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venerdì 19 febbraio 2021

VIVERE CON LE PIETRE - John Berger

 


Dalla corrispondenza tra John Berger e il subcomandante Marcos, una lettera in cui il critico d’arte e saggista si sofferma sull’importanza delle pietre nell’interpretare la formazione politica e umana di Antonio Gramsci. L’assenza di dogmatismo nel pensiero di Gramsci, per Berger, deriva da quella speciale pazienza e da quel senso del tempo che gli sono stati ispirati dalla vita in Sardegna.

 

Marcos, voglio dirti qualcosa a proposito di una sacca di resistenza. Una in particolare. Le mie osservazioni possono sembrare remote, ma come dici tu, «Un mondo può contenere molti mondi, può contenerli tutti»...

continua qui



John Berger (1926-2017) è stato uno scrittore, critico d’arte e pittore britannico, autore di romanzi e di numerosi saggi sulle arti visive. 



Maria Nadotti (traduttrice) è una giornalista, saggista, consulente editoriale, curatrice e traduttrice delle opere di John Berger e di bell hooks in Elogio del margine/Scrivere al buio.

 

 


giovedì 25 febbraio 2016

Modi di vedere - John Berger

Se non si hai mai letto niente di John Berger, “Modi di vedere” può essere un buon inizio, per apprezzare la ricchezza e la profondità dei temi che interessano John Berger. Pochi meglio di lui fanno propria la frase di Terenzio: “Sono un uomo e nulla di ciò che è umano mi è estraneo”.
Nel libro, curato da Maria Nadotti, si parla dei premi letterari e cosa fare dei soldi che li accompagnano, dèll’utilità e umanità delle prigioni (sotto forma di una lettera a Raymond Barre), di un viaggio di Palestina, di un libro di foto di lavoratori, della sua esperienza di scrittore per il cinema insieme ad Alain Tanner, di un pilota in difficoltà, di Nazim Hikmet e della sua poesia, di Tiziano, il pittore, in un colloquio con la figlia Katya, su Caravaggio, su Hieronymus Bosch e la resistenza degli zapatisti.


Il libro inizia così:
Discorso di accettazione del «Booker Prize per la letteratura»
Dal momento che mi avete assegnato questo premio, forse vi interesserà sapere, in breve, che cosa esso significhi per me. Trovo ripugnante la competitività dei premi. E, nel caso di questo specifico premio, la pubblicazione della lista dei finalisti, la suspense pubblicizzata ad arte, la speculazione sugli scrittori coinvolti, neanche fossero cavalli, l'enfasi complessiva su vincitori e vinti, tutto è falso e fuori posto, visto che si tratta di letteratura. Tuttavia i premi agiscono da stimolo: non tanto per gli scrittori, ma per gli editori, i lettori e i librai. Di conseguenza il valore culturale di fondo di un premio dipende da ciò che sa stimolare. Un premio può stimolare il conformismo del mercato e il consenso dell'opinione comune; oppure l'indipendenza dell'immaginazione tanto del lettore quanto dello scrittore. Se si limitano a stimolare il conformismo, i premi non fanno che assicurare il successo nel senso convenzionale del termine. Non sono che l'ennesimo capitolo di una storia di successi. Se stimolano l'indipendenza dell'immaginazione, incoraggiano invece la voglia di cercare alternative. O, per dirla molto semplicemente, incoraggiano a porsi delle domande…
da qui


In rete si trova una trasmissione del 1972, della BBC, di John Berger, intitolata “ Modi di vedere”, una di quelle cose che avresti voluto vedere e non sapevi che esistevano:







lunedì 26 ottobre 2015

Beethoven al checkpoint di Beit El

John Berger, scrittore, pittore e critico d’arte britannico (in breve: uno dei più importanti intellettuali europei) ha mandato domenica scorsa un’email ad amici vicini e lontani. Eccola, nella traduzione di Maria Nadotti:
«Il concerto per pianoforte e orchestra n. 5 di Beethoven evoca una felicità che è quasi senza limiti e che, proprio per questo, né lui né noi possiamo possedere. Il concerto fu detto l’Imperatore. Ci porta a un orizzonte di felicità che non possiamo valicare. Oggi lo mando agli studenti palestinesi che stanno dimostrando al checkpoint di Beit El, all’entrata di Ramallah. Anch’essi sono ispirati da una visione della felicità che nelle loro vite non sono in grado di conoscere. Mando loro il concerto perché lo usino come arma nella lotta contro gli israeliani che occupano e colonizzano la loro terra. Beethoven approva. La politica gli sta molto a cuore. La sua terza sinfonia, l’Eroica, fu ispirata da Napoleone quando ancora era un combattente per la libertà e prima che diventasse un tiranno. Per un giorno cambiamo nome all’Imperatore e chiamiamolo: concerto per pianoforte e orchestra n. 5, l’Intifada».
(*) Questo testo apre il numero 1125 di «Internazionale», in edicola dal 23 al 29 ottobre.
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