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lunedì 29 settembre 2025

Novità nel gioco del Monopoli

di Francesco Masala

Da quando l’amico di Epstein, il presidente Trump, ha deciso che la storia non è altro che una questione immobiliare, i manuali di storia negli Stati Uniti d’America spiegheranno finalmente che le grandi e bellissime città degli USA, dell’Australia, di Israele, dell’America Latina non sarebbero state costruite dagli indigeni che non hanno mai avuto gli spiriti animali immobiliari del capitalismo. I genocidi sono stati dolorosi, ma necessari, per lo sviluppo e la grandezza delle città.

La società proprietaria del Monopoli ha deciso di cambiare il gioco (che già è un gioco immobiliare) ridefinendo le caselle.

Nella versione Italiana, per chi non si ricorda, ci sono le seguenti strade, dove comprare e vendere:

Vicolo Corto, Vicolo Stretto, Bastioni Gran Sasso, Viale Monte Rosa, Viale Vesuvio, Via Accademia, Corso Ateneo, Piazza Università, Via Verdi, Corso Raffaello, Piazza Dante, Via Marco Polo, Corso Magellano, Largo Colombo, Viale Costantino, Viale Traiano, Piazza Giulio Cesare, Via Roma, Corso Impero, Viale dei Giardini, Parco della Vittoria.

Dai prossimi mesi, nella versione internazionale, appariranno, di sicuro le seguenti caselle:

Isola di Manhattan, Piazza Indonesia, Trump Tower, Gaza Riviera, Parco dei Genocidi, Viale degli Imperi, Largo delle Remigrazioni, Vicolo dello Sterminio, e altre caselle che sono allo studio.

Resteranno le caselle In Prigione, dove verranno mandati alcuni giocatori, gli antifascisti, gli antisionisti, gli antiamericani, gli anarchici, o pro-Pal, tutti contrari alla bellezza delle città e dei grattacieli.

Sarà obbligatorio usare solo dollari USA.

da qui

giovedì 25 luglio 2024

Macabre liturgie di fine impero - Fabio Vighi

 

‘Che grande abilità scenica quella del capitale che ha saputo fare amare lo sfruttamento agli sfruttati, la corda agli impiccati e la catena agli schiavi.’ (Alfredo Bonanno)

Il modello economico imposto dalla finanza occidentale è caratterizzato da una logica ormai strutturale di “creazione distruttiva”, che è l’opposto della “distruzione creativa” teorizzata da Joseph Schumpeter quale ‘fatto essenziale del capitalismo’[1]. La “creazione” oggi non interessa primariamente quel meccanismo di innovazione tecnologica per cui nuove unità produttive sostituiscono quelle obsolete e in tal modo aumentano la performance macroeconomica. Piuttosto, va riferita all’espansione a leva (debito) del capitale speculativo trainato dalle matrioske dei derivati, ​​che richiede l’abbandono del quadro di valori liberal-democratici già messo a tutela del capitalismo industriale. Il paradosso cui ci troviamo di fronte è che l’innovazione tecnologica distrugge il capitalismo a base industriale (il “mondo del lavoro”) e simultaneamente ci assoggetta alle strategie manipolatorie delle oligarchie finanziarie. Tradotto: le élite gestiscono la crisi terminale del capitale facendola pagare a masse sempre più immiserite, e regimentate attraverso l’imbonimento di scenari apocalittici “provocati dal Nemico”, che in tale contesto diventa un bene più prezioso delle terre rare.

Se proprio vogliamo parlare di “sostenibilità” – concetto ideologico per eccellenza – almeno non facciamoci prendere per i fondelli. Perché il lemma non ha nulla a che vedere con i 17 obiettivi di “sviluppo sostenibile” solennemente dichiarati dall’ONU (debellare la povertà e la fame, migliorare la salute e il benessere, lottare contro il cambiamento climatico, per la parità di genere, ecc.). “Sviluppo sostenibile” va piuttosto riferito a un modello socioeconomico in avanzato stato di putrefazione che spinge Wall Street ai massimi storici facendo pagare il conto di tale exploit alla gente comune attraverso contrazione economica reale, erosione del potere d’acquisto, e terrore emergenziale a getto continuo. La questione della sostenibilità, quindi, andrebbe eventualmente posta nel seguente modo: siamo felici di ricevere bastonate sui denti per sostenere i privilegi degli ultraricchi e la loro sinistra idea di “migliore dei mondi possibili”?

Comprendere il presente significa guardare oltre i rituali ormai folkloristici della politica. Si tratta infatti di riflettere sul legame causale che lega la sopravvivenza dell’impero del Bene alla disperata evocazione del Nemico (il Male) da combattere ad ogni costo. Se la disinformazione russa, come ci dicono, arriva ovunque, noi non viviamo certo nel regno della trasparenza. Per esempio, i nostri media omologati (quelli dello ‘sbarco in Lombardia’ ripetuto su quattro TG concorrenziali nel fantastico mondo della “libera informazione” italiana) si guardano bene dall’informarci che, dopo la decisione del G7 di utilizzare i beni russi congelati per finanziare un nuovo pacchetto di 50 miliardi di dollari per l’Ucraina, il rublo si è notevolmente apprezzato rispetto al dollaro. Perché la valuta russa si rafforza? Non ci avevano assicurato che le sanzioni avrebbero trasformato il rublo in carta igienica, e che di conseguenza Putin avrebbe fatto la fine di Ceausescu? O di Nicola II, l’ultimo degli zar? Ma allora perché l’economia russa cresce di oltre il 3% mentre le nostre ristagnano, come certifica non la TASS ma il Fondo Monetario Internazionale? Possiamo prendere atto che dall’inizio del conflitto ucraino la produzione industriale tedesca, misurata in ordinativi, è crollata di più del 20%? Che dire poi di un debito sovrano USA che cresce al ritmo di 1 trilione ogni 100 giorni, e che supererà i 54 trilioni (circa la metà dell’attuale PIL globale) entro il 2034? Tale proiezione ha spinto Borge Brende, Presidente del World Economic Forum (WEF), ad affermare: ‘non vedevamo questo tipo di espansione del debito dai tempi delle guerre napoleoniche.’ Ma Brende ha dimenticato di aggiungere che nei prossimi mesi andranno a maturazione Treasuries per un valore di circa 10 trilioni di dollari. E forse è per questo che persino Janet Yellen è costretta ad ammettere che la de-dollarizzazione non è il soggetto di un film di fantascienza. Quo vadis, dunque, impero del Bene?

Nel frattempo, la Federal Reserve – il manovratore occulto – continua nel gioco delle tre carte: da un lato pompa liquidità nel settore finanziario ricorrendo ad acrobazie monetarie di varia specie (dalla rediviva Operation Twist all’utilizzo delle Supplementary Leverage Ratios)[2]; e dall’altro mantiene invariati i tassi d’interesse. In altre parole, a Wall Street vengono somministrate endovenose di liquidità aggiuntiva che però rimangono fuori dal bilancio Fed – manipolazione monetaria allo stato puro. Un QE mascherato, basato su immissione latente di denaro digitato al computer che, appunto, spinge l’azionario a frantumare record dopo record. Ovviamente, tutto ciò non ha nulla a che vedere con alcuna crescita reale. Al contrario, si tratta di un fenomeno di dipendenza monetaria che nasce dalla mancanza strutturale di sufficiente valorizzazione reale di capitale. Oggi più che mai, il capitalismo è un’illusione ottica, un enorme deep fake macroeconomico. E l’occidente, tenuto in pugno dall’ultra-finanza, affronta la sua grottesca crisi di debito facendo altro debito – meccanismo che garantisce profitti stellari ai pochi e impoverisce i molti, perlopiù ignari di quanto accade attorno a loro.

L’attuale contesto pan-emergenziale è dunque sintomo di crescente fragilità sistemica, interna al dispiegamento della logica implosiva del capitale. Dovremmo allora apprezzare la logica invertita di quanto sta accadendo: i war games alla periferia dell’impero del Bene, così come gli inside jobs al suo interno – si pensi al recente attentato a Donald Trump, che ha risvegliato il metabolismo complottista anche dei commentatori più allineati – non sono la causa del declino dell’occidente; piuttosto, il sistema alla canna del gas si prodiga di attivare scontri di ogni genere nel tentativo di nascondere la propria insolvenza. Nulla come l’industria del caos e della destabilizzazione consente oggi di monetizzare. Le guerre, per esempio – specie quando pubblicizzate come umanitarie o difensive – non sono che mezzi criminali per giustificare il confezionamento di quel “denaro facile” che viene sparato nelle bolle speculative, mentre le effettive condizioni economiche di milioni di lavoratori (o di “forza lavoro inattiva”) crollano verticalmente. L’emergenza Putin, così come l’emergenza Covid, o quella del terrorismo islamico subito prima, e magari dell’influenza aviaria già in rampa di lancio[3], sono la leva biopolitica della leva finanziaria che sorregge l’impero targato USA, che dopo mezzo secolo di dominio globale cerca disperatamente di nascondere il proprio tracollo.

Ma di queste cose non è dato ragionare pubblicamente, perché tutto può far notizia tranne la conferma della raggiunta insostenibilità del sistema. Con “insostenibilità” non s’intende che domani il mondo cadrà dal proprio asse. Piuttosto, più sobriamente, che i gestori delle economie occidentali continueranno a trovare il modo di gonfiare la mega-bolla speculativa, alimentando così ulteriormente un’inflazione strutturale che, peraltro, serve a mitigare i costi di rifinanziamento del debito (attraverso tassi reali negativi). Perché un modello economico che vive di espansione monetaria artificiale e cartolarizzazione infinita del debito può solo ambire a capitalizzare la svalutazione che spontaneamente ingenera. Indipendentemente da ciò che si pensa di Russia, Cina e altre autocrazie capitaliste, viene difficile biasimare il crescente numero di paesi del “sud del mondo” che fanno la coda per entrare nell’alleanza BRICS. Non hanno forse il diritto di provare a liberarsi da quella trappola economica che, grazie a entità misantropiche quali il Fondo Monetario Internazionale e la World Bank, impone la dipendenza debitoria dal dollaro statunitense, con tutto il carico di macelleria sociale che ne consegue?

Prendiamone atto: la sostenibilità del “capitalismo neofeudale” in cui siamo entrati richiede rituali sempre più macabri. Dopo decenni di stabile declino, le economie “avanzate” non solo accelerano verso le sabbie mobili della stagflazione, ma sprofondano nel più totale delirio di onnipotenza autolesionistica. È il triste spettacolo dell’impero che inghiotte sé stesso. Finché, in un recente passato, si trattava di blandire i produttori di plusvalore alternando colpi di manganello alla carota del salario e del consumo, tutto bene. Veniva fin troppo facile fingersi buoni, democratici, e liberali. La scenografia che oscurava la prigione collettiva era ancora credibile, quasi realistica, persino appetibile. Le macchie di sangue sui muri venivano cancellate da passate di vernice chiamate “progresso”, “mobilità sociale”, “democrazia”, “consumismo”. Il capitale e i suoi burocrati riuscivano, insomma, nell’impresa di tenere accesi i desideri di quelle masse che al contempo sfruttavano, umiliavano, o contribuivano a massacrare in varie parti del “terzo mondo”.

Ora però la festa è finita. Il più grande teatro illusionistico della storia incanta solo gli opportunisti e gli utili idioti. E poiché l’American Dream si trasforma in incubo anche per le classi medie, non resta che passare alle maniere forti: propaganda, censura, inaudite manipolazioni di massa, somministrazione quotidiana di scenari farsesco-apocalittici, persino pulizie etniche e il ritorno della violenza politica contro i non-allineati. È il pilota automatico di un sistema che per sopravvivere al proprio fallimento trasforma ogni visione del futuro, dunque del possibile, in una visione di terrore. Siamo al divide et impera ontologico, per cui la crisi del capitale, che non ha vie d’uscita, viene scaricata direttamente sui teatri di guerra, e sulla retorica di divisioni politiche alimentate a tavolino. L’allarmismo H24 fa da necessario contrappeso agli effetti soffocanti di un “modello di crescita” basato su investimenti finanziari a leva affidati ad algoritmi quantistici – applicazione di intelligenza artificiale che qui come altrove non può che portare alla demolizione (in)controllata di intere società “(s)fondate sul lavoro”. In particolare, l’impero del Bene trasforma le proprie contraddizioni interne nell’imperativo morale della lotta contro un Nemico che s’accanisce contro vittime innocenti, e dunque va (o, nel caso della Russia, andrebbe) rieducato con le bombe.

È impressionante osservare quanta fatica impieghino anche le menti più acute a comprendere la logica immunitaria che lega un dispositivo socioeconomico obsoleto al proliferare di narrazioni escatologiche basate sulla produzione seriale di nemici. Soprattutto, non si afferrano le ragioni elementari per cui l’occidente continua a comportarsi come un ubriaco che cerca la rissa. Eppure, la logica è semplice: l’implosione viene affogata in un’assordante cacofonia di eventi dai toni più o meno catastrofici. Il suono delle bombe in Ucraina, Gaza, e Medio Oriente, così come il terrorismo da guerra ibrida, le minacce di escalation nucleare, e gli attentati politici, sono l’accompagnamento sinfonico all’inarrestabile declino dell’impero del Bene. Solo il continuo “rumore emergenziale” può preservare l’illusione della sostenibilità di un modello di civiltà arrivato a fine corsa. Ma è doveroso chiedersi: fino a che punto sarà possibile riciclare il presagio dell’inaudito nella mera provocazione apocalittica?

Guardiamoci intorno, i pupazzi sono usciti allo scoperto. Non si nascondono più dietro a narrazioni finto-idealistiche come l’esportazione della democrazia e del benessere. Piuttosto, da miseri burocrati in carriera quali sono, leggono dallo stesso copione distopico. Il frontman NATO Jens Stoltenberg (nomen omen) incita al conflitto diretto con la Russia, dichiarando senza alcun pudore che dietro la crociata in Ucraina c’è lo scontro con la Cina. Larry Fink (capoccia di BlackRock, con Vanguard la vera cupola dell’impero) sdogana la tesi eugenetica della riduzione della popolazione come incentivo alla competitività: ‘I problemi sociali legati alla sostituzione degli esseri umani con le macchine saranno più facili da gestire nei paesi sviluppati che hanno una popolazione in declino.’ Forse allora dovremmo chiederci: declineremo da soli o ci declineranno loro? E quali sono le vere alternative? Ormai in molti hanno compreso che i barbari non sono alle porte, perché sono tutti dentro. Fanno parte dell’impianto scenico, una coreografia da film hollywoodiano distopico. Per questo non ci è difficile ipotizzare che il capitale e i suoi viscidi funzionari possano ricorrere a soluzioni eugenetiche. Perché nei termini utilitaristici del capitale-mondo, l’energia di una forza-lavoro ridondante deve estinguersi o essere distrutta.

Amin Samman e Stefano Sgambati hanno osservato che ‘l’attuale sistema finanziario opera sulla base di una “apocalisse mobile”, programmando e rinviando continuamente milioni di punti terminali attorno ai quali sono organizzate vite e mezzi di sostentamento.’

‘In questo modo, la finanziarizzazione del capitalismo installa l’escatologia nel cuore della vita quotidiana, vincolando il soggetto contemporaneo alle finalità della finanza attraverso la circolazione infinita del debito. Viviamo tutti all’ombra dell’eschaton finanziario, indipendentemente da come ci troviamo inseriti nella macchina finanziaria, e il risultato è un trasferimento sull’economia del debito di tutto il carico psicologico precedentemente riservato alla fine della storia.’[4]

Questa argomentazione può essere sviluppata rigirandola su sé stessa: la bomba a orologeria inserita nel cuore dell’economia a leva viene ora impiegata direttamente come arma bio- o geopolitica, affinché incarni esplicitamente “il tempo della fine” (eschaton) nell’immaginario collettivo. Ciò porta alla luce il contenuto represso della tesi sulla “fine della storia” di Francis Fukuyama[5]. La famosa affermazione che la liberaldemocrazia occidentale rappresenta la forma finale del governo umano si realizza, oggi, nel collasso del futuro in un presente claustrofobico, soffocato nelle dinamiche violente del debito e nella continua minaccia di catastrofi globali: le liturgie escatologiche, ma prive di redenzione, di ciò che ho definito “capitalismo emergenziale”, o “economia libidica dell’apocalisse”.

Qui occorre essere precisi: l’annullamento del futuro coincide con la crisi finale del capitale, ben rappresentata dalla crescente inconsistenza del denaro. Il capitale monetario emerge ora come pura performatività autoriflessiva, circolazione infinita di debito improduttivo, che non realizza altro se non il nulla della propria auto-proliferazione. Nell’era del capitalismo dell’ultra-finanza, il denaro viene creato ex nihilo sotto forma di byte elettronici sugli schermi dei computer delle banche, e quanto più velocemente circola come debito da rifinanziare, tanto più accelera verso il suo destino rovinoso. Se è vero che nell’olimpo finanziario il debito non viene saldato ma piuttosto cartolarizzato e investito come asset in un loop potenzialmente infinito, in realtà questo meccanismo è sempre più esposto a fragilità estreme – motivo per cui il fantasma dell’apocalisse deve circolare direttamente nella realtà quotidiana, sotto forma di catastrofe pandemica (Covid), naturale (cambiamento climatico), geopolitica (Putin), e chissà cos’altro ancora. La caratteristica principale del soft power occidentale è questa forma di governo totalitario basato su retorica allarmistica, capace di spostare la criticità di sistema su entità esterne, aliene, e minacciose rispetto al nostro “stile di vita”.

Negli ultimi anni abbiamo assistito all’accelerazione di questo modello di governance. In passato bastava soffiare sul fuoco, magari con un ventaglio di bigliettoni verdi. Così fu, per esempio, nell’ex-Jugoslavia quando, dal 1993, i sauditi finanziarono un’operazione segreta per la consegna di 300 milioni di dollari in armamenti al governo bosniaco, con la tacita collaborazione degli Stati Uniti e in diretta violazione dell’embargo delle Nazioni Unite (che la stessa Washington si era impegnata a far rispettare). Questo come viatico alle criminali bombe NATO sulla Serbia; sulle quali, ricordiamolo, disegnarono cuoricini anche Massimo D’Alema (Presidente del Consiglio), Sergio Mattarella (Vicepresidente del Consiglio, con delega ai servizi di sicurezza), e tutto il governo italiano di “centro-sinistra”, evidentemente ansioso di accompagnare la NATO nell’espansione a Est. Come ha riassunto Jeffrey Sachs[6] in una recente intervista: ‘Nel 1999 abbiamo bombardato Belgrado [senza autorizzazione ONU] per 78 giorni, al fine di dividere la Serbia attraverso la creazione di un nuovo stato, il Kosovo, dove ora abbiamo la più grande base militare NATO nell’Europa sudorientale (Bondsteel).’

Oggi la guida USA-NATO istruisce i cagnolini europei ad abbaiare più forte contro il Nemico, e i sottoposti, impegolati in antiche gelosie, fanno a gara per ritagliarsi lo spazio warholiano dei quindici minuti di protagonismo geopolitico. Dopo le sanzioni boomerang arrivano i missili boomerang: l’autorizzazione a colpire il suolo russo con armi occidentali che, se insistita, non potrà che ritorcersi contro i sudditi europei mandati ad immolarsi per l’Imperatore. E come non bastasse è arrivato anche il taglietto della BCE ai tassi d’interesse (mentre la medesima alza le stime inflazionistiche!), che di fatto segna un ulteriore sacrificio a sostegno della bolla azionaria USA. Perché la decisione di svalutare l’euro dello 0.25% non serve a nulla se non a dirottare capitali verso il mercato statunitense, la cui ampiezza (rapporto tra azioni in rialzo e azioni in calo in un dato indice), come sottolinea persino Bloomberg, ha raggiunto il suo punto più basso dal 2009, ed è sorretta quasi esclusivamente dal comparto tech (Nvidia in primis).

Ecco dunque svelata la funzione del “progetto UE,” che, come ci ricorda Giorgio Agamben, non ha alcuna validità politico-giuridica in quanto mero patto tra stati privo di fondamento popolare: la Costituzione Europea (2004) fu clamorosamente bocciata nei referendum francesi e olandesi del 2005, poi accantonata, e infine sostituita dal Trattato di Lisbona (2007) – documento che ci si guarda bene dal sottoporre all’approvazione del popolino brutto sporco e cattivo. D’altronde, è arcinoto che il Parlamento europeo è un organo velleitario in quanto privo di quel potere legislativo che invece afferisce alla Commissione, la cui attuale papessa (Ursula) è espressione diretta delle élite di Washington e dunque lontana dall’elettorato quanto la stella Earendel dal pianeta Terra.

Tuttavia, l’occidente continua a rifiutare l’introspezione, preferendo invocare l’Altro come male assoluto. Per quanto l’esaurimento della civiltà capitalistica sia globale, e sullo scacchiere geopolitico non s’intraveda alcun modello di emancipazione realmente alternativo a quello attuale, l’odierno sentimento antirusso è frutto di una consolidata tradizione ideologica. Perché i russi sono da sempre considerati razza inferiore, barbari mischiati con i Mongoli e dunque di natura infida, dalle “caratteristiche asiatiche.” La russofobia è un’arma di tutto riguardo nell’arsenale della dottrina geopolitica occidentale. Non importa se zaristi, socialisti o capitalisti di ultima generazione, visti da ovest i russi da sempre ci appaiono come autocratici sottosviluppati affetti da libidine da dominio. Freud, giustamente, direbbe che proiettiamo sul Nemico mangiabambini le violente pulsioni coltivate nell’orto di casa. E oggi questa secolare russofobia – sorta di discarica a cielo aperto del rimosso occidentale – serve a nascondere il fatto che il capitalismo, nella sua veste più moderna e avanzata di “stamperia globale”, ha raggiunto l’età dell’impotenza. Detta con Hegel, l’occidente è una ‘forma di vita invecchiata’ – che però si crede ancora giovane e piena di energia.

Nel frattempo, il viagra del denaro facile sottoscritto dalle banche centrali ha talmente rincitrullito le oligarchie occidentali da far loro dimenticare di essersi deindustrializzate al punto da non poter più neppure produrre armi e munizioni sufficienti a salvare le apparenze. E così ripartono i mega investimenti (a debito) per il comparto tech-militare. Alla base della nuova corsa alle armi c’è sempre la dipendenza dal feticcio della bolla speculativa: trilioni (quadrilioni se contiamo i derivati) di denaro privo di sostanza valoriale – cioè scorporato dal lavoro umano – che orbitano sopra le nostre teste a ritmi vertiginosi grazie a massicce iniezioni di moneta inflattiva. Come dire: la virtualizzazione dell’economia (denaro che si auto-feconda senza valorizzarsi, ovvero senza attraversare i corpi dei lavoratori che producono merci) ingenera ora una serie di grotteschi spettacoli da grand guignol che potremmo leggere, in chiave ironica, attraverso l’immortale adagio di Totò: ‘armiamoci e partite, io vi seguo dopo.’ Questo perché l’occidente arriva per primo all’esperienza del collasso. Negli anni in cui Fukuyama vergava il suo poco lungimirante classico, la fuga dei capitali nell’eldorado finanziario aveva già iniziato a decostruire le società capitalistiche “avanzate”, spingendole all’attuale condizione parossistica per cui si spende più per rifinanziare il debito sovrano che per la riproduzione sociale (lavoro, infrastrutture, trasporti, agricoltura, educazione, sanità, ecc.). Non per nulla Fredric Jameson definì il postmodernismo (e la decostruzione) come una sorta di tintura per capelli del “tardo capitalismo” neoliberista, in quanto consegnava a quel progetto di violenta frammentazione sociale una hybris culturale tipicamente borghese: ‘tutta questa cultura postmoderna, mondiale e tuttavia americana, è l’espressione interna e sovrastrutturale di tutto il nuovo corso del dominio economico e militare dell’America nel mondo: in questo senso, come per l’intera storia di classe, l’altra faccia della cultura è sangue, morte, tortura e orrore.’[7]

D’altronde, è difficile immaginare che una civiltà si sbarazzi allegramente degli idoli che ne hanno segnato la storia. La Russia è in questo senso un obiettivo storicamente comodo, pratico, e funzionale. Che nell’epoca moderna sia stata bersaglio di espansionismo da ovest era un tempo materia da scuole medie. Polonia (inizio Seicento), Impero svedese (fine Settecento), Impero napoleonico (inizio Ottocento), Germania (Prima e Seconda guerra mondiale) – invasioni che si sono tradotte in territori occupati, risorse devastate e depredate, perdita di una parte ingente della popolazione; e altrettante sconfitte. Il crollo dell’URSS determinò poi un vuoto geopolitico in cui si infilò subito l’egemone, installando al potere un presidente alcolizzato (Boris Eltsin) che avvallò il saccheggio sistematico delle immense risorse, liberalizzando e privatizzando tutto il possibile. Imperialismo allo stato brado passato per spontaneo processo di democratizzazione. Il risultato, per la popolazione russa, fu un’enorme catastrofe sociale, economica, culturale, e demografica.

Per comprendere l’attuale ondata di russofobia basterebbe consultare La Grande Scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana, di Zbigniew Brzezinsky (uscito nel 1997). Brzezinsky – consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, co-fondatore con David Rockefeller della Commissione Trilaterale (1973), e nota eminenza grigia della politica estera statunitense dall’amministrazione di Lyndon Johnson fino a quella di Barack Obama – espone chiaramente l’importanza dell’Ucraina come ‘perno geopolitico’ per il mantenimento della supremazia statunitense nel continente eurasiatico – a conferma che “l’operazione Ucraina” era da tempo stata messa in cantiere. Dare sostegno all’indipendenza ucraina, offrendo l’adesione alla NATO e all’UE (Brzezinsky parla del decennio 2005-2015 come ‘periodo di tempo ragionevole’), sarebbe stato fondamentale per raggiungere questo scopo. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto ‘attribuire un valore aggiunto all’intrigo e alla manipolazione al fine di prevenire l’emergere di una coalizione ostile che potesse eventualmente cercare di sfidare il primato americano. […] Il compito più immediato è quello di garantire che nessuno stato o combinazione di stati acquisisca la capacità di espellere gli Stati Uniti dall’Eurasia o di diminuire significativamente il loro ruolo egemonico.’[8]

Condizioni altrettanto chiare venivano poste alla Russia: accettare il primato globale degli Stati Uniti o auto-condannarsi al ruolo di “emarginato eurasiatico”. Per quanto Brzezinsky avesse previsto rischi e difficoltà, contava sul fatto che la terapia d’urto dell’ultra-liberalizzazione imposta tramite Eltsin avrebbe a lungo favorito gli USA. Ma presto l’ottimismo degli anni Novanta svanì, ed emerse un quadro diverso. La ripresa della Russia sotto Putin, la crescita economica sostenuta della Cina, e il fallimento della politica estera neocon dopo l’11 settembre hanno, da una parte, spinto Washington a mettere quasi tutte le uova capitaliste nel paniere finanziario; e dall’altra ad accelerare l’opzione del sabotaggio delle relazioni tra UE (Germania in primis) e Russia. È in tale contesto che va collocata l’escalation di quella strategia di ‘intrigo e manipolazione’ già caldeggiata da Brzezinsky.

Nel frattempo, la NATO era entrata in Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria (1999), paesi baltici, Romania, Bulgaria, Slovacchia e Slovenia (2004), Albania e Croazia (2009), mentre già dal 2008 si preparavano le carte a Georgia e Ucraina. Poi vi fu il golpe antirusso di piazza Maidan del 2014, la secessione delle Repubbliche russofone del Donbass, l’annessione della Crimea, la strage ucro-nazista di Odessa, e i ripetuti bombardamenti del Donbass (circa 14,000 vittime), fino all’Operazione Speciale del 2022 (tuttora venduta alle masse come invasione dei Cosacchi che presto, come da retorica da Guerra Fredda, porteranno i cavalli ad abbeverarsi alle fontane di San Pietro). Ma il piano originario di far implodere la Russia tramite sanzioni e armi all’Ucraina è subito fallito, rivelandosi un bluff da giocatore di poker (più che di scacchi). Ora l’autorizzazione a colpire il territorio russo con armi occidentali (maneggiate da intelligence occidentale) è, evidentemente, la mossa disperata di chi non ha altri argomenti che aumentare la percezione del rischio per proteggere gli ultimi due fragilissimi bastioni imperiali: il dollaro quale traballante valuta globale, e il complesso militar-industriale, funzionale alla creazione di finanziamenti dal nulla a sostegno della gigantesca bolla equities cui è appeso per la sacca testicolare il destino dell’impero stesso.

Contemporaneamente, sul fronte palestinese l’occidente tiene deliberatamente acceso un teatro di guerra ancor più raccapricciante: esseri umani da più di 70 anni trattati peggio delle bestie vengono fatti spostare tra le macerie per poi essere sterminati senza pietà, arsi vivi nella plastica dei loro miseri accampamenti, maciullati dalle bombe nelle scuole e negli ospedali. E su questa barbarie assoluta, che di per sé mette una pietra tombale sulla presunta superiorità morale e politica dell’occidente, si costruiscono solo penose recite mediatiche tra la fazione dei moralisti, improvvisamente risvegliatisi da istintivo torpore, e quella dei prezzolati propagandisti di regime. In pochi hanno il coraggio di collegare i puntini e mettere il dito nella piaga di un modello socioeconomico che si aggrappa alla guerra per non cadere nel vuoto. Perché al sistema servirebbe proprio un salto di qualità nel gioco al massacro, un sacrificio umano di dimensioni inaudite che consenta al capitale di fare quello che ha sempre fatto: riprodursi. Il capitalismo solipsistico dell’ultra-finanza si è già messo all’angolo da solo. Da almeno mezzo secolo lavora alla propria dissoluzione, che gestisce seminando panico e distruzione, fino alla promessa dell’apocalisse. Ma essendo null’altro che dinamismo pulsionale – ossessione per il rendimento oggi affidata all’algoritmo – il capitale non è in grado di riflettere su sé stesso in quanto causa del proprio male. Il suo motore auto-espansivo si è già schiantato contro un muro. Continuando ad accelerare arriverà presto alla completa auto-combustione.

Alleato alla tecnologia di terza e quarta rivoluzione industriale, il capitale è giocoforza asociale ed eugenetico. Ha da tempo inibito il suo dispositivo di riproduzione sociale incentrato sulla “necessità economica” dell’estrazione di plusvalore dalla merce-lavoro (l’ossessione per la fatica che ancora contraddistingue i moderni) da convertire in profitto attraverso la competizione. Su questo versante non c’è più nulla da fare: o si comincia realmente a costruire un mondo oltre il capitalismo, pianificando una via d’uscita collettiva dal cerchio magico della merce (“merda metafisica”, parafrasando Marx), o la tendenza distruttiva non potrà che accelerare. Pensiamo davvero che ci siano altre soluzioni, magari riformiste? C’è ancora chi ha il coraggio di usare questa parola in buona fede, senza sentirsi attraversato da un profondo senso di inutilità esistenziale? Siamo ben oltre il tempo massimo per le riforme. Siamo già nella fase in cui il capitale divora tutto, incluso sé stesso, pur di sostenere l’illusione della propria immortalità (illusione particolarmente dura a morire).

Le tecnologie digitali si sviluppano a ritmi incontenibili. Ma nonostante questa crescita esponenziale renda precario un sistema che insiste a definirsi “fondato sul lavoro produttivo di valore”, rimaniamo così legati alle categorie del capitale, e dunque alla sua autorità, che per disfarcene avremmo bisogno di uno sconvolgimento profondo delle nostre abitudini, e del coraggio di sgombrare l’ego dai suoi attuali contenuti. Viceversa continuiamo ad aggrapparci all’illusione che, se solo gestito meglio, il capitale saprà ancora una volta uscire vincitore dalla sua crisi “ciclica”. Scriveva l’anarchico Bonanno: ‘Gli sfruttati hanno quasi nostalgia di questa illusione. Hanno fatto il callo alle catene e ci si sono affezionati. Sognano qualche volta affascinanti sollevamenti e bagni di sangue, ma si lasciano abbagliare dalle parole delle nuove guide politiche.’[9] D’altronde, già Etienne de La Boétie, nel sedicesimo secolo, aveva posto la medesima questione nel Discorso sulla servitù volontaria: ‘Sono dunque i popoli stessi che si lasciano, o meglio, si fanno incatenare, poiché col semplice rifiuto di sottomettersi sarebbero liberati da ogni legame; è il popolo che si assoggetta, si taglia la gola da solo e potendo scegliere fra la servitù e la libertà rifiuta la sua indipendenza, mette il collo sotto il giogo, approva il proprio male, anzi se lo procura.’[10]

Oggi questa passione per la sudditanza, tra il nevrotico e il perverso, sembrerebbe seguire una doppia logica, che testimonia della natura divisa del potere stesso. Da una parte, sappiamo che ogni emergenza può essere manipolata attraverso il monopolio del codice del potere. Il capitale globalizzato si permette il lusso di fomentare conflitti per poi scommettere su entrambe le posizioni; ogni disputa può coincidere con i giochi di equilibrismo di chi manovra le leve del potere. Ma, occorre ribadirlo, il limite di questa visione sta nel sottovalutare la cecità autodistruttiva di un modello di socializzazione che ha come unico fine la propria espansione. Oggi il capitalismo d’emergenza ci lega al cappio dell’eschaton finanziario: come dimostrato nel 2020, una psico-pandemia può servire a chiuderci in casa e permettere al sistema di stampare trilioni di dollari da iniettare direttamente nel corpo finanziario, così da rinviarne il collasso. Tuttavia questi subdoli e criminali azzardi generano esplosive contraddizioni che le élite faticano a tenere sotto controllo. L’odierna manipolazione a sfondo escatologico può rapidamente avverarsi, trasformandosi in barbarie globale. Presumere che chi detiene il banco sia in grado di bluffare in eterno significa cedere alla più pericolosa delle illusioni.


[1] Joseph Schumpeter, Capitalism, Socialism, and Democracy (New York: Harper & Bros, 1942).

[2] L’Operation Twist è una strategia di politica monetaria (già utilizzata dopo la crisi del 2008) che consiste nella vendita di titoli di debito a breve termine finalizzata all’acquisto di titoli di debito a lunga scadenza, i cui tassi in questo modo vengono tenuti sotto controllo. Con l’utilizzo della Supplementary Leverage Ratio, invece, le banche beneficiano di una leva pressoché illimitata per l’acquisto di debito USA a un costo di finanziamento dello 0%; operazione che, in sostanza, consente alle grandi banche di fare QE per conto della Fed, assorbendo cioè quei titoli del Tesoro USA sempre più bistrattati.

[3] Al prossimo convegno sulla Bird Flu a Washington, DC (2-4 ottobre 2024) sono in programma gruppi di discussione sui seguenti temi: •Pianificazione della gestione delle morti di massa •Sorveglianza e gestione dei dati •Fornitura di vaccini e farmaci antivirali •Contromisure mediche •Impatto socio-economico sulle industrie del pollame e dell’allevamento •Valutazione rischi-benefici: sanità pubblica, industria e prospettive normative •Sforzi di educazione alla prevenzione e comunicazione dei rischi •Comando, controllo e gestione •Gestione della risposta alle emergenze •Pianificazione aziendale •Pianificazione dell’educazione scolastica •Pianificazione delle comunità.

[4] Amin Samman and Stefano Sgambati, ‘Financialising the Eschaton’, in Clickbait Capitalism. Economies of Desire in the Twenty-First Century (ed. Amin Samman and Earl Gammon), pp. 191-208 (193) (mia traduzione dall’inglese).

[5] Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man (London: Penguin Books, 1992).

[6] Insieme ad altri accademici USA come Richard Falk e John Mearsheimer, Sachs da tempo condanna gli errori (e crimini) in politica estera commessi dai politici statunitensi, da Bill Clinton a Joe Biden passando per George W. Bush, Barack Obama, e Donald Trump. Gli illustri politologi non riconoscono però il legame causativo profondo tra l’implosione economica e l’emergenzialismo/avventurismo bellico.

[7] Fredric Jameson, Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo (Milano: Garzanti, 1989), p. 15.

[8] Mia traduzione dall’inglese.

[9] Alfredo Bonanno, La gioia armata (Catania: Edizioni anarchismo, 2013 [1977]), p. 13.

[10] Etienne de la Boétie, Discorso sulla servitù volontaria (Milano: Jaka Book, 1983), p. 42.

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sabato 18 maggio 2024

2022, 1973: L’EUROPA IN BALIA DELLA RAZIONALIZZAZIONE IMPERIALE - Pietro Pinter

Tutti gli imperi – finché rimangono in vita – attraversano fasi di espansione, contrazione e razionalizzazione.

Non è infatti interamente vero l’assioma – sviluppato durante lo ius publicum europeum – che la ragion di stato porti ogni nazione, o ogni potere sovrano, a cercare di espandersi inesorabilmente, frenato solo dal corrispondente desiderio di espansione di altri centri di potere. Quantomeno nella sua interpretazione più stretta.

Talvolta un impero può scegliere di non espandersi nonostante abbia la possibilità di farlo, o addirittura di retrocedere dalle sue posizioni, per mettere al sicuro e consolidare quanto ha già ottenuto in passato.

Quando l’Imperatore Adriano costruì il suo famoso “vallo” nel secondo secolo d. C., stava facendo esattamente questo: Stava razionalizzando il suo impero. Lo stesso fece l’Impero Britannico vittoriano nel diciannovesimo secolo quando, usando le parole dello storico Guido Formigoni: “Barattò il controllo informale di tutto il mondo per il controllo formale di 1/3 di esso“, abbandonando progressivamente il sistema delle compagnie commerciali e la promozione integralista del libero commercio in favore di una sovranità esclusiva (delle altre potenze) su un vasto impero coloniale.

Le amministrazioni americane Nixon e Ford – guidate in politica estera dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale e poi Segretario di Stato Henry Kissinger – si trovarono, tra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni ’70, a gestire il processo di razionalizzazione dell’impero americano post seconda guerra mondiale.

Le amministrazioni Trump e Biden sono invece chiamate a gestire la razionalizzazione dell’impero successiva alla vittoria della guerra fredda nel 1991.

In queste due fasi storiche sono individuabili diversi, e importanti, parallelismi (al netto delle ovvie differenze).

In entrambe il nodo principale della razionalizzazione è il rapporto tra Washington e i suoi protettorati europei, fulcro dell’influenza globale statunitense.

In entrambe osserviamo la ritirata statunitense da un quadrante problematico che drena risorse: Il Vietnam, l’Afghanistan.

In entrambe uno shock economico precede uno shock bellico/politico: La decisione di Nixon del 1971 sulla convertibilità in oro, la crisi economica del covid 19.

In entrambe il rapporto con l’Europa viene pesantemente ridefinito e chiarito con una guerra culminante in una crisi energetica: Il conflitto arabo-israeliano tra il 1967 e il 1973, il conflitto russo-ucraino tra il 2014 e il 2022.

Appare quindi molto importante, per capire quanto avviene e avverrà in Europa al giorno d’oggi, studiare il periodo storico del detente USA-URSS, della guerra del Kippur e della crisi energetica europea.

MUTAMENTO NEI RAPPORTI DI FORZA

Nella seconda metà degli anni ’60 diventa chiaro come i rapporti di forza tra i due blocchi delineatisi nella decade precedente, siano ormai drammaticamente mutati. Gli USA sono chiamati ad adattare le loro politiche e dottrine alla nuova realtà strategica, partendo da quella più importante: La dottrina nucleare.

Con uno sforzo immane, l’Unione Sovietica sta gradualmente raggiungendo la parità – che arriverà ufficialmente nel 1971 – con gli Stati Uniti per quanto riguarda le testate nucleari strategiche. La dottrina americana della “massive retalation” nucleare in caso di attacco convenzionale sovietico in Europa (o in altri quadranti eventualmente posti sotto l’ombrello nucleare americano) basata sulla superiorità e sulla possibilità di poter vincere una guerra nucleare, non è più attuabile.

Questo permette all’Unione Sovietica di estrarre un’importante concessione agli Stati Uniti, frenando una corsa agli armamenti a lungo andare economicamente insostenibile: Il congelamento dello status quo nucleare. Il Trattato di Non Proliferazione (1968) e lo Strategic Arms Limitation Talks Agreement (1972) fissano due principi: Nessun’altra potenza può acquisire armi nucleari, e le due superpotenze rifiutano di ottenere la superiorità nucleare sull’altra.

Questi mutamenti strategici, naturalmente, non vengono ignorati dall’Europa.

LA STRATEGIA EUROPEA

Le decisioni sopracitate – prese senza consultare i satelliti europei – presentano diversi problemi e motivi di ansia per i membri europei della NATO e i 9 della nascente Comunità Europea.
La Mutually Assured Destruction in caso di guerra nucleare tra le due superpotenze rende meno credibile il deterrente nucleare americano in Europa. Non potendo più vincere una guerra in Europa con mezzi esclusivamente nucleari, Washington quanto sarà disposta a rischiare e a spendere in una guerra convenzionale per proteggere l’Europa Occidentale da un possibile attacco sovietico? Inoltre, il detente tra URSS e USA – un’affare squisitamente bilaterale – infonde sospetti negli europei, storicamente avvezzi ad accordi di spartizione del mondo, dal Trattato di Tordesillas del 1494 per la spartizione del “nuovo mondo” tra Portogallo e Spagna, all’entente anglo-russo del 1907 successivo al “grande gioco” centroasiatico e quello anglo-francese del 1904 a suggellare la spartizione dell’Africa: Si teme (correttamente, in effetti) l’instaurazione di un condominio soviet-americano sull’Europa, la cristallizzazione di due sfere d’influenza all’interno delle quali ricadrà un’Europa inerme e in balia di due poli.

La strategia comunitaria (dei paesi della Comunità Europea) in risposta alla sfida del detente è comprensibile, ma fallace: I 9 vogliono affermare un’identità europea distinta da quella americana, vogliono portare avanti un detente differenziato con l’Unione Sovietica, perseguire una politica economica, diplomatica ed energetica indipendente… ma continuando a godere dell’ombrello di sicurezza americano!

Questa strategia si basa su un vecchio assioma gollista; che sostiene che gli USA offrano protezione militare all’Europa Occidentale per il solo motivo di non poter permettere che cada sotto l’influenza sovietica, e che questa protezione quindi continuerebbe a prescindere da quanto la politica della Comunità Europea possa divergere da quella di Washington. Nelle sue memorie, il sopracitato Henry Kissinger affermerà che – per quanto questo calcolo sia razionale e veritiero dal punto di vista strategico – non tenga conto delle passioni umane e dei fattori politici destinati ad influenzare le decisioni. La sua analisi è essenzialmente corretta: La sola minaccia da parte di Nixon di abbandonare militarmente l’Europa porterà immediatamente ad un fuggi fuggi generale, ed al crollo del castello di carte della strategia comunitaria, dimostrando incontrovertibilmente (lezione totalmente ignorata dai paesi comunitari) come il potere morbido (economico, diplomatico, politico, culturale) non possa muoversi oltre certi limiti, senza un potere duro (militare, strategico) a supporto.

Ironicamente, in un desiderio speculare a quello europeo di avere la botte piena e la moglie ubriaca ,gli Stati Uniti chiedono alla Comunità di riarmarsi per sobbarcarsi una maggiore responsabilità nella difesa del confine orientale… allo stesso tempo pretendendo una Comunità in linea con tutte le iniziative di politica estera americane, anche nelle tematiche fuori area dell’Alleanza Atlantica. Per fortuna di Washington, questo riarmo non avverrà mai.

La Comunità non costruirà il suo potere duro, e ne pagherà le dure conseguenze.

LA STRATEGIA STATUNITENSE

Visto dal punto di vista americano, invece, il detente impone ed è guidato da diverse necessità.

In primis – non poter più contare sulla sicurezza del proprio deterrente nucleare – implica un nuovo focus sul bilanciamento di forze convenzionali, e diventa quindi ancora più impellente la fine di una guerra d’attrito tanto costosa per la macchina bellica americana, quanto demoralizzante per il fronte interno USA: La Guerra del Vietnam.

Il pericolo della mutually assured destruction rende inoltre più che mai necessaria la riduzione dei possibili scenari di confronto armato tra le due superpotenze, e quindi una stretta delimitazione delle aree di influenza in Europa. Questo impegno non si limita al tracciare una linea sulla cartina, ma richiede anche il rafforzamento della presa sulla propria area di influenza (in parallelo lo stesso processo avviene per l’Unione Sovietica, che agisce secondo la “Dottrina Brezhnev”) che non può in nessun modo mostrare ambiguità o tendenze “secessioniste”, magari accentuate da momenti di debolezza del centro imperiale, come quello vissuto durante il Watergate, che investe lentamente ma inesorabilmente l’amministrazione Nixon (e la credibilità di Washington) all’inizio degli anni ’70.

LO SHOCK ECONOMICO DEL 1971


Il primo vettore lungo il quale Washington rafforza il suo controllo sulla Comunità Europea è quello economico.

Per capire le problematiche americane su questo frangente ci viene nuovamente in aiuto il secondo volume delle memorie di Henry Kissinger, Years of Upheaval:

“L’impatto della ritrovata assertività della Comunità Europea veniva portato quotidianamente all’attenzione dell’Ufficio Ovale da parte dei nostri dipartimenti economici.
C’era la lamentela sul fatto che le nazioni europee mantenessero accordi commerciali preferenziali con le loro ex colonie, restringendo il nostro accesso a quei mercati. C’era una crescente rete di legami speciali tra la Comunità Europea e le altre nazioni dell’Europa e del Litorale Mediterraneo. C’era la perenne controversia sulla Politica Agricola Comune della Comunità Europea.
“

La necessità immediata è quella di impedire che la Comunità sorpassi economicamente gli Stati Uniti, cosa che stava minacciando di fare: Il boom ecoomico europeo degli anni ’60 e l’apertura doganale degli USA nei “Dillon” e “Kennedy” Rounds, portano Washington ad essere per la prima volta in deficit commerciale nel 1971.

Per fare ciò, è necessaria un'”azione di forza” (sic).

Il 15 agosto 1971, Richard Nixon annuncia drammaticamente davanti alla stampa la fine della convertibilità in oro del dollaro, l’imposizione di nuove tariffe doganali e un pacchetto di aiuti di stato all’economia statunitense.

Senza nessuna consultazione con gli “alleati” – che hanno in pancia decine di miliardi di dollari – il Presidente americano mette fine al regime dei cambi fissi di Bretton Woods ed apre le porte alla svalutazione del dollaro, infliggendo un duro colpo all’economia europea e – insieme alle nuove barriere doganali – riportando in attivo la bilancia commerciale statunitense fino al 1976.

LA STRATEGIA DELLA TENSIONE

Il secondo vettore, invece, è prettamente militare.
A partire dalla fine degli anni ’60, una serie di azioni concrete, avvertimenti e azioni “parziali” contribuirà notevolmente al processo di delimitazione del perimetro della politica interna europeo-occidentale.

In Italia la prima “bomba non rivendicata” esplode nel 1969 in Piazza Fontana, a Milano.
Le indagini giudiziarie non chiariscono mai completamente la vicenda, ma le sentenze in Cassazione (1987 e 2005) stabiliscono almeno due punti fermi: La condanna per depistaggio di due agenti dei servizi segreti (accusati, tra le altre cose, di aver favorito la fuga in Francia di un altro agente del SID collegato con “Avanguardia Nazionale“) e la responsabilità dell’organizzazione neofascista “Ordine Nuovo“.

“Ordine Nuovo” il cui fondatore – Pino Rauti – partecipa nel 1965 al “Convegno del Parco dei Principi”, una riunione atta ad elaborare una strategia di controguerriglia golpista in Italia, a cui partecipano – oltre ad alcuni esponenti di “Avanguardia Nazionale” – Ivan Lombardo, asset dell’IRD britannico, Renato Mieli, fondatore di ANSA ed ex Colonnello dello Psychological Warfare Branch dell’AMGOT, Pio Filippani Ronconi, ex tenente delle SS.

Su Piazza Fontana affermerà Aldo Moro nel suo memoriale: “È mia convinzione però, anche se non posso portare il suffragio di alcuna prova, che l’interesse e l’intervento fossero più esteri che nazionali. Il che naturalmente non vuol dire che anche italiani non possano essere implicati“. Tornerà poi Bettino Craxi nel 1993, dopo la Strage di Via Fauro ad opera della “Falange Armata”, sostenendo: “Oltre a una giustizia a orologeria politica, in Italia esistono bombe a orologeria politica. Basta ritornare indietro nel tempo. Negli ultimi trent’anni sono esplose bombe di cui non s’è mai saputo né chi le ha messe né chi erano i mandanti… bombe alle quali sono state date cinquanta spiegazioni diverse, e cioè nessuna“

Ma se questa vicenda è poco chiara, ben più chiara è la vicenda del Golpe Borghese, il progetto golpista del 1970 che – tramite la mediazione di un ufficiale dei servizi segreti militari e dell’Obersturmbahnfuhrer delle SS Otto Skorzeny – aveva ottenuto l’assenso statunitense a patto che il suo successo militare e politico fosse realistico (condizioni che i golpisti non riuscirono a raggiungere). Il golpe – pur sventato – servì a mostrare alla classe politica italiana ed europea l’esistenza di una possibilità concreta di eliminazione fisica.

Per approfondire:

La stessa funzione ebbe indirettamente il golpe cileno, culminato con l’uccisione del Presidente Allende nel 1973 e l’instaurazione di una giunta militare: Già nel 1970 – appena insediatosi il nuovo Presidente – la Commissione 40 (un gruppo di lavoro speciale, guidato da Kissinger e partecipato da tutte le parti interessate, tra cui CIA e Dipartimento di Stato) contatta i militari cileni per esprimere il suo interesse verso un golpe, nell’ambito di quello che viene chiamato “Processo Track II” (Il “Track I” prevedeva invece la corruzione dei parlamentari cileni e il finanziamento occulto di media e organizzazioni di opposizione) . Il primo tentativo nel 1970 fallirà, ma l’aggravarsi della polarizzazione politica in Cile creerà le condizioni per il successo nel 1973, quando i militari cileni si muoveranno senza informare nuovamente gli americani, consci (correttamente) di averne già ricevuto l’appoggio.
Il messaggio cileno giunge forte e chiaro in Europa: Enrico Berlinguer – Segretario del Partito Comunista Italiano – dichiarerà di lì a poco, sul Corriere della Sera, di “sentirsi più sicuro” sotto l’ombrello dell’Alleanza Atlantica, in un drammatico dietrofront rispetto alla linea di politica estera comunista successiva alla seconda guerra mondiale.

E’ un messaggio che Kissinger stesso ammette che fosse necessario mandare, nel suo “Anni della Casa Bianca”: “Il successo di Allende avrebbe avuto implicazioni per il futuro dei partiti comunisti dell’Europa Occidentale, le cui politiche avrebbero minato l’Alleanza Atlantica quali che fossero le loro credenziali di rispettabilità. Nessun Presidente responsabile avrebbe potuto guardare all’ascesa al potere di Allende restando fermo“. Un messaggio che fu mandato con successo.

L’ANNO DELL’EUROPA

La terza direttrice su cui gli americani si muovono per rimodulare il rapporto tra Washington e l’Europa è sicuramente più benevola e conciliatoria nei suoi intenti.

L’idea di Nixon e Kissinger è di sfruttare l’occasione del ritiro dal Vietnam per migliorare le relazioni con i paesi comunitari, da diversi anni alienati ed infastiditi da una guerra le cui priorità strategiche non condividevano e rispetto alla quale le popolazioni europee erano fortemente critiche. Il 1973 sarebbe dovuto essere l'”Anno dell’Europa”, un anno in cui si sarebbe firmata una nuova dichiarazione atlantica, imbevuta delle nuove realtà strategiche e di un nuovo, rinnovato, impegno per la difesa comune e la comune consultazione nelle problematiche out of area (il problema di svolgere le discussioni a livello NATO o Comunità Europea è solo procedurale, in quanto le due organizzazioni si sovrappongono nei loro membri più importanti). L’obiettivo è quindi quello di “istituzionalizzare” nuovamente il legame atlantico e stabilire su base consensuale: “Quanta unità ci serve? Quanta diversità possiamo tollerare?“

A lanciare l’iniziativa è Henry Kissinger, in veste di consigliere per la sicurezza nazionale, alla riunione degli editori dell’Associated Press, il 23 aprile 1973, al Waldorf Astoria di New York.

La risposta da parte degli europei però è piuttosto fredda, come avevano anticipato le consultazioni di Kissinger con vari leader europei prima di tenere il discorso.

La politica europea del 1973 è decisamente fuori fase con quella statunitense, ed è lungi dall’essere inebriata da una rinnovata passione per le relazioni atlantiche. Quella che Kissinger si trova davanti, invero, è forse l’Europa Occidentale più ostile verso gli Stati Uniti che ci sia mai stata dal secondo dopoguerra ad oggi.

La Comunità Europea sta prendendo forma, e per prendere forma sente il bisogno di costruire un’identità separata da Washington, senza voler dare l’immagine che la nascita dell’Europa unita sia un mero sottoprodotto del legame atlantico.

Ma i problemi principali sono con i governi dei tre principali interlocutori di Washington: Regno Unito, Francia e Germania Ovest, tanto da creare quasi una tempesta perfetta.

A Londra siede forse l’unico Primo Ministro britannico – oltre John Major – ad aver mai creduto nell’unità europea: Il conservatore Edward Heath. Il veto della Francia all’entrata britannica nella Comunità è caduto da poco, ma il (fondato) sospetto che – a causa della sua special relationship con Washington – Londra entri nella Comunità per essere un cavallo di troia americano, è ancora lungi dall’essersi dissipato. Il Regno Unito non può quindi guidare l’anno dell’Europa – o mostrarsi troppo entusiasta a riguardo – anche per ragioni di immagine.

A Berlino il cancelliere Willy Brandt – forse il più atlantista tra i capi di governo continentali – è visto con sospetto dagli altri europei a causa della sua Ostpolitik nei confronti del blocco orientale, e non è nella posizione di esercitare l’influenza che servirebbe per creare un consenso europeo.

A Washington non resta che puntare sulla Francia del gollista Pompidou: Parigi resta l’unica capitale con il potere sia di costruire, che eventualmente di distruggere, l’anno dell’Europa.

Quello che seguirà per mesi sarà una metaforica partita a Go – l’antico gioco da tavolo giapponese – tra Henry Kissinger e il ministro degli esteri francese – l’antiamericano Jobert – che lentamente frustrerà e priverà di ogni significato e vitalità l’iniziativa americana, attraverso una serie di tattiche negoziali e aperte critiche, impedendo che prendesse forma qualsivoglia dichiarazione.

L’anno dell’Europa vedrà un epilogo – caduco e ormai privo di senso – solo nel 1974, dopo la traumatica esperienza della Guerra dello Yom Kippur.

LA GUERRA DEL KIPPUR

Tutti i nodi del rapporto tra USA e Comunità Europea vengono al pettine con la Guerra del Kippur – nel 1973 – in concomitanza con l’anno dell’Europa.

E’ una guerra molto particolare perché – 50 anni dopo, con una lettura storica – appare quasi come un’azione coreografata, con un risultato finale già scritto e solo dei dettagli contingenti da decidere sul campo di battaglia e al tavolo delle conferenze.
In questa performance, il direttore d’orchestra è senza dubbio il Presidente egiziano Anwar Al Sadat – da poco subentrato a Nasser – con il Segretario di Stato americano Henry Kissinger, pur all’oscuro delle intenzioni egiziane, in (quasi) totale controllo della situazione. Israeliani, siriani, giordani, sovietici ed europei rimangono in balia delle onde e della regia egizio-americana per tutta la durata della guerra.

La guerra si apre con un attacco coordinato da parte di Egitto e Siria alle prime luci dell’alba del 6 ottobre 1973, in un giorno di festa per la comunità ebraica. Questo attacco prende di sorpresa veramente tutti; sia gli israeliani, che le due superpotenze che si sfidano per procura nello scacchiere mediorientale. Diventa però subito chiaro che sono gli americani ad avere in mano il pallino, e che sarà Washington a condurre le trattative e a dettare i tempi della crisi, per trarne vantaggio sia in Medio Oriente che in Europa. E che è stato Sadat a manovrare per mettere gli USA in questa posizione.

Nell’aprile 1972, si apre un canale di comunicazioni segreto tra Anwar Al Sadat ed Henry Kissinger (ancora Consigliere e non Segretario di Stato) tramite un giornalista del Cairo legato all’intelligence egiziana ed americana. Lo scopo di questo canale – tra due paesi che non hanno relazioni diplomatiche ufficiali – è quello di trovare un’uscita dallo stallo diplomatico successivo alla guerra del 1967, che vede i paesi arabi (con supporto sovietico ed europeo) chiedere la ritirata di Israele dai territori recentemente occupati, e Israele rifiutare categoricamente (con supporto americano). Sadat si rende conto che Mosca – nonostante un appoggio vocale, diplomatico e anche tecnico/militare – non abbia realmente intenzione di supportare gli arabi, con ogni mezzo necessario, in una “guerra di liberazione” contro Israele, minacciando una vitale alleanza americana e rischiando di arrivare ad uno scontro tra superpotenze (peraltro, in epoca di detente).
Sadat si rende conto però, di poter ottenere ciò che vuole da Washington, che – svolgendo un ruolo di protezione irrinunciabile per Israele – sarà disposta a mettere pressione su Tel Aviv per una sistemazione, se otterrà in cambio una drastica riduzione dell’influenza sovietica in medioriente e l’entrata de facto dell’Egitto nella sua sfera d’influenza, inclusa la non belligeranza nel vitale Canale di Suez.

L’espulsione di quindicimila “istruttori” sovietici dall’Egitto, e lo scambio epistolare che seguirà tra Sadat e Kissinger, danno forma a qualcosa di simile ai patti Mussolini-Laval che portarono all’invasione italiana dell’Etiopia: Non si parlerà mai di guerra ad Israele, ma diventa estremamente chiaro a Sadat che gli americani siano disposti a mutare radicalmente le loro posizioni riguardo il confine israeliano. A questo punto possono iniziare i preparativi di guerra, lontano dagli occhi degli (ex) ospiti sovietici.

I combattimenti veri e propri dureranno meno di un mese, e si svolgeranno all’interno di uno stretto “recinto” non dichiarato: Un’eccessiva avanzata araba è resa impossibile dal deterrente nucleare israeliano (di cui Kissinger non fa menzione, ma che – completato nel 1967 – è messo in stato di allerta per paura di uno sfondamento siriano nel Golan) e dalle lente forniture sovietiche, regolate da Mosca in modo da non causare uno scontro tra superpotenze; mentre un eccessivo contrattacco israeliano è reso impossibile da un vero e proprio veto americano (reso invalicabile dalla totale dipendenza di Tel Aviv sulle forniture belliche USA), nonché dalla “deterrenza strategica” imposta dallo squilibrio demografico tra paesi arabi ed Israele, che rende un’occupazione militare protratta (di territori abitati, a differenza del Sinai) da parte di quest’ultima praticamente impossibile.

E’ estremamente significativo notare che le linee di armistizio – a fine ottobre – vedano una (seppur piccola) cessione di territorio amministrato da parte di Israele su ambo i fronti, nonostante una controffensiva in Siria arrivata a 30km da Damasco, e un’intera armata egiziana circondata aldilà del Canale di Suez. Questo è indice della pressione americana, l’unica in grado di estorcere concessioni così dolorose ad Israele.
La strategia egiziana paga: Con una tacita cooperazione americana, l’Egitto riesce a lavare via l’umiliazione del 1967 oltrepassando con le sue forze militari il Canale di Suez e infliggendo un duro colpo alle forze armate israeliane, precedentemente ritenute invincibili. Questo permette a Sadat di sedersi al tavolo delle trattative, ottenendo ciò che l’Egitto desiderava da anni – il Sinai, perso 6 anni prima – offrendo in cambio ciò che Israele desiderava dalla sua nascita, ciò che una nazione sconfitta non avrebbe potuto offrire: La pace e il reciproco riconoscimento.

Washington ne esce con un’influenza in Vicino Oriente drasticamente aumentata. Persino in Siria – il più oltranzista e filosovietico dei paesi arabi – che durante le trattative per l’armistizio ignora in maniera umiliante il ministro degli esteri sovietico Gromyko, per permettere a Kissinger di svolgere indisturbato la sua shuttle diplomacy tra Israele e Damasco, e disegnare quello che è ancora oggi il confine siriano.

La “razionalizzazione” nel Vicino Oriente è poi prodromica a quella in Europa: Nel 1975 vengono fissati ad Helsinki i confini dei due blocchi, ora ufficialmente immutabili.

LA LENTA RESA EUROPEA

Tornando alla nostra Europa però, a travolgere il continente e a influire pesantemente sul rapporto euro-americano in fase di trasformazione – più delle linee armistiziali tra Israele, Egitto e Siria – è l’enorme divergenza tra le priorità delle capitali europee – legate ai paesi arabi produttori di petrolio e con opinioni pubbliche in larga parte filopalestinesi – e quelle degli USA, forti di un’ingente produzione domestica, impegnati nel confronto bipolare in medioriente, con opinione pubblica filoisraeliana e invero desiderosi di ridurre l’indipendenza politico-strategico-energetica dell’Europa, anche prolungando artificialmente il dolore.

Il famoso embargo e taglio di produzione dell’OPEC inizia il 17 ottobre ma – contrariamente a ciò che afferma Kissinger – la politica europea adotta una linea filoaraba dalle prime ore del conflitto (non come reazione supplicante alla decisione araba) in continuità con quella tenuta dal 1967.

Allo scoppio delle ostilità, le capitali europee (compresa l’ancora franchista Madrid) notificano – in forma riservata o pubblica – a Washington l’impossibilità di usare le basi americane e NATO sul loro territorio per funzioni in qualsiasi modo collegate alla guerra nel Vicino Oriente, una problematica out of area – esterna ai territori degli stati membri dell’Alleanza Atlantica e all’Atlantico del Nord – in cui il sostegno americano ad Israele (gli europei non sono a conoscenza della collusione americana con Sadat) è opposto alla politica estera di quasi tutti i membri europei dell’Alleanza. Un ordine che gli USA ignoreranno, arrivando addirittura a mettere in allerta le proprie forze non solo convenzionali, ma anche nucleari, di stanza in Europa – in risposta all’offerta sovietica all’Egitto di invio di un contingente di “peacekeeper“, per liberare la terza armata, circondata da Israele successivamente ad un primo cessate il fuoco – mettendo di fatto l’Europa nella condizione di subire un olocausto nucleare per una guerra nell’ambito della quale non esisteva alcun dovere di solidarietà o azione comune.

Francia, Italia, Spagna, Danimarca, Belgio e in seguito Germania arriveranno anche a chiudere il proprio spazio aereo ai voli militari americani e i propri porti alle spedizioni relative alla guerra arabo-israeliana, una prescrizione anch’essa parzialmente ignorata.

La politica comunitaria non riesce a modificare la condotta americana, ma riesce – forte anche di una parallela scelta giapponese – ad ottenere esenzioni da alcuni tagli di produzione dell’OPEC e dall’embargo totale, che invece viene imposto a USA e Olanda (unico stato europeo-occidentale, insieme al Portogallo di Salazar, a seguire la linea americana). Anche grazie al “dialogo euro-arabo”, intavolato a sorpresa da Jobert durante un summit della Comunità.

L’Europa evita la devastazione totale e la deindustrializzazione, ma viene duramente colpita da un taglio di produzione/embargo che durerà diversi altri mesi (con nessuna fretta da parte americana affinché venisse tolto) e da una crisi energetica che diventerà di fatto permanente e strisciante, indebolendo il continente in maniera strutturale.

Come avevamo scritto sopra, il legame atlantico viene messo in tensione da due poli che vogliono tutti i vantaggi dell’alleanza senza sobbarcarsene alcun costo: Americani che vogliono un’Europa forte ma servizievole, europei che vogliono un’Europa demilitarizzata ma indipendente. Questo scontro non può che finire (nella cornice di un ultimatum di Nixon, un discorso del 18 marzo in cui minaccia di ritirare le truppe statunitensi dall’Europa) con un compromesso tra le due concezioni, nella fattispecie si ritorna ad una versione leggermente modificata dell’Europa demilitarizzata e servizievole degli anni ’40 e ’50, impossibilitata a seguire una politica estera veramente indipendente a causa della sua scelta di appoggiarsi agli USA per la difesa dei confini esterni, sintomo di un continente umiliato dalle due guerre mondiali, ancora incapace di pensare in termini di potenza (con forse l’eccezione della Francia) mentre il resto del mondo non ha mai cessato di farlo.

Sia chiaro: Non c’è mai un momento in cui gli europei “cedono” alla linea americana per imposizione di Washington; al contrario iniziano immediatamente dopo la guerra a sviluppare legami energetici con l’Unione Sovietica. La strategia europea viene semplicemente sconfitta sul campo, sconfitta da una realtà in cui l’Europa occidentale è una mera unione doganale, un ricco “giardino” (per usare le parole di Borrell) – o una ricca “casa di riposo”, per usare quelle di Zbigniew Brzezinski – incapace di plasmare a suo favore gli eventi sullo scacchiere geopolitico, neanche in una regione così vicina – dove riteneva fino a pochi anni prima un’influenza predominante – come quella del conflitto arabo-israeliano, a causa della sua impotenza militare.
Un giardino destinato a cadere lentamente in decadenza, in balia di volta in volta delle intemperie esterne o dei desideri del guardiano, che ha in mano le chiavi.

2022: LA STORIA SI RIPETE

Questa tendenza europea sembra riproporsi di nuovo in occasione della seconda “razionalizzazione” dell’impero americano, resa necessaria dalla crisi del 2008, dall’ascesa di Cina e altre grandi/medie potenze e dalle lunghe guerre di logoramento combattute dagli USA dall’inizio degli anni ‘2000. Razionalizzazione che culmina con la lunga guerra in Ucraina e con la storia che si ripete, questa volta come farsa.

Con un’Unione Europea che si comporta da protettorato nonostante una minaccia militare convenzionale ai suoi confini – rispetto agli anni ’70 – quantitativamente risibile, nonostante i Trattati prevedano un patto di mutua difesa (più stringente di quello Atlantico) le cui forze combinate sono perfettamente adeguate a confrontarsi con la Russia ad armi pari, senza necessità di tutele esterne (e lo sarebbero ancor di più con un minimo riarmo, ironicamente osteggiato proprio dalle sinistre europee e dalle figure televisive più critiche verso l’operato angloamericano in Europa). Che rinuncia finanche alle limitate leve usate negli anni ’70 per affermare il suo interesse ad evitare la deindustrializzazione. Che permette il bombardamento delle sue infrastrutture strategiche senza colpo ferire.

Lacerata da un conflitto interno tra “intermarium” (con sostegno anglofrancese e americano) e asse Roma-Berlino–Budapest – che la retorica prova invano a nascondere dietro l’immagine di un’Europa unita nella linea decisa dal blocco favorito dai rapporti di forza del momento e dalla maggiore vitalità (e indipendenza da centrali straniere) della sua leadership – nonostante un’unità dal punto di vista burocratico e formale nettamente maggiore di quella fornita dalla Comunità Europea nel 1973.

La ciliegina sulla torta: La “Vecchia Europa” non potrà – come ha fatto negli anni ’70 – “diversificare” le sue forniture energetiche sviluppando convenienti legami con una superpotenza nucleare, tramite pipeline che attraversano confini sicuri e recentemente stabilizzati come la cortina di ferro congelata dagli Accordi di Helsinki.

Le nuove forniture energetiche a cui in particolare l’Italia si affida – piagata al suo interno, come la Germania, dall’opposizione al nucleare, su cui paesi come Polonia e Francia invece giustamente puntano – arrivano dal rimland in ebollizione del mondo multipolare, dove l’Europa – se anche avesse una volontà unitaria – non avrebbe alcuna potenza reale da proiettare per influenzare gli eventi: Dall’Algeria dove influenti testate come l’Economist “prevedono” un cambio di regime, dall’Azerbaijan che combatte la sua piccola “Guerra del Kippur”, dalla Libia e l’Egitto dove l’instabilità locale si fonde con la guerra per procura tra paesi europei, dall'”equivoco” Qatar situato sulla linea di faglia della guerra fredda mediorientale.

L’unica fornitura stabile e sicura rimane, oltre a quella norvegese, via Polonia, quella – proibitivamente costosa e letale per la competitività industriale – proveniente dall’altra sponda dell’Atlantico.
Situazione che non cambierà con la corsa alle rinnovabili: La non-volontà di estrarre almeno le terre rare presenti nel sottosuolo europeo, unita ancora una volta ad una debole proiezione militare e ad un’assenza di direzione unitaria, porterà l’approvvigionamento delle terre rare a sottostare alle stesse dinamiche di quello di gas e petrolio.

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