Dopo i
saccheggi del weekend, tra decreti sicurezza e lamenti sull’Occidente
assediato, il dibattito pubblico si è ridotto a moralismo. Ma il nodo del
rapporto tra conflitto e politica resta, ed è tornato a essere nominabile.
Una delle cose più tristi del “dibattito”, si fa per dire, di questi giorni è il moralismo. Leggendo la sezione commenti del Corriere della Sera sembrerebbe che la gravità dei saccheggi e degli scontri del weekend sia di poco inferiore a Hiroshima e Nagasaki e di poco superiore all’11 settembre. Non a caso, il governo Meloni ha pensato bene di lavorare all’ennesimo decreto sicurezza: in effetti mancano le fattispecie di reato, e i giovani, i giovani “maranza”, i “centri sociali” potrebbero farla franca e, in futuro, cavarsela con pochi anni di carcere invece di prendersi un bell’ergastolo per non aver ricambiato il saluto cordiale di un poliziotto.
I barbari alle porte (della
Feltrinelli)
Questo
weekend a Milano è stato assaltato l’Occidente, dicono. Da dei barbari,
che, come noto, con il loro arrivo portano al collasso dell’impero. Reprimere
per fermare il declino è quindi la soluzione a cui mirano la destra e i
conservatori mascherati da liberali. Uno spettro si aggira per l’Europa: l’islamogauchisme,
l’alleanza tra estrema sinistra e fanatismo islamico con addentellati nelle
università woke. Lo dice Trump, lo dicono alcuni giornali, lo favorisce
Putin per destabilizzare le altrimenti idilliache democrazie, inoculando un po’
di sovreccitazione da casseur che non può che esprimersi nella forma,
come detto, barbarica dell’assalto ai negozi.
E ci sono
ulteriori aggravanti: questi giovani non si mettono a rubare il pane e lo
stretto necessario. No, questi scarafaggi in tute acetate vogliono le scarpe
Prada o Nike. Il consumismo e i social gli hanno fritto il cervello, non come
un tempo, quando si assaltavano prima la Bastiglia, poi i forni per il pane,
quindi il Palazzo d’Inverno e infine le sedi del MSI. La massima forma di
estraneità alla tradizione politica occidentale e, nel nostro caso, italiana è
l’assalto alla libreria Feltrinelli. Aldo Cazzullo, Francesco Merlo e, ipotizziamo, tanti altri, a
partire da questo scandaloso gesto si sono dilungati in varie accorate riflessioni.
Questi non sanno chi fosse il grande Giangiacomo, saltato in aria sotto un
traliccio: non sono di sinistra, non leggono i tascabili, non si inchinano
davanti al peso del grande Canone occidentale di Harold Bloom (in realtà pubblicato da Bompiani,
ma vabbè). E dov’erano i genitori? E come mai vogliono consumare? E maledetto
sia TikTok! Queste e altre domande, che un’intelligenza artificiale
articolerebbe forse con più originalità, infestano la discussione pubblica e
politica di questi giorni.
Il saccheggio
Dall’altro
lato, sembrerebbe che ci sia, in alcune aree, maggiore tolleranza per i
disordini, una predisposizione per la vecchia e sempre abbastanza valida
spiegazione sociologica: si incendia perché si è marginalizzati e discriminati,
e il consumismo non è il vizio delle underclass indebitate ma una forma
più sofisticata di immaginario culturale ed etico. All’eccesso di moralismo a
buon mercato di molti media, insomma, pare contrapporsi un’insofferenza diffusa
che tende a comprendere con carità interpretativa, e talvolta a giustificare, i
disordini. I saccheggi sono stati paragonati a forme di potlatch,
il consumo festoso e improduttivo dei beni accumulati da una comunità, alla dépense,
lo spreco, direbbe qualcuno, ma non divaghiamo. Per alcuni sono
momenti che aprono nuovi spazi politici, di eversione del nesso tra la vendita
della forza lavoro, il salario e il consumo. Per altri sono eventi che
prefigurano nuove comunità, rompono la temporalità politica classica e
permettono l’appropriazione delle strade in un qui e ora dagli echi talvolta
messianici. Furio Jesi scriveva, ad esempio: «Ci si
appropria di una città fuggendo o avanzando nell’alternarsi delle cariche,
molto più che giocando da bambini per le sue strade o passeggiandovi più tardi
con una ragazza. Nell’ora della rivolta non si è più soli in città».
Purtroppo,
come prevedibile, non finirà bene. Non ci sarà nessuna destituzione dell’ordine
costituito, né l’emersione di nuove forme istituzionali nate o stimolate dai
tumulti, secondo la visione machiavelliana per cui le buone leggi seguono le
insorgenze sociali, e ne hanno bisogno. Al contrario, molto probabilmente questi
eventi favoriranno un’ulteriore saldatura tra Vannacci e Meloni, con il
centro che, come al solito, fornisce argomenti e copertura mediatico-morale
all’illiberalismo di questa destra. Con una positiva eccezione: Giuliano Ferrara, che, se da un lato sottovaluta la
pericolosità di Piantedosi, dall’altro, di fronte al panpenalismo
seguito al weekend, ha invitato alla calma.
La sinistra e il nodo della
violenza
Alla
cosiddetta sinistra non spetta né il compito di interpretare queste piazze né
quello di provare a guidarle per incanalarne la forza. La sinistra radicale, più avvezza a maneggiare la palla
infuocata del discorso sui mezzi e sui fini e sulle forme legittime del
conflitto, prova a distinguere tra dialettica delle armi e armi della
dialettica. Il centrosinistra, non a torto, attribuisce a Meloni la
responsabilità sociale e l’inefficacia della repressione come ragione del
mondo. Chiaramente, gli scontri del weekend non sono stati orchestrati da
nessuna piovra globale, ma sono emersi, come già in altri contesti e in altri
tempi, all’incrocio di vari fattori che non si possono ridurre a piccole
formule da consumare in fretta. Il fatto che non rientrino immediatamente nella
grammatica politica a cui siamo abituati, però, non significa che le siano
estranei. La politica non è solo il plebiscito elettorale, e non è solo la
sfilata non violenta, come direbbero alcuni. Günther Anders, ad esempio, sosteneva che
quest’ultima avesse esaurito la sua carica: contro la minaccia atomica, che
rischiava di distruggere l’umanità, era tempo di fare paura a chi ne era
responsabile. Più recentemente, dopo gli scontri seguiti alla morte di George
Floyd, lo storico afroamericano Robin D. G. Kelley scrisse sul New York Times, a proposito della violenza del
potere: «Il vero istigatore delle rivolte, sosteneva Martin Luther King Jr.,
era la supremazia bianca. Il razzismo è responsabile delle condizioni di
degrado dei ghetti, che costituivano il terreno fertile per la ribellione.
Aggiunse: “Se si confrontassero le violazioni della legge commesse dall’uomo
bianco nei ghetti nel corso degli anni con quelle commesse durante i pochi
giorni di rivolta, il vero criminale incallito sarebbe l’uomo bianco”».
Come noto,
il rapporto tra violenza e politica ha una tradizione millenaria, e così
il dibattito che lo riguarda: dalla guerra giusta, discussa all’interno del
pensiero teologico, alle insurrezioni anticoloniali e urbane moderne e
contemporanee, fino a queste vicende più limitate. Per quanto sgradevole, il
nodo è ineludibile. Più di dieci anni fa, in tempi renziani ma anche di
vigorosa opposizione alla TAV, su Repubblica ci fu un dibattito sul
conflitto politico a cui parteciparono, tra gli altri, Marco Revelli, i Wu Ming e Mario Tronti.
Se allora si
trattava di prendere le distanze dalla violenza, in modo comprensibile e un po’
rituale, per affermare però la necessità di una dialettica politica anche
aspra, mi sembra che oggi la questione del conflitto, con la sua sporcizia, il
suo caos, la sua imprevedibilità, sia tornata nominabile. Un effetto, ad
esempio, è l’universalismo concreto della partecipazione ai saccheggi: checché
ne dicano i servizi e Crosetto, agli scontri hanno partecipato anche italiani
bianchi da generazioni, e non solo quelli che vengono chiamati, con un termine
razzista e tuttavia infamemente sdoganato, “maranza”. Non è moltissimo,
ma non è neanche nulla.
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