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venerdì 8 settembre 2023

Privatocrazia sanitaria - Nicoletta Dentico

 



Parecchi anni fa, in taxi per le strade di Nairobi, ricordo lo sbalordimento quando il taxista dichiarò en passant, ma con sarcastico sollievo, che nell’eventualità di un incidente con la macchina, la mia presenza a bordo avrebbe garantito la disponibilità di una carta di credito per accedere al pronto soccorso anche per lui.

Già la privatizzazione della salute in Kenya rivelava le sue aberranti manifestazioni, incluso il fatto che – come raccontava il taxista con angoscia – anche partorire in ospedale comportava un costo che la maggior parte della popolazione non poteva permettersi. I parti difficili finivano male, perlopiù, era accaduto anche a sua figlia.  

Oggi, nel paese che nel 2000 si collocava al secondo posto al mondo (dopo la Francia) per la qualità del servizio sanitario nazionale secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), ci stiamo dirigendo – un passo alla volta, neppure tanto lentamente – nella stessa paradossale direzione. La brutale esperienza italiana della pandemia è stata rimossa in un soffio, un fastidioso ricordo del passato, malgrado le molteplici perduranti e visibili conseguenze.

Ritorna in voga invece la stagione dei tagli alla sanità pubblica, come se non bastasse lo schiaffo in faccia delle insufficienti risorse del PNRR assegnate ai servizi sanitari devastati da Covid-19.

I tagli al comparto della salute fanno capolino già dalle prime bozze della legge di bilancio, in stupenda sintonia con le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che prevede 143 paesi sotto la morsa di nuove riforme di austerity entro la fine del 2023 (Ortiz e Cummins, 2022): l’85% della popolazione mondiale!

Ma torniamo in Italia. Mentre si (ri)accende il dibattito politico sulla scandalosa crisi della sanità pubblica, incalzato da acuminate inchieste come quella recente su sanità e assicurazioni de Il Fatto Quotidiano e da opinioni di esperti che pesano  la portata sociale del collasso del sistema sanitario nazionale – si legga Antonello Maruotti su Avvenire in merito al constante impoverimento della popolazione italiana alimentato dai costi delle prestazioni essenziali – emergono dalle strutture private accreditate sollecitazioni che ravvivano le angosce del taxista kenyano: il pronto soccorso privato, a pagamento.

Un accesso ai servizi di emergenza che non dipende dai codici rossi, ma dai codici delle carte di credito e dei conti correnti bancari!

Il percorso di privatizzazione della salute in Italia torna alla grande dopo la breve pausa pandemica, senza trovare alcun ostacolo. La situazione ha raggiunto livelli più che allarmanti: almeno il 60% dei fondi pubblici finisce in mano ai privati, in particolare per l’acquisto di servizi medici e farmacologici; più del 50% delle istituzioni sanitarie che si occupano di malattie croniche sono in mano ai privati, così come lo sono più dell’80% delle istituzioni di assistenza sanitaria residenziale.

L’Osservatorio GIMBE ha calcolato oltre 12 miliardi di sprechi e inefficienze, assorbiti da sovra e sottoutilizzo dei servizi sanitari, con prestazioni che sono fornite in assenza di un adeguato coordinamento, con crescenti disuguaglianze di accesso tra regioni, interne alle stesse regioni (fra aree urbane e rurali), fra popolazioni in stato di bisogno,  con scarsa uniformità di protocolli,  segmentazione di gestioni amministrative a cui si associano di volta in volta ricorrenti fenomeni di disinvestimento e riallocazioni di risorse (finanziarie e umane).

La cronica mancanza di finanziamento alla sanità pubblica – una metastasi cui hanno contribuito con grande spirito di continuità i governi di ogni colore politico – si è saldata con la mancanza di programmazione e con la sostanziale assenza di un dialogo sociale in grado di coinvolgere le realtà interessate della società civile.

Questo scenario ha prodotto danni incalcolabili e consegnato la sanità pubblica al privato sociale (che ne ha fatto un progettificio per la gestione delle crescenti marginalità) e al privato profit che ne ha fatto territorio sconfinato di profitto.

Una forte spinta a queste dinamiche di decostruzione del servizio sanitario nazionale è venuta dalla devolution sanitaria scaturita dalla riforma del Capitolo V della Costituzione, una classica ricetta neoliberista somministrata da decenni in tutto il mondo contro ogni realistica evidenza, precisamente con lo scopo di erodere ogni capacità politica dei governi in ambito sanitario.

Le esternalità negli esiti di salute sono immense.  In Italia, lo abbiamo registrato con la pandemia, la regionalizzazione è stata uno dei fattori di più acuta debilitazione della risposta italiana all’inatteso virus SARS-CoV-2.

Il dato relativo alla fragilità strutturale derivante dalla regionalizzazione della salute in Italia era stato prontamente identificato nel primo rapporto dell’Oms sull’impatto del nuovo coronavirus, relativo all’Italia, pubblicato il 13 maggio 2020 e rimosso solo dopo 24 ore dal sito Oms.

Ma la progressiva privatizzazione della sanità avanza in tutto il mondo, quello italiano è solo il tassello di un fenomeno più ampio e globale.  In un magnifico saggio pubblicato nel 2020 con il titolo The Privatized State(tradotto in italiano: Privatocrazia. Perché privatizzare è un rischio per lo Stato Moderno), Chiara Cordelli spiega come i processi di privatizzazione non comportino affatto una riduzione della spesa pubblica complessiva né delle dimensioni dello stato, laddove subentra invece una ripartizione del potere politico all’interno di un sistema amministrativo il cui la gestione della funzione pubblica viene delegata, sic et simpliciter, ai privati.

In altre parole, i privati vengono chiamati ad operare come amministratori pubblici e i fondi pubblici finiscono nelle mani dei privati, che operano come agenti dello Stato, sicché lo Stato si trasforma nella sua propria essenza, ed in ultima analisi si privatizza. Con esiti disumanizzanti nel caso della salute, come già avviene nel sud del mondo.

Il modello della sanità privata si diffonde a macchia d’olio anche grazie all’azione di istituzioni finanziarie internazionali, Banca Mondiale in testa. Queste destinano ingenti fondi pubblici al settore privato con l’obiettivo dichiarato di promuovere lo sviluppo economico nei paesi poveri, combattere la povertà e migliorare i servizi sanitari.

Le conseguenze sono semplicemente sconvolgenti, come racconta con rara potenza di denuncia il rapporto Sick Development, frutto di una complessa e coraggiosa ricerca di Oxfam sulla privatizzazione della salute in Africa. La ricerca è associata ad un secondo rapporto dal titolo First,do no Harm, che include un approfondimento sull’India.

“E’ terribile vederla così, il suo corpo è trasformato. Non sembra più nemmeno un corpo, ma un ammasso di pietra”.  Franciska Wanjiru parla della salma di sua madre, trattenuta da due anni presso il Nairobi Women’s Hospital per il mancato pagamento delle spese ospedaliere. Il suo debito equivale a 43.000 dollari.

La storia di Franciska non è un caso estremo ed eccezionale – nel 2017 una donna si è vista trattenere il figlio appena nato per oltre tre mesi, perché incapace di pagare i 3000 dollari richiesti per il parto, e la detenzione dei pazienti, e delle loro salme, come forma di intimidazione e di estrazione finanziaria è andata avanti in Kenya anche dopo il pronunciamento di un tribunale contro l’ospedale per violazione della Costituzione.

Più di recente, nel marzo 2021, la Corte Suprema ha imposto al Nairobi Women’s Hospital un risarcimento di oltre 27.000 dollari a favore di Emmah Muthoni Njeri, illegalmente detenuta per oltre cinque mesi. E poi ci sono le ritorsioni contro il personale sanitario per aver affrettato le dimissioni dei pazienti, le pressioni sul personale medico perché richieda nuove diagnosi, la raccomandazione ai pazienti di interventi chirurgici inutili. Tutto documentato nel rapporto, inclusa la paura dei familiari che temono ritorsioni sui loro cari. 

Sia chiaro: il Nairobi Women’s Hospital non è una mela marcia, e il problema non riguarda solo il Kenya. In molti paesi a basso reddito, ospedali privati sfruttano i bisogni di comunità spesso prive di strutture sanitarie pubbliche e abusano dei pazienti.

Imprigionandoli se non pagano il conto, negando loro il pronto soccorso se son poveri, strattonandoli finanziariamente con tariffe improponibili anche quando spetterebbero loro cure gratuite, sospingendoli in un abisso di dolore e impoverimento di cui vengono investiti familiari e amici, e da cui è praticamente impossibile riscattarsi. Non guardano in faccia a nessuno, neppure le partorienti.

I Lagoon Hospitals in Nigeria, il quarto paese al mondo per mortalità materna, annunciano tariffe convenienti per un parto a patto di avere un’assicurazione privata (il 97% della popolazione né è priva), una copertura aziendale o il contante.

La convenienza corrisponde a nove mesi di reddito per il 50% più povero della popolazione, a 9 anni per il 10% di fascia più bassa. In India due ospedali convenzionati, rispettivamente negli stati di Chhattisgarh e Odisha, hanno rifiutato cure gratuite a titolari di assicurazioni governative e altre esenzioni, costringendo le famiglie di questi pazienti a “conseguenze finanziarie catastrofiche”.

Oxfam racconta dettagli raccapriccianti: medicinali messi in conto al prezzo gonfiato del 50%, cateteri monouso riutilizzati e addebitati più volte, casi da medicina d’urgenza rifiutati per insufficienza finanziaria (sebbene la legge in India imponga l’obbligo di cure d’emergenza per gli incapienti).

Neppure la pandemia Covid-19 è servita per immunizzarli, questi privati. Quale migliore occasione del resto? Nel culmine dell’emergenza hanno volteggiato sulla paura e sui sintomi dei pazienti senza farsi scrupoli. In Uganda, il Nakasero Hospital di Kampala faceva pagare un letto in terapia intensiva l’equivalente di 1.900 dollari al giorno. Al TMR Hospital, i familiari di un paziente poi deceduto a causa del virus si sono ritrovati l’esorbitante conto di 116.000 dollari da saldare.

La vera patologia sta a monte: i proprietari e gestori di questi ospedali non riescono a pensare alla salute se non in termini di lucro.  E questo scandalo ci riguarda direttamente. Gli ospedali privati di cui racconta il rapporto di Oxfam sono foraggiati dalle istituzioni finanziarie europee per la cooperazione allo sviluppo.

I ricercatori hanno rintracciato circa 400 investimenti in capo a tre entità nazionali europee – la British International Investment (BII), la Proparco francese e la Deutsche Investitions und Entwicklungsgesellschaft (DEG) – poi alla Banca Europea per gli Investimenti (BEI) e infine alla International Finance Corporation (IFC), il braccio privato della Banca Mondiale. Intrecciate fra loro più volte nei finanziamenti.

La ricerca riesce a individuare 358 investimenti ad aziende sanitarie private nei paesi a medio e basso reddito fra il 2010 e il 2022, per un totale di 3,2 miliardi di dollari. Il 56% degli investimenti europei sono destinati a ospedali privati e ad una miriade di providers privati soprattutto in Africa e in Asia, tramite intermediari finanziari del comparto sanitario. La Banca Mondiale risulta co-investitore in almeno 42 delle operazioni di intermediazione finanziaria e in almeno 112 investimenti diretti ad aziende private.

La mobilitazione finanziaria a favore dei privati per la salute dei paesi poveri si aggancia da qualche anno agli obiettivi per lo sviluppo sostenibile, in particolare alla copertura sanitaria universale, tema prioritario nella agenda internazionale. Le operazioni si costruiscono tuttavia nel più sorprendente deficit di trasparenza e di accountability – è stato arduo estrarre le indispensabili informazioni, ancora troppo scarse.

Le numerose operazioni, in aumento dopo la pandemia (per quanto riguarda la Banca Mondiale), si dipanano in una trama invisibile di intermediari finanziari, perlopiù fondi di azionariato privato, impenetrabili anche perché hanno sede nei paradisi fiscali – l’80% dei 140 intermediari intercettati da Oxfam sono domiciliati alle Mauritius e alle Isole Cayman.  Privatizzazione e finanziarizzazione della salute vanno a braccetto allegramente nel sud del mondo con i nostri soldi, ma sempre più dettano legge anche da noi, malgrado la pandemia e le sue inequivocabili lezioni.

Il rapporto di Oxfam dà la sveglia, per questo va letto con molta cura per la visione prospettica che rilancia anche ai paesi ricchi: la salute pubblica, universalista e gratuita, è la via maestra. Non si può trattare su questa materia.

L’alternativa è una disumanizzazione che non ha nulla a che vedere con la salute e la sostenibilità, se non quella degli affaristi privati che senza scrupoli ne approfittano, anche in Italia. Pensiamoci! E mobilitiamoci per salvare il nostro servizio sanitario pubblico, se non vogliamo fare la fine di Franziska ed Emmah.

da qui

mercoledì 19 ottobre 2022

Il 19 ottobre 1905, in Kenya, viene trucidato a tradimento Koitalel Samoei - Benigno Moi

 

PREMESSA

La morte di Elisabetta II d’Inghilterra è stata anche l’occasione, a fronte dell’incredibile, sproporzionata e edulcorata copertura mediatica data alla morte e ai funerali della monarca, di contrastare la favola della “regina buona e amata da tutti i suoi popoli” ricordando i crimini e gli abomini del colonialismo britannico, dei quali la “Lilibet” e la sua famiglia non erano certo indenni. In mezzo alla marea di imbarazzanti necrologi che hanno fatto apparire monarchici anche parte della politica e della cultura che si credeva convintamente repubblicana (quantomeno) qualcuno è riuscito a far circolare foto e documenti che ricordavano le stragi e gli atteggiamenti apertamente razzisti del Regno Unito nei confronti delle sue colonie o ex colonie. Anche risalenti al lungo periodo di regno della stessa Elisabetta, al periodo formalmente post-coloniale.

 

Per le stesse ex colonie il passaggio dello scettro dalla vecchia Elisabetta all’ormai già stanco e depotenziato Carlo III, è stata l’occasione per ribadire alcune richieste di risarcimento [i], morale, simbolico ed economico, avanzate da decenni al Regno Unito, dandogli l’opportunità di rimediare almeno simbolicamente ad alcuni dei più vergognosi lasciti del colonialismo.

Pochi giorni dopo la morte di Elisabetta l’avvocato della Contea di Nandi, in Kenya, George Tarus, ha rilasciato una dichiarazione all’agenzia di stampa francese AFP [ii] in cui rilanciava la richiesta ai governanti inglesi, ed in particolare al nuovo re, Carlo III, di restituire al Kenya la testa dell’eroe della resistenza al colonialismo inglese Koitalel Arap Samoei, affinché possa essere seppellito nella sua terra con gli onori che merita. Restituendo un poco di dignità e giustizia ad una delle vittime più note delle tante e vergognose storie del colonialismo britannico.

Koitalel Arap Samoei

Koitalel Samoei era il quarto figlio di Kimnyole Arap Turukat, [iii] un orkoiyot [iv] della popolazione Nandi, nell’attuale Kenya. Kimnyole viene ricordato perché, prima ancora che gli europei mettessero piede nella regione, parlò di un “serpente di ferro” che avrebbe distrutto e divorato le loro terre, portando uno strano uomo dai capelli rossi. La profezia di Kimnyole si avverò alcuni anni dopo, quando nel 1896 l’Inghilterra iniziò la costruzione della Uganda Railway, la linea ferroviaria che doveva collegare l’Uganda e l’interno del Kenya al porto di Mombasa, sull’Oceano Indiano, per garantire meglio lo sfruttamento delle ricchezze delle regioni dei Grandi laghi.

Kimnyole morì nel 1890 e non fece in tempo a vedere avverarsi la sua profezia. Toccò invece al figlio Koitalel (che dopo una controversia coi fratelli sostituì il padre alla guida spirituale e militare della comunità Nandi) averci a che fare, e combattere per undici anni la brutalità con cui fu portato avanti il progetto di costruzione della linea ferroviaria da parte del governo coloniale britannico. Linea ferroviaria che gli stessi inglesi ribattezzarono Lunatic Express, a causa degli immensi costi, in soldi e in vite umane, che comportò la faraonica opera.[v] Solo per reprimere le proteste sono state calcolate almeno 20.000 morti.

La trappola

Il 19 ottobre del 1905, un giovedì mattina, fu organizzato un incontro fra gli inglesi, guidati dal l’ufficiale coloniale britannico Richard Henry Meinertzhagen [vi]  e la resistenza Nandi, capeggiata proprio da Koitalel, per aprire una trattativa di pace. All’incontro tutti si sarebbero dovuti presentare disarmati, e così fece Koitalel, approssimandosi con la mano tesa a Meinertzhagen, che confermando la sua crescente fama di personaggio infido e crudele (aveva già dato ordine negli anni precedenti di bruciare interi villaggi senza preavviso), invece di tendere a sua volta la mano tirò fuori una pistola, con la quale sparò e uccise l’orkoiyot, mentre i suoi massacrarono il resto della delegazione Nandi venuta all’appuntamento...

continua qui

giovedì 21 gennaio 2016

è morto Salah Farah




…in Kenia, ai confini della Somalia, un gruppo giovanile affiliato ad Al Khaidaattacca un autobus, lo blocca, fa scendere i passeggeri e poi dice ai musulmani di risalire, per ammazzare i cristiani che rimangono.
era gia’ successo tre o quattro volte in Kenia quest’anno.
ma i musulmani rifiutano, anzi al momento dell’assalto alcuni si sono perfino scambiati i vestiti con i cristiani, per non farli individuare.
missione fallita.
fallita la missione omicida dei fanatici islamisti.
fallita la missione dei razzisti nostrani che seminano l’odio dipingendo tutti gli islamici come dei potenziali assassini.
. . .
sempre a proposito di quanto sia stupido cercare di far passare il mondo islamico in quanto tale per potenziale terrorrista, ecco un sondaggio attendibile condotto in 12 paesi dell’area islamica medio-orientale, divulgato sempre dallo Spiegel.
evidenzia che l’89% degli intervistati rifiuta la politica dell’ISIS.
anche se un 11% di favorevoli non e’ certo una percentuale confortante, la maggioranza dei contrari al terrorismo resta assolutamente schiacciante.
pero` il dato piu’ interessante e’ che la percentuale dei contrari e’ altissima nei paesi direttamente toccati o minacciati dal Califfato: contrari in Libano il99%, il 97% in Giordania e in Iraq.
mentre la percentuale piu’ alta dei favorevoli, ben il 26%, si ha in Mauritania, lontana dal pericolo di essere effettivamente conquistata da loro.

…Quando il 22 dicembre scorso i jihadisti di Al-Shabaab sono saliti su un autobus, a pochi chilometri da Mandera, hanno cercato di dividere i cristiani dai musulmani, per uccidere i primi e risparmiare i secondi, seguendo il modus operandi della strage di Garissa. Ma sull’autobus la tattica non funzionò perché Salah Farah, invece di pensare a salvarsi, nascose i cristiani e sfidò i terroristi: «Uccideteci tutti o lasciateci in pace».

Prima di scappare, gli Al-Shabaab uccisero due uomini e ne ferirono tre, tra cui Salah. Il vicepreside della scuola elementare di Mandera, dopo essere stato portato all’ospedale locale per una ferita alla gamba, venne trasferito il giorno di Natale a Nairobi, al Kenyatta National Hospital. Nei giorni seguenti Salah ha rilasciato diverse interviste, spiegando il suo gesto: «La gente dovrebbe vivere in pace. Solo la religione ci distingue dai cristiani ma siamo fratelli, per questo chiedo ai miei fratelli musulmani di prendersi cura dei cristiani e viceversa, così da vivere insieme in pace»…

…Farah era musulmano, prima di morire ha fatto in tempo a raccontare che si era rifiutato di sacrificare i passeggeri cristiani perché credeva fermamente nella convivnza pacifica tra musulmani e non musulmani. E quel giorno sull'autobus non è rimasto solo, altri passeggeri musulmani a bordo lo hanno affiancato, dando i loro veli ai cristiani perché si confondessero, perché non fossero riconoscibili.

"Siamo fratelli", ha detto Farah a Voice of America all'inizio di questo mese. "E' la religione a fare la differenza, quindi chiedo ai miei fratelli musulmani di prendersi cura dei cristiani in modo che i cristiani possono prendersi cura di noi".

giovedì 9 aprile 2015

Non volevo vedere quella foto - Igiaba Scego

Non volevo vedere quella foto.
La foto del massacro del campus universitario di Garissa che ha lasciato per terra 148 studenti.
Ho fatto di tutto per non incrociarla su Twitter. Ma quella foto si è imposta a me con il suo carico di morte e disperazione. Corpi giovani, privati di futuro, seminudi, ammazzati come topi. Ragazzi che il giorno prima di quel massacro pensavano ai loro amori, agli esami, a un viaggio da fare, alla festa di fine corso, all’ultima canzone di quel gruppo rap che va per la maggiore. Ragazzi con pensieri semplici e bellissimi. Ragazzi come lo sono stata io a vent’anni. Poi la morte, brutale, assassina.
Alla fine l’ho guardata, quella foto, e l’ho trovata sbagliata. C’era qualcosa di profondamente e orribilmente sbagliato nel mio, nel nostro, guardare. Il mio disagio inespresso ha preso corpo (e direi anche un po’ di coraggio) dopo la lettura del tweet del giornalista del Washington Post Ishaan Tharoor. Rivolgendosi a Jon Lee Anderson del New Yorker, che aveva twittato la foto, Tharoor ha scritto: “Avresti twittato le immagini di quei corpi se fosse stato negli Stati Uniti?”.
Il tweet genera risposte, dibattito. Il giornalista del New Yorker insiste dicendo che se non avessimo visto l’Olocausto non avremmo mai capito il male provocato da Hitler. Ma anche per la Shoah, penso, si è parlato in molti libri di voyeurismo, dello sguardo (soprattutto sui corpi nudi di donna) partecipe (a volte complice) con quello dei carnefici nazisti.
È complicato, penso. Ritorno al dibattito e vedo che Ishaan Tharoor non molla. Per sua stessa ammissione il giornalista del Washington Post fa l’avvocato del diavolo: “Avresti twittato l’immagine dei bambini uccisi a Sandy Hook? La scena è la stessa: studenti morti”.
Sandy Hook me lo ricordo ancora. Ne fui scossa. Ricordo quel massacro del 14 dicembre 2012 nella cittadina del Connecticut. Un ragazzo di vent’anni, Adam Lanza, dopo aver ucciso sua madre, aveva ucciso in una scuola elementare venti bambini di età compresa tra i 6 e i 7 anni e alcuni maestri. Ventisette morti. Obama in quell’occasione aveva detto: “Ogni genitore in America ha il cuore colmo di dolore”.
Nessuno si è sognato di fotografare quei corpi senza vita oltraggiati dalle pallottole. E anche se qualcuno lo avesse fatto sarebbe stato giustamente linciato sui giornali.
Anche dopo la strage di Charlie Hebdo nessuno – per fortuna, aggiungerei – ha visto i corpi crivellati di Cabu, Charb, Tignous, Wolinski. Abbiamo però visto Ahmed, il poliziotto musulmano, ucciso come nei peggiori film western dai due terroristi.

Guardo la foto del massacro nel campus di Garissa. A nessuno è venuto in mente che quella foto poteva turbare le famiglie? Chi ha perso un figlio, un nipote, un amore. Nessuno ha pensato a loro? Ai loro sentimenti? Al loro dolore? Quella foto mi ricorda un quadro del cinquecento visto al Prado di Madrid. Il Trionfo della morte di Pieter Bruegel. Anche lì corpi riversi, quasi senza identità. Per Bruegel la morte appiattiva tutto, il re e il povero accomunati dallo stesso destino finale...