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giovedì 2 ottobre 2025

La UE guerrafondaia e MicroMega - Enrico Grazzini

 

L’Unione Europea e la Nato si armano contro la Russia per nascondere i loro fallimenti

Perché l’Europa corre verso il riarmo? La risposta della Nato e dell’Unione Europea, e anche purtroppo di gran parte della sinistra storica, è questa: l’Europa deve riarmarsi per potere contrastare la Russia che ha invaso l’Ucraina e che vuole attaccare tutta l’Europa. Ma il tiranno Vladimir Putin è veramente l’unico colpevole dell’attacco all’Ucraina? La Nato è una colombella innocente? Washington in Ucraina ha difeso i suoi interessi imperiali oppure la libertà degli ucraini? La Nato è davvero un’organizzazione che difende la democrazia? o è invece una macchina militare che non ha avuto scrupoli nell’attaccare illegalmente la Serbia, storicamente uno Stato amico della Russia, e di creare con le sue bombe il Kosovo, ovvero un nuovo Stato dentro l’Europa dove, tra l’altro, ha insediato una sua base militare? Se la Nato è un’organizzazione militare che difende l’Europa, perché ha attaccato l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, la Libia provocando decine di migliaia di morti innocenti, per lasciare poi terra bruciata? Perché la Nato, guidata dall’ex presidente americano Joe Biden, ha promesso all’Ucraina di poterne farne parte se i governi ucraini e gli oligarchi di Kiev erano da tutti considerati corrotti e fuori dalla democrazia? Putin è davvero così pazzo da scontrarsi con la Nato per invadere anche tutta l’Europa? Infine: riarmarsi è la risposta giusta per dare più sicurezza all’Europa? Solamente se si risponde a queste domande si riesce a comprendere quali potrebbero essere realmente le difficili vie della pace.

In tutta Europa si diffonde una cagnara ridicola, ma pericolosissima, su come i paesi della Nato e dell’Unione Europea dovrebbero difendersi dall’imminente invasione russa e su come prepararsi alla guerra con la Russia. Secondo i piani attuali della Nato e della UE, sua fedelissima sorellastra minore, la guerra in Ucraina non dovrebbe finire mai: l’Ucraina, anche dopo la fine del conflitto, dovrebbe iperarmarsi, diventare una spina nel fianco, un “porcospino” (come afferma ripetutamente la guerriera valchiria Ursula von der Leyen) ovvero una minaccia permanente per la sicurezza russa. In tale maniera la guerra con la Russia diventerebbe ovviamente quasi certa. Il piano folle e bellicista dell’Unione Europea – spinta soprattutto dai governi della Polonia (38 milioni di abitanti) e dai paesi baltici (circa 6 milioni), paesi che insieme non rappresentano neppure un decimo della popolazione della U, e che sono ultranazionalisti e storicamente nemici giurati della Russia – è di armare l’Ucraina fino ai denti e metterci dentro truppe e missili europei mirati su Mosca. Così Bruxelles getta l’Europa nella più completa insicurezza; si inasprirà lo scontro con la Russia e questo potrà avere esiti catastrofici. Kaja Kallas, attuale Alto rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, ha già dichiarato senza pudore che la guerra in Ucraina dovrebbe concludersi con la disintegrazione della Russia e la sua divisione in Stati più piccoli. Secondo questa fanatica la Russia è composta da molte nazioni diverse e la sua rottura in Stati separati “non sarebbe una cattiva idea”.1

La verità è che la Russia di Putin non vuole invadere l’Europa, non ne ha né l’interesse (che se ne fa dell’Europa il paese più grande e meno densamente popolato del mondo?) né le forze per conquistarla: la Nato è militarmente molto più potente2. La Russia cerca invece dall’Europa e dall’America di Trump una garanzia di sicurezza che Bruxelles – sede dei quartieri generali della UE e della Nato – non vuole darle. Perché allora l’Unione Europea spinge per la corsa alle armi e alla guerra? La verità è che ormai i gruppi di potere che dominano la UE hanno fallito su tutti i fronti. La verità è che le elite dominanti di Francia e Germania, in gravissima difficoltà politica e economica, stanno pompando il nemico russo per nascondere i disastri che hanno provocato. La verità è che l’Ucraina è stata usata dalla Nato per provocare uno scontro con la Russia sulla pelle degli ucraini. La verità è che la Nato ha provocato la guerra in Ucraina e è colpevole dell’illegale invasione russa come e forse più di Putin. La verità è che se i popoli non manifesteranno con forza la loro volontà di pace e se continuerà l’escalation bellicista, purtroppo si avvicinerà la guerra atomica.

Le guerre illegali della Nato

La sinistra storica scambia la Nato – promossa dagli Stati Uniti all’inizio della Guerra Fredda per legare gli Stati europei alla lotta contro l’URSS comunista prima, e poi contro la Russia post-sovietica – per un’associazione puramente difensiva che promuove i sacri valori occidentali della democrazia e dello Stato di diritto e che ci difende per amore della Libertà da “l’orco russo”, come il presidente francese ha definito Putin! Niente di più falso. La sinistra tradizionale europea e italiana si dimentica che la Nato non è un’associazione di boy-scout. È un’organizzazione diretta dagli americani che ha condotto guerre illegali, di attacco (e non di difesa) in Serbia, in Afghanistan, in Iraq e in Libia, guerre di aggressione per le quali anche gli europei, anche gli italiani hanno versato il sangue dei loro soldati. La Nato ha sempre perso queste guerre che hanno provocato centinaia di migliaia di vittime innocenti e che hanno diffuso il terrorismo in Europa e nel mondo. In Ucraina la UE ha seguito la politica della Nato: ma provocare la Russia ai suoi confini è stata un’idea rovinosa non solo per l’Ucraina ma anche per il vecchio continente. Attualmente i russi stanno vincendo la guerra e avanzano conquistando sempre più territori. Trump si sgancia dalla guerra mentre Germania, Francia, Gran Bretagna e Polonia vogliono prendere il posto degli americani per armare l’Ucraina contro la Russia. Dalla padella alla brace!

La sinistra europea vuole l’escalation in Ucraina? Schlein e il caso MicroMega

Il paradosso è che la sinistra europea e italiana hanno scambiato gli amici con i nemici e viceversa. La Nato non è amica dell’Europa ma dell’America. Washington da decenni, fin dal crollo dell’URSS, fin dalla nascita dell’Ucraina nel 1991, ha pianificato l’incorporazione dell’Ucraina nella Nato. L’obiettivo di Washington non era certo di difendere il popolo ucraino dai russi: l’obiettivo degli americani – peraltro dichiarato esplicitamente, basta sapere leggere l’inglese! – è sempre stato fin dall’inizio quello di inglobare Kiev nel suo sistema bellico per contrastare e umiliare la Federazione russa e per focalizzarsi in Asia sul nemico principale: la Cina. L’Ucraina, lusingata con false e vigliacche promesse di incorporazione nella Nato, è stata sacrificata dagli americani nella lotta contro la Russia per tentare di indebolire e sconfiggere Mosca! La guerra dell’America contro la Russia è stata anche, e forse soprattutto, una guerra contro l’Europa, in particolare per impedire la saldatura tra la florida economia industriale tedesca e la potenza energetica e mineraria della Russia. Gli americani in Ucraina hanno manovrato non solo contro la Russia ma soprattutto contro l’Unione Europea e la Germania, forte delle forniture energetiche di Mosca. Non a caso uno dei primi atti di guerra è stato il sabotaggio del gasdotto North Stream2 a opera dei servizi ucraini e magari di altri servizi alleati. La guerra americana in Ucraina e le controproducenti sanzioni contro Putin hanno provocato una grave crisi energetica e il blocco dell’economia europea; inoltre la guerra americana ha fatto precipitare la crisi economica e politica della Germania e della Francia e di molti altri paesi europei, e ha sollevato un’ondata di proteste sfruttate soprattutto dalla destra estrema. Con la guerra in Ucraina l’Europa è diventata una quasi colonia americana. La guerra ha posto l’Europa in una posizione di quasi completa sudditanza energetica, commerciale, finanziaria, tecnologica, geopolitica e militare verso gli USA e ha provocato la crisi profonda della democrazia. Un disastro politico di prima grandezza per l’Europa. Grazie alla von der Leyen e alla sue bellicose politiche – ma anche grazie alla sinistra europea e italiana che non sa sganciarsi e opporsi alla Nato e a Ursula – oggi l’Europa è sull’orlo dell’abisso di una guerra che potrebbe diventare rapidamente atomica.

E’ la Nato che dirige oggi l’Europa, mentre la UE è in preda a una crisi comatosa. Oggi il vero collante dell’Unione Europea è la Nato guidata da Trump anche se, paradossalmente, Trump sembra attualmente più amico di Putin che della von der Leyen! Trump è ondivago e inaffidabile: ma sembra che abbia rovesciato la politica del suo predecessore Biden e, poiché i russi stanno vincendo in Ucraina e non vuole uno scontro frontale con la prima o seconda potenza atomica del mondo, si disimpegna dal conflitto e lascia il cerino acceso nelle mani degli europei. Che, invece di spegnere le fiamme e cercare di portare a casa il salvabile, assurdamente gettano benzina sul fuoco. Un folle strano caso di suicidio geopolitico! La UE di Ursula segue come una fedele e vecchia domestica la Nato del segretario olandese Mark Rutte e il cancelliere tedesco Friedrich Merz nello scontro frontale con la Russia di Putin, anche se questi fino a tre anni fa era il più stretto partner economico dell’Europa! Ursula von der Leyen rappresenta più gli interessi di Washington, di Berlino e di Varsavia che dei popoli europei. Questa è la cruda realtà, e con questa occorre fare i conti.

Il problema politico principale è che la sinistra storica italiana e europea non comprende, o non vuole comprendere, che cosa è effettivamente la Nato. Il Partito Democratico, i media, come Repubblica e Micromega, e gli intellettuali che pretendono di essere di sinistra, progressisti e illuministi, promuovono la falsa idea che la Nato sia una generosa e cavalleresca associazione che difende la libertà e aiuta i paesi più deboli a difendersi. Ma questo è un rovesciamento della realtà storica. Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, ha dichiarato a proposito dell’Ucraina «Ho avuto una posizione molto dubbiosa sull’invio delle armi all’Ucraina perché ho compagne e compagni che hanno votato a favore nel Parlamento. Secondo me non è con le armi che risolveremo il conflitto con una potenza nucleare, e da federalista europea convinta – quindi con nessun dubbio sulla mia collocazione europea e atlantica – vorrei vedere un ruolo più forte dell’Unione europea nel cercare una via per porre fine alla guerra».3 Schlein conferma dunque di essere allineata all’atlantismo e al dogma europeista e, nello stesso tempo, si dichiara pacifista e rispettosa dell’articolo 11 della Costituzione e ripudia la guerra. Una posizione quanto meno contraddittoria. Occorre però sottolineare che la segretaria del PD è più a sinistra del suo partito: sull’Ucraina – come anche sulla guerra di annientamento che Israele sta conducendo contro il popolo palestinese – il PD è molto più a destra della Schlein, e è completamente filo-Nato. Il risultato è che la sinistra tradizionale, che storicamente è sempre stata a favore della pace, è invece oggi a favore della guerra. Infatti volere una “pace giusta” in Ucraina significa non volere la pace, perché la pace possibile è dettata dal vincitore e non dalla dea Giustizia, e in Ucraina è la Russia che sta vincendo.

Insieme al PD, anche la maggioranza degli intellettuali di sinistra è schierata a favore delle politiche della Nato in Ucraina e del riarmo europeo contro la Russia: un esempio clamoroso di questa distorsione a favore dell’impegno occidentale in Ucraina – volontaria o involontaria che sia – sono gli scritti della direttrice di Micromega Cinzia Sciuto che difende a spada tratta, in nome della libertà e della democrazia, il diritto dell’Ucraina di abbandonare la decennale politica di neutralità militare e di chiedere l’ingresso nella Nato. La filosofa Sciuto difende così di fatto il diritto della Nato di installare le sue basi militari in Ucraina contro la Russia. Nel suo articolo “Diritto o barbarie” sul numero 4 del 2025 di Micromega Sciuto scrive che: “Molti, in nome dell’antimperialismo, hanno rifiutato di condannare l’aggressione russa, sostenendo che si trattasse di una risposta legittima all’espansione della NATO, e hanno interpretato la resistenza ucraina all’invasione come una guerra per procura degli USA alla Russia, ignorando i fermenti democratici che hanno attraversato l’Ucraina fin dall’Euromajdan. Un clamoroso tradimento da parte della sinistra”.

E’ vero che le manifestazioni di piazza Maidan del 2014 per la democrazia erano partecipate da migliaia di manifestanti che volevano veramente che il loro paese “entrasse in Europa”, fuggisse dalla morsa degli oligarchi del loro paese e diventasse più ricco, prospero e “occidentale”; ma è certamente altrettanto vero che durante gli scontri armati di EuroMaidan erano attivi squadroni di estrema destra addestrati dalla CIA per ribaltare il governo democraticamente eletto del presidente filorusso Viktor Janukovyč. La Sciuto, che pure dirige una rivista che si proclama illuminista e di sinistra, nel suo articolo ignora del tutto il decennale intervento americano per sovvertire il potere in Ucraina in modo da fare diventare questo paese un’arma puntata contro la Russia. Solo i filosofi che credono a Babbo Natale e a Cappuccetto Rosso possono credere che il colpo di stato in Ucraina che costrinse alla fuga Janukovyč sia stato accidentale e prodotto dalle “spontanee manifestazioni democratiche”. Nel 2008 in una visita a Kiev, il presidente americano George W. Bush junior proclamò che “Aiutare l’Ucraina a procedere verso l’adesione alla NATO è nell’interesse di ogni membro dell’alleanza e questo contribuirà a promuovere la sicurezza e la libertà in questa regione e nel mondo”4. Sciuto è d’accordo con George Bush? Che ha invaso l’Iraq per combattere inesistenti “armi di distruzione di massa”? Il problema della Sciuto – e della sinistra tradizionale – è niente di meno quello di dimenticare, sottovalutare o ignorare il ruolo dell’America e della Nato, e di fraintendere completamente che cosa è e che cosa ha fatto la Nato, la stessa Nato che è strettissima alleata di Israele e del governo Netanyahu che pure la Sciuto contrasta. Due pesi e due misure?

Il diritto internazionale è sicuramente stato violato dall’invasione illegale della Russia in Ucraina, come denuncia Sciuto. Ma questa invasione non cade dal cielo, non è la decisione notturna di Putin in preda a un delirio di onnipotenza: l’aggressione russa non è stata il primo ma l’ultimo atto di uno scontro che è durato circa 30 anni, che è cominciato già nel 1991 quando l’Ucraina è diventata indipendente dopo il crollo dell’URSS. E’ la Nato americana che, nonostante la fine della Guerra Fredda, o proprio a causa della fine della Guerra Fredda, ha approfittato subito della tremenda crisi russa per iniziare a spostare i suoi cannoni vicino alle frontiere dell’ex URSS.

1Naapuriseuran Sanomat Estonian Prime Minister proposes breaking up Russia into “small states” 25.5.2024

2LaFionda.it |Enrico Grazzini La retorica della minaccia russa come alibi per il riarmo europeo 26 Ago , 2025

3Pagella Politica Carlo Canepa Che cosa pensa Schlein sulle armi all’Ucraina 01 marzo 2023

4The Guardian Bush-Putin row grows as pact pushes east Luke Harding a Mosca, Julian Borger a Bucarest e Angelique Chrisafis a Parigi 2 aprile 2008

da qui

lunedì 31 ottobre 2022

Guerra senza tregua

 


articoli di Alessandro Marescotti, Jeffrey Sachs, Richard Falk, Manlio Dinucci, Giuseppe Vacca, Pepe Escobar, Raffaele Ucci, Lucio Caracciolo, Fabrizio Poggi, Paolo Di Marco, Stefano Orsi, Giuseppe Masala, Batiushka, Militant, Miguel Martinez, Alastair Crooke, Mike Whitney, Carlo Bellisai, Giulio Marcon, Enrico Euli, Giacomo Gabellini, Pasquale Pugliese, Vittorio Rangeloni, Francesco Sylos Labini, Cinzia Sciuto, Gianfranco Pagliarulo, Federico Fubini, Massimo Fini

Ucraina, se la “guerra di difesa” si trasforma in una “guerra di attacco” – Alessandro Marescotti

E’ stata avviata una nuova operazione militare che ha l’approvazione degli Stati Uniti e dell’Unione europea. La controffensiva delle truppe di Zelensky punta alla conquista della Crimea in cui è presente la base navale russa di Sebastopoli. Si profila un catastrofico scontro frontale a 360 gradi

In Ucraina la guerra sta cambiando radicalmente e le nuove armi fornite dagli Stati Uniti possono consentire uno sfondamento del fronte sud. E a sud c’è la Crimea. Lì è presente la base navale russa di Sebastopoli. Si profila uno scontro frontale con la Russia. L’attacco al lungo ponte della Crimea è solo l’assaggio.

La Crimea è una regione dalla storia molto tormentata ed è un classico caso da manuale di “controversia internazionale” per la quale la nostra Costituzione ha parole molto chiare all’articolo 11 (“L’Italia ripudia la guerra” come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”).

Ciò che preoccupa è che una “controversia internazionale” (come lo è anche quella del Donbass) divenga ormai questione da affidare unicamente alle armi. Senza che si sviluppi una riflessione a livello istituzionale su quello che la Costituzione Italiana ci prescrive solennemente: ripudiare la guerra in caso di controversia internazionale.

Se ne tiene fuori persino Israele, che non fornisce armi all’Ucraina ma che invia quegli aiuti umanitari che invece sono i pacifisti italiani a dover portare in Ucraina in assenza di un intervento ampio ed efficace delle nostre istituzioni (presidente Mattarella, può prendere nota?).

In Crimea i russi sono più del doppio degli ucraini

Ma andiamo al cuore della questione. L’attacco militare alla Crimea è stato annunciato alla luce del sole. L’Ucraina è pronta, ha incassato il sostegno politico degli Stati Uniti e dell’Unione Europea e attende solo nuove e potenti armi, a più lunga gittata, per sfondare a sud.

 

Il Consiglio Europeo e il Parlamento Europeo si sono dichiarati favorevoli alla “riconquista” della Crimea. Oggi per di più si svolge il vertice internazionale a Zagabria della Piattaforma Crimea lanciata già nell’agosto 2021. Obiettivo: sottolineare la legittimità delle operazioni militari finalizzate alla riconquista della Crimea e assicurare il sostegno politico di svariate nazioni. C’è anche l’Italia.

Le guerre sono state sempre un giallo: cominciano in un modo e poi finiscono in un altro. Le guerre si sono burlate degli uomini che ne hanno seguito gli stendardi. Anche le crociate cominciarono con l’obiettivo della liberazione del Sacro Sepolcro e poi finirono con la conquista di Costantinopoli.

Pensiamo alla prima guerra mondiale che cominciò con l’obiettivo di “liberare” gli italiani del Trentino e poi si giunse a “conquistare” il sud Tirolo in cui si parlava tedesco. Don Milani scrisse una lettera ai cappellani militari per denunciare questa bugia della storia. Abbiamo combattuto per Caporetto e oggi Caporetto, sacro suolo patrio, non è più italiana e non si parla più italiano. Molti non lo sanno. Molti non sanno che sono stati mandati tanti italiani a morire per niente. Questa cosa non la sentirete nei discorsi ufficiali del 4 novembre, che dovrebbe essere giorno di lutto nazionale, non di celebrazione.

Le frontiere!

Non sfugge neanche questa guerra in Ucraina alla logica delle frontiere, delle ingannevoli frontiere per cui tanti sono molti per nulla.

Ed eccole queste scivolosissime frontiere che si ripresentano in tutta la loro ambigua sacralità, in questa guerra delle bugie e delle narrazioni depistanti.

 

E così la guerra, questa guerra, ha cambiato pelle, mentre continuavamo a parlare di “difesa dei poveri ucraini”: li manderemo a morire con le nostre armi per attaccare la Crimea. L’ipocrisia oggi gronda sangue.

La guerra – diciamocelo anche noi pacifisti perché i militari ce lo stanno dicendo da settimane – ha mutato natura è non è più quella del 24 febbraio. Adesso è una guerra di attacco per arrivare in Crimea con i lanciamissili Himars forniti dagli americani, con uno scontro frontale nei confronti della Russia che sta reagendo con contrattacchi devastanti fatti di droni e missili sulle città.

E’ questo che vogliamo alimentare? Vogliamo premere il piede sull’acceleratore della morte?

Si prepara uno scontro apocalittico contro la nostra Costituzione. E uno sfracello di uomini, di giovani che a un altro e migliore futuro avrebbero diritto di aspirare.

A febbraio eravamo tutti schierati contro l’invasione russa dell’Ucraina e contro l’escalation militare. Vi era un dibattito su “come difendere” l’Ucraina. Oggi dobbiamo avere chiari i confini che distinguono il sostegno alla legittima difesa di un popolo da ciò che è l’esatto opposto, ossia il sacrificio supremo di migliaia di vite umane che saranno immolate per la riconquista della Crimea.

E’ quello che stiamo attendendo, presidente Mattarella?

Prima del 5 novembre, della grande marcia della pace di Roma, è bene fare arrivare questa informazione, questa cultura e questa consapevolezza. Questo ripudio della guerra. Come è stato fatto con il messaggio “La guerra che verrà”.

A tutti coloro che – in buona fede – credono ancora oggi nella “guerra di difesa” dobbiamo dire che quella “guerra di difesa” più non è tale. Basta leggere le riviste militari. La guerra si sta trasformando in un piano di riconquista che richiederà terribili bagni di sangue.

Non cambiamo la realtà, non edulcoriamola, non raccontiamo cose che non esistono più.

La guerra che verrà non ha più nulla a che fare con la difesa del popolo ucraino.

da qui

 

dice Jeffrey Sachs:

Tutti i leader del mondo, anche morali e religiosi devono alzare la voce e chiedere una soluzione pacifica. Devono dire che le radici di questa guerra risiedono in terribili errori commessi da entrambe la parti che vanno risolti col compromesso. Che la narrazione per cui Mosca è malvagia, che è una guerra non provocata e che è completamente unilaterale, è falsa. È la propaganda occidentale, ma non è un gioco: può ucciderci tutti. Gli Usa hanno contribuito a provocare questa guerra. Non ho dubbi. Mi occupo di Russia e Ucraina da più di 30 anni.

da qui



 

Putin al Valdai Club: l’Occidente attua un “gioco sanguinoso, pericoloso e sporco”

…Putin ha sottolineato che il mondo si trova attualmente in una “crisi sistemica su larga scala”, mentre i Paesi occidentali, che, ha sottolineato, “non hanno unità”, hanno compiuto “una serie di passi verso l’escalation”, come “l’incitamento alla guerra in Ucraina, le provocazioni a Taiwan, la destabilizzazione del mercato alimentare e la distruzione dei gasdotti europei”.

Quindi ha indicato che l’umanità si trova attualmente di fronte a due opzioni: “Continuare ad accumulare un fardello di problemi o trovare insieme una soluzione”. Di conseguenza, “prima o poi” sia i nuovi centri del mondo multipolare che l’Occidente dovranno impegnarsi in un dialogo equo per affrontare un futuro comune. “Prima è, meglio è”, ha sottolineato Putin incalzando così i paesi occidentali e l’ex egemone unipolare statunitense, a prendere atto della nuova realtà.

Nel suo discorso, il presidente russo ha alluso alle parole dello scrittore russo Alexandr Solzhentisin, che nel 1978 parlò della “persistente cecità della superiorità” dell’Occidente. “Nel corso dell’ultimo mezzo secolo, questa cecità, di natura palesemente razzista e neocoloniale, è diventata semplicemente sgradevole, soprattutto dopo l’emergere del cosiddetto mondo unipolare”, ha sottolineato.

La fiducia dell’Occidente nella propria infallibilità è una tendenza “molto pericolosa”, mentre i tentativi di cancellare intere culture, come quella russa, non hanno futuro. “All’apice della Guerra Fredda nessuno avrebbe pensato di cancellare l’esistenza della cultura, della scienza, dell’arte di altri popoli. Sono stati i nazisti a bruciare i libri ai loro tempi. Ma ora i padri del liberalismo e del progresso sono arrivati a vietare Dostoevskij e Cajkovskij”…

da qui

 

La guerra in Ucraina evolve verso l’Armageddon – Richard Falk

Disdegnare la diplomazia, cercare la vittoria

Da quando è iniziata la guerra in Ucraina il 24 febbraio 2022 la risposta della NATO, principalmente articolata e materialmente attuata dagli Stati Uniti, è stata quella di versare grandi quantità di petrolio sulle fiamme del conflitto, schernendo la Russia e il suo leader, aumentando la portata della violenza, l’entità della sofferenza umana e aumentando pericolosamente il rischio di un esito disastroso. Non solo Washington ha mobilitato il mondo per denunciare l’”aggressione” della Russia, ma ha fornito un flusso costante di armi avanzate in grandi quantità agli ucraini per resistere all’attacco russo e persino organizzare contrattacchi. Gli Stati Uniti hanno fatto tutto il possibile all’ONU e altrove per costruire una coalizione punitiva ostile alla Russia, ma hanno unito a ciò una serie di sanzioni e la demonizzazione di Putin come famigerato criminale di guerra inadatto a governare e meritevole di incriminazione e perseguimento.

Tale comportamento infiammatorio è sottolineato da un entusiasmo scoperto di recente dall’Occidente per la Corte penale internazionale, che esorta il tribunale a raccogliere quante più prove il più rapidamente possibile dei crimini di guerra russi. Questa posizione orientata alla legge è contraddetta dall’intensa passata opposizione agli sforzi della CPI per raccogliere prove per un’indagine sui crimini di guerra da parte di non firmatari (di cui la Russia è uno) in relazione al ruolo degli Stati Uniti in Afghanistan o al ruolo di Israele nella Palestina occupata. In una certa misura c’era da aspettarsi una tale unilateralità della rappresentazione, e persino da considerare giustificata, ma la sua intensità in relazione all’Ucraina è stata pericolosamente intrecciata con una guerra geopolitica irresponsabile e perseguita in modo amatoriale condotta dagli Stati Uniti contro la Russia e indirettamente contro la Cina. È una guerra con una posta in gioco alta in quanto determina la struttura dell’ordine mondiale all’indomani della Guerra Fredda e l’ascesa della Cina come rivale credibile al dominio degli Stati Uniti. Tale guerra geopolitica viene condotta in modo ignaro dei più ampi interessi umani in gioco e in un senso profondo, contrario al benessere e al destino dell’Ucraina e del suo popolo.

Nonostante la presenza di queste caratteristiche della guerra in Ucraina, le menti occidentali continuano a vedere il conflitto con un occhio chiuso. Anche Stephen Walt, un commentatore moderato e generalmente sensato della politica estera statunitense, e attualmente un critico prudente e persuasivo dell’incapacità di Biden di fare del suo meglio per spostare il sanguinoso scontro in Ucraina dal campo di battaglia ai domini diplomatici, si unisce comunque al coro di guerra affermando in modo fuorviante senza riserve che “l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è illegale, immorale e ingiustificabile..” [Walt, “Why Washington Should Take Russian Nuclear Threats Seriously,” Foreign Policy, May 5, 2022]. Non è che una tale caratterizzazione sia errata in quanto tale, ma, a meno che non sia integrata da spiegazioni di contesto, conferisce credibilità alla mentalità ipocrita e orientata alla guerra mostrata dalla presidenza Biden, evitando al contempo un esame critico delle sue dimensioni geopolitiche. Forse Walt e altri con prospettive simili stanno assumendo questa posizione di assecondare la rappresentazione della crisi ucraina di Washington come una concessione tattica necessaria per raggiungere un patto faustiano per ottenere un posto al tavolo in modo che i loro avvertimenti e la difesa della diplomazia potessero almeno ottenere un’audizione da parte degli addetti ai lavori di politica estera che consigliano Biden/Blinken.

Per essere chiari, anche se si può sostenere che Russia/Putin abbiano lanciato una guerra illegale, immorale e ingiustificata, il contesto geopolitico più ampio rimane cruciale se si vuole ripristinare la pace ed evitare la catastrofe. Per prima cosa, l’attacco russo potrebbe essere tutte queste cose presunte, e tuttavia far parte di un modello geopolitico di comportamento consolidato che gli stessi Stati Uniti hanno confermato in una serie di guerre iniziate con la guerra del Vietnam, e in particolare più recentemente con la guerra del Kosovo, la guerra in Afghanistan e la guerra in Iraq. Nessuna di queste guerre era legale, morale e giustificabile, sebbene ciascuna godesse di una logica geopolitica che le faceva sembrare desiderabili alle élite della politica estera statunitense e ai loro più stretti partner di alleanza. Naturalmente, due torti non fanno un diritto, ma in un mondo in cui gli attori geopolitici godono di una licenza per perseguire interessi strategici vitali all’interno delle tradizionali sfere di influenza, non è oggettivamente difendibile condannare ipocritamente la Russia senza tener conto di ciò che gli Stati Uniti hanno fatto in tutto il mondo per diversi decenni. Antony Blinken può anche dire ai media che le sfere di influenza sono diventate un ricordo del passato dopo la seconda guerra mondiale, ma deve aver dormito per decenni per non notare che l’accordo di Yalta sul futuro dell’Europa raggiunto nel 1945 dall’Unione Sovietica, Stati Uniti e Regno Unito si basavano proprio sull’esplicita affermazione di tali sfere, che a posteriori, per quanto sgradevoli nell’applicazione, meritano un certo merito per aver impedito alla Guerra Fredda di diventare la terza guerra mondiale. Tale sovranità compromessa di questi paesi di confine è descrittiva delle prerogative rivendicate dalle cosiddette Grandi Potenze nel corso della storia delle relazioni internazionali, non da ultimo dagli Stati Uniti attraverso la Dottrina Monroe e le sue estensioni. In questo senso, l’Ucraina si trova nella lunga posizione poco invidiabile del Messico, e anzi di tutta l’America Latina. Molti anni fa il famoso intellettuale messicano, Octavio Paz, denunciò la tragedia del suo Paese «così lontano da Dio e tuttavia così vicino agli Stati Uniti»…

continua qui


I moralisti del Bene assoluto

Se c’è una cosa che non sopporto di questa guerra russo-ucraina è il trito moralismo di chi la interpreta. Usare categorie meramente etiche, che si pretende siano valide in ogni tempo e luogo, è come tornare indietro di 2400 anni, quando Platone, filosofo ingenuo e totalitario allo stesso tempo, cercava l’idea assoluta del Bene. Non a caso Nietzsche diceva ch’era lui il vero fondatore del cristianesimo.

Già parlare di “guerra russo-ucraina” è sbagliato. Questa è una guerra che gli euroamericani conducono in Ucraina contro la Russia sin dai tempi della cosiddetta rivoluzione arancione del 2004, quando gli ucraini filo-occidentali rifiutarono la vittoria elettorale del filo-russo Janukovyč.

Il ruolo degli USA è sempre stato preponderante rispetto a quello della UE, ma questo dipende dal fatto che nella NATO sono loro che comandano. Quella non è un’alleanza tra Stati paritetici. Infatti il golpe del 2014, sempre contro Janukovyč, furono soprattutto gli americani a organizzarlo. Gli europei seguono le direttive americane come un cagnolino addomesticato il suo padrone.

A quel tempo la UE scongiurò una guerra dell’Ucraina, appoggiata dagli USA, contro Mosca, riconoscendo il fatto che la Crimea era passata sotto la Russia.

La mediazione europea, soprattutto franco-tedesca, sotto la pressione russa, fu anche indotta ad accettare parzialmente le esigenze rivendicative dei separatisti del Donbass: nessuno riconobbe ufficialmente le due repubbliche di Donetsk e Lugansk, però si condivise l’idea che il conflitto tra Kiev e le due repubbliche venisse regolamentato dai due Accordi di Minsk. Gli europei non volevano vedere un’altra guerra in Europa dopo quella disastrosa che aveva frantumato la Jugoslavia, cui la NATO aveva partecipato in maniera scriteriata.

Resta il fatto che dal 2014 allo scorso 24 febbraio la UE non è mai riuscita a impedire né che l’Ucraina diventasse un Paese sostanzialmente neonazista, né che il governo di Kiev conducesse una guerra civile contro le due repubbliche del Donbass, che comportò 14.000 morti e una orrenda strage a Odessa. Praticamente in questi ultimi otto anni la UE ha semplicemente dimostrato che la volontà degli USA di scatenare una guerra contro la Russia non poteva essere ostacolata da niente e da nessuno. Non si è riusciti a democratizzare l’Ucraina: si è finiti con l’ucrainizzare l’Europa.

Infatti dopo il 24 febbraio gli europei han smesso di riconoscere un qualche valore al principio di autodeterminazione dei popoli, quello che ha indotto i russi a mettere in atto la solidarietà nei confronti degli abitanti russofoni e filo-russi perseguitati nel Donbass. Subordinati completamente alla narrativa americana, gli europei han preferito negare questo principio in nome di altri due: la sovranità politica dello Stato e l’integrità territoriale della nazione. In nome di questi due diritti han dichiarato guerra alla Russia, arrivando persino a rimettere in discussione il ruolo della Crimea.

Da questa visione parziale delle cose è nata negli europei l’interpretazione distorta dei fatti, fino alla negazione completa della verità. Di qui le schematiche e sostanzialmente false contrapposizioni categoriali di aggredito e aggressore, occupante e occupato, invaso e invasore… che il mainstream continua ancora oggi a usare, in pieno stile orwelliano.

Tutti gli statisti europei si sono messi al servizio della volontà che gli americani esprimevano attraverso sanzioni antirusse, sostegno finanziario agli ucraini e appoggio militare attraverso la NATO. Nessuno ha avuto il coraggio di negare alla UE la sua funzione di mera colonia degli USA.

Ora la domanda che ci si pone è la seguente: una potenza economica priva di qualunque spessore politico, che possibilità ha di sopravvivere in un mondo multipolare? Non è ridicolo che gli statisti europei si appellino alla sovranità politica degli Stati e all’integrità territoriale delle nazioni, quando nei loro rapporti con gli americani sono proprio questi due valori che vengono meno? Il primo perché a livello geopolitico non abbiamo voce in capitolo; il secondo perché siamo occupati dalle basi americane, che godono della extraterritorialità.

I moralisti del Bene assoluto, figli di un’Europa che ha scatenato due guerre mondiali, sapranno impedire che ne scoppi una terza?

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giovedì 24 febbraio 2022

Il referendum sull'eutanasia è stato soppresso

 

La Corte costituzionale ha sottratto ai cittadini il referendum sull’eutanasia - Paolo Flores d'Arcais 

 

La Corte costituzionale ha deciso di sottrarre ai cittadini il referendum sull’eutanasia. Ha trovato il pelo nell’uovo, per dirla con il suo presidente, Giuliano Amato.
Ha vinto il potere clericale, che alle urne avrebbe subito una sconfitta ciclopica, molto oltre quelle storiche su divorzio e aborto, a definitiva conferma che la società italiana è ormai secolarizzata, anche se (quasi) tutti i gangli del potere sono ancora in mano a cattolici.

Ha vinto il potere partitocratico, che in (quasi) tutte le sue componenti aborriva l’idea di una consultazione popolare che avrebbe costretto a pronunciarsi, dunque a scontrarsi (compresa ciascuna al proprio interno), tra il diritto del cittadino sulla propria vita o la sottomissione ai voleri delle Eminenze di Santa Romana Chiesa, o a dichiararsi smaccatamente per Ponzio Pilato…

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Referendum eutanasia: la decisione della Corte non sia una scusa - Cinzia Sciuto 

 

Diciamocelo chiaramente: anche se il quesito referendario fosse stato ammesso e avessero vinto i sì, non avremmo comunque avuto in Italia una legge sul fine vita degna di un Paese civile. Sarebbe stata una pezza, necessaria ma sempre una pezza, su un vuoto legislativo ormai intollerabile. Il nostro ordinamento, si sa, non prevede referendum propositivi ma solo abrogativi, il che costringe a complicate acrobazie giuridiche chi voglia introdurre in esso dei cambiamenti significativi. L’iniziativa dei Radicali, sostenuta da una valanga di firme raccolte in pochissimo tempo, era una evidente risposta all’inerzia di un parlamento che non riesce a legiferare su un tema su cui, peraltro, godrebbe del larghissimo sostegno della popolazione.

Si spera che adesso (speranza che già alcune prime reazioni sul fronte cattolico lasciano intravedere come vana) non si strumentalizzi questa decisione della Corte per mettere la parola fine a un dibattito pubblico che ahimè non è mai neanche iniziato. La Corte, infatti, non ha affatto bocciato l’eutanasia, ha solo dichiarato inammissibile un quesito referendario che interveniva non già su una legge sull’eutanasia (che appunto in Italia non c’è) quanto su un articolo del Codice penale relativo all’omicidio del consenziente. Quell’articolo in base al quale oggi, in assenza appunto di una legge sul fine vita e l’eutanasia, il medico che decida di aiutare un malato a porre fine alla sua vita può essere perseguibile penalmente…

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Eutanasia, Beppino Englaro dopo la bocciatura del referendum: “La nostra lotta continua”

(intervista di Daniele Nalbone)

 

La delusione, dopo la bocciatura del referendum sull’eutanasia, è un sentimento che non gli appartiene. Beppino Englaro, dopo la decisione della Corte costituzionale, non si ferma neanche per un minuto sul merito della decisione. “Il vero problema è culturale”. E chiama in causa direttamente la politica. “Questa ennesima non decisione di un organo dello Stato dimostra la crisi in cui versa l’Italia. Sono tutti cauti, timorosi di affrontare un simile tema, nessuno ha il coraggio di dare una risposta necessaria. Qui parliamo di libertà e diritti fondamentali costituzionali, ma siamo in un deserto”.

“La cosa che mi dispiace è l’ennesimo colpo che chi sta portando avanti una battaglia così importante ha dovuto subire”. Al tempo stesso, però, è sicuro di una cosa: “Nessuno arretrerà di un centimetro. La mole di firme raccolte dimostra che la società vuole sentirsi finalmente libera”. Ed è proprio la società a strappargli più di un sorriso: “Quando abbiamo iniziato la nostra battaglia per Eluana eravamo soli. Soli a rivendicare un diritto sacrosanto che mia figlia voleva esercitare, non noi genitori. Lei non aveva voce e quella voce gliel’abbiamo prestata. Oggi non è più così. La società civile ha preso in carico il tema, si è espressa in tutte le sedi possibili, con ogni tipo di manifestazione possibile. A non essere cresciuta, maturata, a essere rimasta ferma è solo la politica”…

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lunedì 19 aprile 2021

“Non siamo i padroni del mondo” - Intervista a Dacia Maraini (di Cinzia Sciuto)

 

È vero, la pandemia ha sconvolto le nostre vite, ma lamentarsi non serve a nulla. Dobbiamo trasformare questo shock in un’occasione per mettere in discussione il nostro modello di vita. E la scuola gioca un ruolo centrale in questo cambio di paradigma.


“Ci si ricorda della scuola perché ci si ricorda dei compagni e dei professori, con i loro corpi, le loro voci, i loro gesti e le loro idee. La scuola come luogo di apprendimento puro è un’astrazione”. Così scrive Dacia Maraini in uno dei testi sulla scuola raccolti in un recente volume edito da Solferino, La scuola ci salverà, a cura di Eugenio Murrali. Un libro che è una dichiarazione d’amore verso la scuola, considerata la chiave di volta del futuro di una società, verso gli insegnanti, che la sorreggono nonostante le mille difficoltà, e verso gli studenti, che la riempiono con le loro speranze, i loro sogni, la loro vitalità.

A causa della pandemia e delle necessarie restrizioni per contenerla, la scuola sta attraversando un periodo difficilissimo. Che cosa ricorderanno gli studenti di questo anno scolastico fatto di lunghe interruzioni, didattica a distanza e mascherine? Che segno lascerà la pandemia nelle generazioni che la stanno vivendo a scuola?
I ricordi, anche quelli più dolorosi, possono diventare fonte di crescita e di apprendimento. Bisogna insistere su questo uso positivo dei mali di cui soffriamo. Lagnarsi, cercare per forza un colpevole su cui rovesciare la propria rabbia, prendersela con gli altri, esigere di essere risarciti a tutti i costi, è una pretesa assurda e inutile. Siamo tutti dentro un avvenimento inatteso e amarissimo che ci impone tanti nuovi comportamenti, spesso sentiti come ingiusti. Ma non serve lagnarsi. Bisogna trarne insegnamento: prendere la pandemia come uno shock che ci sta insegnando qualcosa di importante: siamo più fragili di quanto pensavamo, il tenore di vita che abbiamo avuto finora è brutale e cieco. Dobbiamo cambiare il nostro modo di stare al mondo se non vogliamo distruggerlo, dobbiamo cambiare il nostro rapporto con gli animali, con le piante, con le acque.  Dobbiamo capire che non siamo i padroni del mondo, legittimati a sfruttarlo fino all’esaurimento, ma parte di un ecosistema che ha bisogno di tutte le specie viventi e del respiro della natura.

Perché secondo lei ancora oggi la professione dell’insegnante non gode di quel rispetto e di quell’autorevolezza (e dello stipendio adeguato che ne dovrebbe conseguire) che merita?
Purtroppo penso che molte delle colpe si debbano alla Chiesa, che ha sempre avversato l’istruzione come fonte di autonomia dello spirito, pericolosa anticamera all’eresia e all’ateismo. La scienza è sempre stata vista come pericolosa nemica, l’istruzione come uno strumento del demonio che allontanava gli uomini dalla purezza. Insomma l’unione fra purezza e ignoranza è sempre stata una convinzione dei totalitarismi religiosi. Perfino oggi,  in certi Paesi in cui lo Stato si identifica con la Chiesa, si diffida dell’istruzione, a meno che non sia quella ecclesiastica, basata su una unica verità assoluta, buona per tutti.

In una società pluralistica la scuola ha anche un ruolo cruciale nell’integrazione. Quali sono i princìpi su cui deve fondarsi questo lavoro di integrazione? Si può in nome dell’integrazione accettare tradizioni che violano i diritti dei bambini, come per esempio il velo alle bambine molto piccole o l’impedimento a frequentare determinate materie?
L’integrazione si compie sui valori, che devono essere valori condivisi. Se noi rispettiamo e pratichiamo quelli che consideriamo i valori universali, basati sui diritti dell’essere umano (libertà di pensiero, di parola, di movimento, rispetto per la integrità della persona), se siamo noi i primi a credere che questi sono valori universali che valgono per tutti gli esseri umani del mondo, potremo convincere chi è diverso per lingue, abitudini, religione. Dobbiamo però essere veramente convinti che le conquiste dei diritti civili non riguardano solo i privilegiati, ma l’umanità tutta. Solo credendo, difendendo e praticando questi princìpi potremo pretendere l’integrazione di chi proviene da altri Paesi, altre culture, altre abitudini religiose e linguistiche.

Lei scrive che la scuola pubblica deve essere laica: perché è così importante? E quanto è (poco) laica ancora oggi la nostra scuola?
La scuola nei Paesi democratici è laica, o per lo meno dice di esserlo. Certo da noi non possiamo escludere l’influenza della Chiesa che storicamente ha dominato sulla vita degli italiani. A noi è mancata la Riforma. Invece di rispondere ai luterani con un rinnovamento all’italiana, abbiamo contrapposto la Controriforma che è stata un disastro da tutti i punti di vista. Da quella retrocessione rispetto alle grandi conquiste del periodo dantesco e boccaccesco, si è passati all’intransigenza ecclesiale, alla persecuzione delle streghe, alla Santa Inquisizione, facendo precipitare il Paese in un pozzo di barbarie e cecità etica.

Uno dei testi pubblicati nel libro si intitola “Solo la scuola può salvarci dagli orribili femminicidi”: qual è il ruolo della scuola nel contrasto alla violenza di genere?
Prima di tutto la conoscenza. Non si può combattere un problema se non lo si conosce. Studiando la storia si capiscono tante cose sui ruoli imposti ai generi. Dalla consapevolezza nasce la coscienza e dalla coscienza il rispetto verso l’alterità.

I protagonisti di questi scritti sono da un lato gli insegnanti, dall’altro gli studenti. Lei cerca di smontare la vulgata sugli studenti insolenti e pigri e sottolinea che, laddove ci sono insegnanti appassionati e preparati, gli studenti rispondono con entusiasmo. Chi sono i giovani di oggi?
Ci sono giovani e giovani. Dipende molto da dove nascono, in che situazione familiare si trovano e che educazione ricevono. Abbiamo sviluppato nei secoli di dominazione straniera una certa abitudine alla passività sociale, sviluppando la furbizia che è diventata quasi una forma di resistenza al nemico. Mi sembra che l’andazzo, perfino fra molti giornalisti e conduttori televisivi, sia quello di prendersela con lo Stato, di considerarlo un nemico, che va ingannato, truffato, derubato, come ai vecchi tempi quando esso era espressione della corruzione borbonica o della ottusa burocrazia austriaca o perfino della cieca intransigenza ecclesiale. Ma c’è anche un’altra Italia, fatta di persone storicamente più consapevoli, che capiscono che ormai i tempi dello Stato straniero da gabbare è passato, che ora lo Stato siamo noi e dobbiamo amarlo e difenderlo.

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lunedì 21 settembre 2020

L’invisibilità delle donne e il ruolo degli operatori della cultura - Cinzia Sciuto (*)

 

La questione della scarsa, scarsissima, presenza di donne negli eventi culturali ha di recente raggiunto le prime pagine dei grandi giornali, grazie alla denuncia dello scandaloso programma del Festival della Bellezza di Verona, dove su 24 ospiti c’era soltanto una donna (Jasmine Trinca), due se si considera anche Gloria Campener, che accompagnava al piano Alessandro Baricco (il quale era presente con due appuntamenti). La denuncia è partita dal gruppo #boycottmanels (che, come dice il nome stesso invita a boicottare i “manels” ossia i panel composti quasi esclusivamente da uomini) e ha costretto alcuni dei partecipanti a esprimersi pubblicamente sulla vicenda (vedi la risposta di Michele Serra a Michela Murgia). Quello del Festival della Bellezza non è il primo né sarà l’ultimo caso di festival, convegni, congressi ma anche pagine di giornali e riviste (inclusa questa, cioè Micromega) dove la presenza di donne è largamente sottodimensionata. Pochi giorni fa mi è stato segnalato per esempio che il programma di Libropolis, un festival dell’editoria e del giornalismo che si svolgerà a ottobre a Pietrasanta, su circa 80 fra ospiti e moderatori vede solo 6 donne (e anche in questo caso alcuni degli ospiti intervengono in più appuntamenti). Una di queste 6 sono io.

Partiamo dal porci una domanda molto semplice: il fatto che in questi contesti ci siano così poche donne è una questione socialmente rilevante? E se sì, che cosa ci dice? Che sia una questione socialmente rilevante è fuor di dubbio, visto che le donne, come ama sottolineare Linda Laura Sabbadini, non sono una categoria di soggetti svantaggiati, ma più della metà della popolazione ormai presente in tutti i settori lavorativi. La questione è dunque rilevante perché ci dice diverse cose sulla nostra società, che dobbiamo sforzarci di tenere tutte insieme, perché si intersecano, e volerne estrapolare una sola, additandola come unico fattore causale, è fuorviante. Per cui invito il lettore a non fermarsi ai singoli punti, ognuno dei quali dice solo una parte della verità. Vediamoli.

1.      Il fatto che in questi contesti ci siano così poche donne ci dice innanzitutto che le donne che ricoprono ruoli apicali nei diversi settori sono proporzionalmente meno degli uomini per cui, per fare un esempio, se si vuole organizzare un convegno fra amministratori delegati di aziende o fra direttori di giornali la rosa fra cui scegliere avrà pochissimi petali femminili.

2.      E non parliamo soltanto dei vertici: se qualcuno volesse invitare un professore di filosofia della Goethe Universität di Francoforte (come vedete il discorso non riguarda solo l’Italia) anche con tutta la buona volontà del mondo sarebbe costretto a invitare un uomo: attualmente all’Istituto di filosofia della università tedesca su 17 professori non c’è neanche una donna. Donne che invece magicamente compaiono scendendo nella gerarchia della docenza (9 su 23 sono le ricercatrici). Il grafico 1 tratto dal Focus “Le carriere femminili in ambito accademico” del Miur mostra chiaramente il punto esatto dove le strade dei due generi si dividono e si inizia a costruire il tetto di cristallo.

3.      Se è vero che le donne sono ormai largamente presenti in quasi tutti i settori, è anche vero che ce ne sono alcuni in cui sono ancora indubbiamente di meno. Il grafico 2 tratto dallo stesso studio mostra per esempio come le laureate nel settore Ingegneria e tecnologia siano solo il 30 per cento per diventare l’80 nelle materie umanistiche.

4.      Ma naturalmente questi contesti non ospitano solo e sempre ruoli apicali né professori universitari né il fenomeno riguarda solo i settori con una minore presenza femminile, per cui il fatto che le donne siano quasi sempre in netta minoranza anche nei contesti in cui sarebbe invece possibile averle ci dice che il “radar” di chi organizza questi eventi o di chi mette insieme le pagine di un giornale non è tarato per intercettare le competenze quando queste sono incarnate da una donna (attenzione, non “competenze femminili”, che è espressione ridicola: non esistono competenze “maschili” e competenze “femminili”). Perché? Banalmente perché non ci siamo abituati e il nostro cervello lavora in gran parte per pattern e meccanismi automatici. Il “bias di conferma” – quel fenomeno psichico ormai dimostrato per il quale tendiamo a credere alle affermazioni che confermano le nostre convinzioni – agisce anche in questo contesto: tendiamo a “vedere” e “riconoscere” quello che ci aspettiamo di vedere e che conferma il mondo a cui siamo abituati da millenni. Fino a che non smascheriamo il meccanismo e ce ne rendiamo consapevoli.

5.      Il combinato disposto di 1, 2 e 3 fa sì che già in partenza i nomi di donne che “vengono in mente” sia nettamente inferiore a quello degli uomini. Su questa base già non confortante interviene poi un terzo elemento: sulle spalle delle donne – come sappiamo – pesa in maniera decisamente sproporzionata il cosiddetto lavoro di cura, cioè quel tempo speso a occuparsi della casa, della famiglia, dei figli piccoli o dei genitori anziani. Questo enorme squilibrio riguarda anche le donne più istruite, che svolgono lavori intellettuali, le professioniste, le scienziate, le giornaliste ecc. Cosa c’entra questo con la loro scarsa presenza negli eventi culturali? C’entra nei limiti in cui il monte ore complessivo che le donne hanno a disposizione per il loro lavoro (e andare a un convegno è lavoro!) è mediamente inferiore a quello dei colleghi uomini. I quali, dunque, di fronte a un invito a un evento più raramente si porranno il problema di a chi lasciare i bambini o chi si prenderà cura del padre anziano durante la loro assenza. (Astenersi osservazioni come: “Ma ci sono anche uomini che…”. Certo che ci sono, e per fortuna sono sempre di più. Ma qui si parla di un fenomeno sociale, non di singole persone. Anzi aggiungo: ci sono e sono sempre di più proprio perché questo fenomeno è stato portato alla luce dalle donne, che della redistribuzione del carico del lavoro domestico e di cura hanno fatto uno dei temi principali della loro battaglia per la parità). Questo peraltro spiega anche perché durante il lockdown il numero di articoli scientifici presentati alle riviste specialistiche da donne sia nettamente diminuito, come ha rilevato un recente studio (cit. in I. Colanicchia, “Se le donne e gli uomini non sono uguali di fronte al virus”, in MicroMega 4/2020).

6.      Infine c’è un elemento difficilmente quantificabile, che forse nessuno studio può dimostrare ma che molte di noi vivono sulla propria pelle e verificano nelle colleghe. Le donne in media tendono a esporsi solo quando sono sicure al 100 per cento di poter fare un lavoro all’altezza delle aspettative (proprie e altrui). Un atteggiamento che è strettamente legato al punto 2: poiché quel radar di norma non “ci vede”, per “farci vedere” abbiamo alzato di molto le nostre asticelle e pretendiamo (e viene preteso) da noi molto più di quello che si pretende da un uomo, con la conseguenza che più spesso ci tiriamo indietro.

Se dunque la situazione a monte è questa, non sorprende che a valle accada che le donne spariscano o quasi. Fino a qui l’analisi. A questo punto interviene però l’azione: che fare? Le risposte a questa domanda sono in realtà diverse a seconda del soggetto che agisce. Iniziamo dal fondo, ossia dalle persone che partecipano a questi eventi: andare? Non andare? Andare e protestare? È chiaro che un gesto come quello del ministro Provenzano che qualche mese fa ha ritirato la propria partecipazione a un incontro dopo aver scoperto che erano presenti solo uomini, adducendo come ragione che “è l’immagine non di uno squilibrio, ma di una rimozione di genere”, è un gesto di grandissima rilevanza, essendo compiuto da un uomo di potere che lo usa a sostegno di una causa. Da quel gesto Provenzano non ha subìto nessuna conseguenza negativa, mentre la causa ne ha guadagnato molto. Stessa cosa si può dire in generale di uomini e donne che nel mondo della cultura hanno una certa notorietà, che è anch’essa una forma di potere e che potrebbero far valere mostrando la loro assenza. Non si può però pretendere da tutti un gesto simile. Non tutti hanno il medesimo potere (politico e mediatico) di far “fallire una festa”, ciascuno ha le proprie ragioni per decidere di accettare o non accettare gli inviti che riceve e non si può scaricare sulle spalle delle singole persone – ciascuna con la propria storia, le proprie capacità, le proprie aspirazioni e anche i propri limiti – una battaglia che è e deve rimanere collettiva e alla quale ognuno può contribuire in modi diversi. Quello che è certo è che nessuno può girarsi dall’altra parte facendo finta di non vedere la punta dell’iceberg.

Un iceberg enorme che spetta innanzitutto alla politica aggredire rimuovendo, come impone la Costituzione, “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”. Affrontare finalmente in maniera radicale il macigno del lavoro di cura che grava sulle donne, per esempio utilizzando una parte del Recovery Fund per garantire finalmente una copertura di posti negli asili nido degna di un paese civile, non avrebbe solo come effetto quello di promuovere la parità di genere, ma anche, come sottolinea spesso la già menzionata Sabbadini, quello più generale di diminuire le diseguaglianze sociali. Se vogliamo che secoli di diseguaglianze vengano superati senza dover attendere altrettanti secoli, sono necessarie misure molto decise, e anche politiche differenziate possono essere d’aiuto. Così come indispensabili sono misure miranti a superare gli stereotipi di genere che ancora impediscono a una bambina di pensarsi ingegnera, dato che tutto il mondo attorno a lei – dai giocattoli ai libri di testo – le dice che gli ingegneri sono maschi.

Ma l’immagine dell’iceberg in realtà non calza adeguatamente al nostro caso, perché qui si tratta più di un sistema complesso in cui quello che accade a valle ha un effetto di retroazione sulla situazione a monte, effetto che può essere di rafforzamento di quei meccanismi o di loro erosione. In altri termini – e qui entrano in gioco gli operatori del mondo della cultura (organizzatori di festival, direttori di giornali, editori ecc) che hanno potere decisionale – iniziare a settare il radar in maniera da intercettare le competenze incarnate dalle donne (punto 2) avrà come effetto indiretto quello di aumentare il numero di donne anche nei ruoli apicali (punto 1): più i nomi di donne inizieranno a circolare, più aumenterà la loro autorevolezza (che non è una caratteristica genetica che si eredita alla nascita, ma un valore aggiunto che si conquista sul campo grazie anche al riconoscimento sociale del proprio lavoro) e più saranno le possibilità che, per esempio, quando si fonda un nuovo giornale – ogni riferimento a fatti reali e recenti è interamente voluto – “verranno in mente” anche nomi di ottime, qualificate e competenti giornaliste in grado di dirigerlo. Non scegliere facendo spallucce e scaricando esclusivamente la responsabilità sul “sistema” significa in realtà porsi dalla parte del mantenimento dello status quo. La scelta dunque è fra essere passivi ingranaggi di un circolo vizioso o diventare soggetti attivi di un circolo virtuoso.

PS: Qualcuno forse si starà chiedendo se parteciperò a Libropolis o no. Ho qualche dubbio sulla legittimità stessa della domanda, intrecciando essa questioni pubbliche ma anche motivazioni personali. In ogni caso: sì, parteciperò. Da due anni sto investendo tutto il mio tempo libero, le mie capacità, le mie energie nella battaglia contro il relativismo culturale, per la laicità e i diritti umani (e quelli delle donne in particolare), tema su cui ho scritto un libro e sul quale sono stata invitata a parlare a Pietrasanta. Come scritto sopra, penso che ciascuno possa scegliere liberamente la modalità che ritiene più confacente a sé per dare il proprio contributo alle battaglie politiche in cui crede. Questo articolo, che farò avere anche agli organizzatori di Libropolis, è la mia.

(*) ripreso da www.animabella.it


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