufficiale;

nel 2010 Assange è assurto ad ampia notorietà internazionale per aver rivelato tramite WikiLeaks documenti classificati statunitensi, ricevuti dalla ex militare Chelsea Manning, riguardanti diversi crimini di guerra;

nell’ottobre del 2010, pochi mesi prima delle accuse avviate contro Julian Assange in Svezia, WikiLeaks pubblicò video e documenti diplomatici relativi alle guerre in Afghanistan e in Iraq. Fu una delle più grandi fughe di notizie della storia che documentarono abusi delle forze americane, compresa l’uccisione di decine di civili, compresi due giornalisti della Reuters, da parte di un elicottero da guerra statunitense Apache a Baghdad nel 2007;

WikiLeaks, attraverso il così denominato “Cablegate”, diffuse più di 300 mila documenti riservati dell’esercito statunitense che rivelarono gravi inadempienze della autorità nel perseguire abusi, torture, violenze perpetrate durante le guerre in Afghanistan e Iraq;

durante le primarie presidenziali del Partito Democratico statunitense del 2016, WikiLeaks pubblicò delle e-mail inviate e ricevute dalla candidata Hillary Clinton dal suo server di e-mail privato quando era Segretario di stato dimostrando, tra l'altro, il coinvolgimento dell'Arabia Saudita e del Qatar in varie azioni di supporto alla formazione dello Stato Islamico in Siria e in Iraq (ISIS) e ponendo concreti dubbi sul coinvolgimento statunitense in esse;

per le sue rivelazioni Julian Assange ha ricevuto svariati encomi da privati e personalità pubbliche, onorificenze (tra cui il Premio Sam Adams, la "Gold medal for Peace with Justice" da Sydney Peace Foundation e il "Martha Gellhorn Prize for Journalism"), ed è stato ripetutamente proposto per il Premio Nobel per la pace per la sua attività di informazione e trasparenza;

nel 2012, per sfuggire all’arresto da parte della polizia britannica, Julian Assange trovò asilo presso l’ambasciata dell’Ecuador, il cui governo gli avrebbe riconosciuto in quello stesso anno lo status di rifugiato politico e il diritto d’asilo;

l’11 aprile 2019, la polizia britannica ha arrestato Julian Assange all’interno dell’ambasciata dell’Ecuador a Londa, con il consenso delle autorità ecuadoriane dopo che, in seguito al cambio di governo, le stesse gli avevano revocato lo status di rifugiato;

nella serata del 11 aprile, Julian Assange è stato condotto dinanzi alla Westminster Magistrates' Court, dove sembrerebbe sia stato riconosciuto colpevole ipso facto d'aver violato nel 2012 i termini della cauzione: ovvero quando aveva deciso di rifugiarsi nell'ambasciata ecuadoriana e di non comparire di fronte a un giudice britannico che lo aveva convocato per conto della magistratura svedese nell'ambito di una controversa inchiesta per presunto stupro e molestie avviate contro di lui a Stoccolma, accuse poi archiviate;

oggi quindi Julian Assange risulta essere detenuto nel Regno unito per aver violato le condizioni di una libertà vigilata imposte sulla base di un mandato poi revocato, ma la motivazione reale della sua detenzione parrebbe risiedere nella richiesta di estradizione da parte degli Stati uniti;

le autorità di Washington asseriscono infatti che Julian Assange e WikiLeaks avrebbero messo a repentaglio la sicurezza nazionale degli Stati uniti. Con questa stessa accusa Chelsea Manning, che a WikiLeaks fornì i documenti nel 2010, è stata dapprima condannata a 35 anni di prigione e, successivamente, graziata dal Presidente Obama;

l’estradizione nei confronti di Assange troverebbe una ragione di fondamento in un atto di accusa segretamente depositato ad Alexandria, nello stato del Virginia, che consisterebbe di un solo capo di imputazione, insieme a Chelsea Manning, relativo al reato di pirateria informatica, anche se sembrerebbe che il ministero della giustizia statunitense abbia contestato ad Assange altri reati, tra cui quelli di cospirazione e spionaggio;

dopo quasi undici anni, quello in atto contro Julian Assange assume i contorni di una persecuzione contro la persona e di una ritorsione contro il progetto WikiLeaks, ma rappresenta anche un pericoloso precedente per attivisti, giornalisti e whistleblower negli Stati uniti così come in qualunque altro Stato;

la detenzione di Julian Assange – i cui presupposti erano già stati respinti nel 2015 dal Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria e rivelatasi anche avvenire in condizioni gravosamente severe – nonché le eventualità di estradizione e persecuzione a vita negli USA, hanno suscitato forte protesta e appelli per il rilascio da parte dell'opinione pubblica e di svariate organizzazioni per i diritti umani;

nel novembre 2019 il relatore Onu sulla tortura ha dichiarato che Assange avrebbe dovuto essere rilasciato e la sua estradizione negata, dichiarazione successivamente fatta propria anche dal Consiglio d'Europa, di cui il Regno unito è peraltro Stato membro fondatore;

nel dicembre 2020 lo stesso relatore Onu sulla tortura, oltre a rinnovare l'appello per l'immediata liberazione di Assange, ha chiesto, senza esito, che questi venisse almeno trasferito dal carcere ad un contesto di arresti domiciliari;

il 5 gennaio 2021 la giustizia inglese ha negato l'estradizione di Assange per motivi di natura medica, nello specifico per il bene della sua salute mentale per l’alto rischio di tendenze suicide;

tuttavia, nonostante quanto espresso in precedenza e nonostante le precarie condizioni di salute, Julian Assange risulta ancora detenuto in condizioni gravosamente severe presso la prigione di Belmarsh;

per questa ragione è opportuno esercitare la massima pressione sul Regno unito affinché comprenda la gravità della situazione e garantisca la protezione di Julian Assange, accogliendo quanto richiesto dal relatore Onu sulla tortura e quanto fatto proprio dal Consiglio d’Europa, massima istituzione per lo stato di diritto e per la tutela dei diritti umani di cui il Regno unito è membro fondatore;

finché a Julian Assange non verrà riconosciuta la piena libertà, lo status di rifugiato politico e la protezione internazionale, il rischio che egli possa andare incontro a violazioni dei diritti umani sarà sempre concreto e incombente, oltre a condizioni detentive che violerebbero il divieto assoluto di tortura e di altri maltrattamenti e un processo iniquo che, negli Stati Uniti, potrebbe essere seguito dalla pena di morte, a causa del suo lavoro con WikiLeaks;

impegna il Governo:

ad intraprendere, anche in aderenza alle Convenzioni internazionali e specificatamente alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ogni utile iniziativa finalizzata a garantire la protezione e l’incolumità di Julian Assange da parte delle autorità britanniche e a scongiurarne l’estradizione;

a riconoscere lo status di rifugiato politico e la protezione internazionale a Julian Assange, in virtù delle riconosciute e accettate disposizioni internazionali sul diritto d’asilo.

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