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sabato 12 settembre 2026

Balle spaziali sui Nativi. Gli errori autorevoli - Raffaella Milandri

 

Da Focus a Rai Cultura, da Treccani ad Alessandro Barbero: quando nomi prestigiosi inciampano in errori e stereotipi parlando di Nativi Americani.

 

C’è una regola elementare del mestiere dell’informazione: prima di raccontare la storia di un Popolo bisogna conoscerla. Bisogna studiare, controllare le fonti, distinguere ciò che è documentato da ciò che è controverso e, quando la materia esula dalle proprie competenze, consultare chi se ne occupa seriamente. Sembra ovvio. Evidentemente non lo è.

Viviamo in un sistema dell’informazione che pretende di produrre molto, rapidamente e su qualunque argomento. La verifica richiede tempo, la competenza si costruisce lentamente e lo studio mal si adatta alla fretta. Così l’approssimazione finisce spesso per presentarsi con l’abito rassicurante della divulgazione e, quando sopra l’articolo compare un marchio autorevole, il lettore ha il diritto di presumere che qualcuno abbia già controllato ciò che sta leggendo. Non dovrebbe essere costretto a fare il fact-checking al posto di Rai Cultura, Focus o Treccani.

Quando si parla di Nativi Americani, il terreno è particolarmente fertile. Secoli di rappresentazioni occidentali hanno sedimentato un repertorio così potente di immagini, categorie e stereotipi che molte affermazioni sbagliate non suonano neppure sbagliate. Da anni studio e scrivo sui Nativi Americani e ho finito per raccogliere alcuni di questi casi sotto una definizione volutamente poco accademica: “Balle spaziali sui Nativi”.

Non mi interessano le fantasie di qualche sito marginale. Mi interessano molto di più gli errori che compaiono dove dovremmo trovare informazione verificata: Rai Cultura, Focus, Treccani, divulgazione storica di grande notorietà. Perché la storia di un Popolo non è materiale da riempimento e non può essere trattata come una barzelletta. Se una cosa non si sa, ci si informa; se non si possiedono il tempo o le competenze per verificarla, non la si pubblica come se fosse acquisita. Questa non è severità: è il requisito elementare dell’informazione professionale.

 

Le Black Hills e i 105 milioni che la Sioux Nation non accettò

Rai Cultura dedica una pagina della rubrica Accadde oggi alla controversia sulle Black Hills. La pagina, online, reca la data 13 giugno 1959 e afferma che i Sioux «ricevono dal governo degli Stati Uniti 105 milioni di dollari» come risarcimento per le Black Hills. La decisione della U.S. Court of Claims è invece del 13 giugno 1979, vent’anni dopo. Nel 1980 la Corte Suprema confermò il riconoscimento della compensazione per la sottrazione delle Black Hills. Ma persino questo errore, clamoroso per una rubrica intitolata Accadde oggi, è meno grave di ciò che viene dopo.

Il risarcimento fu riconosciuto e il denaro stanziato, ma la Sioux Nation non lo accettò come soluzione della controversia, continuando a rivendicare le Black Hills. È precisamente questo rifiuto a costituire uno degli elementi fondamentali della vicenda.

Scrivere che la Sioux Nation “ricevette” 105 milioni costruisce una sequenza apparentemente conclusa: sottrazione della terra, causa giudiziaria, risarcimento. In realtà il rifiuto del denaro affermava qualcosa di ben diverso. Le Paha Sapa non erano considerate semplicemente un bene confiscato del quale stabilire il valore economico, ma un territorio dal significato storico, politico e sacro per i Lakota.

In altre parole, gli Stati Uniti avevano attribuito un prezzo alla sottrazione. La Sioux Nation non aveva accettato che quel prezzo chiudesse la questione.

Omettere questo passaggio non significa abbreviare la storia, ma cambiarne il senso: si cancella precisamente la scelta politica compiuta dalla Sioux Nation.

Focus e quei Nativi che non conoscevano i metalli           

Nel 2020 Focus.it pubblica Gli indomabili nativi americani. L’articolo esordisce ricordando opportunamente che il Nord America indigeno era composto da centinaia di Popoli con culture e modi di vita differenti. Subito dopo, tuttavia, stabilisce ciò che le circa cinquecento Nazioni avrebbero avuto in comune: «niente ruota, niente cavalli, niente animali da lavoro e niente metalli». Quel “niente metalli” è falso.                                                                                                                   

Nell’area del Lago Superiore è documentato l’Old Copper Complex, una tradizione di lavorazione del rame nativo da parte di società indigene arcaiche. Uno studio pubblicato nel 2021 sulla rivista scientifica Radiocarbon ha esaminato 53 datazioni associate a manufatti e miniere di rame; materiali organici incorporati in quindici manufatti risultano datati fra circa 8.500 e 3.580 anni fa, e gli autori definiscono queste società tra le più antiche conosciute al mondo nella lavorazione dei metalli. Questo non significa attribuire al Nord America precolombiano una metallurgia fusoria identica a quella sviluppatasi altrove. Significa semplicemente usare le parole per ciò che significano. Se si vuole spiegare l’assenza di determinate tecnologie metallurgiche, bisogna specificare quali. Se si scrive «niente metalli», si afferma qualcosa che l’archeologia smentisce.

Non occorreva alcuna scoperta rivoluzionaria: bastava consultare la letteratura archeologica prima di pubblicare un’affermazione tanto categorica. Da una testata di divulgazione nazionale non è una pretesa eccessiva, ma il minimo professionale. Il caso è però ancora più interessante per un’altra ragione. Nello spazio di poche righe si passa dalla corretta constatazione dell’esistenza di centinaia di culture diverse alla costruzione di una sola “civiltà delle 500 nazioni”, alla quale attribuire caratteristiche tecnologiche comuni.

È uno dei vizi più resistenti della divulgazione sui Nativi Americani: riconoscere la diversità e cancellarla immediatamente dopo. Applicato all’Europa, lo stesso metodo apparirebbe grottesco. Nessuno pretenderebbe di descrivere con una singola formula un Sami, un cittadino della Roma imperiale, un mercante veneziano e una comunità basca. Attraversato l’Atlantico, invece, centinaia di società possono ancora essere compresse dentro un unico gigantesco “Indiano” senza che la contraddizione sembri disturbare troppo.

Treccani e lo stereotipo che si smentisce da solo

La voce Indiani d’America di Treccani offre una dimostrazione quasi perfetta dello stesso meccanismo. Nell’introduzione si legge che la loro economia era basata soprattutto sulla caccia al bisonte, che abitavano in tende e vestivano quasi interamente di pelli.  Poche righe più avanti, però, la stessa voce distingue correttamente diverse aree culturali e riconosce che sono proprio i Popoli delle Pianure a incarnare, per molti versi, «l’immagine stereotipica del nativo americano».

La contraddizione è difficilmente migliorabile: prima lo stereotipo viene utilizzato come descrizione generale, poi viene spiegato al lettore che si tratta di uno stereotipo.

Haudenosaunee con le loro longhouses, Popoli Pueblo con insediamenti permanenti ed economie agricole, società della Northwest Coast fondate su strutture sociali profondamente diverse da quelle delle Pianure, culture del Sud-Est, della California e del Subartico non sono eccezioni a un modello principale. Sono precisamente la realtà storica che impedisce l’esistenza di quel modello.

L’“Indiano universale” non è mai esistito. Esiste invece una costruzione occidentale che ha preso alcuni caratteri delle società delle Pianure e li ha trasformati nell’icona di un continente.

Che il cinema western abbia costruito e diffuso questa scorciatoia è storia nota; che un’enciclopedia nazionale la utilizzi ancora come introduzione generale ai Nativi Americani è assai meno giustificabile. Da Treccani non è soltanto lecito aspettarsi maggiore precisione: è doveroso.

Little Bighorn e l’unico superstite (per tacer degli altri 350)

Little Bighorn continua a essere una miniera particolarmente generosa di storia trasformata in leggenda. Nel settembre 2018 Focus Junior scrive che il 7° Cavalleggeri fu «spazzato via» e che l’italiano Giovanni Martini fu l’unico uomo del reggimento di Custer a salvarsi. Martini sopravvisse perché Custer lo aveva inviato a portare a Frederick Benteen l’ordine di raggiungerlo rapidamente con il proprio battaglione e il pack train, che trasportava anche le munizioni. Il National Park Service ricostruisce puntualmente l’episodio.

Il problema è che Martini aveva molta compagnia tra i superstiti. Il National Park Service indica circa 350 uomini del 7° Cavalleggeri sopravvissuti nella posizione Reno-Benteen. A essere annientate furono le cinque compagnie rimaste con Custer, circa 210 uomini, non l’intero reggimento. Definire Martini “l’unico superstite” lasciandone fuori circa 350 non è una sfumatura interpretativa. È un errore storico macroscopico, e il fatto che sia stato proposto a un pubblico di ragazzi lo rende semmai più grave, non meno.

Anche Rai Cultura mostra qualche difficoltà con Little Bighorn. In una pagina attribuisce la vittoria indigena a Lakota, Cheyenne e Arapaho contro truppe statunitensi «più numerose»; in un’altra parla dell’«annientamento completo» del 7° Cavalleggeri. Il National Park Service ricostruisce invece l’annientamento del comando di Custer e la sopravvivenza del resto del reggimento sotto Reno e Benteen. Anche l’affermazione sulle truppe statunitensi “più numerose” non regge: il National Park Service stima la forza indigena in circa 1.500-1.800 guerrieri, mentre le forze del 7° Cavalleggeri erano nettamente inferiori numericamente. Su questi punti non occorre mobilitare grandi controversie storiografiche. Per stabilire che il 7° Cavalleggeri non fu annientato basta constatare che centinaia dei suoi uomini erano ancora vivi il giorno successivo.

Caboto, i Beothuk e la forza della ripetizione

Un’altra vicenda mostra bene come una ricostruzione fragile possa acquistare autorevolezza semplicemente passando da una fonte all’altra. Focus Junior attribuisce a Giovanni Caboto la coniazione, nel 1497, del termine dal quale deriverebbe “pellerossa”, collegandola all’incontro con i Beothuk e al loro uso dell’ocra rossa. Treccani propone una versione analoga, affermando che i Beothuk furono incontrati da Caboto nel 1497.  

Il Dictionary of Canadian Biography, progetto accademico dell’University of Toronto e dell’Université Laval, ricostruisce invece il viaggio del 1497 precisando che Caboto non incontrò abitanti.

La storia etimologica del termine inglese redskin è complessa e non sarebbe serio sostituire una certezza poco documentata con un’altra inventata per l’occasione. Il problema, infatti, viene prima: se una fonte storica di riferimento afferma che Caboto non incontrò alcun abitante durante quel viaggio, è professionalmente inaccettabile presentare come fatto acquisito una scena nella quale egli incontra i Beothuk e, osservandoli, conia persino un termine.

Qui emerge un altro vizio dell’informazione frettolosa: la ripetizione viene scambiata per verifica. Una fonte racconta, la seconda riprende, la terza eredita l’affermazione e, dopo qualche passaggio, nessuno sembra più chiedersi quale documento la sostenga.

Una storia, tuttavia, non diventa vera perché è riuscita a invecchiare bene.

Barbero e i Nativi usati come scorciatoia storica

Il caso di Alessandro Barbero è diverso e richiede maggiore precisione, proprio perché non riguarda una svista elementare. Nel 2007, durante una conferenza dedicata all’immigrazione nell’Impero romano e ai processi di formazione dei Popoli germanici, Barbero spiega che il contatto con una grande potenza può stimolare gruppi distinti a unirsi e costruire organizzazioni politiche più ampie. A quel punto introduce un parallelo con i Nativi Americani: «Le varie tribù che hanno per prime avuto contatto con i coloni inglesi del Nord hanno formato la Lega degli Irochesi», aggiungendo che «i Sioux non hanno avuto tempo», perché stavano cominciando a unirsi e ad agire militarmente insieme. Il passaggio è contenuto negli atti della conferenza e il contesto non lascia dubbi sul significato dell’analogia.

La data esatta della formazione della Confederazione Haudenosaunee è oggetto di discussione storiografica e archeologica. Questo, però, non rende convincente il nesso proposto con i coloni inglesi. Un recente studio pubblicato nelle Transactions of the Royal Historical Society afferma esplicitamente che ben prima dell’arrivo degli europei le Cinque Nazioni Haudenosaunee avevano costituito un’alleanza politica sovralocale, mantenuta anche attraverso il Grand Council.

Anche l’Oceti Sakowin, i Seven Council Fires, non può essere ridotto all’immagine di tribù sparse che avrebbero cominciato troppo tardi a organizzarsi politicamente. Le fonti che abbiamo esaminato documentano l’esistenza di quella struttura prima del contatto tra gli esploratori bianchi e i Dakota nell’Upper Mississippi Valley. Si può certamente osservare che Barbero stesse parlando di storia romana e germanica, non impartendo una lezione sugli Haudenosaunee.

Ma questa non è una giustificazione; semmai è precisamente il problema. Se si usa la storia di un Popolo per dimostrare un meccanismo storico, quell’esempio deve essere fondato.

Le società indigene non diventano materiale comparativo a precisione ridotta soltanto perché il tema principale della conferenza si trova dall’altra parte dell’Atlantico.

Barbero è un medievalista di enorme valore, ma proprio questo rende necessario distinguere il prestigio generale dalla competenza specialistica. L’autorevolezza scientifica ha un campo, una formazione, una bibliografia e dei limiti. Se si entra nella storia degli Haudenosaunee o dell’Oceti Sakowin, la precisione richiesta non diminuisce perché l’argomento principale della conferenza è un altro. Il prestigio non corregge un esempio sbagliato.

L’approssimazione non è divulgazione

Presi separatamente, questi casi possono essere archiviati come errori, semplificazioni o analogie infelici. Presi insieme, mostrano però uno schema riconoscibile.

Quando a commetterli sono istituzioni e testate che fondano la propria credibilità sull’autorevolezza, errori di questo livello non sono scusabili. Non stiamo parlando di fonti marginali, ma di realtà alle quali il pubblico si affida proprio perché presume che ciò che pubblicano sia stato studiato e verificato. I Nativi Americani vengono ancora troppo facilmente trasformati in un unico soggetto culturale; la loro diversità politica, economica e tecnologica viene compressa; istituzioni indigene precoloniali possono essere lette come risposta all’arrivo europeo; battaglie complesse sopravvivono nella forma costruita dalla leggenda; una rivendicazione territoriale tuttora politicamente significativa può diventare, in poche righe, la storia di un assegno ricevuto.

Non serve discutere di malafede: ciò che emerge è una carenza di metodo. Liquidare simili errori come inevitabili sviste significa abbassare drasticamente l’asticella della professionalità.

La velocità può spiegare questa carenza di metodo, ma non giustificarla.

L’informazione contemporanea pretende di produrre e spiegare continuamente, anche materie che richiedono competenze specialistiche; una ricerca rapida, però, non equivale alla conoscenza di un argomento. Quando una questione esula dalle proprie competenze, si consulta chi le possiede; quando le fonti sono discordanti, si dà conto della controversia. Questo non è perfezionismo accademico, ma il minimo professionale richiesto a chi informa gli altri.

Nel caso dei Nativi Americani c’è una responsabilità ulteriore. Per secoli questi Popoli sono stati descritti, classificati e interpretati soprattutto da altri, mentre la loro straordinaria diversità veniva sacrificata a categorie costruite dall’esterno. Riprodurre oggi lo stesso meccanismo sotto forma di divulgazione rapida non lo rende più moderno e non lo rende più innocuo.

Neppure la simpatia basta. Il Nativo eternamente spirituale, ecologista per natura e depositario di una sapienza primordiale non è necessariamente più reale del guerriero delle Pianure davanti al tipi. È uno stereotipo più benevolo, ma rimane uno stereotipo.

È anche per contrastare questa superficialità che ho ideato Voci Native, Alleanza culturale per la conoscenza, la memoria e i diritti dei Nativi Americani e dei Popoli Indigeni, promossa e coordinata da Omnibus Omnes OdV. Il progetto vuole contribuire ad alzare la qualità dell’informazione, l’attenzione alle fonti e l’ascolto delle voci indigene contemporanee.

L’adesione è aperta ai singoli, che possono diventare Alleata o Alleato di VOCI NATIVE, sostenendone principi e finalità e ricevendo informazioni e aggiornamenti sulle attività dell’Alleanza. Le attività di divulgazione e gli interventi pubblici sono invece affidati esclusivamente a persone qualificate, selezionate in base alle competenze specifiche.

Rai Cultura può correggere una pagina, Focus una frase, Treccani una voce e uno storico un paragone. Correggere questi errori sarebbe il minimo. Più difficile, ma necessario, è eliminare l’abitudine culturale che continua a renderli plausibili e l’idea, sempre più diffusa, che la velocità possa sostituire la competenza. Quando si racconta la storia di un Popolo, studiare prima di scrivere non è una raffinatezza. È il mestiere.

da qui

sabato 30 agosto 2025

Smascherare i miti: sei falsità sui Nativi Americani da sfatare - Raffaella Milandri

Un viaggio emozionante nella verità storica e culturale dei Popoli Indigeni d’America, illuminato dalla letteratura e dal giornalismo engagé.

I Nativi Americani, popoli di straordinaria ricchezza storica e culturale, sono stati a lungo travisati da stereotipi riduttivi e narrazioni distorte che ne hanno offuscato l’identità. Cinema, letteratura popolare e immaginario collettivo hanno spesso ridotto comunità complesse e vibranti a caricature semplicistiche, perpetuando miti che negano la loro diversità, resilienza e contributi.

Grazie a una crescente produzione letteraria e giornalistica, come i libri di autori nativi e rubriche specializzate, tra cui Nativi su L’Antidiplomatico, possiamo oggi smascherare sei falsità radicate, riscoprendo l’eredità autentica dei Popoli Indigeni d’America. Attenzione, anche oggi risulta molto difficile divulgare la cultura dei Nativi Americani: il complesso di superiorità occidentale, in molti casi, dilaga ancora oscurando informazioni e praticando censure su molti giornali.

  1. I Nativi Americani sono un unico gruppo monolitico

L’immagine stereotipata di un “indiano” con piume e tomahawk è un’invenzione hollywoodiana. In realtà, i Nativi Americani comprendono oltre 570 tribù riconosciute negli Stati Uniti, ciascuna con lingue, tradizioni e storie uniche. I Navajo, celebri per la loro arte tessile e la cosmologia complessa, differiscono profondamente dai Cherokee, che svilupparono un sistema di scrittura sillabico grazie a Sequoyah nel 1821, dando vita al Cherokee Phoenix, il primo giornale nativo. Opere come The Heartbeat of Wounded Knee di David Treuer sottolineano questa diversità, mentre rubriche come questa esplorano le specificità culturali, storiche e di attualità di tribù spesso ignorate, contrastando l’immagine monolitica e riduttiva. 

  1. I Nativi Americani sono estinti

Il mito che i Nativi Americani appartengano solo al passato è smentito dai numeri: oltre 9 milioni di persone si identificano come Nativi Americani o Nativi dell’Alaska, secondo il Censimento USA del 2020. Le loro comunità sono vive, come dimostrano i Powwow, celebrazioni di danza e musica che riuniscono migliaia di nativi, o la rinascita della lingua Lakota nelle scuole tribali. Libri come There There di Tommy Orange raccontano la vitalità delle comunità native urbane, mentre gli articoli su Nativi evidenziano l’attivismo contemporaneo, come le lotte per la sovranità territoriale, dando voce a una resilienza che sfida ogni narrazione di estinzione. 

  1. Non avevano società avanzate prima del contatto con gli europei

L’idea di società “primitive” è confutata da prove archeologiche. La civiltà del Mississippi costruì Cahokia, una città con oltre 20.000 abitanti e una piramide alta 30 metri, tra il 900 e il 1350 d.C. Gli Anasazi, antenati dei Pueblo, svilupparono sistemi di canalizzazione nei deserti del Sud-Ovest, mentre gli Haudenosaunee crearono una confederazione politica sofisticata. Testi come 1491 di Charles C. Mann documentano queste conquiste, e articoli specializzati approfondiscono il genio architettonico e politico dei Nativi, smontando il pregiudizio coloniale di superiorità europea. 

  1. I Nativi Americani erano solo nomadi primitivi senza sistemi agricoli avanzati

L’immagine del nativo come cacciatore nomade ignora le innovazioni agricole di molte tribù. Gli Haudenosaunee coltivavano le “Tre Sorelle” (mais, fagioli, zucca) con tecniche di policoltura sostenibile, mentre gli Hopi usavano sistemi di irrigazione per coltivare in ambienti aridi. Il mais, originario delle Americhe, ha rivoluzionato l’agricoltura globale. Scrittrici come Robin Wall Kimmerer, in Braiding Sweetgrass, celebrano la saggezza ecologica nativa, e raccontano come queste pratiche agricole siano ancora modello di sostenibilità, smentendo l’idea di primitivismo.

  1. I Nativi Americani erano intrinsecamente violenti e ostili agli europei

La narrazione del “selvaggio ostile” è una distorsione coloniale. I Wampanoag accolsero i Pellegrini nel 1621, condividendo risorse che resero possibile il primo Thanksgiving. I conflitti, come il massacro di Sand Creek del 1864, dove truppe USA uccisero 150 Cheyenne e Arapaho, furono spesso provocati da violazioni di trattati. Opere come Bury My Heart at Wounded Knee di Dee Brown documentano queste ingiustizie, mentre qui analizziamo la diplomazia nativa, come i trattati degli Haudenosaunee, evidenziando una tradizione di pace oscurata da narrazioni faziose. 

  1. I Nativi Americani non hanno contribuito alla cultura moderna degli Stati Uniti

I Nativi Americani hanno plasmato profondamente la cultura americana. La Costituzione USA si ispirò al sistema confederale degli Haudenosaunee, un modello di democrazia partecipativa. Parole come “moose” e “hurricane” derivano da lingue native. Figure come l’artista Navajo R.C. Gorman o l’attivista Winona LaDuke hanno lasciato un’impronta nell’arte e nell’ecologia, mentre il movimento di Standing Rock contro il Dakota Access Pipeline ha ispirato il mondo. Autori come Louise Erdrich, con romanzi come Love Medicine, e tanti articoli dimostrano l’influenza viva dei Nativi, smentendo chi ne nega il ruolo. 

Un invito alla scoperta attraverso la letteratura e il giornalismo 

Smascherare queste falsità è un atto di giustizia storica e culturale, reso possibile dalla potenza della letteratura nativa e del giornalismo indipendente. Libri come quelli di Sherman Alexie o Leslie Marmon Silko, insieme a rubriche come Nativi, ci guidano verso una comprensione autentica, celebrando la resilienza e la creatività dei Nativi Americani. La loro storia non è solo un racconto di sopravvivenza, ma una lezione di umanità che continua a ispirare. Immergiamoci in queste narrazioni per riscoprire un’eredità che appartiene al mondo intero.

da qui

lunedì 21 ottobre 2024

La violenza della polizia canadese verso i Nativi: nove morti nell’ultimo mese - Raffaella Milandri

 

 

Avevo già deciso di parlare del Canada e delle terribili morti di Saskatoon, una serie di casi messi sotto silenzio, quando il 26 settembre mi è balzato all’occhio un titolo del Global News: “Da agosto 9 indigeni sono morti sotto la custodia della polizia”. Approfondiamo. Sul Canada pendono già accuse gravi, come abbiamo visto nei miei articoli “Cosa c’è dietro le scuse di Papa Francesco ai Nativi”, sulle scuole residenziali indiane in Canada, e “Esperimenti medici segreti sui Nativi in Canada: una causa per dimostrare che succede ancora oggi”, che potete trovare insieme agli altri al link della mia rubrica “Nativi".

 

Il caso di Jon Wells — ucciso il 17 settembre 2024 

L’ultimo caso, raccontato anche dalla CBC, è stato quello di Jon Wells a Calgary, Alberta. Jon Wells, 42 anni, membro della Blood Tribe e noto campione indigeno di rodeo, è morto il 17 settembre 2024 in seguito a un “incontro” con gli agenti di polizia a Calgary. La polizia ha dichiarato di essere stata chiamata all'hotel poco prima dell'una di notte dopo che era stato segnalato “un uomo che provocava disordini e si rifiutava di andarsene”. L'uomo era disarmato e, come ha riportato la polizia, si comportava “in modo confuso”. Quando un agente gli ha puntato la sua pistola stordente l'uomo ha alzato le mani e ha detto: “Non voglio morire”.  Dopo che un agente ha tentato di afferrare l'uomo, ne è scaturito un alterco fisico, l'uomo è stato colpito con il taser e con un pugno in testa, e gli sono state applicate manette e cinghie alle gambe. All'arrivo di altri agenti, l'uomo era steso a terra, sanguinava dalla bocca e aveva vomitato. All'uomo è stata applicata una maschera anti-sputo e gli è stato somministrato un sedativo. Circa tre minuti dopo, qualcuno si è accorto che non rispondeva e poco dopo è stato dichiarato morto.

 

Il 27 settembre, il capo della Blood Tribe, Roy Fox, ha dichiarato che il consiglio della tribù presenterà un reclamo contro gli agenti e chiederà un esame approfondito da parte dell'ASIRT (Alberta Serious Incident Response Team). In una dichiarazione, Fox ha anche detto che la morte di Wells ricorda le vicende che la Prima Nazione ha vissuto negli anni '80, quando ci fu un'inchiesta pubblica “Policing in relation to the Blood Tribe”. “Dobbiamo cercare giustizia per il signor Wells e ad assicurare che tali tragedie non continuino”, ha affermato Fox. Il capo dell'Assemblea delle Prime Nazioni (Assembly of First Nations), Cindy Woodhouse, ha dichiarato che la morte di Wells è solo l'ultima di una serie di morti di indigeni in Canada in seguito a “scontri con la polizia”, tra cui otto oltre a Wells solo nell'ultimo mese. “Ci sono state troppe morti”, ha detto. “È straziante e ti lascia quasi senza parole”. E restiamo senza parole anche noi.

Ha affermato Michael Redhead Champagne, un attivista per i diritti delle First Nations: “Chi chiamiamo noi Nativi quando abbiamo bisogno di aiuto? Perché di certo non possiamo chiamare la polizia o la RCMP (Royal Canadian Mounted Police)”.

 

Morti in cifre negli anni precedenti

Nonostante rappresenti solo il 5% della popolazione canadese, il 30% dei detenuti del Paese è indigeno. Nelle province di Manitoba, Saskatchewan e Alberta — regioni in cui la popolazione indigena è più numerosa — questo numero sale al 54%. Secondo un'analisi di CTV News del 2017, un indigeno in Canada ha più di 10 volte la probabilità di essere colpito e ucciso da un agente di polizia rispetto a un bianco. Tra il 2017 e il 2020, 25 indigeni sono stati uccisi dalla RCMP, il servizio di polizia federale e nazionale del Canada. 

Chantel Moore, 26 anni — uccisa il 4 giugno 2020

Nelle prime ore del mattino del 4 giugno 2020, la polizia della città di Edmundston, nel New Brunswick, avrebbe risposto a una chiamata del fidanzato di Chantel Moore che, preoccupato, chiedeva un controllo di sicurezza. Il suo fidanzato, che viveva a più di 1.000 km di distanza a Toronto, avrebbe creduto che Chantel fosse stata molestata. La 26enne del  British Columbia, membro della First Nation Tla-o-qui-aht, si era recentemente trasferita nel New Brunswick per stare più vicina alla figlia di sei anni, che viveva con la madre di Chantel. Pochi minuti dopo, Chantel — che la sua famiglia ha descritto come “una brava mamma”, una persona che “faceva amicizia ovunque andasse” e “amava far ridere la gente” — era morta.

Secondo la polizia, Chantel era uscita dal suo appartamento su un balcone con un coltello e aveva minacciato l'agente, che poi le aveva sparato. Dopo che il corpo di Chantel è stato riportato in British Columbia, la nonna materna, Grace Frank, e sua madre, Martha Martin, sono andate a vederlo. “Il suo volto era livido, l'occhio destro era infossato. Aveva sette ferite da arma da fuoco sul corpo e la gamba sinistra non era attaccata sotto la rotula”, ha ricordato Grace in lacrime, aggiungendo che la polizia non aveva fornito alcuna spiegazione per le condizioni del corpo. La famiglia voleva evitare che la figlia di Chantel, Gracie - che prende il nome dalla bisnonna - venisse a sapere come è morta la madre, ma la bambina di sei anni ha visto per caso un servizio in TV. La bisnonna dice che la cosa l'ha lasciata sconvolta e ha detto: “Non voglio che mi sparino così, non voglio morire così””. Alla domanda sulle condizioni del corpo di Chantel, Mychèle Poitras, direttrice delle comunicazioni della città di Edmundston, ha risposto: “Non si possono fare commenti”.

La First Nation Tla-o-qui-aht ha chiesto che l'agente fosse accusato di omicidio e che le telecamere siano obbligatorie per tutti gli agenti di polizia che lavorano a contatto con il pubblico. Ha inoltre richiesto un'inchiesta nazionale completa sulle cause della brutalità della polizia nei confronti degli indigeni.

I casi di Saskatoon: i tour alla luce delle stelle, Starlight tours. Neil Stonechild, 17 anni - ucciso nel novembre 1990

In Saskatchewan un fenomeno mortale noto come “starlight tours” minaccia gli indigeni da decenni. Nessuno sa con certezza dove o quando sia nato il termine, ma i residenti indigeni sanno esattamente cosa significhi: la polizia preleva gli indigeni — che spesso si dice siano presi in stato di ebbrezza — e li abbandona di notte ai margini della città di Saskatoon, dove le temperature scendono regolarmente fino a -28°C durante l'inverno. Nel novembre 1990, un ragazzo Saulteaux First Nations di 17 anni fu trovato morto congelato in un campo alla periferia di Saskatoon. Neil Stonechild era a faccia in giù nella neve, indossava una sola scarpa e aveva segni di tagli sul viso e sulle braccia. Fu trovato da operai edili il 29 novembre, cinque giorni dopo essere stato visto per l'ultima volta. L'autopsia indicò che era morto per ipotermia. Ma la sua famiglia, sconvolta, sospettò che si trattasse di un crimine. L'indagine della polizia sulla sua morte fu chiusa dopo soli tre giorni.

L'ex sergente della polizia di Saskatoon Keith Jarvis, che condusse l'indagine, spiegò nel suo rapporto: “Si ritiene che, a meno che non si ottenga una prova concreta del contrario, il defunto sia morto per congelamento”. Al momento del decesso, Neil viveva tra una casa famiglia — un alloggio che ospita più bambini e giovani in affidamento — nella zona ovest di Saskatoon e la casa della madre. Secondo il fratello maggiore, Dean Lindgren, Neil era un “bravo ragazzo” che si dilettava in “piccoli crimini” ma non era coinvolto in crimini violenti o bande.

La notte in cui Neil è morto indossava la giacca da liceale del fratello. Era, ricorda Dean, uno dei suoi beni più preziosi.

I due fratelli avevano un forte legame, anche se si conoscevano solo da due anni e mezzo quando Neil morì. Dean era, infatti, stato sottratto alla sua famiglia nell'ambito dello “scoop degli anni '60”, una pratica messa in atto dai governi provinciali e federali canadesi tra gli anni '60 e '80 in cui i bambini indigeni venivano sottratti alle loro famiglie e adottati da famiglie bianche in Canada e negli Stati Uniti. Dopo aver terminato le scuole superiori, Dean aveva viaggiato dalla sua casa adottiva in Minnesota negli Stati Uniti per trovare la sua famiglia biologica a Saskatoon. Aveva legato immediatamente con il fratello e, la settimana prima della sua morte, i due fratelli avevano programmato di recarsi nella provincia dell'Ontario per ritirare un'auto che Dean aveva comprato e tornare insieme a Saskatoon. Ma alla fine Dean era andato da solo.

Tornando a Saskatoon, Dean aveva avuto un incidente e distrutto la sua auto nuova. Preso in prestito il telefono di uno sconosciuto, aveva chiamato casa e sua cugina Andrea gli aveva detto: “Dean, tuo fratello è stato ucciso”. Dean ricorda di aver saputo che Neil era con il suo amico sedicenne Jason Roy la notte in cui era scomparso. Ma per 10 anni Jason non parlò mai di quanto accaduto quella notte. In seguito, spiegò di essere stato traumatizzato e di aver avuto paura di potenziali ripercussioni se avesse parlato.

Il 19 gennaio 2000, Lloyd Dustyhorn, un uomo delle First Nations di 53 anni, fu trovato morto congelato a Saskatoon. Il giorno prima era stato preso in custodia dalla polizia per ubriachezza in pubblico. Nel maggio 2001, a seguito di un'inchiesta, una giuria decise che la sua morte era stata causata dall'ipotermia. Più tardi, nello stesso mese, Darryl Night, un uomo Cree di Saskatoon, raccontò alla polizia che due agenti lo avevano abbandonato al gelo a diversi chilometri da Saskatoon. Darryl aveva avuto una discussione da ubriaco con lo zio e ha raccontato che gli agenti lo prelevarono fuori dall'appartamento dello zio prima dell'alba del 28 gennaio. Indossava solo una maglietta e scarpe da corsa quando lo lasciarono in una remota area rurale fuori città. Riuscì a camminare per diversi chilometri fino a una centrale elettrica, dove un guardiano gli permise di chiamare un taxi.

Il giorno dopo, il corpo a torso nudo di Rodney Naistus, un indigeno di 25 anni, fu trovato vicino al luogo in cui Darryl aveva detto che gli agenti di polizia lo avevano lasciato. Pochi giorni dopo, il 3 febbraio 2000, il corpo di un altro indigeno, Lawrence Kim Wegner, 30 anni, che era stato visto per l'ultima volta tre giorni prima, fu trovato con indosso solo una maglietta, calzini e jeans. Secondo le indagini della polizia e le inchieste pubbliche, entrambi gli uomini sembravano essere morti congelati, forse dopo poche ore dal rilascio dalla custodia della polizia. Questi casi spinsero la Provincia di Saskatchewan a tenere un'inchiesta sui presunti “tour alla luce delle stelle” e a riesaminare anche la morte di Neil, nel 1990. Jason Roy stavolta testimoniò all'inchiesta, raccontando dell'ultima volta che aveva visto il suo amico vivo, in quella fredda notte di novembre. Lui e Neil stavano camminando nella zona ovest della città dopo aver bevuto in una casa della zona. I due si erano separati, e la volta successiva che Jason vide Neil era sul sedile posteriore di una volante della polizia, con il volto insanguinato, che gridava aiuto e diceva a Jason: “Mi uccideranno”.

L'inchiesta stabilì che Neil era sotto la custodia di due agenti di polizia e che le ferite e i segni sul suo corpo “erano stati probabilmente causati dalle manette”. Gli agenti negarono di essere stati in contatto con Neil la notte in cui morì, ma le prove contraddissero le loro affermazioni e i due furono licenziati dal servizio nel novembre 2004.  Nonostante ciò, nessun agente di polizia di Saskatoon è stato processato per la morte di Neil o di altri indigeni morti per congelamento

Inizialmente gli investigatori dell’SPS (Saskatoon Police Service) hanno insistito nel dire che si trattava di incidenti isolati. Tuttavia, nel 2003, il capo della polizia Russell Sabo ammise che c'era la “possibilità” che la forza di polizia avesse scaricato indigeni delle First Nations fuori dalla città per anni, rivelando che un agente dell'SPS era stato punito nel 1976 per aver portato una donna indigena alla periferia della città e averla abbandonata lì. Gli “starlight tours” sarebbero andati avanti per decine di anni. Una vera e propria serie di terribili delitti seriali.

Il 21 aprile 2018, Ken Thomas ha affermato di essere stato prelevato da due agenti dell'SPS e abbandonato fuori città di notte al freddo. Questa accusa è stata indagata dalla Public Complaints Commission, che ha dichiarato che era infondata. In un comunicato stampa, il capo della polizia Troy Cooper ha dichiarato che è improbabile che ci sia stato un contatto tra l'SPS e Thomas la notte dell'incidente, sulla base delle registrazioni video e audio effettuate dalle auto della polizia  (link: https://saskatoon.ctvnews.ca/starlight-tour-allegation-unfounded-investigation-finds-1.4222925 ).

Tentativi di censura, film e musica

Tra il 2012 e il 2016, la sezione “Starlight Tours” dell'articolo di Wikipedia in inglese sulle morti per congelamento di Saskatoon è stata cancellata più volte. Un'indagine ha rivelato che due delle modifiche provenivano da un computer dell'SPS (https://www.cbc.ca/news/canada/saskatoon/saskatoon-police-starlight-tours-wikipedia-delete-1.3512586). Alyson Edwards, portavoce del corpo di polizia, ha negato che la rimozione dei contenuti sia stata approvata ufficialmente dal corpo di polizia. Il 31 marzo 2016 il Saskatoon StarPhoenix ha riferito che “la polizia di Saskatoon ha confermato che qualcuno all'interno del dipartimento di polizia ha cancellato i riferimenti a ‘Starlight tours’ dalla pagina web di Wikipedia sul corpo di polizia”. Secondo il rapporto, una ‘portavoce della polizia ha riconosciuto che la sezione sui  Starlight Tour è stata cancellata utilizzando un computer all'interno del dipartimento, ma ha detto che gli investigatori non sono stati in grado di individuare chi l'ha fatto. La portavoce ha dichiarato che l'SPS sta lavorando per ‘andare avanti con tutto il lavoro positivo che è stato fatto, e continua a essere fatto, che è venuto fuori dall'inchiesta Stonechild’.

Gli incidenti degli “Starlight Tours” sono stati trattati in due film. Le esperienze di Darrell Night sono state documentate nel documentario Two Worlds Colliding ( 2004) di Tasha Hubbard, National Film Board of Canada, vincitore del Canada Award. Un incidente è stato anche ritratto nel film drammatico di mezz'ora Out in the Cold (Fuori dal freddo), diretto da Colleen Murphy e interpretato da Gordon Tootoosis, Matthew Strongeagle ed Erroll Kinistino.

Nel 2005, il gruppo punk rock canadese Propagandhi ha pubblicato l'album Potemkin City Limits, che include la canzone “The Bringer of Greater Things”, “dedicata a Rodney Naistus, Neil Stonechild e Lawrence Wegner, assassinati dai membri del Dipartimento di Polizia di Saskatoon” (note di copertina dell'album).

La canzone “One Shoe” del musicista canadese Kris Demeanor è stata scritta in riferimento alle morti per congelamento di Saskatoon, in particolare quella di Stonechild. Anche la canzone “Starlight” delle Wailin' Jennys è stata ispirata dalle morti per congelamento. Nel 2017, l'artista Mi'kmaq Cathy Elliott ha completato un workshop di cinque settimane con gli studenti dello Sheridan College per il suo musical Starlight Tour.

Conclusioni

La realtà è che ben poco si è fatto per andare a fondo a queste terribili vicende: sia quelle attualmente in corso, di agosto e settembre 2024, sia quelle dello “sport” della polizia di Saskatoon che, in sostanza, pare sia quello di acchiappare nativi in giro di sera per la cittadina per abbandonarli in maglietta a congelare. I Nativi canadesi, formati dalle comunità delle First Nations, Inuit e Métis parlano di genocidio. E noi? Riflettiamo sul fatto che nascere nativi in Canada sia una vera lotta per la sopravvivenza, come se non bastassero i secoli di ingiustizie già passati. Parlare di questi fatti, condividerli e divulgarli è  un nostro diritto e un nostro dovere.

Mi permetto, come lettura consigliata per saperne di più, il mio libro “Le scuole residenziali indiane. Le tombe senza nome e le scuse di Papa Francesco”, Mauna Kea Edizioni, 2023.

da qui

venerdì 2 agosto 2024

Come vedono i Nativi Americani la situazione a Gaza: un percorso parallelo? - Raffaella Milandri

 

Le analogie, in primis legate al colonialismo e al concetto di identità e territorio, sembrano scontate. Ma riportare una opinione uniforme sulla questione più dibattuta, in particolare dallo scorso 7 ottobre, è difficile: molti supportano i Palestinesi, alcuni sono dalla parte di Israele, altri non si pronunciano. Come vedremo alla fine di questo articolo, sono sempre i Sioux-Lakota i più battaglieri.

Elezioni imminenti

Il mood generale è fermare quello che è stato denunciato come genocidio, di cui del resto sono stati vittime anche i Nativi; ma le incombenti elezioni americane inviterebbero alla prudenza nell’esprimersi su un tema tanto delicato, in particolare negli Stati Uniti. I Nativi Americani mancano ancora di una posizione politica forte, pur se hanno Deb Haaland, membro tribale dei Pueblo, come Segretario degli Interni nella amministrazione Biden. Il suo ruolo – supportato da una comunità nativa (e dai suoi voti) che conta oltre 9.700.000 persone, in base al censimento 2020 – è rimasto in ombra durante il mandato Biden, come del resto quello di Kamala Harris che solo di fronte alla recente candidatura democratica è “resuscitata” a una posizione di rilievo e a tanti elogi. Del resto, se la candidata dem appoggia Israele – pur lamentando l’alto numero di vittime palestinesi, nelle sue recenti dichiarazioni – il suo partito ha dato spazio a esponenti Nativi Americani tra le figure politiche. Dall’altra parte una possibile – e non certo da escludere – elezione di Trump alla Casa Bianca potrebbe significare problemi per la comunità nativa americana nonchè per le sue lotte ambientaliste. Ascoltiamo alcune voci di Nativi Americani.

Le proteste dei Nativi Americani

Molti nella comunità indigena considerano ciò che è accaduto più di 500 anni fa nelle Americhe come un “percorso parallelo” a quello che i palestinesi stanno affrontando negli ultimi 75 anni. Come abbiamo visto nei precedenti articoli di questa rubrica, si stima che fino a 56 milioni di indigeni americani siano stati uccisi nei primi 100 anni di colonizzazione europea delle Americhe. Oggi, le tribù di Nativi Americani rimaste sono costrette a vivere su appena il due per cento della terra degli Stati Uniti.

Dall'inizio del bombardamento israeliano su Gaza, in ottobre, gruppi come NDN Collective e The Red Nation hanno rilasciato dichiarazioni scritte per chiedere la fine del “colonialismo” e del genocidio, aggiungendo che “i diritti dei palestinesi sono diritti indigeni su quelle terre e noi siamo sulla terra indigena qui negli Stati Uniti”.

Tara Houska, avvocato tribale della Couchiching First Nation ed ex consulente per gli Indian Affairs di Bernie Sanders (2016), parlando a TRT World, ha detto di aver assistito agli “sforzi per allontanare i Palestinesi dalla Palestina” per decenni, ma che l'occupazione israeliana è ora “diventata apertamente genocida nella sua portata e nelle sue azioni”. Ha proseguito: “I miei antenati sono stati quasi sterminati con un genocidio. Siamo stati disumanizzati, degradati e non abbiamo avuto diritti sulle nostre terre d'origine. Siamo stati trasferiti in piccole porzioni della terra che abbiamo chiamato casa per generazioni. Vedo che molte di queste stesse tattiche vengono messe in atto nei confronti del popolo palestinese”. L'attivismo della Houska ha incluso l'incatenamento a un escavatore in ottobre presso il Mountain Valley Pipeline (MVP) a Pembroke, in Virginia. L'oleodotto di gas fracking, lungo più di 300 miglia, è stato preso di mira come luogo di protesta, poiché si ritiene che il petrolio proveniente dall'oleodotto serva Elbit Systems a Roanoke, in Virginia. L'azienda produce armi israeliane che sono state utilizzate contro i Palestinesi. Ha aggiunto la Houska: “La diplomazia internazionale deve avere luogo con la Palestina al tavolo come parte uguale e autodeterminata – fino ad allora, Wiikwaji'ikog Baneshtiinanaang Palestine!”, che significa “Liberate il popolo della Palestina” nella lingua nativa Ojibwe di Houska.

Il sostegno dei Nativi Americani alla Palestina risale ad almeno mezzo secolo fa: il Native American Movement e la Palestine Liberation Organisation (PLO) si erano già sostenuti a vicenda negli anni '70. Più recentemente, nel 2016, Nativi Americani, vestiti con kefiah palestinesi, si sono schierati a fianco degli attivisti del Palestinian Youth Movement per protestare contro la costruzione di oleodotti che avrebbero distrutto i siti religiosi e culturali indigeni della tribù Sioux-Lakota a Standing Rock, nel Nord Dakota, oltre a contaminare le loro riserve d'acqua. James Zogby, presidente dell'Arab-American Institute con sede a Washington, ha affermato che gli indigeni nativi americani e i palestinesi “condividono la stessa narrazione”. Ha aggiunto: “I coloni sionisti che arrivarono in Palestina negli anni '20 lo riconobbero. A volte si riferivano agli arabi palestinesi che incontravano come ‘pellerossa’ – selvaggi da sconfiggere, ostacoli alle loro ambizioni che dovevano essere rimossi”.

La solidarietà indigena non si è limitata alle proteste di strada e ai post sui social media. A novembre, la MV Cape Orlando, una nave militare statunitense che si ritiene trasportasse armi dirette in Israele, è stata bloccata da una canoa tradizionale della Tribù Puyallup, nativa di Tacoma nello Stato di Washington. L'attivista Patricia Gonzalez ha dichiarato all'epoca: “Abbiamo capito che dovevamo fare la cosa più potente della nostra cultura che sappiamo fare. Salire in acqua e difendere la nostra posizione”.

La NAISA, Native American and Indigenous Studies Association, ha rilasciato una dichiarazione lo scorso aprile, che riporto qui:  

Noi dell'Associazione di Studi Nativi Americani e Indigeni condanniamo con la massima fermezza il genocidio israeliano a Gaza e l'eliminazione coloniale in corso contro i palestinesi. In conformità con il diritto internazionale, chiediamo un cessate il fuoco immediato, l'accesso immediato agli aiuti umanitari, un'indagine imparziale su tutte le atrocità commesse, la fine dell'occupazione illegale delle terre palestinesi e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. Chiediamo anche la fine di tutti gli aiuti militari stranieri a Israele. Estendiamo la nostra più profonda solidarietà ai palestinesi di Gaza, della Cisgiordania, dei Territori occupati e a quelli che vivono nella diaspora, mentre cercano di sopravvivere a questo assalto genocida con tutti i mezzi necessari. Il colonialismo e il genocidio dovrebbero essere le forme più riconoscibili di oppressione, il che dovrebbe anche renderli crimini facili da prevenire e punire. Non è così. Il genocidio israeliano in corso contro i palestinesi è forse il primo genocidio della storia ad essere trasmesso in tempo reale. Eppure, i leader e le istituzioni globali non sembrano disposti a fermarlo, nonostante l'opposizione diffusa. I popoli indigeni capiscono meglio cosa significa essere soggetti di Stati colonizzatori che negano, nascondono o cercano di cancellare la propria complicità nel genocidio e nel colonialismo. Ecco perché abbiamo formato comunità intellettuali e organizzazioni professionali come la Native American and Indigenous Studies Association (NAISA) – per studiare e resistere al colonialismo, in tutte le sue manifestazioni, e per mettere al centro l'abbondanza intellettuale e le diverse esperienze dei popoli indigeni. Sappiamo che i singoli membri del Consiglio e molti membri della comunità NAISA si sono organizzati per la solidarietà con la Palestina nell'ambito delle loro capacità istituzionali e comunitarie e sono stati oggetto di campagne diffamatorie volte a mettere a tacere la libertà accademica, l'attivismo indigeno e gli studiosi palestinesi. Sosteniamo i principi della libertà accademica e il diritto di resistere al colonialismo in tutte le sue forme. Siamo solidali con tutti i docenti e gli studenti che sono stati minacciati, sospesi o licenziati per la loro opposizione al genocidio palestinese in corso. Condanniamo fermamente l'uso della violenza e delle minacce di violenza da parte degli amministratori universitari nei confronti di studenti, docenti e personale che esprimono posizioni pro-palestinesi. Mentre i politici e gli amministratori universitari hanno criminalizzato le proteste anti-genocidio non violente e guidate dagli studenti nei campus universitari – definendole "non sicure", Israele ha distrutto, in tutto o in parte, ogni università di Gaza, rendendo nessuno spazio sicuro per l'istruzione. Gli esperti di diritti umani hanno considerato l'annientamento del sistema educativo di Gaza un “scolasticidio”. Dal 7 ottobre 2023, l'esercito israeliano ha ucciso più di 5.479 studenti, 261 insegnanti e 95 professori universitari a Gaza, e più di 7.819 studenti e 756 insegnanti sono stati feriti. Siamo solidali con tutti gli educatori, gli studenti e gli operatori dell'istruzione palestinesi e piangiamo la perdita di coloro che sono stati uccisi e feriti da questa campagna genocida. Rifiutiamo l'inquadramento di questa conflagrazione come un 'conflitto' iniziato il 7 ottobre 2023.  “Il genocidio di Israele contro i Palestinesi a Gaza è una fase di escalation di un processo coloniale di colonizzazione di lunga data di cancellazione [della vita palestinese]", conclude un recente rapporto delle Nazioni Unite che valuta la situazione. La Nakba palestinese si sta svolgendo da oltre sette decenni. Israele ha soffocato tutti gli aspetti della vita culturale, economica e politica palestinese nel tentativo di espropriare e controllare le terre e le risorse palestinesi. Il genocidio è intrinseco al colonialismo dei colonizzatori come processo che tenta di eliminare e sostituire i popoli nativi. Per questo motivo, la NAISA è stata una delle prime sostenitrici del boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane ed è rimasta un'alleata impegnata della libertà accademica palestinese di fronte alla repressione israeliana”. 

La Oglala Sioux Tribe  ha approvato una risoluzione a sostegno dei palestinesi di Gaza

Il Consiglio tribale della Tribù Oglala Sioux ha approvato alla fine di marzo una risoluzione a sostegno dei Palestinesi di Gaza. La risoluzione fa riferimento ai parallelismi tra ciò che è accaduto negli Stati Uniti ai Nativi Americani e ciò che sta accadendo attualmente ai Palestinesi di Gaza. Dichiara il Consiglio Tribale: “Nel corso della storia degli Stati Uniti, i popoli indigeni sono stati soggetti a decenni di genocidio guidato dallo sforzo del governo federale di sradicare e assimilare con la forza i Nativi Americani. Lunedì 25 marzo, in un rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite, il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, Francesca Albanese, ha dichiarato che ci sono chiare indicazioni che Israele ha violato tre dei cinque atti elencati nella Convenzione sul Genocidio delle Nazioni Unite”. La organizzazione Honor the Earth ha dichiarato in un comunicato stampa che gli Oglala Lakota sono noti per aver combattuto contro il colonialismo, e citando la storia tra i popoli palestinese e Lakota, compreso il momento in cui i palestinesi si sono schierati con i Nativi Americani in solidarietà a Standing Rock e Wounded Knee (come abbiamo visto prima). “Proprio come i palestinesi si sono mostrati per noi alle Nazioni Unite, a Wounded Knee e a Standing Rock, si mostreranno di nuovo per noi quando li chiameremo. Questa è l'essenza dell'essere un buon familiare nella società dei guerrieri”, ha dichiarato nel comunicato stampa Krystal Two Bulls (Oglala Lakota/Northern Cheyenne), Direttore esecutivo di Honor the Earth. “Ecco perché noi, come Oglala, dobbiamo manifestare per loro ora!”.

Concludendo, sono in molti i Nativi Americani a sostenere la causa palestinese. Ma come abbiamo visto finora, la sostanza non cambia. Non trovo modo migliore per concludere questo articolo che con le parole di Chase Iron Eyes direttore di The Lakota People’s Law Project, nella sua dichiarazione del 26 luglio.


“È stata una settimana pazzesca per la politica statunitense. Domenica scorsa, il Presidente Joe Biden si è ritirato dalla corsa per la rielezione, appoggiando subito il Vicepresidente Kamala Harris per prendere il suo posto al vertice della lista democratica. Poi, un'ondata di consensi da parte di altri democratici di spicco – compresi praticamente tutti i suoi aspiranti sfidanti – ha contribuito a rendere Harris la candidata democratica. E tutto questo è avvenuto sullo sfondo di una visita mercoledì al Congresso del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, secondo quanto riferito, boicottata da quasi la metà dei legislatori democratici. Nel frattempo, prima di quel discorso, molti sono scesi in piazza per protestare a nome degli innocenti palestinesi che stanno soffrendo una crisi umanitaria mortale per mano del governo aggressivamente sionista di Netanyahu. E quasi troppo prevedibilmente qui nella Indian Country, coloro che hanno tentato di esprimere liberamente questo punto di vista sono stati minacciati sotto la minaccia delle armi. La rappresentante legale Lakota Rashida Tlaib (D-MI) ha partecipato al discorso di mercoledì di Netanyahu a una riunione congiunta del Congresso – per protestare contro la sua presenza. Dobbiamo riconoscere e affrontare tutte le forme di violenza politica – dalle questioni sistemiche alla radice fino a ritenere responsabili gli autori. Questi giovani membri del Capitolo Oglala Lakota del Consiglio Internazionale della Gioventù Indigena dovrebbero essere applauditi per aver preso posizione a favore dell'umanità, e non essere costretti a temere per le loro vite. L'ho detto e ripetuto più volte: Il genocidio delle famiglie palestinesi per mano del regime di Netanyahu non è più accettabile dell'uccisione di israeliani innocenti da parte dei razzi di Hamas, dei tentativi storici di sterminio degli ebrei o del tentativo di eliminazione dei nativi da parte del governo statunitense. Siamo solidali con tutti i popoli indigeni e con chiunque soffra, sanguini o muoia quando coloro che bramano e si aggrappano al potere perseguono i loro programmi distruttivi. È ora di fermare le uccisioni. È ora di fermare la violenza. I fornitori di guerra (che vendono munizioni e prestano denaro a tutte le parti in conflitto) devono essere neutralizzati, ed è ora di agire con tutto ciò che abbiamo per opporci all'autoritarismo. Wopila tanka - grazie per esserti schierato a favore della pace”.

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sabato 20 luglio 2024

Il “Destino Manifesto” degli Stati Uniti, i Nativi Americani e il resto del mondo - Raffaella Milandri

 

Nel XIX secolo si fece strada negli Stati Uniti il concetto di “Destino manifesto” (in inglese Manifest destiny), una sorta di  credo nella naturale superiorità di quella che allora veniva chiamata la “razza anglosassone”: espandersi era considerata una missione, per diffondere la loro forma di libertà e democrazia. Per i sostenitori del Destino manifesto l'espansione non era solo buona, ma anche ovvia (manifesta) e inevitabile (destino).  Tutti concetti legati all'eccezionalismo americano e al nazionalismo romantico, e precursori dell’imperialismo americano e dell’americanismo. Oltre alle ovvie (anzi manifeste) riflessioni sul fatto che questo concetto sopravviva anche oggi, approfondiamone l’influsso nefasto, facciamo una visione d’insieme. Chiuderemo attenendoci al tema di questa rubrica: i Nativi Americani, che sono un ottimo esempio per analizzare la politica e la storia contemporanea. Disse Alexis de Tocqueville: “La storia è una galleria di quadri dove ci sono pochi originali e molte copie”.

Il Destino Manifesto

Vorrei dare un breve quadro geopolitico d’insieme.

Secondo lo storico William Earl Weeks, alla base del concetto del Destino Manifesto c'erano tre principi fondamentali:

1)L’assunto della virtù morale unica degli Stati Uniti;

2)L'affermazione della sua missione di redimere il mondo attraverso la diffusione della democrazia repubblicana e più in generale dello “stile di vita americano”;

3)La fede nel destino della nazione, stabilito in modo divino, di riuscire in questa missione.

Il Destino Manifesto, quando nacque, rimase fortemente divisivo in politica, causando un conflitto costante per quanto riguarda in particolare la schiavitù, ma fu associato anche al trattamento dei Nativi Americani. Il concetto divenne uno dei temi principali della campagna elettorale durante le elezioni presidenziali del 1844, dove il Partito Democratico vinse e la frase “Destino Manifesto” fu coniata.

Lo storico Daniel Walker Howe riassume che “l'imperialismo americano non rappresentò un consenso americano; provocò un aspro dissenso all'interno della politica nazionale”. Lo storico Frederick Merk afferma anche che il destino manifesto fu un concetto fortemente contestato all'interno della nazione. L'autore Reginald Horsman ha scritto nel 1981 che questa visione sosteneva anche che “le razze inferiori fossero destinate a uno status subordinato o all'estinzione” e che veniva utilizzata per giustificare “la schiavitù dei neri e l'espulsione e il possibile sterminio degli indiani”.

L'origine del primo punto, in seguito noto come eccezionalismo americano, è stata spesso ricondotta all'eredità puritana dell'America, in particolare al famoso sermone di John Winthrop “City upon a Hill” del 1630, in cui chiedeva l'istituzione di una comunità virtuosa che sarebbe stata un esempio luminoso per il Vecchio Mondo.

Henry Goulburn, uno dei negoziatori britannici a Gand, osservò, dopo aver compreso la posizione americana sull'acquisizione delle terre degli Indiani:

“Fino a quando non sono arrivato qui, non avevo idea della determinazione feroce che c'è nel cuore di ogni americano di estirpare gli Indiani e appropriarsi del loro territorio”.

Nel 1859, Reuben Davis, membro della Camera dei Rappresentanti del Mississippi, articolò una delle visioni più espansive del Destino Manifesto:

“Potremmo espanderci fino a includere il mondo intero. Messico, America Centrale, Sud America, Cuba, le Isole delle Indie Occidentali, e persino Inghilterra e Francia [potremmo] annetterci senza inconvenienti... permettendo loro, con le loro legislature locali, di regolare gli affari locali a modo loro. E questa, Signore, è la missione di questa Repubblica e il suo destino finale”.

Quando il Presidente William McKinley sostenne l'annessione della Repubblica delle Hawaii nel 1898, disse: “Abbiamo bisogno delle Hawaii quanto e più della California. È un destino manifesto”. Albert J. Beveridge sostenne il contrario nel suo discorso del 25 settembre 1900 all'Auditorium di Chicago. Dichiarò che l'attuale desiderio di Cuba e degli altri territori acquisiti era identico alle opinioni espresse da Washington, Jefferson e Marshall. Inoltre, “la sovranità delle Stelle e delle Strisce non può essere altro che una benedizione per qualsiasi popolo e per qualsiasi terra”.

La convinzione della missione americana di promuovere e difendere la democrazia in tutto il mondo, esposta da Jefferson e dal suo “Impero della Libertà”, e continuata da Lincoln, Wilson e George W. Bush (David, Charles Philippe; Grondin, David, 2006, “Hegemony Or Empire?: The Redefinition of Us Power Under George W. Bush”. Ashgate. pp. 129–130) continua ad avere un'influenza sull'ideologia politica americana. Sotto il Presidente Theodore Roosevelt, il ruolo degli Stati Uniti nel Nuovo Mondo fu definito, nel Corollario Roosevelt alla Dottrina Monroe del 1904, come un “potere di polizia internazionale” per garantire gli interessi americani nell'emisfero occidentale. Il corollario di Roosevelt in realtà conteneva un esplicito rifiuto dell'espansione territoriale.

In passato, il Destino Manifesto era visto come necessario per far rispettare la Dottrina Monroe nell'emisfero occidentale, ma ora l'espansionismo era stato sostituito dall'interventismo come valore centrale associato alla Dottrina. Il “destino manifesto” viene talvolta utilizzato dai critici della politica estera degli Stati Uniti per caratterizzare gli interventi in Medio Oriente e altrove. In questo uso, il “destino manifesto” viene interpretato come la causa sottostante a ciò che viene denunciato da alcuni come “imperialismo americano”. I critici hanno condannato il Destino Manifesto come ideologia usata per giustificare l'espropriazione e il genocidio contro le popolazioni indigene.

Dottrina Monroe

La Dottrina Monroe e il “destino manifesto” formarono un nesso di principi e ideologie strettamente correlati: lo storico Walter McDougall definisce il Destino Manifesto un corollario della Dottrina Monroe perché, mentre la Dottrina Monroe non specificava l'espansione, l'espansione era necessaria per far rispettare la dottrina. La Dottrina Monroe è una posizione di politica estera degli Stati Uniti che si oppone al colonialismo europeo (ma non solo) nell'emisfero occidentale. Ritiene che qualsiasi intervento negli affari politici delle Americhe da parte di potenze straniere sia un atto potenzialmente ostile nei confronti degli Stati Uniti. La dottrina, che pare ora allargata all’intero pianeta, è stata centrale per la grande strategia americana nel XX secolo.

Il documento completo della Dottrina Monroe, redatto principalmente nel 1823 dal futuro Presidente e allora Segretario di Stato John Quincy Adams, è lungo e articolato, ma la sua essenza è espressa in due passaggi chiave. Il primo è la dichiarazione introduttiva, che afferma che il Nuovo Mondo non è più soggetto alla colonizzazione da parte dei Paesi europei:

“L'occasione è stata ritenuta opportuna per affermare, come principio in cui sono coinvolti i diritti e gli interessi degli Stati Uniti, che i continenti americani (entrambi, quindi Nord e Sud America), per la condizione libera e indipendente che hanno assunto e mantengono, d'ora in poi non devono essere considerati come soggetti per una futura colonizzazione da parte di alcuna potenza europea”.

Il secondo passaggio chiave, che contiene una dichiarazione più completa della Dottrina, è rivolto alle “potenze alleate” dell'Europa; chiarisce che gli Stati Uniti rimangono neutrali nei confronti delle colonie europee esistenti nelle Americhe, ma si oppongono a “interposizioni che creerebbero nuove colonie tra le repubbliche spagnole americane recentemente indipendenti”.

Fu solo a metà del XX secolo che la dottrina divenne una componente chiave della grande strategia americana. (Sexton, Jay, 2023, “The Monroe Doctrine in an Age of Global History”. Diplomatic History. 47 (5): 845–870).

Con l'inizio della Guerra Fredda nel 1945, gli Stati Uniti ritennero che fosse più che necessario proteggere l'emisfero occidentale dall'influenza sovietica. Nella Crisi dei Missili di Cuba del 1962, il Presidente John F. Kennedy citò la Dottrina Monroe per giustificare il confronto degli Stati Uniti con l'Unione Sovietica per l'installazione di missili balistici sovietici sul suolo cubano.

Il Presidente Donald Trump ha lasciato intendere un potenziale uso della dottrina nell'agosto 2017, quando ha menzionato la possibilità di un intervento militare in Venezuela, dopo che il suo Direttore della CIA Mike Pompeo aveva dichiarato che il deterioramento della nazione era il risultato dell'interferenza di gruppi sostenuti dall'Iran e dalla Russia. Il 3 marzo 2019, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton ha invocato la Dottrina Monroe per descrivere la politica dell'Amministrazione Trump nelle Americhe, affermando: “In questa Amministrazione, non abbiamo paura di usare la parola Dottrina Monroe... È stato l'obiettivo dei Presidenti americani, a partire dal Presidente Ronald Reagan, di avere un emisfero completamente democratico”.

Gli storici hanno osservato che, sebbene la Dottrina contenesse l'impegno a resistere ad un ulteriore colonialismo europeo nelle Americhe, essa ha, invece, comportato implicazioni aggressive per la politica estera americana, dal momento che non vi erano limitazioni alle azioni proprie degli Stati Uniti. Lo storico Jay Sexton osserva che le tattiche utilizzate per attuare la Dottrina erano modellate su quelle impiegate dalle potenze imperiali europee durante il XVII e il XVIII secolo. Lo storico americano William Appleman Williams, vedendo la Dottrina come una forma di imperialismo americano, l'ha descritta come una forma di “anticolonialismo imperiale”. Noam Chomsky sostiene che, in pratica, la Dottrina Monroe è stata utilizzata dal Governo degli Stati Uniti come una dichiarazione di egemonia e un diritto di intervento unilaterale sulle Americhe. Ma non solo.

Vediamo quindi che queste ideologie e dottrine coniate agli inizi dell’Ottocento hanno continuato – e continueranno – a essere usate e a influenzare  tutto il panorama politico mondiale. 

Sarebbe incredibilmente interessante a questo punto approfondire i concetti di eccezionalismo americano e di americanismo, e magari fare un raffronto con la Dottrina della scoperta, per altri aspetti. Accenno solo che l'eccezionalismo americano è la convinzione che gli Stati Uniti siano distintivi, unici o esemplari rispetto ad altre nazioni. I sostenitori di questa idea sostengono che i valori, il sistema politico e lo sviluppo storico degli Stati Uniti sono unici nella storia dell'umanità, spesso con l'implicazione che sono destinati e hanno il diritto di svolgere un ruolo distinto e positivo sulla scena mondiale. Ma veniamo ai Nativi Americani la cui sopravvivenza, con queste premesse ideologiche, possiamo ben comprendere come  sia stata difficile.

Nativi americani

Il Destino Manifesto ebbe gravi conseguenze per i Nativi Americani, poiché l'espansione continentale implicò implicitamente l'occupazione e l'annessione della loro terra. Questo portò infine a scontri e guerre con diversi gruppi di popoli nativi attraverso la loro rimozione (Indian Removal). La politica nazionale prevedeva che gli Indiani si unissero alla società americana e diventassero “civilizzati”, il che avrebbe significato niente più guerre con le tribù vicine o raid contro i coloni bianchi o i viaggiatori, e un passaggio dalla caccia all'agricoltura e all'allevamento. I sostenitori dei programmi di civilizzazione ritenevano che il processo di colonizzazione delle tribù native avrebbe ridotto notevolmente la quantità di terra necessaria ai Nativi, rendendo disponibili più terreni per la costruzione di case e piantagioni e allevamenti da parte degli americani bianchi.

Thomas Jefferson credeva che, sebbene gli indigeni d'America fossero intellettualmente uguali ai bianchi, essi dovessero assimilarsi e vivere come i bianchi o essere inevitabilmente messi da parte e “rimossi”, come poi fu fatto. Secondo lo storico Jeffrey Ostler, una volta che l'assimilazione non fosse più possibile, Jefferson avrebbe sostenuto lo sterminio degli indigeni. Secondo lo studioso di legge e professore Robert J. Miller, Thomas Jefferson “comprese e utilizzò la Dottrina del Destino manifesto nel corso della sua carriera politica contro le tribù indiane”.

 L'idea della “rimozione degli indiani” guadagnò trazione nel contesto del destino manifesto e, con Jefferson come una delle principali voci politiche sull'argomento, accumulò sostenitori che credevano che gli Indiani d'America avrebbero fatto meglio ad allontanarsi dai coloni bianchi. Lo sforzo di rimozione fu ulteriormente solidificato attraverso la politica di Andrew Jackson, quando firmò l’Indian Removal Act nel 1830.

Come sappiamo, la rimozione dei Nativi a ovest del Mississippi non fu sufficiente: i coloni premevano per nuove terre. La studiosa di Colville Dina Gilo-Whitaker descrive come, durante il processo di rimozione e successivo ampliamento a ovest, le promesse di tecnologie e di risorse abbondanti furono fatte alle popolazioni indigene, mentre i coloni iniziarono effettivamente a sbarrare i fiumi, a imporre ferrovie e a cercare risorse naturali e minerali attraverso l'estrazione mineraria e lo scavo delle terre dei Nativi Americani.

Secondo gli storici Boyd Cothran e Ned Blackhawk, questo afflusso di commercio, industrializzazione e sviluppo di corridoi di trasporto uccise il bestiame circostante, causò danni ai corsi d'acqua e creò malesseri e malattie per i Nativi che vivevano in quelle regioni. Lo storico Jeffery Ostler commenta alcune delle teorie generali sul declino della popolazione nativa americana dovuto a questi fattori ambientali. Egli mostra che, nel corso di questo periodo, ci furono molte forze “di distruzione, tra cui la schiavitù, le malattie, le privazioni materiali, la malnutrizione e lo stress sociale”.

In seguito all'allontanamento forzato di molti popoli indigeni, gli americani credettero sempre più che i modi di vita dei Nativi sarebbero scomparsi con l'espansione degli Stati Uniti. Come ha sostenuto lo storico Reginald Horsman nel suo influente studio Race and Manifest Destiny, la retorica razziale aumentò durante l'epoca del Destino Manifesto. Ad esempio, questa idea si rifletteva nel lavoro di uno dei primi grandi storici americani, Francis Parkman. Parkman scrisse che, dopo la sconfitta francese nella Guerra franco-indiana, gli Indiani erano “destinati a sciogliersi e a scomparire di fronte alle onde avanzanti del potere anglo-americano, che ora avanzava verso ovest senza controllo e senza opposizione”.

Le politiche di rimozione degli indiani portarono all'attuale sistema di riserve che assegnava i territori alle singole tribù. Secondo la studiosa Dina Gilio-Whitaker, “i trattati crearono anche delle riserve che avrebbero confinato i nativi in territori molto più piccoli di quelli a cui erano abituati da millenni, diminuendo la loro capacità di nutrirsi”. Di conseguenza, “il cambiamento di stile di vita dei popoli nativi nel XIX secolo ha permesso alle malattie epidemiche di imperversare nelle loro comunità” e “il risultato del cambiamento dei modelli di sussistenza e degli ambienti ha contribuito all'esplosione di malattie legate alla dieta, come il diabete, le carenze vitaminiche e minerali, la cirrosi, l'obesità, le malattie della cistifellea, l'ipertensione e le malattie cardiache”.

Il concetto egoistico di destino manifesto, la convinzione che l'espansione degli Stati Uniti fosse divinamente ordinata, giustificabile e inevitabile, fu usato per razionalizzare l'allontanamento degli Indiani d'America dalle loro terre d'origine. Gli americani dichiararono che era loro dovere, il loro destino manifesto, che li obbligava a prendere, insediare e coltivare la terra. Non sorprende che i sostenitori più attivi del destino manifesto e i fautori dell'allontanamento degli indiani fossero coloro che praticavano la speculazione fondiaria.

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