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sabato 9 settembre 2023

Come non parlare di stupro in televisione: la mia esperienza di ospite in un programma del servizio pubblico - Valentina Mira


Se si parla di giornalisti e stupro, la prima cosa da dire è che i giornalisti stuprano. FNSI, Federazione Nazionale Stampa Italiana, 2019: esce un rapporto che rileva che l’85% delle giornaliste aventi contratto (senza contare dunque le precarie, più ricattabili ancora) ha subito molestie da capi o da colleghi. Non solo il dato è fuori scala, anche in rapporto agli altri ambiti lavorativi (che contano il 50% di molestie), ma alla presentazione dello studio all’ordine dei giornalisti di Roma, in presenza del responsabile di uno sportello creato ad hoc, Stefano Romita, e di colleghe come Tiziana Ferrario, si menzionano tra le testimonianze anonime anche dei casi di stupri veri e propri avvenuti nelle redazioni. Ero presente, e in quel momento lavoravo per un giornale in cui i ricatti sessuali e la manipolazione erano all’ordine del giorno, anche nei confronti di persone con disabilità - che, tuttavia, hanno saputo difendersi meglio di altre, compresa me, fuor di stereotipo.

Questa introduzione per dire che, se i giornalisti sono i primi a molestare e stuprare, non possiamo sorprenderci per le modalità sessiste che vengono scelte di continuo per parlare di violenza di genere. Se i 7 denunciati per stupro di Palermo si riferivano a sé stessi come a dei “cani”, il first lady Andrea Giambruno parla di “lupi”: ne riprende le parole e le nobilita.

Dire che quella è una metafora da stupratori è un fatto. Dire che se una donna beve non può sorprendersi se viene violentata è un ragionamento violento. Come tante, anch’io in queste settimane ho provato del dolore fisico (Tlon ha parlato, non a torto, proprio di “corpo di dolore”) nel sentire come venivano raccontati svariati casi di violenza di genere. Con eminenti eccezioni, tra cui proprio Valigia Blu. Tante le cose che non vanno bene nella narrazione della vicenda di Palermo e di quella di Caivano, così differenti, così accumunate dalla voglia di capri espiatori. La mostrificazione dei protagonisti e del loro contesto, l’antimeridionalismo (una forma di razzismo, niente di nuovo dal modo di trattare gli omicidi di Pamela Mastropietro e Desirée Mariottini), l’idea che siano eccezioni. Il Bronx. I lupi.

La bonifica. La scelta di Giorgia Meloni di presentarsi a Caivano usando proprio questa parola d’ordine, “bonificheremo”, lei che è erede dell’MSI (Movimento Sociale Italiano), che a sua volta fu erede del PNF (Partito Nazionale Fascista), è un ammiccamento molto chiaro a una parte politica che vorrebbe poter fare saluti romani en plein air. Il problema? Li fa già, e se li chiami fascisti ti fa anche causa, vincendo. È successo all’editore Mattia Tombolini, di Momo edizioni, una casa editrice che chi ha avuto la fortuna di conoscere sa che perla rara sia nel sistema librario italiano: lo ha denunciato un sindaco che appartiene esattamente a quella parte politica, che i saluti romani li postava perfino sui social.

La scelta della parola “bonifica” da parte del Presidente Meloni non è solo un ammiccamento a ciò che non vogliono che si nomini, ma ha un altro leggerissimo problema: se Mussolini la usava per parlare di paludi, lei la usa per parlare di persone. Che la violenza di genere intersecata ad altri problemi (in termini di lavoro, di possibilità, di trovare forme di aggregazione che non siano la chiesa o le cose da cui si propone di salvarti, compreso PornHub) si affronti militarizzando a favor di telecamere i posti e non con cura e intelligenza, con dei piani a tutto tondo che nascono dalle esigenze dei cittadini, senza sovradeterminarli come fossero dei bambini cattivi da punire, è uno dei tanti danni che questo governo sta facendo.

È in questo contesto che ho deciso di dire di sì all’invito fattomi dalla trasmissione Filorosso su Rai3, con il tramite di un autore della stessa casa editrice con cui è uscito il mio primo libro, X. Carmine Gazzanni si sarebbe dovuto occupare di un servizio in cui intervistava chi con le persone uscite da situazioni di violenza lavora, e anche alcune di loro. Lo ha fatto, e conoscendo il suo tipo di giornalismo, l’ha fatto magistralmente. Il servizio non è mai andato in onda. Mentre veniva deciso che la voce delle donne vittime di violenza non era quella che interessava, come donna vittima di violenza intervistavano me. Il modo in cui è andata questa esperienza - che annovero nella top ten delle cose più spiacevoli che mi sono capitate nella vita - grida vendetta, per cui, invitata da Valigia Blu, di cui da sempre apprezzo puntualità e professionalità, ho pensato che fosse una buona occasione per parlare liberamente, senza tentativi di mettermi a tacere (di nuovo).

La condizione che avevo posto alla trasmissione, anche sentendo la mia agente letteraria, era di non essere presentata come una vittima ma come una scrittrice. Avevo inoltre informato - e visto che sono malfidata, ribadito direttamente alla conduttrice in sala trucco - che sono una collega. Anch’io lavoro nel giornalismo, peraltro proprio per un’emittente pubblica, come lei: nel mio caso si tratta della Radiotelevisione svizzera. Oltre a scrivere per il Fatto Quotidiano, e averlo fatto per 14 anni su una quantità gigantesca di giornali (tra i più noti, Manifesto e Corriere della Sera). La famosa gavetta, che sembra evitabile a chi punta sull’assecondare giochi di potere, io l’ho fatta tutta. Mentre lavoravo mi laureavo in Giurisprudenza. Questa premessa per dire che io e Manuela Moreno siamo colleghe. Che sono una professionista che lavora nel suo stesso settore. Quindi le modalità con cui si è svolto qualcosa che avevamo concordato non sarebbe avvenuto (pornografia del dolore e rivittimizzazione, infantilizzazione) sono ancora più spiacevoli.

Ora vi racconto la Rai che prova a costringere, stavolta non riuscendoci, una professionista a entrare in uno stampino a forma di vittima. A che pro? Assurgere al suo ruolo nel teatrino presepico di una puntata interamente ambientata a Caivano, in cui ognuno doveva servire a legittimare le politiche di governo. C’erano varie attrici, vari giornalisti, Vittorio Sgarbi a piedi nudi, Elsa Fornero, il prete più famoso d’Italia, e una decina di liceali di Caivano (a differenza di Sgarbi, erano vestiti eleganti, peccato che li abbiano fatti sedere per terra, più funzionali a una coreografia non decisa da loro, che prevedeva anche che la conduttrice li raggiungesse a più riprese, maternalistica, sedendosi al loro fianco e strumentalizzandone le parole quando interpellati).

Prima del mio turno ha parlato Francesco, uno di loro. Ha detto cose giuste: si è rifiutato - con grande maturità - di rispondere alla domanda sulla sua “storia difficile” (in sostanza ha schivato la pornografia del dolore), e ha detto che tende a non fidarsi. Questo è diventato qualcosa che “lo rende unico” (parole della conduttrice): un ragazzo che dice di non fidarsi di nessuno, “unico”. Certo, la narrazione dell’eccezionalità. Sempre funzionale alla mostrificazione. Francesco faceva bene a fidarsi ancora meno. E anche io. Dopo di lui è arrivato il mio turno. La coreografia prevedeva che io fossi seduta su una panchina rossa, perché se dall’altra parte ci sono i lupi era importante sottolineare che questa - io - doveva essere Cappuccetto Rosso. Sono stata presentata come “Valentina”. Solo Valentina. Nessun cognome. Nessuna identità. X.

“Voglio introdurre Valentina” - pausa a effetto - “Valentina è una ragazza molto timida, quindi cercheremo di parlare insieme, ma datemi una mano anche a supportarla”. In un colpo ero diventata: Valentina (priva del cognome, una per rappresentarle tutte, una per rappresentare la vittima perfetta, lacrimevole e funzionale, speravano). Una ragazza (ho quasi 33 anni, qualche ruga, qualche capello bianco che copro tingendoli, sono una donna). Molto timida e bisognosa di supporto dal pubblico. E sì che timida lo sono, ma non pensavo potesse sostituire il mio cognome e la mia professione. Nemmeno pensavo di avere bisogno di supporto per parlare, visto che ho fatto un centinaio di presentazioni del mio libro nei contesti più disparati, non solo in Italia ma anche in Svizzera e in Germania.

La conduttrice continua: “Per la prima volta in esclusiva con noi racconta la sua storia”. Io non ho mai detto che avrei raccontato la mia storia. E non c’è alcuna esclusiva. Il libro è uscito due anni fa. La mia storia pubblicamente l’ho raccontata lì, quello era lo spazio che ritenevo degno della complessità che riguarda la violenza di genere, non un quarto d’ora in televisione. Quarto d’ora che si ridurrà della metà (8 minuti, per l’esattezza). La conduttrice vede poi il libro sulla panchina e ricorda magicamente che ho un cognome. Non dice comunque il titolo del libro. Dice tuttavia che “ci torneremo tra un attimo”. Spoiler: non lo farà mai. Non si parlerà di libri. È sangue che vogliono: il mio. Nel documento che mi ha mandato la persona della Rai che ha letto il libro in quella redazione per preparare le domande, ci sono persino dei suggerimenti per le risposte. Una di queste? Si legge: sangue.

Non gliene darò neanche una goccia.

Nella trasmissione si dimostrano più interessati a scoprire se scopo oppure no (“è stato difficile amare dopo?”) che a fare informazione. Come se fosse rilevante ai fini del racconto di più di 40mila stupri l’anno, solo qui in Italia. Ma non sono andata impreparata. Sapevo che avrebbero provato a rendermi Cappuccetto Rosso (l’aveva già fatto due anni fa, a Cartabianca, Bianca Berlinguer con Luce Scheggi, dal vivo persona straordinaria, la cui presenza è stata sprecata e vessata con domande rivittimizzanti, inutili, poste in modo aggressivo). Se proprio mi tocca fare Cappuccetto Rosso, mi ero detta sapendo, meglio fare come quella della storia di Roddy Doyle, che tira fuori il fucile e si difende da sé.

Insomma, per farla breve. L’intervista prevede domande come:

Qual è il ricordo più difficile di quella sera? (La sera dello stupro, chiaro).

Voglio sapere cosa è rimasto dentro di te a distanza di tempo: è una ferita ancora aperta?

È stato difficile amare dopo?

Visibili online sono anche i due tentativi di invadere perfino il mio spazio fisico. Vengo invitata a mostrare la mano dove ho un tatuaggio, e dalla mia faccia stavolta emerge tutto l’imbarazzo conto terzi del suo trattarmi come una bestia allo zoo. La telecamera indugia sulle mie mani - cosa che avevo, anche questa, posto come condizione di ciò che non doveva succedere, e l’avevo fatto proprio parlando del trattamento che era stato riservato a Luce Scheggi. Il fatto che io abbia frequentato per qualche tempo proprio la Scuola di giornalismo della Rai, quella di Perugia, prima di abbandonarla un anno prima, fa sì che io sia stata edotta su queste tecniche. Anche il pubblico dovrebbe esserlo, quindi ecco qui cosa insegnano: inquadrare le mani della “vittima”, della persona che sta raccontando una storia “toccante”, zoomare sul viso in caso di lacrima. Il problema è che io non stavo raccontando nessuna storia “toccante”. Stavo portando dati, statistiche, parlando di sentenze, di leggi. Ho rifiutato ogni domanda personale con gentilezza ferma. Avrei voluto poter parlare senza essere interrotta con aggressività ogni tre secondi, ma sono rimasta su quella strada, quella del fare informazione: lo vedi, nonna, Cappuccetto Rosso non si perde mica. Va a vedere che il lupo sei proprio tu, nonna. La vecchia Rai che prova a condurti dove non vuoi.

Verso la fine di questi pochi minuti a trattenere il fiato per dire più cose possibile, perché ogni parola che sfonda la barriera televisiva arriva a più gente e a quelle come me non è mai dato rompere il silenzio senza rischi, la conduttrice mette la sua mano sulla mia. La tolgo evitando moti di stizza troppo evidenti: ho scelto di essere elegante, oggi. Cerca un innecessario contatto fisico dopo che, alla fine di questa apnea, dico che “sono un po’ agitata in questo momento”. Quello che intendo - e dai messaggi ricevuti in privato, direi che il pubblico l’ha capito molto bene - è che mi rode il culo. Nessuno vorrebbe essere trattato così, e far pensare che è questo il modo in cui trattare una persona a cui, ieri o dieci anni fa, qualcuno ha fatto violenza, è il peggior disservizio che si possa dare alla collettività che, ahinoi, è obbligata anche a pagare per vedere una delle sue tante rappresentanti trattate in questo modo. Da una donna. Sembra che il marchio della Rai voluta da questa maggioranza sia regalarci un bel po’ di violenza, ma mascherandola con affettazione materna. Peccato che io una madre ce l’abbia già, e che anche lei sia disgustata dal trattamento riservato a sua figlia.

Invito tuttavia a guardare il video voi stessi, valutando ogni domanda per quella che è, ogni interruzione, il tono aggressivo, la rimozione del mio cognome e della mia professione, della mia identità, l’impreparazione della conduttrice che ho dovuto correggere un attimo dopo rispetto a un commento ignorante sui dati, l’uso invadente delle telecamere. Tacerò della trasmissione nel suo complesso, sperando che una volta cresciuti, o prima, i ragazzi strumentalizzati abbiano la fortuna di incrociare persone che non hanno nessuna intenzione di farli passare per “eroi” o per dei poveretti con una storia “unica”. Quando la conduttrice ha detto che magari Francesco, uno di loro, poteva aver ragione a non fidarsi degli adulti: quello è stato un raro attimo di verità. Se gli adulti osano trattare così altri adulti, dai minori dovrebbero essere solo tenuti a distanza.

da qui

sabato 15 aprile 2023

Stupri di Stato. Polizia sotto copertura e relazioni sessuali in Gran Bretagna

 

Negli ultimi dieci anni, attiviste e attivisti britannici hanno scoperchiato il vaso di pandora di un corpo di polizia politica segreta infiltrata in centinaia di gruppi antagonisti dal 1968 fino al 2011. In possesso di oltre un milione di documenti su individui, gruppi ed eventi, questa polizia segreta ha messo in piedi un programma di sorveglianza da far concorrenza alla Stasi. Tra le tattiche usate da diversi poliziotti sotto copertura, l’utilizzo di relazioni sessuali e sentimentali, fino alla creazione di famiglie con compagne, sodali, sindacaliste e simpatizzanti, ha rivelato la misoginia e il sessismo strutturale interno alle forze di polizia. 

di Giulio D’Errico, col supporto di Chris Brian dell’undercover research group

P.S.: I nomi tra virgolette singole (“Lindsey”, “Jacqui”, “Lisa”) sono i nomi scelti dalle compagne sopravvissute a relazioni con poliziotti infiltrati che hanno preferito rimanere anonime.

*     *     *

È il 9 novembre 2002, a Firenze oltre un milione di persone riempiono le strade per la manifestazione conclusiva del primo European Social Forum: tre giorni di riunioni, incontri pubblici e azioni, partecipati da centinaia di gruppi provenienti da gran parte dell’Europa. Tra questi gruppi c’è il Socialist Party, un gruppo trotzkista britannico nato come corrente interna al Partito Laburista negli anni Sessanta, i cui membri furono espulsi dal partito nei decenni successivi, nel processo che trasformò il partito laburista nella sua versione neoliberista del New Labour di Tony Blair. Tra i militanti del Socialist Party c’è Carlo Neri, un omone di Londra con famiglia italiana.

Carlo incontra per la prima volta il Socialist Party nella primavera del 2001, a una manifestazione nel nord di Londra. Di lì a poco si iscrive alla sezione locale e nell’estate di quell’anno partecipa a una manifestazione antifascista a Bradford, contro la presenza delle organizzazioni di estrema destra British National Party e National Front. Nelle stesse settimane Carlo conosce “Lindsey”, un’ex militante del gruppo, i due si piacciono e iniziano a uscire insieme, formando una relazione che continuerà per quasi un anno. Carlo è divertente e premuroso, un po’ timido e restio a parlare di sé, dirà ‘Lindsey’ anni dopo. I due, pur non convivendo, passano insieme molto tempo, a casa di lui come in quella di lei. A dicembre, Carlo porta “Lindsey” a Venezia in vacanza. La storia sembra diventare seria, ma Carlo inizia a scomparire per tre-quattro giorni alla volta, per lavoro oppure perché è con i suoi amici del calcio, che “Lindsey” non ha mai conosciuto. Le assenze di Carlo si fanno sempre più frequenti e protratte, e i due si lasciano nell’aprile di quell’anno.

Torniamo a Firenze. Quando arriva, Carlo ha appena iniziato una relazione con Donna McLean. Di questo, Donna ne ha scritto in un recente libro autobiografico, Small Town Girl, ancora non tradotto in italiano. Anche Donna e Carlo si sono conosciuti a una manifestazione. Lei non è una militante del gruppo e lavora in un’associazione che supporta persone senza dimora. Donna non è potuta andare a Firenze, ma quando Carlo torna, i due vanno a vivere insieme. “In quel periodo eravamo praticamente inseparabili, e sembrava felice di mostrarmi tutti gli aspetti della sua vita sociale e politica (londinese)”, ricorda lei in un’intervista. Donna è scozzese, e i due vanno in Scozia in vacanza insieme diverse volte, Carlo diventa amico della sua famiglia e, da buon militante, la porta a tutte le manifestazione e gli incontri del Socialist Party. Col passare dei mesi, Carlo si apre, racconta di avere un figlio da una precedente relazione e che suo padre è molto malato in Italia.

A gennaio 2003, Carlo le chiede di sposarlo e Donna accetta. Carlo vuole avere figli, prova a convincere Donna, ma lei non vuole rimanere incinta in quel momento della sua vita. I due vanno a Bologna, ma Donna non incontra la famiglia di lui. Per tutto il 2003 rimangono inseparabili, ma verso la fine dell’anno Carlo deve andare in Italia per stare vicino al padre malato. Dalla fine del 2003 e per tutto il 2004, Carlo va diverse volte in Italia, e ci resta per molto tempo. La situazione del padre lo rende distante, scostante e depresso. Carlo parla di autolesionismo. Ad aprile, Carlo sparisce per una settimana. Poi racconterà di essere stato arrestato in Italia per aver pisciato su una macchina della polizia. La relazione di Carlo con Donna non è più quella di prima. Devono lasciare la casa dove vivono e in teoria cercare un nuovo posto insieme. Finiscono però per trovare due posti diversi. Continuano a sentirsi e vedersi sporadicamente fino a quando, a novembre, Carlo scrive un’email a Donna dicendole di non voler più essere contattato.

SOTTO COPERTURA
Carlo Neri però non esiste. Vero nome Carlo Soracchi, era, e forse è tutt’oggi, un agente di polizia, infiltrato nel Socialist Party dal 2001 al 2006. Parte dell’operazione, Carlo ha circuito e intrattenuto relazioni sessuali e romantiche con “Lindsey”, Andrea e almeno un’altra donna. Ma la storia di Carlo non è unica né anomala. Oltre a lui, almeno altri centotrentatré agenti sotto copertura sono stati identificati tra il 1968 e il 2011, in una prolungata operazione di sorveglianza e infiltrazione di oltre mille organizzazioni politiche: gruppi socialisti, comunisti e anarchici, sindacati, movimenti antirazzisti e contro la guerra, gruppi di monitoraggio della violenza poliziesca, campagne “verità e giustizia” per specifici casi di omicidi a sfondo razzista, campagne anti-nucleari, gruppi ambientalisti, contro gli allevamenti animali e contro la caccia; solo in alcuni sporadici casi organizzazioni apertamente neofasciste. Nella grandissima maggioranza uomini, gli agenti sotto copertura venivano dispiegati per lunghi periodi di tempo, nella maggioranza dei casi quattro anni.

Per quarant’anni, dal 1968 al 2008, gli agenti sotto copertura facevano riferimento alla Squadra Speciale Manifestazioni (Special Demonstraton Squad), un’unità della Sezione Speciale (Special Branch) della polizia metropolitana di Londra – che oltre a occuparsi della capitale, era anche responsabile dell’apparato antiterroristico a livello nazionale. Negli anni Duemila altri agenti appartenenti all’Unità Nazionale di Intelligence per l’Ordine Pubblico, sempre sotto il controllo della polizia londinese, si aggiunsero a quelli sotto copertura dell’SDS, espandendo le operazioni a livello nazionale, fino a quando, nel 2011, non furono costretti a ritirarsi in massa in seguito allo smascheramento di uno degli agenti da parte della sua ex compagna e dei militanti del gruppo da lui infiltrato.

Le dimensioni dell’operazione si allargano ancora di più se si prende in considerazione l’azione degli agenti infiltrati contro i sindacalisti, specialmente nel settore delle costruzioni, i cui dettagli venivano passati alle grandi compagnie, che li licenziavano e li inserivano in liste di proscrizione (blacklisting), e per i quali diventava virtualmente impossibile trovare un nuovo lavoro.

TATTICHE IMMORALI
L’uso di relazioni intime e sessuali, la creazione di famiglie e legami duraturi sotto copertura erano non solo avallate da decenni di pratiche abusive e misogine e da ufficiali compiacenti che incoraggiavano l’uso di ogni mezzo necessario per facilitare l’infiltrazione, ma riconosciute nero su bianco nel Tradecraft Manual, un manuale scritto nel 1995 da un agente sotto copertura, Andy Coles, oggi consigliere locale con il Partito Conservatore.

Seppure negli ultimi anni la natura degradante di queste pratiche sia stata riconosciuta, gli effetti materiali e psicologici di queste operazioni di polizia sono stati molteplici: la messa in discussione dell’autenticità delle relazioni politiche e sociali intessute, della propria capacità di distinguere di chi fidarsi e di chi no, o di avere il controllo sulla propria vita intima. Questi si sommano ai traumi fisici e materiali, di ritrovarsi improvvisamente soli, a dover tirare alla fine del mese, magari a crescere figli nati da queste relazioni. Per buona parte del periodo in considerazione, gli agenti erano scelti solo se già sposati, come supposto contrappeso reale alla vita fittizia da infiltrato, perché è risaputo come gli uomini sposati non tradiscano! Gli agenti sceglievano le proprie identità tramite ricerche negli uffici dell’anagrafe, utilizzando i nomi di bambini morti nei primi anni di vita. Il già citato Tradecraft Manual dà indicazioni su cosa quest’operazione significasse, rivelando al contempo la totale assenza di empatia ed etica degli agenti:

“Come da tradizione, il primo grosso compito di back-office per ogni nuova recluta dell’SDS era di spendere ore e ore alla St. Catherine’s House, sfogliando tra i registri dei decessi alla ricerca di un nome che potessero far proprio. Trovata la giusta ex-persona, solitamente un bambino o un ragazzino defunto con un nome abbastanza anonimo, le circostanze della sua morte andavano investigate. Se la morte era naturale o comunque non spettacolare, e quindi con poche chance di essere apparsa su giornali o altri documenti pubblici, l’agente dell’SDS poteva richiedere una copia del certificato di nascita della persona morta. Ulteriori ricerche seguivano per verificare lo ‘status respiratorio’ della famiglia del morto, se ancora respiravano, e dove vivevano. Se tutto era abbastanza oscuro e c’erano scarse probabilità che l’agente dell’SDS o, cosa più importante, uno [degli attivisti del gruppo da infiltrare] potesse imbattersi nei parenti o genitori del morto, allora l’agente poteva rivendicare l’usucapione dell’identità dello sfortunato per i quattro anni successivi”.

Ancora oggi, nell’ultima inchiesta sulle attività sotto copertura della polizia britannica, una famiglia ha un ordine restrittivo che vieta loro l’uso pubblico del proprio nome, perché’ l’identità dell’agente sotto copertura che si è appropriato del nome del loro figlio deceduto è ancora secretata.

CARATTERI COMUNI
Dopo lo smascheramento del primo agente infiltrato, compagne e compagni iniziano a rendersi conto della dimensione di questa operazione. Condividendo le proprie esperienze, trovano degli elementi comuni ai vari agenti. Per prima cosa risalta la separazione netta tra la vita precedente e quella da militante politico del gruppo scelto per l’infiltrazione. La vita precedente è raccontata, spesso in pochi dettagli e rari momenti, solo alle persone più vicine. È molto raro incontrare amici e colleghi. Amici, famiglia e lavoro sono le tecniche usate dagli agenti per potersi allontanare e “uscire” dalla copertura. In alcuni casi, gli agenti hanno presentato un piccolo numero di amici alle persone che spiavano (tutti poliziotti), ma questo è accaduto raramente e mai per più di una o due volte. Anche la conoscenza tra agenti sotto copertura è spesso stata tenuta nascosta. In particolare, le famiglie sono oggetto di leggenda, di costruzione dell’identità.

In più casi, gli agenti hanno mostrato foto di famiglia e raccontato delle proprie situazioni familiari. Spesso le famiglie vivono lontane. In alcuni casi, nella storia è presente un momento traumatico, una relazione abusiva che li ha “costretti” ad allontanarsi, oppure parenti lontani o malati da visitare. Menzogne usate per suscitare simpatia e come principali scuse addotte dagli agenti per allontanarsi per lunghi periodi. Altro tratto comune a molti agenti è il possesso di una macchina o un furgone, spesso collegato a un lavoro che li fa spostare frequentemente e per lunghi periodi. Molti militanti hanno ricordato come spesso l’agente infiltrato si offrisse per accompagnare tutti a casa dopo un’assemblea o una manifestazione, azione utile sia a mostrarsi amichevole sia a conoscere gli indirizzi di casa di tutti i partecipanti. Disponibilità di denaro, scarsa conoscenza del pensiero politico dei gruppi infiltrati, spesso mascherata con una propensione all’azione piuttosto che alla teoria, e concentrazione delle amicizie su membri apicali o più influenti dei gruppi sono altre delle caratteristiche riportate dalle attiviste. Da queste esperienze, l’Undercover Research Group, uno dei gruppi di controinformazione nati nell’ultimo decennio, ha creato un libretto per aiutare a identificare potenziali agenti infiltrati, nella convinzione che, seppur con modalità diverse, queste pratiche siano tutt’altro che finite.

VERSO LA VERITÀ
Dubbi, ricerche su presunti infiltrati e smascheramenti parziali erano accaduti già nei decenni passati, ma in questo senso il momento chiave è il 2010, anno in cui Mark Stone è smascherato e la sua identità rilevata. Vero nome Mark Kennedy, come e forse più di Carlo Soracchi, ha passato quasi un decennio all’interno dei movimenti no-global e dell’ambientalismo radicale, partecipando a manifestazioni, azioni dirette e contro-vertici internazionali, tra il Regno Unito, l’Islanda, la Danimarca, la Germania e l’Italia, dove ha tenuto workshop di arrampicata alla Villa Vegan di Milano. Come Soracchi, anche Kennedy ha usato relazioni sentimentali e sessuali come tattica d’infiltrazione, come ulteriore copertura e per inserirsi meglio nei gruppi sotto controllo. Kennedy è stato smascherato in primis dalla sua ex-partner “Lisa”, poi da un’inchiesta giornalistica che ha portato il suo nome sulle pagine dei maggiori tabloid e quotidiani britannici. ‘Lisa’ e quattro tra le prime donne ad aver scoperchiato il vaso di Pandora degli spycops britannici hanno recentemente pubblicato un importante volume collettivo dal titolo Deep Deception.

Nei mesi e negli anni a venire, diverse donne si sono fatte avanti – pubblicamente o anonimamente – per raccontare le proprie esperienze. Dal 1968 in poi, almeno cinquanta donne sono state indotte con l’inganno in relazioni sessuali e sentimentali, alcune delle quali durate diversi anni, con agenti sotto copertura, uomini con i quali hanno condiviso momenti intimi e familiari, a cui hanno introdotto amici e parenti, rivelato segreti e dai quali hanno ricevuto solo menzogne. Tutto quello che queste donne sapevano sui propri partner si è rivelato falso. Come ricorda ‘Jacqui’, un’attivista per i diritti degli animali in un’intervista, “il mio corpo è stato usato per ottenere intelligence su un gruppo antagonista… sono stata violentata, molte volte, è come essere violentata dallo stato”. Nell’arco di quarant’anni oltre cinquanta donne sono state abusate da una forza di polizia sistematicamente misogina e sessista. Da alcune di queste relazioni sono nati figli, poi abbandonati nel momento in cui l’operazione terminava.

Dal 2010 in poi, ventitré cause civili sono state intentate da queste donne contro singoli agenti e contro l’intera struttura di comando della MET, la polizia metropolitana. Alcune cause sono tuttora in corso. Nel 2011 otto donne fondano la campagna e gruppo di supporto Police Spies Out Of Lives, per intentare una causa collettiva contro la MET. I risultati non si sono fatti attendere. Lo smascheramento di Mark Kennedy sembra aver forzato un frettoloso ritiro di molti agenti sotto copertura nei movimenti antagonisti del paese, e poco dopo la stessa Unità Nazionale di Intelligence per l’Ordine Pubblico ha dovuto chiudere battenti.

Le campagne legali e politiche hanno costretto la polizia britannica a confermare le identità di alcuni degli agenti sotto copertura (anche se per la maggior parte restano secretate) e a pubblicare delle scuse formali nei riguardi delle donne indotte con l’inganno in reazioni sessuali con agenti infiltrati. Nella causa intentata dall’attivista Kate Wilson, la corte ha riconosciuto una “formidabile lista di violazioni dei diritti umani fondamentali da parte della MET, che include trattamento inumano e degradante, discriminazione di genere, e l’interferenza con i diritti ad avere opinioni politiche, e alla libertà di espressione e associazione”. L’intera operazione è stata ritenuta illegale: “Questo non è solo un caso di un poliziotto deviato che si è avvantaggiato del proprio dispiegamento sotto copertura per indulgere nelle sue inclinazioni sessuali”; le stesse autorizzazioni che gli agenti ricevevano erano “fatalmente viziate e l’intera operazione non può essere giustificata come necessaria in una società democratica”, rivelando mancanze e falsità inquietanti ai livelli più basilari.

Nel 2014, l’allora ministro dell’interno Theresa May ha dovuto concedere un’inchiesta pubblica sulle attività sotto copertura della polizia britannica. Un’inchiesta di dimensioni e durata colossale, che nove anni dopo è giunta solo alla fine della prima delle sei fasi in cui è suddivisa, focalizzata sul periodo tra il 1968 e il 1982. La polizia e le istituzioni hanno messo in moto tutti i meccanismi possibili per bloccare e ostacolare campagne e inchieste, tramite l’uso del neither confirm nor deny, la policy di non confermare né smentire le numerose informazioni pubblicate, la richiesta di secretazione di testimonianze e documenti chiave, la resistenza a depositare documentazione in loro possesso, il rifiuto a pubblicare i nomi degli agenti sotto copertura. Secondo Tom Fowler, attivista anarchico di COPS – Campaign Opposing Police Surveillance (Campagna contro la sorveglianza poliziesca), “l’idea di questa inchiesta è di dare raccomandazioni; per la sua stessa natura dovrà dare indicazioni su come svolgere meglio l’azione sotto copertura della polizia, in teoria, e quindi ho poca speranza in quello che uscirà dalle sue relazioni finali”.

In termini di verità, il lavoro fatto sinora è importante. Negli ultimi dieci anni un gigantesco lavoro di controinformazione ha mostrato le dimensioni di quest’apparato di controllo. “Quando abbiamo iniziato a parlarne eravamo considerati dei complottisti”, continua Tom, rivendicando il valore pubblico e storico delle informazioni ottenute dagli attivisti e di quelle che, pur se con il contagocce, sono uscite dalle cause processuali e dall’inchiesta tuttora in corso: “Molto dell’inchiesta è questo, definire date e luoghi, ottenere i documenti, leggere i verbali compilati dagli agenti sotto copertura. C’è molto di utile in questa inchiesta, e comunque non va neanche lontanamente vicino a un qualsiasi tipo di giustizia.”

AL SERVIZIO DELLA DEMOCRAZIA
In queste ultime righe è importante sottolineare che, nonostante quanto dichiarato da tanti agenti e ufficiali, a giustificare un’operazione di tale portata non sia tanto una questione di ordine pubblico. Se così fosse, gli arresti legati alle operazioni sotto copertura sarebbero molto più alti e non relativamente sporadici come risultano essere. In realtà, motore di questo sistema di sorveglianza e abusi è l’idea del dissenso come sovversione e del pensiero sovversivo come pratica criminale. La sola esistenza di gruppi extraparlamentari di varia natura era causa sufficiente per il dispiegamento di agenti sotto copertura e la schedatura continua di tutti i partecipanti. La Squadra Speciale Manifestazioni nasceva a Londra nel 1968, in risposta alle lotte contro la guerra in Vietnam. La mentalità della guerra fredda combinata con l’auto-perpetuarsi della macchina burocratica dell’intelligence ha permesso un dispiegamento incontrollato di un sistema di policing violento, abusivo e intrinsecamente sessista, disposto a utilizzare ogni mezzo necessario per accrescere la propria conoscenza di – e quindi il potere su – chi viene definito nemico.

Fino alle ultime settimane, le istituzioni britanniche si sono trincerate dietro il fatto che la SDS fosse un corpo di polizia segreto e che in quanto tale sfuggiva al controllo e alla supervisione dei ranghi più alti delle forze dell’ordine e della politica. Solo di recente, grazie alla declassificazione di alcuni documenti – che la commissione pubblica ha rifiutato di prendere in considerazione – è venuta alla luce la catena di relazioni e rapporti che periodicamente dagli ufficiali della SDS arrivavano agli uffici dei servizi d’informazione, alle alte gerarchie della polizia e sulla scrivania dei ministri degli interni.

*Senza l’aiuto delle compagne e compagni di Undercover Research Group e di Police Spies Out Of Lives questo articolo non sarebbe mai venuto alla luce.

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Risorse:

o    Police Spies Out Of Lives (PSOOL) – Campagna e gruppo di supporto creato da otto donne indotte con l’inganno in relazioni intime con poliziotti sotto copertura. Il gruppo lavora per porre fine all’abuso sessuale e psicologico di attiviste e non solo da parte di poliziotti sotto copertura.

o    SPYCOPS – Risorse e informazioni pubblicate all’interno della campagna PSOOL.

o    Campaign Against Police Surveillance (COPS) – Rete dei gruppi infiltrati da agenti sotto copertura.

o    Undercover Research Group – Gruppo di ricerca e controinformazione sulle attività sotto copertura della polizia britannica.

o    Undercover Research Portal – Un wiki di facile accesso, compilato dall’Undercover Research Group, che include informazioni dettagliate su agenti e gruppi infiltrati.

o    A.R. Spy Catcher – Portale dedicato agli agenti sotto copertura infiltrati nei gruppi per la liberazione animale.

o    Blacklist Support Group – Gruppo Facebook di supporto per i lavoratori sindacalizzati nelle liste di proscrizione delle aziende britanniche.

o    Libri pubblicati sul tema (twitter link).

o    Spycops.info – Il podcast dell’attivista Tom Fowler.

o    Bed of Lies – Podcast, la cui prima stagione, intitolata Love, è dedicata a questo tema.

 

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