Traduzione dell’inchiesta di Haaretz
8 settembre 2026
Nel
settembre 2023 il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed
telefonò a Netanyahu per comunicargli un grave avvertimento. Netanyahu non fece
nulla. Una vasta inchiesta, condotta per un nuovo libro, ricostruisce le
responsabilità del primo ministro negli eventi che precedettero e seguirono il
7 ottobre. Netanyahu afferma che si tratta di «una menzogna assoluta».
Shlomi Eldar
e Ruth Yuval
Haaretz, 8
settembre 2026, ore 6.02, ora israeliana
Erano gli
ultimi giorni di settembre del 2023. Gli attentati infiammavano la
Cisgiordania, masse di abitanti di Gaza protestavano regolarmente presso la
barriera di confine e il paese era scosso dal conflitto interno sulle leggi del
colpo di Stato giudiziario. Chiunque osservasse gli avvenimenti con lucidità
poteva avvertire che un’escalation incombeva dietro ogni angolo.
Il
presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohammed bin Zayed, conosciuto
come MBZ, era particolarmente preoccupato. «Ne parlò spesso con me nei mesi che
precedettero la guerra», racconta il presidente Isaac Herzog, che intrattiene
rapporti amichevoli con bin Zayed. «Continuava a trasmettere il messaggio che
occorreva disinnescare la situazione. Mandò perfino un inviato speciale in
Israele, che incontrò il primo ministro. L’emiro sembrava avvertire che la
regione fosse sul punto di esplodere.»
Bin Zayed
parlava anche direttamente con il primo ministro Benjamin Netanyahu. Queste
conversazioni seguivano una procedura abituale. Un rappresentante
dell’ambasciata emiratina si recava nell’ufficio del primo ministro portando
uno speciale apparecchio telefonico che garantiva la riservatezza della
chiamata.
Quella volta, però, la telefonata avviata da bin Zayed fu insolita. Una settimana e mezza prima del 7 ottobre 2023, il sovrano emiratino chiamò Netanyahu dal Palazzo presidenziale di Abu Dhabi e parlò con lui per quarantacinque minuti.
Durante la
conversazione bin Zayed avvertì Netanyahu che il capo di Hamas a Gaza, Yahya
Sinwar, stava preparando una grande operazione contro Israele. Espresse il
timore che l’evento annunciato provocasse un bagno di sangue, destabilizzasse
l’intera regione e compromettesse gli Accordi di Abramo.
Tre fonti
straniere di alto livello conoscono il contenuto della conversazione, la cui
esistenza viene rivelata per la prima volta. La scoperta deriva da un’ampia
ricerca basata su decine di fonti in Israele e nel resto del mondo, tra cui
funzionari di rango molto elevato, registrazioni, documenti interni e
corrispondenza. La ricerca è stata condotta per il nuovo libro degli autori di
questo articolo, Ostaggi: 843 giorni di abbandono, pubblicato in
ebraico da Kinneret Zmora.
Alla
telefonata partecipò anche uno stretto consigliere di bin Zayed, un palestinese
emigrato anni prima da Gaza ad Abu Dhabi e rimasto molto legato alla Striscia.
Secondo il consigliere, il sovrano emiratino insistette con Netanyahu sulla
necessità di prepararsi alla minaccia.
«L’emiro
spiegò che, secondo la sua valutazione, Sinwar stava preparando un avvenimento
di grande portata», racconta il consigliere. «Disse a Netanyahu che Israele
doveva essere pronto. Contemporaneamente raccomandò di cercare una soluzione
economica per la Striscia e di calmare la Cisgiordania, così da impedire
un’escalation.»
Bin Zayed
esortò Netanyahu a prendere sul serio la situazione. Con sua sorpresa, il primo
ministro reagì con relativa calma. Netanyahu disse che, secondo la propria
valutazione, Hamas intendeva agire in Cisgiordania e rassicurò bin Zayed
sostenendo che Israele fosse preparato a qualsiasi eventualità.
Il sovrano emiratino avrebbe poi riferito la conversazione avuta con Netanyahu e l’avvertimento trasmesso anche al direttore della CIA William J. Burns. Bin Zayed raccontò a Burns la sensazione che aveva cercato di comunicare a Netanyahu, ovvero che «qualcosa sta per esplodere», aggiungendo che il primo ministro israeliano riteneva invece che l’area più instabile fosse la Cisgiordania.
«L’emiro
sperava che, malgrado la risposta trattenuta, Netanyahu prendesse sul serio il
messaggio e intervenisse», afferma il consigliere. Nessuno dei presenti
immaginò che il primo ministro avrebbe ascoltato l’avvertimento senza
informarne i capi dell’apparato di sicurezza. Il direttore dello Shin Bet, il
capo del Mossad e il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane
ignoravano tutti il monito di bin Zayed.
Per comprendere
da dove provenisse quell’insolito avvertimento, e perché fosse giunto proprio
attraverso il presidente degli Emirati, bisogna tornare a ciò che era accaduto
dietro le quinte nei mesi precedenti. Con la conoscenza e l’approvazione di
Netanyahu, Israele aveva condotto colloqui con Hamas su una hudna,
una tregua temporanea destinata a favorire un’intesa di lungo periodo nella
Striscia.
I contatti
erano iniziati segretamente nei primi mesi del 2023, mentre si insediava il
governo di estrema destra di Netanyahu. Sinwar aveva affidato l’incarico a
Ghazi Hamad, membro dell’ufficio politico di Hamas. Hamad parla correntemente
l’ebraico e aveva partecipato ai contatti segreti per la liberazione del
soldato rapito Gilad Shalit. Nello stesso periodo venne coinvolto un alto
esponente di Fatah, anch’egli fluente in ebraico. Per prudenza lo chiameremo
«Occhi di carbone», uno pseudonimo. Era considerato una persona affidabile e
accettabile sia per Hamas sia per lo Shin Bet. Il suo compito consisteva nel
trasmettere messaggi fra le parti, affinché i contatti tra Hamas e Israele non
apparissero diretti.
Nella
pratica, quelle conversazioni erano quasi dirette. Ghazi Hamad e Occhi di
carbone sedevano nella casa di Nasser Sarraj a Gaza. Sarraj aveva ricoperto in
precedenza l’incarico di vicedirettore del ministero degli Affari civili
dell’Autorità palestinese. Dalla parte israeliana della linea rispondeva il
funzionario dello Shin Bet responsabile degli ostaggi e dei dispersi. Poiché i
disordini a Gaza potevano danneggiare anche l’Egitto, gran parte delle
discussioni si basava su accordi raggiunti in precedenza tra Gerusalemme e il
Cairo. «L’intero canale diretto fu però nascosto agli egiziani, per timore che
si offendessero dopo essere stati esclusi», afferma un membro della squadra
dello Shin Bet impegnata nella preparazione dei colloqui, «e divenne quindi un
canale personale coltivato da Netanyahu».
In una prima
fase i colloqui riguardarono la graduale revoca del blocco imposto a Gaza e
l’aumento delle forniture di cibo e materie prime destinate alla Striscia.
Venne avanzata anche una nuova proposta. Si pensava di creare zone commerciali
lungo i confini della Striscia con Israele e con l’Egitto, capaci di offrire
migliaia di posti di lavoro ai disoccupati di Gaza. Gli egiziani erano disposti
a concedere agli abitanti della Striscia un «passaggio sicuro» verso
l’aeroporto di Sharm el-Sheikh, che avrebbe aperto loro una via verso il resto
del mondo. Fu inoltre proposta la fornitura di gas naturale alla Striscia dal
giacimento Gaza Marine, scoperto nel 2000 al largo della costa dell’enclave. Il
progetto venne chiamato «G4G», Gas for Gaza.
Nell’estate
del 2023 sembrava che tutte le questioni economiche fossero state risolte.
Restava sul tavolo soltanto l’argomento più delicato, la liberazione dei
prigionieri israeliani e la restituzione dei corpi dei soldati trattenuti nella
Striscia. In cambio del ritorno di Avera Mengistu e Hisham al-Sayed, e dei
corpi di Hadar Goldin e Oron Shaul, Sinwar chiese inizialmente la liberazione
di cinquecento prigionieri di Hamas. In seguito ridusse il numero a
duecentocinquanta e, dopo un negoziato difficile, acconsentì alla liberazione
di soli cinquanta prigionieri. Lo Shin Bet era orientato ad accettare la
scarcerazione di trenta persone, tra cui venti condannati all’ergastolo scelti
da una lista ritenuta accettabile per Israele, in cambio del ritorno dei quattro
israeliani.
L’atmosfera
era talmente ottimistica che Occhi di carbone riferiva ripetutamente che un
accordo con Israele fosse più vicino che mai e che entrambe le parti
considerassero le proposte «opzioni praticabili». Un funzionario di Hamas che
partecipò ai tentativi di raggiungere l’intesa racconta che il mediatore
tornava ogni volta entusiasta e diceva ai colleghi: «Sta succedendo».
Una fonte
della sicurezza israeliana coinvolta nella preparazione dei colloqui conferma
che «alla fine di agosto del 2023 Netanyahu approvò la liberazione di trenta
prigionieri, tra cui venti ergastolani, che sarebbero stati scelti dallo Shin
Bet». A quel punto, spiega, mancava soltanto l’approvazione del Comitato
ministeriale per gli ostaggi e i dispersi, necessaria per liberare prigionieri
e soprattutto persone condannate all’ergastolo.
Netanyahu,
tuttavia, rinviò più volte la convocazione del comitato. Forse temeva di
raggiungere un accordo con Hamas oppure la reazione dei suoi alleati estremisti
nel nuovo governo. Ai rappresentanti dello Shin Bet che gestivano il canale con
Hamas ripeteva di avere paura che la vicenda trapelasse sui mezzi
d’informazione. «E così rimase bloccata, settimana dopo settimana», racconta la
fonte.
Quando
Sinwar cominciò a mostrare insofferenza per la mancanza di progressi, Ghazi
Hamad e Occhi di carbone cercarono di rassicurarlo. Spiegarono che il ritardo
dipendeva dal coinvolgimento di Netanyahu nella grave crisi che attraversava
Israele, con l’avanzamento della riforma giudiziaria e le vaste proteste
pubbliche che ne erano seguite.
Mentre lo
sconvolgimento interno proseguiva, nell’asse della resistenza formato da Iran,
Hamas e Hezbollah si consolidò l’idea che Israele fosse diventato molto più
debole e che i diversi fronti potessero unirsi in una campagna coordinata per
sconfiggerlo. Documenti interni mostrano che proprio allora alti dirigenti di
Hamas accelerarono le richieste rivolte all’Iran per ottenere finanziamenti
destinati all’attacco.
All’inizio
di settembre 2023 Sinwar interruppe improvvisamente ogni contatto con la
squadra negoziale. «Scomparve semplicemente dai nostri radar, si volatilizzò»,
afferma un alto funzionario dello Shin Bet. Una fonte di Hamas spiega che
Sinwar aveva perso la pazienza davanti ai tempi degli israeliani.
Il canale
diretto stabilito tra un funzionario dello Shin Bet e Ghazi Hamad, gestito con
l’approvazione di Netanyahu, venne così interrotto. Avrebbe ripreso a
funzionare pienamente un anno dopo il massacro del 7 ottobre, nel settembre
2024, quando divenne urgente sbloccare l’accordo sugli ostaggi ormai
impantanato.
Nel
settembre 2023, poco prima che il dado fosse tratto, Sinwar organizzò un
incontro privato con Occhi di carbone. «Di’ agli israeliani che, se non faranno
progressi, sto preparando per loro una sorpresa enorme», dichiarò con enfasi.
Per la prima volta pronunciò una parola che avrebbe dovuto far scattare tutti
gli allarmi: «Di’ loro di aspettarsi uno zilzal, un terremoto».
Occhi di
carbone uscì sconvolto dalla conversazione. Decise di consultare un amico
fidato, lo stesso palestinese emigrato da Gaza ad Abu Dhabi che lavorava come
stretto consigliere di bin Zayed.
«Occhi di
carbone era agitato», racconta il consigliere. «Aveva capito che l’operazione
di cui parlava Sinwar poteva avere conseguenze sull’intero Medio Oriente, però
temeva di riferire direttamente l’informazione allo Shin Bet. Temeva ancora di
più che gli israeliani, se lui avesse taciuto, potessero accusarlo di
collaborare con Sinwar. Aveva davvero paura per la propria vita. Decise quindi di
trasmettere il messaggio a bin Zayed.»
«Che cosa
significa?», chiese bin Zayed al consigliere che gli aveva riferito
l’avvertimento di Sinwar.
«Se
dice zilzal, intende guerra», rispose il consigliere.
«Ne sei
sicuro?», domandò l’emiro.
«No, è la
mia interpretazione», rispose il consigliere, «ed è anche il modo in cui l’ha
compreso Occhi di carbone».
Il sovrano
emiratino rifletté, incerto. Lo preoccupava la possibilità che, nel clima di
tensione regionale, il semplice avvertimento sulle intenzioni di Hamas di
iniziare una guerra potesse appiccare l’incendio, forse provocando un attacco
preventivo israeliano. Alla fine decise: «Se non siamo sicuri, per il momento
non trasmetteremo alcun avvertimento agli israeliani. Indagheremo a fondo
finché avremo raggiunto la certezza».
Per
comprendere la gravità della minaccia di Sinwar, venne chiesto a Occhi di
carbone di incontrarlo nuovamente a Gaza. L’incontro ebbe luogo a metà
settembre 2023.
«Allora?»,
chiese Sinwar. «Hai trasmesso il messaggio agli israeliani?»
«No»,
rispose il mediatore.
Sinwar fece
un respiro profondo e, con una voce quieta da incutere paura, gli disse:
«Trasmetti loro il messaggio che sto preparando la madre di tutte le sorprese.
Un’operazione terrificante. Qualcosa di straordinario». Tornò a scandire la
parola zilzal, terremoto. «Ti prego di riferire agli israeliani,
parola per parola, ciò che sto dicendo», ordinò.
Occhi di
carbone telefonò da Gaza al consigliere di bin Zayed e gli riferì le parole di
Sinwar. «Gli chiesi tutti i particolari», ricorda il consigliere, «il tono
preciso della voce e il contesto nel quale erano state pronunciate, soprattutto
per quanto riguardava l’avvertimento dello zilzal. Gli suggerii di
lasciare rapidamente la Striscia di Gaza e di venire a casa mia per un colloquio
riservato. Alla fine dell’incontro capii che né Occhi di carbone né io avevamo
interpretato male il messaggio. Sinwar intendeva entrare in guerra.»
Il
consigliere informò bin Zayed della propria valutazione. Il sovrano emiratino
comprese la portata della minaccia e decise che il messaggio di Sinwar doveva
essere comunicato al più presto agli israeliani, ai massimi livelli.
Il 15
settembre Occhi di carbone e il consigliere trasmisero effettivamente
l’avvertimento allo Shin Bet. Il direttore dell’agenzia, Ronen Bar, chiese di
parlare immediatamente per telefono con il primo ministro. La chiamata venne
organizzata dal segretario militare di Netanyahu, Avi Gil. Bar informò
Netanyahu delle minacce di «terremoto» pronunciate da Sinwar e venne deciso di
convocare una riunione con tutti gli organismi di sicurezza interessati.
«Perché
Sinwar ci mandò un avvertimento?», si chiede oggi retoricamente un alto
funzionario dell’intelligence. «Forse era stanco del modo in cui Israele
trascinava i piedi, voleva costringerci a concludere un’intesa e aveva scarso
interesse a iniziare una guerra. Oppure, come preferiamo pensare, faceva parte
del suo piano del “Grande inganno” e voleva mettere alla prova il grado di
preparazione dell’esercito.»
In entrambi
i casi, l’apparato di sicurezza evitò di correre rischi inutili. La riunione
ebbe luogo due giorni dopo, il 17 settembre, con la partecipazione del ministro
della Difesa Yoav Gallant e dei rappresentanti dell’intelligence militare. Al
termine venne deciso di tenere, quello stesso giorno, un incontro operativo
presso l’ufficio del primo ministro. Furono invitati anche rappresentanti del
Mossad e del Consiglio per la sicurezza nazionale.
Incrociando
l’avvertimento con nuove informazioni di intelligence, i rappresentanti dello
Shin Bet presenti alla riunione ipotizzarono che Sinwar stesse cercando di
mettere le mani su Elizabeth Tsurkov, la ricercatrice israeliana che in quel
periodo era stata rapita e veniva trattenuta in Iraq, per aumentare il numero
di prigionieri palestinesi da ottenere attraverso uno scambio.
Il direttore
dello Shin Bet precisò che si trattava soltanto di una valutazione iniziale e
che l’avvertimento andava preso sul serio. Indicava, a suo giudizio, una
mancanza di deterrenza da parte di Israele e mostrava che «siamo in rotta di
collisione». Bar propose il metodo operativo chiamato «bomba spegni-incendio»,
nome in codice per un attacco improvviso e potente destinato a neutralizzare
rapidamente una minaccia grave. In alternativa chiedeva almeno «energiche
misure difensive» a Gaza e in Cisgiordania, anche solo in preparazione delle
festività ebraiche ormai vicine. La riunione terminò senza alcuna decisione.
Vedendo che
Israele non reagiva al chiaro avvertimento trasmesso allo Shin Bet, il sovrano
emiratino decise di parlare personalmente con il primo ministro israeliano. Fu
così che, alla fine di settembre, ebbe luogo la conversazione di quarantacinque
minuti durante la quale bin Zayed avvertì esplicitamente Netanyahu delle
intenzioni di Sinwar.
Nei medesimi
giorni l’ufficio del primo ministro ricevette una telefonata analoga dal capo
dell’intelligence egiziana, il generale Abbas Kamel. Kamel avvertì Netanyahu
che Hamas stava per lanciare «qualcosa di insolito, un’operazione
terrificante». La giornalista Smadar Perry, che ha pubblicato i particolari
della conversazione sul quotidiano Yedioth Ahronoth, racconta che
Netanyahu rispose anche a Kamel: «A Gaza conosciamo la situazione, abbiamo il
controllo. Il nostro problema è la Cisgiordania ed è là che stiamo trasferendo
le forze».
Il 1°
ottobre, durante una discussione sulle proteste al confine di Gaza e sulle
intenzioni attribuite a Hamas di compiere un attentato in Cisgiordania, il
direttore dello Shin Bet raccomandò ancora una volta di colpire gli alti
dirigenti di Hamas, Sinwar compreso, che «mostrava segni di arroganza». Come
nelle occasioni precedenti in cui gli era stata sottoposta la proposta,
Netanyahu rispose: «Preparate dei piani e li prenderò in considerazione».
«Non diceva
mai di no», spiega un alto funzionario della difesa. «Era il suo modo abituale
di rimandare il confronto con il problema.» Un altro alto funzionario presente
ricorda che, riassumendo la discussione, il primo ministro disse: «Continuate a
lavorare sulla capacità operativa, però per il momento calmate la situazione».
Durante
l’intera riunione il primo ministro non fece alcun cenno alle telefonate di
avvertimento che aveva ricevuto.
«Se avessimo
saputo di quegli avvertimenti, forse avremmo attribuito maggior peso al primo
messaggio ricevuto da Sinwar», afferma un alto funzionario dello Shin Bet.
«Avrebbero potuto chiarire anche le ragioni del suo improvviso ritiro dai
colloqui all’inizio di settembre. Avremmo forse messo insieme gli elementi e
raggiunto una conclusione completamente diversa, capace di modificare l’intero
quadro delle nostre valutazioni.»
Le radici
del complesso rapporto fra Netanyahu e Sinwar risalgono a molti anni prima,
alla liberazione di Sinwar da una prigione israeliana nell’ambito dell’accordo
Shalit del 2011. Dopo essersi impadronito con spietatezza di tutti i centri di
potere nella Striscia, Sinwar cominciò a elaborare una nuova strategia su due
fronti, pensata per liberare Gaza dalla situazione in cui si trovava.
«Sin dalle
prime fasi, forse già in prigione, Sinwar aveva in mente due alternative»,
afferma un alto funzionario dell’intelligence che all’epoca lo conosceva molto
bene. «Da una parte accelerò lo sviluppo delle capacità militari di Hamas,
trasformandolo in un potente esercito terrorista che affrontava ripetutamente
Israele. Dall’altra si convinse che Gaza era stata duramente sconfitta in tutti
i cicli di combattimenti. Malgrado tutto il suo odio verso Israele, riteneva
quindi che si dovesse concedere una possibilità a una vita normale a Gaza,
prima di mettere in azione l’esercito di Hamas qualora l’intesa non si fosse
realizzata.»
Nel 2017
Sinwar decise di compiere un passo sorprendente. Contattò Mohammed Dahlan, suo
nemico giurato, già dirigente di Fatah e oggi uomo d’affari. I due, coetanei e
originari di Khan Yunis, si conoscevano dai tempi dell’università a Gaza e già
allora li divideva una forte ostilità. La tensione era aumentata quando Dahlan,
a capo della sicurezza preventiva dell’Autorità palestinese durante il suo
governo della Striscia, aveva condotto una guerra senza quartiere contro i
dirigenti di Hamas. Quando Hamas prese il potere a Gaza con la forza, Dahlan
finì al primo posto nella lista delle persone da assassinare.
Sinwar
riteneva ora di poter utilizzare Dahlan e i rapporti che questi aveva stabilito
con il governo egiziano e con i servizi di sicurezza israeliani. Nell’estate
del 2017, dopo quasi quarant’anni di distanza e inimicizia, Sinwar incontrò
Dahlan nella sua casa al Cairo insieme ad altri alti esponenti di Hamas. Fra
loro c’erano Mohammed Deif, capo dell’ala militare, e Moussa Abu Marzouk,
membro dell’ufficio politico di Hamas.
Sinwar
descrisse a Dahlan le gravi sofferenze di Gaza e gli chiese di trasmettere a
Netanyahu alcuni messaggi sul suo desiderio di raggiungere un’intesa
soddisfacente. I punti centrali riguardavano l’allentamento del blocco e il
rilancio dell’economia di Gaza, soprattutto attraverso la creazione di posti di
lavoro.
Dahlan
coinvolse gli egiziani perché contribuissero alla mediazione tra Sinwar e
Netanyahu. L’iniziativa creò una rete di rapporti di lavoro indiretti fra
Israele e Hamas. Una parte di questi contatti sarebbe emersa retrospettivamente
nel 2022, quando Meir Ben-Shabbat, già capo del Consiglio per la sicurezza
nazionale, rivelò in un’intervista a Yedioth Ahronoth i
negoziati condotti con Sinwar. Ben-Shabbat mostrò un biglietto che Sinwar aveva
scritto in ebraico e inviato a Netanyahu nel 2018. Diceva: «Rischio calcolato».
«Fu uno dei
momenti più belli del processo», raccontò Ben-Shabbat. «Compresi che Sinwar
seguiva con estrema attenzione ciò che accadeva dalla parte israeliana,
analizzava ogni dichiarazione dei politici, capiva i dilemmi e introduceva in
essi il proprio contributo.»
Nell’agosto
2018 i contatti sfociarono in una riunione di alti funzionari israeliani, alla
presenza del primo ministro. Venne presentato un piano articolato per formulare
un accordo. I quattro israeliani sarebbero stati restituiti in cambio di un
cessate il fuoco reciproco, dell’adesione di Israele a un’intesa e di un
sostanziale allentamento del blocco su Gaza.
La fase
successiva riguardava lo scambio. In cambio della liberazione dei quattro
israeliani, Israele accettava di scarcerare prigionieri di Hamas, compresi
alcuni arrestati durante la guerra di Gaza del 2014, l’Operazione Margine
protettivo. Sarebbero rimasti esclusi i responsabili di attività terroristiche
rilevanti. Il verbale conclusivo della riunione avvertiva che «rinviare un
accordo per lo scambio dei prigionieri e dei dispersi, separandolo dal processo
destinato a raggiungere un’intesa, potrebbe allontanare di anni la soluzione
per il loro ritorno».
Gli alti
funzionari della difesa conclusero che si trattava delle condizioni più
favorevoli per raggiungere un accordo di scambio a costi ragionevoli per
Israele. Netanyahu riassunse la discussione e si impegnò a prendere una
decisione. Il tempo passò. Il primo ministro cominciò a esitare e rinviò l’approvazione
del processo.
Quando
invece gli organismi di sicurezza individuavano un’attività operativa eccessiva
da parte di Hamas, Netanyahu rifiutava ripetutamente di autorizzare una vasta
offensiva. «Era ormai una consuetudine», racconta un alto ufficiale. «Loro
lanciavano razzi, noi rispondevamo, seguiva un ciclo di combattimenti, gli
abitanti israeliani della zona vicina a Gaza erano esausti e si spendeva molto
denaro. L’esercito volle lanciare più volte un’operazione militare ampia e
approfondita a Gaza. Proprio il governo dell’uomo che prima delle elezioni
aveva promesso di “essere forte contro Hamas” insisteva affinché si evitasse
l’escalation e si conservasse diligentemente la “risorsa” chiamata Hamas.
“Calmatevi”, ci dicevano, “lasciateci concentrare sul nord e sull’Iran”.»
Un ex
maggior generale delle Forze di difesa israeliane testimonia di avere sentito
«più di una volta il capo di Stato maggiore, Herzi Halevi, criticare la
politica di contenimento di Netanyahu». Durante le riunioni Halevi ricorreva a
un’immagine molto concreta. «È come avere un chiodo che sporge dal muro di casa
e, invece di estrarlo, riunire tutti i familiari, bambini compresi, per dire
loro: “Quando passate fate attenzione al chiodo”. Accettando di convivere con
il chiodo, non comprendemmo che alla fine, invece di toglierlo dal muro, ci
saremmo rimasti impalati.»
Poi scoppiò
la pandemia di COVID-19 e i contatti fra Hamas e Israele si interruppero.
Israele si concentrò sui nuovi problemi portati dalla pandemia e venne contemporaneamente
trascinato in cinque elezioni consecutive. All’interno dell’asse della
resistenza cominciò ad affermarsi una nuova idea strategica, secondo la quale
si avvicinava il giorno in cui sarebbe stato possibile infliggere un colpo
decisivo a un Israele indebolito. Sinwar continuò a investire ingenti risorse e
denaro nello sviluppo della rete di tunnel a Gaza, addestrando e armando
l’esercito di Hamas in vista della resa dei conti.
Passarono
quasi altri tre anni prima che quel giorno arrivasse. «Quando leggerete queste
nostre parole, migliaia di combattenti del jihad delle Brigate Izz al-Din
al-Qassam usciranno per attaccare gli obiettivi dell’occupazione sionista
criminale e bombarderanno gli avamposti del nemico, le sue concentrazioni di
popolazione e i suoi nodi stradali nella zona meridionale della Palestina
occupata», scrissero Sinwar e i suoi collaboratori Mohammed Deif e Marwan Issa
in una lettera inviata a Hezbollah la mattina del 7 ottobre, nel tentativo di
convincere il leader dell’organizzazione, Hassan Nasrallah, a partecipare
all’operazione. «Supereranno la barriera di separazione per affrontare e
combattere le forze di occupazione e cattureranno soldati e civili.»
Alle 6.29
del 7 ottobre arrivò lo zilzal. A mezzogiorno i social media
israeliani e internazionali erano già invasi dalle immagini spaventose del
massacro, con uccisioni trasmesse in diretta, incendi e distruzioni. Decine di
video mostravano civili rapiti e condotti nella Striscia di Gaza.
Quando il
gabinetto di sicurezza israeliano si riunì, con un certo ritardo, alle 14.45,
mancava ancora una stima chiara del numero dei rapiti. «Al momento risultano
ostaggi quattordici soldati e ventotto civili, mentre con decine di altre
persone è stato impossibile stabilire un contatto», disse il direttore dello
Shin Bet. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich pretese che si ignorassero
i prigionieri, sostenendo che «con una simile disposizione mentale è
impossibile agire».
«Ho
impartito istruzioni alle Forze di difesa israeliane. Nessun negoziato»,
dichiarò il ministro della Difesa Yoav Gallant. «Parleranno con noi soltanto
quando saranno a terra, con la testa sott’acqua.»
In serata il
mondo era ormai sommerso da notizie terribili sul rapimento di centinaia di
uomini e donne, bambini e anziani. Alle 19 il primo ministro del Qatar, lo
sceicco Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, telefonò al direttore del Mossad
David Barnea, con il quale aveva un rapporto amichevole. Il sovrano qatariota
chiamava affettuosamente il responsabile dell’intelligence israeliana «Dedi
Boy». Si erano incontrati appena una settimana prima, alla fine dello Yom
Kippur. Barnea si era recato a Doha per incarico di Netanyahu, chiedendo ai
qatarioti di aumentare l’assistenza finanziaria alla Striscia.
Al-Thani era
agitato. «Ho appena terminato una conversazione con il capo politico di Hamas
Ismail Haniyeh e con il suo vice Khalil al-Hayya, arrivato da poco a Doha»,
spiegò a Barnea. «Li ho minacciati esplicitamente. Se tutti gli ostaggi civili
non saranno liberati subito, ordinerò personalmente la loro espulsione dal
Qatar. Voglio informarti che Hamas è pronto a rilasciare adesso tutti i civili
e noi siamo disposti a mediare.»
La risposta
del direttore del Mossad lasciò al-Thani sconcertato. «Se vogliono liberare i
civili, li liberino», rispose Barnea. «Noi non siamo disposti a parlare con
Hamas.» Il leader qatariota disse ai propri collaboratori: «Questi non sono gli
israeliani che conosco. Questo non è il Dedi Barnea che conosco».
I
collaboratori di Barnea ammettono che, nella prima conversazione, egli sentì
dal primo ministro del Qatar che Hamas era disposto a liberare i civili.
Sostengono tuttavia che l’organizzazione avesse posto condizioni inaccettabili,
tra cui l’arresto dell’incursione israeliana a Gaza e nuovi diritti per i
fedeli sul Monte del Tempio. Il primo ministro qatariota respinge questa
versione. «Il primo giorno i dirigenti di Hamas non imposero condizioni
draconiane», afferma il suo consigliere, «perché la nostra minaccia era reale e
loro non si trovavano affatto nella posizione di imporre condizioni».
Al-Thani
insistette. Telefonò al segretario di Stato statunitense Antony Blinken.
«Ascolta», gli disse, «a Gaza ci sono centinaia di ostaggi e, secondo la mia
valutazione, decine di loro sono civili. Devono essere liberati subito. Ho
offerto agli israeliani la nostra mediazione per concludere rapidamente un
accordo che ne permetta il rilascio, però la proposta non interessa».
Blinken
comunicò ad al-Thani che intendeva recarsi in Israele entro tre giorni.
«Aspettiamo», cercò di rassicurarlo. «Parlerò personalmente con Netanyahu.»
Al-Thani continuò a insistere. «Sai che il tempo è un fattore importante.
Dobbiamo agire subito.» Blinken lo fermò: «In questo momento la situazione è
complessa. Israele è ancora sotto attacco e non esiste un interlocutore.
Aspetteremo tre giorni».
La mattina
seguente, lontano dai colloqui diplomatici tra Israele e Doha, Rawhi Mushtaha,
braccio destro di Sinwar, telefonò da Gaza a Samir Mashharawi, collaboratore di
Dahlan. A nome di Sinwar gli chiese di aiutarli a trovare rapidamente un
mediatore per favorire un cessate il fuoco. Per dare maggior forza alla
richiesta Mushtaha aggiunse: «Il nostro amico sta ascoltando», riferendosi a
Sinwar, collegato alla conversazione.
Mashharawi
riferì la telefonata a Dahlan. Secondo il suo racconto, Dahlan rispose che
«prima di tutto devono liberare tutti i civili, i bambini, gli anziani e i
neonati. Senza questo non esiste nulla di cui discutere. Quello che hanno fatto
è una follia. Non hanno superato una linea rossa, hanno superato una linea
nera. Se libereranno i civili, l’opinione pubblica israeliana avrà la
sensazione che esista qualcosa di cui parlare. Altrimenti, che mangino ciò che
hanno cucinato».
Mashharawi
trasmise il messaggio di Dahlan a Hamas. «Dammi ventiquattr’ore e ti
risponderò», disse Mushtaha. Sorprendentemente richiamò dopo una sola ora.
Portava un messaggio. Sinwar era pronto a liberare tutti i civili. Va precisato
che, quando Sinwar parlava di civili, intendeva soltanto le persone fino ai
diciotto anni e quelle con più di cinquant’anni.
«Mi disse
che, nella prima fase, per loro non costituiva un problema liberare tutti i
civili senza ottenere nulla in cambio», racconta Mashharawi. «Lo giuro, usò
esattamente queste parole. Tutti i civili, senza nulla in cambio. Avevano una
sola condizione. Volevano che introducessimo al più presto un mediatore
concordato, in modo che potessero cominciare immediatamente le trattative su
tutto il resto. Si sarebbe discusso della liberazione di soldati e ufficiali in
cambio di prigionieri palestinesi e poi del blocco di Gaza.»
Dahlan
attivò i propri contatti con lo Shin Bet e trasmise loro l’informazione.
Secondo Mashharawi, «la risposta ufficiosa ricevuta da Dahlan fu che Netanyahu
non voleva parlare di nulla. Voleva soltanto la guerra e l’eliminazione di
Hamas». La concezione degli israeliani era questa. Prima avrebbero eliminato
Hamas, poi avrebbero recuperato gli ostaggi con la forza.
Un alto
funzionario della difesa ammette che almeno alcune proposte per la liberazione
degli ostaggi civili raggiunsero il Mossad, lo Shin Bet e il primo ministro.
Secondo lui, anche se si fosse trattato di proposte concrete, l’apparato
militare impiegò ventiquattr’ore per assumere il controllo della situazione e
la dirigenza politica era ancora più sconvolta. Nei primi giorni nessuno dei
due livelli era in grado di discutere la questione.
«A essere
sinceri», afferma l’alto funzionario, «in quella fase la questione degli
ostaggi non figurava seriamente all’ordine del giorno e nessuno, né a livello
militare né a livello politico, era disposto a discutere la proposta. La
liberazione degli ostaggi non entrò nemmeno nell’elenco degli obiettivi di
guerra formulato dal governo la notte del 7 ottobre. Sarebbe stato possibile
discutere adeguatamente l’offerta e prendere una decisione? Nel merito, la
risposta è sì. L’atmosfera prevalente era però quella successiva a Pearl
Harbor. Avevamo appena subito un colpo brutale, eravamo nel pieno di una
guerra. Chi aveva lo spazio mentale per parlare di fermare i combattimenti e
cominciare subito un negoziato, anche se si trattava di salvare la vita di
decine di persone il cui numero complessivo era ancora sconosciuto?»
Mashharawi
racconta che il 10 ottobre Mushtaha lo chiamò di nuovo, a nome di Sinwar, per
sapere se fosse arrivata una risposta israeliana alla proposta di Hamas. «Gli
dissi che aspettavo ancora una risposta da Israele», ricorda Mashharawi.
«Attesi altri giorni e mi rivolsi nuovamente agli israeliani, però erano del
tutto indisponibili a parlare. Nel frattempo i bombardamenti su Gaza si
intensificarono e divenne impossibile comunicare con Mushtaha e Sinwar.»
Blinken
arrivò infine in Israele dopo sei giorni. Giovedì 12 ottobre, subito dopo il
suo arrivo, incontrò Netanyahu e proseguì poi verso Doha per una riunione con
il primo ministro del Qatar. «Ho sollevato con Netanyahu la questione della
liberazione degli ostaggi, però non ho ricevuto una risposta chiara», disse il
segretario di Stato statunitense ad al-Thani. «Netanyahu non è ancora pronto.»
Al-Thani
ribadì la propria valutazione. Con il passare dei giorni e l’intensificarsi
degli attacchi israeliani a Gaza, che provocavano molte vittime soprattutto fra
i civili, la disponibilità di Hamas a liberare gli ostaggi poteva venir meno.
Blinken promise di tentare nuovamente un colloquio con Netanyahu. Il 14
ottobre, poco dopo che il suo aereo era partito da Doha diretto a Washington,
Blinken inviò ad al-Thani un messaggio. «Netanyahu è pronto ad accettare la
vostra mediazione. Il direttore del Mossad arriverà presto.» Il giorno
seguente, otto giorni dopo l’offerta di mediazione avanzata da al-Thani al
direttore del Mossad, Barnea arrivò a Doha.
Nel
frattempo, come era prevedibile, Hamas aveva alzato il prezzo. Un alto
funzionario dello Shin Bet che aveva compreso la direzione degli avvenimenti
ricorda di avere sostenuto, già il 18 ottobre e dopo il micidiale fuoco
scatenato da Israele su Gaza nei primi giorni, che bisognava fermarsi. «Avremmo
dovuto respirare, stringere i denti, farci forza e sopportare il colpo di
liberare tutti i prigionieri richiesti da Hamas. Poi avremmo dovuto cogliere la
prima occasione per rientrare in guerra.»
«Le prime
ore e i primi giorni dopo un rapimento sono i più importanti», prosegue. «Con
il trascorrere del tempo e l’intensificarsi della risposta militare, entrambe
le parti tendono a irrigidirsi e il prezzo degli ostaggi sale. Dissi che anche
noi dovevamo ricorrere a uno stratagemma. Quando l’idea raggiunse il primo
ministro, rispose: “Nel momento in cui uno stratagemma viene scoperto, cessa di
essere uno stratagemma”. E la questione finì lì.»
Segnali
della disponibilità di Hamas a condurre trattative flessibili raggiunsero anche
il colonnello della riserva Doron Hadar, che aveva diretto per molti anni
l’unità negoziale dello Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane.
«Cominciai a ricevere messaggi e a raccogliere informazioni e altri dati. Il
quadro iniziò a chiarirsi. Anche l’altra parte era sconvolta. Hamas temeva il
danno internazionale causato dalle immagini di centinaia di ostaggi, di
anziani, di donne impaurite e di bambini in lacrime. Avremmo potuto creare un
accordo che, qualora lo avessimo voluto, ci avrebbe permesso in seguito di sostenere
senza difficoltà che Hamas lo aveva violato e di lanciare un attacco.»
«Mi è
chiaro, naturalmente, che la nostra parte era completamente sotto shock e, in
egual misura, furiosa», continua Hadar. «Da una dirigenza ci si aspetta
tuttavia la capacità di separare i processi emotivi da quelli razionali e di
fermarsi un momento per valutare che cosa sia davvero giusto fare. Per esempio,
concludere un accordo con questo diavolo e ucciderlo in seguito.»
A metà
ottobre Hadar partecipò a una riunione nell’ufficio di Ophir Falk, consigliere
di Netanyahu per la politica estera. Si discuteva l’ordine che gli obiettivi
della guerra stavano assumendo. Hadar chiese di presentare la propria
valutazione. «Domandai a Falk: “Dimmi, capisci che cosa sta accadendo? Possiamo
riportare indietro le donne e i bambini, adesso. Si tratta di uno scambio uno a
uno. Possiamo prendere l’iniziativa”.»
Falk
interruppe la discussione e chiese agli altri partecipanti di uscire dalla
stanza. «Continuai», ricorda Hadar, «e gli dissi: “Facciamo avanzare un
accordo. Offriremo loro mille prigionieri, anche duemila se sarà necessario. Il
mondo in questo momento è dalla nostra parte. Esercitiamo pressione
internazionale e portiamo avanti l’accordo”.»
Falk lo
fermò. «Non ci sarà alcun accordo», gli disse. «Questo è l’ISIS. Sono
assassini. Non riceveranno nulla. Devi cambiare mentalità, Doron.»
«Il problema
fondamentale era che Hamas cercava una “fine permanente del conflitto”, come la
chiamava», conclude William J. Burns, l’ex direttore della CIA, con il suo
abituale tono misurato, riassumendo il labirinto nel quale la questione degli
ostaggi sarebbe rimasta intrappolata. «Netanyahu era disposto a prendere in
considerazione soltanto un accordo per una “prima fase”, sostenendo di dover
mantenere costantemente l’opzione di “continuare a distruggere Hamas in
seguito”, secondo la sua definizione. Per noi la difficoltà era sempre la
stessa. Come si poteva risolvere questa contraddizione e riportare indietro
tutti?»
Il risultato
fu che, quando si trattò dei propri cittadini e soldati tenuti prigionieri dal
nemico, lo Stato di Israele cambiò davvero mentalità. Passarono così altri due
anni di guerra prima che venisse firmato un accordo capace di riportare da Gaza
gli ultimi ostaggi, vivi o morti, mentre Hamas era ancora in piedi.
L’ufficio
del primo ministro ha definito l’inchiesta «una menzogna assoluta».
«Il primo
ministro Netanyahu non parlò con il presidente degli Emirati Arabi Uniti nel
periodo in questione e non ricevette da lui alcun avvertimento», afferma la
risposta ufficiale.
L’ex
direttore dello Shin Bet Ronen Bar e l’ex capo di Stato maggiore delle Forze di
difesa israeliane Herzi Halevi hanno dichiarato di non essere stati informati
dell’avvertimento trasmesso dal presidente degli Emirati Arabi Uniti.
Haaretz ha chiesto un commento al
presidente bin Zayed, senza ricevere risposta.
Articolo originale
Shlomi Eldar
e Ruth Yuval, «Revealed: Netanyahu Received an Explicit Warning Days Before
Oct. 7. He Didn’t Brief Israel’s Security Chiefs», Haaretz, 8
settembre 2026.
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