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martedì 13 ottobre 2020

Praga: una storia dimenticata - Francesco Cataluccio

 

In una delle opere più profonde di Milan Kundera, Il libro del riso e dell’oblio (1978), c’è un racconto (La madre) che narra della mamma del protagonista che aveva invitato per il 21 agosto 1968 un amico farmacista a raccogliere le pere nel suo giardino. A causa de «l’ingresso dei carri armati di alcuni paesi stranieri» in Cecoslovacchia, il farmacista non si fece vivo, e nemmeno nei giorni successivi per scusarsi. La donna ci rimase malissimo e non perdonò più l’amico. Il figlio e la nuora furono sorpresi e indignati per tanto egoismo e tanta incomprensione degli eventi storici. A distanza di molti anni però, sopiti i rancori, attendendo la madre, il figlio riflette su quell’episodio. Le conclusioni alle quali giunge sono un po’ diverse da quelle del passato. Tutto sommato non gli appare così sbagliata la prospettiva esistenziale della madre che «in primo piano aveva una grossa pera e da qualche parte, lontano, sullo sfondo, un carro armato non più grosso di una coccinella destinata a volarsene via da un momento all’altro. (…) Il carro armato è perituro e la pera è eterna…»

In questi giorni si ricorda il cinquantesimo anniversario dell’invasione della Cecoslovacchia da parte dei carri armati del Patto di Varsavia, e la conseguente fine della cosidetta “Primavera di Praga”. Si ricorda ma già si tende a dimenticare. L’attuale Presidente della Repubblica cèca, Miloš Zeman, antieuropeo e fautore di un avvicinamento alla Russia di Putin, non è stato presente alle celebrazioni.

«La lotta dell’uomo contro il potere è lotta della memoria contro l’oblio» ha scritto Kundera. Gli individui si agitano nella propria vita quotidiana, e alcuni lottano proprio per uscire da quella cappa di anonimato che costituisce uno degli elementi fondamentali del mantenimento, da parte del Potere, di un consenso passivo della popolazione. Per un paradosso, «è negli scaffali degli archivi della polizia la nostra immortalità». In quegli scaffali si possono rinvenire storie dimenticate di persone che allora si opposero, pagando un caro prezzo, alla “normalizzazione”, al “ristabilimento dell’ordine” di Gustàv Husàk e degli altri dirigenti imposti dai sovietici.

Tra gli “eroi dimenticati” c’è anche un medico dal faccione bonario, un comunista con una vita avventurosa a giro per il mondo, che fu il più coerente protagonista della “Primavera di Praga”: Francišek Kriegel (1908-1979).

Nel 2014, la giunta del municipio di Praga 2 ha rifiutato di concedergli la cittadinanza onoraria (proposta dal consigliere comunale dei Verdi Michal Uhl, figlio degli storici dissidenti Petr Uhl e Anna Šabatová). La motivazione del voto contrario dei rappresentanti dei partiti conservatori Top 09 e Ods fu che “che era stato un comunista”.
Frantisek Kriegel era nato a Stanisławów (oggi Ivano-Frankivsk, in Ucraina), nella Galizia orientale, che apparteneva all’impero Austro-Ungarico, da una famiglia di commercianti ebrei. La sua gioventù fu segnata dalla morte del padre, quando Kriegel aveva appena dieci anni, che gettò la famiglia in una difficile situazione economica e lo costrinse a iniziare subito a lavorare, per aiutare la madre e pagarsi gli studi. Non potendosi iscrivere alla facoltà di Medicina nella vicina Università di Leopoli, a causa del “numero chiuso per gli ebrei”, decise di emigrare: suo nonno e sua madre risparmiarono 500 corone e gli pagarono il viaggio a Praga. Questa somma però non era sufficiente a pagare gli studi di medicina all’Università Carolina, quindi Kriegel fece ogni tipo di lavoro: calzolaio, manovale, venditore di hot-dog negli stadi. Sua moglie ha raccontato che non ebbe molto successo in quest’ultimo lavoro, perché la sua passione per il calcio lo distraeva e invece di vendere preferiva sedersi a guardare la partita. La povertà e l’antisemitismo lo avvicinarono al Partito comunista cecoslovacco (KSČ). Nel 1934 si laureò in Medicina e, nel dicembre del 1936, andò a combattere in Spagna con le Brigate Internazionali. Dopo la sconfitta dei repubblicani si rifugiò in Francia dove venne internato nel Campo di Gurs, ai piedi dei Pirenei.

Nel 1939 aderì alla Croce rossa internazionale e fu inviato, con la Croce Rossa norvegese, in Cina in soccorso delle popolazioni colpite dall’occupazione nipponica. Verso la fine della guerra lavorò come dirigente medico aggregato a reparti cinesi e americani in India e Birmania. Tornato in Cecoslovacchia nel novembre 1945 riprese la professione di medico mettendo a frutto le sue esperienze: parlava, oltre al cèco, il polacco, il tedesco, l’inglese, il francese e il cinese. Prese subito parte attivamente alla lotta politica, come membro del Comitato regionale del Partito Comunista di Praga, coerentemente con gli ideali antifascisti e socialisti che lo avevano sostenuto ed erano assai diffusi tra i giovani cecoslovacchi dopo la conclusione della Seconda guerra Mondiale. La sua partecipazione al colpo di stato comunista del febbraio 1948, come commissario politico delle Milizie popolari, è la cosa che oggi gli viene rimproverata (ma, ha scritto Michael Uhl: “Le fonti storiche documentano che la condotta di Kriegel nel periodo successivo al febbraio 1948 non portò danni a nessuno”). Fu nominato Sottosegretario alla Sanità nel 1949, ma già l’anno successivo fu colpito dalla campagna stalinista contro coloro che avevano partecipato alle Brigate internazionali e gli ebrei, che sfociarono drammaticamente nel Processo Slánský e nelle vaste epurazioni descritte efficacemente nel romanzo La confessione (1968), dell’ex comunista cecoslovacco Artur London (1915-1986).

Soltanto nel 1957 Kriegel poté riprendere la sua carriera medica e divenne Primario nella Clinica Vinohrady di Praga. Ma era evidentemente un tipo inquieto e avventuroso: nel 1960 si trasferì a Cuba come consigliere del governo castrista per l’organizzazione del sistema sanitario. Al ritorno a Praga, nel 1962, Krigiel rifiutò il posto dirigenziale nel Partito (soltanto nel 1966 antrò a far parte del Comitato Centrale), ma preferì farsi eleggere, nel 1964, all’Assemblea Nazionale. Dal 1966 al 1969, contemporaneamente al suo lavoro di dirigente sanitario (nella Clinica Universitaria Thomayer di Praga), continuò la battaglia contro l’ala stalinista del Partito. Con l’affermarsi dei riformatori fu nominato membro del Comitato Centrale del Fronte Nazionale (la coalizione del Partito Comunista e dei suoi partiti satelliti) e membro del Presidium del Comitato Centrale del PCC. Fu tra i fautori della nomina, nel gennaio 1968, dello slovacco Alexander Dubček a Primo segretario del Comitato Centrale.

Dopo l’invasione della Cecoslovacchia, il 21 agosto 1968, venne arrestato dal KGB, con la collaborazione della polizia segreta cecoslovacca (STB), e deportato in aereo a Mosca assieme ad altri sei altri dirigenti (Alexander Dubček, Oldřich Černík, Josef Smrkovský, Josef Špaček, Bohumil Šimon). In Russia vennero tenuti isolati e sottomessi ad un’enorme pressione affinché approvassero l’invasione e firmassero un documento noto come Protocollo di Mosca, che autorizzava l’esercito russo a stabilirsi nel paese e revocava tutte quelle riforme liberali che erano state emesse durante la Primavera di Praga. Kriegel si rifiutò di partecipare ai “negoziati” con i sovietici. Alla fine, tutti i 26 membri del governo cecoslovacco firmarono l’umiliante Protocollo di Mosca. Tutti tranne uno: František Kriegel.

Dopo molti giorni di prigionia in condizioni estreme fu condotto al Cremlino. Lo insultarono e lo offesero in quanto ebreo invitandolo nuovamente a firmare il documento, ma lui rispose: “potete uccidermi o deportarmi in Siberia perché io non firmerò l’accordo”. Il segretario del PCUS, Leonìd Il’ìč Brèžnev, furente, cercò di trattenerlo in Russia, ma il timore che Kriegel potesse trasformarsi in un martire sconsigliò di farlo rimanere a Mosca e così i russi lo riportarono a Praga.
Kriegel, che aveva salvato l’onore della Cecoslovacchia, venne cacciato da tutte le cariche politiche e perse il lavoro, come tutti gli altri dirigenti che si erano piegati al diktat di Mosca. Soltanto Dubček mantenne la sua carica, ma, nella primavera successiva, a causa dei suoi tentennamenti di fronte alle proteste anti-sovietiche, venne rimosso dal suo incarico e, dopo eser stato esiliato a fare, per un anno, l’ambasciatore in Turchia, venne espulso dal PCC nel 1970 e tornò in Slovacchia, dove trovò impiego come manovale in un’azienda forestale. Gli uomini della STB perseguitarono invece sistematicamente Kriegel: irrompendo in casa sua e aggredendo la moglie; tenedogli il telefono sotto controllo; mandandogli lettere nelle quali lo si accusava di attività sioniste; facendolo chiamare dalle imprese funebri che gli dicevano di aver pronta una bara perfetta per le sue dimensioni…

Nel gennaio del 1977 František Kriegel organizzò, con altri intellettuali, artisti e politici cecoslovacchi, la Carta 77 (che inizialmente venne firmata da 247 persone): c’è una bella bella foto che ritrae un pensieroso Kriegel accanto a Havel, capellone e sorridente, al tavolo della riunione. Nella Charta (tra i firmatari c’era anche il grande filosofo Jan Patočka che morì, il 13 dicembre, durante un violento interrogatorio della polizia) si denunciavano i metodi dello stato autoritario e si invitava a lottare per portare la democrazia in Cecoslovacchia. Molti di questi intellettuali furono imprigionati e cacciati dal proprio lavoro (Kriegel lo aveva già perso nel 1969…).
Alla fine del 1979 Kriegel ebbe un attacco di cuore. Fu portato in ospedale sotto scorta degli uomini della polizia segreta, che rimasero a piantonare la porta della stava dove era ricoverato. Kriegel decedette il 3 dicembre. Il governo, temendo che la sua morte potesse provocare manifestazioni (come era accaduto dopo il suicido dello studente di filosofia Jan Palach, nel gennaio del 1969), non diffuse la notizia, proibì qualsiasi tipo di funerale e fece cremare il suo corpo senza nessuna cerimonia.

da qui

martedì 18 agosto 2020

La memoria, i monumenti e la dimenticanza – Francesco Cataluccio

 

Alla periferia di Cracovia, nel quartiere operaio di Nowa Huta (“Nuova Acciaieria”: quello costruito dagli anni Cinquanta dagli “uomini di marmo” del celebre film di Andrzej Wajda), si ergeva nella piazza principale (oggi chiamata Piazza Reagan) una statua di Lenin, oggetto nel corso dei decenni di ripetuti “atti vandalici”.

Agli inizi degli anni Novanta fu abbattuta e svenduta a uno svedese, Bengt Tage Erling Erlandsson, detto Big Bengt (1922-2016), fondatore del grande parco divertimenti “Chaparral” a Hillersturp, nella regione di Småland. La statua è stata esposta pubblicamente una sola volta, nel 2008, e sarebbe poi stata venduta a un’asta.

Altro destino hanno avuto le statue di Lenin (ma anche di Marx, Béla Kun, eroi del lavoro, soldati dell’Amata Rossa) che si ergevano nelle piazze ungheresi. In mezzo alla campagna, a 10 chilometri da Budapest, è stato istituito, nel 1993, il Memento Park, che raccoglie 42 statue realizzate durante l’epoca comunista. Nel 2006 vi è stata collocata anche una copia della statua degli stivali di Stalin: nel 1956 la gente in rivolta si era sfogata contro l’enorme statua del dittatore sovietico, in Dózsa György út, facendola crollare a terra e lasciando sul piedistallo solo gli stivali. Nei parchi, queste statue, che a sempre meno persone ricordano qualcosa, hanno così l’opportunità di una nuova, e più tranquilla, vita, al riparo degli attacchi degli iconoclasti.

Un monumento è un documento, ha scritto lo storico francese Jacques Le Goff, (Documento/Monumento, Enciclopedia Einaudi, vol. 5). La testimonianza di un fatto che si è deciso (mai all’unanimità!) di considerare degno di memoria e di lezione/ammonimento per le generazioni future. Un documento che serve agli storici della mentalità per ricostruire un particolare sentire (che è quasi sempre quello dei vincitori o dei rappresentanti di una cultura in quel momento egemone). Questo ovviamente non ha nulla a che fare con un’oggettiva (sempre che sia possibile) valutazione del valore di un personaggio. Né tanto meno con la Verità, che in greco antico significava: non-dimenticanza (áletheia).

I monumenti hanno molto a che fare con la nostalgia. Nel linguaggio comune la nostalgia è quel particolare moto di commozione per il passato, per ciò che si è vissuto, ma anche che non si è vissuto, se non retrospettivamente, ovvero come rimpianto, che è diventato tipico della cultura contemporanea. Jean Starobinski notò che mentre nel passato la nostalgia designava uno spazio e un paesaggio concreti, le nozioni contemporanee designano soprattutto persone (o le loro immagini, o ancora i loro sostituti simbolici) e una persistenza soggettiva del passato vissuto (cfr. La leçon de la nostalgie, 1966).

I monumenti, in quanto appunto “sostituti simbolici” del nostro rimpianto per qualcuno o qualche fatto accaduto, sono la rappresentazione di una memoria nostalgica che nulla ha a che fare con la verità storica. Per questo motivo i monumenti sono sempre stati oggetto di attacchi e distruzioni, in occasione di rivoluzioni, controrivoluzioni, cambiamenti del comune sentire o obbiettivi dello sfogo della rabbia di alcuni gruppi di persone. Facendo parte delle mille controversie e conflitti che caratterizzano la Storia, i monumenti sono quindi destinati ad essere abbattuti.

Adriano Sofri ha quindi ironicamente sostenuto: “È dovere dei governi e delle autorità pubbliche continuare e moltiplicare l’erezione di statue, in considerazione delle generazioni future. Le generazioni future non devono restare senza niente da abbattere. Innalziamo statue. Investiamo sull’avvenire in cui, più o meno remoto che sia, esse saranno abbattute o demolite o almeno traslocate in qualche periferia. È infatti un futile pregiudizio che si innalzino statue per assicurare un’immortalità: da 40mila anni le statue servono solo a prolungare il tempo degli umani e specialmente dei più notabili e potenti fra loro. I quali, a differenza della moltitudine degli anonimi (almeno fino a quando non è stato universalizzato il quarto d’ora di notorietà) sono destinati a una doppia mortalità: prima in quanto corpi, poi in quanto statue” (A. Sofri, Anche le statue muoiono, in “il Foglio”, 29/VI/2020).

Si parla ovviamente di statue agiografiche: monumenti dedicati a uomini politici ed eroi militari. Oppure a personaggi controversi: come il brutto e immeritato, a mio parere, monumento a Indro Montanelli nei Giardini di Porta Venezia a Milano. Altro discorso va fatto per i monumenti che ricordano le Vittime, i Giusti e i benemeriti della Cultura. Oltre a statue in ricordo di chi è stato ammazzato, torturato, bruciato vivo (come Giordano Bruno), o ha salvato altre persone, le piazze delle città e dei paesi dovrebbero essere piene di monumenti dedicati a poeti, musicisti, artisti, filosofi. Oppure abbellite con opere d’arte.

Trovo bellissima, ad esempio, a Milano, la statua del dito medio, opera di Maurizio Cattelan, davanti alla vecchia sede della Borsa. La statua di Cattelan ricorda il colosso di Costantino, conservato in frammenti nel cortile del Palazzo dei Conservatori nel Campidoglio, a Roma. Il dito (in questo caso il medio) è l’ultima scheggia della statua dell’Imperatore che misurava dodici metri in altezza. Il dito ritto, più che un monito a non perdere di vista ciò che è superiore o un insulto, è soltanto una patetica manifestazione di trionfo, come quando lo usano certi calciatori dopo aver segnato un goal.

I monumenti che celebrano personaggi politici storici (quando non siano delle opere d’arte degne quindi di esser collocate nei musei), dovrebbero essere rimosse e collocate in appositi parchi, come nell’Est Europa. Si immagini, ad esempio, tutte le statute equestri di Vittorio Emanuele o Garibaldi come potrebbero abbellire un prato in una spettacolare cavalcata di bronzi.

I monumenti, in quanto rappresentazioni, in fondo hanno a che fare solo marginalmente con la Memoria. La memoria condivisa è un’utopia. E anche la Verità storica. Nel 1992 si tentò di produrre un testo scolastico di storia su scala europea, radunando un gruppo di dodici storici in rappresentanza di altrettanti Stati europei. Il risultato è stato un fallimentare libro, pubblicato in francese nell’edizione originale: la Storia dell’Europa. Popoli e Paesi.

Nonostante le Raccomandazioni per i Professori di Storia, emanate nel 2001 dal Consiglio d’Europa, ci si è dovuti accorgere che, proprio a partire da quell’anno, l’interesse politico per un approccio storiografico di tipo nazionale andava rapidamente crescendo nei curricola scolastici di molti Paesi, con una conseguente diminuzione d’interesse per le tematiche europee. Dopo secoli di guerre e massacri, confini che si sono spostati decine di volte, la Memoria degli europei è frammentata come i linguaggi dopo il crollo della Torre di Babele. È impossibile avere una memoria comune e cercare di aiutarla scrivendo una Storia dell’Europa che metta d’accordo e accontenti tutti. La complessità è tale che non si fa ridurre e risolvere con dei compromessi. Così come molto rari sono appunto i “monumenti comuni” europei.

Non è quindi dalla Storia che si può pensare di creare una coscienza europea condivisa. Bisogna partire dai Valori comuni e comprendere come il Nazionalismo, facendo leva sulla Memoria e sulla Lingua, ha sì generato, alle origini, emancipazione, autonomia e indipendenza dei popoli, creando appartenenza e identità (e monumenti!), ma i suoi prodotti peggiori, lo stato nazionale, il populismo, il totalitarismo, hanno assunto l’altro, il diverso, prima come straniero poi come nemico, e infine gli hanno negato, con la discriminazione razzista e la guerra, il diritto ad esistere. Il nazionalismo, del quale molti monumenti sono espressione, ha portato ad Auschwitz, Hiroshima e Nagasaki, a Srebrenica.

da qui